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2023-05-23
Italia in pressing per gli aiuti alla Tunisia
Antonio Tajani (Ansa)
La stabilizzazione della Tunisia continua a essere al centro delle preoccupazioni della Farnesina. Non a caso, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha portato questo dossier all’attenzione del Consiglio Affari esteri dell’Unione europea, tenutosi ieri a Bruxelles. «Siamo riusciti finalmente a trasformare il dibattito sulla Tunisia in una vera disponibilità ad affrontare in maniera pragmatica la situazione del Paese, che per noi è fondamentale per garantire stabilità nell’area, ma anche per contrastare i flussi di immigrati irregolari che partono soprattutto dal porto di Sfax», ha dichiarato il titolare della Farnesina a margine del Consiglio. «Grazie alle nostre insistenze, e grazie alla nostra azione, sono cambiate molte cose, quindi siamo soddisfatti», ha proseguito. Riferendosi poi specificamente al tema dei flussi migratori, ha aggiunto: «Bisogna avere una strategia europea complessiva che non penalizzi il nostro Paese. Stiamo lavorando e voglio essere ottimista». Sempre ieri, Tajani aveva avuto anche un incontro con gli omologhi del Ppe, per parlare del problema della stabilità in Nord Africa e di altri dossier, come la guerra in Ucraina, i Balcani occidentali, la crisi sudanese e la preparazione di una conferenza sulla Siria.
Non è d’altronde un mistero che Roma sia in pressing su Bruxelles per sbloccare gli aiuti finanziari, volti alla stabilizzazione della Tunisia. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, l’Ue ha stabilito che non garantirà tali aiuti prima che venga concesso il prestito da 1,9 miliardi di dollari che Tunisi aveva negoziato con il Fondo monetario internazionale: prestito che il Fmi ha tuttavia subordinato all’implementazione di riforme che il presidente tunisino, Kais Saied, non sembra intenzionato ad adottare. Negli ultimi mesi, il governo italiano ha più volte auspicato un atteggiamento meno rigido sia da parte del Fmi sia da parte di Bruxelles, sottolineando la necessità di salvaguardare la stabilità di Tunisi, per evitare delle conseguenze nefaste. Una linea, ribadita dalla stessa Giorgia Meloni durante il recente summit G7 di Hiroshima. «La Tunisia è in una situazione difficilissima, una fragilità politica evidente e un rischio di default finanziario dietro l’angolo», aveva dichiarato il presidente del Consiglio sabato. «Abbiamo una trattativa fra il Fmi e la Tunisia di fatto bloccata. C’è una certa rigidità del Fmi di fronte al fatto che non si sono ottenute dal presidente Saied tutte le garanzie che sarebbero necessarie. È comprensibile da un lato, dall’altro siamo sicuri che questa rigidità sia la strada migliore? Se questo governo va a casa abbiamo presente quali possano essere le alternative?», aveva proseguito.
E alla fine il punto è proprio questo. La rigidità di Ue e Fmi rischia innanzitutto di spingere progressivamente la Tunisia tra le braccia di Russia e Cina: non è un caso che recentemente Pechino e Mosca abbiano spinto a favore dell’inclusione di Tunisi nei Brics. Se la Tunisia finisse nell’orbita sino-russa, ciò costituirebbe un enorme problema per il fianco meridionale della Nato e per la stessa Unione europea (che sarebbe il caso iniziasse finalmente a ragionare in ottica geopolitica). In secondo luogo, emerge il nodo della stabilità. Al di là della bomba migratoria che rischia di abbattersi sulle coste italiane, è bene sempre tener presente quale sia l’alternativa a Saied. Sia chiaro: è fuor di dubbio che quest’ultimo sia un leader controverso e che la comunità internazionale debba monitorare attentamente le sue azioni. Va però sottolineato che la principale forza di opposizione all’attuale presidente tunisino è Ennahda: un movimento islamista, orbitante attorno alla galassia dei Fratelli musulmani, che intrattiene rapporti con Hamas. Non stiamo quindi parlando di un partito esattamente liberaldemocratico. Meloni fa dunque bene a invitare tutti i suoi interlocutori internazionali - a partire dall’amministrazione Biden - ad essere pragmatici. Già a fine marzo, lo stesso Tajani mise del resto in guardia dal rischio di islamismo, dichiarando: «Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità. Non ci possiamo permettere l’islamizzazione del Mediterraneo». Abbiamo d’altronde già visto quali disastri hanno prodotto le cosiddette «primavere arabe» del 2011.
Al di là del dossier tunisino, ieri pomeriggio fonti diplomatiche riferivano di un mancato accordo al Consiglio sulle forniture militari a Kiev a causa del veto ungherese. Per di più, le stesse fonti hanno parlato di uno slittamento della decisione di ulteriori sanzioni contro la Russia. «Sugli F16 decideremo tutti insieme, con i partner europei e con la Nato», aveva inoltre dichiarato Tajani sulla questione della consegna dei caccia all’Ucraina. «Non avendo l’Italia in dotazione F16 non ne può fornire, ma lavoreremo per prendere una decisione comune con gli alleati», aveva aggiunto. Il ministro ha anche precisato che l’Italia non punta a ottenere la segreteria generale della Nato e che l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone è il suo candidato alla presidenza della Nato military committee.
Grecia, Mitsotakis vuole stravincere puntando all’alleanza con Ecr nell’Ue
Non c’è stata storia. Le elezioni parlamentari in Grecia di domenica si sono concluse con una netta vittoria del partito di centrodestra, Nuova democrazia, che è arrivato primo con il 40,7% dei voti. Al secondo posto, ampiamente distaccato, si è collocato lo schieramento di sinistra, Syriza, al 20%. Terzo è invece arrivato il Movimento per il cambiamento: una coalizione, di cui fanno parte i socialdemocratici del Pasok, che ha conseguito l’11,4%. Al quarto e quinto posto si sono piazzati rispettivamente il Partito comunista (7,2%) e i nazionalisti di Soluzione greca (4,4%). Infine, la formazione dell’ex ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, Mera25, è rimasta sotto la soglia del 3% e dovrà quindi uscire dal Parlamento ellenico. Nessuno schieramento partitico si è comunque aggiudicato la maggioranza assoluta dei seggi, che è pari a 151. Ne consegue che, per formare un governo, o si creerà una coalizione trasversale o si tornerà ad elezioni tra giugno e luglio.
La prima ipotesi è abbastanza inverosimile, visto che il premier uscente, Kyriakos Mitsotakis, ha già escluso che Nuova democrazia possa allearsi con qualcuno. È in quest’ottica che ha rifiutato il mandato esplorativo per la formazione di un governo, che aveva ricevuto dal presidente greco, Katerina Sakellaropoulou: un mandato che dovrebbe passare quindi adesso al leader di Syriza, Alexis Tsipras. È comunque altamente improbabile che costui riesca nell’impresa: tutte le forze di sinistra messe insieme arrivano infatti a 138 seggi, mentre - pur avendo perso la maggioranza assoluta conquistata nel 2019 - Nuova democrazia ha ottenuto 146 seggi da sola (senza contare i 16 andati ai nazionalisti). Mitsotakis punta d’altronde a nuove elezioni, anche perché si svolgerebbero con una legge elettorale diversa da quella dell’altro ieri: una legge che prevede un premio di maggioranza e che, almeno teoricamente, garantirebbe a Nuova democrazia la possibilità di creare un governo monocolore. È del resto difficile che Syriza possa riuscire a riprendersi rapidamente dopo il tracollo di domenica (ha perso l’11% rispetto al 2019: voti probabilmente finiti almeno in parte al Pasok e al Partito comunista, che sono non a caso leggermente cresciuti in confronto alle ultime elezioni).
La vittoria di Nuova democrazia fortifica politicamente il Partito popolare europeo, a cui questo schieramento greco appartiene. Una situazione che indirettamente potrebbe rafforzare il progetto di un’alleanza inedita tra Ppe ed Ecr in vista delle prossime elezioni europee. Si tratta di uno scenario benedetto da Washington e di cui l’attuale governo italiano risulterebbe il laboratorio politico. Tra l’altro, la vittoria di Nuova democrazia dovrebbe rassicurare gli Stati Uniti anche sul piano dell’Alleanza atlantica. A ottobre dell’anno scorso, Tsipras aveva infatti criticato Mitsotakis per l’invio di armi a favore dell’Ucraina. Non dimentichiamo che gli americani guardano con favore all’alleanza tra Ecr e Ppe proprio per marginalizzare il Pse, che è storicamente su posizioni filorusse e filocinesi. Ora, a livello europeo, Syriza fa capo al Partito della Sinistra europea, mentre l’unica formazione greca ad appartenere al Pse è il Pasok (che, pur avendo guadagnato terreno rispetto al 2019, resta comunque sempre in una coalizione che vale l’11%).
Inoltre, è importante sottolineare che si è finora registrata una buona intesa politica tra Mitsotakis e Giorgia Meloni. I due leader si sono incontrati a dicembre e, secondo una nota di Palazzo Chigi, hanno mostrato «comune interesse a rafforzare ulteriormente le relazioni tra Roma e Atene anche bilateralmente». I due premier hanno avuto un meeting, definito «fruttuoso e cordiale» anche a marzo. Infine, al di là delle alleanze politiche, emerge un tema di interessi nazionali. Mitsotakis è uno dei protagonisti del progetto di Eastmed: il gasdotto che, se realizzato, porterebbe gas da Israele in Puglia attraverso Grecia e Cipro. Si tratta di una delle ragioni che sta portando il governo Meloni a consolidare la sponda con l’attuale premier greco.
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Antonio Tajani ha portato il dossier all’attenzione del Consiglio Affari esteri di Bruxelles. «Obiettivo: una strategia europea sui flussi migratori che non penalizzi il nostro Paese». E non spinga Tunisi verso Cina e Russia. Slittano le decisioni su F16 e sanzioni a Mosca. Nuova democrazia mira al voto ravvicinato e rafforza il Ppe. Linea comune Atene-Roma. Lo speciale contiene due articoli.La stabilizzazione della Tunisia continua a essere al centro delle preoccupazioni della Farnesina. Non a caso, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha portato questo dossier all’attenzione del Consiglio Affari esteri dell’Unione europea, tenutosi ieri a Bruxelles. «Siamo riusciti finalmente a trasformare il dibattito sulla Tunisia in una vera disponibilità ad affrontare in maniera pragmatica la situazione del Paese, che per noi è fondamentale per garantire stabilità nell’area, ma anche per contrastare i flussi di immigrati irregolari che partono soprattutto dal porto di Sfax», ha dichiarato il titolare della Farnesina a margine del Consiglio. «Grazie alle nostre insistenze, e grazie alla nostra azione, sono cambiate molte cose, quindi siamo soddisfatti», ha proseguito. Riferendosi poi specificamente al tema dei flussi migratori, ha aggiunto: «Bisogna avere una strategia europea complessiva che non penalizzi il nostro Paese. Stiamo lavorando e voglio essere ottimista». Sempre ieri, Tajani aveva avuto anche un incontro con gli omologhi del Ppe, per parlare del problema della stabilità in Nord Africa e di altri dossier, come la guerra in Ucraina, i Balcani occidentali, la crisi sudanese e la preparazione di una conferenza sulla Siria. Non è d’altronde un mistero che Roma sia in pressing su Bruxelles per sbloccare gli aiuti finanziari, volti alla stabilizzazione della Tunisia. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, l’Ue ha stabilito che non garantirà tali aiuti prima che venga concesso il prestito da 1,9 miliardi di dollari che Tunisi aveva negoziato con il Fondo monetario internazionale: prestito che il Fmi ha tuttavia subordinato all’implementazione di riforme che il presidente tunisino, Kais Saied, non sembra intenzionato ad adottare. Negli ultimi mesi, il governo italiano ha più volte auspicato un atteggiamento meno rigido sia da parte del Fmi sia da parte di Bruxelles, sottolineando la necessità di salvaguardare la stabilità di Tunisi, per evitare delle conseguenze nefaste. Una linea, ribadita dalla stessa Giorgia Meloni durante il recente summit G7 di Hiroshima. «La Tunisia è in una situazione difficilissima, una fragilità politica evidente e un rischio di default finanziario dietro l’angolo», aveva dichiarato il presidente del Consiglio sabato. «Abbiamo una trattativa fra il Fmi e la Tunisia di fatto bloccata. C’è una certa rigidità del Fmi di fronte al fatto che non si sono ottenute dal presidente Saied tutte le garanzie che sarebbero necessarie. È comprensibile da un lato, dall’altro siamo sicuri che questa rigidità sia la strada migliore? Se questo governo va a casa abbiamo presente quali possano essere le alternative?», aveva proseguito. E alla fine il punto è proprio questo. La rigidità di Ue e Fmi rischia innanzitutto di spingere progressivamente la Tunisia tra le braccia di Russia e Cina: non è un caso che recentemente Pechino e Mosca abbiano spinto a favore dell’inclusione di Tunisi nei Brics. Se la Tunisia finisse nell’orbita sino-russa, ciò costituirebbe un enorme problema per il fianco meridionale della Nato e per la stessa Unione europea (che sarebbe il caso iniziasse finalmente a ragionare in ottica geopolitica). In secondo luogo, emerge il nodo della stabilità. Al di là della bomba migratoria che rischia di abbattersi sulle coste italiane, è bene sempre tener presente quale sia l’alternativa a Saied. Sia chiaro: è fuor di dubbio che quest’ultimo sia un leader controverso e che la comunità internazionale debba monitorare attentamente le sue azioni. Va però sottolineato che la principale forza di opposizione all’attuale presidente tunisino è Ennahda: un movimento islamista, orbitante attorno alla galassia dei Fratelli musulmani, che intrattiene rapporti con Hamas. Non stiamo quindi parlando di un partito esattamente liberaldemocratico. Meloni fa dunque bene a invitare tutti i suoi interlocutori internazionali - a partire dall’amministrazione Biden - ad essere pragmatici. Già a fine marzo, lo stesso Tajani mise del resto in guardia dal rischio di islamismo, dichiarando: «Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità. Non ci possiamo permettere l’islamizzazione del Mediterraneo». Abbiamo d’altronde già visto quali disastri hanno prodotto le cosiddette «primavere arabe» del 2011. Al di là del dossier tunisino, ieri pomeriggio fonti diplomatiche riferivano di un mancato accordo al Consiglio sulle forniture militari a Kiev a causa del veto ungherese. Per di più, le stesse fonti hanno parlato di uno slittamento della decisione di ulteriori sanzioni contro la Russia. «Sugli F16 decideremo tutti insieme, con i partner europei e con la Nato», aveva inoltre dichiarato Tajani sulla questione della consegna dei caccia all’Ucraina. «Non avendo l’Italia in dotazione F16 non ne può fornire, ma lavoreremo per prendere una decisione comune con gli alleati», aveva aggiunto. Il ministro ha anche precisato che l’Italia non punta a ottenere la segreteria generale della Nato e che l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone è il suo candidato alla presidenza della Nato military committee.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-pressing-aiuti-alla-tunisia-2660536666.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grecia-mitsotakis-vuole-stravincere-puntando-allalleanza-con-ecr-nellue" data-post-id="2660536666" data-published-at="1684845798" data-use-pagination="False"> Grecia, Mitsotakis vuole stravincere puntando all’alleanza con Ecr nell’Ue Non c’è stata storia. Le elezioni parlamentari in Grecia di domenica si sono concluse con una netta vittoria del partito di centrodestra, Nuova democrazia, che è arrivato primo con il 40,7% dei voti. Al secondo posto, ampiamente distaccato, si è collocato lo schieramento di sinistra, Syriza, al 20%. Terzo è invece arrivato il Movimento per il cambiamento: una coalizione, di cui fanno parte i socialdemocratici del Pasok, che ha conseguito l’11,4%. Al quarto e quinto posto si sono piazzati rispettivamente il Partito comunista (7,2%) e i nazionalisti di Soluzione greca (4,4%). Infine, la formazione dell’ex ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, Mera25, è rimasta sotto la soglia del 3% e dovrà quindi uscire dal Parlamento ellenico. Nessuno schieramento partitico si è comunque aggiudicato la maggioranza assoluta dei seggi, che è pari a 151. Ne consegue che, per formare un governo, o si creerà una coalizione trasversale o si tornerà ad elezioni tra giugno e luglio.La prima ipotesi è abbastanza inverosimile, visto che il premier uscente, Kyriakos Mitsotakis, ha già escluso che Nuova democrazia possa allearsi con qualcuno. È in quest’ottica che ha rifiutato il mandato esplorativo per la formazione di un governo, che aveva ricevuto dal presidente greco, Katerina Sakellaropoulou: un mandato che dovrebbe passare quindi adesso al leader di Syriza, Alexis Tsipras. È comunque altamente improbabile che costui riesca nell’impresa: tutte le forze di sinistra messe insieme arrivano infatti a 138 seggi, mentre - pur avendo perso la maggioranza assoluta conquistata nel 2019 - Nuova democrazia ha ottenuto 146 seggi da sola (senza contare i 16 andati ai nazionalisti). Mitsotakis punta d’altronde a nuove elezioni, anche perché si svolgerebbero con una legge elettorale diversa da quella dell’altro ieri: una legge che prevede un premio di maggioranza e che, almeno teoricamente, garantirebbe a Nuova democrazia la possibilità di creare un governo monocolore. È del resto difficile che Syriza possa riuscire a riprendersi rapidamente dopo il tracollo di domenica (ha perso l’11% rispetto al 2019: voti probabilmente finiti almeno in parte al Pasok e al Partito comunista, che sono non a caso leggermente cresciuti in confronto alle ultime elezioni). La vittoria di Nuova democrazia fortifica politicamente il Partito popolare europeo, a cui questo schieramento greco appartiene. Una situazione che indirettamente potrebbe rafforzare il progetto di un’alleanza inedita tra Ppe ed Ecr in vista delle prossime elezioni europee. Si tratta di uno scenario benedetto da Washington e di cui l’attuale governo italiano risulterebbe il laboratorio politico. Tra l’altro, la vittoria di Nuova democrazia dovrebbe rassicurare gli Stati Uniti anche sul piano dell’Alleanza atlantica. A ottobre dell’anno scorso, Tsipras aveva infatti criticato Mitsotakis per l’invio di armi a favore dell’Ucraina. Non dimentichiamo che gli americani guardano con favore all’alleanza tra Ecr e Ppe proprio per marginalizzare il Pse, che è storicamente su posizioni filorusse e filocinesi. Ora, a livello europeo, Syriza fa capo al Partito della Sinistra europea, mentre l’unica formazione greca ad appartenere al Pse è il Pasok (che, pur avendo guadagnato terreno rispetto al 2019, resta comunque sempre in una coalizione che vale l’11%). Inoltre, è importante sottolineare che si è finora registrata una buona intesa politica tra Mitsotakis e Giorgia Meloni. I due leader si sono incontrati a dicembre e, secondo una nota di Palazzo Chigi, hanno mostrato «comune interesse a rafforzare ulteriormente le relazioni tra Roma e Atene anche bilateralmente». I due premier hanno avuto un meeting, definito «fruttuoso e cordiale» anche a marzo. Infine, al di là delle alleanze politiche, emerge un tema di interessi nazionali. Mitsotakis è uno dei protagonisti del progetto di Eastmed: il gasdotto che, se realizzato, porterebbe gas da Israele in Puglia attraverso Grecia e Cipro. Si tratta di una delle ragioni che sta portando il governo Meloni a consolidare la sponda con l’attuale premier greco.
Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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Nicola Fratoianni (Ansa)
«Il tempo dei privilegi è finito ed è ora di redistribuire la ricchezza. Non c’è niente di assurdo in questa proposta, che è ragionevole, di buon senso e riformista». Salis chiede di più: «Impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri Paesi», la sua proposta. Nelle stesse ore anche Angelo Bonelli, portavoce di Avs, in una rincorsa a chi è più duro e puro, rilancia la tassa per i super ricchi e li individua. Uno per uno, quasi fosse una lista di proscrizione. «Non penso a una patrimoniale permanente: bisogna adeguare il sistema delle aliquote, renderle più giuste, diminuire la pressione fiscale sul ceto medio e aumentarla sui redditi più alti. C’è poi una grande questione su cui si può immaginare un contributo di solidarietà, una tassa di scopo sui super ricchi (oggi in Italia sono 79, con un patrimonio complessivo di 357 miliardi di euro) per destinare risorse, nell’arco di tre-quattro anni, all’abbattimento delle liste d’attesa nella sanità pubblica».
Tassare i super ricchi per finanziare la spesa sanitaria, una proposta populista che già era stata lanciata da Chiara Appendino, deputato del Movimento 5 stelle, che ieri è tornata sul punto: «Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 stelle e l’intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell’agenda politica. Costruire un’alternativa a Giorgia Meloni significa anche fare una scelta di campo netta. E allora sì, lo ribadisco: la Millionaire Tax serve subito. Anzi, siamo già in ritardo». Un messaggio che in qualche modo manda anche ai suoi, in un certo senso, dal momento che il leader del Movimento, Giuseppe Conte, si è mostrato tiepido sull’argomento.
Così come comincia ad apparire infastidita la segretaria del Pd, Elly Schlein che, incalzata dai cronisti, ha detto: «La patrimoniale? Non siamo qui a parlare di questo. Ne discuteremo, ma non è tra le cose già condivise». E non è condivisa perché tema molto divisivo all’interno del campo largo. «Il dibattito sulla patrimoniale funziona bene come slogan, ma poi nella realtà dei fatti se tu alzi troppo le tasse a una determinata fascia di popolazione ci sta che quelli se ne vanno in Svizzera, ci sta che quelli se ne vanno in Lussemburgo e se se ne vanno in Lussemburgo non hai più i soldi, non per i ricchi, ma per i poveri», commenta il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che poi aggiunge: «Ti manca il gettito per cosa? Per la sanità, per la scuola, per la salute. Allora io dico, va sempre trovato un equilibrio».
Ma la patrimoniale è una tassa che non ha storicamente riscosso successo in nessun Paese europeo. Come in Francia. Le Figaro, pochi mesi fa, aveva pubblicato uno studio pubblicato da Rexecode, il principale istituto di ricerca economica francese, che tracciava un bilancio critico dell’imposta sulla ricchezza (Isf/Ifi) in Francia. Secondo le conclusioni, la tassazione dei grandi patrimoni ha un costo economico superiore alle entrate generate, a causa dell’esilio fiscale e della fuga di talenti.
In sostanza, secondo le stime, il mancato gettito fiscale generato dall’imposta raggiungerebbe i 9 miliardi di euro, a fronte di un incasso che varia dai 2 ai 5 miliardi di euro a seconda dell’anno. Non solo perché, sempre in Francia, «la perdita di reddito nazionale ammonterebbe a una cifra compresa tra 0,5 e 1 punto percentuale del Pil». Insomma, abbiamo l’esempio dei vicini, virtuosi per alcuni, che però mostrano tutte le fragilità di una misura che, se messa in campo, annullerebbe completamente il rientro di capitali esteri favorito dalle politiche di questo esecutivo.
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Beppe Sala e Marco Travaglio (Ansa)
Ieri se ne è uscito con un «c’è una parte della Procura che fa politica». E ha aggiunto che la candidatura dell’ex procuratrice aggiunta meneghina Tiziana Siciliano nella lista civica collegata a Massimiliano Lisa ne sarebbe «una solida dimostrazione». Se queste parole fossero provenute da destra sarebbero state bollate come attacco alla magistratura o eversione verbale. Ma a parlare, questa volta, non è il nemico storico delle Procure. È uno di casa, cresciuto dentro quella cultura politica che da sempre considera la magistratura quasi una forma superiore di moralità pubblica. Da una parte c’è l’inchiesta sui presunti favori nelle concessioni della Galleria, con ipotesi di turbativa d’asta e corruzione per la concessione di spazi commerciali ed eventi (con otto indagati tra imprenditori, funzionari comunali e della Sovrintendenza), dall’altra c’è il candidato sindaco Massimiliano Lisa, ideatore del museo Leonardo3 che ha sede proprio in Galleria. È l’imprenditore che contrasta il Municipio davanti alla magistratura amministrativa e autore dell’esposto da cui è partita l’indagine. Da tempo è in causa con il Comune per gli spazi che occupa e che secondo l’amministrazione sono in subconcessione (che sarebbe vietata dal contratto). Il Tar ha dato ragione al Comune, ma l’imprenditore continua a sostenere di essere vittima di un trattamento ingiusto e chiede trasparenza sulle concessioni.
«Io non faccio mai di tutta l’erba un fascio, non lancio accuse, porto rispetto a tutte le istituzioni, anche alla Procura, però evidentemente c’è una parte della Procura che fa politica», afferma Sala. E per dimostrare la sua tesi tira in ballo un’ex toga: Tiziana Siciliano, già procuratore aggiunto a Milano, pronta a scendere in campo proprio accanto a Lisa. Con il referendum sulla riforma della magistratura alle spalle Sala, però, si accorge solo ora degli sconfinamenti delle toghe. La ex pm ha spiegato di non ricordare dell’esposto di Lisa e di avere preso contatti con l’imprenditore solo all’inizio di questo anno. «Ogni giorno che passa resto sempre più perplesso», ha commentato Sala aggiungendo, a proposito dell’esposto, di avere «qualche dubbio» rispetto alla spiegazione della Siciliano. E ha lanciato una stoccata: «Ma una pm così esperta, che ha avuto un ruolo apicale in Procura, si candida con una persona che conosce poco, senza fare alcuna verifica? Ecco questo è incomprensibile». Il sindaco, insomma, sembra insinuare che dietro quell’alleanza politica possa esserci qualcosa di più di una semplice convergenza amministrativa. La replica di Lisa è arrivata immediatamente: «Il sindaco non riesce a concepire che due persone possano incontrarsi, condividere un programma per la città, stimarsi e impegnarsi insieme senza secondi fini, patti segreti o trame nascoste». Poi l’affondo politico: «Questo dice molto di Sala e del suo modo di vedere la politica. Sostiene che la candidatura della ex pm Siciliano dimostrerebbe che una parte della Procura fa politica. C’è un piccolo problema, Sala sembra sostenere che le inchieste sull’urbanistica fossero mosse da finalità politiche per delegittimarlo. Eppure questa fuga di notizie, che ha portato sui giornali il mio nome e quello della Siciliano invece di quelli degli indagati, avrebbe dovuto semmai favorire lui, non danneggiarlo». Infine riporta il discorso sul terreno della campagna elettorale: «Milano ha bisogno di risposte su sicurezza, degrado, casa e trasparenza. Non di teorie che si smentiscono da sole o di complotti immaginari. Io continuerò a occuparmi dei fatti. Lascio volentieri ad altri i romanzi». Ma l’indagine sulla Galleria non è l’unica ad aver messo dei carboni ardenti sulla strada percorsa dall’amministrazione Sala (che ha frignato più di una volta al deflagrare delle attività investigative). Arriva dopo quelle su presunti abusi edilizi e sulla vendita dello stadio di San Siro. Un clima pesante, da fine impero amministrativo. «Sull’urbanistica chiediamo troppo poco ai costruttori, sulla Galleria chiediamo troppo... è un po’ difficile così», sostiene ora il primo cittadino a proposito delle inchieste. E in parte il governatore lombardo Attilio Fontana gli dà ragione: «Io sono d’accordo nel dire che in questi ultimi anni la magistratura sta facendo alcune scelte che lasciano un po’ perplessi. Quella di Sala è una delle ipotesi». Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, invece, non pensa «che ci siano strategie politiche e complotti giudiziari». E, sorpreso, afferma: «Di solito è la sinistra a sostenere che siamo noi a evocare golpe giudiziari». Alla fine però ritiene «che la pm non andrà lontano alle elezioni».
Causa Cipriani, tremano i televolti di sinistra
Per una volta Marco Travaglio ha dovuto fare una cosa poco travagliesca: prendersela con i magistrati. La sera del 4 giugno, a Otto e mezzo su La7, il direttore del Fatto quotidiano ha scelto lo scontro frontale con la Procura generale di Milano, dopo il comunicato con cui l’ufficio guidato da Francesca Nanni ha scritto che le notizie di stampa sul caso Minetti «non corrispondono al vero». Travaglio ha parlato di «diffamazione» e ha annunciato che, se la Procura non farà marcia indietro e non chiederà scusa, sarà il Fatto a denunciarla. Dal tribunale milanese ieri non è arrivata alcuna comunicazione. Del resto, la polemica, ormai, non è più solo televisiva. Mentre il giornale difende la propria inchiesta e promette nuovi sviluppi, nei giorni scorsi Giuseppe Cipriani ha aperto anche il fronte americano: una causa a New York che può coinvolgere Fatto quotidiano, Report ed È sempre Cartabianca. Se il contenzioso andrà avanti, la partita rischia di diventare molto più costosa di un confronto in studio. La richiesta americana da oltre 250 milioni di dollari non viene presentata come una cifra simbolica. Secondo la difesa, è stata calcolata dai legali statunitensi sul valore del marchio, sul volume d’affari e sul danno reputazionale per il gruppo Cipriani. Il punto è che non si parla solo del danno personale a Minetti e Cipriani, ma del possibile pregiudizio a una realtà internazionale dell’ospitalità e della ristorazione. Il marchio, secondo stime commerciali non ufficiali, vanterebbe ricavi annui intorno ai 657,9 milioni di dollari. La questione potrebbe diventare rilevante anche per la nostra pubblica amministrazione. Se Report dovrà difendersi a New York, nella pratica il conto legale potrebbe finire sulla Rai, perché Report è un programma Rai. Se poi dovessero essere chiamati in causa anche Sigfrido Ranucci o singoli autori, la copertura dipenderebbe da manleve, contratti e assicurazioni. In caso di condanna della Rai, pagherebbe la Rai; in caso di condanna personale dei giornalisti, bisognerà vedere se l’azienda li coprirà o se riterrà la condotta fuori dal perimetro della tutela.
Sempre su La7 Travaglio ha poi allargato l’attacco al Quirinale, accusato di aver affidato la verifica alla stessa Procura generale che aveva già espresso il parere favorevole sulla grazia a Nicole Minetti. «Hanno chiesto all’oste se il vino è buono», ha detto. Poi il passaggio su Sergio Mattarella: «Secondo me, Mattarella è un amante del pericolo», ha aggiunto, definendolo «uno spericolato» e «un amante del brivido», nonostante la sua fama di uomo prudente. Nel ragionamento del direttore del Fatto, il Colle avrebbe corso un rischio politico e istituzionale affidandosi allo stesso ufficio che aveva seguito l’istruttoria originaria sulla grazia. La linea di difesa del Fatto è chiara: la Procura generale non avrebbe potuto liquidare come false le notizie pubblicate senza ascoltare direttamente le fonti del giornale, a partire dalla massaggiatrice Graciela De Los Santos Torres. Ma la Procura non stava celebrando un processo penale: doveva verificare se quelle notizie modificassero i presupposti della grazia. Per questo, spiega nel comunicato, non è stata disposta una rogatoria internazionale: il trattato di cooperazione penale tra Italia e Uruguay serve ad acquisire prove in un procedimento penale, mentre qui si trattava di un accertamento diverso.
Non solo. La Procura scrive di avere delegato accertamenti a Carabinieri e Interpol e conclude che le notizie di stampa «non corrispondono al vero». In particolare, le accuse della massaggiatrice sui presunti festini con droga e sesso risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede difensiva sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti: per verificare quel racconto sarebbero state sentite decine di persone. Anche la credibilità della fonte è diventata oggetto di scontro. Il racconto iniziale la presentava come una persona legata da vent’anni alla tenuta di Cipriani ma secondo la difesa, invece, i documenti dimostrerebbero che il rapporto di lavoro durò pochi mesi, non vent’anni. È qui che si giocherà una parte della partita: non solo se la donna sia stata ascoltata, ma se il suo racconto regga davanti a contratti, presenze, spostamenti e testimonianze raccolte. Il comunicato della Procura concentra le smentite poi sugli altri punti principali: sull’adozione non emergono irregolarità; il legale morto in Uruguay era il legale del minore, favorevole all’adozione, non quello dei genitori biologici; il quadro clinico del bambino, in cura al Boston Children’s Hospital, è confermato; per la coppia non risultano pendenze o indagini in Uruguay e Spagna. Nel frattempo, i legali di Minetti e Cipriani - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno già annunciato richieste risarcitorie per oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, per la puntata di È sempre Cartabianca del 28 aprile e per quella di Report del 3 maggio. In Italia il terreno potrà essere quello della diffamazione a mezzo stampa e del risarcimento del danno. Resta il profilo più delicato, quello del minore. Il diritto di cronaca sulla grazia esisteva, ma non imponeva di rendere riconoscibile un bambino adottato, né di esporne storia personale, condizioni cliniche, cure o rapporti con la famiglia biologica. Se sono stati pubblicati il nome del minore o elementi capaci di identificarlo, la questione potrà essere valutata sul piano deontologico, civile e, nei casi più gravi, anche penale. È il punto più pesante. Ciò che oggi resta online può essere ritrovato domani dallo stesso bambino. La notizia era la grazia a Minetti; il minore, secondo i legali, non doveva diventare il centro del racconto.
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Angelo Bonelli (Ansa)
Tuttavia, che cosa avverrebbe per Pil e bollette se a Palazzo Chigi invece di Giorgia Meloni ci fosse un esponente del campo largo? È una domanda che mi sono posto ieri, dopo che Avs, Pd e 5 stelle hanno votato contro il piano per l’apertura di centrali nucleari. Angelo Bonelli dei Verdi ha definito quella di giovedì una «pagina nera della democrazia», perché si sarebbe fatta «carta straccia della volontà degli italiani». Chiara Braga, capogruppo alla Camera del Partito democratico, ha invece detto che il sì al nucleare «è un bluff», perché per costruire i nuovi impianti serviranno 15 o 20 anni. Premesso che se ogni volta si rinvia, per garantirci un’energia a basso prezzo forse di anni ce ne vorranno anche 50, si dà il caso che per la realizzazione ne bastino meno di 10 e dunque nel 2035 le prime centrali potrebbero entrare in funzione. Tuttavia, da una sinistra che ambisce a governare, e dunque a far crescere il Pil e ad abbassare il prezzo delle bollette, io mi aspetterei che se dice no al nucleare, poi dica sì a qualche cos’altro. Ovvero, che scartata una fonte energetica, poi ne abbia un’altra da proporre. E invece no. Mentre respinge in blocco anche solo l’idea di creare energia dalla fissione, quando arriva l’ora delle decisioni il campo largo respinge anche l’idea di parchi eolici o solari. Là dove amministrano, i compagni sono pronti a fare le barricate se vedono anche l’ombra di un mulino collegato alla rete elettrica e allo stesso tempo respingono qualsiasi idea di distese fotovoltaiche. Cioè, si lamentano se la bolletta rincara e denunciano le difficoltà riscontrate dalle imprese che esportano, ma dicono no a tutto ciò che potrebbe consentire di abbassare il prezzo dell’energia elettrica e di conseguenza anche di ridurre i costi per essere più competitivi. Ecco il paradosso della sinistra di lotta e di governo: non vuole il nucleare, anzi minaccia un nuovo referendum per impedire l’installazione anche di un solo reattore, ma poi è in prima fila quando si tratta di lamentarsi se il prodotto interno langue e la luce costa cara.
Da chi fa politica non ci si aspetta che sappia immaginare il futuro, ma quanto meno che non lo ostacoli. E invece no, i compagni sono da sempre contro un futuro che non sia il loro: che si tratti di autostrade, di linee ferroviarie, di tv a colori o semplicemente di centrali nucleari, ogni volta si oppongono. Non indicano un’alternativa, si limitano a sabotare quella degli altri con generici e inconcludenti discorsi.
I reattori non vanno bene? E come dovremmo produrre l’energia che ci serve per far funzionare le aziende e le nostre case? Le centrali a carbone non si possono fare perché inquinano, di quelle idroelettriche dopo il disastro del Vajont neppure parlarne, il gas è una fonte fossile e dunque è meglio evitare, le pale eoliche e i pannelli solari rovinano l’ambiente. Dunque? Che facciamo? Come teniamo accesa l’Italia? Le risposte a questo punto si fanno vaghe. Si parla genericamente di rinnovabili, ma senza entrare nel dettaglio di dove farle e tanto meno delle dimensioni di un campo fotovoltaico o di una distesa di torri eoliche. La realtà è che la sinistra accusa il centrodestra sia per il caro bollette che per la lenta crescita, ma è la responsabile sia dell’uno che dell’altra. Che cosa sarebbe accaduto in Italia se negli ultimi 40 anni non si fosse opposta al nucleare? Che avremmo bollette più basse e che il costo dell’energia non limiterebbe le esportazioni e non farebbe fuggire le aziende. A questo proposito, Bonelli e compagni replicano agitando lo spauracchio della fuga di materiale radioattivo. Ma il Giappone, dove pure si registrò un incidente alla centrale di Fukushima a causa di uno tsunami, di centrali ne sta progettando 19 e non si è certo fatto spaventare da un Bonelli con gli occhi a mandorla.
La verità è che se questa sinistra andasse al governo l’Italia sarebbe spacciata. Pensate solo alle parole del governatore della Banca d’Italia, che l’altro giorno ha parlato della grande sfida dell’Intelligenza artificiale e della necessità di investire in una IA italiana. E come faremo funzionare i cervelloni necessari ad alimentare i grandi data center? Con le pale eoliche, ammesso e non concesso che i compagni ne consentissero l’installazione? Oppure con i pannelli sul tetto? Un singolo polo di calcolo avanzato richiede più di un Gigawatt di potenza, ovvero l’equivalente della potenza necessaria ad alimentare 850.000 case. Ma senza nucleare, senza gas, senza carbone e senza neppure le pale eoliche, perché la governatrice della Sardegna è contraria, l’Italia non potrebbe alimentare i suoi data center e gli italiani pagherebbero la bolletta più cara del mondo. E addio crescita del Pil.
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