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2020-01-18
La Azzolina parla d’altro ma le accuse non si placano: «Tesi scaricata dal Web»
Ansa
Non parlandone lei, spera che la polemica prima o poi si plachi. E così la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina, nelle ultime ore, ha discettato sulle agenzie di «bandi per l'adeguamento normativo antincendio», di fondi per «ambienti innovativi in Sardegna», di relazioni sindacali, di «bonus docenti» e di alunni divisi per censo in un istituto di Roma; senza spendere una parola sul caso che tiene banco da quasi una settimana ormai, e cioè il presunto plagio della sua tesina per la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario della Toscana presso l'Università di Pisa. D'altronde, la diretta interessata aveva a suo modo provato a spegnere l'incendio delle critiche con un video su Facebook, mercoledì scorso, che si concludeva con questo appello: «Per me questo è un capitolo chiuso, mi aspetto delle scuse ma so che non arriveranno». Arriverà invece una interrogazione parlamentare firmata dagli onorevoli leghisti, che non hanno alcuna voglia di mollare la presa. Dopo l'attacco frontale di Matteo Salvini («Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa»), è stato il turno del capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari: «Perché è calato il silenzio nel partito che ha sempre gridato allo scandalo e additato, Azzolina in primis, come mostri gli avversari politici nel nome della trasparenza e dell'onestà?». Anche il sito di Repubblica ha affondato, con un servizio intitolato: «La tesi della ministra Azzolina in vendita sul Web». In effetti, il Movimento 5 stelle, cui appartiene la giovane docente e sindacalista siciliana, è da giorni impegnato in un difficile dribbling per scansare l'imbarazzante doppiopesismo. Furono proprio i grillini, infatti, nel 2018, ad azzannare con ferocia, in una circostanza simile, l'allora ministra della Funzione pubblica, Marianna Madia, accusata di aver copiato la tesi di dottorato e poi «assolta» da una commissione di saggi nominata dalla scuola Imt Alti Studi di Lucca. All'epoca, uno dei più intransigenti fu il deputato Danilo Toninelli nel chiederne l'addio alla poltrona. Adesso, attorno alla ministra dell'Istruzione, tranne una sola sberla di Matteo Renzi agli alleati di governo pentastellati («la Madia fu sottoposta a un processo sui social, sui media, nei talk show. Oggi tutti zitti»), la parola d'ordine è understatement. Tant'è che un'altra ex ministra del Pd, Valeria Fedeli, bersagliata negli anni al governo per il suo controverso curriculum scolastico, ha minimizzato: «Il mio consiglio è chiarire, dire come stanno le cose. Dimissioni? Conterà, come sempre, il modo in cui lei farà la ministra». In altre nazioni, a dire il vero, per accuse di plagio hanno lasciato big della politica come la ministra tedesca dell'Istruzione, Annette Schavan, e il presidente ungherese Pàl Schmitt.
Ma cosa viene contestato, nello specifico, alla esponente del M5s? Il primo a sollevare la questione è stato il linguista Massimo Arcangeli sulle colonne di Repubblica segnalando che il lavoro della Azzolina, dal titolo Un caso di ritardo lieve associato a disturbi depressivi, conteneva numerosi passaggi riprodotti da manuali specialistici in assenza di citazioni e riferimenti bibliografici. In totale, circa 300 parole sulle 9.000 di cui sono composte le 41 pagine della tesina, una sorta di resoconto dell'esperienza del tirocinio svolto presso la Scuola di specializzazione per insegnanti di sostegno (pagata 1.600 euro per due anni). La difesa della Azzolina, come squadernata su Facebook, punta proprio a dimostrare l'impossibilità di paragonare un elaborato finale come il suo, non destinato alla pubblicazione ma alla sola valutazione del docente, a un lavoro originale, frutto della rielaborazione degli studi di un corso di laurea. A tirare fuori la storia, ha ricordato la Azzolina, «è stato un professore universitario, lo stesso che mi ha giudicato al concorso da dirigente scolastico e che, poche ore dopo il mio esame orale, ha pensato bene di pubblicare sulla sua pagina Facebook il mio risultato e quello degli altri candidati. Credo in palese violazione della deontologia professionale». La ministra si riferisce al professor Arcangeli. «Non contento, ha raccontato sulla stampa l'esito di quell'esame riportando una serie di falsità. Per esempio ha detto che io non avevo risposto (lo cito) a “nessuna delle domande d'informatica, al punto da strameritarsi uno zero". Faccio presente, che la domanda era una e soltanto una. Non mi pare un'imprecisione da poco. E, ridicolizzando il mio orale, mi ha buttato in pasto agli odiatori di Matteo Salvini su Facebook. Sono stata ricoperta di frasi sessiste. È lo stesso professore che da giorni ha inondato, letteralmente inondato, le sue pagine social di post contro di me». Un contrappasso dantesco quasi beffardo per il mondo grillino che della gogna online è stato cattivo maestro in tempi non troppo remoti.
Il governo si tiene da parte il Mes mentre aspetta l’esito delle elezioni
Dopo più di un mese di silenzio, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità fa capolino nel dibattito a livello nazionale e continentale. E ancora una volta il tema promette di movimentare l'agone politico, proprio come successo tra novembre e dicembre, quando la poltrona del premier Giuseppe Conte ha traballato sotto i colpi degli attacchi della Lega. Dal momento che sono trascorse alcune settimane, è doveroso fare un riassunto delle puntate precedenti. Quando a giugno dell'anno passato Conte si è presentato in aula, il mandato politico era fin troppo chiaro: bloccare la riforma prima che fosse troppo tardi. Pure a detta di insospettabili esperti - tanto per citarne alcuni: la «signora del debito pubblico» Maria Cannata, l'ex senatore dem Giampaolo Galli e l'accademico della Luiss Marcello Messori - infatti la revisione del fondo salva Stati avrebbe reso l'iter per la ristrutturazione del debito fin troppo semplice per un Paese che come il nostro presenta livelli di debito pubblico tanto elevati. Una trappola perfetta, al punto che alla vigilia del Consiglio europeo anche il Pd ebbe da ridire in aula: «Forse lei non si è accorto che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano», tuonava dai banchi di Montecitorio la deputata dem Lia Quartapelle.
Da qui la genialata del premier Conte di introdurre la «logica di pacchetto», ovvero legare la riforma del Mes al completamento dell'unione bancaria, e in particolare all'introduzione della garanzia comune sui depositi (Edis). L'ultimo passaggio a metà dicembre, con la decisione da parte dei rappresentanti dei Paesi dell'area euro di incaricare «l'Eurogruppo di continuare a lavorare sul pacchetto di riforme del Mes», nonché «di proseguire i lavori su tutti gli elementi dell'ulteriore rafforzamento dell'unione bancaria, su base consensuale». Un semplice gioco di parole (la bozza originaria, anziché «continuare», riportava il lemma «concludere») è bastato perché Giuseppi stappasse lo spumante anzitempo.
Ma come dicevamo la riforma del Mes è di nuovo lì dietro l'angolo, pronta per essere licenziata in sordina proprio quando nessuno se l'aspetta. Nella scaletta dell'Eurogruppo in programma per lunedì 20 è scritto nero su bianco: i ministri partecipanti discuteranno, tra le altre cose, la «strada da seguire» per la revisione del Meccanismo europeo di stabilità. Gli impatti sulla politica nostrana non sono ancora quantificabili con precisione. Non è un caso se qualche giorno fa l'autorevole Financial Times ha deciso di spiegare in lungo e in largo la profonda connessione tra la vicenda della riforma del Mes e il destino del governo Conte. Grazie alla battaglia messa in atto da Matteo Salvini, «Roma è risultato essere l'ostacolo principale per l'approvazione delle due riforme principali che interessano la moneta unica: il potenziamento del Mes per i governi in difficoltà, e il completamento dell'unione bancaria», scrive il quotidiano economico londinese. Un passaggio chiave è rappresentato dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna, in programma per il 26 gennaio. L'esecutivo giallorosso è in cerca di conferme e il commento di Lucrezia Reichlin per il Ft lo dimostra: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato per il governo diventerebbe più semplice». Un commento sibillino che si sposa con le indiscrezioni riportate da Reuters in questi ultimi giorni. Secondo l'agenzia di stampa, infatti, la discussione sulla riforma rimarrebbe «congelata almeno fino a marzo», dal momento che «i governi sono ancora divisi sui dettagli tecnici della ristrutturazione dei titoli sovrani». Rinviare i lavori di qualche mese rappresenterebbe una bella «manina» nei confronti del governo amico di Roma: approvare tra pochi giorni la riforma del Mes rischierebbe di aizzare nuovamente la Lega contro i giallorossi, condizionando potenzialmente l'esito del voto.
Senza voler sminuire l'importanza di queste elezioni, pare davvero azzardato legare l'esito di una consultazione locale all'approvazione di una riforma tanto importante per la vita dei cittadini europei. Ma la vera domanda che bisognerebbe porsi riguarda semmai chi nelle ultime settimane sta decidendo che cosa riguardo a una tematica così scottante, e sulla quale il Parlamento si è espresso in maniera assai chiara. Mettere in pausa la riforma significa solo spostare il problema di qualche mese, magari solo per attendere che l'opinione pubblica si sia dimenticata dei rischi per il Paese. Nel frattempo, uno studio pubblicato lunedì dalla Banca centrale europea conferma quanto La Verità dice ormai da molti mesi: l'introduzione delle clausole di azione collettiva (Cac) a maggioranza singola voluto dalla riforma facilita la ristrutturazione del debito. Consola solo il fatto che se in futuro dovessimo trovarci nei guai almeno sapremo con chi prendercela.
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Dopo le polemiche sulla sua laurea, la ministra grillina fa annunci su bonus docenti e sistemi antincendio. Intanto è in arrivo un'interrogazione parlamentare della Lega.Secondo indiscrezioni, il provvedimento resterà congelato fino a marzo. Lucrezia Reichlin sul «Financial Times»: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato diverrà più semplice per l'esecutivo giallorosso».Lo speciale contiene due articoli Non parlandone lei, spera che la polemica prima o poi si plachi. E così la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina, nelle ultime ore, ha discettato sulle agenzie di «bandi per l'adeguamento normativo antincendio», di fondi per «ambienti innovativi in Sardegna», di relazioni sindacali, di «bonus docenti» e di alunni divisi per censo in un istituto di Roma; senza spendere una parola sul caso che tiene banco da quasi una settimana ormai, e cioè il presunto plagio della sua tesina per la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario della Toscana presso l'Università di Pisa. D'altronde, la diretta interessata aveva a suo modo provato a spegnere l'incendio delle critiche con un video su Facebook, mercoledì scorso, che si concludeva con questo appello: «Per me questo è un capitolo chiuso, mi aspetto delle scuse ma so che non arriveranno». Arriverà invece una interrogazione parlamentare firmata dagli onorevoli leghisti, che non hanno alcuna voglia di mollare la presa. Dopo l'attacco frontale di Matteo Salvini («Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa»), è stato il turno del capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari: «Perché è calato il silenzio nel partito che ha sempre gridato allo scandalo e additato, Azzolina in primis, come mostri gli avversari politici nel nome della trasparenza e dell'onestà?». Anche il sito di Repubblica ha affondato, con un servizio intitolato: «La tesi della ministra Azzolina in vendita sul Web». In effetti, il Movimento 5 stelle, cui appartiene la giovane docente e sindacalista siciliana, è da giorni impegnato in un difficile dribbling per scansare l'imbarazzante doppiopesismo. Furono proprio i grillini, infatti, nel 2018, ad azzannare con ferocia, in una circostanza simile, l'allora ministra della Funzione pubblica, Marianna Madia, accusata di aver copiato la tesi di dottorato e poi «assolta» da una commissione di saggi nominata dalla scuola Imt Alti Studi di Lucca. All'epoca, uno dei più intransigenti fu il deputato Danilo Toninelli nel chiederne l'addio alla poltrona. Adesso, attorno alla ministra dell'Istruzione, tranne una sola sberla di Matteo Renzi agli alleati di governo pentastellati («la Madia fu sottoposta a un processo sui social, sui media, nei talk show. Oggi tutti zitti»), la parola d'ordine è understatement. Tant'è che un'altra ex ministra del Pd, Valeria Fedeli, bersagliata negli anni al governo per il suo controverso curriculum scolastico, ha minimizzato: «Il mio consiglio è chiarire, dire come stanno le cose. Dimissioni? Conterà, come sempre, il modo in cui lei farà la ministra». In altre nazioni, a dire il vero, per accuse di plagio hanno lasciato big della politica come la ministra tedesca dell'Istruzione, Annette Schavan, e il presidente ungherese Pàl Schmitt.Ma cosa viene contestato, nello specifico, alla esponente del M5s? Il primo a sollevare la questione è stato il linguista Massimo Arcangeli sulle colonne di Repubblica segnalando che il lavoro della Azzolina, dal titolo Un caso di ritardo lieve associato a disturbi depressivi, conteneva numerosi passaggi riprodotti da manuali specialistici in assenza di citazioni e riferimenti bibliografici. In totale, circa 300 parole sulle 9.000 di cui sono composte le 41 pagine della tesina, una sorta di resoconto dell'esperienza del tirocinio svolto presso la Scuola di specializzazione per insegnanti di sostegno (pagata 1.600 euro per due anni). La difesa della Azzolina, come squadernata su Facebook, punta proprio a dimostrare l'impossibilità di paragonare un elaborato finale come il suo, non destinato alla pubblicazione ma alla sola valutazione del docente, a un lavoro originale, frutto della rielaborazione degli studi di un corso di laurea. A tirare fuori la storia, ha ricordato la Azzolina, «è stato un professore universitario, lo stesso che mi ha giudicato al concorso da dirigente scolastico e che, poche ore dopo il mio esame orale, ha pensato bene di pubblicare sulla sua pagina Facebook il mio risultato e quello degli altri candidati. Credo in palese violazione della deontologia professionale». La ministra si riferisce al professor Arcangeli. «Non contento, ha raccontato sulla stampa l'esito di quell'esame riportando una serie di falsità. Per esempio ha detto che io non avevo risposto (lo cito) a “nessuna delle domande d'informatica, al punto da strameritarsi uno zero". Faccio presente, che la domanda era una e soltanto una. Non mi pare un'imprecisione da poco. E, ridicolizzando il mio orale, mi ha buttato in pasto agli odiatori di Matteo Salvini su Facebook. Sono stata ricoperta di frasi sessiste. È lo stesso professore che da giorni ha inondato, letteralmente inondato, le sue pagine social di post contro di me». Un contrappasso dantesco quasi beffardo per il mondo grillino che della gogna online è stato cattivo maestro in tempi non troppo remoti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-azzolina-parla-daltro-ma-le-accuse-non-si-placano-tesi-scaricata-dal-web-2644844734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-si-tiene-da-parte-il-mes-mentre-aspetta-lesito-delle-elezioni" data-post-id="2644844734" data-published-at="1779980477" data-use-pagination="False"> Il governo si tiene da parte il Mes mentre aspetta l’esito delle elezioni Dopo più di un mese di silenzio, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità fa capolino nel dibattito a livello nazionale e continentale. E ancora una volta il tema promette di movimentare l'agone politico, proprio come successo tra novembre e dicembre, quando la poltrona del premier Giuseppe Conte ha traballato sotto i colpi degli attacchi della Lega. Dal momento che sono trascorse alcune settimane, è doveroso fare un riassunto delle puntate precedenti. Quando a giugno dell'anno passato Conte si è presentato in aula, il mandato politico era fin troppo chiaro: bloccare la riforma prima che fosse troppo tardi. Pure a detta di insospettabili esperti - tanto per citarne alcuni: la «signora del debito pubblico» Maria Cannata, l'ex senatore dem Giampaolo Galli e l'accademico della Luiss Marcello Messori - infatti la revisione del fondo salva Stati avrebbe reso l'iter per la ristrutturazione del debito fin troppo semplice per un Paese che come il nostro presenta livelli di debito pubblico tanto elevati. Una trappola perfetta, al punto che alla vigilia del Consiglio europeo anche il Pd ebbe da ridire in aula: «Forse lei non si è accorto che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano», tuonava dai banchi di Montecitorio la deputata dem Lia Quartapelle.Da qui la genialata del premier Conte di introdurre la «logica di pacchetto», ovvero legare la riforma del Mes al completamento dell'unione bancaria, e in particolare all'introduzione della garanzia comune sui depositi (Edis). L'ultimo passaggio a metà dicembre, con la decisione da parte dei rappresentanti dei Paesi dell'area euro di incaricare «l'Eurogruppo di continuare a lavorare sul pacchetto di riforme del Mes», nonché «di proseguire i lavori su tutti gli elementi dell'ulteriore rafforzamento dell'unione bancaria, su base consensuale». Un semplice gioco di parole (la bozza originaria, anziché «continuare», riportava il lemma «concludere») è bastato perché Giuseppi stappasse lo spumante anzitempo.Ma come dicevamo la riforma del Mes è di nuovo lì dietro l'angolo, pronta per essere licenziata in sordina proprio quando nessuno se l'aspetta. Nella scaletta dell'Eurogruppo in programma per lunedì 20 è scritto nero su bianco: i ministri partecipanti discuteranno, tra le altre cose, la «strada da seguire» per la revisione del Meccanismo europeo di stabilità. Gli impatti sulla politica nostrana non sono ancora quantificabili con precisione. Non è un caso se qualche giorno fa l'autorevole Financial Times ha deciso di spiegare in lungo e in largo la profonda connessione tra la vicenda della riforma del Mes e il destino del governo Conte. Grazie alla battaglia messa in atto da Matteo Salvini, «Roma è risultato essere l'ostacolo principale per l'approvazione delle due riforme principali che interessano la moneta unica: il potenziamento del Mes per i governi in difficoltà, e il completamento dell'unione bancaria», scrive il quotidiano economico londinese. Un passaggio chiave è rappresentato dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna, in programma per il 26 gennaio. L'esecutivo giallorosso è in cerca di conferme e il commento di Lucrezia Reichlin per il Ft lo dimostra: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato per il governo diventerebbe più semplice». Un commento sibillino che si sposa con le indiscrezioni riportate da Reuters in questi ultimi giorni. Secondo l'agenzia di stampa, infatti, la discussione sulla riforma rimarrebbe «congelata almeno fino a marzo», dal momento che «i governi sono ancora divisi sui dettagli tecnici della ristrutturazione dei titoli sovrani». Rinviare i lavori di qualche mese rappresenterebbe una bella «manina» nei confronti del governo amico di Roma: approvare tra pochi giorni la riforma del Mes rischierebbe di aizzare nuovamente la Lega contro i giallorossi, condizionando potenzialmente l'esito del voto.Senza voler sminuire l'importanza di queste elezioni, pare davvero azzardato legare l'esito di una consultazione locale all'approvazione di una riforma tanto importante per la vita dei cittadini europei. Ma la vera domanda che bisognerebbe porsi riguarda semmai chi nelle ultime settimane sta decidendo che cosa riguardo a una tematica così scottante, e sulla quale il Parlamento si è espresso in maniera assai chiara. Mettere in pausa la riforma significa solo spostare il problema di qualche mese, magari solo per attendere che l'opinione pubblica si sia dimenticata dei rischi per il Paese. Nel frattempo, uno studio pubblicato lunedì dalla Banca centrale europea conferma quanto La Verità dice ormai da molti mesi: l'introduzione delle clausole di azione collettiva (Cac) a maggioranza singola voluto dalla riforma facilita la ristrutturazione del debito. Consola solo il fatto che se in futuro dovessimo trovarci nei guai almeno sapremo con chi prendercela.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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