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2020-01-18
La Azzolina parla d’altro ma le accuse non si placano: «Tesi scaricata dal Web»
Ansa
Non parlandone lei, spera che la polemica prima o poi si plachi. E così la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina, nelle ultime ore, ha discettato sulle agenzie di «bandi per l'adeguamento normativo antincendio», di fondi per «ambienti innovativi in Sardegna», di relazioni sindacali, di «bonus docenti» e di alunni divisi per censo in un istituto di Roma; senza spendere una parola sul caso che tiene banco da quasi una settimana ormai, e cioè il presunto plagio della sua tesina per la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario della Toscana presso l'Università di Pisa. D'altronde, la diretta interessata aveva a suo modo provato a spegnere l'incendio delle critiche con un video su Facebook, mercoledì scorso, che si concludeva con questo appello: «Per me questo è un capitolo chiuso, mi aspetto delle scuse ma so che non arriveranno». Arriverà invece una interrogazione parlamentare firmata dagli onorevoli leghisti, che non hanno alcuna voglia di mollare la presa. Dopo l'attacco frontale di Matteo Salvini («Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa»), è stato il turno del capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari: «Perché è calato il silenzio nel partito che ha sempre gridato allo scandalo e additato, Azzolina in primis, come mostri gli avversari politici nel nome della trasparenza e dell'onestà?». Anche il sito di Repubblica ha affondato, con un servizio intitolato: «La tesi della ministra Azzolina in vendita sul Web». In effetti, il Movimento 5 stelle, cui appartiene la giovane docente e sindacalista siciliana, è da giorni impegnato in un difficile dribbling per scansare l'imbarazzante doppiopesismo. Furono proprio i grillini, infatti, nel 2018, ad azzannare con ferocia, in una circostanza simile, l'allora ministra della Funzione pubblica, Marianna Madia, accusata di aver copiato la tesi di dottorato e poi «assolta» da una commissione di saggi nominata dalla scuola Imt Alti Studi di Lucca. All'epoca, uno dei più intransigenti fu il deputato Danilo Toninelli nel chiederne l'addio alla poltrona. Adesso, attorno alla ministra dell'Istruzione, tranne una sola sberla di Matteo Renzi agli alleati di governo pentastellati («la Madia fu sottoposta a un processo sui social, sui media, nei talk show. Oggi tutti zitti»), la parola d'ordine è understatement. Tant'è che un'altra ex ministra del Pd, Valeria Fedeli, bersagliata negli anni al governo per il suo controverso curriculum scolastico, ha minimizzato: «Il mio consiglio è chiarire, dire come stanno le cose. Dimissioni? Conterà, come sempre, il modo in cui lei farà la ministra». In altre nazioni, a dire il vero, per accuse di plagio hanno lasciato big della politica come la ministra tedesca dell'Istruzione, Annette Schavan, e il presidente ungherese Pàl Schmitt.
Ma cosa viene contestato, nello specifico, alla esponente del M5s? Il primo a sollevare la questione è stato il linguista Massimo Arcangeli sulle colonne di Repubblica segnalando che il lavoro della Azzolina, dal titolo Un caso di ritardo lieve associato a disturbi depressivi, conteneva numerosi passaggi riprodotti da manuali specialistici in assenza di citazioni e riferimenti bibliografici. In totale, circa 300 parole sulle 9.000 di cui sono composte le 41 pagine della tesina, una sorta di resoconto dell'esperienza del tirocinio svolto presso la Scuola di specializzazione per insegnanti di sostegno (pagata 1.600 euro per due anni). La difesa della Azzolina, come squadernata su Facebook, punta proprio a dimostrare l'impossibilità di paragonare un elaborato finale come il suo, non destinato alla pubblicazione ma alla sola valutazione del docente, a un lavoro originale, frutto della rielaborazione degli studi di un corso di laurea. A tirare fuori la storia, ha ricordato la Azzolina, «è stato un professore universitario, lo stesso che mi ha giudicato al concorso da dirigente scolastico e che, poche ore dopo il mio esame orale, ha pensato bene di pubblicare sulla sua pagina Facebook il mio risultato e quello degli altri candidati. Credo in palese violazione della deontologia professionale». La ministra si riferisce al professor Arcangeli. «Non contento, ha raccontato sulla stampa l'esito di quell'esame riportando una serie di falsità. Per esempio ha detto che io non avevo risposto (lo cito) a “nessuna delle domande d'informatica, al punto da strameritarsi uno zero". Faccio presente, che la domanda era una e soltanto una. Non mi pare un'imprecisione da poco. E, ridicolizzando il mio orale, mi ha buttato in pasto agli odiatori di Matteo Salvini su Facebook. Sono stata ricoperta di frasi sessiste. È lo stesso professore che da giorni ha inondato, letteralmente inondato, le sue pagine social di post contro di me». Un contrappasso dantesco quasi beffardo per il mondo grillino che della gogna online è stato cattivo maestro in tempi non troppo remoti.
Il governo si tiene da parte il Mes mentre aspetta l’esito delle elezioni
Dopo più di un mese di silenzio, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità fa capolino nel dibattito a livello nazionale e continentale. E ancora una volta il tema promette di movimentare l'agone politico, proprio come successo tra novembre e dicembre, quando la poltrona del premier Giuseppe Conte ha traballato sotto i colpi degli attacchi della Lega. Dal momento che sono trascorse alcune settimane, è doveroso fare un riassunto delle puntate precedenti. Quando a giugno dell'anno passato Conte si è presentato in aula, il mandato politico era fin troppo chiaro: bloccare la riforma prima che fosse troppo tardi. Pure a detta di insospettabili esperti - tanto per citarne alcuni: la «signora del debito pubblico» Maria Cannata, l'ex senatore dem Giampaolo Galli e l'accademico della Luiss Marcello Messori - infatti la revisione del fondo salva Stati avrebbe reso l'iter per la ristrutturazione del debito fin troppo semplice per un Paese che come il nostro presenta livelli di debito pubblico tanto elevati. Una trappola perfetta, al punto che alla vigilia del Consiglio europeo anche il Pd ebbe da ridire in aula: «Forse lei non si è accorto che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano», tuonava dai banchi di Montecitorio la deputata dem Lia Quartapelle.
Da qui la genialata del premier Conte di introdurre la «logica di pacchetto», ovvero legare la riforma del Mes al completamento dell'unione bancaria, e in particolare all'introduzione della garanzia comune sui depositi (Edis). L'ultimo passaggio a metà dicembre, con la decisione da parte dei rappresentanti dei Paesi dell'area euro di incaricare «l'Eurogruppo di continuare a lavorare sul pacchetto di riforme del Mes», nonché «di proseguire i lavori su tutti gli elementi dell'ulteriore rafforzamento dell'unione bancaria, su base consensuale». Un semplice gioco di parole (la bozza originaria, anziché «continuare», riportava il lemma «concludere») è bastato perché Giuseppi stappasse lo spumante anzitempo.
Ma come dicevamo la riforma del Mes è di nuovo lì dietro l'angolo, pronta per essere licenziata in sordina proprio quando nessuno se l'aspetta. Nella scaletta dell'Eurogruppo in programma per lunedì 20 è scritto nero su bianco: i ministri partecipanti discuteranno, tra le altre cose, la «strada da seguire» per la revisione del Meccanismo europeo di stabilità. Gli impatti sulla politica nostrana non sono ancora quantificabili con precisione. Non è un caso se qualche giorno fa l'autorevole Financial Times ha deciso di spiegare in lungo e in largo la profonda connessione tra la vicenda della riforma del Mes e il destino del governo Conte. Grazie alla battaglia messa in atto da Matteo Salvini, «Roma è risultato essere l'ostacolo principale per l'approvazione delle due riforme principali che interessano la moneta unica: il potenziamento del Mes per i governi in difficoltà, e il completamento dell'unione bancaria», scrive il quotidiano economico londinese. Un passaggio chiave è rappresentato dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna, in programma per il 26 gennaio. L'esecutivo giallorosso è in cerca di conferme e il commento di Lucrezia Reichlin per il Ft lo dimostra: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato per il governo diventerebbe più semplice». Un commento sibillino che si sposa con le indiscrezioni riportate da Reuters in questi ultimi giorni. Secondo l'agenzia di stampa, infatti, la discussione sulla riforma rimarrebbe «congelata almeno fino a marzo», dal momento che «i governi sono ancora divisi sui dettagli tecnici della ristrutturazione dei titoli sovrani». Rinviare i lavori di qualche mese rappresenterebbe una bella «manina» nei confronti del governo amico di Roma: approvare tra pochi giorni la riforma del Mes rischierebbe di aizzare nuovamente la Lega contro i giallorossi, condizionando potenzialmente l'esito del voto.
Senza voler sminuire l'importanza di queste elezioni, pare davvero azzardato legare l'esito di una consultazione locale all'approvazione di una riforma tanto importante per la vita dei cittadini europei. Ma la vera domanda che bisognerebbe porsi riguarda semmai chi nelle ultime settimane sta decidendo che cosa riguardo a una tematica così scottante, e sulla quale il Parlamento si è espresso in maniera assai chiara. Mettere in pausa la riforma significa solo spostare il problema di qualche mese, magari solo per attendere che l'opinione pubblica si sia dimenticata dei rischi per il Paese. Nel frattempo, uno studio pubblicato lunedì dalla Banca centrale europea conferma quanto La Verità dice ormai da molti mesi: l'introduzione delle clausole di azione collettiva (Cac) a maggioranza singola voluto dalla riforma facilita la ristrutturazione del debito. Consola solo il fatto che se in futuro dovessimo trovarci nei guai almeno sapremo con chi prendercela.
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Dopo le polemiche sulla sua laurea, la ministra grillina fa annunci su bonus docenti e sistemi antincendio. Intanto è in arrivo un'interrogazione parlamentare della Lega.Secondo indiscrezioni, il provvedimento resterà congelato fino a marzo. Lucrezia Reichlin sul «Financial Times»: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato diverrà più semplice per l'esecutivo giallorosso».Lo speciale contiene due articoli Non parlandone lei, spera che la polemica prima o poi si plachi. E così la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina, nelle ultime ore, ha discettato sulle agenzie di «bandi per l'adeguamento normativo antincendio», di fondi per «ambienti innovativi in Sardegna», di relazioni sindacali, di «bonus docenti» e di alunni divisi per censo in un istituto di Roma; senza spendere una parola sul caso che tiene banco da quasi una settimana ormai, e cioè il presunto plagio della sua tesina per la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario della Toscana presso l'Università di Pisa. D'altronde, la diretta interessata aveva a suo modo provato a spegnere l'incendio delle critiche con un video su Facebook, mercoledì scorso, che si concludeva con questo appello: «Per me questo è un capitolo chiuso, mi aspetto delle scuse ma so che non arriveranno». Arriverà invece una interrogazione parlamentare firmata dagli onorevoli leghisti, che non hanno alcuna voglia di mollare la presa. Dopo l'attacco frontale di Matteo Salvini («Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa»), è stato il turno del capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari: «Perché è calato il silenzio nel partito che ha sempre gridato allo scandalo e additato, Azzolina in primis, come mostri gli avversari politici nel nome della trasparenza e dell'onestà?». Anche il sito di Repubblica ha affondato, con un servizio intitolato: «La tesi della ministra Azzolina in vendita sul Web». In effetti, il Movimento 5 stelle, cui appartiene la giovane docente e sindacalista siciliana, è da giorni impegnato in un difficile dribbling per scansare l'imbarazzante doppiopesismo. Furono proprio i grillini, infatti, nel 2018, ad azzannare con ferocia, in una circostanza simile, l'allora ministra della Funzione pubblica, Marianna Madia, accusata di aver copiato la tesi di dottorato e poi «assolta» da una commissione di saggi nominata dalla scuola Imt Alti Studi di Lucca. All'epoca, uno dei più intransigenti fu il deputato Danilo Toninelli nel chiederne l'addio alla poltrona. Adesso, attorno alla ministra dell'Istruzione, tranne una sola sberla di Matteo Renzi agli alleati di governo pentastellati («la Madia fu sottoposta a un processo sui social, sui media, nei talk show. Oggi tutti zitti»), la parola d'ordine è understatement. Tant'è che un'altra ex ministra del Pd, Valeria Fedeli, bersagliata negli anni al governo per il suo controverso curriculum scolastico, ha minimizzato: «Il mio consiglio è chiarire, dire come stanno le cose. Dimissioni? Conterà, come sempre, il modo in cui lei farà la ministra». In altre nazioni, a dire il vero, per accuse di plagio hanno lasciato big della politica come la ministra tedesca dell'Istruzione, Annette Schavan, e il presidente ungherese Pàl Schmitt.Ma cosa viene contestato, nello specifico, alla esponente del M5s? Il primo a sollevare la questione è stato il linguista Massimo Arcangeli sulle colonne di Repubblica segnalando che il lavoro della Azzolina, dal titolo Un caso di ritardo lieve associato a disturbi depressivi, conteneva numerosi passaggi riprodotti da manuali specialistici in assenza di citazioni e riferimenti bibliografici. In totale, circa 300 parole sulle 9.000 di cui sono composte le 41 pagine della tesina, una sorta di resoconto dell'esperienza del tirocinio svolto presso la Scuola di specializzazione per insegnanti di sostegno (pagata 1.600 euro per due anni). La difesa della Azzolina, come squadernata su Facebook, punta proprio a dimostrare l'impossibilità di paragonare un elaborato finale come il suo, non destinato alla pubblicazione ma alla sola valutazione del docente, a un lavoro originale, frutto della rielaborazione degli studi di un corso di laurea. A tirare fuori la storia, ha ricordato la Azzolina, «è stato un professore universitario, lo stesso che mi ha giudicato al concorso da dirigente scolastico e che, poche ore dopo il mio esame orale, ha pensato bene di pubblicare sulla sua pagina Facebook il mio risultato e quello degli altri candidati. Credo in palese violazione della deontologia professionale». La ministra si riferisce al professor Arcangeli. «Non contento, ha raccontato sulla stampa l'esito di quell'esame riportando una serie di falsità. Per esempio ha detto che io non avevo risposto (lo cito) a “nessuna delle domande d'informatica, al punto da strameritarsi uno zero". Faccio presente, che la domanda era una e soltanto una. Non mi pare un'imprecisione da poco. E, ridicolizzando il mio orale, mi ha buttato in pasto agli odiatori di Matteo Salvini su Facebook. Sono stata ricoperta di frasi sessiste. È lo stesso professore che da giorni ha inondato, letteralmente inondato, le sue pagine social di post contro di me». Un contrappasso dantesco quasi beffardo per il mondo grillino che della gogna online è stato cattivo maestro in tempi non troppo remoti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-azzolina-parla-daltro-ma-le-accuse-non-si-placano-tesi-scaricata-dal-web-2644844734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-si-tiene-da-parte-il-mes-mentre-aspetta-lesito-delle-elezioni" data-post-id="2644844734" data-published-at="1781416917" data-use-pagination="False"> Il governo si tiene da parte il Mes mentre aspetta l’esito delle elezioni Dopo più di un mese di silenzio, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità fa capolino nel dibattito a livello nazionale e continentale. E ancora una volta il tema promette di movimentare l'agone politico, proprio come successo tra novembre e dicembre, quando la poltrona del premier Giuseppe Conte ha traballato sotto i colpi degli attacchi della Lega. Dal momento che sono trascorse alcune settimane, è doveroso fare un riassunto delle puntate precedenti. Quando a giugno dell'anno passato Conte si è presentato in aula, il mandato politico era fin troppo chiaro: bloccare la riforma prima che fosse troppo tardi. Pure a detta di insospettabili esperti - tanto per citarne alcuni: la «signora del debito pubblico» Maria Cannata, l'ex senatore dem Giampaolo Galli e l'accademico della Luiss Marcello Messori - infatti la revisione del fondo salva Stati avrebbe reso l'iter per la ristrutturazione del debito fin troppo semplice per un Paese che come il nostro presenta livelli di debito pubblico tanto elevati. Una trappola perfetta, al punto che alla vigilia del Consiglio europeo anche il Pd ebbe da ridire in aula: «Forse lei non si è accorto che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano», tuonava dai banchi di Montecitorio la deputata dem Lia Quartapelle.Da qui la genialata del premier Conte di introdurre la «logica di pacchetto», ovvero legare la riforma del Mes al completamento dell'unione bancaria, e in particolare all'introduzione della garanzia comune sui depositi (Edis). L'ultimo passaggio a metà dicembre, con la decisione da parte dei rappresentanti dei Paesi dell'area euro di incaricare «l'Eurogruppo di continuare a lavorare sul pacchetto di riforme del Mes», nonché «di proseguire i lavori su tutti gli elementi dell'ulteriore rafforzamento dell'unione bancaria, su base consensuale». Un semplice gioco di parole (la bozza originaria, anziché «continuare», riportava il lemma «concludere») è bastato perché Giuseppi stappasse lo spumante anzitempo.Ma come dicevamo la riforma del Mes è di nuovo lì dietro l'angolo, pronta per essere licenziata in sordina proprio quando nessuno se l'aspetta. Nella scaletta dell'Eurogruppo in programma per lunedì 20 è scritto nero su bianco: i ministri partecipanti discuteranno, tra le altre cose, la «strada da seguire» per la revisione del Meccanismo europeo di stabilità. Gli impatti sulla politica nostrana non sono ancora quantificabili con precisione. Non è un caso se qualche giorno fa l'autorevole Financial Times ha deciso di spiegare in lungo e in largo la profonda connessione tra la vicenda della riforma del Mes e il destino del governo Conte. Grazie alla battaglia messa in atto da Matteo Salvini, «Roma è risultato essere l'ostacolo principale per l'approvazione delle due riforme principali che interessano la moneta unica: il potenziamento del Mes per i governi in difficoltà, e il completamento dell'unione bancaria», scrive il quotidiano economico londinese. Un passaggio chiave è rappresentato dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna, in programma per il 26 gennaio. L'esecutivo giallorosso è in cerca di conferme e il commento di Lucrezia Reichlin per il Ft lo dimostra: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato per il governo diventerebbe più semplice». Un commento sibillino che si sposa con le indiscrezioni riportate da Reuters in questi ultimi giorni. Secondo l'agenzia di stampa, infatti, la discussione sulla riforma rimarrebbe «congelata almeno fino a marzo», dal momento che «i governi sono ancora divisi sui dettagli tecnici della ristrutturazione dei titoli sovrani». Rinviare i lavori di qualche mese rappresenterebbe una bella «manina» nei confronti del governo amico di Roma: approvare tra pochi giorni la riforma del Mes rischierebbe di aizzare nuovamente la Lega contro i giallorossi, condizionando potenzialmente l'esito del voto.Senza voler sminuire l'importanza di queste elezioni, pare davvero azzardato legare l'esito di una consultazione locale all'approvazione di una riforma tanto importante per la vita dei cittadini europei. Ma la vera domanda che bisognerebbe porsi riguarda semmai chi nelle ultime settimane sta decidendo che cosa riguardo a una tematica così scottante, e sulla quale il Parlamento si è espresso in maniera assai chiara. Mettere in pausa la riforma significa solo spostare il problema di qualche mese, magari solo per attendere che l'opinione pubblica si sia dimenticata dei rischi per il Paese. Nel frattempo, uno studio pubblicato lunedì dalla Banca centrale europea conferma quanto La Verità dice ormai da molti mesi: l'introduzione delle clausole di azione collettiva (Cac) a maggioranza singola voluto dalla riforma facilita la ristrutturazione del debito. Consola solo il fatto che se in futuro dovessimo trovarci nei guai almeno sapremo con chi prendercela.
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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