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2019-04-18
Jihadisti all’italiana: «Curiamo gli infedeli usando la spada»
Getty Images
Parlano chiaramente del rischio di «attentati terroristici» i pm di Palermo che, ieri mattina, hanno fatto arrestare dalla Digos siciliana due giovani accusati di aver abbracciato l'Isis. «Lupi solitari» pronti al martirio in Siria o in Europa e determinati a eliminare i «miscredenti», sospettano il procuratore aggiunto Marzia Sabella e il sostituto Calogero Ferrara. Si tratta di Giuseppe Frittitta, 26 anni, convertitosi all'Islam col nome di Yusuf, e Ossama Ghafir, 18 anni, originario del Marocco.
Il primo è stato fermato a Bernareggio, in Brianza, dove si è trasferito da qualche tempo da Aspra (Palermo) per lavorare come camionista per una ditta del nord. Il secondo, invece, è finito in manette nella sua casa di Cerano (Novara). A dispetto dell'età, era il più giovane a esercitare la leadership nel rapporto. Parlando con l'amico su linee intercettate dagli investigatori, Ossama affermava che «la legge di Allah si applica con la spada e bisogna essere crudeli con i traditori e con i ribelli». L'obiettivo sarebbe stato solo uno: «Morti tutti». Il nordafricano spiegava all'italiano che «gli apostati sono una malattia» e per questo «non avranno che la spada come medicina [...]. È arrivata l'ora del combattimento». In attesa di mettersi alla prova, i due seguivano - c'è scritto nel decreto di fermo - «le tecniche di addestramento militare (circuiti survival, soft air, cross fit ecc.) praticate dagli stessi mujahiddin», così da essere «pronti - tanto fisicamente quanto mentalmente - per unirsi ai combattimenti in Siria al fianco dei miliziani jihadisti». Il declino in Medioriente del Califfato, di cui i due si scambiavano sui social e su Instagram video e canti e immagini di propaganda, non avrebbe frenato i propositi bellicosi di Frittitta e Ghafir. Anzi, tanto il trasferimento al nord del primo, che gli avrebbe consentito di accrescere la sua «radicalizzazione» frequentando luoghi di culto nella provincia di Monza e incontrando «altri estremisti», quanto la fervente religiosità del secondo avrebbero avuto un effetto rinvigorente sui loro propositi. Secondo i pm, infatti, i due amici estremisti «sono tuttora pienamente attivi ed operativi» ed anzi «hanno incrementato le attività proprio nell'ultimo periodo, anche in concomitanza con la sconfitta dello Stato Islamico in Siria».
Un «evento da loro vissuto con estremo dispiacere e causa di esternazioni ancora più violente». Una intercettazione in particolare lo proverebbe. Quella in cui Frittitta, al cellulare con Ossama, parla di sé in terza persona nei giorni successivi alla caduta delle ultime roccaforti dell'Isis. «Mi sono preso troppo di collera, ho sbagliato tipo due volte strada. Ho allungato 40 chilometri, in più mi sono dovuto fermare. Credimi, mancava poco e Yusuf faceva un casino in autostrada».
Che cosa voleva dire? Le letture degli inquirenti sono molteplici: l'uomo potrebbe aver solo descritto lo stress provato in una giornata di viaggio col tir, o, ipotesi inquietante, fare riferimento all'idea di un attentato col camion, come quello già realizzato dai terroristi jihadisti ad esempio a Nizza.
Si era isolato da tutto e da tutti, l'italiano, da quando aveva iniziato a frequentare la moschea di Villabate, in Sicilia, oltre un anno fa. Si era fatto crescere una lunga e folta barba nera, e aveva iniziato a condividere su Facebook immagini inneggianti ai leoni di Allah e alla vittoria della sharia nel mondo. Appena domenica scorsa si era sposato con una donna di religione islamica. Pure il rapporto con i genitori si era velocemente deteriorato tanto che la mamma, non sapendo di essere ascoltata dagli investigatori, si lamentava con un'amica: «Perché io ho mio figlio che lo devo tenere buono (calmo, ndr) […] quando io sento dire che il signore Gesù è un profeta io mi sento lacerare il cuore». La donna riportava poi una discussione col figlio. «Perciò io gli ho detto che di religione in questa casa non se ne deve parlare più, perché appena si parla di religione alziamo i mobili... liti […]. Sono stata un mese a casa da mia suocera. Lo so io quello che ho passato!».
Agli atti dell'inchiesta ci sono anche le telefonate intercettate tra la madre e Frittitta sull'educazione di una futura nipotina. Di fronte alla richiesta della donna di affidarle il compito di allevare la bambina secondo sani principi occidentali, lui ribatteva: «Se me la cresci tu, come fate crescere le femmine vostre mi costringete ad andarmene in carcere! Mi mandate voi con le vostre mani in carcere a me... perché devo tagliarle la testa». E le urlava contro: «Siccome sei miscredente, non hai nessun potere su di me». Potere che invece esercitava su di lui l'amico Ossama, a cui Yusuf raccontava di voler «accarezzare» le «gole» degli infedeli, che Allah punisce «con il fuoco ardente», con il coltello da quasi 30 centimetri che «portava sempre con sé». Entrambi anelavano al martirio, ritengono i pm. E per l'italiano «farsi esplodere era una azione riservata a pochi eletti», considerato che «erano in tanti quelli che desideravano sacrificare la propria vita per la causa».
Un'inchiesta complessa, ancora in corso per l'individuazione di possibili complici in Italia e all'estero, che ha visto il plauso del ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Grazie a forze dell'ordine e magistratura per la brillante operazione che ha portato all'arresto di due estremisti islamici. È l'ennesima conferma che è necessario, visto che abbiamo già in casa alcuni potenziali terroristi, non farne arrivare altri via mare».
La Mogherini vuole navi Ue nel Mediterraneo
Dopo due settimane di scontri attorno a Tripoli, almeno 189 morti, 816 feriti e 18.000 sfollati, la comunità internazionale sembra aver ritrovato la voce. Ieri Ghassan Salamé, l'inviato delle Nazioni unite in Libia, ha condannato i bombardamenti sulla capitale avvenuti nella notte tra martedì e mercoledì che hanno causato quattro morti e almeno 20 feriti. «Per il bene di 3 milioni di civili che vivono nella Grande Tripoli, questi attacchi devono fermarsi. Adesso», ha scritto Salamé.
Gli attacchi aerei hanno colpito in particolare il quartiere di Abu Salim, famoso sotto il regime di Moammar Gheddafi per la presenza di un infame carcere e ritenuto la porta principale della città, e la strada che porta all'aeroporto di Mitiga. Ma di questi bombardamenti è ancora sconosciuto l'autore. Fayez Al Serraj, premier del Governo di accordo nazionale, ha visitato le zone colpite e ha puntato il dito contro il rivale, Khalifa Haftar. Per altro, Al Serraj ha fatto sapere di voler consegnare alla Corte penale internazionale documenti che dimostrerebbero i «crimini di guerra» commessi da Haftar.
Ahmed Al Mismari, portavoce del generale, ha però negato ogni responsabilità accusando «le milizie armate di Tripoli». Quelle, cioè, che due settimane fa Haftar aveva definito «terroriste» mentre si apprestava a lanciare la sua offensiva sulla capitale.
Inoltre, Khalida Al Obeidi, capo dell'ufficio stampa dell'Lna, ha accusato una milizia di aver assaltato la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli. L'edificio sarebbe stato preso d'assalto da milizie filogovernative, che avrebbe portato via alcuni veicoli. Sarebbe la terza volta dal rovesciamento di Gheddafi nel 2011 che l'ambasciata statunitense a Tripoli viene attaccata: è infatti già accaduto nel 2011 e nel 2014. Di certo c'è che le forze governative hanno messo nel mirino Garian, città a 80 chilometri a Sud di Tripoli, ieri bombardata dall'aviazione di Serraj. Proprio a Garian, la prima città a cadere nelle mani di Haftar, avrebbero operato consiglieri militari francesi in supporto al generale.
Le diplomazie sono al lavoro, mentre Haftar rallenta e Serraj riconquista terreno. Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, ha escluso ieri, parlando a Radio Capital, la soluzione militare. Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'Ue, ha chiesto agli Stati membri dell'Ue di ripristinare la componente navale dell'operazione Sophia, temporaneamente sospesa il 31 marzo scorso. Obiettivo: contrastare il traffico di esseri umani e il contrabbando nel Mediterraneo, rischi aumentati dopo gli scontri tra le forze di Haftar e quelle di Serraj.
Tripoli, intanto, invoca l'intervento delle Nazioni unite contando sulla sponda britannica, tedesca e italiana. Londra, infatti, ha chiesto all'Onu una risoluzione per il cessate-il-fuoco immediato. Tuttavia, il Regno Unito deve fare i conti con diversi membri permanenti del Consiglio di sicurezza, tra cui Francia e Russia, che non paiono disposti a tirare il freno ad Haftar.
Le due fazioni stanno giocando la loro partita diplomatica anche attorno all'embargo. Il Qatar, alleato di Serraj, ha chiesto che la misura venga applicata ad Haftar e che certi Stati smettano di rifornire militarmente il generale. Allo stesso tempo, Khalid Al Mishri, presidente dell'Alto consiglio di Stato libico (l'organo legislativo di Tripoli), ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di rimuovere l'embargo sulla vendita di armi al governo di accordo nazionale per poter riportare la sicurezza in città. Difficilmente le richieste verranno accolte ma sono due segnali diplomatici, oltre a quelli militari, della riscossa di Tripoli.
Salvini e la Trenta fanno porto contro porto
Dopo le polemiche con la Difesa sulla direttiva riguardante la questione migranti e la direttiva sulla nave Mare Jonio, Matteo Salvini tira dritto, affermando: «Ho tutta l'autorità di decidere. Il porto lo assegna il ministro dell'Interno, può piacere o no, gli italiani mi pagano per difenderli e questo sto facendo». Sul rischio di infiltrazioni di terroristi sui barconi, dice: «È una certezza». Poco prima fonti del ministero dell'Interno avevano rassicurato che le interlocuzioni tra Viminale e vertici militari stessero continuando, «anche per definire le prossime strategie operative». Di più: «Sono esclusi dissapori, polemiche o malumori». Addirittura la Marina militare avrebbe dichiarato in documenti ufficiali di svolgere «l'importante attività di polizia dell'alto mare al fine di garantire la sicurezza anticipata delle frontiere marittime esterne», e in base a questa attività avrebbe chiesto e già ricevuto in passato «significativi finanziamenti». Peccato che l'atteggiamento del ministero della Difesa, Elisabetta Trenta, faccia intendere altro. Durante il question time di ieri, infatti, lei e Salvini non si sono neppure salutati e a chi, subito dopo, le ha chiesto se avesse chiarito con il ministro dell'Interno, ha risposto: «No, perché lui era impegnato e anche io ero impegnata. Non abbiamo avuto modo». E da lì un silenzio tombale.
In mattinata però il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli era intervenuto così: «Se aumentano le partenze i porti devono rimanere aperti in tutta Europa». Il giorno prima Luigi Di Maio definiva «inutili» le direttive. La reazione di Salvini è arrivata ieri: «Io vedo i numeri e i numeri dicono il contrario. I numeri degli sbarchi, delle partenze e fortunatamente dei morti e dei dispersi dicono che stiamo gestendo bene il tema immigrazione».
Lo Stato maggiore della Difesa, invece, ha fatto uscire un comunicato in cui chiarisce che «le Forze Armate sono uno strumento tecnico operativo al servizio del Paese» e «ogni attività viene pertanto svolta in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica». Che nel caso dei militari non parte dal Viminale. Tuttavia Salvini non sembra aver sconfinato in prerogative altrui con la direttiva sulla nave Mare Jonio. La scelta, infatti, sarebbe coperta dal Testo unico sull'immigrazione. Nel pomeriggio Salvini ha rassicurato: «Il Viminale lavora in perfetta sintonia con la Difesa per la protezione dei confini», ma sui porti è stato perentorio: «Se però qualcuno, per ragioni politiche, vuole o immagina i porti riaperti lo dica chiaramente». E ha aggiunto: «Da responsabile dell'Interno confermo che in Italia entra solo chi ha il permesso». La formula è: «Meno sbarchi, meno problemi, meno morti». In serata dal palco di Perugia è tornato sul tema: «I porti italiani sono e resteranno chiusi. Capisco il nervosismo di qualcuno che guadagnava milioni di euro, è finita la pacchia».
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Arrestati due radicalizzati: il marocchino Ossama Ghafir e il palermitano Giuseppe Frittitta: «Miravano al martirio». Federica Mogherini vuole navi Ue nel Mediterraneo. Il capo della diplomazia europea: ripristinare la missione Sophia in previsione delle partenze dalla Libia. Matteo Salvini ed Elisabetta Trenta fanno porto contro porto. Il capo del Viminale tira dritto: «Le frontiere restano chiuse». Ma la tensione con la Farnesina resta alta. Lo speciale comprende tre articoli. Parlano chiaramente del rischio di «attentati terroristici» i pm di Palermo che, ieri mattina, hanno fatto arrestare dalla Digos siciliana due giovani accusati di aver abbracciato l'Isis. «Lupi solitari» pronti al martirio in Siria o in Europa e determinati a eliminare i «miscredenti», sospettano il procuratore aggiunto Marzia Sabella e il sostituto Calogero Ferrara. Si tratta di Giuseppe Frittitta, 26 anni, convertitosi all'Islam col nome di Yusuf, e Ossama Ghafir, 18 anni, originario del Marocco. Il primo è stato fermato a Bernareggio, in Brianza, dove si è trasferito da qualche tempo da Aspra (Palermo) per lavorare come camionista per una ditta del nord. Il secondo, invece, è finito in manette nella sua casa di Cerano (Novara). A dispetto dell'età, era il più giovane a esercitare la leadership nel rapporto. Parlando con l'amico su linee intercettate dagli investigatori, Ossama affermava che «la legge di Allah si applica con la spada e bisogna essere crudeli con i traditori e con i ribelli». L'obiettivo sarebbe stato solo uno: «Morti tutti». Il nordafricano spiegava all'italiano che «gli apostati sono una malattia» e per questo «non avranno che la spada come medicina [...]. È arrivata l'ora del combattimento». In attesa di mettersi alla prova, i due seguivano - c'è scritto nel decreto di fermo - «le tecniche di addestramento militare (circuiti survival, soft air, cross fit ecc.) praticate dagli stessi mujahiddin», così da essere «pronti - tanto fisicamente quanto mentalmente - per unirsi ai combattimenti in Siria al fianco dei miliziani jihadisti». Il declino in Medioriente del Califfato, di cui i due si scambiavano sui social e su Instagram video e canti e immagini di propaganda, non avrebbe frenato i propositi bellicosi di Frittitta e Ghafir. Anzi, tanto il trasferimento al nord del primo, che gli avrebbe consentito di accrescere la sua «radicalizzazione» frequentando luoghi di culto nella provincia di Monza e incontrando «altri estremisti», quanto la fervente religiosità del secondo avrebbero avuto un effetto rinvigorente sui loro propositi. Secondo i pm, infatti, i due amici estremisti «sono tuttora pienamente attivi ed operativi» ed anzi «hanno incrementato le attività proprio nell'ultimo periodo, anche in concomitanza con la sconfitta dello Stato Islamico in Siria». Un «evento da loro vissuto con estremo dispiacere e causa di esternazioni ancora più violente». Una intercettazione in particolare lo proverebbe. Quella in cui Frittitta, al cellulare con Ossama, parla di sé in terza persona nei giorni successivi alla caduta delle ultime roccaforti dell'Isis. «Mi sono preso troppo di collera, ho sbagliato tipo due volte strada. Ho allungato 40 chilometri, in più mi sono dovuto fermare. Credimi, mancava poco e Yusuf faceva un casino in autostrada». Che cosa voleva dire? Le letture degli inquirenti sono molteplici: l'uomo potrebbe aver solo descritto lo stress provato in una giornata di viaggio col tir, o, ipotesi inquietante, fare riferimento all'idea di un attentato col camion, come quello già realizzato dai terroristi jihadisti ad esempio a Nizza. Si era isolato da tutto e da tutti, l'italiano, da quando aveva iniziato a frequentare la moschea di Villabate, in Sicilia, oltre un anno fa. Si era fatto crescere una lunga e folta barba nera, e aveva iniziato a condividere su Facebook immagini inneggianti ai leoni di Allah e alla vittoria della sharia nel mondo. Appena domenica scorsa si era sposato con una donna di religione islamica. Pure il rapporto con i genitori si era velocemente deteriorato tanto che la mamma, non sapendo di essere ascoltata dagli investigatori, si lamentava con un'amica: «Perché io ho mio figlio che lo devo tenere buono (calmo, ndr) […] quando io sento dire che il signore Gesù è un profeta io mi sento lacerare il cuore». La donna riportava poi una discussione col figlio. «Perciò io gli ho detto che di religione in questa casa non se ne deve parlare più, perché appena si parla di religione alziamo i mobili... liti […]. Sono stata un mese a casa da mia suocera. Lo so io quello che ho passato!». Agli atti dell'inchiesta ci sono anche le telefonate intercettate tra la madre e Frittitta sull'educazione di una futura nipotina. Di fronte alla richiesta della donna di affidarle il compito di allevare la bambina secondo sani principi occidentali, lui ribatteva: «Se me la cresci tu, come fate crescere le femmine vostre mi costringete ad andarmene in carcere! Mi mandate voi con le vostre mani in carcere a me... perché devo tagliarle la testa». E le urlava contro: «Siccome sei miscredente, non hai nessun potere su di me». Potere che invece esercitava su di lui l'amico Ossama, a cui Yusuf raccontava di voler «accarezzare» le «gole» degli infedeli, che Allah punisce «con il fuoco ardente», con il coltello da quasi 30 centimetri che «portava sempre con sé». Entrambi anelavano al martirio, ritengono i pm. E per l'italiano «farsi esplodere era una azione riservata a pochi eletti», considerato che «erano in tanti quelli che desideravano sacrificare la propria vita per la causa». Un'inchiesta complessa, ancora in corso per l'individuazione di possibili complici in Italia e all'estero, che ha visto il plauso del ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Grazie a forze dell'ordine e magistratura per la brillante operazione che ha portato all'arresto di due estremisti islamici. 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Ahmed Al Mismari, portavoce del generale, ha però negato ogni responsabilità accusando «le milizie armate di Tripoli». Quelle, cioè, che due settimane fa Haftar aveva definito «terroriste» mentre si apprestava a lanciare la sua offensiva sulla capitale. Inoltre, Khalida Al Obeidi, capo dell'ufficio stampa dell'Lna, ha accusato una milizia di aver assaltato la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli. L'edificio sarebbe stato preso d'assalto da milizie filogovernative, che avrebbe portato via alcuni veicoli. Sarebbe la terza volta dal rovesciamento di Gheddafi nel 2011 che l'ambasciata statunitense a Tripoli viene attaccata: è infatti già accaduto nel 2011 e nel 2014. Di certo c'è che le forze governative hanno messo nel mirino Garian, città a 80 chilometri a Sud di Tripoli, ieri bombardata dall'aviazione di Serraj. Proprio a Garian, la prima città a cadere nelle mani di Haftar, avrebbero operato consiglieri militari francesi in supporto al generale. Le diplomazie sono al lavoro, mentre Haftar rallenta e Serraj riconquista terreno. Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, ha escluso ieri, parlando a Radio Capital, la soluzione militare. Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'Ue, ha chiesto agli Stati membri dell'Ue di ripristinare la componente navale dell'operazione Sophia, temporaneamente sospesa il 31 marzo scorso. Obiettivo: contrastare il traffico di esseri umani e il contrabbando nel Mediterraneo, rischi aumentati dopo gli scontri tra le forze di Haftar e quelle di Serraj. Tripoli, intanto, invoca l'intervento delle Nazioni unite contando sulla sponda britannica, tedesca e italiana. Londra, infatti, ha chiesto all'Onu una risoluzione per il cessate-il-fuoco immediato. Tuttavia, il Regno Unito deve fare i conti con diversi membri permanenti del Consiglio di sicurezza, tra cui Francia e Russia, che non paiono disposti a tirare il freno ad Haftar. Le due fazioni stanno giocando la loro partita diplomatica anche attorno all'embargo. Il Qatar, alleato di Serraj, ha chiesto che la misura venga applicata ad Haftar e che certi Stati smettano di rifornire militarmente il generale. Allo stesso tempo, Khalid Al Mishri, presidente dell'Alto consiglio di Stato libico (l'organo legislativo di Tripoli), ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di rimuovere l'embargo sulla vendita di armi al governo di accordo nazionale per poter riportare la sicurezza in città. Difficilmente le richieste verranno accolte ma sono due segnali diplomatici, oltre a quelli militari, della riscossa di Tripoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/jihadisti-allitaliana-curiamo-gli-infedeli-usando-la-spada-2634900066.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-e-la-trenta-fanno-porto-contro-porto" data-post-id="2634900066" data-published-at="1771396615" data-use-pagination="False"> Salvini e la Trenta fanno porto contro porto Dopo le polemiche con la Difesa sulla direttiva riguardante la questione migranti e la direttiva sulla nave Mare Jonio, Matteo Salvini tira dritto, affermando: «Ho tutta l'autorità di decidere. Il porto lo assegna il ministro dell'Interno, può piacere o no, gli italiani mi pagano per difenderli e questo sto facendo». Sul rischio di infiltrazioni di terroristi sui barconi, dice: «È una certezza». Poco prima fonti del ministero dell'Interno avevano rassicurato che le interlocuzioni tra Viminale e vertici militari stessero continuando, «anche per definire le prossime strategie operative». Di più: «Sono esclusi dissapori, polemiche o malumori». Addirittura la Marina militare avrebbe dichiarato in documenti ufficiali di svolgere «l'importante attività di polizia dell'alto mare al fine di garantire la sicurezza anticipata delle frontiere marittime esterne», e in base a questa attività avrebbe chiesto e già ricevuto in passato «significativi finanziamenti». Peccato che l'atteggiamento del ministero della Difesa, Elisabetta Trenta, faccia intendere altro. Durante il question time di ieri, infatti, lei e Salvini non si sono neppure salutati e a chi, subito dopo, le ha chiesto se avesse chiarito con il ministro dell'Interno, ha risposto: «No, perché lui era impegnato e anche io ero impegnata. Non abbiamo avuto modo». E da lì un silenzio tombale. In mattinata però il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli era intervenuto così: «Se aumentano le partenze i porti devono rimanere aperti in tutta Europa». Il giorno prima Luigi Di Maio definiva «inutili» le direttive. La reazione di Salvini è arrivata ieri: «Io vedo i numeri e i numeri dicono il contrario. I numeri degli sbarchi, delle partenze e fortunatamente dei morti e dei dispersi dicono che stiamo gestendo bene il tema immigrazione». Lo Stato maggiore della Difesa, invece, ha fatto uscire un comunicato in cui chiarisce che «le Forze Armate sono uno strumento tecnico operativo al servizio del Paese» e «ogni attività viene pertanto svolta in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica». Che nel caso dei militari non parte dal Viminale. Tuttavia Salvini non sembra aver sconfinato in prerogative altrui con la direttiva sulla nave Mare Jonio. La scelta, infatti, sarebbe coperta dal Testo unico sull'immigrazione. Nel pomeriggio Salvini ha rassicurato: «Il Viminale lavora in perfetta sintonia con la Difesa per la protezione dei confini», ma sui porti è stato perentorio: «Se però qualcuno, per ragioni politiche, vuole o immagina i porti riaperti lo dica chiaramente». E ha aggiunto: «Da responsabile dell'Interno confermo che in Italia entra solo chi ha il permesso». La formula è: «Meno sbarchi, meno problemi, meno morti». In serata dal palco di Perugia è tornato sul tema: «I porti italiani sono e resteranno chiusi. Capisco il nervosismo di qualcuno che guadagnava milioni di euro, è finita la pacchia».
La polizia scientifica sul luogo della sparatoria avvenuta lo scorso 26 gennaio a Milano Rogoredo (Ansa)
Secondo l’ipotesi del pm Giovanni Tarzia, che coordina l’inchiesta con il procuratore Marcello Viola, i quattro avrebbero aiutato il collega C.C. (accusato di omicidio volontario e difeso dall’avvocato Pietro Porciani), a eludere le investigazioni della Squadra mobile. In particolare, avrebbero omesso di riferire la presenza sul luogo di persone diverse dagli operatori della polizia di Stato.
Alla polizia giudiziaria avrebbero inoltre fornito una ricostruzione non conforme al vero sulla successione dei movimenti, sulla posizione degli altri soggetti presenti e sui tempi dell’intervento. L’accusa ipotizza anche un ritardo nella richiesta dei soccorsi, mentre Mansouri era ancora agonizzante.
È su questo punto che la difesa degli agenti potrebbe farsi sentire: le dichiarazioni furono rese a ridosso dei fatti, da operatori ancora sotto choc per uno scontro armato avvenuto in pochi secondi. In un luogo come il boschetto di Rogoredo - caratterizzato da vegetazione fitta, dislivelli, zone d’ombra e visibilità intermittente - la percezione degli spazi, delle distanze e delle presenze può risultare alterata. La stessa Procura, del resto, non ha finora individuato testimoni terzi certi: l’eventuale presenza di altre persone è ipotizzata, ma non riscontrata. E non è un dettaglio secondario che l’attività di spaccio venga organizzata proprio lontano da telecamere, con punti di appoggio mobili e continuamente spostati.
L’agente che ha sparato, interrogato nell’immediatezza, aveva descritto una dinamica rapida e lineare: «La mia idea era rincorrerlo […] Io stavo partendo e il collega sarebbe partito dietro di me». Poi il cambio improvviso: «Lui aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata». A quel punto la reazione: «Io, mentre stavo per fare lo scatto, ho estratto l’arma ed ho esploso un colpo […] per paura». Il collega che era con lui in quei secondi, sentito come teste, aveva fornito una versione analoga. È dal confronto tra queste dichiarazioni, i rilievi balistici, le analisi delle telecamere di contesto e i primi esiti dell’autopsia che la Procura dice di aver ricavato le incongruenze.
Sul piano tecnico, i primi esiti dell’autopsia sono stati letti dalla difesa come un elemento a sostegno della versione dell’agente. Secondo quanto riferito dall’avvocato Porciani, l’esame medico-legale ha confermato che la distanza dello sparo era superiore ai 25 metri, quindi persino maggiore dei circa 20 metri indicati dal poliziotto nell’immediatezza dei fatti. Il proiettile è entrato nella regione temporo-parietale destra con un andamento verso la parte posteriore del cranio, senza fuoriuscire: una traiettoria che, secondo il legale, risulta compatibile con uno sparo esploso mentre l’agente si trovava di fronte a Mansouri. Resta poi incerto anche il capitolo della pistola a salve trovata vicino al corpo: potrebbero essere necessari gli esami del Dna, i cui risultati sono attesi nei prossimi giorni.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia ed ex vicesindaco di Milano, parla apertamente di «accanimento» e definisce «vergognoso» l’allargamento dell’inchiesta ad altri quattro poliziotti dopo un intervento avvenuto in una delle aree più pericolose della città. Una posizione che intercetta un malessere diffuso tra gli operatori in divisa, alimentato da un clima di crescente conflittualità attorno all’operato delle forze dell’ordine. Solo due giorni fa Ilaria Cucchi è tornata a intervenire pubblicamente sul caso del cittadino maliano ucciso a Verona - episodio poi archiviato - rilanciando critiche che, negli ambienti della polizia, vengono lette come una delegittimazione preventiva dell’azione sul campo.
Non è un meccanismo nuovo. Per i carabinieri coinvolti nell’inseguimento in cui morì Ramy Elgaml, nel novembre 2024, è servito oltre un anno per ricondurre l’imputazione da omicidio stradale a eccesso colposo nell’adempimento del dovere, riconoscendo che stavano svolgendo un attività di servizio. E mentre gli attivisti di Askatasuna restano a piede libero nonostante scontri e tensioni di piazza, sono i poliziotti che intervengono in servizio a finire subito sotto indagine, con un peso personale ed economico che dura ben oltre quei pochi secondi di intervento.
Nel frattempo il contesto resta invariato. Proprio ieri, a poca distanza dal luogo della sparatoria, due pusher sono stati arrestati in via Orwell, vicino alla stazione di Rogoredo: fuga, inseguimento, droga e coltelli sequestrati.
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Ansa
All’improvviso, il presidente di una Regione da sempre governata dai progressisti sostiene che la sinistra offre soluzioni che non funzionano, come il dialogo o la prevenzione. Boom. Mai s’era sentito un esponente autorevole smentire così nettamente la linea ufficiale del partito. De Pascale a dire il vero ha fatto anche di più: mentre molti rappresentanti del Pd, in cui lui stesso milita, criticano l’apertura di nuovi centri per il rimpatrio dei migranti, il governatore ha offerto di costruirne uno nella sua stessa regione. «Magari non lo farei a Bologna, per non inasprire le tensioni sociali, ma siccome cerco di lavorare per risolvere i problemi...», ha ribattuto a chi da sinistra lo ha criticato.
Qualcuno potrebbe pensare che l’ex sindaco di Ravenna, città nella quale la magistratura ha indagato una serie di medici accusati di firmare certificati per impedire che dei sanissimi migranti finissero nei Cpr, sia impazzito. Oppure che si sia convertito alle tesi di centrodestra in vista di un salto della barricata. In realtà, credo che De Pascale non sia solo sano di mente, ma, a differenza di alcuni suoi compagni scesi in piazza per sostenere i dottori accusati di false attestazioni sanitarie, abbia una percezione concreta di ciò che desiderano gli italiani. Altro che difesa a oltranza dei migranti (anche di quelli con decine di reati sulle spalle, come nel caso dell’algerino risarcito da un giudice per essere stato dirottato nel Cpr in Albania per un paio di giorni). E basta con l’idea che i Centri per il rimpatrio siano dei lager. Per affrontare il problema della sicurezza non basta la prevenzione, come insistono a dire Elly Schlein e compagni, i quali reclamano più poliziotti ma allo stesso tempo li vorrebbero con le mani legate. Serve anche la repressione, dice De Pascale. Il quale in questo modo non parla alla pancia del Paese, come credono alcuni suoi compagni di partito, ma alla pancia del Pd.
Lo spiega bene un sondaggio recentemente licenziato da Swg, società di certo non sospetta di simpatie verso il centrodestra. Le rilevazioni sul tema della sicurezza dicono che il 76 per cento degli italiani è favorevole all’espulsione degli immigrati condannati. Fin qui siamo all’ovvio dei popoli: difficile credere che esista chi voglia tener in casa dei pregiudicati stranieri. Ma la novità è che se l’87 per cento degli elettori di centrodestra si dichiara favorevole a una remigrazione dei delinquenti, anche il 76 per cento di chi vota centrosinistra la pensa allo stesso modo.
Interessanti sono pure altre risposte sul tema degli extracomunitari. Alla domanda se sia giusto un blocco navale per fermare gli sbarchi, il 49 per cento degli interpellati dice sì e solo il 38 si dichiara contrario. Ma separando destra e sinistra si scopre che è favorevole il 76 per cento degli elettori moderati, ma lo è pure il 24 per cento dei progressisti. Cioè un compagno su quattro vede di buon occhio una flotta che tuteli i nostri confini. Non è tutto. Swg ha sollecitato una risposta sul tema della stretta ai ricongiungimenti familiari dei migranti, argomento affrontato dal nuovo decreto Sicurezza. Beh, tenetevi forte: gli italiani sono quasi spaccati a metà, con un 45 per cento favorevole e un 42 contrario, ma se il sì al giro di vite per chi vota centrodestra arriva al 63 per cento, per gli elettori della sinistra siamo a un favorevole su tre. In pratica, il vento sta cambiando anche per i compagni e mi sa che il governatore dell’Emilia-Romagna ha annusato l’aria. Gli italiani sono stanchi di accoglienza, ma soprattutto di delinquenza.
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Ansa
Tra maggio 2024 e gennaio 2026 sarebbero 34 gli stranieri destinati al rimpatrio, perché ritenuti socialmente pericolosi o inottemperanti all’ordine di espulsione, che la polizia ha accompagnato all’ospedale di Ravenna per ottenere il nulla osta sanitario propedeutico all’ingresso in un Cpr. Per 14 di loro è arrivato il via libera sanitario. Altri dieci sono stati dichiarati non idonei al trattenimento. Dieci, invece, si sono opposti alla visita. Nonostante una direttiva del Viminale del 2022 preveda che prima dell’ingresso in un Cpr gli stranieri debbano sottoporsi a una valutazione clinica effettuata da un medico del Servizio sanitario nazionale.
È la regola. Senza quel nulla osta l’atto amministrativo si inceppa e non può essere eseguito. L’esecuzione dell’espulsione si arena. Di solito, però, scatta una denuncia per resistenza o per inottemperanza all’ordine di allontanamento. Reati che diventano ostativi (ma non sempre, perché poi tocca a un giudice la valutazione complessiva di ogni singolo caso) rispetto al rilascio di un permesso di soggiorno. Nel frattempo chi si oppone alla visita medica resta libero di circolare in Italia.
È una falla. E non è l’unica. Vista l’ipotesi della Procura di Ravenna, che sta cercando di accertare se alcuni stranieri dichiarati non idonei al trattenimento, invece, non presentavano gli impedimenti previsti dalla legge (malattie contagiose e problemi psichiatrici). Stando all’ipotesi investigativa, alcuni dottori farebbero parte di una rete di attivisti che ostacolerebbe l’invio dei migranti ai Cpr per motivi ideologici. E sarebbero coinvolte nelle indagini anche altre persone al momento non perquisite. La risposta dell’azienda sanitaria è netta. «I miei medici hanno agito nel rispetto del protocollo del 2022 e ho anche sollecitato la Regione a dotarsi di una procedura unica su tutto il territorio», sostiene il direttore generale dell’Ausl Romagna, Tiziano Carradori, che garantisce vicinanza e supporto legale ai sanitari.
Il riferimento al protocollo del 2022 non è secondario. È lì che si annida il cuore della procedura. È su quella direttiva, firmata dal prefetto Luciana Lamorgese, in quel momento ministro dell’Interno, che si regge il sistema dei nulla osta sanitari.
Nel frattempo il fronte sindacale alza la voce. Il Sindacato medici italiani prende posizione. «I medici hanno il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza, con l’unico obiettivo della tutela della vita e della salute. Valutano solo lo stato di salute dei pazienti, non sono deputati a esprimersi su altre questioni. La loro azione medica non può essere sottoposta a logiche di parte e di natura politica», afferma il presidente nazionale emerito dello Sri, Cosmo De Matteis, che aggiunge: «Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai medici coinvolti e sostengo l’appello della Società italiana di medicina delle migrazioni, perché la cura non è un reato e non deve discriminare nessuno». Proprio la Società italiana di medicina delle migrazioni aveva diffuso un appello ai medici sulla «presa di coscienza» rispetto alle certificazioni propedeutiche all’ingresso nei Cpr. Due visioni si fronteggiano. Da una parte gli investigatori dello Sco e della Squadra mobile che ipotizzano l’esistenza di una rete medica di attivismo ideologico. Dall’altra i camici bianchi che rivendicano autonomia clinica e tutela della salute. Al di là dell’inchiesta, però, resta aperta la questione giuridica dell’opposizione alla visita medica. È qui che il sistema mostra la sua fragilità. Un dispositivo costruito per garantire tutele sanitarie finisce per diventare, nei fatti, un varco.
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Ansa
Il piccolo «guerriero» continua a combattere da quel lettino del reparto di terapia intensiva dell’ospedale Monaldi di Napoli, dove si trova ricoverato da oltre 50 giorni a causa del trapianto di un «cuore bruciato». Anche mamma Patrizia lotta strenuamente affinché il suo piccolo, di 2 anni, possa presto tornare a casa. Nella giornata di ieri sono stati tanti gli aggiornamenti sul caso del «trapianto sbagliato»: dalle condizioni di salute del bimbo al vertice di oggi sulla possibilità di sottoporlo a un nuovo trapianto; dalle indagini sul contenitore usato per trasportare l’organo all’arrivo degli ispettori del ministero della Salute.
L’azienda ospedaliera dei Colli, nel bollettino medico quotidiano, ha parlato di condizioni «stazionarie ma in un quadro di grave criticità». Il bambino è sotto stretto monitoraggio assistenziale e strumentale e sottoposto a consulenze specialistiche. Mamma Patrizia, nel pomeriggio di ieri, davanti alle telecamere di Dentro la notizia su Canale 5, ha confermato che i medici hanno parlato di un lieve peggioramento per quanto riguarda la condizione del fegato, ma lei è convinta che il suo bimbo presto migliorerà e spera nella possibilità di un imminente nuovo trapianto. C’è attesa, infatti, per il maxi consulto (Heart team) previsto per oggi al Monaldi, a cui parteciperanno massimi esperti provenienti da tutta Italia; per esempio dall’azienda ospedaliera pediatrica Bambino Gesù di Roma, (professor Lorenzo Galletti e la dottoressa Rachele Adorisio); dall’azienda ospedaliera Università di Padova (professor Giuseppe Toscano); dall’Asst Papa Giovanni XXIII-Ospedale di Bergamo (dottor Amedeo Terzi); dall’ospedale Regina Margherita di Torino (professor Carlo Pace Napoleone).
La direzione del Monaldi, nel «ribadire il proprio impegno ad assicurare trasparenza e collaborazione con le autorità ispettive e giudiziarie, garantisce ogni supporto necessario alle determinazioni clinico-terapeutiche ed assistenziali assunte dai medici curanti nell’esclusivo interesse del paziente».
Ieri Giorgia Meloni ha telefonato alla mamma del piccolo. Un gesto di vicinanza. Nel corso della chiamata, il premier ha rimarcato che si sta facendo il possibile per trovare un cuore compatibile. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, Meloni ha assicurato alla signora Patrizia che è anche il suo auspicio quello di «avere giustizia», qualora dovessero emergere responsabilità dall’inchiesta della magistratura. La mamma del piccolo ha ringraziato e ribadito che in questo momento la sua priorità «è avere un cuore nuovo per mio figlio, e vederlo tornare a casa guarito».
Intanto, prosegue l’inchiesta sul «cuore bruciato» che vede sei indagati tra medici e paramedici. Le indagini (affidate al pm Giuseppe Tittaferrante e coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci della Procura di Napoli) si stanno concentrando anche sulla tipologia di contenitore adoperato per il trasporto dell’organo. La notizia emersa ieri è che il cuore sia stato trasportato in un contenitore simile a una borsa frigo usata per mantenere fresche bibite o cibo. Sempre secondo quanto emerso, quel box è ritenuto inadeguato e ormai anacronistico, soprattutto perché privo di un sistema di controllo e monitoraggio delle temperature, ed è considerato, quindi, fuori dalle linee guida previste.
Gli accertamenti mirano a fare luce sulla catena di presunte omissioni che si sarebbero verificate quel giorno, quando l’equipe, da Napoli, si è recata a Bolzano (dove sono confluite varie equipe mediche per prelevare altri organi) per l’espianto del cuore. Gli inquirenti stanno valutando, in primis la tipologia di ghiaccio adoperato per tenere l’organo in condizioni di ipotermia. Ieri è stato ascoltato dal pm, come persona informata sui fatti, il cardiologo che aveva in cura il piccolo e che sei giorni dopo l’intervento si è dimesso dall’incarico di responsabile del Follow-up post operatorio. Nei prossimi giorni saranno ascoltate altre persone informate sui fatti e poi gli indagati, finora sei, componenti delle due equipe di Napoli: quella che ha eseguito l’espianto e quella che ha effettuato il trapianto. Un numero destinato ad aumentare, sempre a tutela delle persone coinvolte, se dovessero essere individuate presunte responsabilità anche a Bolzano.
Ulteriori accertamenti, delegati sempre al Nas, sono funzionali ad accertare che cosa sia successo nella città altoatesina, dove ci sarebbe stato un «rabbocco» del ghiaccio presente nel contenitore usato per il trasferimento dell’organo prima della partenza alla volta dell’ospedale Monaldi. Nella giornata di oggi arriveranno nell’ospedale partenopeo pure gli ispettori del ministero della Salute. Nei prossimi giorni, gli 007 del ministero si recheranno pure all’ospedale di Bolzano, dove il cuore era stato espiantato dal donatore. Gli ispettori dovranno, in particolare, verificare le modalità di trasporto dell’organo e valutare eventuali anomalie. Mamma Patrizia non molla e rivolge un accorato appello anche al Papa affinché l’aiuti a riportare il suo piccolo a casa sano e salvo.
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