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2025-10-04
Italiani paralizzati, volano solo gli onorevoli velisti
Ansa
Antonio Tajani ci aveva parlato mentre erano all’aeroporto. «Stanno bene», riferiva ieri mattina il ministro degli Esteri, poi i quattro parlamentari che volevano vivere il brivido della Flotilla sono rientrati in Italia. In aereo, ovviamente, volo IZ 335 della Arkia Israeli Airlines atterrato a Fiumicino alle 13.45 con quasi 3 ore e mezzo di ritardo rispetto all’orario previsto.
Un vero stress, poveri politici. Seppure confortati dal personale dell’ambasciata, quella lunga attesa prima di lasciare l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv deve essere stata logorante, nella fretta di volare verso casa sperando che il governo israeliano non cambiasse idea trattenendoli assieme alla ciurma. Ai quattro, ha precisato Tajani, «è stata riconosciuta l’immunità». «Non c’è stato alcun maltrattamento», assicura l’ambasciatore di Italia in Israele, Luca Ferrari.
I quattro intrepidi, il senatore Marco Croatti (M5s), il deputato Arturo Scotto (Pd), gli eurodeputati Annalisa Corrado (Pd), e Benedetta Scuderi (Avs) sono stati accolti con baci e abbracci al loro rientro. In prima fila, oltre ai familiari, c’erano il sindaco di Roma Roberto Gualtieri («mentre la città è paralizzata da scioperi e manifestazioni non autorizzate che bloccano la vita dei cittadini e dei turisti», ha tuonato Fabrizio Santori, capogruppo della Lega in Assemblea Capitolina), la segretaria del Pd Elly Schlein, Angelo Bonelli, portavoce di Europa Verde e deputato di Avs, il presidente dei senatori del Movimento cinque stelle, Stefano Patuanelli.
«Siamo un po’ provati, ma siamo tornati e adesso il nostro pensiero continua ad essere a Gaza», si è premurata di dire la Scuderi con kefiah al collo. Per poi aggiungere: «Ci sono state delle violazioni», oggi racconterà i dettagli del loro fermo. Non andavano in gita a Gaza. Croatti ai giornalisti ha confidato: «Siamo tremendamente preoccupati per tutti gli italiani rimasti nel centro di detenzione. Noi abbiamo passato una nottata molto difficile, bisogna ora portare a casa tutti».
Intanto a Roma ci sono solo loro quattro. Sui social due giorni fa era circolata una clip del pentastellato imbragato con un salvagente rosso, che più che drammatica risultava fantozziana: «Sono un senatore della Repubblica. Se state guardando questo video, sono stato rapito e portato via contro la mia volontà dalle forze israeliane», dichiarava. «Per favore, dite al mio governo di richiedere il mio rilascio immediato e di tutti gli italiani imbarcati».
Feroci i commenti sulla pagina Instagram del Corriere della Sera che aveva riproposto il video. Da «Vi prego, tenetevelo» a «Scusate questo è più di un mese che è in barca…ma al Senato cosa fa? Ha preso ferie?», mentre un utente scriveva: «Siete imbarazzanti e state facendo tutto tranne che un’azione umanitaria».
Gli israeliani hanno fatto partire subito, Croatti e colleghi, la Farnesina ne aveva chiesto la liberazione immediata. Intanto l’Italia era bloccata, impossibile muoversi per lo sciopero generale indetto a sostegno di chi si è ostinato ad avvicinarsi a Gaza. Stop di treni, autobus, metro, taxi, voli; caos in scuole, università, ospedali per le astensioni di ieri in nome della «salvaguardia dei principi supremi su cui si fonda la Repubblica: la pace, i diritti umani, il rispetto degli obblighi internazionali», recitava il comunicato della Cgil.
I manifestanti hanno invaso anche la pista dello scalo di Pisa, provocando la sospensione dei voli. Se fosse capitato a Fiumicino, chissà quanto avrebbe tuonato l’opposizione per fare atterrare almeno l’aereo con a bordo i quatto «eroi» parlamentari. La situazione si preannuncia critica pure oggi, con la manifestazione programmata in diverse città italiane.
«Ci hanno schedato e monitorato», raccontava appena sbarcato il senatore del M5s. «Ci hanno fatto montare su furgoni per andare in carcere, di nuovo prelevato per farci una fotografia, fatto firmare una dichiarazione per confermare che stavamo bene, poi ci hanno rimesso in un altro furgone». Fine dell’avventura, i cui protagonisti saranno ricordati meno delle figurine della raccolta a premi legata alla radiorivista I quattro moschettieri che ebbe tanto successo tra il 1935 ed il 1937.
Una testimonianza raccolta da Repubblica riferisce di «inni patriottici e insulti» sull’aereo che riportava i parlamentari a Roma. Prima di decollare, l’assistente di volo avrebbe detto al microfono: «Ci sono con noi quattro persone a cui dobbiamo ricordare che Am Israel Hai», ovvero che il popolo di Israele vive. E tutti i passeggeri avrebbero applaudito, qualcuno chiedeva: «Perché non li abbiamo lasciati tornare a nuoto da Israele all’Italia?».
L’account ufficiale di Fratelli d’Italia così commentava il rientro dei quattro: «Scortati in acque internazionali, tutelati attraverso i canali diplomatici e riportati a casa grazie all’impegno del governo. Eppure, la Flotilla e i tifosi del Pd continuano ad attaccare l’esecutivo».
Stefano Benigni, deputato e vice segretario nazionale di Forza Italia, ha usato parole dure nei confronti del quartetto: «Sono provati, dicono. E infatti hanno abbandonato i compagni di avventura per tornare al più presto a casa. Non hanno ottenuto nulla per Gaza, nulla per i palestinesi, nulla per la causa che a parole dicevano di sostenere. La loro è stata soltanto una pagliacciata, costruita per avere qualche titolo sui giornali. Una messa in scena ridicola, che dimostra come la sinistra strumentalizzi tragedie e conflitti, utilizzandoli come strumento di propaganda politica».
La Schlein si caccia da sola nella strada senza uscita di uno sciopero senza senso
Maurizio Landini esulta, i cittadini imprecano, il Pd si ritrova ancora una volta a recitare un ruolo da comprimario, spaccato al suo interno e oscurato dal leader della Cgil. È il succo politico di uno sciopero, quello di ieri, di cui gli italiani non ideologizzati, qualsiasi sia il loro orientamento rispetto alla questione palestinese, nel migliore dei casi non hanno capito il senso. Una manifestazione che dal punto di vista politico ha finito per relegare il Pd, ovvero il partito che dovrebbe costituire il pilastro della alternativa all’attuale governo, in un angolino del palscoscenico, acuendo al tempo stesso la frattura che esiste all’interno dei dem tra la sinistra radicale schleiniana e i sedicenti riformisti (dei quali non si ricordano riforme) che non hanno la stessa posizione dura e pura della segretaria, scesa in piazza al grido di «Free free Palestine». Ma per comprendere il motivo per il quale la Schlein si ostina a cavalcare piazze che dal punto di vista elettorale non producono nulla (basta vedere la brutta fine di Matteo Ricci nelle Marche, che ha passato l’ultima settimana di campagna elettorale a parlare più di Gaza che di Macerata) bisogna tornare indietro di sei anni. Novembre 2019, l’Emilia-Romagna è in piena campagna elettorale, la Lega vola, sembra proprio che Lucia Borgonzoni possa battere Stefano Bonaccini: sarebbe una catastrofe per la sinistra italiana. Un bel giorno, dal nulla, nasce il movimento delle Sardine, tutto in chiave anti Salvini. Ricorderete le piazze infuocate, la grande mobilitazione dei giovani, gli slogan anti Lega: secondo molti osservatori quell’idea contribuì in maniera determinante alla vittoria di Bonaccini, portando alle urne tanti giovani disinteressati alla politica. Nello stagno delle Sardine sguazzava la Schlein, che fu eletta in Consiglio regionale con una lista ecologista, dopo aver lasciato il Pd (era europarlamentare) quattro anni prima, per protesta contro la linea definita allora «di centrodestra» di Matteo Renzi, e divenne pure vicepresidente di Bonaccini. Bene, anzi male, la Schlein è rimasta convinta che basti portare la gente in piazza, qualunque sia il motivo, per recuperare elettori. Il problema è che all’epoca la Schlein era una indipendente di sinistra che rispondeva solo a se stessa, mentre ora guida un partito che dovrebbe essere di governo, e quindi di proposta oltre che di protesta. Ma niente da fare: a Elly i bagni di folla piacciono, anche se seguiti poi da docce gelate nelle urne. Ieri il protagonista assoluto delle manifestazioni è stato quindi Landini: il leader della Cgil, che si prepara alla candidatura in Parlamento, ha tentato di spiegare l’evidente contraddizione di uno sciopero convocato con un obiettivo totalmente estraneo alle logiche che dovrebbero guidare l’azione di un sindacato: «Sento la responsabilità», ha argomentato Landini, «di non lasciare ai giovani un mondo fatto di precarietà, guerra, profitto e competizione tra le persone. Allora, dobbiamo avere la capacità di ascoltarli, di stare assieme a loro, perché la domanda che ci arriva è di avere un futuro fondato non sulla guerra ma sulla pace, che sia fondato sulle possibilità di realizzarsi nel lavoro, di usare la loro intelligenza. Questo è compito anche di tutti noi». Parole cardinalizie, quelle di Landini, che ha risposto anche a Giorgia Meloni: «Mi sarei aspettata», aveva ruvidamente attaccato la premier, «che almeno su una questione che reputavano così importante non avessero indetto uno sciopero generale di venerdì, perché il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme». «Siamo a un livello talmente basso», ha replicato Landini, «che non me lo sarei aspettato. La Meloni, non so se nella sua vita ha mai fatto uno sciopero, ma quando un lavoratore fa uno sciopero rinuncia allo stipendio, rinuncia alla paga. Lo sciopero è un grande atto di solidarietà, perché tu rinunci anche a un tuo stipendio per difendere i valori anche di qualcun altro. E si deve sapere che lo sciopero l’abbiamo fatto di venerdì perché c’è stato l’attacco alla Flotilla. L’abbiamo fatto immediatamente, in qualsiasi giorno fosse avvenuto noi l’avremmo dichiarato. È mancato invece il ruolo del governo: perché permettere a Netanyahu di fare quello che gli pare?». Se non fossimo di fronte a una tragedia umanitaria come quella di Gaza, verrebbe da ridere: cosa potrebbe mai fare Giorgia Meloni per fermare gli efferati crimini di Netanyahu? La stessa cosa che avrebbe potuto fare un premier di sinistra: assolutamente niente. Non vorremmo dare preziosi suggerimenti a Landini, ma magari scioperare contro il governo per i salari bassi, il caro-vita, il lavoro precario, potrebbe avere un senso, mentre la manifestazione di ieri un senso, se non strettamente di politica politicante, non ce l’aveva. Assist al bacio per Matteo Salvini, che ieri si è intestato il ruolo di sergente di ferro: «Solidarietà ai poliziotti feriti a Pisa», ha dichiarato il vicepremier, «mentre i manifestanti invadevano la pista dell’aeroporto, e a tutti gli agenti feriti nelle ultime ore durante gli scontri coi pro Pal a Bologna, Salerno e Firenze. E un pensiero a tutti i lavoratori e ai passeggeri danneggiati. Questi non sono scioperanti: sono delinquenti». La scritta «Salvini come Kirk» apparsa a Genova ha suscitato indignazione a destra, ma nessuna condanna da parte della sinistra. Anzi, una sì: il sindaco di Genova, Silvia Salis, ha parlato chiaro: «Genova vuole essere una città di pace», ha detto la Salis, «questi messaggi violenti e minacciosi non ci appartengono e li condanniamo con fermezza. Piena solidarietà al ministro». La Salis non ne sbaglia una: non a caso ha già nel mirino la candidatura a premier.
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Nonostante la bassa adesione dei lavoratori, sindacati e facinorosi provocano il caos, ma Scotto, Scuderi & C. rientrano da Tel Aviv senza problemi. Salvini: «Dalla Cgil una guerra politica». Ci sono 55 agenti feriti.Inseguendo l’effetto Sardine, Elly Schlein prova a trarre forza dalla piazza. Ma così facendo finisce a rimorchio di Landini e si intesta pure disordini e disagi.Lo speciale contiene due articoli.Antonio Tajani ci aveva parlato mentre erano all’aeroporto. «Stanno bene», riferiva ieri mattina il ministro degli Esteri, poi i quattro parlamentari che volevano vivere il brivido della Flotilla sono rientrati in Italia. In aereo, ovviamente, volo IZ 335 della Arkia Israeli Airlines atterrato a Fiumicino alle 13.45 con quasi 3 ore e mezzo di ritardo rispetto all’orario previsto.Un vero stress, poveri politici. Seppure confortati dal personale dell’ambasciata, quella lunga attesa prima di lasciare l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv deve essere stata logorante, nella fretta di volare verso casa sperando che il governo israeliano non cambiasse idea trattenendoli assieme alla ciurma. Ai quattro, ha precisato Tajani, «è stata riconosciuta l’immunità». «Non c’è stato alcun maltrattamento», assicura l’ambasciatore di Italia in Israele, Luca Ferrari.I quattro intrepidi, il senatore Marco Croatti (M5s), il deputato Arturo Scotto (Pd), gli eurodeputati Annalisa Corrado (Pd), e Benedetta Scuderi (Avs) sono stati accolti con baci e abbracci al loro rientro. In prima fila, oltre ai familiari, c’erano il sindaco di Roma Roberto Gualtieri («mentre la città è paralizzata da scioperi e manifestazioni non autorizzate che bloccano la vita dei cittadini e dei turisti», ha tuonato Fabrizio Santori, capogruppo della Lega in Assemblea Capitolina), la segretaria del Pd Elly Schlein, Angelo Bonelli, portavoce di Europa Verde e deputato di Avs, il presidente dei senatori del Movimento cinque stelle, Stefano Patuanelli. «Siamo un po’ provati, ma siamo tornati e adesso il nostro pensiero continua ad essere a Gaza», si è premurata di dire la Scuderi con kefiah al collo. Per poi aggiungere: «Ci sono state delle violazioni», oggi racconterà i dettagli del loro fermo. Non andavano in gita a Gaza. Croatti ai giornalisti ha confidato: «Siamo tremendamente preoccupati per tutti gli italiani rimasti nel centro di detenzione. Noi abbiamo passato una nottata molto difficile, bisogna ora portare a casa tutti».Intanto a Roma ci sono solo loro quattro. Sui social due giorni fa era circolata una clip del pentastellato imbragato con un salvagente rosso, che più che drammatica risultava fantozziana: «Sono un senatore della Repubblica. Se state guardando questo video, sono stato rapito e portato via contro la mia volontà dalle forze israeliane», dichiarava. «Per favore, dite al mio governo di richiedere il mio rilascio immediato e di tutti gli italiani imbarcati».Feroci i commenti sulla pagina Instagram del Corriere della Sera che aveva riproposto il video. Da «Vi prego, tenetevelo» a «Scusate questo è più di un mese che è in barca…ma al Senato cosa fa? Ha preso ferie?», mentre un utente scriveva: «Siete imbarazzanti e state facendo tutto tranne che un’azione umanitaria».Gli israeliani hanno fatto partire subito, Croatti e colleghi, la Farnesina ne aveva chiesto la liberazione immediata. Intanto l’Italia era bloccata, impossibile muoversi per lo sciopero generale indetto a sostegno di chi si è ostinato ad avvicinarsi a Gaza. Stop di treni, autobus, metro, taxi, voli; caos in scuole, università, ospedali per le astensioni di ieri in nome della «salvaguardia dei principi supremi su cui si fonda la Repubblica: la pace, i diritti umani, il rispetto degli obblighi internazionali», recitava il comunicato della Cgil.I manifestanti hanno invaso anche la pista dello scalo di Pisa, provocando la sospensione dei voli. Se fosse capitato a Fiumicino, chissà quanto avrebbe tuonato l’opposizione per fare atterrare almeno l’aereo con a bordo i quatto «eroi» parlamentari. La situazione si preannuncia critica pure oggi, con la manifestazione programmata in diverse città italiane.«Ci hanno schedato e monitorato», raccontava appena sbarcato il senatore del M5s. «Ci hanno fatto montare su furgoni per andare in carcere, di nuovo prelevato per farci una fotografia, fatto firmare una dichiarazione per confermare che stavamo bene, poi ci hanno rimesso in un altro furgone». Fine dell’avventura, i cui protagonisti saranno ricordati meno delle figurine della raccolta a premi legata alla radiorivista I quattro moschettieri che ebbe tanto successo tra il 1935 ed il 1937.Una testimonianza raccolta da Repubblica riferisce di «inni patriottici e insulti» sull’aereo che riportava i parlamentari a Roma. Prima di decollare, l’assistente di volo avrebbe detto al microfono: «Ci sono con noi quattro persone a cui dobbiamo ricordare che Am Israel Hai», ovvero che il popolo di Israele vive. E tutti i passeggeri avrebbero applaudito, qualcuno chiedeva: «Perché non li abbiamo lasciati tornare a nuoto da Israele all’Italia?». L’account ufficiale di Fratelli d’Italia così commentava il rientro dei quattro: «Scortati in acque internazionali, tutelati attraverso i canali diplomatici e riportati a casa grazie all’impegno del governo. Eppure, la Flotilla e i tifosi del Pd continuano ad attaccare l’esecutivo».Stefano Benigni, deputato e vice segretario nazionale di Forza Italia, ha usato parole dure nei confronti del quartetto: «Sono provati, dicono. E infatti hanno abbandonato i compagni di avventura per tornare al più presto a casa. Non hanno ottenuto nulla per Gaza, nulla per i palestinesi, nulla per la causa che a parole dicevano di sostenere. La loro è stata soltanto una pagliacciata, costruita per avere qualche titolo sui giornali. Una messa in scena ridicola, che dimostra come la sinistra strumentalizzi tragedie e conflitti, utilizzandoli come strumento di propaganda politica».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italiani-paralizzati-volano-onorevoli-velisti-2674153920.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-schlein-si-caccia-da-sola-nella-strada-senza-uscita-di-uno-sciopero-senza-senso" data-post-id="2674153920" data-published-at="1759549819" data-use-pagination="False"> La Schlein si caccia da sola nella strada senza uscita di uno sciopero senza senso Maurizio Landini esulta, i cittadini imprecano, il Pd si ritrova ancora una volta a recitare un ruolo da comprimario, spaccato al suo interno e oscurato dal leader della Cgil. È il succo politico di uno sciopero, quello di ieri, di cui gli italiani non ideologizzati, qualsiasi sia il loro orientamento rispetto alla questione palestinese, nel migliore dei casi non hanno capito il senso. Una manifestazione che dal punto di vista politico ha finito per relegare il Pd, ovvero il partito che dovrebbe costituire il pilastro della alternativa all’attuale governo, in un angolino del palscoscenico, acuendo al tempo stesso la frattura che esiste all’interno dei dem tra la sinistra radicale schleiniana e i sedicenti riformisti (dei quali non si ricordano riforme) che non hanno la stessa posizione dura e pura della segretaria, scesa in piazza al grido di «Free free Palestine». Ma per comprendere il motivo per il quale la Schlein si ostina a cavalcare piazze che dal punto di vista elettorale non producono nulla (basta vedere la brutta fine di Matteo Ricci nelle Marche, che ha passato l’ultima settimana di campagna elettorale a parlare più di Gaza che di Macerata) bisogna tornare indietro di sei anni. Novembre 2019, l’Emilia-Romagna è in piena campagna elettorale, la Lega vola, sembra proprio che Lucia Borgonzoni possa battere Stefano Bonaccini: sarebbe una catastrofe per la sinistra italiana. Un bel giorno, dal nulla, nasce il movimento delle Sardine, tutto in chiave anti Salvini. Ricorderete le piazze infuocate, la grande mobilitazione dei giovani, gli slogan anti Lega: secondo molti osservatori quell’idea contribuì in maniera determinante alla vittoria di Bonaccini, portando alle urne tanti giovani disinteressati alla politica. Nello stagno delle Sardine sguazzava la Schlein, che fu eletta in Consiglio regionale con una lista ecologista, dopo aver lasciato il Pd (era europarlamentare) quattro anni prima, per protesta contro la linea definita allora «di centrodestra» di Matteo Renzi, e divenne pure vicepresidente di Bonaccini. Bene, anzi male, la Schlein è rimasta convinta che basti portare la gente in piazza, qualunque sia il motivo, per recuperare elettori. Il problema è che all’epoca la Schlein era una indipendente di sinistra che rispondeva solo a se stessa, mentre ora guida un partito che dovrebbe essere di governo, e quindi di proposta oltre che di protesta. Ma niente da fare: a Elly i bagni di folla piacciono, anche se seguiti poi da docce gelate nelle urne. Ieri il protagonista assoluto delle manifestazioni è stato quindi Landini: il leader della Cgil, che si prepara alla candidatura in Parlamento, ha tentato di spiegare l’evidente contraddizione di uno sciopero convocato con un obiettivo totalmente estraneo alle logiche che dovrebbero guidare l’azione di un sindacato: «Sento la responsabilità», ha argomentato Landini, «di non lasciare ai giovani un mondo fatto di precarietà, guerra, profitto e competizione tra le persone. Allora, dobbiamo avere la capacità di ascoltarli, di stare assieme a loro, perché la domanda che ci arriva è di avere un futuro fondato non sulla guerra ma sulla pace, che sia fondato sulle possibilità di realizzarsi nel lavoro, di usare la loro intelligenza. Questo è compito anche di tutti noi». Parole cardinalizie, quelle di Landini, che ha risposto anche a Giorgia Meloni: «Mi sarei aspettata», aveva ruvidamente attaccato la premier, «che almeno su una questione che reputavano così importante non avessero indetto uno sciopero generale di venerdì, perché il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme». «Siamo a un livello talmente basso», ha replicato Landini, «che non me lo sarei aspettato. La Meloni, non so se nella sua vita ha mai fatto uno sciopero, ma quando un lavoratore fa uno sciopero rinuncia allo stipendio, rinuncia alla paga. Lo sciopero è un grande atto di solidarietà, perché tu rinunci anche a un tuo stipendio per difendere i valori anche di qualcun altro. E si deve sapere che lo sciopero l’abbiamo fatto di venerdì perché c’è stato l’attacco alla Flotilla. L’abbiamo fatto immediatamente, in qualsiasi giorno fosse avvenuto noi l’avremmo dichiarato. È mancato invece il ruolo del governo: perché permettere a Netanyahu di fare quello che gli pare?». Se non fossimo di fronte a una tragedia umanitaria come quella di Gaza, verrebbe da ridere: cosa potrebbe mai fare Giorgia Meloni per fermare gli efferati crimini di Netanyahu? La stessa cosa che avrebbe potuto fare un premier di sinistra: assolutamente niente. Non vorremmo dare preziosi suggerimenti a Landini, ma magari scioperare contro il governo per i salari bassi, il caro-vita, il lavoro precario, potrebbe avere un senso, mentre la manifestazione di ieri un senso, se non strettamente di politica politicante, non ce l’aveva. Assist al bacio per Matteo Salvini, che ieri si è intestato il ruolo di sergente di ferro: «Solidarietà ai poliziotti feriti a Pisa», ha dichiarato il vicepremier, «mentre i manifestanti invadevano la pista dell’aeroporto, e a tutti gli agenti feriti nelle ultime ore durante gli scontri coi pro Pal a Bologna, Salerno e Firenze. E un pensiero a tutti i lavoratori e ai passeggeri danneggiati. Questi non sono scioperanti: sono delinquenti». La scritta «Salvini come Kirk» apparsa a Genova ha suscitato indignazione a destra, ma nessuna condanna da parte della sinistra. Anzi, una sì: il sindaco di Genova, Silvia Salis, ha parlato chiaro: «Genova vuole essere una città di pace», ha detto la Salis, «questi messaggi violenti e minacciosi non ci appartengono e li condanniamo con fermezza. Piena solidarietà al ministro». La Salis non ne sbaglia una: non a caso ha già nel mirino la candidatura a premier.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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