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2019-04-18
Jihadisti all’italiana: «Curiamo gli infedeli usando la spada»
Getty Images
Parlano chiaramente del rischio di «attentati terroristici» i pm di Palermo che, ieri mattina, hanno fatto arrestare dalla Digos siciliana due giovani accusati di aver abbracciato l'Isis. «Lupi solitari» pronti al martirio in Siria o in Europa e determinati a eliminare i «miscredenti», sospettano il procuratore aggiunto Marzia Sabella e il sostituto Calogero Ferrara. Si tratta di Giuseppe Frittitta, 26 anni, convertitosi all'Islam col nome di Yusuf, e Ossama Ghafir, 18 anni, originario del Marocco.
Il primo è stato fermato a Bernareggio, in Brianza, dove si è trasferito da qualche tempo da Aspra (Palermo) per lavorare come camionista per una ditta del nord. Il secondo, invece, è finito in manette nella sua casa di Cerano (Novara). A dispetto dell'età, era il più giovane a esercitare la leadership nel rapporto. Parlando con l'amico su linee intercettate dagli investigatori, Ossama affermava che «la legge di Allah si applica con la spada e bisogna essere crudeli con i traditori e con i ribelli». L'obiettivo sarebbe stato solo uno: «Morti tutti». Il nordafricano spiegava all'italiano che «gli apostati sono una malattia» e per questo «non avranno che la spada come medicina [...]. È arrivata l'ora del combattimento». In attesa di mettersi alla prova, i due seguivano - c'è scritto nel decreto di fermo - «le tecniche di addestramento militare (circuiti survival, soft air, cross fit ecc.) praticate dagli stessi mujahiddin», così da essere «pronti - tanto fisicamente quanto mentalmente - per unirsi ai combattimenti in Siria al fianco dei miliziani jihadisti». Il declino in Medioriente del Califfato, di cui i due si scambiavano sui social e su Instagram video e canti e immagini di propaganda, non avrebbe frenato i propositi bellicosi di Frittitta e Ghafir. Anzi, tanto il trasferimento al nord del primo, che gli avrebbe consentito di accrescere la sua «radicalizzazione» frequentando luoghi di culto nella provincia di Monza e incontrando «altri estremisti», quanto la fervente religiosità del secondo avrebbero avuto un effetto rinvigorente sui loro propositi. Secondo i pm, infatti, i due amici estremisti «sono tuttora pienamente attivi ed operativi» ed anzi «hanno incrementato le attività proprio nell'ultimo periodo, anche in concomitanza con la sconfitta dello Stato Islamico in Siria».
Un «evento da loro vissuto con estremo dispiacere e causa di esternazioni ancora più violente». Una intercettazione in particolare lo proverebbe. Quella in cui Frittitta, al cellulare con Ossama, parla di sé in terza persona nei giorni successivi alla caduta delle ultime roccaforti dell'Isis. «Mi sono preso troppo di collera, ho sbagliato tipo due volte strada. Ho allungato 40 chilometri, in più mi sono dovuto fermare. Credimi, mancava poco e Yusuf faceva un casino in autostrada».
Che cosa voleva dire? Le letture degli inquirenti sono molteplici: l'uomo potrebbe aver solo descritto lo stress provato in una giornata di viaggio col tir, o, ipotesi inquietante, fare riferimento all'idea di un attentato col camion, come quello già realizzato dai terroristi jihadisti ad esempio a Nizza.
Si era isolato da tutto e da tutti, l'italiano, da quando aveva iniziato a frequentare la moschea di Villabate, in Sicilia, oltre un anno fa. Si era fatto crescere una lunga e folta barba nera, e aveva iniziato a condividere su Facebook immagini inneggianti ai leoni di Allah e alla vittoria della sharia nel mondo. Appena domenica scorsa si era sposato con una donna di religione islamica. Pure il rapporto con i genitori si era velocemente deteriorato tanto che la mamma, non sapendo di essere ascoltata dagli investigatori, si lamentava con un'amica: «Perché io ho mio figlio che lo devo tenere buono (calmo, ndr) […] quando io sento dire che il signore Gesù è un profeta io mi sento lacerare il cuore». La donna riportava poi una discussione col figlio. «Perciò io gli ho detto che di religione in questa casa non se ne deve parlare più, perché appena si parla di religione alziamo i mobili... liti […]. Sono stata un mese a casa da mia suocera. Lo so io quello che ho passato!».
Agli atti dell'inchiesta ci sono anche le telefonate intercettate tra la madre e Frittitta sull'educazione di una futura nipotina. Di fronte alla richiesta della donna di affidarle il compito di allevare la bambina secondo sani principi occidentali, lui ribatteva: «Se me la cresci tu, come fate crescere le femmine vostre mi costringete ad andarmene in carcere! Mi mandate voi con le vostre mani in carcere a me... perché devo tagliarle la testa». E le urlava contro: «Siccome sei miscredente, non hai nessun potere su di me». Potere che invece esercitava su di lui l'amico Ossama, a cui Yusuf raccontava di voler «accarezzare» le «gole» degli infedeli, che Allah punisce «con il fuoco ardente», con il coltello da quasi 30 centimetri che «portava sempre con sé». Entrambi anelavano al martirio, ritengono i pm. E per l'italiano «farsi esplodere era una azione riservata a pochi eletti», considerato che «erano in tanti quelli che desideravano sacrificare la propria vita per la causa».
Un'inchiesta complessa, ancora in corso per l'individuazione di possibili complici in Italia e all'estero, che ha visto il plauso del ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Grazie a forze dell'ordine e magistratura per la brillante operazione che ha portato all'arresto di due estremisti islamici. È l'ennesima conferma che è necessario, visto che abbiamo già in casa alcuni potenziali terroristi, non farne arrivare altri via mare».
La Mogherini vuole navi Ue nel Mediterraneo
Dopo due settimane di scontri attorno a Tripoli, almeno 189 morti, 816 feriti e 18.000 sfollati, la comunità internazionale sembra aver ritrovato la voce. Ieri Ghassan Salamé, l'inviato delle Nazioni unite in Libia, ha condannato i bombardamenti sulla capitale avvenuti nella notte tra martedì e mercoledì che hanno causato quattro morti e almeno 20 feriti. «Per il bene di 3 milioni di civili che vivono nella Grande Tripoli, questi attacchi devono fermarsi. Adesso», ha scritto Salamé.
Gli attacchi aerei hanno colpito in particolare il quartiere di Abu Salim, famoso sotto il regime di Moammar Gheddafi per la presenza di un infame carcere e ritenuto la porta principale della città, e la strada che porta all'aeroporto di Mitiga. Ma di questi bombardamenti è ancora sconosciuto l'autore. Fayez Al Serraj, premier del Governo di accordo nazionale, ha visitato le zone colpite e ha puntato il dito contro il rivale, Khalifa Haftar. Per altro, Al Serraj ha fatto sapere di voler consegnare alla Corte penale internazionale documenti che dimostrerebbero i «crimini di guerra» commessi da Haftar.
Ahmed Al Mismari, portavoce del generale, ha però negato ogni responsabilità accusando «le milizie armate di Tripoli». Quelle, cioè, che due settimane fa Haftar aveva definito «terroriste» mentre si apprestava a lanciare la sua offensiva sulla capitale.
Inoltre, Khalida Al Obeidi, capo dell'ufficio stampa dell'Lna, ha accusato una milizia di aver assaltato la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli. L'edificio sarebbe stato preso d'assalto da milizie filogovernative, che avrebbe portato via alcuni veicoli. Sarebbe la terza volta dal rovesciamento di Gheddafi nel 2011 che l'ambasciata statunitense a Tripoli viene attaccata: è infatti già accaduto nel 2011 e nel 2014. Di certo c'è che le forze governative hanno messo nel mirino Garian, città a 80 chilometri a Sud di Tripoli, ieri bombardata dall'aviazione di Serraj. Proprio a Garian, la prima città a cadere nelle mani di Haftar, avrebbero operato consiglieri militari francesi in supporto al generale.
Le diplomazie sono al lavoro, mentre Haftar rallenta e Serraj riconquista terreno. Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, ha escluso ieri, parlando a Radio Capital, la soluzione militare. Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'Ue, ha chiesto agli Stati membri dell'Ue di ripristinare la componente navale dell'operazione Sophia, temporaneamente sospesa il 31 marzo scorso. Obiettivo: contrastare il traffico di esseri umani e il contrabbando nel Mediterraneo, rischi aumentati dopo gli scontri tra le forze di Haftar e quelle di Serraj.
Tripoli, intanto, invoca l'intervento delle Nazioni unite contando sulla sponda britannica, tedesca e italiana. Londra, infatti, ha chiesto all'Onu una risoluzione per il cessate-il-fuoco immediato. Tuttavia, il Regno Unito deve fare i conti con diversi membri permanenti del Consiglio di sicurezza, tra cui Francia e Russia, che non paiono disposti a tirare il freno ad Haftar.
Le due fazioni stanno giocando la loro partita diplomatica anche attorno all'embargo. Il Qatar, alleato di Serraj, ha chiesto che la misura venga applicata ad Haftar e che certi Stati smettano di rifornire militarmente il generale. Allo stesso tempo, Khalid Al Mishri, presidente dell'Alto consiglio di Stato libico (l'organo legislativo di Tripoli), ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di rimuovere l'embargo sulla vendita di armi al governo di accordo nazionale per poter riportare la sicurezza in città. Difficilmente le richieste verranno accolte ma sono due segnali diplomatici, oltre a quelli militari, della riscossa di Tripoli.
Salvini e la Trenta fanno porto contro porto
Dopo le polemiche con la Difesa sulla direttiva riguardante la questione migranti e la direttiva sulla nave Mare Jonio, Matteo Salvini tira dritto, affermando: «Ho tutta l'autorità di decidere. Il porto lo assegna il ministro dell'Interno, può piacere o no, gli italiani mi pagano per difenderli e questo sto facendo». Sul rischio di infiltrazioni di terroristi sui barconi, dice: «È una certezza». Poco prima fonti del ministero dell'Interno avevano rassicurato che le interlocuzioni tra Viminale e vertici militari stessero continuando, «anche per definire le prossime strategie operative». Di più: «Sono esclusi dissapori, polemiche o malumori». Addirittura la Marina militare avrebbe dichiarato in documenti ufficiali di svolgere «l'importante attività di polizia dell'alto mare al fine di garantire la sicurezza anticipata delle frontiere marittime esterne», e in base a questa attività avrebbe chiesto e già ricevuto in passato «significativi finanziamenti». Peccato che l'atteggiamento del ministero della Difesa, Elisabetta Trenta, faccia intendere altro. Durante il question time di ieri, infatti, lei e Salvini non si sono neppure salutati e a chi, subito dopo, le ha chiesto se avesse chiarito con il ministro dell'Interno, ha risposto: «No, perché lui era impegnato e anche io ero impegnata. Non abbiamo avuto modo». E da lì un silenzio tombale.
In mattinata però il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli era intervenuto così: «Se aumentano le partenze i porti devono rimanere aperti in tutta Europa». Il giorno prima Luigi Di Maio definiva «inutili» le direttive. La reazione di Salvini è arrivata ieri: «Io vedo i numeri e i numeri dicono il contrario. I numeri degli sbarchi, delle partenze e fortunatamente dei morti e dei dispersi dicono che stiamo gestendo bene il tema immigrazione».
Lo Stato maggiore della Difesa, invece, ha fatto uscire un comunicato in cui chiarisce che «le Forze Armate sono uno strumento tecnico operativo al servizio del Paese» e «ogni attività viene pertanto svolta in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica». Che nel caso dei militari non parte dal Viminale. Tuttavia Salvini non sembra aver sconfinato in prerogative altrui con la direttiva sulla nave Mare Jonio. La scelta, infatti, sarebbe coperta dal Testo unico sull'immigrazione. Nel pomeriggio Salvini ha rassicurato: «Il Viminale lavora in perfetta sintonia con la Difesa per la protezione dei confini», ma sui porti è stato perentorio: «Se però qualcuno, per ragioni politiche, vuole o immagina i porti riaperti lo dica chiaramente». E ha aggiunto: «Da responsabile dell'Interno confermo che in Italia entra solo chi ha il permesso». La formula è: «Meno sbarchi, meno problemi, meno morti». In serata dal palco di Perugia è tornato sul tema: «I porti italiani sono e resteranno chiusi. Capisco il nervosismo di qualcuno che guadagnava milioni di euro, è finita la pacchia».
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Arrestati due radicalizzati: il marocchino Ossama Ghafir e il palermitano Giuseppe Frittitta: «Miravano al martirio». Federica Mogherini vuole navi Ue nel Mediterraneo. Il capo della diplomazia europea: ripristinare la missione Sophia in previsione delle partenze dalla Libia. Matteo Salvini ed Elisabetta Trenta fanno porto contro porto. Il capo del Viminale tira dritto: «Le frontiere restano chiuse». Ma la tensione con la Farnesina resta alta. Lo speciale comprende tre articoli. Parlano chiaramente del rischio di «attentati terroristici» i pm di Palermo che, ieri mattina, hanno fatto arrestare dalla Digos siciliana due giovani accusati di aver abbracciato l'Isis. «Lupi solitari» pronti al martirio in Siria o in Europa e determinati a eliminare i «miscredenti», sospettano il procuratore aggiunto Marzia Sabella e il sostituto Calogero Ferrara. Si tratta di Giuseppe Frittitta, 26 anni, convertitosi all'Islam col nome di Yusuf, e Ossama Ghafir, 18 anni, originario del Marocco. Il primo è stato fermato a Bernareggio, in Brianza, dove si è trasferito da qualche tempo da Aspra (Palermo) per lavorare come camionista per una ditta del nord. Il secondo, invece, è finito in manette nella sua casa di Cerano (Novara). A dispetto dell'età, era il più giovane a esercitare la leadership nel rapporto. Parlando con l'amico su linee intercettate dagli investigatori, Ossama affermava che «la legge di Allah si applica con la spada e bisogna essere crudeli con i traditori e con i ribelli». L'obiettivo sarebbe stato solo uno: «Morti tutti». Il nordafricano spiegava all'italiano che «gli apostati sono una malattia» e per questo «non avranno che la spada come medicina [...]. È arrivata l'ora del combattimento». In attesa di mettersi alla prova, i due seguivano - c'è scritto nel decreto di fermo - «le tecniche di addestramento militare (circuiti survival, soft air, cross fit ecc.) praticate dagli stessi mujahiddin», così da essere «pronti - tanto fisicamente quanto mentalmente - per unirsi ai combattimenti in Siria al fianco dei miliziani jihadisti». Il declino in Medioriente del Califfato, di cui i due si scambiavano sui social e su Instagram video e canti e immagini di propaganda, non avrebbe frenato i propositi bellicosi di Frittitta e Ghafir. Anzi, tanto il trasferimento al nord del primo, che gli avrebbe consentito di accrescere la sua «radicalizzazione» frequentando luoghi di culto nella provincia di Monza e incontrando «altri estremisti», quanto la fervente religiosità del secondo avrebbero avuto un effetto rinvigorente sui loro propositi. Secondo i pm, infatti, i due amici estremisti «sono tuttora pienamente attivi ed operativi» ed anzi «hanno incrementato le attività proprio nell'ultimo periodo, anche in concomitanza con la sconfitta dello Stato Islamico in Siria». Un «evento da loro vissuto con estremo dispiacere e causa di esternazioni ancora più violente». Una intercettazione in particolare lo proverebbe. Quella in cui Frittitta, al cellulare con Ossama, parla di sé in terza persona nei giorni successivi alla caduta delle ultime roccaforti dell'Isis. «Mi sono preso troppo di collera, ho sbagliato tipo due volte strada. Ho allungato 40 chilometri, in più mi sono dovuto fermare. Credimi, mancava poco e Yusuf faceva un casino in autostrada». Che cosa voleva dire? Le letture degli inquirenti sono molteplici: l'uomo potrebbe aver solo descritto lo stress provato in una giornata di viaggio col tir, o, ipotesi inquietante, fare riferimento all'idea di un attentato col camion, come quello già realizzato dai terroristi jihadisti ad esempio a Nizza. Si era isolato da tutto e da tutti, l'italiano, da quando aveva iniziato a frequentare la moschea di Villabate, in Sicilia, oltre un anno fa. Si era fatto crescere una lunga e folta barba nera, e aveva iniziato a condividere su Facebook immagini inneggianti ai leoni di Allah e alla vittoria della sharia nel mondo. Appena domenica scorsa si era sposato con una donna di religione islamica. Pure il rapporto con i genitori si era velocemente deteriorato tanto che la mamma, non sapendo di essere ascoltata dagli investigatori, si lamentava con un'amica: «Perché io ho mio figlio che lo devo tenere buono (calmo, ndr) […] quando io sento dire che il signore Gesù è un profeta io mi sento lacerare il cuore». La donna riportava poi una discussione col figlio. «Perciò io gli ho detto che di religione in questa casa non se ne deve parlare più, perché appena si parla di religione alziamo i mobili... liti […]. Sono stata un mese a casa da mia suocera. Lo so io quello che ho passato!». Agli atti dell'inchiesta ci sono anche le telefonate intercettate tra la madre e Frittitta sull'educazione di una futura nipotina. Di fronte alla richiesta della donna di affidarle il compito di allevare la bambina secondo sani principi occidentali, lui ribatteva: «Se me la cresci tu, come fate crescere le femmine vostre mi costringete ad andarmene in carcere! Mi mandate voi con le vostre mani in carcere a me... perché devo tagliarle la testa». E le urlava contro: «Siccome sei miscredente, non hai nessun potere su di me». Potere che invece esercitava su di lui l'amico Ossama, a cui Yusuf raccontava di voler «accarezzare» le «gole» degli infedeli, che Allah punisce «con il fuoco ardente», con il coltello da quasi 30 centimetri che «portava sempre con sé». Entrambi anelavano al martirio, ritengono i pm. E per l'italiano «farsi esplodere era una azione riservata a pochi eletti», considerato che «erano in tanti quelli che desideravano sacrificare la propria vita per la causa». Un'inchiesta complessa, ancora in corso per l'individuazione di possibili complici in Italia e all'estero, che ha visto il plauso del ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Grazie a forze dell'ordine e magistratura per la brillante operazione che ha portato all'arresto di due estremisti islamici. 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Ieri Ghassan Salamé, l'inviato delle Nazioni unite in Libia, ha condannato i bombardamenti sulla capitale avvenuti nella notte tra martedì e mercoledì che hanno causato quattro morti e almeno 20 feriti. «Per il bene di 3 milioni di civili che vivono nella Grande Tripoli, questi attacchi devono fermarsi. Adesso», ha scritto Salamé. Gli attacchi aerei hanno colpito in particolare il quartiere di Abu Salim, famoso sotto il regime di Moammar Gheddafi per la presenza di un infame carcere e ritenuto la porta principale della città, e la strada che porta all'aeroporto di Mitiga. Ma di questi bombardamenti è ancora sconosciuto l'autore. Fayez Al Serraj, premier del Governo di accordo nazionale, ha visitato le zone colpite e ha puntato il dito contro il rivale, Khalifa Haftar. Per altro, Al Serraj ha fatto sapere di voler consegnare alla Corte penale internazionale documenti che dimostrerebbero i «crimini di guerra» commessi da Haftar. Ahmed Al Mismari, portavoce del generale, ha però negato ogni responsabilità accusando «le milizie armate di Tripoli». Quelle, cioè, che due settimane fa Haftar aveva definito «terroriste» mentre si apprestava a lanciare la sua offensiva sulla capitale. Inoltre, Khalida Al Obeidi, capo dell'ufficio stampa dell'Lna, ha accusato una milizia di aver assaltato la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli. L'edificio sarebbe stato preso d'assalto da milizie filogovernative, che avrebbe portato via alcuni veicoli. Sarebbe la terza volta dal rovesciamento di Gheddafi nel 2011 che l'ambasciata statunitense a Tripoli viene attaccata: è infatti già accaduto nel 2011 e nel 2014. Di certo c'è che le forze governative hanno messo nel mirino Garian, città a 80 chilometri a Sud di Tripoli, ieri bombardata dall'aviazione di Serraj. Proprio a Garian, la prima città a cadere nelle mani di Haftar, avrebbero operato consiglieri militari francesi in supporto al generale. Le diplomazie sono al lavoro, mentre Haftar rallenta e Serraj riconquista terreno. Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, ha escluso ieri, parlando a Radio Capital, la soluzione militare. Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'Ue, ha chiesto agli Stati membri dell'Ue di ripristinare la componente navale dell'operazione Sophia, temporaneamente sospesa il 31 marzo scorso. Obiettivo: contrastare il traffico di esseri umani e il contrabbando nel Mediterraneo, rischi aumentati dopo gli scontri tra le forze di Haftar e quelle di Serraj. Tripoli, intanto, invoca l'intervento delle Nazioni unite contando sulla sponda britannica, tedesca e italiana. Londra, infatti, ha chiesto all'Onu una risoluzione per il cessate-il-fuoco immediato. Tuttavia, il Regno Unito deve fare i conti con diversi membri permanenti del Consiglio di sicurezza, tra cui Francia e Russia, che non paiono disposti a tirare il freno ad Haftar. Le due fazioni stanno giocando la loro partita diplomatica anche attorno all'embargo. Il Qatar, alleato di Serraj, ha chiesto che la misura venga applicata ad Haftar e che certi Stati smettano di rifornire militarmente il generale. Allo stesso tempo, Khalid Al Mishri, presidente dell'Alto consiglio di Stato libico (l'organo legislativo di Tripoli), ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di rimuovere l'embargo sulla vendita di armi al governo di accordo nazionale per poter riportare la sicurezza in città. Difficilmente le richieste verranno accolte ma sono due segnali diplomatici, oltre a quelli militari, della riscossa di Tripoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/jihadisti-allitaliana-curiamo-gli-infedeli-usando-la-spada-2634900066.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-e-la-trenta-fanno-porto-contro-porto" data-post-id="2634900066" data-published-at="1769870615" data-use-pagination="False"> Salvini e la Trenta fanno porto contro porto Dopo le polemiche con la Difesa sulla direttiva riguardante la questione migranti e la direttiva sulla nave Mare Jonio, Matteo Salvini tira dritto, affermando: «Ho tutta l'autorità di decidere. Il porto lo assegna il ministro dell'Interno, può piacere o no, gli italiani mi pagano per difenderli e questo sto facendo». Sul rischio di infiltrazioni di terroristi sui barconi, dice: «È una certezza». Poco prima fonti del ministero dell'Interno avevano rassicurato che le interlocuzioni tra Viminale e vertici militari stessero continuando, «anche per definire le prossime strategie operative». Di più: «Sono esclusi dissapori, polemiche o malumori». Addirittura la Marina militare avrebbe dichiarato in documenti ufficiali di svolgere «l'importante attività di polizia dell'alto mare al fine di garantire la sicurezza anticipata delle frontiere marittime esterne», e in base a questa attività avrebbe chiesto e già ricevuto in passato «significativi finanziamenti». Peccato che l'atteggiamento del ministero della Difesa, Elisabetta Trenta, faccia intendere altro. Durante il question time di ieri, infatti, lei e Salvini non si sono neppure salutati e a chi, subito dopo, le ha chiesto se avesse chiarito con il ministro dell'Interno, ha risposto: «No, perché lui era impegnato e anche io ero impegnata. Non abbiamo avuto modo». E da lì un silenzio tombale. In mattinata però il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli era intervenuto così: «Se aumentano le partenze i porti devono rimanere aperti in tutta Europa». Il giorno prima Luigi Di Maio definiva «inutili» le direttive. La reazione di Salvini è arrivata ieri: «Io vedo i numeri e i numeri dicono il contrario. I numeri degli sbarchi, delle partenze e fortunatamente dei morti e dei dispersi dicono che stiamo gestendo bene il tema immigrazione». Lo Stato maggiore della Difesa, invece, ha fatto uscire un comunicato in cui chiarisce che «le Forze Armate sono uno strumento tecnico operativo al servizio del Paese» e «ogni attività viene pertanto svolta in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica». Che nel caso dei militari non parte dal Viminale. Tuttavia Salvini non sembra aver sconfinato in prerogative altrui con la direttiva sulla nave Mare Jonio. La scelta, infatti, sarebbe coperta dal Testo unico sull'immigrazione. Nel pomeriggio Salvini ha rassicurato: «Il Viminale lavora in perfetta sintonia con la Difesa per la protezione dei confini», ma sui porti è stato perentorio: «Se però qualcuno, per ragioni politiche, vuole o immagina i porti riaperti lo dica chiaramente». E ha aggiunto: «Da responsabile dell'Interno confermo che in Italia entra solo chi ha il permesso». La formula è: «Meno sbarchi, meno problemi, meno morti». In serata dal palco di Perugia è tornato sul tema: «I porti italiani sono e resteranno chiusi. Capisco il nervosismo di qualcuno che guadagnava milioni di euro, è finita la pacchia».
Il condirettore della Verità Massimo De’ Manzoni intervista il generale Vannacci su Ucraina, remigrazione e tensioni politiche italiane.
Oltre 3.000 agricoltori si sono riuniti all’evento di Coldiretti al Parco della Musica, per un confronto sugli impegni europei e sulle sfide da affrontare. L’associazione di categoria denuncia gli aspetti che penalizzano i produttori italiani: «C’è un problema di concorrenza sleale quando non c’è la tracciabilità, quando si siglano accordi di libero scambio che non prevedono le stesse regole» ha dichiarato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.
Kevin Warsh, 55 anni, è il nuovo presidente della Federal Reserve (Ansa)
Il messaggio della Casa Bianca diffuso sui social è tutto miele e celebrazione: Warsh «passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse il migliore». Trump lo conosce «da molto tempo». Assicura che «non deluderà mai». Tradotto dal linguaggio presidenziale: fidatevi, questa volta ho scelto bene. In effetti la designazione è meno lineare di quanto sembri. Warsh, 55 anni, curriculum da manuale all’interno del sistema finanziario Usa, è storicamente catalogato come un falco. Uno di quelli che sull’inflazione non scherzano, che guardano con sospetto i tagli dei tassi e che vorrebbero una Fed più snella, con un bilancio ridotto. Non esattamente il profilo ideale per un presidente come Trump che sogna un costo del denaro all’1% e che ha definito Jerome Powell un «idiota» per aver tenuto i tassi troppo alti.
Eppure, proprio qui sta la chiave politica dell’operazione. Perché il Warsh del 2026 non è più il falco del passato. Negli ultimi mesi ha ammorbidito il tono: ha parlato della necessità di abbassare il costo del denaro, invocato addirittura un «cambio di regime» nella politica monetaria. Una trasformazione che lo rende perfetto per Trump: abbastanza ortodosso da non far scattare l’allarme sull’indipendenza della Fed, abbastanza flessibile da non chiudere la porta a futuri tagli.
Un compromesso che non delude i mercati. Il Wall Street Journal, che rappresenta la voce della grande comunità finanziaria Usa parla di una «scelta giusta». Crollano i metalli preziosi. L’oro perde il 10% scivolando ben sotto i 5.000 dollari. Performance peggiore per l’argento che lascia sul parterre il 27% e saluta quota 100 dollari l’oncia. Il messaggio è chiaro: Warsh viene percepito come una nomina «tradizionale». Chi temeva una designazione totalmente asservita al presidente tira un sospiro di sollievo. La Fed non diventerà una succursale della Casa Bianca. Anche per questo Wall Street inciampa: il taglio dei tassi, è rimandato alla primavera e forse anche dopo. Non a caso il dollaro recupera sull’euro portando il cambio sotto 1,19.
Dopo mesi di tensioni, attacchi frontali a Powell e un’inchiesta giudiziaria sulla ristrutturazione della sede della Fed finita nel mirino del Congresso, Trump aveva bisogno di una figura che spegnesse l’incendio senza rinunciare al controllo politico della narrazione. Gli altri due candidati (Rick Rieder, personaggio di spicco di Wall Street, e Christopher Waller, nominato da Trump nel consiglio Fed) erano considerati troppo vicini al presidente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, è uscito di scena perché secondo le previsioni rischiava di inciampare nel voto contrario del Senato cui spetta l’ultima parola sulla nomina. Warsh, invece, mette tutti d’accordo: repubblicani, investitori, falchi e colombe.
La sua storia personale è molto indicativa. Laureato a Stanford e ad Harvard. Primo lavoro in Morgan Stanley a 25 anni, la Casa Bianca di George W. Bush come consigliere economico, poi la Fed, dove entra a 35 anni diventando il più giovane governatore di sempre. Nel 2008 è al fianco del mitico governatore Ben Bernanke nel pieno della crisi finanziaria globale. Da allora accademia, consigli di amministrazione, raffinati centri di ricerca economica. Un uomo che conosce i mercati e conosce il potere.
Trump lo voleva già nel 2017. Allora scelse Powell. Tre anni dopo gli chiese, quasi con rammarico: «Perché non hai insistito di più?». Stavolta non ce n’è stato bisogno. Anche perché Warsh è parte di un universo che Trump conosce bene: è sposato con Jane Lauder, erede dell’impero Estée Lauder, figlia di Ronald Lauder, grande finanziatore delle campagne repubblicane e sostenitore di alcune delle più ambiziose idee geopolitiche trumpiane.
Ora la palla passa al Senato, dove la maggioranza è risicata e l’audizione davanti alla Commissione bancaria sarà tutt’altro che una formalità. Ma il segnale politico è già arrivato: Trump ha scelto una Fed che non sia né ostaggio dei falchi né prigioniera delle colombe. Una banca centrale che resti indipendente sulla carta, ma abbastanza disponibile da non intralciare il progetto economico della Casa Bianca. Kevin Warsh, il falco che potrebbe diventare colomba, è la sintesi perfetta di questa ambiguità. E forse, per Trump, è proprio questa la qualità più preziosa.
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