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2019-05-22
Un’altra indagine su babbo Renzi. E Matteo intanto è pronto a tornare
Le carte dell'indagine condotta dal procuratore aggiunto di Firenze Luca Turco e dalla pm Giuseppina Mione sulla presunta appropriazione indebita e il riciclaggio raccontano tutti i maneggi con cui 6,6 milioni di dollari provenienti dalla Fondazione Ceil e Michael E. Pulitzer (che ne ha erogati 5,51), dall'Unicef (3,88) e da altre organizzazioni umanitarie (891.000 dollari) sono finiti nella disponibilità di Alessandro, Luca e Andrea Conticini. Quest'ultimo è accusato di aver riciclato 250.000 euro acquistando partecipazioni della Eventi6 srl, società di comunicazione dei Renzi già al centro di un fascicolo per false fatturazioni, e di altre due aziende collegate a imprenditori vicini alla famiglia dell'ex premier.
I soldi sarebbero stati drenati attraverso la Play therapy Africa (Pta) e la International development association fondate da Alessandro Conticini e dalla moglie Valérie Quéré. I soldi destinati ai bimbi africani avrebbero garantito alla coppia uno stile di vita milionario, con tanto di investimenti in giro per il mondo. Un bel salto per chi, come lavoratore autonomo della cooperazione internazionale, nel 2003 aveva percepito un reddito di 935 euro.
Le Fiamme gialle hanno monitorato tutto, in entrata e - soprattutto - in uscita approfondendo i risk alert lanciati già dal 2012 dall'Ufficio informazione finanziaria di Bankitalia. Una delle segnalazioni più interessanti riguarda un bonifico del 25 settembre 2015. Conticini trasferisce 575.000 sterline su un conto dell'Isola di Jersey, nel canale della Manica, intestato alla società Red friar private equity Ltd - Guernsey. La causale è «Investment Conticini Alessandro Edimburgh project». È la «sottoscrizione di un prestito obbligazionario», ricostruiscono gli investigatori, emesso dalla Red friar per finanziare a sua volta la Hanover leisure fountainbridge (mutuataria) per la costruzione di 184 residence, con parcheggi e ristoranti, nel distretto finanziario di Edimburgo, in Scozia. Agli inquirenti non sfugge il particolare che il «prodotto finanziario» scelto da Conticini è «regolato dalla legislazione del Guernsey», ritenuto il «paradiso fiscale più efficiente dell'Europa» e inserito nella black list della Controlled foreign companies (Cfc).
Da dove arrivano le risorse del parente dei Renzi per quest'operazione? Dal suo conto corrente personale su cui, in quei giorni, sono confluiti i frutti del «disinvestimento di prodotti finanziari e relativi interessi» per 2,25 milioni di euro, «precedentemente acquistati» grazie alle «risorse finanziarie» delle «varie organizzazioni umanitarie», annotano ancora i militari. Coi soldi delle scuole e degli ospedali in Africa, il fratello del cognato di Matteo Renzi s'è inventato immobiliarista. […]
Gli investigatori ricostruiscono i movimenti dei soldi seguendo le strisciate nei «pos» in Etiopia, Mozambico, Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti (Miami, San Francisco e Los Angeles), Nassau, Bahamas, Saint Lucia, Guyana, Trinidad e Tobago, Siviglia, Londra, Francoforte, Dublino, Amsterdam, Rennes e Malta solo per indicare le località più citate sugli estratti conto, e Italia ovviamente (Golfo Aranci, Madonna di Campiglio, Dimaro, Firenze, Bologna). Con la sua Cartasì, Conticini acquista a Città del Capo, in Sudafrica, diamanti per 7.400 euro, ma gli capita di utilizzarla anche solo per un caffè da 3 euro o per comprare, su Itunes, una canzone mp3 (costo: 3,46 euro). Consegna la card alle casse di McDonald's, Ikea, Leroy Merlin, Decathlon e di centinaia di altri esercizi commerciali. A Castenaso paga con la carta un paio di calze da 7 euro; mentre a Rignano sull'Arno, il paese dei Renzi, salda un conto di 52 euro all'Ipercoop e di 24 euro in una storica macelleria. Sulla carta viene scalato anche l'abbonamento a Sky.
Mese dopo mese, i saldi di Cartasì prosciugano quasi 200.000 euro. La smania di spendere di Conticini si manifesta ancor di più negli investimenti immobiliari. Per l'acquisto e la ristrutturazione della villa di Cascais, in Portogallo, sborsa quasi 2 milioni di euro. È una reggia che, per la sola corrente elettrica, costa 3.300 euro al mese. Oltre 16.000 euro è invece il totale per i lavori di manutenzione, mentre per mobili, oggetti e decorazioni sono stati necessari 33.000 euro. Quando non ci vivono, i coniugi Conticini la affittano per 600 euro a notte, come ha rivelato il quotidiano La Verità nell'agosto 2018. Nella vicina Lisbona, Conticini ha acquistato anche un palazzetto, in società con l'imprenditore Alessandro Radici, da cui sono stati ricavati quattro loft superlusso da vendere a un milione di euro l'uno.
Più economica (si fa per dire) è la gestione dell'altra villa in terra francese: oltre 50.000 euro per la piscina, 23.000 euro per la cucina, 11.000 euro di mobili, quasi 7.000 euro per la manutenzione del giardino, 4.000 euro per lavori di falegnameria e saldo parquet e 2.500 euro a una società che confeziona succhi di frutta biologici. In totale 253.000 euro.
Sui conti però ci sono ancora soldi sufficienti per un'auto (25.000 euro) e per due «rimborsi»: il primo di 1.750 euro per il fratello Andrea Conticini e per Matilde Renzi, sorella di Matteo; il secondo per il «pagamento albergo vacanze di Natale». Agli atti ci sono pure i bonifici mensili alla moglie Valérie per «oltre 130.000 euro», e per «operazioni acquisto titoli di Stato» (300.000 euro) e per un «investimento immobiliare» a Guimaec, nel Nord della Francia, paesino d'origine della consorte. Quel che residua viene dirottato da Conticini in Portogallo (2,2 milioni di euro) e in Svizzera (200.000 euro). Alla fine, presso la Cassa di risparmio di Rimini restano 41.000 euro su un conto, 10.000 dollari su un altro e 185 sterline sull'ultimo.
Babbo Tiziano confessa: «Ho più di 200 dipendenti». E arriva un’altra indagine
Adesso si fa dura. I genitori di Matteo Renzi devono incassare la terza inchiesta per bancarotta, dopo quelle di Cuneo e Firenze. Tiziano e Laura sono infatti indagati anche per il crac della cooperativa Marmodiv (il fallimento è stato dichiarato il 20 marzo per insolvenza). Secondo il procuratore aggiunto Luca Turco i due genitori sono stati amministratori di fatto della ditta almeno sino al marzo del 2018. È stato iscritto sul registro delle notizie di reato pure uno storico collaboratore dei Renzi, Mariano Massone. I tre erano già stati arrestati insieme a febbraio per la bancarotta della Delivery service Italia e della Europe service (gestite secondo gli inquirenti dai Renzi sino al 2012).
È finita sotto indagine la maggior parte degli amministratori che, secondo l'accusa, i Renzi e Massone avrebbero messo ai vertici dell'azienda dalla fondazione (fine 2013) al crac. Nell'elenco ci sono l'ultimo presidente, Aldo Periale, e il factotum Daniele Goglio, portati a Firenze da Massone. Sono coinvolti nell'inchiesta anche gli uomini scelti da Tiziano, dal primo presidente Pier Giovanni Spiteri ai successori Luca Mirco e Giuseppe Mincuzzi. La Procura sta valutando attentamente tutte le posizioni di amici e parenti dei due genitori che abbiano ricoperto ruoli da amministratori.
L'inchiesta è quasi al termine. Il procuratore aggiunto Turco sta attendendo la relazione finale del curatore fallimentare Francesco Terzani. L'avviso di chiusura indagini potrebbe arrivare prima dell'estate.
Ieri nei corridoi della Procura di Firenze si parlava anche di un'intervista rilasciata da Tiziano Renzi a La Nazione in occasione del suo quarantasettesimo anniversario di matrimonio. La giornalista che ha realizzato lo scoop è la stessa che ha dato in esclusiva la notizia di un'inchiesta della Procura di Genova su alcuni magistrati fiorentini, fascicolo che sta eccitando la fantasia di molti renziani, visto che coinvolgerebbe il procuratore Giuseppe Creazzo e lo stesso Turco. Ma torniamo all'intervista. In essa Tiziano, tra uno spumantino e una fetta di torta, ha regalato alla cronista alcune perle. Come questa: «Anche se volessi non potrei tornare a fare l'imprenditore, non sono più spendibile, mi hanno distrutto un'azienda da 200 dipendenti con 5 milioni di fatturato». Peccato che la Eventi 6 nel 2018 abbia dichiarato solo 6 dipendenti e che sino al 31 dicembre Tiziano fosse ufficialmente unicamente un agente di commercio a provvigione. Un lapsus che sembra confermare quanto sostenuto dagli inquirenti e cioè che Renzi senior fosse l'amministratore di fatto anche delle coop che lavoravano per lui e che avevano a libro paga decine di persone.
Il babbo ha regalato altre chicche, parlando di «anni in cui non ho avuto la possibilità di replicare ad accuse che, non solo erano false, ma così ben organizzate da dipingermi al contrario di quello che sono». L'articolo ci fa sapere che Tiziano «nella sua immaginazione deve aver pensato di essere stato usato come proiettile per uccidere il figlio Matteo, il bersaglio grosso. Il babbo che ammazza il figlio, come nel peggiore degli incubi». Niente di meno. Ma riecco le vive parole del plurindagato: «So chi mi ha fatto male, ma io ho sempre continuato a lavorare perché la mia mamma mi diceva sempre “male non fare, paura non avere"». Sino alle scuse agli amici che «per essermi stati accanto si sono ritrovati su tutti i giornali, trattati come un'associazione a delinquere».
Gli ospiti all'«apericena» d'anniversario erano circa duecento. Ma di politici, visto il calvario giudiziario dei Renzi e il nuovo vento politico, ce n'erano davvero pochi. Tra questi, Stefano Bruzzesi, della direzione nazionale del Pd («Sono dell'area Gentiloni, ero lì solo per amicizia personale»), Simonetta Simonetti (cognata dei due festeggiati e membro dell'assemblea nazionale), la pasionaria renziana Marzia Cappelli e l'ex assessore di Firenze Massimo Mattei. I petali che contano del fu Giglio magico erano tutti assenti. Non c'era neppure Matteo Renzi, mentre era presente la moglie Agnese.
Il suocero con una tv locale ha annunciato di non volersi più nascondere: «Io sarò assolto, visto che non solo non ho fatto niente di ciò di cui mi accusano, ma mi hanno dipinto esattamente al contrario di come in realtà ho impostato la vita». Ha spiegato di voler trascorrere «serenamente» gli anni che lo separano dalle auspicate assoluzioni, non come i quattro anni precedenti «passati nella rabbia, nell'impotenza, nella voglia di gridare». Giura di non portare «rancore verso nessuno»: «Voglio essere felice, auguro a tutti del bene, vivo della mia pensione, farò il volontario, ringrazio l'Unione sportiva rignanese che mi dà la possibilità di farlo».
Tutto questo l'ha raccontato nel suo nuovo quartier generale, il Green park cafè, il bar della Rignanese inaugurato giovedì scorso con la sua supervisione a 200 metri dalla Eventi 6, la società che nonostante gli annunci di vendita dell'ottobre scorso, resta ancora saldamente in mano alla famiglia. Domenica La Verità ha svelato il ruolo decisivo di Renzi senior nella ricerca di gestori (l'ennesima coop di Firenze), finanziatori e fornitori per la nuova impresa. Ma babbo Tiziano non era interdetto da ogni attività imprenditoriale sino a dicembre? Sarà per questo che con la giornalista della Nazione ha voluto evitare fraintendimenti: «Non ho quote della Rignanese e non sono un socio, ma solo un volontario e cliente. Tengo tutti gli scontrini, sia mai che un giorno…».
I piani del Bullo per riprendersi il Pd o magari dar vita alla Cosa centrista
«Dopo la partita di andata si gioca sempre la partita di ritorno». Sarebbe una banalità a pila, ma lui s'è affezionato alla metafora. Ispirato dalle semifinali di Champions league e profondamente scosso dalle rimonte di Liverpool e Tottenham, Matteo Renzi ha messo a fuoco un aspetto che non aveva colto e l'ha trasformato (nessuno aveva dubbi) in una nuova elettrizzante narrazione: dopo le elezioni potrebbe riprendersi il Pd. Lo va dicendo da un paio di settimane al suo inner circle, è motivato come non mai, rivede i gol di Georginio Wijnaldum e Lucas Moura in slow motion. E ha dettato ai fedelissimi due imperativi per i prossimi giorni (fino alla domenica elettorale) che somigliano a una tagliola per volpi. Il primo è votare solo i candidati renziani; il messaggio non è neppure troppo clandestino in alcune chat su Facebook. Il secondo è tenere alta l'asticella dell'obiettivo; sotto il 25% non è da considerarsi vittoria.
Con il Pd che nei sondaggi coperti flotta un paio di punti sopra lo standard delle politiche (siamo al 21-22%), la sua è una provocazione a Nicola Zingaretti, un escamotage aritmetico per metterlo in imbarazzo e cominciare a vendicarsi dopo la marginalizzazione subìta nelle liste e lo spazio residuale offerto in campagna elettorale. Una campagna che il Pd non ha mai realmente affrontato e che l'ex premier definisce in privato «senza idee, senza coraggio, senz'anima». Caratterizzata dalla foto di Catiuscia Marini, ex governatrice dell'Umbria, che vota sé stessa nella fittizia riconferma; rovinata da un paio di avvisi di garanzia pesanti; ridicolizzata dalla curiosa notizia che uno dei giovani competenti del segretario sarebbe Paolo Cirino Pomicino.
Così il cammino di Renzi nella partita di ritorno sembra meno aspro. Così, dal palco dell'Auditorium Fondazione Cariplo di Milano durante un incontro elettorale chiamato pomposamente Reunion (neanche fossero i Pink Floyd), può applaudire convinto Carlo Calenda mentre dice: «Per un anno ci siamo presi ceffoni da chiunque, ma adesso è arrivato il momento di restituirli senza il guanto». Frase in apparenza diretta a Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ma con un retropensiero per la direzione del Pd attuale, così appiattita su migranti ed europeismo da essere incapace di fare politica, di parlare veramente a quel popolo riformista che non vive in sacrestia, nelle assemblee della Cgil e nei centri sociali. Ma sta dentro i gangli della società produttiva. Ai suoi, Renzi va dicendo da tempo, come riferisce Ettore Colombo su Tiscali: «Se ci fossi stato io al timone, al centro della campagna elettorale ci sarebbe stato il Pd. A quelli non ne avrei fatta passare una. Tutti devono fare i conti con me, fuori dal partito ma anche dentro».
Renzi è convinto che il Pd sbilanciato a sinistra non abbia futuro e che le Europee non saranno un successo, forse solo un brodino. Si prepara alla «remuntada» e rispolvera due idee sulle quali aveva puntato molto: i millennials e i comitati civici «Ritorno al futuro». I primi sono un suo vecchio pallino: ne aveva portati 20 in direzione nazionale, aveva convinto tutti sull'indispensabile ringiovanimento degli apparati e delle idee. L'Huffington Post li definì «i millennials sotto steroidi». Renzi ci contava. Per poi vedere con disgusto prima Maurizio Martina e poi Zingaretti congelare, accantonare, annichilire i suoi boys a favore dei vecchi burocrati del Bottegone. Per dare un segnale, l'ex premier ha radunato i ragazzi sabato a Roma (provenienti da 18 regioni) sotto la sigla «Think Europe, think millennials».
Truppe fresche, truppe cammellate pronte a supportare il leader e solo lui. Non a caso l'evento era riservato ad alcuni candidati alle Europee sostenuti dalla Leopolda (vale a dire, oltre a Calenda, Irene Tinagli, Simona Bonafé, Nicola Danti, Enrico Morando, Pina Picierno) e a parlamentari fedeli alla linea (Luciano Nobili, Anna Ascani). Nessuno spazio, nessuna indulgenza per il Pd Bella Ciao. Una spruzzata di internazionalismo necessario per dare gusto allo spritz da centro storico è sempre rappresentata dalla presenza di Roberto Pontecorvo, punto di riferimento della Fondazione Obama, con la quale Renzi dice di avvertire palpabili affinità.
Oltre ai millennials sono tornati in funzione i comitati civici, un migliaio, coordinati da Ettore Rosato e Ivan Scalfarotto, pronti a organizzare inchieste sulle fake news (un'ossessione renziana a senso unico) e a raccogliere adepti con una caratteristica singolare: uomini e donne non del Pd ma favorevoli a Renzi e al renzismo. Tutto ciò dà un senso anche all'ultimo mantra del leader nei giorni preelettorali: «Se il governo va a casa si vota, non esiste un piano B». Pure questa è una frase a nuora perché suocera intenda. Lui sta parlando a Zingaretti e a quella fetta di partito che vorrebbe stringere i 5 stelle nel grande abbraccio progressista. Chiarisce tutto dal palco di Milano: «Sono antidemocratici che predicano la fine della democrazia rappresentativa e sono gestiti da una srl. Non trovo una ragione nell'universo per allearci».
A questo punto Renzi spera che il governo non cada, ma continui a litigare fino a quando lui non avrà capito se può di nuovo scalare il Pd senza rischiare epurazioni. Oppure se è arrivato il momento di costruire una cosa sua, in quel centro liquido e deserto che oggi secondo i sondaggisti (sondati dal Foglio) potrebbe valere il 10%. Con Calenda numero due. Gianni e Pinotto, ma senza ironia.
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La bella vita dei fratelli Conticini grazie ai soldi della beneficenza. L'indagine sulla presunta appropriazione indebita e il riciclaggio racconta i maneggi con cui 6,6 milioni di dollari sono finiti nella disponibilità dei parenti dell'ex segretario del Pd.Tiziano Renzi, intervistato da Rtv38 (https://www.facebook.com/watch/?v=593637404482860), dice che gli «hanno distrutto un'azienda con 5 milioni di fatturato». Ma dichiarava un organico di sole 6 persone. Sott'inchiesta per la bancarotta dell'ennesima coop.Il Bullo provoca: sotto il 25% non è vittoria. Ma spera che il governo regga per capire cosa fare.Lo speciale contiene tre articoli.Le carte dell'indagine condotta dal procuratore aggiunto di Firenze Luca Turco e dalla pm Giuseppina Mione sulla presunta appropriazione indebita e il riciclaggio raccontano tutti i maneggi con cui 6,6 milioni di dollari provenienti dalla Fondazione Ceil e Michael E. Pulitzer (che ne ha erogati 5,51), dall'Unicef (3,88) e da altre organizzazioni umanitarie (891.000 dollari) sono finiti nella disponibilità di Alessandro, Luca e Andrea Conticini. Quest'ultimo è accusato di aver riciclato 250.000 euro acquistando partecipazioni della Eventi6 srl, società di comunicazione dei Renzi già al centro di un fascicolo per false fatturazioni, e di altre due aziende collegate a imprenditori vicini alla famiglia dell'ex premier.I soldi sarebbero stati drenati attraverso la Play therapy Africa (Pta) e la International development association fondate da Alessandro Conticini e dalla moglie Valérie Quéré. I soldi destinati ai bimbi africani avrebbero garantito alla coppia uno stile di vita milionario, con tanto di investimenti in giro per il mondo. Un bel salto per chi, come lavoratore autonomo della cooperazione internazionale, nel 2003 aveva percepito un reddito di 935 euro.Le Fiamme gialle hanno monitorato tutto, in entrata e - soprattutto - in uscita approfondendo i risk alert lanciati già dal 2012 dall'Ufficio informazione finanziaria di Bankitalia. Una delle segnalazioni più interessanti riguarda un bonifico del 25 settembre 2015. Conticini trasferisce 575.000 sterline su un conto dell'Isola di Jersey, nel canale della Manica, intestato alla società Red friar private equity Ltd - Guernsey. La causale è «Investment Conticini Alessandro Edimburgh project». È la «sottoscrizione di un prestito obbligazionario», ricostruiscono gli investigatori, emesso dalla Red friar per finanziare a sua volta la Hanover leisure fountainbridge (mutuataria) per la costruzione di 184 residence, con parcheggi e ristoranti, nel distretto finanziario di Edimburgo, in Scozia. Agli inquirenti non sfugge il particolare che il «prodotto finanziario» scelto da Conticini è «regolato dalla legislazione del Guernsey», ritenuto il «paradiso fiscale più efficiente dell'Europa» e inserito nella black list della Controlled foreign companies (Cfc). Da dove arrivano le risorse del parente dei Renzi per quest'operazione? Dal suo conto corrente personale su cui, in quei giorni, sono confluiti i frutti del «disinvestimento di prodotti finanziari e relativi interessi» per 2,25 milioni di euro, «precedentemente acquistati» grazie alle «risorse finanziarie» delle «varie organizzazioni umanitarie», annotano ancora i militari. Coi soldi delle scuole e degli ospedali in Africa, il fratello del cognato di Matteo Renzi s'è inventato immobiliarista. […]Gli investigatori ricostruiscono i movimenti dei soldi seguendo le strisciate nei «pos» in Etiopia, Mozambico, Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti (Miami, San Francisco e Los Angeles), Nassau, Bahamas, Saint Lucia, Guyana, Trinidad e Tobago, Siviglia, Londra, Francoforte, Dublino, Amsterdam, Rennes e Malta solo per indicare le località più citate sugli estratti conto, e Italia ovviamente (Golfo Aranci, Madonna di Campiglio, Dimaro, Firenze, Bologna). Con la sua Cartasì, Conticini acquista a Città del Capo, in Sudafrica, diamanti per 7.400 euro, ma gli capita di utilizzarla anche solo per un caffè da 3 euro o per comprare, su Itunes, una canzone mp3 (costo: 3,46 euro). Consegna la card alle casse di McDonald's, Ikea, Leroy Merlin, Decathlon e di centinaia di altri esercizi commerciali. A Castenaso paga con la carta un paio di calze da 7 euro; mentre a Rignano sull'Arno, il paese dei Renzi, salda un conto di 52 euro all'Ipercoop e di 24 euro in una storica macelleria. Sulla carta viene scalato anche l'abbonamento a Sky. Mese dopo mese, i saldi di Cartasì prosciugano quasi 200.000 euro. La smania di spendere di Conticini si manifesta ancor di più negli investimenti immobiliari. Per l'acquisto e la ristrutturazione della villa di Cascais, in Portogallo, sborsa quasi 2 milioni di euro. È una reggia che, per la sola corrente elettrica, costa 3.300 euro al mese. Oltre 16.000 euro è invece il totale per i lavori di manutenzione, mentre per mobili, oggetti e decorazioni sono stati necessari 33.000 euro. Quando non ci vivono, i coniugi Conticini la affittano per 600 euro a notte, come ha rivelato il quotidiano La Verità nell'agosto 2018. Nella vicina Lisbona, Conticini ha acquistato anche un palazzetto, in società con l'imprenditore Alessandro Radici, da cui sono stati ricavati quattro loft superlusso da vendere a un milione di euro l'uno.Più economica (si fa per dire) è la gestione dell'altra villa in terra francese: oltre 50.000 euro per la piscina, 23.000 euro per la cucina, 11.000 euro di mobili, quasi 7.000 euro per la manutenzione del giardino, 4.000 euro per lavori di falegnameria e saldo parquet e 2.500 euro a una società che confeziona succhi di frutta biologici. In totale 253.000 euro.Sui conti però ci sono ancora soldi sufficienti per un'auto (25.000 euro) e per due «rimborsi»: il primo di 1.750 euro per il fratello Andrea Conticini e per Matilde Renzi, sorella di Matteo; il secondo per il «pagamento albergo vacanze di Natale». Agli atti ci sono pure i bonifici mensili alla moglie Valérie per «oltre 130.000 euro», e per «operazioni acquisto titoli di Stato» (300.000 euro) e per un «investimento immobiliare» a Guimaec, nel Nord della Francia, paesino d'origine della consorte. Quel che residua viene dirottato da Conticini in Portogallo (2,2 milioni di euro) e in Svizzera (200.000 euro). Alla fine, presso la Cassa di risparmio di Rimini restano 41.000 euro su un conto, 10.000 dollari su un altro e 185 sterline sull'ultimo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-bella-vita-dei-fratelli-conticini-grazie-ai-soldi-della-beneficenza-2637724363.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="babbo-tiziano-confessa-ho-piu-di-200-dipendenti-e-arriva-unaltra-indagine" data-post-id="2637724363" data-published-at="1774136369" data-use-pagination="False"> Babbo Tiziano confessa: «Ho più di 200 dipendenti». E arriva un’altra indagine Adesso si fa dura. I genitori di Matteo Renzi devono incassare la terza inchiesta per bancarotta, dopo quelle di Cuneo e Firenze. Tiziano e Laura sono infatti indagati anche per il crac della cooperativa Marmodiv (il fallimento è stato dichiarato il 20 marzo per insolvenza). Secondo il procuratore aggiunto Luca Turco i due genitori sono stati amministratori di fatto della ditta almeno sino al marzo del 2018. È stato iscritto sul registro delle notizie di reato pure uno storico collaboratore dei Renzi, Mariano Massone. I tre erano già stati arrestati insieme a febbraio per la bancarotta della Delivery service Italia e della Europe service (gestite secondo gli inquirenti dai Renzi sino al 2012). È finita sotto indagine la maggior parte degli amministratori che, secondo l'accusa, i Renzi e Massone avrebbero messo ai vertici dell'azienda dalla fondazione (fine 2013) al crac. Nell'elenco ci sono l'ultimo presidente, Aldo Periale, e il factotum Daniele Goglio, portati a Firenze da Massone. Sono coinvolti nell'inchiesta anche gli uomini scelti da Tiziano, dal primo presidente Pier Giovanni Spiteri ai successori Luca Mirco e Giuseppe Mincuzzi. La Procura sta valutando attentamente tutte le posizioni di amici e parenti dei due genitori che abbiano ricoperto ruoli da amministratori. L'inchiesta è quasi al termine. Il procuratore aggiunto Turco sta attendendo la relazione finale del curatore fallimentare Francesco Terzani. L'avviso di chiusura indagini potrebbe arrivare prima dell'estate. Ieri nei corridoi della Procura di Firenze si parlava anche di un'intervista rilasciata da Tiziano Renzi a La Nazione in occasione del suo quarantasettesimo anniversario di matrimonio. La giornalista che ha realizzato lo scoop è la stessa che ha dato in esclusiva la notizia di un'inchiesta della Procura di Genova su alcuni magistrati fiorentini, fascicolo che sta eccitando la fantasia di molti renziani, visto che coinvolgerebbe il procuratore Giuseppe Creazzo e lo stesso Turco. Ma torniamo all'intervista. In essa Tiziano, tra uno spumantino e una fetta di torta, ha regalato alla cronista alcune perle. Come questa: «Anche se volessi non potrei tornare a fare l'imprenditore, non sono più spendibile, mi hanno distrutto un'azienda da 200 dipendenti con 5 milioni di fatturato». Peccato che la Eventi 6 nel 2018 abbia dichiarato solo 6 dipendenti e che sino al 31 dicembre Tiziano fosse ufficialmente unicamente un agente di commercio a provvigione. Un lapsus che sembra confermare quanto sostenuto dagli inquirenti e cioè che Renzi senior fosse l'amministratore di fatto anche delle coop che lavoravano per lui e che avevano a libro paga decine di persone. Il babbo ha regalato altre chicche, parlando di «anni in cui non ho avuto la possibilità di replicare ad accuse che, non solo erano false, ma così ben organizzate da dipingermi al contrario di quello che sono». L'articolo ci fa sapere che Tiziano «nella sua immaginazione deve aver pensato di essere stato usato come proiettile per uccidere il figlio Matteo, il bersaglio grosso. Il babbo che ammazza il figlio, come nel peggiore degli incubi». Niente di meno. Ma riecco le vive parole del plurindagato: «So chi mi ha fatto male, ma io ho sempre continuato a lavorare perché la mia mamma mi diceva sempre “male non fare, paura non avere"». Sino alle scuse agli amici che «per essermi stati accanto si sono ritrovati su tutti i giornali, trattati come un'associazione a delinquere». Gli ospiti all'«apericena» d'anniversario erano circa duecento. Ma di politici, visto il calvario giudiziario dei Renzi e il nuovo vento politico, ce n'erano davvero pochi. Tra questi, Stefano Bruzzesi, della direzione nazionale del Pd («Sono dell'area Gentiloni, ero lì solo per amicizia personale»), Simonetta Simonetti (cognata dei due festeggiati e membro dell'assemblea nazionale), la pasionaria renziana Marzia Cappelli e l'ex assessore di Firenze Massimo Mattei. I petali che contano del fu Giglio magico erano tutti assenti. Non c'era neppure Matteo Renzi, mentre era presente la moglie Agnese. Il suocero con una tv locale ha annunciato di non volersi più nascondere: «Io sarò assolto, visto che non solo non ho fatto niente di ciò di cui mi accusano, ma mi hanno dipinto esattamente al contrario di come in realtà ho impostato la vita». Ha spiegato di voler trascorrere «serenamente» gli anni che lo separano dalle auspicate assoluzioni, non come i quattro anni precedenti «passati nella rabbia, nell'impotenza, nella voglia di gridare». Giura di non portare «rancore verso nessuno»: «Voglio essere felice, auguro a tutti del bene, vivo della mia pensione, farò il volontario, ringrazio l'Unione sportiva rignanese che mi dà la possibilità di farlo». Tutto questo l'ha raccontato nel suo nuovo quartier generale, il Green park cafè, il bar della Rignanese inaugurato giovedì scorso con la sua supervisione a 200 metri dalla Eventi 6, la società che nonostante gli annunci di vendita dell'ottobre scorso, resta ancora saldamente in mano alla famiglia. Domenica La Verità ha svelato il ruolo decisivo di Renzi senior nella ricerca di gestori (l'ennesima coop di Firenze), finanziatori e fornitori per la nuova impresa. Ma babbo Tiziano non era interdetto da ogni attività imprenditoriale sino a dicembre? Sarà per questo che con la giornalista della Nazione ha voluto evitare fraintendimenti: «Non ho quote della Rignanese e non sono un socio, ma solo un volontario e cliente. Tengo tutti gli scontrini, sia mai che un giorno…». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-bella-vita-dei-fratelli-conticini-grazie-ai-soldi-della-beneficenza-2637724363.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-piani-del-bullo-per-riprendersi-il-pd-o-magari-dar-vita-alla-cosa-centrista" data-post-id="2637724363" data-published-at="1774136369" data-use-pagination="False"> I piani del Bullo per riprendersi il Pd o magari dar vita alla Cosa centrista «Dopo la partita di andata si gioca sempre la partita di ritorno». Sarebbe una banalità a pila, ma lui s'è affezionato alla metafora. Ispirato dalle semifinali di Champions league e profondamente scosso dalle rimonte di Liverpool e Tottenham, Matteo Renzi ha messo a fuoco un aspetto che non aveva colto e l'ha trasformato (nessuno aveva dubbi) in una nuova elettrizzante narrazione: dopo le elezioni potrebbe riprendersi il Pd. Lo va dicendo da un paio di settimane al suo inner circle, è motivato come non mai, rivede i gol di Georginio Wijnaldum e Lucas Moura in slow motion. E ha dettato ai fedelissimi due imperativi per i prossimi giorni (fino alla domenica elettorale) che somigliano a una tagliola per volpi. Il primo è votare solo i candidati renziani; il messaggio non è neppure troppo clandestino in alcune chat su Facebook. Il secondo è tenere alta l'asticella dell'obiettivo; sotto il 25% non è da considerarsi vittoria. Con il Pd che nei sondaggi coperti flotta un paio di punti sopra lo standard delle politiche (siamo al 21-22%), la sua è una provocazione a Nicola Zingaretti, un escamotage aritmetico per metterlo in imbarazzo e cominciare a vendicarsi dopo la marginalizzazione subìta nelle liste e lo spazio residuale offerto in campagna elettorale. Una campagna che il Pd non ha mai realmente affrontato e che l'ex premier definisce in privato «senza idee, senza coraggio, senz'anima». Caratterizzata dalla foto di Catiuscia Marini, ex governatrice dell'Umbria, che vota sé stessa nella fittizia riconferma; rovinata da un paio di avvisi di garanzia pesanti; ridicolizzata dalla curiosa notizia che uno dei giovani competenti del segretario sarebbe Paolo Cirino Pomicino. Così il cammino di Renzi nella partita di ritorno sembra meno aspro. Così, dal palco dell'Auditorium Fondazione Cariplo di Milano durante un incontro elettorale chiamato pomposamente Reunion (neanche fossero i Pink Floyd), può applaudire convinto Carlo Calenda mentre dice: «Per un anno ci siamo presi ceffoni da chiunque, ma adesso è arrivato il momento di restituirli senza il guanto». Frase in apparenza diretta a Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ma con un retropensiero per la direzione del Pd attuale, così appiattita su migranti ed europeismo da essere incapace di fare politica, di parlare veramente a quel popolo riformista che non vive in sacrestia, nelle assemblee della Cgil e nei centri sociali. Ma sta dentro i gangli della società produttiva. Ai suoi, Renzi va dicendo da tempo, come riferisce Ettore Colombo su Tiscali: «Se ci fossi stato io al timone, al centro della campagna elettorale ci sarebbe stato il Pd. A quelli non ne avrei fatta passare una. Tutti devono fare i conti con me, fuori dal partito ma anche dentro». Renzi è convinto che il Pd sbilanciato a sinistra non abbia futuro e che le Europee non saranno un successo, forse solo un brodino. Si prepara alla «remuntada» e rispolvera due idee sulle quali aveva puntato molto: i millennials e i comitati civici «Ritorno al futuro». I primi sono un suo vecchio pallino: ne aveva portati 20 in direzione nazionale, aveva convinto tutti sull'indispensabile ringiovanimento degli apparati e delle idee. L'Huffington Post li definì «i millennials sotto steroidi». Renzi ci contava. Per poi vedere con disgusto prima Maurizio Martina e poi Zingaretti congelare, accantonare, annichilire i suoi boys a favore dei vecchi burocrati del Bottegone. Per dare un segnale, l'ex premier ha radunato i ragazzi sabato a Roma (provenienti da 18 regioni) sotto la sigla «Think Europe, think millennials». Truppe fresche, truppe cammellate pronte a supportare il leader e solo lui. Non a caso l'evento era riservato ad alcuni candidati alle Europee sostenuti dalla Leopolda (vale a dire, oltre a Calenda, Irene Tinagli, Simona Bonafé, Nicola Danti, Enrico Morando, Pina Picierno) e a parlamentari fedeli alla linea (Luciano Nobili, Anna Ascani). Nessuno spazio, nessuna indulgenza per il Pd Bella Ciao. Una spruzzata di internazionalismo necessario per dare gusto allo spritz da centro storico è sempre rappresentata dalla presenza di Roberto Pontecorvo, punto di riferimento della Fondazione Obama, con la quale Renzi dice di avvertire palpabili affinità. Oltre ai millennials sono tornati in funzione i comitati civici, un migliaio, coordinati da Ettore Rosato e Ivan Scalfarotto, pronti a organizzare inchieste sulle fake news (un'ossessione renziana a senso unico) e a raccogliere adepti con una caratteristica singolare: uomini e donne non del Pd ma favorevoli a Renzi e al renzismo. Tutto ciò dà un senso anche all'ultimo mantra del leader nei giorni preelettorali: «Se il governo va a casa si vota, non esiste un piano B». Pure questa è una frase a nuora perché suocera intenda. Lui sta parlando a Zingaretti e a quella fetta di partito che vorrebbe stringere i 5 stelle nel grande abbraccio progressista. Chiarisce tutto dal palco di Milano: «Sono antidemocratici che predicano la fine della democrazia rappresentativa e sono gestiti da una srl. Non trovo una ragione nell'universo per allearci». A questo punto Renzi spera che il governo non cada, ma continui a litigare fino a quando lui non avrà capito se può di nuovo scalare il Pd senza rischiare epurazioni. Oppure se è arrivato il momento di costruire una cosa sua, in quel centro liquido e deserto che oggi secondo i sondaggisti (sondati dal Foglio) potrebbe valere il 10%. Con Calenda numero due. Gianni e Pinotto, ma senza ironia.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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