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2018-03-29
Il jihadista delle Alpi cercava camion per uccidere gli italiani. La polizia: «Minaccia incombente sul Papa»
ANSA
Non bastava il predicatore di Foggia che invitava i bambini che frequentavano un centro culturale islamico a sgozzare i miscredenti. Ieri l'allarme jihadista è scattato anche il Piemonte. «Vado in prigione a testa alta, giuro su Allah tiranni che non siete altro» ha inveito il ventitreenne italo marocchino Elmahdi Halili contro chi bussava alla sua porta per arrestarlo. È finito in carcere su richiesta della Procura di Torino con l'accusa di associazione terroristica per la presunta adesione all'Isis. Il giovane perito elettronico, capelli rasati, barba corta e sguardo sfrontato, viveva a Lanzo Torinese ed era pedinato dagli uomini della Digos dal 2015, cioè da quando aveva patteggiato una pena a 2 anni per istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Gli investigatori hanno ascoltato le sue telefonate, le sue conversazioni in famiglia attraverso le microspie, monitorato la sua navigazione Web. Anche quella che effettuava in due phone center fuori paese. E si sono accorti che stava per colpire. «Siamo intervenuti senza indugio. Abbiamo dovuto agire immediatamente per eliminare questa minaccia: Halili poteva compiere delitti», ha dichiarato il questore di Torino Francesco Messina. «C'è stata un'escalation nel suo percorso. È passato dall'autoindottrinamento al cercare e contattare soggetti, "lupi solitari", che potessero compiere azioni terroristiche e stava anche studiando come usare il coltello e su come preparare il camion per eventuali attentati». Durante l'operazione di ieri mattina gli specialisti dell'antiterrorismo hanno perquisito 13 soggetti, tutti considerati estremisti e in contatto con Halili, in diverse città da Torino a Napoli, da Milano a Bergamo, da Reggio Emilia a Modena. Gli investigatori hanno evidenziato i contatti di Halili con diversi stranieri espulsi e con Abderrahim Moutaharrik (soprannominato «il pugile dell'Isis») e Abderrahmane Khachia, due aspiranti foreign fighters arrestati nella primavera 2016 su ordine del Tribunale di Milano. Anche Halili, un anno prima, era finito in manette nell'ambito dell'inchiesta «Balkan connection» per aver tradotto in italiano 64 pagine di un manuale propagandistico dell'Isis. Ma il giovanotto, nato a Ciriè e con la cittadinanza italiana, è potuto rimanere nel nostro Paese a rimuginare e odiare i connazionali. Nel periodo finale delle indagini l'attenzione di Halili si era focalizzata sulla rivista online Rumiyah (Roma, la città da conquistare secondo il Califfato) con le istruzioni operative per gli aspiranti mujaheddin su come effettuare attentati utilizzando camion, veicoli in genere, ma anche coltelli o armi chimiche come il Sarin. Gli inquirenti hanno trovato anche appunti con traduzioni o riassunti di discorsi di predicatori dell'odio, pescati anche nel deep Web. In un pizzino si legge: «Allah ci ha informato degli atteggiamenti, strategie dei kuffar (miscredenti, ndr) e non dobbiamo farci ingannare: Allah ha mostrato a chi devi essere amico e a chi devi essere nemico». Il giovane aveva pubblicato documenti di propaganda, si indottrinava su siti come Jihad Watch o Jihadology, si abbeverava alle predicazioni dell'odio di personaggi come Anwar Al Awlaki, detto il Bin Laden di Internet, quelli per cui «l'alleanza con i non musulmani è proibita e profana». Ma come l'hanno presa a Lanzo Torinese? La notizia sconvolgente di un aspirante terrorista dell'Isis in un paesino di 5.000 anime ha come effetto collaterale l'arrivo dei cronisti e delle telecamere. «Mi scusi ma sono qui con dei suoi colleghi di Porta a Porta, mi può chiamare tra un quarto d'ora?» ci domanda cordiale la prima cittadina, la professoressa Ernestina Assalto, originaria del Canavese e insegnante di lettere alle medie di Lanzo Torinese. La signora ha incrociato Elmahdi Halili nei laboratori della scuola: «Era riservato, un po' chiuso come tanti adolescenti», spiega. Nel suo paese, anche se non li sa quantificare, ci sono diversi immigrati e richiedenti asilo. «Ma, per fortuna, prima di Halili, nessun aspirante terrorista, sempre che le accuse siano confermate», sospira la docente. Qui a Lanzo, all'incrocio di tre valli, gli unici lupi che conoscono sono quelli di montagna. Ma la Procura di Torino ha scoperto che a Lanzo c'era anche un giovane che andava a caccia di lupi solitari (nella sua rete di contatti borderline diversi africani, ma pure quattro italiani convertiti) da ingaggiare per la sua jihad alpina.
La famiglia era sbarcata nel nostro Paese trent'anni fa e, secondo il capo della Digos torinese Carlo Ambra, aveva da tempo condannato le scelte del ragazzo. «Halili aveva atteggiamenti radicali anche in casa. Era arrivato a non volere che la madre toccasse il suo cibo», ha spiegato il poliziotto. Quando gli agenti sono andati ad arrestarlo la sorella studentessa ha gridato disperata: «Ci avevi giurato che non l'avresti più fatto». Il padre, muratore, tre anni fa era stato intervistato sulle mattane del figlio. L'uomo, minuto e con una sigaretta in mano, sul ballatoio di una vecchia cascina, aveva trovato la soluzione contro gli estremisti: «Io questi ragazzi con il cervello non maturato se vengono da me gli do una portellata, non ci penso neanche un secondo». Su Elmahdi aveva le idee chiare: «È diventato pazzo per i giochi dei computer, sempre sul computer. Gli ho detto guarda che questo è peggio della droga… magari comincia a fumare così ti stacchi dal computer che è una brutta malattia. Sempre lì a a giocare e poi abbiamo fatto 'sto scivolo». Ma Halili su quel pc non giocava affatto, o meglio, come diceva Luther nei Guerrieri della notte, giocava a fare la guerra.
«Qualche volta ha provato a dirmi qualcosa sull'Isis, ma io non ero interessato, a me non interessa la politica», aveva esclamato il genitore. Che non aveva capito che il suo ragazzo faceva sul serio. Nella sua camera ascoltava le voci dei predicatori dell'odio islamico. Per esempio il proclama del defunto portavoce dell'Isis Mohamed Al Adnani che aveva dato il via alla campagna di attentati in Europa nel 2015 e che lo stesso Halili diffuse online: «Ovunque tu sia vendica i tuoi fratelli e il tuo Stato, quello che devi fare è uccidere un miscredente, francese, americano o un loro alleato! (…) uccidilo con un ordigno o con una pallottola, se non riesci spaccagli la testa con una roccia oppure, sgozzalo con un coltello. Investilo con un'auto. Buttalo da un piano alto. Soffocalo. Avvelenalo. Non fallire (…)». Nel suo computer gli investigatori hanno scovato anche una canzone che inneggia ai morti di Parigi e contiene versi come questo: «La mia arma automatica è carica e i civili sono isolati (…) una cintura esplosiva è pronta, esplodo nel mezzo di una folla, faccio saltare in aria i francesi (…) in ogni direzione i miscredenti stanno urlando, un concerto al Bataclan, attacco sparando a raffica, schizza il sangue dei porci (…)». Un peana che Halili per un po' non ascolterà più.
La polizia ha paura per Bergoglio: «Minaccia incombente sul Papa»

L'allerta Isis in Italia è ai massimi livelli, la minaccia è quanto mai concreta e nel mirino ci sono Roma e papa Francesco. La prova, oltre agli arresti degli ultimi giorni, sta nella frequenza insolita - e crescente - con cui il Califfato cita il Vaticano nei suoi proclami e indica Roma come terra di conquista. Proclami generici ma ripetuti, che ora, in un momento delicato com'è quello di transizione tra due governi di segno opposto (potenzialmente anche nella gestione della questione islamica), vanno presi quantomai sul serio. Questo il quadro delineato dal capo della polizia, Franco Gabrielli, e due giorni fa anche dal ministro dell'Interno uscente, Marco Minniti. Entrambi, con le medesime parole, hanno lanciato forte più che mai l'allarme terrorismo islamico nel nostro Paese. Il capo della polizia di Stato, invitato in Vaticano, ha scelto l'occasione pubblica degli auguri pasquali al Pontefice per sottolineare la presenza di una minaccia definita «incombente» sulla persona dal Papa. «Questi tempi trascorsi non ci convincono dell' ineluttabiltà degli eventi né del fatto che la minaccia sia passata», ha spiegato Gabrielli rivolgendosi al capo della Chiesa, «la minaccia è incombente ma gli uomini e le donne della polizia di Stato, che concorrono alla sua sicurezza, continueranno a garantire la sicurezza di questa sede santa e della sua persona e di questa straordinaria città di Roma, sede della cristianità, che dalla propaganda terroristica e jihadista è portata a simbolo da colpire», ha chiarito Gabrielli, invitando tutti a tenere alta la guardia: «Viviamo tempi difficili, ma forse la memoria è corta. La nostra storia è fatta di momenti difficili: la differenza la fa il comportamento di ciascuno di noi». Simili le parole di Minniti, che in un'intervista alla Stampa, commentando l'arresto, avvenuto lunedì scorso, dell'imam di Foggia, considerato un predicatore del terrore che sollecitava i giovani a «sgozzare i miscredenti», ha parlato di «un quadro che non ha eguali in Occidente», di una minaccia Isis «peggiorata dalla caduta di Raqqa e Mosul» e di una aumentata «pericolosità della componente terroristica». Il ministro dell'Interno uscente ha spiegato come durante l'inchiesta le forze dell'ordine siano state capaci di «penetrare un cuore di tenebra», dove «veniva utilizzato il vocabolario tipico dell'Isis». Con un elemento di novità assoluta rispetto al passato: il fatto che «tutto questo avviene qui, nel cuore dell'Europa, non a Dacca o nei territori dell'Isis». Ed è stato proprio Minniti a tracciare un legame fra la massima allerta scattata in Italia e il periodo di avvicendamento alla guida del Paese. «Invitiamo il nuovo governo a continuare con le espulsioni contro i radicalizzati» e a mantenere «l'unità delle forze politiche», ha chiarito il ministro, spezzando una lancia a favore dell'islam italiano che fino ad oggi avrebbe collaborato «con grande responsabilità». Oltre alle cronache degli ultimi giorni, però, a preoccupare le intelligence anti-terrorismo è il proliferare, evidente già da alcuni mesi, delle minacce jihadiste contro Roma, propagandate dai mezzi del Califfato. Pur impiegando lingue di- verse dall'italiano (segno che i proclami non sarebbero rivolti ad affiliati originari dello Stivale) secondo un'analisi dell'Istituto per gli studi di politica internazionale negli ultimi mesi sono stati 432 riferimenti della propaganda del Califfo al nostro Paese, con Roma e il Vaticano ai primi posti tra i più citati. Rimanendo sulle cifre, nel 2017 i rimpatri di sospetti terroristi sono stati 132 e 29 nel 2018, mentre sono circa 130, secondo le stime, i foreign fighters legati all'Italia che si sono uniti a gruppi jihadisti in Siria e Iraq. Un numero di molto inferire ala media europea: 1.700 sono quelli partiti dalla Francia, 900 dalla Germania, 550 dal Belgio e 300 dall'Austria. Alessia Pedrielli
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Arrestato a Torino un ragazzo di 23 anni figlio di immigrati marocchini, già condannato per terrorismo. Il questore: «Era pronto all'azione». Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, incontra il Pontefice: massima allerta. Il ministro Marco Minniti: «Quadro generale aggravato. Non bastava il predicatore di Foggia che invitava i bambini che frequentavano un centro culturale islamico a sgozzare i miscredenti. Ieri l'allarme jihadista è scattato anche il Piemonte. «Vado in prigione a testa alta, giuro su Allah tiranni che non siete altro» ha inveito il ventitreenne italo marocchino Elmahdi Halili contro chi bussava alla sua porta per arrestarlo. È finito in carcere su richiesta della Procura di Torino con l'accusa di associazione terroristica per la presunta adesione all'Isis. Il giovane perito elettronico, capelli rasati, barba corta e sguardo sfrontato, viveva a Lanzo Torinese ed era pedinato dagli uomini della Digos dal 2015, cioè da quando aveva patteggiato una pena a 2 anni per istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Gli investigatori hanno ascoltato le sue telefonate, le sue conversazioni in famiglia attraverso le microspie, monitorato la sua navigazione Web. Anche quella che effettuava in due phone center fuori paese. E si sono accorti che stava per colpire. «Siamo intervenuti senza indugio. Abbiamo dovuto agire immediatamente per eliminare questa minaccia: Halili poteva compiere delitti», ha dichiarato il questore di Torino Francesco Messina. «C'è stata un'escalation nel suo percorso. È passato dall'autoindottrinamento al cercare e contattare soggetti, "lupi solitari", che potessero compiere azioni terroristiche e stava anche studiando come usare il coltello e su come preparare il camion per eventuali attentati». Durante l'operazione di ieri mattina gli specialisti dell'antiterrorismo hanno perquisito 13 soggetti, tutti considerati estremisti e in contatto con Halili, in diverse città da Torino a Napoli, da Milano a Bergamo, da Reggio Emilia a Modena. Gli investigatori hanno evidenziato i contatti di Halili con diversi stranieri espulsi e con Abderrahim Moutaharrik (soprannominato «il pugile dell'Isis») e Abderrahmane Khachia, due aspiranti foreign fighters arrestati nella primavera 2016 su ordine del Tribunale di Milano. Anche Halili, un anno prima, era finito in manette nell'ambito dell'inchiesta «Balkan connection» per aver tradotto in italiano 64 pagine di un manuale propagandistico dell'Isis. Ma il giovanotto, nato a Ciriè e con la cittadinanza italiana, è potuto rimanere nel nostro Paese a rimuginare e odiare i connazionali. Nel periodo finale delle indagini l'attenzione di Halili si era focalizzata sulla rivista online Rumiyah (Roma, la città da conquistare secondo il Califfato) con le istruzioni operative per gli aspiranti mujaheddin su come effettuare attentati utilizzando camion, veicoli in genere, ma anche coltelli o armi chimiche come il Sarin. Gli inquirenti hanno trovato anche appunti con traduzioni o riassunti di discorsi di predicatori dell'odio, pescati anche nel deep Web. In un pizzino si legge: «Allah ci ha informato degli atteggiamenti, strategie dei kuffar (miscredenti, ndr) e non dobbiamo farci ingannare: Allah ha mostrato a chi devi essere amico e a chi devi essere nemico». Il giovane aveva pubblicato documenti di propaganda, si indottrinava su siti come Jihad Watch o Jihadology, si abbeverava alle predicazioni dell'odio di personaggi come Anwar Al Awlaki, detto il Bin Laden di Internet, quelli per cui «l'alleanza con i non musulmani è proibita e profana». Ma come l'hanno presa a Lanzo Torinese? La notizia sconvolgente di un aspirante terrorista dell'Isis in un paesino di 5.000 anime ha come effetto collaterale l'arrivo dei cronisti e delle telecamere. «Mi scusi ma sono qui con dei suoi colleghi di Porta a Porta, mi può chiamare tra un quarto d'ora?» ci domanda cordiale la prima cittadina, la professoressa Ernestina Assalto, originaria del Canavese e insegnante di lettere alle medie di Lanzo Torinese. La signora ha incrociato Elmahdi Halili nei laboratori della scuola: «Era riservato, un po' chiuso come tanti adolescenti», spiega. Nel suo paese, anche se non li sa quantificare, ci sono diversi immigrati e richiedenti asilo. «Ma, per fortuna, prima di Halili, nessun aspirante terrorista, sempre che le accuse siano confermate», sospira la docente. Qui a Lanzo, all'incrocio di tre valli, gli unici lupi che conoscono sono quelli di montagna. Ma la Procura di Torino ha scoperto che a Lanzo c'era anche un giovane che andava a caccia di lupi solitari (nella sua rete di contatti borderline diversi africani, ma pure quattro italiani convertiti) da ingaggiare per la sua jihad alpina.La famiglia era sbarcata nel nostro Paese trent'anni fa e, secondo il capo della Digos torinese Carlo Ambra, aveva da tempo condannato le scelte del ragazzo. «Halili aveva atteggiamenti radicali anche in casa. Era arrivato a non volere che la madre toccasse il suo cibo», ha spiegato il poliziotto. Quando gli agenti sono andati ad arrestarlo la sorella studentessa ha gridato disperata: «Ci avevi giurato che non l'avresti più fatto». Il padre, muratore, tre anni fa era stato intervistato sulle mattane del figlio. L'uomo, minuto e con una sigaretta in mano, sul ballatoio di una vecchia cascina, aveva trovato la soluzione contro gli estremisti: «Io questi ragazzi con il cervello non maturato se vengono da me gli do una portellata, non ci penso neanche un secondo». Su Elmahdi aveva le idee chiare: «È diventato pazzo per i giochi dei computer, sempre sul computer. Gli ho detto guarda che questo è peggio della droga… magari comincia a fumare così ti stacchi dal computer che è una brutta malattia. Sempre lì a a giocare e poi abbiamo fatto 'sto scivolo». Ma Halili su quel pc non giocava affatto, o meglio, come diceva Luther nei Guerrieri della notte, giocava a fare la guerra.«Qualche volta ha provato a dirmi qualcosa sull'Isis, ma io non ero interessato, a me non interessa la politica», aveva esclamato il genitore. Che non aveva capito che il suo ragazzo faceva sul serio. Nella sua camera ascoltava le voci dei predicatori dell'odio islamico. Per esempio il proclama del defunto portavoce dell'Isis Mohamed Al Adnani che aveva dato il via alla campagna di attentati in Europa nel 2015 e che lo stesso Halili diffuse online: «Ovunque tu sia vendica i tuoi fratelli e il tuo Stato, quello che devi fare è uccidere un miscredente, francese, americano o un loro alleato! (…) uccidilo con un ordigno o con una pallottola, se non riesci spaccagli la testa con una roccia oppure, sgozzalo con un coltello. Investilo con un'auto. Buttalo da un piano alto. Soffocalo. Avvelenalo. Non fallire (…)». Nel suo computer gli investigatori hanno scovato anche una canzone che inneggia ai morti di Parigi e contiene versi come questo: «La mia arma automatica è carica e i civili sono isolati (…) una cintura esplosiva è pronta, esplodo nel mezzo di una folla, faccio saltare in aria i francesi (…) in ogni direzione i miscredenti stanno urlando, un concerto al Bataclan, attacco sparando a raffica, schizza il sangue dei porci (…)». 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Proclami generici ma ripetuti, che ora, in un momento delicato com'è quello di transizione tra due governi di segno opposto (potenzialmente anche nella gestione della questione islamica), vanno presi quantomai sul serio. Questo il quadro delineato dal capo della polizia, Franco Gabrielli, e due giorni fa anche dal ministro dell'Interno uscente, Marco Minniti. Entrambi, con le medesime parole, hanno lanciato forte più che mai l'allarme terrorismo islamico nel nostro Paese. Il capo della polizia di Stato, invitato in Vaticano, ha scelto l'occasione pubblica degli auguri pasquali al Pontefice per sottolineare la presenza di una minaccia definita «incombente» sulla persona dal Papa. «Questi tempi trascorsi non ci convincono dell' ineluttabiltà degli eventi né del fatto che la minaccia sia passata», ha spiegato Gabrielli rivolgendosi al capo della Chiesa, «la minaccia è incombente ma gli uomini e le donne della polizia di Stato, che concorrono alla sua sicurezza, continueranno a garantire la sicurezza di questa sede santa e della sua persona e di questa straordinaria città di Roma, sede della cristianità, che dalla propaganda terroristica e jihadista è portata a simbolo da colpire», ha chiarito Gabrielli, invitando tutti a tenere alta la guardia: «Viviamo tempi difficili, ma forse la memoria è corta. La nostra storia è fatta di momenti difficili: la differenza la fa il comportamento di ciascuno di noi». Simili le parole di Minniti, che in un'intervista alla Stampa, commentando l'arresto, avvenuto lunedì scorso, dell'imam di Foggia, considerato un predicatore del terrore che sollecitava i giovani a «sgozzare i miscredenti», ha parlato di «un quadro che non ha eguali in Occidente», di una minaccia Isis «peggiorata dalla caduta di Raqqa e Mosul» e di una aumentata «pericolosità della componente terroristica». Il ministro dell'Interno uscente ha spiegato come durante l'inchiesta le forze dell'ordine siano state capaci di «penetrare un cuore di tenebra», dove «veniva utilizzato il vocabolario tipico dell'Isis». Con un elemento di novità assoluta rispetto al passato: il fatto che «tutto questo avviene qui, nel cuore dell'Europa, non a Dacca o nei territori dell'Isis». Ed è stato proprio Minniti a tracciare un legame fra la massima allerta scattata in Italia e il periodo di avvicendamento alla guida del Paese. «Invitiamo il nuovo governo a continuare con le espulsioni contro i radicalizzati» e a mantenere «l'unità delle forze politiche», ha chiarito il ministro, spezzando una lancia a favore dell'islam italiano che fino ad oggi avrebbe collaborato «con grande responsabilità». Oltre alle cronache degli ultimi giorni, però, a preoccupare le intelligence anti-terrorismo è il proliferare, evidente già da alcuni mesi, delle minacce jihadiste contro Roma, propagandate dai mezzi del Califfato. Pur impiegando lingue di- verse dall'italiano (segno che i proclami non sarebbero rivolti ad affiliati originari dello Stivale) secondo un'analisi dell'Istituto per gli studi di politica internazionale negli ultimi mesi sono stati 432 riferimenti della propaganda del Califfo al nostro Paese, con Roma e il Vaticano ai primi posti tra i più citati. Rimanendo sulle cifre, nel 2017 i rimpatri di sospetti terroristi sono stati 132 e 29 nel 2018, mentre sono circa 130, secondo le stime, i foreign fighters legati all'Italia che si sono uniti a gruppi jihadisti in Siria e Iraq. Un numero di molto inferire ala media europea: 1.700 sono quelli partiti dalla Francia, 900 dalla Germania, 550 dal Belgio e 300 dall'Austria. Alessia Pedrielli
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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