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2020-05-19
Iv ci pensa, traballa la poltrona di Bonafede
Alfonso Bonafede (Ansa)
E adesso, pover'uomo? Contro il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, cresce uno tsunami di polemiche e imbarazzi. E la sua poltrona scricchiola. Italia viva, il partitino di Matteo Renzi, alza la voce e domani, in Senato, minaccia di votare a favore della nuova mozione di sfiducia individuale presentata domenica da +Europa, il gruppo stretto attorno a Emma Bonino, alla cui stesura ha contribuito Enrico Costa, deputato e responsabile giustizia di Forza Italia.
Il nuovo atto d'accusa colpisce Bonafede su temi diversi da quelli contenuti nella mozione presentata dieci giorni fa dal centrodestra. Il documento di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia attacca il ministro della Giustizia soprattutto per lo scandalo delle 400 scarcerazioni di detenuti pericolosi, tra cui vari boss mafiosi, e ha il perno nella querelle che oppone al guardasigilli Nino Di Matteo, il magistrato antimafia che accusa Bonafede di non averlo nominato a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nel giugno 2018, per le proteste di «importantissimi boss mafiosi detenuti».
La mozione Bonino-Costa, firmata da 52 senatori tra i quali spiccano azzurri di peso come Alberto Barachini, Giacomo Caliendo, Adriano Galliani, Niccolò Ghedini, Licia Ronzulli e Renato Schifani, critica invece Bonafede per un più ampio spettro d'inadempienze. Il ministro non avrebbe solo gestito l'emergenza sanitaria nelle carceri «con sufficienza e negligenza». La mozione gli rimprovera la «mai troppo criticata soppressione della prescrizione», la riforma che ha allargato l'impiego delle intercettazioni e «la ragnatela di norme» che favoriscono «il processo inquisitorio e la gogna mediatica». Sono i tipici temi garantisti che legano i parlamentari liberal-democratici e radicali, e accomunano Forza Italia, Italia Viva e +Europa. «È una risposta alla politica giudiziaria di Bonafede, di cui non condividiamo nulla», dice Costa alla Verità. Aggiunge Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa: «È un no alla sua politica confusa, improntata al populismo giudiziario, a un'idea panpenalista e manettara»
Il colpo più duro della mozione, però, arriva sulle nomine ministeriali governate da quello che, giorno dopo giorno, emerge come un indecoroso mercato sotterraneo tra le correnti della magistratura: proprio il tema, cioè, che negli ultimi giorni dà più guai a Bonafede, e che giovedì lo ha privato addirittura del suo capo di gabinetto, Fulvio Baldi, costretto alle dimissioni per le intercettazioni depositate dalla Procura di Perugia nell'inchiesta per corruzione contro l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara. Anche ieri, su La Verità (e nell'assordante silenzio degli altri giornali e giornaloni), Giacomo Amadori ha riferito nuovi contenuti di quelle carte. Dal telefonino sequestrato al pubblico ministero sono uscite nuove trattative segrete, tese a piazzare nei «posti giusti» i candidati delle correnti: trattative che coinvolgono l'ex capo di gabinetto Baldi, e scelte che alla fine vengono avallate da Bonafede.
Anche per queste rivelazioni, la mozione Bonino-Costa accusa il guardasigilli di essere stato «incapace di vigilare sulla trasparenza delle nomine». E questa è forse la scudisciata più dura per il grillino divenuto ministro, perché nel luglio 2019 proprio Bonafede aveva annunciato in pompa magna una riforma del sistema elettorale del Csm «per sottrarlo allo strapotere delle correnti». La riforma, però, è scomparsa all'orizzonte, mentre oggi il guardasigilli è costretto a vedere il suo ministero in balia «di di scontri e polemiche legate all'influenza delle correnti nelle nomine di magistrati».
Domani, al Senato, si vedrà che cosa sarà del ministro. Italia viva si dice tentata di aderire alla mozione Bonino-Costa, ma potrebbe essere la solita «strategia minatoria» che le permette poi di passare all'incasso su altre partite. Una trattativa in extremis, comunque, è in corso anche stavolta, se è vero che ieri sera nell'agenda di Palazzo Chigi era previsto un incontro tra Maria Elena Boschi e il premier, Giuseppe Conte.
Renzi intanto ha annunciato che in Senato sarà lui a parlare per il gruppo e ha lanciato un sondaggio online: «I numeri sono ballerini», ha scritto, «e Iv potrebbe essere decisiva. Voi che idea vi siete fatti?». Sempre ieri un anonimo senatore renziano ricordava all'agenzia Adnkronos, sbuffando, che «noi abbiamo 17 senatori e il Pd 35», e lamentava una serie d'inadempienze da parte della maggioranza: «Non è possibile che noi siamo tenuti fuori da ogni decisione. Non è possibile che ogni nostra proposta sia una scocciatura. Non è possibile che da Palazzo Chigi arrivi l'ordine alla Rai di non parlare di Italia viva». E concludeva: «Se stare in questa maggioranza significa non portare nulla al partito, morire per morire almeno facciamolo tenendo fede ai nostri principi».
In Parlamento gira anche una strana voce, che la faccenda potrebbe finire con un rimpasto. Bonafede potrebbe lasciare la Giustizia, per scambiare la poltrona con un collega: magari Dario Franceschini, ministro pd della Cultura. Ma potrebbe mai accettare un tale schiaffo il capodelegazione governativo dei grillini, l'uomo che fu assistente del professor Giuseppe Conte all'università di Firenze e che lo presentò al capo politico del Movimento 5 stelle, avviandolo alla carriera politica?
Non tocca alla Consulta sindacare il potere discrezionale delle Camere
Il giudice delle leggi diventa anche giudice del fatto, del merito, della opportunità di una legge, prima che della sua legittimità costituzionale? Attuando, in fin dei conti, un sindacato sull'uso del potere discrezionale delle Camere? Aingenerare il dubbio una recente ordinanza della Consulta (n. 52 del 25 febbraio 2020, Pres. Cartabia, Rel. Zanon) in un giudizio promosso dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio che dubita della costituzionalità dell'art. 1, comma 93, della legge 27 dicembre 2017, n. 205 (bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018) che prevede, per le agenzie fiscali, l'istituzione di posizioni organizzative «per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione, ivi compresa la responsabilità di uffici operativi di livello non dirigenziale» e le modalità del loro conferimento.
La Corte costituzionale ha adottato d'ufficio l'ordinanza prima richiamata avvalendosi di una facoltà, quella di nominare esperti, introdotta solamente l'8 gennaio 2020 tra le «Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale» con delibera del presidente della Corte, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 22 gennaio. Deliberata e subito applicata, la norma ha consentito alla Corte di individuare nei periti Elio Borgonovi e Vieri Ceriani, che il Collegio giudicante ascolterà in Camera di Consiglio il prossimo 27 maggio, coloro ai quali si chiedono «ulteriori e specifiche informazioni in relazione alle esigenze organizzative delle agenzie fiscali, alle mansioni assegnate al personale e alle modalità di selezione dello stesso, con particolare riferimento a presupposti e ricadute della introduzione delle cosiddette posizioni organizzative di elevata responsabilità» (Poer).
«Modalità di selezione», e questo è certamente diritto, oggetto appunto del giudizio di costituzionalità promosso dal Tar tra l'altro con rinvio a precedente giurisprudenza della Corte, in particolare alla sentenza n. 37 del 2015 che già aveva censurato analoghe modalità di reclutamento. Il giudizio di costituzionalità, infatti, è di stretta legittimità, come si legge nell'art. 134 Cost. e nell'art. 28 della legge n. 87/1953, sui giudizi di costituzionalità, secondo il quale «il controllo di legittimità della Corte costituzionale su una legge o un atto avente forza di legge esclude ogni valutazione di natura politica e ogni sindacato sull'uso del potere discrezionale del Parlamento». Un limite che va stretto ai seguaci della «giurisprudenza creativa» per i quali i parametri di legittimità sono molto labili, vanno al di là della stessa Carta fondamentale, in quanto oggi - ha scritto l'ex presidente della Corte, Paolo Grossi «abbiamo il dovere di dubitare, fondatissimamente, di quel principio di gerarchia delle fonti che, ai tempi in cui ero studente di Giurisprudenza, ci veniva insegnato come un dogma».
Deborderebbe, dunque, la Corte se decidesse sulla base delle «esigenze organizzative» le quali identificano una questione di merito, di natura squisitamente politica, che non compete alla Corte. E comunque non si potrebbe pervenire alla conclusione che sia costituzionalmente legittimo il reclutamento di personale, in astratto idoneo a soddisfare «esigenze organizzative», quando le modalità della selezione contrastassero, come sospetta il Tar, con i principi che si rinvengono negli artt. 3 e 97, ultimo comma, della Costituzione, i quali prescrivono la regola del concorso, pubblico ed aperto, per l'accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni (Tar Lazio n. 2080/16 che richiama Corte costituzionale sentenze n. 99 del 2012 e n. 293 del 2009). La disposizione censurata, infatti, aggira tale regola consentendo l'accesso a un ruolo e, comunque, a un inquadramento giuridico diverso da quello rivestito senza pubblico concorso realizzando una vera e propria progressione di carriera verticale per i dipendenti appartenenti alla terza area (ammessi alla selezione) proprio perché la nuova funzione è caratterizzata dall'esercizio di poteri non riconducibili all'area in esame. Un sistema che previlegia gli interni a danno della più ampia selezione, come nell'interesse della Pubblica amministrazione.
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Domani si discute la mozione di sfiducia al ministro. Sotto accusa la sua politica giudiziaria e correntizia. Matteo Renzi minaccia di votare con la Bonino e il centrodestra, ma potrebbe essere la solita strategia per poi passare all'incasso su altre partite.Valutare le «esigenze organizzative» delle agenzie fiscali è giurisprudenza creativaLo special contiene due articoliE adesso, pover'uomo? Contro il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, cresce uno tsunami di polemiche e imbarazzi. E la sua poltrona scricchiola. Italia viva, il partitino di Matteo Renzi, alza la voce e domani, in Senato, minaccia di votare a favore della nuova mozione di sfiducia individuale presentata domenica da +Europa, il gruppo stretto attorno a Emma Bonino, alla cui stesura ha contribuito Enrico Costa, deputato e responsabile giustizia di Forza Italia. Il nuovo atto d'accusa colpisce Bonafede su temi diversi da quelli contenuti nella mozione presentata dieci giorni fa dal centrodestra. Il documento di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia attacca il ministro della Giustizia soprattutto per lo scandalo delle 400 scarcerazioni di detenuti pericolosi, tra cui vari boss mafiosi, e ha il perno nella querelle che oppone al guardasigilli Nino Di Matteo, il magistrato antimafia che accusa Bonafede di non averlo nominato a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nel giugno 2018, per le proteste di «importantissimi boss mafiosi detenuti». La mozione Bonino-Costa, firmata da 52 senatori tra i quali spiccano azzurri di peso come Alberto Barachini, Giacomo Caliendo, Adriano Galliani, Niccolò Ghedini, Licia Ronzulli e Renato Schifani, critica invece Bonafede per un più ampio spettro d'inadempienze. Il ministro non avrebbe solo gestito l'emergenza sanitaria nelle carceri «con sufficienza e negligenza». La mozione gli rimprovera la «mai troppo criticata soppressione della prescrizione», la riforma che ha allargato l'impiego delle intercettazioni e «la ragnatela di norme» che favoriscono «il processo inquisitorio e la gogna mediatica». Sono i tipici temi garantisti che legano i parlamentari liberal-democratici e radicali, e accomunano Forza Italia, Italia Viva e +Europa. «È una risposta alla politica giudiziaria di Bonafede, di cui non condividiamo nulla», dice Costa alla Verità. Aggiunge Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa: «È un no alla sua politica confusa, improntata al populismo giudiziario, a un'idea panpenalista e manettara»Il colpo più duro della mozione, però, arriva sulle nomine ministeriali governate da quello che, giorno dopo giorno, emerge come un indecoroso mercato sotterraneo tra le correnti della magistratura: proprio il tema, cioè, che negli ultimi giorni dà più guai a Bonafede, e che giovedì lo ha privato addirittura del suo capo di gabinetto, Fulvio Baldi, costretto alle dimissioni per le intercettazioni depositate dalla Procura di Perugia nell'inchiesta per corruzione contro l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara. Anche ieri, su La Verità (e nell'assordante silenzio degli altri giornali e giornaloni), Giacomo Amadori ha riferito nuovi contenuti di quelle carte. Dal telefonino sequestrato al pubblico ministero sono uscite nuove trattative segrete, tese a piazzare nei «posti giusti» i candidati delle correnti: trattative che coinvolgono l'ex capo di gabinetto Baldi, e scelte che alla fine vengono avallate da Bonafede. Anche per queste rivelazioni, la mozione Bonino-Costa accusa il guardasigilli di essere stato «incapace di vigilare sulla trasparenza delle nomine». E questa è forse la scudisciata più dura per il grillino divenuto ministro, perché nel luglio 2019 proprio Bonafede aveva annunciato in pompa magna una riforma del sistema elettorale del Csm «per sottrarlo allo strapotere delle correnti». La riforma, però, è scomparsa all'orizzonte, mentre oggi il guardasigilli è costretto a vedere il suo ministero in balia «di di scontri e polemiche legate all'influenza delle correnti nelle nomine di magistrati».Domani, al Senato, si vedrà che cosa sarà del ministro. Italia viva si dice tentata di aderire alla mozione Bonino-Costa, ma potrebbe essere la solita «strategia minatoria» che le permette poi di passare all'incasso su altre partite. Una trattativa in extremis, comunque, è in corso anche stavolta, se è vero che ieri sera nell'agenda di Palazzo Chigi era previsto un incontro tra Maria Elena Boschi e il premier, Giuseppe Conte. Renzi intanto ha annunciato che in Senato sarà lui a parlare per il gruppo e ha lanciato un sondaggio online: «I numeri sono ballerini», ha scritto, «e Iv potrebbe essere decisiva. Voi che idea vi siete fatti?». Sempre ieri un anonimo senatore renziano ricordava all'agenzia Adnkronos, sbuffando, che «noi abbiamo 17 senatori e il Pd 35», e lamentava una serie d'inadempienze da parte della maggioranza: «Non è possibile che noi siamo tenuti fuori da ogni decisione. Non è possibile che ogni nostra proposta sia una scocciatura. Non è possibile che da Palazzo Chigi arrivi l'ordine alla Rai di non parlare di Italia viva». E concludeva: «Se stare in questa maggioranza significa non portare nulla al partito, morire per morire almeno facciamolo tenendo fede ai nostri principi». In Parlamento gira anche una strana voce, che la faccenda potrebbe finire con un rimpasto. Bonafede potrebbe lasciare la Giustizia, per scambiare la poltrona con un collega: magari Dario Franceschini, ministro pd della Cultura. Ma potrebbe mai accettare un tale schiaffo il capodelegazione governativo dei grillini, l'uomo che fu assistente del professor Giuseppe Conte all'università di Firenze e che lo presentò al capo politico del Movimento 5 stelle, avviandolo alla carriera politica?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iv-ci-pensa-traballa-la-poltrona-di-bonafede-2646028493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-tocca-alla-consulta-sindacare-il-potere-discrezionale-delle-camere" data-post-id="2646028493" data-published-at="1589837368" data-use-pagination="False"> Non tocca alla Consulta sindacare il potere discrezionale delle Camere Il giudice delle leggi diventa anche giudice del fatto, del merito, della opportunità di una legge, prima che della sua legittimità costituzionale? Attuando, in fin dei conti, un sindacato sull'uso del potere discrezionale delle Camere? Aingenerare il dubbio una recente ordinanza della Consulta (n. 52 del 25 febbraio 2020, Pres. Cartabia, Rel. Zanon) in un giudizio promosso dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio che dubita della costituzionalità dell'art. 1, comma 93, della legge 27 dicembre 2017, n. 205 (bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018) che prevede, per le agenzie fiscali, l'istituzione di posizioni organizzative «per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione, ivi compresa la responsabilità di uffici operativi di livello non dirigenziale» e le modalità del loro conferimento. La Corte costituzionale ha adottato d'ufficio l'ordinanza prima richiamata avvalendosi di una facoltà, quella di nominare esperti, introdotta solamente l'8 gennaio 2020 tra le «Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale» con delibera del presidente della Corte, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 22 gennaio. Deliberata e subito applicata, la norma ha consentito alla Corte di individuare nei periti Elio Borgonovi e Vieri Ceriani, che il Collegio giudicante ascolterà in Camera di Consiglio il prossimo 27 maggio, coloro ai quali si chiedono «ulteriori e specifiche informazioni in relazione alle esigenze organizzative delle agenzie fiscali, alle mansioni assegnate al personale e alle modalità di selezione dello stesso, con particolare riferimento a presupposti e ricadute della introduzione delle cosiddette posizioni organizzative di elevata responsabilità» (Poer). «Modalità di selezione», e questo è certamente diritto, oggetto appunto del giudizio di costituzionalità promosso dal Tar tra l'altro con rinvio a precedente giurisprudenza della Corte, in particolare alla sentenza n. 37 del 2015 che già aveva censurato analoghe modalità di reclutamento. Il giudizio di costituzionalità, infatti, è di stretta legittimità, come si legge nell'art. 134 Cost. e nell'art. 28 della legge n. 87/1953, sui giudizi di costituzionalità, secondo il quale «il controllo di legittimità della Corte costituzionale su una legge o un atto avente forza di legge esclude ogni valutazione di natura politica e ogni sindacato sull'uso del potere discrezionale del Parlamento». Un limite che va stretto ai seguaci della «giurisprudenza creativa» per i quali i parametri di legittimità sono molto labili, vanno al di là della stessa Carta fondamentale, in quanto oggi - ha scritto l'ex presidente della Corte, Paolo Grossi «abbiamo il dovere di dubitare, fondatissimamente, di quel principio di gerarchia delle fonti che, ai tempi in cui ero studente di Giurisprudenza, ci veniva insegnato come un dogma». Deborderebbe, dunque, la Corte se decidesse sulla base delle «esigenze organizzative» le quali identificano una questione di merito, di natura squisitamente politica, che non compete alla Corte. E comunque non si potrebbe pervenire alla conclusione che sia costituzionalmente legittimo il reclutamento di personale, in astratto idoneo a soddisfare «esigenze organizzative», quando le modalità della selezione contrastassero, come sospetta il Tar, con i principi che si rinvengono negli artt. 3 e 97, ultimo comma, della Costituzione, i quali prescrivono la regola del concorso, pubblico ed aperto, per l'accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni (Tar Lazio n. 2080/16 che richiama Corte costituzionale sentenze n. 99 del 2012 e n. 293 del 2009). La disposizione censurata, infatti, aggira tale regola consentendo l'accesso a un ruolo e, comunque, a un inquadramento giuridico diverso da quello rivestito senza pubblico concorso realizzando una vera e propria progressione di carriera verticale per i dipendenti appartenenti alla terza area (ammessi alla selezione) proprio perché la nuova funzione è caratterizzata dall'esercizio di poteri non riconducibili all'area in esame. Un sistema che previlegia gli interni a danno della più ampia selezione, come nell'interesse della Pubblica amministrazione.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.
Papa Leone XIV (Getty Images)
Se poi compiamo il drammatico e rattristante atto di paragonare questo discorso ad altri cui siamo abituati in Italia, e non solo, tenuti o scritti da vescovi italiani, soprattutto ad alto livello, per non parlare del livello della predicazione, l’omiletica, che spesso raggiunge livelli indegni per l’importanza che essa ha nella Chiesa, ebbene, fatto questo paragone impietoso, la figura di Leone XIV ci appare veramente come un dono del Cielo.
Non solo per noi italiani, e non solo riguardo ai ministri della Chiesa, ma anche rispetto a molti dei sedicenti intellettuali del nostro tempo. Il Pontefice, in questo panorama intellettuale e culturale inconsistente e desolante, risulta essere, ai miei occhi, l’autorità morale e il riferimento intellettuale e spirituale più alto del mondo.
Del discorso ha già scritto egregiamente ieri sulla Verità Martino Cervo. Io mi limiterò ad alcuni concetti espressi in questo mirabile scritto del Vescovo di Roma. Parto dal più importante, già citato da Cervo, e cioè il riferimento alla Scuola di Salamanca, una scuola del Cinquecento spagnolo, El Siglo de oro, dove la Spagna raggiunse un livello di espansione economica e geopolitica ragguardevole. Allora come ora si prospettava, però, l’esigenza di coniugare questi fenomeni economici e geopolitici «trovandosi», come scrive il pontefice, «di fronte a responsabilità storiche di portata universale». Queste responsabilità erano legate sostanzialmente alla colonizzazione del Nuovo Mondo e alla legittimità della colonizzazione stessa e delle condizioni cui erano sottoposte quelle popolazioni. La Scuola di Salamanca fu la più influente scuola, sorta nel XVI secolo, di filosofi, teologi e giuristi appartenenti a vari ordini: francescani, gesuiti, domenicani. In sostanza si deve a loro, e in particolare al frate Francisco de Vitoria, la messa al centro dei diritti umani ponendo le basi - questo fatto è riconosciuto universalmente - per il moderno diritto internazionale, quello che, riprendendo un’espressione di San Tommaso D’Aquino, veniva chiamato lo ius gentium.
Perché il Papa si è riferito esplicitamente a questa scuola, cosa che non avevano fatto altri Papi e che in Italia, a parte alcuni lodevoli studiosi, non è praticamente mai stata studiata soprattutto in ambito cattolico (cosa grave)? Scrive lui stesso: «La ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere [...]. Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli [...] quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale che internazionale».
Quale profondità e quale attualità in questa Scuola a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento spagnolo. Quale contemporaneità di questo pensiero. E tristemente, ammettiamolo, quale ignoranza ingiustificata, da parte della comunità cattolica, di questa Scuola.
Un altro punto fondamentale sempre legato a questi studiosi è la rivendicazione del primato della persona umana nei confronti dello Stato e di ogni forma di pubblico potere. Dice il Papa: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato […] Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto di esistere e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo». Ma attenzione al seguente passaggio che richiama tutti alla primazia del diritto sulla legge, del diritto sul potere, del diritto sullo Stato: «La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo. Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari». In altre parole, ben prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, i maestri di Salamanca avevano individuato nei diritti dell’uomo il limite invalicabile di qualsiasi potere, di qualsiasi azione politica, di qualsiasi legge. L’ordinamento giuridico positivo, cioè il sistema delle leggi nazionali e internazionali, non può andare contro questi diritti inscritti nella natura umana: essi non sono concessi e sottoposti a e da nessun potere politico. Quanta sapienza e quanta necessità di riscoprire oggi questi fondamenti: basti pensare a quanta violazione dei diritti avviene negli Stati (ad esempio la Cina) e quali violazioni del diritto internazionale: vedi le guerre in corso.
Capite la differenza rispetto a una predicazione su questi temi che spesso alza la vela a seconda di dove il vento spira e che quindi risulta misera e non incide nelle coscienze? Queste ultime sentono la superficialità e riconoscono, quando c’è, la profondità di un pensiero come quello espresso presso il Palacio de las Cortes, dove il Papa ha incontrato il Parlamento spagnolo. Purtroppo, nella Chiesa si è fatta avanti un’idea di predicazione che, per evitare di sembrare anacronistica, è diventata più sociologica che teologica, che usa le parole più scontate del nostro tempo e non ha il coraggio di andare, come fa invece questo Papa con gentilezza e tatto rari, oltre il linguaggio scontato. Ci ricorda molto Ratzinger e Wojtyla, ma anche Paolo VI. È vero che la Chiesa deve aggiornare il proprio linguaggio. Del resto, in 21 secoli di storia lo ha sempre fatto. Ma non si può né si deve aggiornare il linguaggio in modo tale che un linguaggio sciatto, sociologico, politicamente ammiccante, tendente a lisciare il pelo all’inconsistenza della cultura contemporanea tradisca, alla fine, i contenuti della tradizione. Altrimenti l’aggiornamento fa rima con tradimento.
In questa fase, lo ripeto, Papa Leone XIV appare modellato appositamente sull’esigenza profonda di consistenza che caratterizza la nostra epoca contemporanea.
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