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2020-01-18
La Azzolina parla d’altro ma le accuse non si placano: «Tesi scaricata dal Web»
Ansa
Non parlandone lei, spera che la polemica prima o poi si plachi. E così la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina, nelle ultime ore, ha discettato sulle agenzie di «bandi per l'adeguamento normativo antincendio», di fondi per «ambienti innovativi in Sardegna», di relazioni sindacali, di «bonus docenti» e di alunni divisi per censo in un istituto di Roma; senza spendere una parola sul caso che tiene banco da quasi una settimana ormai, e cioè il presunto plagio della sua tesina per la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario della Toscana presso l'Università di Pisa. D'altronde, la diretta interessata aveva a suo modo provato a spegnere l'incendio delle critiche con un video su Facebook, mercoledì scorso, che si concludeva con questo appello: «Per me questo è un capitolo chiuso, mi aspetto delle scuse ma so che non arriveranno». Arriverà invece una interrogazione parlamentare firmata dagli onorevoli leghisti, che non hanno alcuna voglia di mollare la presa. Dopo l'attacco frontale di Matteo Salvini («Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa»), è stato il turno del capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari: «Perché è calato il silenzio nel partito che ha sempre gridato allo scandalo e additato, Azzolina in primis, come mostri gli avversari politici nel nome della trasparenza e dell'onestà?». Anche il sito di Repubblica ha affondato, con un servizio intitolato: «La tesi della ministra Azzolina in vendita sul Web». In effetti, il Movimento 5 stelle, cui appartiene la giovane docente e sindacalista siciliana, è da giorni impegnato in un difficile dribbling per scansare l'imbarazzante doppiopesismo. Furono proprio i grillini, infatti, nel 2018, ad azzannare con ferocia, in una circostanza simile, l'allora ministra della Funzione pubblica, Marianna Madia, accusata di aver copiato la tesi di dottorato e poi «assolta» da una commissione di saggi nominata dalla scuola Imt Alti Studi di Lucca. All'epoca, uno dei più intransigenti fu il deputato Danilo Toninelli nel chiederne l'addio alla poltrona. Adesso, attorno alla ministra dell'Istruzione, tranne una sola sberla di Matteo Renzi agli alleati di governo pentastellati («la Madia fu sottoposta a un processo sui social, sui media, nei talk show. Oggi tutti zitti»), la parola d'ordine è understatement. Tant'è che un'altra ex ministra del Pd, Valeria Fedeli, bersagliata negli anni al governo per il suo controverso curriculum scolastico, ha minimizzato: «Il mio consiglio è chiarire, dire come stanno le cose. Dimissioni? Conterà, come sempre, il modo in cui lei farà la ministra». In altre nazioni, a dire il vero, per accuse di plagio hanno lasciato big della politica come la ministra tedesca dell'Istruzione, Annette Schavan, e il presidente ungherese Pàl Schmitt.
Ma cosa viene contestato, nello specifico, alla esponente del M5s? Il primo a sollevare la questione è stato il linguista Massimo Arcangeli sulle colonne di Repubblica segnalando che il lavoro della Azzolina, dal titolo Un caso di ritardo lieve associato a disturbi depressivi, conteneva numerosi passaggi riprodotti da manuali specialistici in assenza di citazioni e riferimenti bibliografici. In totale, circa 300 parole sulle 9.000 di cui sono composte le 41 pagine della tesina, una sorta di resoconto dell'esperienza del tirocinio svolto presso la Scuola di specializzazione per insegnanti di sostegno (pagata 1.600 euro per due anni). La difesa della Azzolina, come squadernata su Facebook, punta proprio a dimostrare l'impossibilità di paragonare un elaborato finale come il suo, non destinato alla pubblicazione ma alla sola valutazione del docente, a un lavoro originale, frutto della rielaborazione degli studi di un corso di laurea. A tirare fuori la storia, ha ricordato la Azzolina, «è stato un professore universitario, lo stesso che mi ha giudicato al concorso da dirigente scolastico e che, poche ore dopo il mio esame orale, ha pensato bene di pubblicare sulla sua pagina Facebook il mio risultato e quello degli altri candidati. Credo in palese violazione della deontologia professionale». La ministra si riferisce al professor Arcangeli. «Non contento, ha raccontato sulla stampa l'esito di quell'esame riportando una serie di falsità. Per esempio ha detto che io non avevo risposto (lo cito) a “nessuna delle domande d'informatica, al punto da strameritarsi uno zero". Faccio presente, che la domanda era una e soltanto una. Non mi pare un'imprecisione da poco. E, ridicolizzando il mio orale, mi ha buttato in pasto agli odiatori di Matteo Salvini su Facebook. Sono stata ricoperta di frasi sessiste. È lo stesso professore che da giorni ha inondato, letteralmente inondato, le sue pagine social di post contro di me». Un contrappasso dantesco quasi beffardo per il mondo grillino che della gogna online è stato cattivo maestro in tempi non troppo remoti.
Il governo si tiene da parte il Mes mentre aspetta l’esito delle elezioni
Dopo più di un mese di silenzio, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità fa capolino nel dibattito a livello nazionale e continentale. E ancora una volta il tema promette di movimentare l'agone politico, proprio come successo tra novembre e dicembre, quando la poltrona del premier Giuseppe Conte ha traballato sotto i colpi degli attacchi della Lega. Dal momento che sono trascorse alcune settimane, è doveroso fare un riassunto delle puntate precedenti. Quando a giugno dell'anno passato Conte si è presentato in aula, il mandato politico era fin troppo chiaro: bloccare la riforma prima che fosse troppo tardi. Pure a detta di insospettabili esperti - tanto per citarne alcuni: la «signora del debito pubblico» Maria Cannata, l'ex senatore dem Giampaolo Galli e l'accademico della Luiss Marcello Messori - infatti la revisione del fondo salva Stati avrebbe reso l'iter per la ristrutturazione del debito fin troppo semplice per un Paese che come il nostro presenta livelli di debito pubblico tanto elevati. Una trappola perfetta, al punto che alla vigilia del Consiglio europeo anche il Pd ebbe da ridire in aula: «Forse lei non si è accorto che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano», tuonava dai banchi di Montecitorio la deputata dem Lia Quartapelle.
Da qui la genialata del premier Conte di introdurre la «logica di pacchetto», ovvero legare la riforma del Mes al completamento dell'unione bancaria, e in particolare all'introduzione della garanzia comune sui depositi (Edis). L'ultimo passaggio a metà dicembre, con la decisione da parte dei rappresentanti dei Paesi dell'area euro di incaricare «l'Eurogruppo di continuare a lavorare sul pacchetto di riforme del Mes», nonché «di proseguire i lavori su tutti gli elementi dell'ulteriore rafforzamento dell'unione bancaria, su base consensuale». Un semplice gioco di parole (la bozza originaria, anziché «continuare», riportava il lemma «concludere») è bastato perché Giuseppi stappasse lo spumante anzitempo.
Ma come dicevamo la riforma del Mes è di nuovo lì dietro l'angolo, pronta per essere licenziata in sordina proprio quando nessuno se l'aspetta. Nella scaletta dell'Eurogruppo in programma per lunedì 20 è scritto nero su bianco: i ministri partecipanti discuteranno, tra le altre cose, la «strada da seguire» per la revisione del Meccanismo europeo di stabilità. Gli impatti sulla politica nostrana non sono ancora quantificabili con precisione. Non è un caso se qualche giorno fa l'autorevole Financial Times ha deciso di spiegare in lungo e in largo la profonda connessione tra la vicenda della riforma del Mes e il destino del governo Conte. Grazie alla battaglia messa in atto da Matteo Salvini, «Roma è risultato essere l'ostacolo principale per l'approvazione delle due riforme principali che interessano la moneta unica: il potenziamento del Mes per i governi in difficoltà, e il completamento dell'unione bancaria», scrive il quotidiano economico londinese. Un passaggio chiave è rappresentato dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna, in programma per il 26 gennaio. L'esecutivo giallorosso è in cerca di conferme e il commento di Lucrezia Reichlin per il Ft lo dimostra: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato per il governo diventerebbe più semplice». Un commento sibillino che si sposa con le indiscrezioni riportate da Reuters in questi ultimi giorni. Secondo l'agenzia di stampa, infatti, la discussione sulla riforma rimarrebbe «congelata almeno fino a marzo», dal momento che «i governi sono ancora divisi sui dettagli tecnici della ristrutturazione dei titoli sovrani». Rinviare i lavori di qualche mese rappresenterebbe una bella «manina» nei confronti del governo amico di Roma: approvare tra pochi giorni la riforma del Mes rischierebbe di aizzare nuovamente la Lega contro i giallorossi, condizionando potenzialmente l'esito del voto.
Senza voler sminuire l'importanza di queste elezioni, pare davvero azzardato legare l'esito di una consultazione locale all'approvazione di una riforma tanto importante per la vita dei cittadini europei. Ma la vera domanda che bisognerebbe porsi riguarda semmai chi nelle ultime settimane sta decidendo che cosa riguardo a una tematica così scottante, e sulla quale il Parlamento si è espresso in maniera assai chiara. Mettere in pausa la riforma significa solo spostare il problema di qualche mese, magari solo per attendere che l'opinione pubblica si sia dimenticata dei rischi per il Paese. Nel frattempo, uno studio pubblicato lunedì dalla Banca centrale europea conferma quanto La Verità dice ormai da molti mesi: l'introduzione delle clausole di azione collettiva (Cac) a maggioranza singola voluto dalla riforma facilita la ristrutturazione del debito. Consola solo il fatto che se in futuro dovessimo trovarci nei guai almeno sapremo con chi prendercela.
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Dopo le polemiche sulla sua laurea, la ministra grillina fa annunci su bonus docenti e sistemi antincendio. Intanto è in arrivo un'interrogazione parlamentare della Lega.Secondo indiscrezioni, il provvedimento resterà congelato fino a marzo. Lucrezia Reichlin sul «Financial Times»: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato diverrà più semplice per l'esecutivo giallorosso».Lo speciale contiene due articoli Non parlandone lei, spera che la polemica prima o poi si plachi. E così la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina, nelle ultime ore, ha discettato sulle agenzie di «bandi per l'adeguamento normativo antincendio», di fondi per «ambienti innovativi in Sardegna», di relazioni sindacali, di «bonus docenti» e di alunni divisi per censo in un istituto di Roma; senza spendere una parola sul caso che tiene banco da quasi una settimana ormai, e cioè il presunto plagio della sua tesina per la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario della Toscana presso l'Università di Pisa. D'altronde, la diretta interessata aveva a suo modo provato a spegnere l'incendio delle critiche con un video su Facebook, mercoledì scorso, che si concludeva con questo appello: «Per me questo è un capitolo chiuso, mi aspetto delle scuse ma so che non arriveranno». Arriverà invece una interrogazione parlamentare firmata dagli onorevoli leghisti, che non hanno alcuna voglia di mollare la presa. Dopo l'attacco frontale di Matteo Salvini («Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa»), è stato il turno del capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari: «Perché è calato il silenzio nel partito che ha sempre gridato allo scandalo e additato, Azzolina in primis, come mostri gli avversari politici nel nome della trasparenza e dell'onestà?». Anche il sito di Repubblica ha affondato, con un servizio intitolato: «La tesi della ministra Azzolina in vendita sul Web». In effetti, il Movimento 5 stelle, cui appartiene la giovane docente e sindacalista siciliana, è da giorni impegnato in un difficile dribbling per scansare l'imbarazzante doppiopesismo. Furono proprio i grillini, infatti, nel 2018, ad azzannare con ferocia, in una circostanza simile, l'allora ministra della Funzione pubblica, Marianna Madia, accusata di aver copiato la tesi di dottorato e poi «assolta» da una commissione di saggi nominata dalla scuola Imt Alti Studi di Lucca. All'epoca, uno dei più intransigenti fu il deputato Danilo Toninelli nel chiederne l'addio alla poltrona. Adesso, attorno alla ministra dell'Istruzione, tranne una sola sberla di Matteo Renzi agli alleati di governo pentastellati («la Madia fu sottoposta a un processo sui social, sui media, nei talk show. Oggi tutti zitti»), la parola d'ordine è understatement. Tant'è che un'altra ex ministra del Pd, Valeria Fedeli, bersagliata negli anni al governo per il suo controverso curriculum scolastico, ha minimizzato: «Il mio consiglio è chiarire, dire come stanno le cose. Dimissioni? Conterà, come sempre, il modo in cui lei farà la ministra». In altre nazioni, a dire il vero, per accuse di plagio hanno lasciato big della politica come la ministra tedesca dell'Istruzione, Annette Schavan, e il presidente ungherese Pàl Schmitt.Ma cosa viene contestato, nello specifico, alla esponente del M5s? Il primo a sollevare la questione è stato il linguista Massimo Arcangeli sulle colonne di Repubblica segnalando che il lavoro della Azzolina, dal titolo Un caso di ritardo lieve associato a disturbi depressivi, conteneva numerosi passaggi riprodotti da manuali specialistici in assenza di citazioni e riferimenti bibliografici. In totale, circa 300 parole sulle 9.000 di cui sono composte le 41 pagine della tesina, una sorta di resoconto dell'esperienza del tirocinio svolto presso la Scuola di specializzazione per insegnanti di sostegno (pagata 1.600 euro per due anni). La difesa della Azzolina, come squadernata su Facebook, punta proprio a dimostrare l'impossibilità di paragonare un elaborato finale come il suo, non destinato alla pubblicazione ma alla sola valutazione del docente, a un lavoro originale, frutto della rielaborazione degli studi di un corso di laurea. A tirare fuori la storia, ha ricordato la Azzolina, «è stato un professore universitario, lo stesso che mi ha giudicato al concorso da dirigente scolastico e che, poche ore dopo il mio esame orale, ha pensato bene di pubblicare sulla sua pagina Facebook il mio risultato e quello degli altri candidati. Credo in palese violazione della deontologia professionale». La ministra si riferisce al professor Arcangeli. «Non contento, ha raccontato sulla stampa l'esito di quell'esame riportando una serie di falsità. Per esempio ha detto che io non avevo risposto (lo cito) a “nessuna delle domande d'informatica, al punto da strameritarsi uno zero". Faccio presente, che la domanda era una e soltanto una. Non mi pare un'imprecisione da poco. E, ridicolizzando il mio orale, mi ha buttato in pasto agli odiatori di Matteo Salvini su Facebook. Sono stata ricoperta di frasi sessiste. È lo stesso professore che da giorni ha inondato, letteralmente inondato, le sue pagine social di post contro di me». Un contrappasso dantesco quasi beffardo per il mondo grillino che della gogna online è stato cattivo maestro in tempi non troppo remoti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-azzolina-parla-daltro-ma-le-accuse-non-si-placano-tesi-scaricata-dal-web-2644844734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-si-tiene-da-parte-il-mes-mentre-aspetta-lesito-delle-elezioni" data-post-id="2644844734" data-published-at="1779190155" data-use-pagination="False"> Il governo si tiene da parte il Mes mentre aspetta l’esito delle elezioni Dopo più di un mese di silenzio, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità fa capolino nel dibattito a livello nazionale e continentale. E ancora una volta il tema promette di movimentare l'agone politico, proprio come successo tra novembre e dicembre, quando la poltrona del premier Giuseppe Conte ha traballato sotto i colpi degli attacchi della Lega. Dal momento che sono trascorse alcune settimane, è doveroso fare un riassunto delle puntate precedenti. Quando a giugno dell'anno passato Conte si è presentato in aula, il mandato politico era fin troppo chiaro: bloccare la riforma prima che fosse troppo tardi. Pure a detta di insospettabili esperti - tanto per citarne alcuni: la «signora del debito pubblico» Maria Cannata, l'ex senatore dem Giampaolo Galli e l'accademico della Luiss Marcello Messori - infatti la revisione del fondo salva Stati avrebbe reso l'iter per la ristrutturazione del debito fin troppo semplice per un Paese che come il nostro presenta livelli di debito pubblico tanto elevati. Una trappola perfetta, al punto che alla vigilia del Consiglio europeo anche il Pd ebbe da ridire in aula: «Forse lei non si è accorto che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano», tuonava dai banchi di Montecitorio la deputata dem Lia Quartapelle.Da qui la genialata del premier Conte di introdurre la «logica di pacchetto», ovvero legare la riforma del Mes al completamento dell'unione bancaria, e in particolare all'introduzione della garanzia comune sui depositi (Edis). L'ultimo passaggio a metà dicembre, con la decisione da parte dei rappresentanti dei Paesi dell'area euro di incaricare «l'Eurogruppo di continuare a lavorare sul pacchetto di riforme del Mes», nonché «di proseguire i lavori su tutti gli elementi dell'ulteriore rafforzamento dell'unione bancaria, su base consensuale». Un semplice gioco di parole (la bozza originaria, anziché «continuare», riportava il lemma «concludere») è bastato perché Giuseppi stappasse lo spumante anzitempo.Ma come dicevamo la riforma del Mes è di nuovo lì dietro l'angolo, pronta per essere licenziata in sordina proprio quando nessuno se l'aspetta. Nella scaletta dell'Eurogruppo in programma per lunedì 20 è scritto nero su bianco: i ministri partecipanti discuteranno, tra le altre cose, la «strada da seguire» per la revisione del Meccanismo europeo di stabilità. Gli impatti sulla politica nostrana non sono ancora quantificabili con precisione. Non è un caso se qualche giorno fa l'autorevole Financial Times ha deciso di spiegare in lungo e in largo la profonda connessione tra la vicenda della riforma del Mes e il destino del governo Conte. Grazie alla battaglia messa in atto da Matteo Salvini, «Roma è risultato essere l'ostacolo principale per l'approvazione delle due riforme principali che interessano la moneta unica: il potenziamento del Mes per i governi in difficoltà, e il completamento dell'unione bancaria», scrive il quotidiano economico londinese. Un passaggio chiave è rappresentato dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna, in programma per il 26 gennaio. L'esecutivo giallorosso è in cerca di conferme e il commento di Lucrezia Reichlin per il Ft lo dimostra: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato per il governo diventerebbe più semplice». Un commento sibillino che si sposa con le indiscrezioni riportate da Reuters in questi ultimi giorni. Secondo l'agenzia di stampa, infatti, la discussione sulla riforma rimarrebbe «congelata almeno fino a marzo», dal momento che «i governi sono ancora divisi sui dettagli tecnici della ristrutturazione dei titoli sovrani». Rinviare i lavori di qualche mese rappresenterebbe una bella «manina» nei confronti del governo amico di Roma: approvare tra pochi giorni la riforma del Mes rischierebbe di aizzare nuovamente la Lega contro i giallorossi, condizionando potenzialmente l'esito del voto.Senza voler sminuire l'importanza di queste elezioni, pare davvero azzardato legare l'esito di una consultazione locale all'approvazione di una riforma tanto importante per la vita dei cittadini europei. Ma la vera domanda che bisognerebbe porsi riguarda semmai chi nelle ultime settimane sta decidendo che cosa riguardo a una tematica così scottante, e sulla quale il Parlamento si è espresso in maniera assai chiara. Mettere in pausa la riforma significa solo spostare il problema di qualche mese, magari solo per attendere che l'opinione pubblica si sia dimenticata dei rischi per il Paese. Nel frattempo, uno studio pubblicato lunedì dalla Banca centrale europea conferma quanto La Verità dice ormai da molti mesi: l'introduzione delle clausole di azione collettiva (Cac) a maggioranza singola voluto dalla riforma facilita la ristrutturazione del debito. Consola solo il fatto che se in futuro dovessimo trovarci nei guai almeno sapremo con chi prendercela.
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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