True
2019-04-18
Jihadisti all’italiana: «Curiamo gli infedeli usando la spada»
Getty Images
Parlano chiaramente del rischio di «attentati terroristici» i pm di Palermo che, ieri mattina, hanno fatto arrestare dalla Digos siciliana due giovani accusati di aver abbracciato l'Isis. «Lupi solitari» pronti al martirio in Siria o in Europa e determinati a eliminare i «miscredenti», sospettano il procuratore aggiunto Marzia Sabella e il sostituto Calogero Ferrara. Si tratta di Giuseppe Frittitta, 26 anni, convertitosi all'Islam col nome di Yusuf, e Ossama Ghafir, 18 anni, originario del Marocco.
Il primo è stato fermato a Bernareggio, in Brianza, dove si è trasferito da qualche tempo da Aspra (Palermo) per lavorare come camionista per una ditta del nord. Il secondo, invece, è finito in manette nella sua casa di Cerano (Novara). A dispetto dell'età, era il più giovane a esercitare la leadership nel rapporto. Parlando con l'amico su linee intercettate dagli investigatori, Ossama affermava che «la legge di Allah si applica con la spada e bisogna essere crudeli con i traditori e con i ribelli». L'obiettivo sarebbe stato solo uno: «Morti tutti». Il nordafricano spiegava all'italiano che «gli apostati sono una malattia» e per questo «non avranno che la spada come medicina [...]. È arrivata l'ora del combattimento». In attesa di mettersi alla prova, i due seguivano - c'è scritto nel decreto di fermo - «le tecniche di addestramento militare (circuiti survival, soft air, cross fit ecc.) praticate dagli stessi mujahiddin», così da essere «pronti - tanto fisicamente quanto mentalmente - per unirsi ai combattimenti in Siria al fianco dei miliziani jihadisti». Il declino in Medioriente del Califfato, di cui i due si scambiavano sui social e su Instagram video e canti e immagini di propaganda, non avrebbe frenato i propositi bellicosi di Frittitta e Ghafir. Anzi, tanto il trasferimento al nord del primo, che gli avrebbe consentito di accrescere la sua «radicalizzazione» frequentando luoghi di culto nella provincia di Monza e incontrando «altri estremisti», quanto la fervente religiosità del secondo avrebbero avuto un effetto rinvigorente sui loro propositi. Secondo i pm, infatti, i due amici estremisti «sono tuttora pienamente attivi ed operativi» ed anzi «hanno incrementato le attività proprio nell'ultimo periodo, anche in concomitanza con la sconfitta dello Stato Islamico in Siria».
Un «evento da loro vissuto con estremo dispiacere e causa di esternazioni ancora più violente». Una intercettazione in particolare lo proverebbe. Quella in cui Frittitta, al cellulare con Ossama, parla di sé in terza persona nei giorni successivi alla caduta delle ultime roccaforti dell'Isis. «Mi sono preso troppo di collera, ho sbagliato tipo due volte strada. Ho allungato 40 chilometri, in più mi sono dovuto fermare. Credimi, mancava poco e Yusuf faceva un casino in autostrada».
Che cosa voleva dire? Le letture degli inquirenti sono molteplici: l'uomo potrebbe aver solo descritto lo stress provato in una giornata di viaggio col tir, o, ipotesi inquietante, fare riferimento all'idea di un attentato col camion, come quello già realizzato dai terroristi jihadisti ad esempio a Nizza.
Si era isolato da tutto e da tutti, l'italiano, da quando aveva iniziato a frequentare la moschea di Villabate, in Sicilia, oltre un anno fa. Si era fatto crescere una lunga e folta barba nera, e aveva iniziato a condividere su Facebook immagini inneggianti ai leoni di Allah e alla vittoria della sharia nel mondo. Appena domenica scorsa si era sposato con una donna di religione islamica. Pure il rapporto con i genitori si era velocemente deteriorato tanto che la mamma, non sapendo di essere ascoltata dagli investigatori, si lamentava con un'amica: «Perché io ho mio figlio che lo devo tenere buono (calmo, ndr) […] quando io sento dire che il signore Gesù è un profeta io mi sento lacerare il cuore». La donna riportava poi una discussione col figlio. «Perciò io gli ho detto che di religione in questa casa non se ne deve parlare più, perché appena si parla di religione alziamo i mobili... liti […]. Sono stata un mese a casa da mia suocera. Lo so io quello che ho passato!».
Agli atti dell'inchiesta ci sono anche le telefonate intercettate tra la madre e Frittitta sull'educazione di una futura nipotina. Di fronte alla richiesta della donna di affidarle il compito di allevare la bambina secondo sani principi occidentali, lui ribatteva: «Se me la cresci tu, come fate crescere le femmine vostre mi costringete ad andarmene in carcere! Mi mandate voi con le vostre mani in carcere a me... perché devo tagliarle la testa». E le urlava contro: «Siccome sei miscredente, non hai nessun potere su di me». Potere che invece esercitava su di lui l'amico Ossama, a cui Yusuf raccontava di voler «accarezzare» le «gole» degli infedeli, che Allah punisce «con il fuoco ardente», con il coltello da quasi 30 centimetri che «portava sempre con sé». Entrambi anelavano al martirio, ritengono i pm. E per l'italiano «farsi esplodere era una azione riservata a pochi eletti», considerato che «erano in tanti quelli che desideravano sacrificare la propria vita per la causa».
Un'inchiesta complessa, ancora in corso per l'individuazione di possibili complici in Italia e all'estero, che ha visto il plauso del ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Grazie a forze dell'ordine e magistratura per la brillante operazione che ha portato all'arresto di due estremisti islamici. È l'ennesima conferma che è necessario, visto che abbiamo già in casa alcuni potenziali terroristi, non farne arrivare altri via mare».
La Mogherini vuole navi Ue nel Mediterraneo
Dopo due settimane di scontri attorno a Tripoli, almeno 189 morti, 816 feriti e 18.000 sfollati, la comunità internazionale sembra aver ritrovato la voce. Ieri Ghassan Salamé, l'inviato delle Nazioni unite in Libia, ha condannato i bombardamenti sulla capitale avvenuti nella notte tra martedì e mercoledì che hanno causato quattro morti e almeno 20 feriti. «Per il bene di 3 milioni di civili che vivono nella Grande Tripoli, questi attacchi devono fermarsi. Adesso», ha scritto Salamé.
Gli attacchi aerei hanno colpito in particolare il quartiere di Abu Salim, famoso sotto il regime di Moammar Gheddafi per la presenza di un infame carcere e ritenuto la porta principale della città, e la strada che porta all'aeroporto di Mitiga. Ma di questi bombardamenti è ancora sconosciuto l'autore. Fayez Al Serraj, premier del Governo di accordo nazionale, ha visitato le zone colpite e ha puntato il dito contro il rivale, Khalifa Haftar. Per altro, Al Serraj ha fatto sapere di voler consegnare alla Corte penale internazionale documenti che dimostrerebbero i «crimini di guerra» commessi da Haftar.
Ahmed Al Mismari, portavoce del generale, ha però negato ogni responsabilità accusando «le milizie armate di Tripoli». Quelle, cioè, che due settimane fa Haftar aveva definito «terroriste» mentre si apprestava a lanciare la sua offensiva sulla capitale.
Inoltre, Khalida Al Obeidi, capo dell'ufficio stampa dell'Lna, ha accusato una milizia di aver assaltato la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli. L'edificio sarebbe stato preso d'assalto da milizie filogovernative, che avrebbe portato via alcuni veicoli. Sarebbe la terza volta dal rovesciamento di Gheddafi nel 2011 che l'ambasciata statunitense a Tripoli viene attaccata: è infatti già accaduto nel 2011 e nel 2014. Di certo c'è che le forze governative hanno messo nel mirino Garian, città a 80 chilometri a Sud di Tripoli, ieri bombardata dall'aviazione di Serraj. Proprio a Garian, la prima città a cadere nelle mani di Haftar, avrebbero operato consiglieri militari francesi in supporto al generale.
Le diplomazie sono al lavoro, mentre Haftar rallenta e Serraj riconquista terreno. Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, ha escluso ieri, parlando a Radio Capital, la soluzione militare. Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'Ue, ha chiesto agli Stati membri dell'Ue di ripristinare la componente navale dell'operazione Sophia, temporaneamente sospesa il 31 marzo scorso. Obiettivo: contrastare il traffico di esseri umani e il contrabbando nel Mediterraneo, rischi aumentati dopo gli scontri tra le forze di Haftar e quelle di Serraj.
Tripoli, intanto, invoca l'intervento delle Nazioni unite contando sulla sponda britannica, tedesca e italiana. Londra, infatti, ha chiesto all'Onu una risoluzione per il cessate-il-fuoco immediato. Tuttavia, il Regno Unito deve fare i conti con diversi membri permanenti del Consiglio di sicurezza, tra cui Francia e Russia, che non paiono disposti a tirare il freno ad Haftar.
Le due fazioni stanno giocando la loro partita diplomatica anche attorno all'embargo. Il Qatar, alleato di Serraj, ha chiesto che la misura venga applicata ad Haftar e che certi Stati smettano di rifornire militarmente il generale. Allo stesso tempo, Khalid Al Mishri, presidente dell'Alto consiglio di Stato libico (l'organo legislativo di Tripoli), ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di rimuovere l'embargo sulla vendita di armi al governo di accordo nazionale per poter riportare la sicurezza in città. Difficilmente le richieste verranno accolte ma sono due segnali diplomatici, oltre a quelli militari, della riscossa di Tripoli.
Salvini e la Trenta fanno porto contro porto
Dopo le polemiche con la Difesa sulla direttiva riguardante la questione migranti e la direttiva sulla nave Mare Jonio, Matteo Salvini tira dritto, affermando: «Ho tutta l'autorità di decidere. Il porto lo assegna il ministro dell'Interno, può piacere o no, gli italiani mi pagano per difenderli e questo sto facendo». Sul rischio di infiltrazioni di terroristi sui barconi, dice: «È una certezza». Poco prima fonti del ministero dell'Interno avevano rassicurato che le interlocuzioni tra Viminale e vertici militari stessero continuando, «anche per definire le prossime strategie operative». Di più: «Sono esclusi dissapori, polemiche o malumori». Addirittura la Marina militare avrebbe dichiarato in documenti ufficiali di svolgere «l'importante attività di polizia dell'alto mare al fine di garantire la sicurezza anticipata delle frontiere marittime esterne», e in base a questa attività avrebbe chiesto e già ricevuto in passato «significativi finanziamenti». Peccato che l'atteggiamento del ministero della Difesa, Elisabetta Trenta, faccia intendere altro. Durante il question time di ieri, infatti, lei e Salvini non si sono neppure salutati e a chi, subito dopo, le ha chiesto se avesse chiarito con il ministro dell'Interno, ha risposto: «No, perché lui era impegnato e anche io ero impegnata. Non abbiamo avuto modo». E da lì un silenzio tombale.
In mattinata però il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli era intervenuto così: «Se aumentano le partenze i porti devono rimanere aperti in tutta Europa». Il giorno prima Luigi Di Maio definiva «inutili» le direttive. La reazione di Salvini è arrivata ieri: «Io vedo i numeri e i numeri dicono il contrario. I numeri degli sbarchi, delle partenze e fortunatamente dei morti e dei dispersi dicono che stiamo gestendo bene il tema immigrazione».
Lo Stato maggiore della Difesa, invece, ha fatto uscire un comunicato in cui chiarisce che «le Forze Armate sono uno strumento tecnico operativo al servizio del Paese» e «ogni attività viene pertanto svolta in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica». Che nel caso dei militari non parte dal Viminale. Tuttavia Salvini non sembra aver sconfinato in prerogative altrui con la direttiva sulla nave Mare Jonio. La scelta, infatti, sarebbe coperta dal Testo unico sull'immigrazione. Nel pomeriggio Salvini ha rassicurato: «Il Viminale lavora in perfetta sintonia con la Difesa per la protezione dei confini», ma sui porti è stato perentorio: «Se però qualcuno, per ragioni politiche, vuole o immagina i porti riaperti lo dica chiaramente». E ha aggiunto: «Da responsabile dell'Interno confermo che in Italia entra solo chi ha il permesso». La formula è: «Meno sbarchi, meno problemi, meno morti». In serata dal palco di Perugia è tornato sul tema: «I porti italiani sono e resteranno chiusi. Capisco il nervosismo di qualcuno che guadagnava milioni di euro, è finita la pacchia».
Continua a leggereRiduci
Arrestati due radicalizzati: il marocchino Ossama Ghafir e il palermitano Giuseppe Frittitta: «Miravano al martirio». Federica Mogherini vuole navi Ue nel Mediterraneo. Il capo della diplomazia europea: ripristinare la missione Sophia in previsione delle partenze dalla Libia. Matteo Salvini ed Elisabetta Trenta fanno porto contro porto. Il capo del Viminale tira dritto: «Le frontiere restano chiuse». Ma la tensione con la Farnesina resta alta. Lo speciale comprende tre articoli. Parlano chiaramente del rischio di «attentati terroristici» i pm di Palermo che, ieri mattina, hanno fatto arrestare dalla Digos siciliana due giovani accusati di aver abbracciato l'Isis. «Lupi solitari» pronti al martirio in Siria o in Europa e determinati a eliminare i «miscredenti», sospettano il procuratore aggiunto Marzia Sabella e il sostituto Calogero Ferrara. Si tratta di Giuseppe Frittitta, 26 anni, convertitosi all'Islam col nome di Yusuf, e Ossama Ghafir, 18 anni, originario del Marocco. Il primo è stato fermato a Bernareggio, in Brianza, dove si è trasferito da qualche tempo da Aspra (Palermo) per lavorare come camionista per una ditta del nord. Il secondo, invece, è finito in manette nella sua casa di Cerano (Novara). A dispetto dell'età, era il più giovane a esercitare la leadership nel rapporto. Parlando con l'amico su linee intercettate dagli investigatori, Ossama affermava che «la legge di Allah si applica con la spada e bisogna essere crudeli con i traditori e con i ribelli». L'obiettivo sarebbe stato solo uno: «Morti tutti». Il nordafricano spiegava all'italiano che «gli apostati sono una malattia» e per questo «non avranno che la spada come medicina [...]. È arrivata l'ora del combattimento». In attesa di mettersi alla prova, i due seguivano - c'è scritto nel decreto di fermo - «le tecniche di addestramento militare (circuiti survival, soft air, cross fit ecc.) praticate dagli stessi mujahiddin», così da essere «pronti - tanto fisicamente quanto mentalmente - per unirsi ai combattimenti in Siria al fianco dei miliziani jihadisti». Il declino in Medioriente del Califfato, di cui i due si scambiavano sui social e su Instagram video e canti e immagini di propaganda, non avrebbe frenato i propositi bellicosi di Frittitta e Ghafir. Anzi, tanto il trasferimento al nord del primo, che gli avrebbe consentito di accrescere la sua «radicalizzazione» frequentando luoghi di culto nella provincia di Monza e incontrando «altri estremisti», quanto la fervente religiosità del secondo avrebbero avuto un effetto rinvigorente sui loro propositi. Secondo i pm, infatti, i due amici estremisti «sono tuttora pienamente attivi ed operativi» ed anzi «hanno incrementato le attività proprio nell'ultimo periodo, anche in concomitanza con la sconfitta dello Stato Islamico in Siria». Un «evento da loro vissuto con estremo dispiacere e causa di esternazioni ancora più violente». Una intercettazione in particolare lo proverebbe. Quella in cui Frittitta, al cellulare con Ossama, parla di sé in terza persona nei giorni successivi alla caduta delle ultime roccaforti dell'Isis. «Mi sono preso troppo di collera, ho sbagliato tipo due volte strada. Ho allungato 40 chilometri, in più mi sono dovuto fermare. Credimi, mancava poco e Yusuf faceva un casino in autostrada». Che cosa voleva dire? Le letture degli inquirenti sono molteplici: l'uomo potrebbe aver solo descritto lo stress provato in una giornata di viaggio col tir, o, ipotesi inquietante, fare riferimento all'idea di un attentato col camion, come quello già realizzato dai terroristi jihadisti ad esempio a Nizza. Si era isolato da tutto e da tutti, l'italiano, da quando aveva iniziato a frequentare la moschea di Villabate, in Sicilia, oltre un anno fa. Si era fatto crescere una lunga e folta barba nera, e aveva iniziato a condividere su Facebook immagini inneggianti ai leoni di Allah e alla vittoria della sharia nel mondo. Appena domenica scorsa si era sposato con una donna di religione islamica. Pure il rapporto con i genitori si era velocemente deteriorato tanto che la mamma, non sapendo di essere ascoltata dagli investigatori, si lamentava con un'amica: «Perché io ho mio figlio che lo devo tenere buono (calmo, ndr) […] quando io sento dire che il signore Gesù è un profeta io mi sento lacerare il cuore». La donna riportava poi una discussione col figlio. «Perciò io gli ho detto che di religione in questa casa non se ne deve parlare più, perché appena si parla di religione alziamo i mobili... liti […]. Sono stata un mese a casa da mia suocera. Lo so io quello che ho passato!». Agli atti dell'inchiesta ci sono anche le telefonate intercettate tra la madre e Frittitta sull'educazione di una futura nipotina. Di fronte alla richiesta della donna di affidarle il compito di allevare la bambina secondo sani principi occidentali, lui ribatteva: «Se me la cresci tu, come fate crescere le femmine vostre mi costringete ad andarmene in carcere! Mi mandate voi con le vostre mani in carcere a me... perché devo tagliarle la testa». E le urlava contro: «Siccome sei miscredente, non hai nessun potere su di me». Potere che invece esercitava su di lui l'amico Ossama, a cui Yusuf raccontava di voler «accarezzare» le «gole» degli infedeli, che Allah punisce «con il fuoco ardente», con il coltello da quasi 30 centimetri che «portava sempre con sé». Entrambi anelavano al martirio, ritengono i pm. E per l'italiano «farsi esplodere era una azione riservata a pochi eletti», considerato che «erano in tanti quelli che desideravano sacrificare la propria vita per la causa». Un'inchiesta complessa, ancora in corso per l'individuazione di possibili complici in Italia e all'estero, che ha visto il plauso del ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Grazie a forze dell'ordine e magistratura per la brillante operazione che ha portato all'arresto di due estremisti islamici. È l'ennesima conferma che è necessario, visto che abbiamo già in casa alcuni potenziali terroristi, non farne arrivare altri via mare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/jihadisti-allitaliana-curiamo-gli-infedeli-usando-la-spada-2634900066.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-mogherini-vuole-navi-ue-nel-mediterraneo" data-post-id="2634900066" data-published-at="1774763182" data-use-pagination="False"> La Mogherini vuole navi Ue nel Mediterraneo Dopo due settimane di scontri attorno a Tripoli, almeno 189 morti, 816 feriti e 18.000 sfollati, la comunità internazionale sembra aver ritrovato la voce. Ieri Ghassan Salamé, l'inviato delle Nazioni unite in Libia, ha condannato i bombardamenti sulla capitale avvenuti nella notte tra martedì e mercoledì che hanno causato quattro morti e almeno 20 feriti. «Per il bene di 3 milioni di civili che vivono nella Grande Tripoli, questi attacchi devono fermarsi. Adesso», ha scritto Salamé. Gli attacchi aerei hanno colpito in particolare il quartiere di Abu Salim, famoso sotto il regime di Moammar Gheddafi per la presenza di un infame carcere e ritenuto la porta principale della città, e la strada che porta all'aeroporto di Mitiga. Ma di questi bombardamenti è ancora sconosciuto l'autore. Fayez Al Serraj, premier del Governo di accordo nazionale, ha visitato le zone colpite e ha puntato il dito contro il rivale, Khalifa Haftar. Per altro, Al Serraj ha fatto sapere di voler consegnare alla Corte penale internazionale documenti che dimostrerebbero i «crimini di guerra» commessi da Haftar. Ahmed Al Mismari, portavoce del generale, ha però negato ogni responsabilità accusando «le milizie armate di Tripoli». Quelle, cioè, che due settimane fa Haftar aveva definito «terroriste» mentre si apprestava a lanciare la sua offensiva sulla capitale. Inoltre, Khalida Al Obeidi, capo dell'ufficio stampa dell'Lna, ha accusato una milizia di aver assaltato la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli. L'edificio sarebbe stato preso d'assalto da milizie filogovernative, che avrebbe portato via alcuni veicoli. Sarebbe la terza volta dal rovesciamento di Gheddafi nel 2011 che l'ambasciata statunitense a Tripoli viene attaccata: è infatti già accaduto nel 2011 e nel 2014. Di certo c'è che le forze governative hanno messo nel mirino Garian, città a 80 chilometri a Sud di Tripoli, ieri bombardata dall'aviazione di Serraj. Proprio a Garian, la prima città a cadere nelle mani di Haftar, avrebbero operato consiglieri militari francesi in supporto al generale. Le diplomazie sono al lavoro, mentre Haftar rallenta e Serraj riconquista terreno. Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, ha escluso ieri, parlando a Radio Capital, la soluzione militare. Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'Ue, ha chiesto agli Stati membri dell'Ue di ripristinare la componente navale dell'operazione Sophia, temporaneamente sospesa il 31 marzo scorso. Obiettivo: contrastare il traffico di esseri umani e il contrabbando nel Mediterraneo, rischi aumentati dopo gli scontri tra le forze di Haftar e quelle di Serraj. Tripoli, intanto, invoca l'intervento delle Nazioni unite contando sulla sponda britannica, tedesca e italiana. Londra, infatti, ha chiesto all'Onu una risoluzione per il cessate-il-fuoco immediato. Tuttavia, il Regno Unito deve fare i conti con diversi membri permanenti del Consiglio di sicurezza, tra cui Francia e Russia, che non paiono disposti a tirare il freno ad Haftar. Le due fazioni stanno giocando la loro partita diplomatica anche attorno all'embargo. Il Qatar, alleato di Serraj, ha chiesto che la misura venga applicata ad Haftar e che certi Stati smettano di rifornire militarmente il generale. Allo stesso tempo, Khalid Al Mishri, presidente dell'Alto consiglio di Stato libico (l'organo legislativo di Tripoli), ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di rimuovere l'embargo sulla vendita di armi al governo di accordo nazionale per poter riportare la sicurezza in città. Difficilmente le richieste verranno accolte ma sono due segnali diplomatici, oltre a quelli militari, della riscossa di Tripoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/jihadisti-allitaliana-curiamo-gli-infedeli-usando-la-spada-2634900066.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-e-la-trenta-fanno-porto-contro-porto" data-post-id="2634900066" data-published-at="1774763182" data-use-pagination="False"> Salvini e la Trenta fanno porto contro porto Dopo le polemiche con la Difesa sulla direttiva riguardante la questione migranti e la direttiva sulla nave Mare Jonio, Matteo Salvini tira dritto, affermando: «Ho tutta l'autorità di decidere. Il porto lo assegna il ministro dell'Interno, può piacere o no, gli italiani mi pagano per difenderli e questo sto facendo». Sul rischio di infiltrazioni di terroristi sui barconi, dice: «È una certezza». Poco prima fonti del ministero dell'Interno avevano rassicurato che le interlocuzioni tra Viminale e vertici militari stessero continuando, «anche per definire le prossime strategie operative». Di più: «Sono esclusi dissapori, polemiche o malumori». Addirittura la Marina militare avrebbe dichiarato in documenti ufficiali di svolgere «l'importante attività di polizia dell'alto mare al fine di garantire la sicurezza anticipata delle frontiere marittime esterne», e in base a questa attività avrebbe chiesto e già ricevuto in passato «significativi finanziamenti». Peccato che l'atteggiamento del ministero della Difesa, Elisabetta Trenta, faccia intendere altro. Durante il question time di ieri, infatti, lei e Salvini non si sono neppure salutati e a chi, subito dopo, le ha chiesto se avesse chiarito con il ministro dell'Interno, ha risposto: «No, perché lui era impegnato e anche io ero impegnata. Non abbiamo avuto modo». E da lì un silenzio tombale. In mattinata però il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli era intervenuto così: «Se aumentano le partenze i porti devono rimanere aperti in tutta Europa». Il giorno prima Luigi Di Maio definiva «inutili» le direttive. La reazione di Salvini è arrivata ieri: «Io vedo i numeri e i numeri dicono il contrario. I numeri degli sbarchi, delle partenze e fortunatamente dei morti e dei dispersi dicono che stiamo gestendo bene il tema immigrazione». Lo Stato maggiore della Difesa, invece, ha fatto uscire un comunicato in cui chiarisce che «le Forze Armate sono uno strumento tecnico operativo al servizio del Paese» e «ogni attività viene pertanto svolta in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica». Che nel caso dei militari non parte dal Viminale. Tuttavia Salvini non sembra aver sconfinato in prerogative altrui con la direttiva sulla nave Mare Jonio. La scelta, infatti, sarebbe coperta dal Testo unico sull'immigrazione. Nel pomeriggio Salvini ha rassicurato: «Il Viminale lavora in perfetta sintonia con la Difesa per la protezione dei confini», ma sui porti è stato perentorio: «Se però qualcuno, per ragioni politiche, vuole o immagina i porti riaperti lo dica chiaramente». E ha aggiunto: «Da responsabile dell'Interno confermo che in Italia entra solo chi ha il permesso». La formula è: «Meno sbarchi, meno problemi, meno morti». In serata dal palco di Perugia è tornato sul tema: «I porti italiani sono e resteranno chiusi. Capisco il nervosismo di qualcuno che guadagnava milioni di euro, è finita la pacchia».
Imagoeconomica
Secondo il docente di politica economica, «a questo punto della storia, prendere tempo significa solo perdere tempo. E l’Italia oggi non può permetterselo». Non diversamente la pensa, o per lo meno questo è ciò che sostiene in pubblico, Matteo Renzi, il quale a SkyTg24 ha rilasciato la seguente previsione: «O Giorgia Meloni va a votare subito o sarà un declino costante». Per poi aggiungere, in versione Mago Otelma: «Non escludo che stia pensando alle elezioni».
Che Giavazzi e il senatore semplice di Rignano, insieme ad alcuni altri meno conosciuti, sposino la tesi dell’urgenza di tornare a votare già dovrebbe far riflettere. Se loro sono favorevoli a uno scioglimento anticipato delle Camere c’è un motivo in più per evitare di far finire un anno e mezzo prima la legislatura. Nel caso di Giavazzi perché i consigli dispensati a Draghi (come, ad esempio, quello di staccare un pezzo dei 5 stelle per sostenere il governo) si sono rivelati disastrosi. Per quanto riguarda invece Renzi, poiché le sue indicazioni non sono mai disinteressate, se si vogliono evitare guai è sempre preferibile fare il contrario di quel che dice.
Oltre ai suggerimenti di cui diffidare, a sconsigliare il ricorso alle urne sono anche altri fattori che Giorgia Meloni credo abbia ben presenti e qui cercherò brevemente di riassumere. Prima questione: il presidente del Consiglio si può dimettere ma non può convocare nuove elezioni, perché quella è una prerogativa che compete al capo dello Stato. Il quale, come ho già spiegato, potrebbe prendere atto del fatto che il premier ha gettato la spugna e potrebbe decidere di incaricare qualcun altro. E a questo punto Meloni sarebbe fuori dai giochi. Qualcuno obietta che non ci sono i numeri per fare un governo tecnico o del presidente. Sì, sulla carta sembrerebbe così, ma in pratica potrebbe andare diversamente e non penso che a Giorgia convenga fare una verifica, rischiando una brutta sorpresa. Che cosa mi fa dire che i numeri a sostegno del centrodestra di fronte all’ipotesi di un governissimo potrebbero essere meno granitici? Beh, innanzitutto il calendario: credo che ai parlamentari di prima nomina manchi ancora un anno per maturare la pensione e dunque nessuno di loro sarà contento di lasciare la poltrona. Poi ci sono gli onorevoli di lungo corso, molti dei quali sanno che, per via dei troppi mandati o semplicemente perché si è ristretto il numero di possibili eletti, non saranno ricandidati. Gli uni e gli altri ovviamente hanno buoni motivi per guardare in cagnesco la fine anticipata della legislatura. Se poi consideriamo che, con la guerra in Iran, Sergio Mattarella avrebbe gioco facile a invocare l’interesse nazionale, chiunque può capire che le dimissioni sarebbero per Meloni un salto nel vuoto senza alcuna rete di protezione.
I sostenitori del voto però replicano che Giorgia non può restare a farsi rosolare: deve reagire, perché altrimenti, come dice Renzi, ci sarà un declino costante. Ammettiamo che il Bomba fiorentino abbia ragione e che il premier debba uscire dall’angolo in cui l’ha ficcata la sconfitta e per farlo, invece di rilanciare l’azione di governo, decida di affossare il governo. Ammettiamo pure che il capo dello Stato, invece di fare quello che ha fatto a Renzi, ovvero tirare avanti la legislatura fino alla fine, la sciolga in anticipo. Ma chi garantirà a Meloni, con l’attuale legge elettorale, di poter tornare a Palazzo Chigi? E soprattutto chi le assicurerà di riuscire a tener unita la coalizione? Roberto Vannacci, con Futuro nazionale si è portato via qualche onorevole ma alle elezioni minaccia di sottrarre un po’ di voti. E poi c’è Forza Italia, che di questi tempi è attraversata da strani sommovimenti e non è detto che vadano tutti nella direzione di un sostegno alla leadership di Giorgia. Tra gli azzurri c’è chi vorrebbe tenersi le mani libere, perché un domani chissà… Vi sembra fantapolitica? Beh, in passato il governo è stato sostenuto da Pd, Italia viva, 5 stelle, Articolo uno, e - udite, udite - Forza Italia e Lega. La Lega questa volta di certo non sarà invitata a unirsi all’ammucchiata, ma Forza Italia? Sarà per questo che Giavazzi e Renzi spingono per le elezioni? Ah, saperlo… Di certo, il Bomba toscano non vede l’ora di mandare a casa Meloni. Anche per un fatto personale: ha vietato ai parlamentari i pagamenti provenienti da enti riconducibili a Paesi esteri. Insomma, lo ha colpito nel portafogli e lui, con il suo due per cento, non vede l’ora di colpirla nell’urna.
Continua a leggereRiduci
Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Ansa)
«Giorgia ha perso il tocco magico», «Giorgia naviga a vista», «Le epurazioni di Giorgia sono un segno di debolezza», ripetono a nastro opposizioni e redazioni mainstream (più o meno la stessa cosa). Ma la conseguenza è che la maggioranza ci crede e comincia a guardare l’abisso: dopo tre anni e mezzo di vento in poppa, alla prima tempesta tutti nel panico. Con l’effetto eventualmente più letale: regalare al partito dei magistrati anche la soddisfazione di far cadere il governo.
Venerdì sera, intanto, la Meloni, nella propria residenza romana, ha incontrato i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani per fare il punto e organizzare il rilancio. Già a margine del Cdm i tre si erano fermati a parlare, poi si sono dati appuntamento in serata per una cena, lontano da occhi indiscreti. Ma nella coalizione è comunque caos. Elezioni anticipate o no? Ufficialmente nessuno vorrebbe lasciare ma l’ipotesi è diventata un tema. Dentro l’esecutivo non sarebbe contrario Giancarlo Giorgetti, favorevole a «farla finita subito» per non farsi rosolare per un anno e mezzo dal malpancismo interno e dalla sfavorevole congiuntura economica. Con una controindicazione. Nell’agosto 2019 la pensava allo stesso modo riguardo alla fine del governo Conte 1, con la richiesta di elezioni che Sergio Mattarella non concesse mai.
A tifare per una nuova trappola è Matteo Renzi, che guarda la palla di vetro e vede «un logoramento come accadde a me, lei ha la fiducia in Parlamento ma è sfiduciata dal popolo, si è rotta la connessione sentimentale. A questo punto le strade sono due: spaccare tutto e andare a elezioni anticipate, ma non lo farà perché per dimettersi ci vuole coraggio. Sceglierà la seconda via: sopravvivere un anno mentre tutti attorno a lei si daranno di gomito. Sarà una via crucis molto faticosa». La provocazione è palese in senso renziano: dovresti dimetterti invece galleggi perché sei pusillanime. Quindi, secondo logica, Giorgia Meloni dovrebbe fare esattamente il contrario: lavorare per risalire la china, comportarsi al contrario di Renzi per rimanere dentro la realtà, dentro la politica. Ed evitare di diventare lentamente insignificante, destino che dopo un decennio ancora accompagna l’ex premier.
Mentre in Forza Italia qualcuno comincia ad assaporare l’effetto sganciamento nel segno dei «diritti umani universali» (quando le mode declinano perfino nei campus californiani, diventano meravigliose in Italia), altri consiglieri del malaugurio arrivano da stakeholder pesanti come Confindustria. Il presidente Emanuele Orsini, fino all’altroieri favorevole all’approccio del governo sui dati macroeconomici e tendenziali, ora improvvisamente cavalca la possibile «recessione bellica». E aggiunge: «Rischiamo una crisi energetica come mai l’abbiamo avuta nella storia». Guarda caso se n’è accorto dopo il referendum e adesso vede il baratro: «Galoppiamo verso un contesto di consumi, investimenti, attività più deboli». Conseguenza: fermi tutti e governissimo, con il tradimento degli elettori di centrodestra e il disconoscimento di quasi quattro anni di crescita dopo i disastri contiani (reddito di cittadinanza, superbonus) e il galleggiamento recessivo draghiano. Ieri Orsini ha alzato ancora la voce contro l’esecutivo sulla riduzione - uscita dal decreto Fisco - dei crediti per Transizione 5.0. Il capo degli industriali chiede un tavolo: «A rischio la fiducia». Giorgetti da Cernobbio gli risponde: con la guerra è cambiato tutto e dobbiamo decidere «se le disponibilità devono andare» agli incentivi o «a favore delle imprese energivore, piuttosto che delle aziende di trasporto o per le accise».
Tira aria di spallata anche dalle parti delle redazioni. Il segnavento più indicativo è nell’editoriale del Foglio, sempre molto sensibile a fiutare le brezze provenienti dal Colle, dal titolo «Al voto, al voto». Come se oggi nulla possa essere meglio di una congiura istituzionale. Sarebbe la realizzazione plastica del progetto spiattellato davanti a un buon Chianti prenatalizio da Francesco Saverio Garofani, consigliere di Mattarella. Stai a vedere che lo sgambetto dei pm può diventare una risorsa anche per Claudio Cerasa. Proprio per questo varrebbe la pena riesumare il diktat di un altro Francesco Saverio, quel Borrelli riformista-wagneriano che disse: «Resistere, resistere, resistere». Nel dubbio Fdi tace. Neppure le chat mostrano sussulti. Come conferma l’agenzia Dire, da più di 48 ore la chat dell’esecutivo è muta. È su WhatsApp e si chiama «Consiglio dei ministri». Da mercoledì sera è vuota. Per due motivi. Primo: Daniela Santanchè è ancora nel gruppo e ogni commento sarebbe imbarazzante. Secondo: ogni elucubrazione digitale potrebbe trasformarsi in una polemica. «Ora la strumentalizzazione automatica sarebbe l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno», spiffera il solito saggio.
Continua a leggereRiduci
Kaja Kallas (Ansa)
«È passato un anno - gli ha rinfacciato la Kallas - e la Russia non ha fatto alcun passo. Quando finirà la vostra pazienza?». Al sarcasmo della «brillante» euroministra degli Esteri, pare che Rubio non abbia reagito elegantemente e avrebbe freddato la signora con un irritato «Stiamo facendo del nostro meglio per porre fine alla guerra. Se pensate di poter ottenere migliori risultati, fate pure. Noi ci faremo da parte». Ovviamente la baldanza retorica è l’unica arma di cui dispone la Commissione europea, il cui valore della classe dirigente impressiona per inadeguatezza di mese in mese.
Quando poi si tratta di mostrare realmente il valore politico dell’Unione, ecco che si arriva alla firma degli accordi relativi ai dazi, il cui peso negoziale è totalmente sbilanciato a favore della Casa Bianca, che aveva fatto intendere: o firmate l’accordo sui dazi oppure vi tagliamo il gas. E ci mancherebbe pure questo. Solo una cosa appare sempre più certa: nei conflitti in corso l’unico sconfitto di peso chiaro si chiama Unione europea. Una sconfitta pesante che gli ultimi botti di euroretorica potranno celare per poco. Tutto ciò su cui l’Ue aveva puntato è miseramente crollato: il mondo perfetto si è girato contro e si è trasformato in incubo.
Pensate allo slogan «grazie all’euro non avremo più guerre in Europa»: ne sono scoppiate due, una a Est e una in quel Mediterraneo sempre sottovalutato da Bruxelles. E quell’«Ue, no borders», l’abbattimento dei confini con cui la generazione Erasmus doveva essere liberata dai nazionalismi? Ci ritroviamo al protagonismo dei confini, sia politici/militari sia economico/finanziari. E pensate ai deliri delle politiche green, dalla riduzione delle emissioni alla retorica delle batterie come nuovo paradigma energetico. Tutto si è rivoltato per via di confini da riprendersi, regimi da rovesciare e combustibili fossili come presidio da controllare. Eh già: si combatte ancora per il petrolio e per il gas.
A Bruxelles non mollano sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica di almeno il 55% entro il 2030 e di cambiamenti climatici da contrastare, mentre missili e droni fanno saltare in aria oleodotti e infrastrutture inquinando cielo, terra e mare. E che dire delle valutazioni sul mercato del carbonio, quando pure in Italia - per far fronte all’emergenza - si riaccendono i motori delle centrali a carbone, nella speranza che mettano sul mercato 30 miliardi di kWh per consentire un «gioco più largo» d’impiego del petrolio? In poche parole: sarebbe meglio che l’Europa se ne stesse zitta e di contro gli Stati tornassero a pensare a come riparare i propri cittadini e curare i propri interessi nazionali. Anche dal punto di vista energetico. Lungi da me proporre piani «sovranisti», ma almeno pensiamo a come avviare immediatamente l’iter per trasformare i rifiuti in energia: sono il nostro oro e dobbiamo fare in fretta per affidarci ai più bravi (in Italia abbiamo top player a livello mondiale) così da riqualificare anche siti industriali dismessi. Altra questione: riallacciare i rapporti con la Russia per non restare gli ultimi del giro visto che lo faranno gli americani (Exxon), i francesi (la Total è già lì) e altri. Questo rapporto va riaperto soprattutto se la chiusura di Hormuz si protraesse; a quel punto non è difficile ipotizzare uno scenario per cui i carichi saranno soggetti ad aste e andranno verso i Paesi disposti a pagare di più (Cina in testa).
Questa considerazione non può non tenere conto della scelta americana di congelare le sanzioni sul petrolio russo: perché non muoverci a riallacciare i rapporti, invece di sparare pure sulle iniziative della Biennale? Ultima suggestione: tutelare il mercato interno, esattamente come gli altri.
La Commissione dovrebbe proibire alle compagnie petrolifere europee di vendere petrolio e gas fuori dall’Europa e garantire così prioritariamente la domanda interna. Se Bruxelles non lo volesse fare e se per l’Italia fossero chiari i prodromi di una grave crisi energetica, il governo italiano potrebbe emanare una normativa di emergenza per tenere le nostre risorse energetiche per il mercato interno. Non esportare nulla, in poche parole. Ovviamente in questa fase gli utili delle compagnie del settore - a maggior ragione le partecipate - saranno usati anche per far fronte alle difficoltà che la crisi provocherà.
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein (Ansa)
Dopo la vittoria del No al referendum sono stato quasi sommerso da domande da parte dei colleghi stranieri, sintetizzabili in una: vincerà la sinistra le elezioni politiche del 2027? Ho promesso una mia stima probabilistica tra qualche settimana per due motivi: avere dati sulla reazione del governo e delle forze politiche di centrodestra di fronte a questo rischio e, soprattutto, sull’impatto e contenimento dell’eventuale crisi inflazionistica/recessiva dovuta al blocco dei transiti nello stretto di Hormuz.
Sto studiando, ma qui ritengo rilevante riportare lo scenario what if (cosa succede se) che è oggetto di studio da parte di alcuni rilevanti colleghi esteri sull’Italia, con enfasi sull’opportunità o meno di investimenti in Italia. Devo sottolineare che la missione valutativa di questi colleghi non è ideologica, ma finalizzata ad individuare in quali nazioni è remunerativo e ragionevolmente sicuro fare investimenti industriali diretti (partecipazioni) o indiretti (azioni quotate) oppure di obbligazioni statali e private.
Fino a prima del referendum la maggior parte delle valutazioni era molto positiva: l’Italia a conduzione Meloni è un business. Per onestà, con punto interrogativo dovuto all’imposizione di una extratassa motivata da extraprofitto sui soggetti bancari e dintorni, annotato (con orrore) come segnale di degenerazione populista. Un meno, ma superato dalle valutazioni positive delle agenzie di rating che hanno aumentato il punteggio di affidabilità finanziaria dell’Italia nel 2025 anche con conseguenze di riduzione del differenziale tra titoli di debito italiani e tedeschi: il governo di centrodestra ha messo in priorità l’equilibrio del bilancio statale e ciò è una condizione essenziale per attrarre investimenti esteri. In verità c’era un altro meno: un eccesso di fiducia da parte del governo di centrodestra sull’effetto stimolativo della spesa e mano pubbliche mentre l’economia tecnica ritiene più produttiva la detassazione, nonché investimenti mirati e non dispersi, come volano di crescita.
Tuttavia, la considerazione di un miglioramento gestionale del sistema economico italiano in relazione a quella disastrosa dei governi di sinistra precedenti ha reso meno importante questo criterio teoretico. L’aumento dell’occupazione, poi, ha corroborato segnali di fiducia sull’Italia. In sintesi, la gestione del governo Meloni è stata valutata dagli analisti esteri un passo importante per invertire il declino economico dell’Italia. In particolare è stato giudicato molto bene l’attivismo in politica estera con conseguenze stimolative per l’export: partenariati strategici bilaterali a raggio globale, postura convergente con la Commissione europea per estendere i trattati doganali a zero o quasi dazi, piano Mattei per l’Africa con azione di avanguardia, ecc.
Dopo il referendum c’è il timore che la sinistra si compatti dando una forza maggiore ai partiti divergenti dalle condizioni di sviluppo economico come i pentastellati e l’estrema sinistra sulla sinistra più moderata e pragmatica. Per inciso, nella maggior parte delle democrazie sono osservabili quattro formazioni: destra e sinistra centriste/moderate ed estreme. Dove l’azione governativa più compatibile con un modello economico razionale, in questa fase storica, è quella centrista combinata con programmi futurizzanti.
In Italia, diversamente da altre nazioni, la destra si è configurata in modo compatibile con un’economia razionale e di sviluppo, nonché con un nazionalismo aperto e collaborativo (moltiplicatore di forza commerciale) e non con uno chiuso mentre la sinistra compatibile con l’economia tecnica è minoritaria nei confronti di quella che non lo è sia per una conduzione inadeguata tecnicamente della prima sia per la postura irrazionale del movimento pentastellato. Bisogna valutare che in molte democrazie è visibile un processo di impoverimento della classe media. Ma la giusta soluzione a questo problema è un «welfare di investimento» che sostituisca gradualmente quello «redistributivo/assistenziale» con la missione di dare più mobilità cognitiva e valore di mercato agli individui, in particolare in un’epoca di rivoluzione tecnologica discontinua.
La sinistra italiana – spiace annotarlo - non è né sarà a breve in grado di produrre innovazioni produttive e competitive. In tal senso comprendo la valutazione di rischio politico da parte degli analisti stranieri detti sopra che valutano di abbandonare l’Italia sul piano degli investimenti nel caso aumenti la probabilità di vittoria delle sinistre. Nei loro scenari, infatti, la sinistra potrà essere maggioritaria solo se sinistra moderata e populisti estremi si compatteranno in coalizione. L’eccitazione dell’esito referendario alza il rischio che tale compattazione avvenga senza una convergenza tecnica che permetta alla sinistra di governare senza eccessi di divergenza dalla razionalità economica e dal requisito dell’equilibrio della finanza pubblica. Per tale motivo, appunto, chiedono quale capacità abbia il centrodestra di riconquistare un consenso maggioritario. Il tema non è ideologico, ma concreto perché riguarda miliardi di investimenti esteri, una posizione forte e non debole nell’Ue e l’inversione del declino attraverso una strategia di Italia globale che la sinistra né propone né è in grado di attuare. Darò le mie idee, ma sono più importanti soluzioni rapide da parte del centrodestra per invertire una profezia di sconfitta con impatto negativo anticipato sugli interessi economici dell’Italia.
www.carlopelanda.com
Continua a leggereRiduci