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2019-04-18
Jihadisti all’italiana: «Curiamo gli infedeli usando la spada»
Getty Images
Parlano chiaramente del rischio di «attentati terroristici» i pm di Palermo che, ieri mattina, hanno fatto arrestare dalla Digos siciliana due giovani accusati di aver abbracciato l'Isis. «Lupi solitari» pronti al martirio in Siria o in Europa e determinati a eliminare i «miscredenti», sospettano il procuratore aggiunto Marzia Sabella e il sostituto Calogero Ferrara. Si tratta di Giuseppe Frittitta, 26 anni, convertitosi all'Islam col nome di Yusuf, e Ossama Ghafir, 18 anni, originario del Marocco.
Il primo è stato fermato a Bernareggio, in Brianza, dove si è trasferito da qualche tempo da Aspra (Palermo) per lavorare come camionista per una ditta del nord. Il secondo, invece, è finito in manette nella sua casa di Cerano (Novara). A dispetto dell'età, era il più giovane a esercitare la leadership nel rapporto. Parlando con l'amico su linee intercettate dagli investigatori, Ossama affermava che «la legge di Allah si applica con la spada e bisogna essere crudeli con i traditori e con i ribelli». L'obiettivo sarebbe stato solo uno: «Morti tutti». Il nordafricano spiegava all'italiano che «gli apostati sono una malattia» e per questo «non avranno che la spada come medicina [...]. È arrivata l'ora del combattimento». In attesa di mettersi alla prova, i due seguivano - c'è scritto nel decreto di fermo - «le tecniche di addestramento militare (circuiti survival, soft air, cross fit ecc.) praticate dagli stessi mujahiddin», così da essere «pronti - tanto fisicamente quanto mentalmente - per unirsi ai combattimenti in Siria al fianco dei miliziani jihadisti». Il declino in Medioriente del Califfato, di cui i due si scambiavano sui social e su Instagram video e canti e immagini di propaganda, non avrebbe frenato i propositi bellicosi di Frittitta e Ghafir. Anzi, tanto il trasferimento al nord del primo, che gli avrebbe consentito di accrescere la sua «radicalizzazione» frequentando luoghi di culto nella provincia di Monza e incontrando «altri estremisti», quanto la fervente religiosità del secondo avrebbero avuto un effetto rinvigorente sui loro propositi. Secondo i pm, infatti, i due amici estremisti «sono tuttora pienamente attivi ed operativi» ed anzi «hanno incrementato le attività proprio nell'ultimo periodo, anche in concomitanza con la sconfitta dello Stato Islamico in Siria».
Un «evento da loro vissuto con estremo dispiacere e causa di esternazioni ancora più violente». Una intercettazione in particolare lo proverebbe. Quella in cui Frittitta, al cellulare con Ossama, parla di sé in terza persona nei giorni successivi alla caduta delle ultime roccaforti dell'Isis. «Mi sono preso troppo di collera, ho sbagliato tipo due volte strada. Ho allungato 40 chilometri, in più mi sono dovuto fermare. Credimi, mancava poco e Yusuf faceva un casino in autostrada».
Che cosa voleva dire? Le letture degli inquirenti sono molteplici: l'uomo potrebbe aver solo descritto lo stress provato in una giornata di viaggio col tir, o, ipotesi inquietante, fare riferimento all'idea di un attentato col camion, come quello già realizzato dai terroristi jihadisti ad esempio a Nizza.
Si era isolato da tutto e da tutti, l'italiano, da quando aveva iniziato a frequentare la moschea di Villabate, in Sicilia, oltre un anno fa. Si era fatto crescere una lunga e folta barba nera, e aveva iniziato a condividere su Facebook immagini inneggianti ai leoni di Allah e alla vittoria della sharia nel mondo. Appena domenica scorsa si era sposato con una donna di religione islamica. Pure il rapporto con i genitori si era velocemente deteriorato tanto che la mamma, non sapendo di essere ascoltata dagli investigatori, si lamentava con un'amica: «Perché io ho mio figlio che lo devo tenere buono (calmo, ndr) […] quando io sento dire che il signore Gesù è un profeta io mi sento lacerare il cuore». La donna riportava poi una discussione col figlio. «Perciò io gli ho detto che di religione in questa casa non se ne deve parlare più, perché appena si parla di religione alziamo i mobili... liti […]. Sono stata un mese a casa da mia suocera. Lo so io quello che ho passato!».
Agli atti dell'inchiesta ci sono anche le telefonate intercettate tra la madre e Frittitta sull'educazione di una futura nipotina. Di fronte alla richiesta della donna di affidarle il compito di allevare la bambina secondo sani principi occidentali, lui ribatteva: «Se me la cresci tu, come fate crescere le femmine vostre mi costringete ad andarmene in carcere! Mi mandate voi con le vostre mani in carcere a me... perché devo tagliarle la testa». E le urlava contro: «Siccome sei miscredente, non hai nessun potere su di me». Potere che invece esercitava su di lui l'amico Ossama, a cui Yusuf raccontava di voler «accarezzare» le «gole» degli infedeli, che Allah punisce «con il fuoco ardente», con il coltello da quasi 30 centimetri che «portava sempre con sé». Entrambi anelavano al martirio, ritengono i pm. E per l'italiano «farsi esplodere era una azione riservata a pochi eletti», considerato che «erano in tanti quelli che desideravano sacrificare la propria vita per la causa».
Un'inchiesta complessa, ancora in corso per l'individuazione di possibili complici in Italia e all'estero, che ha visto il plauso del ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Grazie a forze dell'ordine e magistratura per la brillante operazione che ha portato all'arresto di due estremisti islamici. È l'ennesima conferma che è necessario, visto che abbiamo già in casa alcuni potenziali terroristi, non farne arrivare altri via mare».
La Mogherini vuole navi Ue nel Mediterraneo
Dopo due settimane di scontri attorno a Tripoli, almeno 189 morti, 816 feriti e 18.000 sfollati, la comunità internazionale sembra aver ritrovato la voce. Ieri Ghassan Salamé, l'inviato delle Nazioni unite in Libia, ha condannato i bombardamenti sulla capitale avvenuti nella notte tra martedì e mercoledì che hanno causato quattro morti e almeno 20 feriti. «Per il bene di 3 milioni di civili che vivono nella Grande Tripoli, questi attacchi devono fermarsi. Adesso», ha scritto Salamé.
Gli attacchi aerei hanno colpito in particolare il quartiere di Abu Salim, famoso sotto il regime di Moammar Gheddafi per la presenza di un infame carcere e ritenuto la porta principale della città, e la strada che porta all'aeroporto di Mitiga. Ma di questi bombardamenti è ancora sconosciuto l'autore. Fayez Al Serraj, premier del Governo di accordo nazionale, ha visitato le zone colpite e ha puntato il dito contro il rivale, Khalifa Haftar. Per altro, Al Serraj ha fatto sapere di voler consegnare alla Corte penale internazionale documenti che dimostrerebbero i «crimini di guerra» commessi da Haftar.
Ahmed Al Mismari, portavoce del generale, ha però negato ogni responsabilità accusando «le milizie armate di Tripoli». Quelle, cioè, che due settimane fa Haftar aveva definito «terroriste» mentre si apprestava a lanciare la sua offensiva sulla capitale.
Inoltre, Khalida Al Obeidi, capo dell'ufficio stampa dell'Lna, ha accusato una milizia di aver assaltato la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli. L'edificio sarebbe stato preso d'assalto da milizie filogovernative, che avrebbe portato via alcuni veicoli. Sarebbe la terza volta dal rovesciamento di Gheddafi nel 2011 che l'ambasciata statunitense a Tripoli viene attaccata: è infatti già accaduto nel 2011 e nel 2014. Di certo c'è che le forze governative hanno messo nel mirino Garian, città a 80 chilometri a Sud di Tripoli, ieri bombardata dall'aviazione di Serraj. Proprio a Garian, la prima città a cadere nelle mani di Haftar, avrebbero operato consiglieri militari francesi in supporto al generale.
Le diplomazie sono al lavoro, mentre Haftar rallenta e Serraj riconquista terreno. Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, ha escluso ieri, parlando a Radio Capital, la soluzione militare. Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'Ue, ha chiesto agli Stati membri dell'Ue di ripristinare la componente navale dell'operazione Sophia, temporaneamente sospesa il 31 marzo scorso. Obiettivo: contrastare il traffico di esseri umani e il contrabbando nel Mediterraneo, rischi aumentati dopo gli scontri tra le forze di Haftar e quelle di Serraj.
Tripoli, intanto, invoca l'intervento delle Nazioni unite contando sulla sponda britannica, tedesca e italiana. Londra, infatti, ha chiesto all'Onu una risoluzione per il cessate-il-fuoco immediato. Tuttavia, il Regno Unito deve fare i conti con diversi membri permanenti del Consiglio di sicurezza, tra cui Francia e Russia, che non paiono disposti a tirare il freno ad Haftar.
Le due fazioni stanno giocando la loro partita diplomatica anche attorno all'embargo. Il Qatar, alleato di Serraj, ha chiesto che la misura venga applicata ad Haftar e che certi Stati smettano di rifornire militarmente il generale. Allo stesso tempo, Khalid Al Mishri, presidente dell'Alto consiglio di Stato libico (l'organo legislativo di Tripoli), ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di rimuovere l'embargo sulla vendita di armi al governo di accordo nazionale per poter riportare la sicurezza in città. Difficilmente le richieste verranno accolte ma sono due segnali diplomatici, oltre a quelli militari, della riscossa di Tripoli.
Salvini e la Trenta fanno porto contro porto
Dopo le polemiche con la Difesa sulla direttiva riguardante la questione migranti e la direttiva sulla nave Mare Jonio, Matteo Salvini tira dritto, affermando: «Ho tutta l'autorità di decidere. Il porto lo assegna il ministro dell'Interno, può piacere o no, gli italiani mi pagano per difenderli e questo sto facendo». Sul rischio di infiltrazioni di terroristi sui barconi, dice: «È una certezza». Poco prima fonti del ministero dell'Interno avevano rassicurato che le interlocuzioni tra Viminale e vertici militari stessero continuando, «anche per definire le prossime strategie operative». Di più: «Sono esclusi dissapori, polemiche o malumori». Addirittura la Marina militare avrebbe dichiarato in documenti ufficiali di svolgere «l'importante attività di polizia dell'alto mare al fine di garantire la sicurezza anticipata delle frontiere marittime esterne», e in base a questa attività avrebbe chiesto e già ricevuto in passato «significativi finanziamenti». Peccato che l'atteggiamento del ministero della Difesa, Elisabetta Trenta, faccia intendere altro. Durante il question time di ieri, infatti, lei e Salvini non si sono neppure salutati e a chi, subito dopo, le ha chiesto se avesse chiarito con il ministro dell'Interno, ha risposto: «No, perché lui era impegnato e anche io ero impegnata. Non abbiamo avuto modo». E da lì un silenzio tombale.
In mattinata però il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli era intervenuto così: «Se aumentano le partenze i porti devono rimanere aperti in tutta Europa». Il giorno prima Luigi Di Maio definiva «inutili» le direttive. La reazione di Salvini è arrivata ieri: «Io vedo i numeri e i numeri dicono il contrario. I numeri degli sbarchi, delle partenze e fortunatamente dei morti e dei dispersi dicono che stiamo gestendo bene il tema immigrazione».
Lo Stato maggiore della Difesa, invece, ha fatto uscire un comunicato in cui chiarisce che «le Forze Armate sono uno strumento tecnico operativo al servizio del Paese» e «ogni attività viene pertanto svolta in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica». Che nel caso dei militari non parte dal Viminale. Tuttavia Salvini non sembra aver sconfinato in prerogative altrui con la direttiva sulla nave Mare Jonio. La scelta, infatti, sarebbe coperta dal Testo unico sull'immigrazione. Nel pomeriggio Salvini ha rassicurato: «Il Viminale lavora in perfetta sintonia con la Difesa per la protezione dei confini», ma sui porti è stato perentorio: «Se però qualcuno, per ragioni politiche, vuole o immagina i porti riaperti lo dica chiaramente». E ha aggiunto: «Da responsabile dell'Interno confermo che in Italia entra solo chi ha il permesso». La formula è: «Meno sbarchi, meno problemi, meno morti». In serata dal palco di Perugia è tornato sul tema: «I porti italiani sono e resteranno chiusi. Capisco il nervosismo di qualcuno che guadagnava milioni di euro, è finita la pacchia».
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Arrestati due radicalizzati: il marocchino Ossama Ghafir e il palermitano Giuseppe Frittitta: «Miravano al martirio». Federica Mogherini vuole navi Ue nel Mediterraneo. Il capo della diplomazia europea: ripristinare la missione Sophia in previsione delle partenze dalla Libia. Matteo Salvini ed Elisabetta Trenta fanno porto contro porto. Il capo del Viminale tira dritto: «Le frontiere restano chiuse». Ma la tensione con la Farnesina resta alta. Lo speciale comprende tre articoli. Parlano chiaramente del rischio di «attentati terroristici» i pm di Palermo che, ieri mattina, hanno fatto arrestare dalla Digos siciliana due giovani accusati di aver abbracciato l'Isis. «Lupi solitari» pronti al martirio in Siria o in Europa e determinati a eliminare i «miscredenti», sospettano il procuratore aggiunto Marzia Sabella e il sostituto Calogero Ferrara. Si tratta di Giuseppe Frittitta, 26 anni, convertitosi all'Islam col nome di Yusuf, e Ossama Ghafir, 18 anni, originario del Marocco. Il primo è stato fermato a Bernareggio, in Brianza, dove si è trasferito da qualche tempo da Aspra (Palermo) per lavorare come camionista per una ditta del nord. Il secondo, invece, è finito in manette nella sua casa di Cerano (Novara). A dispetto dell'età, era il più giovane a esercitare la leadership nel rapporto. Parlando con l'amico su linee intercettate dagli investigatori, Ossama affermava che «la legge di Allah si applica con la spada e bisogna essere crudeli con i traditori e con i ribelli». L'obiettivo sarebbe stato solo uno: «Morti tutti». Il nordafricano spiegava all'italiano che «gli apostati sono una malattia» e per questo «non avranno che la spada come medicina [...]. È arrivata l'ora del combattimento». In attesa di mettersi alla prova, i due seguivano - c'è scritto nel decreto di fermo - «le tecniche di addestramento militare (circuiti survival, soft air, cross fit ecc.) praticate dagli stessi mujahiddin», così da essere «pronti - tanto fisicamente quanto mentalmente - per unirsi ai combattimenti in Siria al fianco dei miliziani jihadisti». Il declino in Medioriente del Califfato, di cui i due si scambiavano sui social e su Instagram video e canti e immagini di propaganda, non avrebbe frenato i propositi bellicosi di Frittitta e Ghafir. Anzi, tanto il trasferimento al nord del primo, che gli avrebbe consentito di accrescere la sua «radicalizzazione» frequentando luoghi di culto nella provincia di Monza e incontrando «altri estremisti», quanto la fervente religiosità del secondo avrebbero avuto un effetto rinvigorente sui loro propositi. Secondo i pm, infatti, i due amici estremisti «sono tuttora pienamente attivi ed operativi» ed anzi «hanno incrementato le attività proprio nell'ultimo periodo, anche in concomitanza con la sconfitta dello Stato Islamico in Siria». Un «evento da loro vissuto con estremo dispiacere e causa di esternazioni ancora più violente». Una intercettazione in particolare lo proverebbe. Quella in cui Frittitta, al cellulare con Ossama, parla di sé in terza persona nei giorni successivi alla caduta delle ultime roccaforti dell'Isis. «Mi sono preso troppo di collera, ho sbagliato tipo due volte strada. Ho allungato 40 chilometri, in più mi sono dovuto fermare. Credimi, mancava poco e Yusuf faceva un casino in autostrada». Che cosa voleva dire? Le letture degli inquirenti sono molteplici: l'uomo potrebbe aver solo descritto lo stress provato in una giornata di viaggio col tir, o, ipotesi inquietante, fare riferimento all'idea di un attentato col camion, come quello già realizzato dai terroristi jihadisti ad esempio a Nizza. Si era isolato da tutto e da tutti, l'italiano, da quando aveva iniziato a frequentare la moschea di Villabate, in Sicilia, oltre un anno fa. Si era fatto crescere una lunga e folta barba nera, e aveva iniziato a condividere su Facebook immagini inneggianti ai leoni di Allah e alla vittoria della sharia nel mondo. Appena domenica scorsa si era sposato con una donna di religione islamica. Pure il rapporto con i genitori si era velocemente deteriorato tanto che la mamma, non sapendo di essere ascoltata dagli investigatori, si lamentava con un'amica: «Perché io ho mio figlio che lo devo tenere buono (calmo, ndr) […] quando io sento dire che il signore Gesù è un profeta io mi sento lacerare il cuore». La donna riportava poi una discussione col figlio. «Perciò io gli ho detto che di religione in questa casa non se ne deve parlare più, perché appena si parla di religione alziamo i mobili... liti […]. Sono stata un mese a casa da mia suocera. Lo so io quello che ho passato!». Agli atti dell'inchiesta ci sono anche le telefonate intercettate tra la madre e Frittitta sull'educazione di una futura nipotina. Di fronte alla richiesta della donna di affidarle il compito di allevare la bambina secondo sani principi occidentali, lui ribatteva: «Se me la cresci tu, come fate crescere le femmine vostre mi costringete ad andarmene in carcere! Mi mandate voi con le vostre mani in carcere a me... perché devo tagliarle la testa». E le urlava contro: «Siccome sei miscredente, non hai nessun potere su di me». Potere che invece esercitava su di lui l'amico Ossama, a cui Yusuf raccontava di voler «accarezzare» le «gole» degli infedeli, che Allah punisce «con il fuoco ardente», con il coltello da quasi 30 centimetri che «portava sempre con sé». Entrambi anelavano al martirio, ritengono i pm. E per l'italiano «farsi esplodere era una azione riservata a pochi eletti», considerato che «erano in tanti quelli che desideravano sacrificare la propria vita per la causa». Un'inchiesta complessa, ancora in corso per l'individuazione di possibili complici in Italia e all'estero, che ha visto il plauso del ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Grazie a forze dell'ordine e magistratura per la brillante operazione che ha portato all'arresto di due estremisti islamici. 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Ahmed Al Mismari, portavoce del generale, ha però negato ogni responsabilità accusando «le milizie armate di Tripoli». Quelle, cioè, che due settimane fa Haftar aveva definito «terroriste» mentre si apprestava a lanciare la sua offensiva sulla capitale. Inoltre, Khalida Al Obeidi, capo dell'ufficio stampa dell'Lna, ha accusato una milizia di aver assaltato la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli. L'edificio sarebbe stato preso d'assalto da milizie filogovernative, che avrebbe portato via alcuni veicoli. Sarebbe la terza volta dal rovesciamento di Gheddafi nel 2011 che l'ambasciata statunitense a Tripoli viene attaccata: è infatti già accaduto nel 2011 e nel 2014. Di certo c'è che le forze governative hanno messo nel mirino Garian, città a 80 chilometri a Sud di Tripoli, ieri bombardata dall'aviazione di Serraj. Proprio a Garian, la prima città a cadere nelle mani di Haftar, avrebbero operato consiglieri militari francesi in supporto al generale. Le diplomazie sono al lavoro, mentre Haftar rallenta e Serraj riconquista terreno. Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, ha escluso ieri, parlando a Radio Capital, la soluzione militare. Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'Ue, ha chiesto agli Stati membri dell'Ue di ripristinare la componente navale dell'operazione Sophia, temporaneamente sospesa il 31 marzo scorso. Obiettivo: contrastare il traffico di esseri umani e il contrabbando nel Mediterraneo, rischi aumentati dopo gli scontri tra le forze di Haftar e quelle di Serraj. Tripoli, intanto, invoca l'intervento delle Nazioni unite contando sulla sponda britannica, tedesca e italiana. Londra, infatti, ha chiesto all'Onu una risoluzione per il cessate-il-fuoco immediato. Tuttavia, il Regno Unito deve fare i conti con diversi membri permanenti del Consiglio di sicurezza, tra cui Francia e Russia, che non paiono disposti a tirare il freno ad Haftar. Le due fazioni stanno giocando la loro partita diplomatica anche attorno all'embargo. Il Qatar, alleato di Serraj, ha chiesto che la misura venga applicata ad Haftar e che certi Stati smettano di rifornire militarmente il generale. Allo stesso tempo, Khalid Al Mishri, presidente dell'Alto consiglio di Stato libico (l'organo legislativo di Tripoli), ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di rimuovere l'embargo sulla vendita di armi al governo di accordo nazionale per poter riportare la sicurezza in città. Difficilmente le richieste verranno accolte ma sono due segnali diplomatici, oltre a quelli militari, della riscossa di Tripoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/jihadisti-allitaliana-curiamo-gli-infedeli-usando-la-spada-2634900066.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-e-la-trenta-fanno-porto-contro-porto" data-post-id="2634900066" data-published-at="1775152884" data-use-pagination="False"> Salvini e la Trenta fanno porto contro porto Dopo le polemiche con la Difesa sulla direttiva riguardante la questione migranti e la direttiva sulla nave Mare Jonio, Matteo Salvini tira dritto, affermando: «Ho tutta l'autorità di decidere. Il porto lo assegna il ministro dell'Interno, può piacere o no, gli italiani mi pagano per difenderli e questo sto facendo». Sul rischio di infiltrazioni di terroristi sui barconi, dice: «È una certezza». Poco prima fonti del ministero dell'Interno avevano rassicurato che le interlocuzioni tra Viminale e vertici militari stessero continuando, «anche per definire le prossime strategie operative». Di più: «Sono esclusi dissapori, polemiche o malumori». Addirittura la Marina militare avrebbe dichiarato in documenti ufficiali di svolgere «l'importante attività di polizia dell'alto mare al fine di garantire la sicurezza anticipata delle frontiere marittime esterne», e in base a questa attività avrebbe chiesto e già ricevuto in passato «significativi finanziamenti». Peccato che l'atteggiamento del ministero della Difesa, Elisabetta Trenta, faccia intendere altro. Durante il question time di ieri, infatti, lei e Salvini non si sono neppure salutati e a chi, subito dopo, le ha chiesto se avesse chiarito con il ministro dell'Interno, ha risposto: «No, perché lui era impegnato e anche io ero impegnata. Non abbiamo avuto modo». E da lì un silenzio tombale. In mattinata però il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli era intervenuto così: «Se aumentano le partenze i porti devono rimanere aperti in tutta Europa». Il giorno prima Luigi Di Maio definiva «inutili» le direttive. La reazione di Salvini è arrivata ieri: «Io vedo i numeri e i numeri dicono il contrario. I numeri degli sbarchi, delle partenze e fortunatamente dei morti e dei dispersi dicono che stiamo gestendo bene il tema immigrazione». Lo Stato maggiore della Difesa, invece, ha fatto uscire un comunicato in cui chiarisce che «le Forze Armate sono uno strumento tecnico operativo al servizio del Paese» e «ogni attività viene pertanto svolta in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica». Che nel caso dei militari non parte dal Viminale. Tuttavia Salvini non sembra aver sconfinato in prerogative altrui con la direttiva sulla nave Mare Jonio. La scelta, infatti, sarebbe coperta dal Testo unico sull'immigrazione. Nel pomeriggio Salvini ha rassicurato: «Il Viminale lavora in perfetta sintonia con la Difesa per la protezione dei confini», ma sui porti è stato perentorio: «Se però qualcuno, per ragioni politiche, vuole o immagina i porti riaperti lo dica chiaramente». E ha aggiunto: «Da responsabile dell'Interno confermo che in Italia entra solo chi ha il permesso». La formula è: «Meno sbarchi, meno problemi, meno morti». In serata dal palco di Perugia è tornato sul tema: «I porti italiani sono e resteranno chiusi. Capisco il nervosismo di qualcuno che guadagnava milioni di euro, è finita la pacchia».
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.
Tradizione, innovazione e identità istituzionale si incontrano in un progetto inedito che porta il marchio dell’Esercito Italiano nel mondo del caffè. È stata presentata il 1° aprile, presso il Circolo Unificato «Pio IX», la nuova macchina da caffè a sistema ESE «Campagnola AR51», frutto della collaborazione tra DL Caffè e SIGIT S.p.A., con il supporto di Difesa Servizi S.p.A..
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del brand Esercito Italiano, sempre più orientato a costruire un dialogo concreto con il mondo produttivo nazionale e la società civile. Un progetto che non si limita al lancio di un prodotto, ma ambisce a rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini attraverso simboli riconoscibili e valori condivisi.
A moderare l’evento è stata la giornalista Filomena Greco, davanti a una platea composta da rappresentanti istituzionali, partner industriali e operatori del settore. L’incontro ha offerto l’occasione per riflettere sulle potenzialità del co-branding tra pubblico e privato, evidenziando come queste sinergie possano generare valore sia in termini economici sia culturali.
Il nome «Campagnola AR51» richiama uno dei veicoli più iconici della storia militare italiana, la Fiat Campagnola AR51, simbolo di robustezza e affidabilità. Un richiamo non casuale, che intende trasferire questi stessi attributi al nuovo prodotto: una macchina da caffè progettata per garantire qualità, semplicità d’uso e sostenibilità.
La «Campagnola AR51» utilizza il sistema ESE (Easy Serving Espresso), uno standard sempre più diffuso in Europa. Le cialde in carta compostabile rappresentano infatti una soluzione attenta all’ambiente, senza rinunciare alla qualità dell’espresso, elemento centrale della tradizione italiana.
Oltre all’aspetto tecnico, il progetto assume una valenza strategica più ampia. La valorizzazione del marchio Esercito, infatti, non si limita alla dimensione simbolica, ma diventa uno strumento per promuovere il made in Italy e le competenze industriali del Paese. In questo contesto, la collaborazione con aziende italiane rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra istituzioni e sistema produttivo.
Walter Schiavone, titolare DL caffè, commenta così questa iniziativa: «Affiancare il nostro brand a quello dell'esercito è motivo di orgoglio e di sfida. Caffè Esercito ci sta aprendo porte importanti e avremo soddisfazioni al di là di un prodotto di alta qualità. Non solo un buon caffè ma anche per il fatto che abbiamo ricreato un'auto iconica in versione macchina da caffè».
La «Campagnola AR51» segna così l’inizio di una nuova piattaforma di prodotti a marchio Esercito, destinata a evolversi nel tempo e ad ampliare la propria presenza sul mercato. Un’iniziativa che dimostra come anche realtà tradizionalmente legate alla sfera pubblica possano innovare il proprio linguaggio, trovando nuove modalità per raccontarsi e per creare valore condiviso.
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Gabriele Gravina (Ansa)
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
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