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2019-04-18
Jihadisti all’italiana: «Curiamo gli infedeli usando la spada»
Getty Images
Parlano chiaramente del rischio di «attentati terroristici» i pm di Palermo che, ieri mattina, hanno fatto arrestare dalla Digos siciliana due giovani accusati di aver abbracciato l'Isis. «Lupi solitari» pronti al martirio in Siria o in Europa e determinati a eliminare i «miscredenti», sospettano il procuratore aggiunto Marzia Sabella e il sostituto Calogero Ferrara. Si tratta di Giuseppe Frittitta, 26 anni, convertitosi all'Islam col nome di Yusuf, e Ossama Ghafir, 18 anni, originario del Marocco.
Il primo è stato fermato a Bernareggio, in Brianza, dove si è trasferito da qualche tempo da Aspra (Palermo) per lavorare come camionista per una ditta del nord. Il secondo, invece, è finito in manette nella sua casa di Cerano (Novara). A dispetto dell'età, era il più giovane a esercitare la leadership nel rapporto. Parlando con l'amico su linee intercettate dagli investigatori, Ossama affermava che «la legge di Allah si applica con la spada e bisogna essere crudeli con i traditori e con i ribelli». L'obiettivo sarebbe stato solo uno: «Morti tutti». Il nordafricano spiegava all'italiano che «gli apostati sono una malattia» e per questo «non avranno che la spada come medicina [...]. È arrivata l'ora del combattimento». In attesa di mettersi alla prova, i due seguivano - c'è scritto nel decreto di fermo - «le tecniche di addestramento militare (circuiti survival, soft air, cross fit ecc.) praticate dagli stessi mujahiddin», così da essere «pronti - tanto fisicamente quanto mentalmente - per unirsi ai combattimenti in Siria al fianco dei miliziani jihadisti». Il declino in Medioriente del Califfato, di cui i due si scambiavano sui social e su Instagram video e canti e immagini di propaganda, non avrebbe frenato i propositi bellicosi di Frittitta e Ghafir. Anzi, tanto il trasferimento al nord del primo, che gli avrebbe consentito di accrescere la sua «radicalizzazione» frequentando luoghi di culto nella provincia di Monza e incontrando «altri estremisti», quanto la fervente religiosità del secondo avrebbero avuto un effetto rinvigorente sui loro propositi. Secondo i pm, infatti, i due amici estremisti «sono tuttora pienamente attivi ed operativi» ed anzi «hanno incrementato le attività proprio nell'ultimo periodo, anche in concomitanza con la sconfitta dello Stato Islamico in Siria».
Un «evento da loro vissuto con estremo dispiacere e causa di esternazioni ancora più violente». Una intercettazione in particolare lo proverebbe. Quella in cui Frittitta, al cellulare con Ossama, parla di sé in terza persona nei giorni successivi alla caduta delle ultime roccaforti dell'Isis. «Mi sono preso troppo di collera, ho sbagliato tipo due volte strada. Ho allungato 40 chilometri, in più mi sono dovuto fermare. Credimi, mancava poco e Yusuf faceva un casino in autostrada».
Che cosa voleva dire? Le letture degli inquirenti sono molteplici: l'uomo potrebbe aver solo descritto lo stress provato in una giornata di viaggio col tir, o, ipotesi inquietante, fare riferimento all'idea di un attentato col camion, come quello già realizzato dai terroristi jihadisti ad esempio a Nizza.
Si era isolato da tutto e da tutti, l'italiano, da quando aveva iniziato a frequentare la moschea di Villabate, in Sicilia, oltre un anno fa. Si era fatto crescere una lunga e folta barba nera, e aveva iniziato a condividere su Facebook immagini inneggianti ai leoni di Allah e alla vittoria della sharia nel mondo. Appena domenica scorsa si era sposato con una donna di religione islamica. Pure il rapporto con i genitori si era velocemente deteriorato tanto che la mamma, non sapendo di essere ascoltata dagli investigatori, si lamentava con un'amica: «Perché io ho mio figlio che lo devo tenere buono (calmo, ndr) […] quando io sento dire che il signore Gesù è un profeta io mi sento lacerare il cuore». La donna riportava poi una discussione col figlio. «Perciò io gli ho detto che di religione in questa casa non se ne deve parlare più, perché appena si parla di religione alziamo i mobili... liti […]. Sono stata un mese a casa da mia suocera. Lo so io quello che ho passato!».
Agli atti dell'inchiesta ci sono anche le telefonate intercettate tra la madre e Frittitta sull'educazione di una futura nipotina. Di fronte alla richiesta della donna di affidarle il compito di allevare la bambina secondo sani principi occidentali, lui ribatteva: «Se me la cresci tu, come fate crescere le femmine vostre mi costringete ad andarmene in carcere! Mi mandate voi con le vostre mani in carcere a me... perché devo tagliarle la testa». E le urlava contro: «Siccome sei miscredente, non hai nessun potere su di me». Potere che invece esercitava su di lui l'amico Ossama, a cui Yusuf raccontava di voler «accarezzare» le «gole» degli infedeli, che Allah punisce «con il fuoco ardente», con il coltello da quasi 30 centimetri che «portava sempre con sé». Entrambi anelavano al martirio, ritengono i pm. E per l'italiano «farsi esplodere era una azione riservata a pochi eletti», considerato che «erano in tanti quelli che desideravano sacrificare la propria vita per la causa».
Un'inchiesta complessa, ancora in corso per l'individuazione di possibili complici in Italia e all'estero, che ha visto il plauso del ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Grazie a forze dell'ordine e magistratura per la brillante operazione che ha portato all'arresto di due estremisti islamici. È l'ennesima conferma che è necessario, visto che abbiamo già in casa alcuni potenziali terroristi, non farne arrivare altri via mare».
La Mogherini vuole navi Ue nel Mediterraneo
Dopo due settimane di scontri attorno a Tripoli, almeno 189 morti, 816 feriti e 18.000 sfollati, la comunità internazionale sembra aver ritrovato la voce. Ieri Ghassan Salamé, l'inviato delle Nazioni unite in Libia, ha condannato i bombardamenti sulla capitale avvenuti nella notte tra martedì e mercoledì che hanno causato quattro morti e almeno 20 feriti. «Per il bene di 3 milioni di civili che vivono nella Grande Tripoli, questi attacchi devono fermarsi. Adesso», ha scritto Salamé.
Gli attacchi aerei hanno colpito in particolare il quartiere di Abu Salim, famoso sotto il regime di Moammar Gheddafi per la presenza di un infame carcere e ritenuto la porta principale della città, e la strada che porta all'aeroporto di Mitiga. Ma di questi bombardamenti è ancora sconosciuto l'autore. Fayez Al Serraj, premier del Governo di accordo nazionale, ha visitato le zone colpite e ha puntato il dito contro il rivale, Khalifa Haftar. Per altro, Al Serraj ha fatto sapere di voler consegnare alla Corte penale internazionale documenti che dimostrerebbero i «crimini di guerra» commessi da Haftar.
Ahmed Al Mismari, portavoce del generale, ha però negato ogni responsabilità accusando «le milizie armate di Tripoli». Quelle, cioè, che due settimane fa Haftar aveva definito «terroriste» mentre si apprestava a lanciare la sua offensiva sulla capitale.
Inoltre, Khalida Al Obeidi, capo dell'ufficio stampa dell'Lna, ha accusato una milizia di aver assaltato la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli. L'edificio sarebbe stato preso d'assalto da milizie filogovernative, che avrebbe portato via alcuni veicoli. Sarebbe la terza volta dal rovesciamento di Gheddafi nel 2011 che l'ambasciata statunitense a Tripoli viene attaccata: è infatti già accaduto nel 2011 e nel 2014. Di certo c'è che le forze governative hanno messo nel mirino Garian, città a 80 chilometri a Sud di Tripoli, ieri bombardata dall'aviazione di Serraj. Proprio a Garian, la prima città a cadere nelle mani di Haftar, avrebbero operato consiglieri militari francesi in supporto al generale.
Le diplomazie sono al lavoro, mentre Haftar rallenta e Serraj riconquista terreno. Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, ha escluso ieri, parlando a Radio Capital, la soluzione militare. Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'Ue, ha chiesto agli Stati membri dell'Ue di ripristinare la componente navale dell'operazione Sophia, temporaneamente sospesa il 31 marzo scorso. Obiettivo: contrastare il traffico di esseri umani e il contrabbando nel Mediterraneo, rischi aumentati dopo gli scontri tra le forze di Haftar e quelle di Serraj.
Tripoli, intanto, invoca l'intervento delle Nazioni unite contando sulla sponda britannica, tedesca e italiana. Londra, infatti, ha chiesto all'Onu una risoluzione per il cessate-il-fuoco immediato. Tuttavia, il Regno Unito deve fare i conti con diversi membri permanenti del Consiglio di sicurezza, tra cui Francia e Russia, che non paiono disposti a tirare il freno ad Haftar.
Le due fazioni stanno giocando la loro partita diplomatica anche attorno all'embargo. Il Qatar, alleato di Serraj, ha chiesto che la misura venga applicata ad Haftar e che certi Stati smettano di rifornire militarmente il generale. Allo stesso tempo, Khalid Al Mishri, presidente dell'Alto consiglio di Stato libico (l'organo legislativo di Tripoli), ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di rimuovere l'embargo sulla vendita di armi al governo di accordo nazionale per poter riportare la sicurezza in città. Difficilmente le richieste verranno accolte ma sono due segnali diplomatici, oltre a quelli militari, della riscossa di Tripoli.
Salvini e la Trenta fanno porto contro porto
Dopo le polemiche con la Difesa sulla direttiva riguardante la questione migranti e la direttiva sulla nave Mare Jonio, Matteo Salvini tira dritto, affermando: «Ho tutta l'autorità di decidere. Il porto lo assegna il ministro dell'Interno, può piacere o no, gli italiani mi pagano per difenderli e questo sto facendo». Sul rischio di infiltrazioni di terroristi sui barconi, dice: «È una certezza». Poco prima fonti del ministero dell'Interno avevano rassicurato che le interlocuzioni tra Viminale e vertici militari stessero continuando, «anche per definire le prossime strategie operative». Di più: «Sono esclusi dissapori, polemiche o malumori». Addirittura la Marina militare avrebbe dichiarato in documenti ufficiali di svolgere «l'importante attività di polizia dell'alto mare al fine di garantire la sicurezza anticipata delle frontiere marittime esterne», e in base a questa attività avrebbe chiesto e già ricevuto in passato «significativi finanziamenti». Peccato che l'atteggiamento del ministero della Difesa, Elisabetta Trenta, faccia intendere altro. Durante il question time di ieri, infatti, lei e Salvini non si sono neppure salutati e a chi, subito dopo, le ha chiesto se avesse chiarito con il ministro dell'Interno, ha risposto: «No, perché lui era impegnato e anche io ero impegnata. Non abbiamo avuto modo». E da lì un silenzio tombale.
In mattinata però il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli era intervenuto così: «Se aumentano le partenze i porti devono rimanere aperti in tutta Europa». Il giorno prima Luigi Di Maio definiva «inutili» le direttive. La reazione di Salvini è arrivata ieri: «Io vedo i numeri e i numeri dicono il contrario. I numeri degli sbarchi, delle partenze e fortunatamente dei morti e dei dispersi dicono che stiamo gestendo bene il tema immigrazione».
Lo Stato maggiore della Difesa, invece, ha fatto uscire un comunicato in cui chiarisce che «le Forze Armate sono uno strumento tecnico operativo al servizio del Paese» e «ogni attività viene pertanto svolta in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica». Che nel caso dei militari non parte dal Viminale. Tuttavia Salvini non sembra aver sconfinato in prerogative altrui con la direttiva sulla nave Mare Jonio. La scelta, infatti, sarebbe coperta dal Testo unico sull'immigrazione. Nel pomeriggio Salvini ha rassicurato: «Il Viminale lavora in perfetta sintonia con la Difesa per la protezione dei confini», ma sui porti è stato perentorio: «Se però qualcuno, per ragioni politiche, vuole o immagina i porti riaperti lo dica chiaramente». E ha aggiunto: «Da responsabile dell'Interno confermo che in Italia entra solo chi ha il permesso». La formula è: «Meno sbarchi, meno problemi, meno morti». In serata dal palco di Perugia è tornato sul tema: «I porti italiani sono e resteranno chiusi. Capisco il nervosismo di qualcuno che guadagnava milioni di euro, è finita la pacchia».
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Arrestati due radicalizzati: il marocchino Ossama Ghafir e il palermitano Giuseppe Frittitta: «Miravano al martirio». Federica Mogherini vuole navi Ue nel Mediterraneo. Il capo della diplomazia europea: ripristinare la missione Sophia in previsione delle partenze dalla Libia. Matteo Salvini ed Elisabetta Trenta fanno porto contro porto. Il capo del Viminale tira dritto: «Le frontiere restano chiuse». Ma la tensione con la Farnesina resta alta. Lo speciale comprende tre articoli. Parlano chiaramente del rischio di «attentati terroristici» i pm di Palermo che, ieri mattina, hanno fatto arrestare dalla Digos siciliana due giovani accusati di aver abbracciato l'Isis. «Lupi solitari» pronti al martirio in Siria o in Europa e determinati a eliminare i «miscredenti», sospettano il procuratore aggiunto Marzia Sabella e il sostituto Calogero Ferrara. Si tratta di Giuseppe Frittitta, 26 anni, convertitosi all'Islam col nome di Yusuf, e Ossama Ghafir, 18 anni, originario del Marocco. Il primo è stato fermato a Bernareggio, in Brianza, dove si è trasferito da qualche tempo da Aspra (Palermo) per lavorare come camionista per una ditta del nord. Il secondo, invece, è finito in manette nella sua casa di Cerano (Novara). A dispetto dell'età, era il più giovane a esercitare la leadership nel rapporto. Parlando con l'amico su linee intercettate dagli investigatori, Ossama affermava che «la legge di Allah si applica con la spada e bisogna essere crudeli con i traditori e con i ribelli». L'obiettivo sarebbe stato solo uno: «Morti tutti». Il nordafricano spiegava all'italiano che «gli apostati sono una malattia» e per questo «non avranno che la spada come medicina [...]. È arrivata l'ora del combattimento». In attesa di mettersi alla prova, i due seguivano - c'è scritto nel decreto di fermo - «le tecniche di addestramento militare (circuiti survival, soft air, cross fit ecc.) praticate dagli stessi mujahiddin», così da essere «pronti - tanto fisicamente quanto mentalmente - per unirsi ai combattimenti in Siria al fianco dei miliziani jihadisti». Il declino in Medioriente del Califfato, di cui i due si scambiavano sui social e su Instagram video e canti e immagini di propaganda, non avrebbe frenato i propositi bellicosi di Frittitta e Ghafir. Anzi, tanto il trasferimento al nord del primo, che gli avrebbe consentito di accrescere la sua «radicalizzazione» frequentando luoghi di culto nella provincia di Monza e incontrando «altri estremisti», quanto la fervente religiosità del secondo avrebbero avuto un effetto rinvigorente sui loro propositi. Secondo i pm, infatti, i due amici estremisti «sono tuttora pienamente attivi ed operativi» ed anzi «hanno incrementato le attività proprio nell'ultimo periodo, anche in concomitanza con la sconfitta dello Stato Islamico in Siria». Un «evento da loro vissuto con estremo dispiacere e causa di esternazioni ancora più violente». Una intercettazione in particolare lo proverebbe. Quella in cui Frittitta, al cellulare con Ossama, parla di sé in terza persona nei giorni successivi alla caduta delle ultime roccaforti dell'Isis. «Mi sono preso troppo di collera, ho sbagliato tipo due volte strada. Ho allungato 40 chilometri, in più mi sono dovuto fermare. Credimi, mancava poco e Yusuf faceva un casino in autostrada». Che cosa voleva dire? Le letture degli inquirenti sono molteplici: l'uomo potrebbe aver solo descritto lo stress provato in una giornata di viaggio col tir, o, ipotesi inquietante, fare riferimento all'idea di un attentato col camion, come quello già realizzato dai terroristi jihadisti ad esempio a Nizza. Si era isolato da tutto e da tutti, l'italiano, da quando aveva iniziato a frequentare la moschea di Villabate, in Sicilia, oltre un anno fa. Si era fatto crescere una lunga e folta barba nera, e aveva iniziato a condividere su Facebook immagini inneggianti ai leoni di Allah e alla vittoria della sharia nel mondo. Appena domenica scorsa si era sposato con una donna di religione islamica. Pure il rapporto con i genitori si era velocemente deteriorato tanto che la mamma, non sapendo di essere ascoltata dagli investigatori, si lamentava con un'amica: «Perché io ho mio figlio che lo devo tenere buono (calmo, ndr) […] quando io sento dire che il signore Gesù è un profeta io mi sento lacerare il cuore». La donna riportava poi una discussione col figlio. «Perciò io gli ho detto che di religione in questa casa non se ne deve parlare più, perché appena si parla di religione alziamo i mobili... liti […]. Sono stata un mese a casa da mia suocera. Lo so io quello che ho passato!». Agli atti dell'inchiesta ci sono anche le telefonate intercettate tra la madre e Frittitta sull'educazione di una futura nipotina. Di fronte alla richiesta della donna di affidarle il compito di allevare la bambina secondo sani principi occidentali, lui ribatteva: «Se me la cresci tu, come fate crescere le femmine vostre mi costringete ad andarmene in carcere! Mi mandate voi con le vostre mani in carcere a me... perché devo tagliarle la testa». E le urlava contro: «Siccome sei miscredente, non hai nessun potere su di me». Potere che invece esercitava su di lui l'amico Ossama, a cui Yusuf raccontava di voler «accarezzare» le «gole» degli infedeli, che Allah punisce «con il fuoco ardente», con il coltello da quasi 30 centimetri che «portava sempre con sé». Entrambi anelavano al martirio, ritengono i pm. E per l'italiano «farsi esplodere era una azione riservata a pochi eletti», considerato che «erano in tanti quelli che desideravano sacrificare la propria vita per la causa». Un'inchiesta complessa, ancora in corso per l'individuazione di possibili complici in Italia e all'estero, che ha visto il plauso del ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Grazie a forze dell'ordine e magistratura per la brillante operazione che ha portato all'arresto di due estremisti islamici. 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Ahmed Al Mismari, portavoce del generale, ha però negato ogni responsabilità accusando «le milizie armate di Tripoli». Quelle, cioè, che due settimane fa Haftar aveva definito «terroriste» mentre si apprestava a lanciare la sua offensiva sulla capitale. Inoltre, Khalida Al Obeidi, capo dell'ufficio stampa dell'Lna, ha accusato una milizia di aver assaltato la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli. L'edificio sarebbe stato preso d'assalto da milizie filogovernative, che avrebbe portato via alcuni veicoli. Sarebbe la terza volta dal rovesciamento di Gheddafi nel 2011 che l'ambasciata statunitense a Tripoli viene attaccata: è infatti già accaduto nel 2011 e nel 2014. Di certo c'è che le forze governative hanno messo nel mirino Garian, città a 80 chilometri a Sud di Tripoli, ieri bombardata dall'aviazione di Serraj. Proprio a Garian, la prima città a cadere nelle mani di Haftar, avrebbero operato consiglieri militari francesi in supporto al generale. Le diplomazie sono al lavoro, mentre Haftar rallenta e Serraj riconquista terreno. Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri italiano, ha escluso ieri, parlando a Radio Capital, la soluzione militare. Federica Mogherini, capo della diplomazia dell'Ue, ha chiesto agli Stati membri dell'Ue di ripristinare la componente navale dell'operazione Sophia, temporaneamente sospesa il 31 marzo scorso. Obiettivo: contrastare il traffico di esseri umani e il contrabbando nel Mediterraneo, rischi aumentati dopo gli scontri tra le forze di Haftar e quelle di Serraj. Tripoli, intanto, invoca l'intervento delle Nazioni unite contando sulla sponda britannica, tedesca e italiana. Londra, infatti, ha chiesto all'Onu una risoluzione per il cessate-il-fuoco immediato. Tuttavia, il Regno Unito deve fare i conti con diversi membri permanenti del Consiglio di sicurezza, tra cui Francia e Russia, che non paiono disposti a tirare il freno ad Haftar. Le due fazioni stanno giocando la loro partita diplomatica anche attorno all'embargo. Il Qatar, alleato di Serraj, ha chiesto che la misura venga applicata ad Haftar e che certi Stati smettano di rifornire militarmente il generale. Allo stesso tempo, Khalid Al Mishri, presidente dell'Alto consiglio di Stato libico (l'organo legislativo di Tripoli), ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di rimuovere l'embargo sulla vendita di armi al governo di accordo nazionale per poter riportare la sicurezza in città. 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Poco prima fonti del ministero dell'Interno avevano rassicurato che le interlocuzioni tra Viminale e vertici militari stessero continuando, «anche per definire le prossime strategie operative». Di più: «Sono esclusi dissapori, polemiche o malumori». Addirittura la Marina militare avrebbe dichiarato in documenti ufficiali di svolgere «l'importante attività di polizia dell'alto mare al fine di garantire la sicurezza anticipata delle frontiere marittime esterne», e in base a questa attività avrebbe chiesto e già ricevuto in passato «significativi finanziamenti». Peccato che l'atteggiamento del ministero della Difesa, Elisabetta Trenta, faccia intendere altro. Durante il question time di ieri, infatti, lei e Salvini non si sono neppure salutati e a chi, subito dopo, le ha chiesto se avesse chiarito con il ministro dell'Interno, ha risposto: «No, perché lui era impegnato e anche io ero impegnata. Non abbiamo avuto modo». E da lì un silenzio tombale. In mattinata però il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli era intervenuto così: «Se aumentano le partenze i porti devono rimanere aperti in tutta Europa». Il giorno prima Luigi Di Maio definiva «inutili» le direttive. La reazione di Salvini è arrivata ieri: «Io vedo i numeri e i numeri dicono il contrario. I numeri degli sbarchi, delle partenze e fortunatamente dei morti e dei dispersi dicono che stiamo gestendo bene il tema immigrazione». Lo Stato maggiore della Difesa, invece, ha fatto uscire un comunicato in cui chiarisce che «le Forze Armate sono uno strumento tecnico operativo al servizio del Paese» e «ogni attività viene pertanto svolta in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica». Che nel caso dei militari non parte dal Viminale. Tuttavia Salvini non sembra aver sconfinato in prerogative altrui con la direttiva sulla nave Mare Jonio. La scelta, infatti, sarebbe coperta dal Testo unico sull'immigrazione. Nel pomeriggio Salvini ha rassicurato: «Il Viminale lavora in perfetta sintonia con la Difesa per la protezione dei confini», ma sui porti è stato perentorio: «Se però qualcuno, per ragioni politiche, vuole o immagina i porti riaperti lo dica chiaramente». E ha aggiunto: «Da responsabile dell'Interno confermo che in Italia entra solo chi ha il permesso». La formula è: «Meno sbarchi, meno problemi, meno morti». In serata dal palco di Perugia è tornato sul tema: «I porti italiani sono e resteranno chiusi. Capisco il nervosismo di qualcuno che guadagnava milioni di euro, è finita la pacchia».
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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