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2020-01-18
La Azzolina parla d’altro ma le accuse non si placano: «Tesi scaricata dal Web»
Ansa
Non parlandone lei, spera che la polemica prima o poi si plachi. E così la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina, nelle ultime ore, ha discettato sulle agenzie di «bandi per l'adeguamento normativo antincendio», di fondi per «ambienti innovativi in Sardegna», di relazioni sindacali, di «bonus docenti» e di alunni divisi per censo in un istituto di Roma; senza spendere una parola sul caso che tiene banco da quasi una settimana ormai, e cioè il presunto plagio della sua tesina per la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario della Toscana presso l'Università di Pisa. D'altronde, la diretta interessata aveva a suo modo provato a spegnere l'incendio delle critiche con un video su Facebook, mercoledì scorso, che si concludeva con questo appello: «Per me questo è un capitolo chiuso, mi aspetto delle scuse ma so che non arriveranno». Arriverà invece una interrogazione parlamentare firmata dagli onorevoli leghisti, che non hanno alcuna voglia di mollare la presa. Dopo l'attacco frontale di Matteo Salvini («Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa»), è stato il turno del capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari: «Perché è calato il silenzio nel partito che ha sempre gridato allo scandalo e additato, Azzolina in primis, come mostri gli avversari politici nel nome della trasparenza e dell'onestà?». Anche il sito di Repubblica ha affondato, con un servizio intitolato: «La tesi della ministra Azzolina in vendita sul Web». In effetti, il Movimento 5 stelle, cui appartiene la giovane docente e sindacalista siciliana, è da giorni impegnato in un difficile dribbling per scansare l'imbarazzante doppiopesismo. Furono proprio i grillini, infatti, nel 2018, ad azzannare con ferocia, in una circostanza simile, l'allora ministra della Funzione pubblica, Marianna Madia, accusata di aver copiato la tesi di dottorato e poi «assolta» da una commissione di saggi nominata dalla scuola Imt Alti Studi di Lucca. All'epoca, uno dei più intransigenti fu il deputato Danilo Toninelli nel chiederne l'addio alla poltrona. Adesso, attorno alla ministra dell'Istruzione, tranne una sola sberla di Matteo Renzi agli alleati di governo pentastellati («la Madia fu sottoposta a un processo sui social, sui media, nei talk show. Oggi tutti zitti»), la parola d'ordine è understatement. Tant'è che un'altra ex ministra del Pd, Valeria Fedeli, bersagliata negli anni al governo per il suo controverso curriculum scolastico, ha minimizzato: «Il mio consiglio è chiarire, dire come stanno le cose. Dimissioni? Conterà, come sempre, il modo in cui lei farà la ministra». In altre nazioni, a dire il vero, per accuse di plagio hanno lasciato big della politica come la ministra tedesca dell'Istruzione, Annette Schavan, e il presidente ungherese Pàl Schmitt.
Ma cosa viene contestato, nello specifico, alla esponente del M5s? Il primo a sollevare la questione è stato il linguista Massimo Arcangeli sulle colonne di Repubblica segnalando che il lavoro della Azzolina, dal titolo Un caso di ritardo lieve associato a disturbi depressivi, conteneva numerosi passaggi riprodotti da manuali specialistici in assenza di citazioni e riferimenti bibliografici. In totale, circa 300 parole sulle 9.000 di cui sono composte le 41 pagine della tesina, una sorta di resoconto dell'esperienza del tirocinio svolto presso la Scuola di specializzazione per insegnanti di sostegno (pagata 1.600 euro per due anni). La difesa della Azzolina, come squadernata su Facebook, punta proprio a dimostrare l'impossibilità di paragonare un elaborato finale come il suo, non destinato alla pubblicazione ma alla sola valutazione del docente, a un lavoro originale, frutto della rielaborazione degli studi di un corso di laurea. A tirare fuori la storia, ha ricordato la Azzolina, «è stato un professore universitario, lo stesso che mi ha giudicato al concorso da dirigente scolastico e che, poche ore dopo il mio esame orale, ha pensato bene di pubblicare sulla sua pagina Facebook il mio risultato e quello degli altri candidati. Credo in palese violazione della deontologia professionale». La ministra si riferisce al professor Arcangeli. «Non contento, ha raccontato sulla stampa l'esito di quell'esame riportando una serie di falsità. Per esempio ha detto che io non avevo risposto (lo cito) a “nessuna delle domande d'informatica, al punto da strameritarsi uno zero". Faccio presente, che la domanda era una e soltanto una. Non mi pare un'imprecisione da poco. E, ridicolizzando il mio orale, mi ha buttato in pasto agli odiatori di Matteo Salvini su Facebook. Sono stata ricoperta di frasi sessiste. È lo stesso professore che da giorni ha inondato, letteralmente inondato, le sue pagine social di post contro di me». Un contrappasso dantesco quasi beffardo per il mondo grillino che della gogna online è stato cattivo maestro in tempi non troppo remoti.
Il governo si tiene da parte il Mes mentre aspetta l’esito delle elezioni
Dopo più di un mese di silenzio, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità fa capolino nel dibattito a livello nazionale e continentale. E ancora una volta il tema promette di movimentare l'agone politico, proprio come successo tra novembre e dicembre, quando la poltrona del premier Giuseppe Conte ha traballato sotto i colpi degli attacchi della Lega. Dal momento che sono trascorse alcune settimane, è doveroso fare un riassunto delle puntate precedenti. Quando a giugno dell'anno passato Conte si è presentato in aula, il mandato politico era fin troppo chiaro: bloccare la riforma prima che fosse troppo tardi. Pure a detta di insospettabili esperti - tanto per citarne alcuni: la «signora del debito pubblico» Maria Cannata, l'ex senatore dem Giampaolo Galli e l'accademico della Luiss Marcello Messori - infatti la revisione del fondo salva Stati avrebbe reso l'iter per la ristrutturazione del debito fin troppo semplice per un Paese che come il nostro presenta livelli di debito pubblico tanto elevati. Una trappola perfetta, al punto che alla vigilia del Consiglio europeo anche il Pd ebbe da ridire in aula: «Forse lei non si è accorto che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano», tuonava dai banchi di Montecitorio la deputata dem Lia Quartapelle.
Da qui la genialata del premier Conte di introdurre la «logica di pacchetto», ovvero legare la riforma del Mes al completamento dell'unione bancaria, e in particolare all'introduzione della garanzia comune sui depositi (Edis). L'ultimo passaggio a metà dicembre, con la decisione da parte dei rappresentanti dei Paesi dell'area euro di incaricare «l'Eurogruppo di continuare a lavorare sul pacchetto di riforme del Mes», nonché «di proseguire i lavori su tutti gli elementi dell'ulteriore rafforzamento dell'unione bancaria, su base consensuale». Un semplice gioco di parole (la bozza originaria, anziché «continuare», riportava il lemma «concludere») è bastato perché Giuseppi stappasse lo spumante anzitempo.
Ma come dicevamo la riforma del Mes è di nuovo lì dietro l'angolo, pronta per essere licenziata in sordina proprio quando nessuno se l'aspetta. Nella scaletta dell'Eurogruppo in programma per lunedì 20 è scritto nero su bianco: i ministri partecipanti discuteranno, tra le altre cose, la «strada da seguire» per la revisione del Meccanismo europeo di stabilità. Gli impatti sulla politica nostrana non sono ancora quantificabili con precisione. Non è un caso se qualche giorno fa l'autorevole Financial Times ha deciso di spiegare in lungo e in largo la profonda connessione tra la vicenda della riforma del Mes e il destino del governo Conte. Grazie alla battaglia messa in atto da Matteo Salvini, «Roma è risultato essere l'ostacolo principale per l'approvazione delle due riforme principali che interessano la moneta unica: il potenziamento del Mes per i governi in difficoltà, e il completamento dell'unione bancaria», scrive il quotidiano economico londinese. Un passaggio chiave è rappresentato dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna, in programma per il 26 gennaio. L'esecutivo giallorosso è in cerca di conferme e il commento di Lucrezia Reichlin per il Ft lo dimostra: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato per il governo diventerebbe più semplice». Un commento sibillino che si sposa con le indiscrezioni riportate da Reuters in questi ultimi giorni. Secondo l'agenzia di stampa, infatti, la discussione sulla riforma rimarrebbe «congelata almeno fino a marzo», dal momento che «i governi sono ancora divisi sui dettagli tecnici della ristrutturazione dei titoli sovrani». Rinviare i lavori di qualche mese rappresenterebbe una bella «manina» nei confronti del governo amico di Roma: approvare tra pochi giorni la riforma del Mes rischierebbe di aizzare nuovamente la Lega contro i giallorossi, condizionando potenzialmente l'esito del voto.
Senza voler sminuire l'importanza di queste elezioni, pare davvero azzardato legare l'esito di una consultazione locale all'approvazione di una riforma tanto importante per la vita dei cittadini europei. Ma la vera domanda che bisognerebbe porsi riguarda semmai chi nelle ultime settimane sta decidendo che cosa riguardo a una tematica così scottante, e sulla quale il Parlamento si è espresso in maniera assai chiara. Mettere in pausa la riforma significa solo spostare il problema di qualche mese, magari solo per attendere che l'opinione pubblica si sia dimenticata dei rischi per il Paese. Nel frattempo, uno studio pubblicato lunedì dalla Banca centrale europea conferma quanto La Verità dice ormai da molti mesi: l'introduzione delle clausole di azione collettiva (Cac) a maggioranza singola voluto dalla riforma facilita la ristrutturazione del debito. Consola solo il fatto che se in futuro dovessimo trovarci nei guai almeno sapremo con chi prendercela.
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Dopo le polemiche sulla sua laurea, la ministra grillina fa annunci su bonus docenti e sistemi antincendio. Intanto è in arrivo un'interrogazione parlamentare della Lega.Secondo indiscrezioni, il provvedimento resterà congelato fino a marzo. Lucrezia Reichlin sul «Financial Times»: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato diverrà più semplice per l'esecutivo giallorosso».Lo speciale contiene due articoli Non parlandone lei, spera che la polemica prima o poi si plachi. E così la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina, nelle ultime ore, ha discettato sulle agenzie di «bandi per l'adeguamento normativo antincendio», di fondi per «ambienti innovativi in Sardegna», di relazioni sindacali, di «bonus docenti» e di alunni divisi per censo in un istituto di Roma; senza spendere una parola sul caso che tiene banco da quasi una settimana ormai, e cioè il presunto plagio della sua tesina per la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario della Toscana presso l'Università di Pisa. D'altronde, la diretta interessata aveva a suo modo provato a spegnere l'incendio delle critiche con un video su Facebook, mercoledì scorso, che si concludeva con questo appello: «Per me questo è un capitolo chiuso, mi aspetto delle scuse ma so che non arriveranno». Arriverà invece una interrogazione parlamentare firmata dagli onorevoli leghisti, che non hanno alcuna voglia di mollare la presa. Dopo l'attacco frontale di Matteo Salvini («Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa»), è stato il turno del capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari: «Perché è calato il silenzio nel partito che ha sempre gridato allo scandalo e additato, Azzolina in primis, come mostri gli avversari politici nel nome della trasparenza e dell'onestà?». Anche il sito di Repubblica ha affondato, con un servizio intitolato: «La tesi della ministra Azzolina in vendita sul Web». In effetti, il Movimento 5 stelle, cui appartiene la giovane docente e sindacalista siciliana, è da giorni impegnato in un difficile dribbling per scansare l'imbarazzante doppiopesismo. Furono proprio i grillini, infatti, nel 2018, ad azzannare con ferocia, in una circostanza simile, l'allora ministra della Funzione pubblica, Marianna Madia, accusata di aver copiato la tesi di dottorato e poi «assolta» da una commissione di saggi nominata dalla scuola Imt Alti Studi di Lucca. All'epoca, uno dei più intransigenti fu il deputato Danilo Toninelli nel chiederne l'addio alla poltrona. Adesso, attorno alla ministra dell'Istruzione, tranne una sola sberla di Matteo Renzi agli alleati di governo pentastellati («la Madia fu sottoposta a un processo sui social, sui media, nei talk show. Oggi tutti zitti»), la parola d'ordine è understatement. Tant'è che un'altra ex ministra del Pd, Valeria Fedeli, bersagliata negli anni al governo per il suo controverso curriculum scolastico, ha minimizzato: «Il mio consiglio è chiarire, dire come stanno le cose. Dimissioni? Conterà, come sempre, il modo in cui lei farà la ministra». In altre nazioni, a dire il vero, per accuse di plagio hanno lasciato big della politica come la ministra tedesca dell'Istruzione, Annette Schavan, e il presidente ungherese Pàl Schmitt.Ma cosa viene contestato, nello specifico, alla esponente del M5s? Il primo a sollevare la questione è stato il linguista Massimo Arcangeli sulle colonne di Repubblica segnalando che il lavoro della Azzolina, dal titolo Un caso di ritardo lieve associato a disturbi depressivi, conteneva numerosi passaggi riprodotti da manuali specialistici in assenza di citazioni e riferimenti bibliografici. In totale, circa 300 parole sulle 9.000 di cui sono composte le 41 pagine della tesina, una sorta di resoconto dell'esperienza del tirocinio svolto presso la Scuola di specializzazione per insegnanti di sostegno (pagata 1.600 euro per due anni). La difesa della Azzolina, come squadernata su Facebook, punta proprio a dimostrare l'impossibilità di paragonare un elaborato finale come il suo, non destinato alla pubblicazione ma alla sola valutazione del docente, a un lavoro originale, frutto della rielaborazione degli studi di un corso di laurea. A tirare fuori la storia, ha ricordato la Azzolina, «è stato un professore universitario, lo stesso che mi ha giudicato al concorso da dirigente scolastico e che, poche ore dopo il mio esame orale, ha pensato bene di pubblicare sulla sua pagina Facebook il mio risultato e quello degli altri candidati. Credo in palese violazione della deontologia professionale». La ministra si riferisce al professor Arcangeli. «Non contento, ha raccontato sulla stampa l'esito di quell'esame riportando una serie di falsità. Per esempio ha detto che io non avevo risposto (lo cito) a “nessuna delle domande d'informatica, al punto da strameritarsi uno zero". Faccio presente, che la domanda era una e soltanto una. Non mi pare un'imprecisione da poco. E, ridicolizzando il mio orale, mi ha buttato in pasto agli odiatori di Matteo Salvini su Facebook. Sono stata ricoperta di frasi sessiste. È lo stesso professore che da giorni ha inondato, letteralmente inondato, le sue pagine social di post contro di me». Un contrappasso dantesco quasi beffardo per il mondo grillino che della gogna online è stato cattivo maestro in tempi non troppo remoti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-azzolina-parla-daltro-ma-le-accuse-non-si-placano-tesi-scaricata-dal-web-2644844734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-si-tiene-da-parte-il-mes-mentre-aspetta-lesito-delle-elezioni" data-post-id="2644844734" data-published-at="1782227880" data-use-pagination="False"> Il governo si tiene da parte il Mes mentre aspetta l’esito delle elezioni Dopo più di un mese di silenzio, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità fa capolino nel dibattito a livello nazionale e continentale. E ancora una volta il tema promette di movimentare l'agone politico, proprio come successo tra novembre e dicembre, quando la poltrona del premier Giuseppe Conte ha traballato sotto i colpi degli attacchi della Lega. Dal momento che sono trascorse alcune settimane, è doveroso fare un riassunto delle puntate precedenti. Quando a giugno dell'anno passato Conte si è presentato in aula, il mandato politico era fin troppo chiaro: bloccare la riforma prima che fosse troppo tardi. Pure a detta di insospettabili esperti - tanto per citarne alcuni: la «signora del debito pubblico» Maria Cannata, l'ex senatore dem Giampaolo Galli e l'accademico della Luiss Marcello Messori - infatti la revisione del fondo salva Stati avrebbe reso l'iter per la ristrutturazione del debito fin troppo semplice per un Paese che come il nostro presenta livelli di debito pubblico tanto elevati. Una trappola perfetta, al punto che alla vigilia del Consiglio europeo anche il Pd ebbe da ridire in aula: «Forse lei non si è accorto che quella che sarà in discussione è l'idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano», tuonava dai banchi di Montecitorio la deputata dem Lia Quartapelle.Da qui la genialata del premier Conte di introdurre la «logica di pacchetto», ovvero legare la riforma del Mes al completamento dell'unione bancaria, e in particolare all'introduzione della garanzia comune sui depositi (Edis). L'ultimo passaggio a metà dicembre, con la decisione da parte dei rappresentanti dei Paesi dell'area euro di incaricare «l'Eurogruppo di continuare a lavorare sul pacchetto di riforme del Mes», nonché «di proseguire i lavori su tutti gli elementi dell'ulteriore rafforzamento dell'unione bancaria, su base consensuale». Un semplice gioco di parole (la bozza originaria, anziché «continuare», riportava il lemma «concludere») è bastato perché Giuseppi stappasse lo spumante anzitempo.Ma come dicevamo la riforma del Mes è di nuovo lì dietro l'angolo, pronta per essere licenziata in sordina proprio quando nessuno se l'aspetta. Nella scaletta dell'Eurogruppo in programma per lunedì 20 è scritto nero su bianco: i ministri partecipanti discuteranno, tra le altre cose, la «strada da seguire» per la revisione del Meccanismo europeo di stabilità. Gli impatti sulla politica nostrana non sono ancora quantificabili con precisione. Non è un caso se qualche giorno fa l'autorevole Financial Times ha deciso di spiegare in lungo e in largo la profonda connessione tra la vicenda della riforma del Mes e il destino del governo Conte. Grazie alla battaglia messa in atto da Matteo Salvini, «Roma è risultato essere l'ostacolo principale per l'approvazione delle due riforme principali che interessano la moneta unica: il potenziamento del Mes per i governi in difficoltà, e il completamento dell'unione bancaria», scrive il quotidiano economico londinese. Un passaggio chiave è rappresentato dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna, in programma per il 26 gennaio. L'esecutivo giallorosso è in cerca di conferme e il commento di Lucrezia Reichlin per il Ft lo dimostra: «Se il Pd vince la tornata elettorale, firmare il trattato per il governo diventerebbe più semplice». Un commento sibillino che si sposa con le indiscrezioni riportate da Reuters in questi ultimi giorni. Secondo l'agenzia di stampa, infatti, la discussione sulla riforma rimarrebbe «congelata almeno fino a marzo», dal momento che «i governi sono ancora divisi sui dettagli tecnici della ristrutturazione dei titoli sovrani». Rinviare i lavori di qualche mese rappresenterebbe una bella «manina» nei confronti del governo amico di Roma: approvare tra pochi giorni la riforma del Mes rischierebbe di aizzare nuovamente la Lega contro i giallorossi, condizionando potenzialmente l'esito del voto.Senza voler sminuire l'importanza di queste elezioni, pare davvero azzardato legare l'esito di una consultazione locale all'approvazione di una riforma tanto importante per la vita dei cittadini europei. Ma la vera domanda che bisognerebbe porsi riguarda semmai chi nelle ultime settimane sta decidendo che cosa riguardo a una tematica così scottante, e sulla quale il Parlamento si è espresso in maniera assai chiara. Mettere in pausa la riforma significa solo spostare il problema di qualche mese, magari solo per attendere che l'opinione pubblica si sia dimenticata dei rischi per il Paese. Nel frattempo, uno studio pubblicato lunedì dalla Banca centrale europea conferma quanto La Verità dice ormai da molti mesi: l'introduzione delle clausole di azione collettiva (Cac) a maggioranza singola voluto dalla riforma facilita la ristrutturazione del debito. Consola solo il fatto che se in futuro dovessimo trovarci nei guai almeno sapremo con chi prendercela.
Il presidente esecutivo di BF Spa (Bonifiche Ferraresi) Federico Vecchioni
Il presidente esecutivo di BF Spa, intervistato dal condirettore Massimo de' Manzoni sul palco del Giorno della Verità, spiega perché il mondo agricolo rappresenta una priorità nazionale e non può essere separato dall'economia e dalla politica.
Cibo, filiere e sovranità. Intervistato dal condirettore Massimo de’ Manzoni in occasione de il Giorno della Verità, il presidente esecutivo di BF Spa (Bonifiche Ferraresi) Federico Vecchioni ha fatto il punto sull'importanza del mondo agricolo e sulle sue potenzialità palco nazionale (e non solo).
In vista della complessità dell'attuale contesto mondiale, afferma Vecchioni, si potrebbe dire che l'agricoltura abbia finalmente riacquistato il suo reale valore, acquisendo persino un importante ruolo geostrategico. «C’è una percezione internazionale che quello agricolo sia un tema di rilevanza non solo economica, ma anche sociale. Basti pensare che l’emergenza alimentare in aree di scarsità agricola abbia causato tensioni preoccupanti e strutturali in ambito planetario. Per questo, il mondo agroalimentare è tornato a un’attenzione non più solo di settore. «Il ministero dell'Agricoltura è politico. E l’agricoltura non può essere collocata ai margini dell’economia: sarebbe un grave errore di tipo politico».
«Ma se da un lato la rilevanza del cibo è tornata di tutti i Paesi (non solo quelli più poveri), dall’altra» sostiene il presidente esecutivo di BF Spa «abbiamo il dovere quasi morale di dare al comparto della produzione agricola una priorità di allenza tra governi, in primis l’Europa e le scelte fatte dal 1957. Allora si pensava al reddito agricolo, poi lo si è a lungo dimenticato».
Bonifiche Ferraresi, nella visione di Vecchioni, «è un ecosistema molto flessibile di imprese che hanno deciso di creare un’infrastuttura industriale con natura privata ma con la consapevolezza di una rilevanza istituzionale. Dobbiamo quindi intervenire sul tessuto sociale: con un sano tessuto sociale ci sarà un sano tessuto produttivo. In caso contrario no».
De' Manzoni concentra quindi l'attenzione sul modo in cui creare un sano tessuto sociale, in questo mondo di scarse risorse e di un'intelligenza artificiale che le assorbe ulteriormente, mentre al contrario diminuiscono le terre coltivabili. Vecchioni spiega tuttavia che, fortunatamente, «in realtà nel mondo esiste ancora molta terra da preservare e restituire alle future generazioni». Inoltre, afferma, «BF Spa non compra terreni, ma gestisce valore per realizzare un'infrastruttura che può essere replicata anche in altri contesti (le cosiddette model farm), ma che al tempo stesso opera con la comunità (dai piccoli agricoltori alle istituzioni).
Nella fase finale dell'intervento, Vecchioni ha ricordato l'importanza di tornare a investire sui giovani: «Nel 2022 gli iscritti alla facoltà universitaria di Scienze agrarie erano 4.200, mentre oggi sono meno di 2.000. Eppure, nello stesso momento, aumentano gli iscritti a Ingegneria agraria. La differenza la fa proprio la parola "ingegneria", che nell'immaginario dei giovani li fa pensare di avere un lavoro più sicuro se si iscrivono a questa facoltà rispetto a quella di agronomia». Con la consapevolezza rassicurante che «l’ia non sostituirà mai la professione dell’agricoltore».
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Al «Giorno della Verità» sono intervenuti Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, in un confronto moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin. Al centro del dibattito la trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, insieme al vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin che ha moderato il panel. Sono i protagonisti del confronto La fabbrica del futuro, andato in scena al «Giorno della Verità», dedicato alla sfida della competitività nella rivoluzione digitale italiana.
Al centro del dibattito l’idea di una fabbrica del futuro più veloce, connessa e integrata tra sistemi di trasporto, logistica e infrastrutture digitali. Un modello in cui, è stato sottolineato, la circolazione delle merci e delle informazioni diventa elemento decisivo di sviluppo.
Gufler ha descritto la mobilità come una sfida centrale per lo sviluppo sostenibile dei territori, illustrando l’attività di Doppelmayr Italia, società attiva da oltre 130 anni e con più di 600 installazioni realizzate in Italia tra impianti turistici e urbani. Tra i punti chiave del suo intervento, il ruolo dei sistemi a fune come soluzione complementare alle infrastrutture tradizionali, con tempi di realizzazione più rapidi e costi inferiori rispetto ad altre opere, oltre a benefici in termini di impatto ambientale e consumo di suolo.
Nel panel è stato inoltre citato un progetto realizzato a Parigi, con cinque stazioni collegate alla rete metropolitana e ferroviaria, che avrebbe consentito una riduzione dei tempi di percorrenza di circa 22 minuti.
Ampio spazio anche alla digitalizzazione delle infrastrutture. Paggi ha richiamato il ruolo di FiberCop e l’obiettivo di estendere la connessione veloce a circa 20 milioni di unità tra famiglie e imprese, sottolineando la centralità della rete come infrastruttura strategica per la competitività del Paese.
Sul fronte logistico, Giuliani ha illustrato il ruolo degli interporti come nodi fondamentali per lo smistamento delle merci. In Italia ne esistono circa trenta, ha ricordato, e rappresentano una componente ancora poco conosciuta ma strategica della catena logistica nazionale. L’interporto di Marghera è stato indicato come esempio di crescita recente, con oltre un milione e mezzo di tonnellate movimentate nell’anno.
Nel dibattito è emersa anche la necessità di rafforzare il trasporto intermodale e le connessioni con i traffici marittimi e le direttrici europee, così come la possibilità di utilizzare sistemi innovativi anche per il cosiddetto «ultimo miglio» urbano.
Infine, è stato affrontato il tema delle tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale alla crittografia quantistica, considerate strumenti destinati a incidere sia sull’elaborazione dei dati sia sulla sicurezza delle reti digitali.
In chiusura, una riflessione sul bisogno di accelerare il cambiamento infrastrutturale e produttivo del Paese, tra investimenti, innovazione e superamento delle resistenze alla trasformazione.
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