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2020-05-19
Iv ci pensa, traballa la poltrona di Bonafede
Alfonso Bonafede (Ansa)
E adesso, pover'uomo? Contro il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, cresce uno tsunami di polemiche e imbarazzi. E la sua poltrona scricchiola. Italia viva, il partitino di Matteo Renzi, alza la voce e domani, in Senato, minaccia di votare a favore della nuova mozione di sfiducia individuale presentata domenica da +Europa, il gruppo stretto attorno a Emma Bonino, alla cui stesura ha contribuito Enrico Costa, deputato e responsabile giustizia di Forza Italia.
Il nuovo atto d'accusa colpisce Bonafede su temi diversi da quelli contenuti nella mozione presentata dieci giorni fa dal centrodestra. Il documento di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia attacca il ministro della Giustizia soprattutto per lo scandalo delle 400 scarcerazioni di detenuti pericolosi, tra cui vari boss mafiosi, e ha il perno nella querelle che oppone al guardasigilli Nino Di Matteo, il magistrato antimafia che accusa Bonafede di non averlo nominato a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nel giugno 2018, per le proteste di «importantissimi boss mafiosi detenuti».
La mozione Bonino-Costa, firmata da 52 senatori tra i quali spiccano azzurri di peso come Alberto Barachini, Giacomo Caliendo, Adriano Galliani, Niccolò Ghedini, Licia Ronzulli e Renato Schifani, critica invece Bonafede per un più ampio spettro d'inadempienze. Il ministro non avrebbe solo gestito l'emergenza sanitaria nelle carceri «con sufficienza e negligenza». La mozione gli rimprovera la «mai troppo criticata soppressione della prescrizione», la riforma che ha allargato l'impiego delle intercettazioni e «la ragnatela di norme» che favoriscono «il processo inquisitorio e la gogna mediatica». Sono i tipici temi garantisti che legano i parlamentari liberal-democratici e radicali, e accomunano Forza Italia, Italia Viva e +Europa. «È una risposta alla politica giudiziaria di Bonafede, di cui non condividiamo nulla», dice Costa alla Verità. Aggiunge Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa: «È un no alla sua politica confusa, improntata al populismo giudiziario, a un'idea panpenalista e manettara»
Il colpo più duro della mozione, però, arriva sulle nomine ministeriali governate da quello che, giorno dopo giorno, emerge come un indecoroso mercato sotterraneo tra le correnti della magistratura: proprio il tema, cioè, che negli ultimi giorni dà più guai a Bonafede, e che giovedì lo ha privato addirittura del suo capo di gabinetto, Fulvio Baldi, costretto alle dimissioni per le intercettazioni depositate dalla Procura di Perugia nell'inchiesta per corruzione contro l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara. Anche ieri, su La Verità (e nell'assordante silenzio degli altri giornali e giornaloni), Giacomo Amadori ha riferito nuovi contenuti di quelle carte. Dal telefonino sequestrato al pubblico ministero sono uscite nuove trattative segrete, tese a piazzare nei «posti giusti» i candidati delle correnti: trattative che coinvolgono l'ex capo di gabinetto Baldi, e scelte che alla fine vengono avallate da Bonafede.
Anche per queste rivelazioni, la mozione Bonino-Costa accusa il guardasigilli di essere stato «incapace di vigilare sulla trasparenza delle nomine». E questa è forse la scudisciata più dura per il grillino divenuto ministro, perché nel luglio 2019 proprio Bonafede aveva annunciato in pompa magna una riforma del sistema elettorale del Csm «per sottrarlo allo strapotere delle correnti». La riforma, però, è scomparsa all'orizzonte, mentre oggi il guardasigilli è costretto a vedere il suo ministero in balia «di di scontri e polemiche legate all'influenza delle correnti nelle nomine di magistrati».
Domani, al Senato, si vedrà che cosa sarà del ministro. Italia viva si dice tentata di aderire alla mozione Bonino-Costa, ma potrebbe essere la solita «strategia minatoria» che le permette poi di passare all'incasso su altre partite. Una trattativa in extremis, comunque, è in corso anche stavolta, se è vero che ieri sera nell'agenda di Palazzo Chigi era previsto un incontro tra Maria Elena Boschi e il premier, Giuseppe Conte.
Renzi intanto ha annunciato che in Senato sarà lui a parlare per il gruppo e ha lanciato un sondaggio online: «I numeri sono ballerini», ha scritto, «e Iv potrebbe essere decisiva. Voi che idea vi siete fatti?». Sempre ieri un anonimo senatore renziano ricordava all'agenzia Adnkronos, sbuffando, che «noi abbiamo 17 senatori e il Pd 35», e lamentava una serie d'inadempienze da parte della maggioranza: «Non è possibile che noi siamo tenuti fuori da ogni decisione. Non è possibile che ogni nostra proposta sia una scocciatura. Non è possibile che da Palazzo Chigi arrivi l'ordine alla Rai di non parlare di Italia viva». E concludeva: «Se stare in questa maggioranza significa non portare nulla al partito, morire per morire almeno facciamolo tenendo fede ai nostri principi».
In Parlamento gira anche una strana voce, che la faccenda potrebbe finire con un rimpasto. Bonafede potrebbe lasciare la Giustizia, per scambiare la poltrona con un collega: magari Dario Franceschini, ministro pd della Cultura. Ma potrebbe mai accettare un tale schiaffo il capodelegazione governativo dei grillini, l'uomo che fu assistente del professor Giuseppe Conte all'università di Firenze e che lo presentò al capo politico del Movimento 5 stelle, avviandolo alla carriera politica?
Non tocca alla Consulta sindacare il potere discrezionale delle Camere
Il giudice delle leggi diventa anche giudice del fatto, del merito, della opportunità di una legge, prima che della sua legittimità costituzionale? Attuando, in fin dei conti, un sindacato sull'uso del potere discrezionale delle Camere? Aingenerare il dubbio una recente ordinanza della Consulta (n. 52 del 25 febbraio 2020, Pres. Cartabia, Rel. Zanon) in un giudizio promosso dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio che dubita della costituzionalità dell'art. 1, comma 93, della legge 27 dicembre 2017, n. 205 (bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018) che prevede, per le agenzie fiscali, l'istituzione di posizioni organizzative «per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione, ivi compresa la responsabilità di uffici operativi di livello non dirigenziale» e le modalità del loro conferimento.
La Corte costituzionale ha adottato d'ufficio l'ordinanza prima richiamata avvalendosi di una facoltà, quella di nominare esperti, introdotta solamente l'8 gennaio 2020 tra le «Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale» con delibera del presidente della Corte, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 22 gennaio. Deliberata e subito applicata, la norma ha consentito alla Corte di individuare nei periti Elio Borgonovi e Vieri Ceriani, che il Collegio giudicante ascolterà in Camera di Consiglio il prossimo 27 maggio, coloro ai quali si chiedono «ulteriori e specifiche informazioni in relazione alle esigenze organizzative delle agenzie fiscali, alle mansioni assegnate al personale e alle modalità di selezione dello stesso, con particolare riferimento a presupposti e ricadute della introduzione delle cosiddette posizioni organizzative di elevata responsabilità» (Poer).
«Modalità di selezione», e questo è certamente diritto, oggetto appunto del giudizio di costituzionalità promosso dal Tar tra l'altro con rinvio a precedente giurisprudenza della Corte, in particolare alla sentenza n. 37 del 2015 che già aveva censurato analoghe modalità di reclutamento. Il giudizio di costituzionalità, infatti, è di stretta legittimità, come si legge nell'art. 134 Cost. e nell'art. 28 della legge n. 87/1953, sui giudizi di costituzionalità, secondo il quale «il controllo di legittimità della Corte costituzionale su una legge o un atto avente forza di legge esclude ogni valutazione di natura politica e ogni sindacato sull'uso del potere discrezionale del Parlamento». Un limite che va stretto ai seguaci della «giurisprudenza creativa» per i quali i parametri di legittimità sono molto labili, vanno al di là della stessa Carta fondamentale, in quanto oggi - ha scritto l'ex presidente della Corte, Paolo Grossi «abbiamo il dovere di dubitare, fondatissimamente, di quel principio di gerarchia delle fonti che, ai tempi in cui ero studente di Giurisprudenza, ci veniva insegnato come un dogma».
Deborderebbe, dunque, la Corte se decidesse sulla base delle «esigenze organizzative» le quali identificano una questione di merito, di natura squisitamente politica, che non compete alla Corte. E comunque non si potrebbe pervenire alla conclusione che sia costituzionalmente legittimo il reclutamento di personale, in astratto idoneo a soddisfare «esigenze organizzative», quando le modalità della selezione contrastassero, come sospetta il Tar, con i principi che si rinvengono negli artt. 3 e 97, ultimo comma, della Costituzione, i quali prescrivono la regola del concorso, pubblico ed aperto, per l'accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni (Tar Lazio n. 2080/16 che richiama Corte costituzionale sentenze n. 99 del 2012 e n. 293 del 2009). La disposizione censurata, infatti, aggira tale regola consentendo l'accesso a un ruolo e, comunque, a un inquadramento giuridico diverso da quello rivestito senza pubblico concorso realizzando una vera e propria progressione di carriera verticale per i dipendenti appartenenti alla terza area (ammessi alla selezione) proprio perché la nuova funzione è caratterizzata dall'esercizio di poteri non riconducibili all'area in esame. Un sistema che previlegia gli interni a danno della più ampia selezione, come nell'interesse della Pubblica amministrazione.
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Domani si discute la mozione di sfiducia al ministro. Sotto accusa la sua politica giudiziaria e correntizia. Matteo Renzi minaccia di votare con la Bonino e il centrodestra, ma potrebbe essere la solita strategia per poi passare all'incasso su altre partite.Valutare le «esigenze organizzative» delle agenzie fiscali è giurisprudenza creativaLo special contiene due articoliE adesso, pover'uomo? Contro il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, cresce uno tsunami di polemiche e imbarazzi. E la sua poltrona scricchiola. Italia viva, il partitino di Matteo Renzi, alza la voce e domani, in Senato, minaccia di votare a favore della nuova mozione di sfiducia individuale presentata domenica da +Europa, il gruppo stretto attorno a Emma Bonino, alla cui stesura ha contribuito Enrico Costa, deputato e responsabile giustizia di Forza Italia. Il nuovo atto d'accusa colpisce Bonafede su temi diversi da quelli contenuti nella mozione presentata dieci giorni fa dal centrodestra. Il documento di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia attacca il ministro della Giustizia soprattutto per lo scandalo delle 400 scarcerazioni di detenuti pericolosi, tra cui vari boss mafiosi, e ha il perno nella querelle che oppone al guardasigilli Nino Di Matteo, il magistrato antimafia che accusa Bonafede di non averlo nominato a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nel giugno 2018, per le proteste di «importantissimi boss mafiosi detenuti». La mozione Bonino-Costa, firmata da 52 senatori tra i quali spiccano azzurri di peso come Alberto Barachini, Giacomo Caliendo, Adriano Galliani, Niccolò Ghedini, Licia Ronzulli e Renato Schifani, critica invece Bonafede per un più ampio spettro d'inadempienze. Il ministro non avrebbe solo gestito l'emergenza sanitaria nelle carceri «con sufficienza e negligenza». La mozione gli rimprovera la «mai troppo criticata soppressione della prescrizione», la riforma che ha allargato l'impiego delle intercettazioni e «la ragnatela di norme» che favoriscono «il processo inquisitorio e la gogna mediatica». Sono i tipici temi garantisti che legano i parlamentari liberal-democratici e radicali, e accomunano Forza Italia, Italia Viva e +Europa. «È una risposta alla politica giudiziaria di Bonafede, di cui non condividiamo nulla», dice Costa alla Verità. Aggiunge Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa: «È un no alla sua politica confusa, improntata al populismo giudiziario, a un'idea panpenalista e manettara»Il colpo più duro della mozione, però, arriva sulle nomine ministeriali governate da quello che, giorno dopo giorno, emerge come un indecoroso mercato sotterraneo tra le correnti della magistratura: proprio il tema, cioè, che negli ultimi giorni dà più guai a Bonafede, e che giovedì lo ha privato addirittura del suo capo di gabinetto, Fulvio Baldi, costretto alle dimissioni per le intercettazioni depositate dalla Procura di Perugia nell'inchiesta per corruzione contro l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara. Anche ieri, su La Verità (e nell'assordante silenzio degli altri giornali e giornaloni), Giacomo Amadori ha riferito nuovi contenuti di quelle carte. Dal telefonino sequestrato al pubblico ministero sono uscite nuove trattative segrete, tese a piazzare nei «posti giusti» i candidati delle correnti: trattative che coinvolgono l'ex capo di gabinetto Baldi, e scelte che alla fine vengono avallate da Bonafede. Anche per queste rivelazioni, la mozione Bonino-Costa accusa il guardasigilli di essere stato «incapace di vigilare sulla trasparenza delle nomine». E questa è forse la scudisciata più dura per il grillino divenuto ministro, perché nel luglio 2019 proprio Bonafede aveva annunciato in pompa magna una riforma del sistema elettorale del Csm «per sottrarlo allo strapotere delle correnti». La riforma, però, è scomparsa all'orizzonte, mentre oggi il guardasigilli è costretto a vedere il suo ministero in balia «di di scontri e polemiche legate all'influenza delle correnti nelle nomine di magistrati».Domani, al Senato, si vedrà che cosa sarà del ministro. Italia viva si dice tentata di aderire alla mozione Bonino-Costa, ma potrebbe essere la solita «strategia minatoria» che le permette poi di passare all'incasso su altre partite. Una trattativa in extremis, comunque, è in corso anche stavolta, se è vero che ieri sera nell'agenda di Palazzo Chigi era previsto un incontro tra Maria Elena Boschi e il premier, Giuseppe Conte. Renzi intanto ha annunciato che in Senato sarà lui a parlare per il gruppo e ha lanciato un sondaggio online: «I numeri sono ballerini», ha scritto, «e Iv potrebbe essere decisiva. Voi che idea vi siete fatti?». Sempre ieri un anonimo senatore renziano ricordava all'agenzia Adnkronos, sbuffando, che «noi abbiamo 17 senatori e il Pd 35», e lamentava una serie d'inadempienze da parte della maggioranza: «Non è possibile che noi siamo tenuti fuori da ogni decisione. Non è possibile che ogni nostra proposta sia una scocciatura. Non è possibile che da Palazzo Chigi arrivi l'ordine alla Rai di non parlare di Italia viva». E concludeva: «Se stare in questa maggioranza significa non portare nulla al partito, morire per morire almeno facciamolo tenendo fede ai nostri principi». In Parlamento gira anche una strana voce, che la faccenda potrebbe finire con un rimpasto. Bonafede potrebbe lasciare la Giustizia, per scambiare la poltrona con un collega: magari Dario Franceschini, ministro pd della Cultura. Ma potrebbe mai accettare un tale schiaffo il capodelegazione governativo dei grillini, l'uomo che fu assistente del professor Giuseppe Conte all'università di Firenze e che lo presentò al capo politico del Movimento 5 stelle, avviandolo alla carriera politica?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iv-ci-pensa-traballa-la-poltrona-di-bonafede-2646028493.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-tocca-alla-consulta-sindacare-il-potere-discrezionale-delle-camere" data-post-id="2646028493" data-published-at="1589837368" data-use-pagination="False"> Non tocca alla Consulta sindacare il potere discrezionale delle Camere Il giudice delle leggi diventa anche giudice del fatto, del merito, della opportunità di una legge, prima che della sua legittimità costituzionale? Attuando, in fin dei conti, un sindacato sull'uso del potere discrezionale delle Camere? Aingenerare il dubbio una recente ordinanza della Consulta (n. 52 del 25 febbraio 2020, Pres. Cartabia, Rel. Zanon) in un giudizio promosso dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio che dubita della costituzionalità dell'art. 1, comma 93, della legge 27 dicembre 2017, n. 205 (bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018) che prevede, per le agenzie fiscali, l'istituzione di posizioni organizzative «per lo svolgimento di incarichi di elevata responsabilità, alta professionalità o particolare specializzazione, ivi compresa la responsabilità di uffici operativi di livello non dirigenziale» e le modalità del loro conferimento. La Corte costituzionale ha adottato d'ufficio l'ordinanza prima richiamata avvalendosi di una facoltà, quella di nominare esperti, introdotta solamente l'8 gennaio 2020 tra le «Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale» con delibera del presidente della Corte, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 22 gennaio. Deliberata e subito applicata, la norma ha consentito alla Corte di individuare nei periti Elio Borgonovi e Vieri Ceriani, che il Collegio giudicante ascolterà in Camera di Consiglio il prossimo 27 maggio, coloro ai quali si chiedono «ulteriori e specifiche informazioni in relazione alle esigenze organizzative delle agenzie fiscali, alle mansioni assegnate al personale e alle modalità di selezione dello stesso, con particolare riferimento a presupposti e ricadute della introduzione delle cosiddette posizioni organizzative di elevata responsabilità» (Poer). «Modalità di selezione», e questo è certamente diritto, oggetto appunto del giudizio di costituzionalità promosso dal Tar tra l'altro con rinvio a precedente giurisprudenza della Corte, in particolare alla sentenza n. 37 del 2015 che già aveva censurato analoghe modalità di reclutamento. Il giudizio di costituzionalità, infatti, è di stretta legittimità, come si legge nell'art. 134 Cost. e nell'art. 28 della legge n. 87/1953, sui giudizi di costituzionalità, secondo il quale «il controllo di legittimità della Corte costituzionale su una legge o un atto avente forza di legge esclude ogni valutazione di natura politica e ogni sindacato sull'uso del potere discrezionale del Parlamento». Un limite che va stretto ai seguaci della «giurisprudenza creativa» per i quali i parametri di legittimità sono molto labili, vanno al di là della stessa Carta fondamentale, in quanto oggi - ha scritto l'ex presidente della Corte, Paolo Grossi «abbiamo il dovere di dubitare, fondatissimamente, di quel principio di gerarchia delle fonti che, ai tempi in cui ero studente di Giurisprudenza, ci veniva insegnato come un dogma». Deborderebbe, dunque, la Corte se decidesse sulla base delle «esigenze organizzative» le quali identificano una questione di merito, di natura squisitamente politica, che non compete alla Corte. E comunque non si potrebbe pervenire alla conclusione che sia costituzionalmente legittimo il reclutamento di personale, in astratto idoneo a soddisfare «esigenze organizzative», quando le modalità della selezione contrastassero, come sospetta il Tar, con i principi che si rinvengono negli artt. 3 e 97, ultimo comma, della Costituzione, i quali prescrivono la regola del concorso, pubblico ed aperto, per l'accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni (Tar Lazio n. 2080/16 che richiama Corte costituzionale sentenze n. 99 del 2012 e n. 293 del 2009). La disposizione censurata, infatti, aggira tale regola consentendo l'accesso a un ruolo e, comunque, a un inquadramento giuridico diverso da quello rivestito senza pubblico concorso realizzando una vera e propria progressione di carriera verticale per i dipendenti appartenenti alla terza area (ammessi alla selezione) proprio perché la nuova funzione è caratterizzata dall'esercizio di poteri non riconducibili all'area in esame. Un sistema che previlegia gli interni a danno della più ampia selezione, come nell'interesse della Pubblica amministrazione.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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