True
2025-03-12
«Sulla Difesa investimenti privati». La linea dell’Italia ottiene consensi
Giorgia Meloni ha ricevuto ieri a Palazzo Chigi il primo ministro della Danimarca Mette Frederiksen (Ansa)
L’Italia sta correggendo il piano di riarmo dell’Europa targato Ursula von der Leyen. Ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha sottoposto ai colleghi dell’Ecofin riuniti a Bruxelles la proposta messa a punto dal governo guidato da Giorgia Meloni, e ha espresso con estrema chiarezza le perplessità dell’Italia sul piano originario. L’apprezzamento per la proposta italiana è stato pressoché unanime.
«L’Italia», ha premesso Giorgetti, «non può concepire il finanziamento della difesa a scapito della spesa sanitaria e dei servizi pubblici. Sarebbe inaccettabile. Quando le esigenze di finanziamento saranno chiaramente definite, l’Italia farà la sua parte, prima però occorre definire ciò che è necessario». La proposta italiana consiste nello stimolare investimenti privati per rafforzare la difesa europea, con garanzie pubbliche a fare da scudo agli investitori. Lo strumento esiste già, è quello di InvestEu: «Dobbiamo migliorare significativamente», ha spiegato Giorgetti, «le sinergie tra risorse nazionali e livello europeo. Siamo quindi favorevoli al rafforzamento di InvestEu per la difesa, per accrescere la sua capacità di attrazione di investitori privati, e per il suo appetito per il rischio. In tal senso abbiamo elaborato la proposta di European Security Industrial Innovation Initiative: in estrema sintesi, si tratta di un fondo di garanzia in più tranche che ottimizza l’utilizzo delle risorse nazionali ed europee con l’obiettivo di convogliare in modo più efficace i capitali privati e con una spesa pubblica contenuta, un fondo di garanzia di circa 16 miliardi di euro potrà mobilitare fino a 200 miliardi di investimenti industriali aggiuntivi in linea con le migliori pratiche di InvestEu e prima del Fondo europeo per gli investimenti strategici». Difesa intesa in senso ampio, non solo cannoni e proiettili ma tecnologie che, sviluppate in ambito militare, possono poi essere destinate anche all’uso civile: «L’iniziativa che proponiamo», ha puntualizzato Giorgetti, «punta in modo mirato sul sostegno della base tecnologica e al tessuto industriale europeo nei settori strategici della Difesa, delle tecnologie dual use della protezione delle figure critiche, dei dati e delle infrastrutture essenziali».
Giorgetti ha anche messo nero su bianco le perplessità dell’Italia sull’impostazione originaria del piano e sulle ricadute sul debito pubblico dei singoli Stati: «Dobbiamo anche chiarire», ha infatti sottolineato, «la portata e la durata della clausola di salvaguardia poiché la maggior parte degli investimenti nella Difesa si estende su molti anni e il loro impatto sui conti pubblici può apparire solo a lungo termine».
Le reazioni sono state estremamente positive: «La proposta italiana», ha commentato il ministro delle Finanze polacco Andrzej Domanski, alla presidenza di turno Ue, in conferenza stampa al termine del Consiglio Ecofin, «è stata accolta favorevolmente, ora andrà discussa con la Commissione europea ma dal punto di vista della presidenza Ue il messaggio è che ci serve una forte Unione dei mercati dei capitali per finanziare queste nuove necessità». «Il ministro italiano Giorgetti ha fatto una proposta che troviamo molto interessante», ha detto all’Ansa il ministro delle Finanze francese Éric Lombard, «perché mira a mobilitare il risparmio privato con una garanzia: ci sarebbe una garanzia di primo grado e della Commissione europea. Troviamo questa iniziativa interessante e l’ho detto pubblicamente di fronte a tutti i miei colleghi», ha aggiunto Lombard, «vorremmo che venisse studiata perché il fatto di mobilitare denaro privato con la garanzia della Commissione ci sembra davvero una risposta interessante».
A quanto apprende La Verità da fonti europee, al di là delle dichiarazioni ufficiali il problema dell’indebitamento pubblico preoccupa la maggior parte degli Stati, e quindi Giorgetti ha dato voce a perplessità generali. Non a caso anche il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis ha aperto alla proposta. Fratelli d’Italia ha proposto inoltre, con un emendamento, di cambiare il nome del piano, da «ReArm Europe» a «Defend Europe». «Non si tratta di una questione nominalistica ma di sostanza», hanno spiegato i firmatari dell’emendamento, Carlo Fidanza, capodelegazione Fdi, Elena Donazzan, vicepresidente Commissione Industria, e Alberico Gambino, vicepresidente Commissioni Sicurezza e Difesa, «come ha ben spiegato Giorgia Meloni, questo piano non dovrà occuparsi soltanto di aumentare la capacità militare dell’Europa ma anche di incrementare la capacità di rispondere a tutte le minacce ibride alle nostre società: dalla cybersicurezza alla protezione delle infrastrutture critiche nel campo dell’energia e delle comunicazioni». Palese anche la volontà di cambiare un nome, «ReArm Europe», che sembra scelto apposta per favorire la propaganda di chi vi si oppone. Infine, un’altra proposta di Giorgia Meloni sembra aver fatto breccia in Europa, quella di contabilizzare le maggiori spese per la Difesa sostenute dai singoli Stati europei anche nell’ambito della Nato.
Ue bacchettata sui fondi per il Covid
La Corte dei conti europea bacchetta i Paesi membri. I fondi pari a 650 miliardi (Recovery and Resilience Facility - Rrf) stanziati per superare la fase pandemica sono stati utilizzati male, con gravi ritardi e sono sottoposti a un sistema di controlli che fa acqua da tutte le parti. L’obiettivo di fornire un sostegno per superare la drammatica stagione del Covid non è stato centrato e la Ue ha mostrato ancora una volta i deficit strutturali nell’organizzazione e nel monitoraggio dei finanziamenti comunitari. Questa è la principale conclusione della relazione speciale pubblicata ieri dalla Corte dei conti europea. Sebbene la Commissione e gli Stati membri abbiano intrapreso azioni per ovviare ai ritardi, il completamento delle misure e, quindi, il conseguimento degli obiettivi del Rrf rimangono a rischio. Inoltre il regolamento di tali finanziamenti non prevede la possibilità di recuperare i fondi se le misure non sono completate. I giudici contabili poi sottolineano che i finanziamenti erogati agli Stati membri non riflettono necessariamente il numero e l’importanza dei traguardi e degli obiettivi conseguiti. Quindi ci sarebbe un gap tra quanto è stato stanziato e i risultati raggiunti.
L’inadempienza dei Paesi non finisce qui. I sistemi di controllo applicati in alcuni Paesi dell’Ue presentano debolezze significative. Inoltre, le verifiche della Commissione sono lacunose sotto il profilo dell’ambito di applicazione. Di conseguenza, è possibile che i fondi per la ripresa dalla Covid finanzino misure che non sono state sottoposte a validi controlli sugli appalti pubblici e sugli aiuti di Stato, avverte la Corte dei conti europea. Eppure i 27 Stati membri dell’Ue dovrebbero garantire il rispetto della normativa europea e nazionale, comprese le norme in materia di appalti pubblici e di aiuti di Stato. A tal fine, dovrebbero fare delle verifiche per accertare l’efficacia dei sistemi utilizzati. La Commissione europea, dal canto suo, deve ottenere la garanzia che gli organismi nazionali verifichino in maniera regolare ed efficace il rispetto delle norme applicabili.
«Il mancato rispetto delle norme in materia di appalti pubblici e di aiuti di Stato costituisce un problema persistente nella spesa a carico del bilancio dell’Ue e al principio né la Commissione europea né gli Stati membri hanno concentrato abbastanza l’attenzione sul problema», ha affermato Jorg Kristijan Petrovič, il membro della Corte responsabile dell’audit. «Con centinaia di miliardi di euro ancora da investire fino alla fine del 2026, la Corte si augura che il proprio audit contribuisca a tutelare in maniera più efficace gli interessi finanziari dell’Ue». Sebbene la normativa ammetta diversi sistemi di controllo, l’organismo europeo ha rilevato debolezze in quelli relativi agli appalti pubblici. Le autorità nazionali hanno avuto difficoltà in termini di copertura, qualità e tempistica delle verifiche.
Secondo i magistrati contabili questa carenza è da attribuire alla scarsa chiarezza delle norme, dato che i Paesi dell’Ue non hanno ricevuto orientamenti dettagliati su come eseguire i controlli per verificare il rispetto delle norme Ue in materia di appalti pubblici e di aiuti di Stato. Di conseguenza, il lavoro di audit della Commissione si è concentrato inizialmente sulle frodi e sui conflitti di interessi, piuttosto che sulla conformità alle norme riguardanti appalti pubblici e gli aiuti di Stato. Da allora la Commissione ha migliorato la propria strategia di audit, ma gli auditor della Corte hanno comunque riscontrato delle criticità. Ad esempio, le verifiche effettuate sui sistemi di controllo degli appalti pubblici non sono state ugualmente approfondite in tutti i Paesi che hanno ricevuto finanziamenti.
Continua a leggereRiduci
I paletti di Giorgetti al vertice Ecofin: «Non possiamo tagliare sanità e servizi, si punti su garanzie pubbliche per mobilitare 200 miliardi dai privati». L’omologo francese lo appoggia, il commissario Dombrovskis apre.Ue bacchettata sui fondi per il Covid. Bruxelles ha scritto norme opache e gli Stati hanno speso male i soldi. Lo dice la Corte dei conti europea, che sottolinea i ritardi nell’erogazione dei denari e i pochi controlli.Lo speciale contiene due articoli.L’Italia sta correggendo il piano di riarmo dell’Europa targato Ursula von der Leyen. Ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha sottoposto ai colleghi dell’Ecofin riuniti a Bruxelles la proposta messa a punto dal governo guidato da Giorgia Meloni, e ha espresso con estrema chiarezza le perplessità dell’Italia sul piano originario. L’apprezzamento per la proposta italiana è stato pressoché unanime.«L’Italia», ha premesso Giorgetti, «non può concepire il finanziamento della difesa a scapito della spesa sanitaria e dei servizi pubblici. Sarebbe inaccettabile. Quando le esigenze di finanziamento saranno chiaramente definite, l’Italia farà la sua parte, prima però occorre definire ciò che è necessario». La proposta italiana consiste nello stimolare investimenti privati per rafforzare la difesa europea, con garanzie pubbliche a fare da scudo agli investitori. Lo strumento esiste già, è quello di InvestEu: «Dobbiamo migliorare significativamente», ha spiegato Giorgetti, «le sinergie tra risorse nazionali e livello europeo. Siamo quindi favorevoli al rafforzamento di InvestEu per la difesa, per accrescere la sua capacità di attrazione di investitori privati, e per il suo appetito per il rischio. In tal senso abbiamo elaborato la proposta di European Security Industrial Innovation Initiative: in estrema sintesi, si tratta di un fondo di garanzia in più tranche che ottimizza l’utilizzo delle risorse nazionali ed europee con l’obiettivo di convogliare in modo più efficace i capitali privati e con una spesa pubblica contenuta, un fondo di garanzia di circa 16 miliardi di euro potrà mobilitare fino a 200 miliardi di investimenti industriali aggiuntivi in linea con le migliori pratiche di InvestEu e prima del Fondo europeo per gli investimenti strategici». Difesa intesa in senso ampio, non solo cannoni e proiettili ma tecnologie che, sviluppate in ambito militare, possono poi essere destinate anche all’uso civile: «L’iniziativa che proponiamo», ha puntualizzato Giorgetti, «punta in modo mirato sul sostegno della base tecnologica e al tessuto industriale europeo nei settori strategici della Difesa, delle tecnologie dual use della protezione delle figure critiche, dei dati e delle infrastrutture essenziali». Giorgetti ha anche messo nero su bianco le perplessità dell’Italia sull’impostazione originaria del piano e sulle ricadute sul debito pubblico dei singoli Stati: «Dobbiamo anche chiarire», ha infatti sottolineato, «la portata e la durata della clausola di salvaguardia poiché la maggior parte degli investimenti nella Difesa si estende su molti anni e il loro impatto sui conti pubblici può apparire solo a lungo termine». Le reazioni sono state estremamente positive: «La proposta italiana», ha commentato il ministro delle Finanze polacco Andrzej Domanski, alla presidenza di turno Ue, in conferenza stampa al termine del Consiglio Ecofin, «è stata accolta favorevolmente, ora andrà discussa con la Commissione europea ma dal punto di vista della presidenza Ue il messaggio è che ci serve una forte Unione dei mercati dei capitali per finanziare queste nuove necessità». «Il ministro italiano Giorgetti ha fatto una proposta che troviamo molto interessante», ha detto all’Ansa il ministro delle Finanze francese Éric Lombard, «perché mira a mobilitare il risparmio privato con una garanzia: ci sarebbe una garanzia di primo grado e della Commissione europea. Troviamo questa iniziativa interessante e l’ho detto pubblicamente di fronte a tutti i miei colleghi», ha aggiunto Lombard, «vorremmo che venisse studiata perché il fatto di mobilitare denaro privato con la garanzia della Commissione ci sembra davvero una risposta interessante». A quanto apprende La Verità da fonti europee, al di là delle dichiarazioni ufficiali il problema dell’indebitamento pubblico preoccupa la maggior parte degli Stati, e quindi Giorgetti ha dato voce a perplessità generali. Non a caso anche il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis ha aperto alla proposta. Fratelli d’Italia ha proposto inoltre, con un emendamento, di cambiare il nome del piano, da «ReArm Europe» a «Defend Europe». «Non si tratta di una questione nominalistica ma di sostanza», hanno spiegato i firmatari dell’emendamento, Carlo Fidanza, capodelegazione Fdi, Elena Donazzan, vicepresidente Commissione Industria, e Alberico Gambino, vicepresidente Commissioni Sicurezza e Difesa, «come ha ben spiegato Giorgia Meloni, questo piano non dovrà occuparsi soltanto di aumentare la capacità militare dell’Europa ma anche di incrementare la capacità di rispondere a tutte le minacce ibride alle nostre società: dalla cybersicurezza alla protezione delle infrastrutture critiche nel campo dell’energia e delle comunicazioni». Palese anche la volontà di cambiare un nome, «ReArm Europe», che sembra scelto apposta per favorire la propaganda di chi vi si oppone. Infine, un’altra proposta di Giorgia Meloni sembra aver fatto breccia in Europa, quella di contabilizzare le maggiori spese per la Difesa sostenute dai singoli Stati europei anche nell’ambito della Nato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-sulla-difesa-investimenti-privati-2671309359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ue-bacchettata-sui-fondi-per-il-covid" data-post-id="2671309359" data-published-at="1741742760" data-use-pagination="False"> Ue bacchettata sui fondi per il Covid La Corte dei conti europea bacchetta i Paesi membri. I fondi pari a 650 miliardi (Recovery and Resilience Facility - Rrf) stanziati per superare la fase pandemica sono stati utilizzati male, con gravi ritardi e sono sottoposti a un sistema di controlli che fa acqua da tutte le parti. L’obiettivo di fornire un sostegno per superare la drammatica stagione del Covid non è stato centrato e la Ue ha mostrato ancora una volta i deficit strutturali nell’organizzazione e nel monitoraggio dei finanziamenti comunitari. Questa è la principale conclusione della relazione speciale pubblicata ieri dalla Corte dei conti europea. Sebbene la Commissione e gli Stati membri abbiano intrapreso azioni per ovviare ai ritardi, il completamento delle misure e, quindi, il conseguimento degli obiettivi del Rrf rimangono a rischio. Inoltre il regolamento di tali finanziamenti non prevede la possibilità di recuperare i fondi se le misure non sono completate. I giudici contabili poi sottolineano che i finanziamenti erogati agli Stati membri non riflettono necessariamente il numero e l’importanza dei traguardi e degli obiettivi conseguiti. Quindi ci sarebbe un gap tra quanto è stato stanziato e i risultati raggiunti. L’inadempienza dei Paesi non finisce qui. I sistemi di controllo applicati in alcuni Paesi dell’Ue presentano debolezze significative. Inoltre, le verifiche della Commissione sono lacunose sotto il profilo dell’ambito di applicazione. Di conseguenza, è possibile che i fondi per la ripresa dalla Covid finanzino misure che non sono state sottoposte a validi controlli sugli appalti pubblici e sugli aiuti di Stato, avverte la Corte dei conti europea. Eppure i 27 Stati membri dell’Ue dovrebbero garantire il rispetto della normativa europea e nazionale, comprese le norme in materia di appalti pubblici e di aiuti di Stato. A tal fine, dovrebbero fare delle verifiche per accertare l’efficacia dei sistemi utilizzati. La Commissione europea, dal canto suo, deve ottenere la garanzia che gli organismi nazionali verifichino in maniera regolare ed efficace il rispetto delle norme applicabili. «Il mancato rispetto delle norme in materia di appalti pubblici e di aiuti di Stato costituisce un problema persistente nella spesa a carico del bilancio dell’Ue e al principio né la Commissione europea né gli Stati membri hanno concentrato abbastanza l’attenzione sul problema», ha affermato Jorg Kristijan Petrovič, il membro della Corte responsabile dell’audit. «Con centinaia di miliardi di euro ancora da investire fino alla fine del 2026, la Corte si augura che il proprio audit contribuisca a tutelare in maniera più efficace gli interessi finanziari dell’Ue». Sebbene la normativa ammetta diversi sistemi di controllo, l’organismo europeo ha rilevato debolezze in quelli relativi agli appalti pubblici. Le autorità nazionali hanno avuto difficoltà in termini di copertura, qualità e tempistica delle verifiche. Secondo i magistrati contabili questa carenza è da attribuire alla scarsa chiarezza delle norme, dato che i Paesi dell’Ue non hanno ricevuto orientamenti dettagliati su come eseguire i controlli per verificare il rispetto delle norme Ue in materia di appalti pubblici e di aiuti di Stato. Di conseguenza, il lavoro di audit della Commissione si è concentrato inizialmente sulle frodi e sui conflitti di interessi, piuttosto che sulla conformità alle norme riguardanti appalti pubblici e gli aiuti di Stato. Da allora la Commissione ha migliorato la propria strategia di audit, ma gli auditor della Corte hanno comunque riscontrato delle criticità. Ad esempio, le verifiche effettuate sui sistemi di controllo degli appalti pubblici non sono state ugualmente approfondite in tutti i Paesi che hanno ricevuto finanziamenti.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
Continua a leggereRiduci
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
Continua a leggereRiduci
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
Continua a leggereRiduci
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara