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2023-05-23
Italia in pressing per gli aiuti alla Tunisia
Antonio Tajani (Ansa)
La stabilizzazione della Tunisia continua a essere al centro delle preoccupazioni della Farnesina. Non a caso, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha portato questo dossier all’attenzione del Consiglio Affari esteri dell’Unione europea, tenutosi ieri a Bruxelles. «Siamo riusciti finalmente a trasformare il dibattito sulla Tunisia in una vera disponibilità ad affrontare in maniera pragmatica la situazione del Paese, che per noi è fondamentale per garantire stabilità nell’area, ma anche per contrastare i flussi di immigrati irregolari che partono soprattutto dal porto di Sfax», ha dichiarato il titolare della Farnesina a margine del Consiglio. «Grazie alle nostre insistenze, e grazie alla nostra azione, sono cambiate molte cose, quindi siamo soddisfatti», ha proseguito. Riferendosi poi specificamente al tema dei flussi migratori, ha aggiunto: «Bisogna avere una strategia europea complessiva che non penalizzi il nostro Paese. Stiamo lavorando e voglio essere ottimista». Sempre ieri, Tajani aveva avuto anche un incontro con gli omologhi del Ppe, per parlare del problema della stabilità in Nord Africa e di altri dossier, come la guerra in Ucraina, i Balcani occidentali, la crisi sudanese e la preparazione di una conferenza sulla Siria.
Non è d’altronde un mistero che Roma sia in pressing su Bruxelles per sbloccare gli aiuti finanziari, volti alla stabilizzazione della Tunisia. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, l’Ue ha stabilito che non garantirà tali aiuti prima che venga concesso il prestito da 1,9 miliardi di dollari che Tunisi aveva negoziato con il Fondo monetario internazionale: prestito che il Fmi ha tuttavia subordinato all’implementazione di riforme che il presidente tunisino, Kais Saied, non sembra intenzionato ad adottare. Negli ultimi mesi, il governo italiano ha più volte auspicato un atteggiamento meno rigido sia da parte del Fmi sia da parte di Bruxelles, sottolineando la necessità di salvaguardare la stabilità di Tunisi, per evitare delle conseguenze nefaste. Una linea, ribadita dalla stessa Giorgia Meloni durante il recente summit G7 di Hiroshima. «La Tunisia è in una situazione difficilissima, una fragilità politica evidente e un rischio di default finanziario dietro l’angolo», aveva dichiarato il presidente del Consiglio sabato. «Abbiamo una trattativa fra il Fmi e la Tunisia di fatto bloccata. C’è una certa rigidità del Fmi di fronte al fatto che non si sono ottenute dal presidente Saied tutte le garanzie che sarebbero necessarie. È comprensibile da un lato, dall’altro siamo sicuri che questa rigidità sia la strada migliore? Se questo governo va a casa abbiamo presente quali possano essere le alternative?», aveva proseguito.
E alla fine il punto è proprio questo. La rigidità di Ue e Fmi rischia innanzitutto di spingere progressivamente la Tunisia tra le braccia di Russia e Cina: non è un caso che recentemente Pechino e Mosca abbiano spinto a favore dell’inclusione di Tunisi nei Brics. Se la Tunisia finisse nell’orbita sino-russa, ciò costituirebbe un enorme problema per il fianco meridionale della Nato e per la stessa Unione europea (che sarebbe il caso iniziasse finalmente a ragionare in ottica geopolitica). In secondo luogo, emerge il nodo della stabilità. Al di là della bomba migratoria che rischia di abbattersi sulle coste italiane, è bene sempre tener presente quale sia l’alternativa a Saied. Sia chiaro: è fuor di dubbio che quest’ultimo sia un leader controverso e che la comunità internazionale debba monitorare attentamente le sue azioni. Va però sottolineato che la principale forza di opposizione all’attuale presidente tunisino è Ennahda: un movimento islamista, orbitante attorno alla galassia dei Fratelli musulmani, che intrattiene rapporti con Hamas. Non stiamo quindi parlando di un partito esattamente liberaldemocratico. Meloni fa dunque bene a invitare tutti i suoi interlocutori internazionali - a partire dall’amministrazione Biden - ad essere pragmatici. Già a fine marzo, lo stesso Tajani mise del resto in guardia dal rischio di islamismo, dichiarando: «Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità. Non ci possiamo permettere l’islamizzazione del Mediterraneo». Abbiamo d’altronde già visto quali disastri hanno prodotto le cosiddette «primavere arabe» del 2011.
Al di là del dossier tunisino, ieri pomeriggio fonti diplomatiche riferivano di un mancato accordo al Consiglio sulle forniture militari a Kiev a causa del veto ungherese. Per di più, le stesse fonti hanno parlato di uno slittamento della decisione di ulteriori sanzioni contro la Russia. «Sugli F16 decideremo tutti insieme, con i partner europei e con la Nato», aveva inoltre dichiarato Tajani sulla questione della consegna dei caccia all’Ucraina. «Non avendo l’Italia in dotazione F16 non ne può fornire, ma lavoreremo per prendere una decisione comune con gli alleati», aveva aggiunto. Il ministro ha anche precisato che l’Italia non punta a ottenere la segreteria generale della Nato e che l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone è il suo candidato alla presidenza della Nato military committee.
Grecia, Mitsotakis vuole stravincere puntando all’alleanza con Ecr nell’Ue
Non c’è stata storia. Le elezioni parlamentari in Grecia di domenica si sono concluse con una netta vittoria del partito di centrodestra, Nuova democrazia, che è arrivato primo con il 40,7% dei voti. Al secondo posto, ampiamente distaccato, si è collocato lo schieramento di sinistra, Syriza, al 20%. Terzo è invece arrivato il Movimento per il cambiamento: una coalizione, di cui fanno parte i socialdemocratici del Pasok, che ha conseguito l’11,4%. Al quarto e quinto posto si sono piazzati rispettivamente il Partito comunista (7,2%) e i nazionalisti di Soluzione greca (4,4%). Infine, la formazione dell’ex ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, Mera25, è rimasta sotto la soglia del 3% e dovrà quindi uscire dal Parlamento ellenico. Nessuno schieramento partitico si è comunque aggiudicato la maggioranza assoluta dei seggi, che è pari a 151. Ne consegue che, per formare un governo, o si creerà una coalizione trasversale o si tornerà ad elezioni tra giugno e luglio.
La prima ipotesi è abbastanza inverosimile, visto che il premier uscente, Kyriakos Mitsotakis, ha già escluso che Nuova democrazia possa allearsi con qualcuno. È in quest’ottica che ha rifiutato il mandato esplorativo per la formazione di un governo, che aveva ricevuto dal presidente greco, Katerina Sakellaropoulou: un mandato che dovrebbe passare quindi adesso al leader di Syriza, Alexis Tsipras. È comunque altamente improbabile che costui riesca nell’impresa: tutte le forze di sinistra messe insieme arrivano infatti a 138 seggi, mentre - pur avendo perso la maggioranza assoluta conquistata nel 2019 - Nuova democrazia ha ottenuto 146 seggi da sola (senza contare i 16 andati ai nazionalisti). Mitsotakis punta d’altronde a nuove elezioni, anche perché si svolgerebbero con una legge elettorale diversa da quella dell’altro ieri: una legge che prevede un premio di maggioranza e che, almeno teoricamente, garantirebbe a Nuova democrazia la possibilità di creare un governo monocolore. È del resto difficile che Syriza possa riuscire a riprendersi rapidamente dopo il tracollo di domenica (ha perso l’11% rispetto al 2019: voti probabilmente finiti almeno in parte al Pasok e al Partito comunista, che sono non a caso leggermente cresciuti in confronto alle ultime elezioni).
La vittoria di Nuova democrazia fortifica politicamente il Partito popolare europeo, a cui questo schieramento greco appartiene. Una situazione che indirettamente potrebbe rafforzare il progetto di un’alleanza inedita tra Ppe ed Ecr in vista delle prossime elezioni europee. Si tratta di uno scenario benedetto da Washington e di cui l’attuale governo italiano risulterebbe il laboratorio politico. Tra l’altro, la vittoria di Nuova democrazia dovrebbe rassicurare gli Stati Uniti anche sul piano dell’Alleanza atlantica. A ottobre dell’anno scorso, Tsipras aveva infatti criticato Mitsotakis per l’invio di armi a favore dell’Ucraina. Non dimentichiamo che gli americani guardano con favore all’alleanza tra Ecr e Ppe proprio per marginalizzare il Pse, che è storicamente su posizioni filorusse e filocinesi. Ora, a livello europeo, Syriza fa capo al Partito della Sinistra europea, mentre l’unica formazione greca ad appartenere al Pse è il Pasok (che, pur avendo guadagnato terreno rispetto al 2019, resta comunque sempre in una coalizione che vale l’11%).
Inoltre, è importante sottolineare che si è finora registrata una buona intesa politica tra Mitsotakis e Giorgia Meloni. I due leader si sono incontrati a dicembre e, secondo una nota di Palazzo Chigi, hanno mostrato «comune interesse a rafforzare ulteriormente le relazioni tra Roma e Atene anche bilateralmente». I due premier hanno avuto un meeting, definito «fruttuoso e cordiale» anche a marzo. Infine, al di là delle alleanze politiche, emerge un tema di interessi nazionali. Mitsotakis è uno dei protagonisti del progetto di Eastmed: il gasdotto che, se realizzato, porterebbe gas da Israele in Puglia attraverso Grecia e Cipro. Si tratta di una delle ragioni che sta portando il governo Meloni a consolidare la sponda con l’attuale premier greco.
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Antonio Tajani ha portato il dossier all’attenzione del Consiglio Affari esteri di Bruxelles. «Obiettivo: una strategia europea sui flussi migratori che non penalizzi il nostro Paese». E non spinga Tunisi verso Cina e Russia. Slittano le decisioni su F16 e sanzioni a Mosca. Nuova democrazia mira al voto ravvicinato e rafforza il Ppe. Linea comune Atene-Roma. Lo speciale contiene due articoli.La stabilizzazione della Tunisia continua a essere al centro delle preoccupazioni della Farnesina. Non a caso, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha portato questo dossier all’attenzione del Consiglio Affari esteri dell’Unione europea, tenutosi ieri a Bruxelles. «Siamo riusciti finalmente a trasformare il dibattito sulla Tunisia in una vera disponibilità ad affrontare in maniera pragmatica la situazione del Paese, che per noi è fondamentale per garantire stabilità nell’area, ma anche per contrastare i flussi di immigrati irregolari che partono soprattutto dal porto di Sfax», ha dichiarato il titolare della Farnesina a margine del Consiglio. «Grazie alle nostre insistenze, e grazie alla nostra azione, sono cambiate molte cose, quindi siamo soddisfatti», ha proseguito. Riferendosi poi specificamente al tema dei flussi migratori, ha aggiunto: «Bisogna avere una strategia europea complessiva che non penalizzi il nostro Paese. Stiamo lavorando e voglio essere ottimista». Sempre ieri, Tajani aveva avuto anche un incontro con gli omologhi del Ppe, per parlare del problema della stabilità in Nord Africa e di altri dossier, come la guerra in Ucraina, i Balcani occidentali, la crisi sudanese e la preparazione di una conferenza sulla Siria. Non è d’altronde un mistero che Roma sia in pressing su Bruxelles per sbloccare gli aiuti finanziari, volti alla stabilizzazione della Tunisia. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, l’Ue ha stabilito che non garantirà tali aiuti prima che venga concesso il prestito da 1,9 miliardi di dollari che Tunisi aveva negoziato con il Fondo monetario internazionale: prestito che il Fmi ha tuttavia subordinato all’implementazione di riforme che il presidente tunisino, Kais Saied, non sembra intenzionato ad adottare. Negli ultimi mesi, il governo italiano ha più volte auspicato un atteggiamento meno rigido sia da parte del Fmi sia da parte di Bruxelles, sottolineando la necessità di salvaguardare la stabilità di Tunisi, per evitare delle conseguenze nefaste. Una linea, ribadita dalla stessa Giorgia Meloni durante il recente summit G7 di Hiroshima. «La Tunisia è in una situazione difficilissima, una fragilità politica evidente e un rischio di default finanziario dietro l’angolo», aveva dichiarato il presidente del Consiglio sabato. «Abbiamo una trattativa fra il Fmi e la Tunisia di fatto bloccata. C’è una certa rigidità del Fmi di fronte al fatto che non si sono ottenute dal presidente Saied tutte le garanzie che sarebbero necessarie. È comprensibile da un lato, dall’altro siamo sicuri che questa rigidità sia la strada migliore? Se questo governo va a casa abbiamo presente quali possano essere le alternative?», aveva proseguito. E alla fine il punto è proprio questo. La rigidità di Ue e Fmi rischia innanzitutto di spingere progressivamente la Tunisia tra le braccia di Russia e Cina: non è un caso che recentemente Pechino e Mosca abbiano spinto a favore dell’inclusione di Tunisi nei Brics. Se la Tunisia finisse nell’orbita sino-russa, ciò costituirebbe un enorme problema per il fianco meridionale della Nato e per la stessa Unione europea (che sarebbe il caso iniziasse finalmente a ragionare in ottica geopolitica). In secondo luogo, emerge il nodo della stabilità. Al di là della bomba migratoria che rischia di abbattersi sulle coste italiane, è bene sempre tener presente quale sia l’alternativa a Saied. Sia chiaro: è fuor di dubbio che quest’ultimo sia un leader controverso e che la comunità internazionale debba monitorare attentamente le sue azioni. Va però sottolineato che la principale forza di opposizione all’attuale presidente tunisino è Ennahda: un movimento islamista, orbitante attorno alla galassia dei Fratelli musulmani, che intrattiene rapporti con Hamas. Non stiamo quindi parlando di un partito esattamente liberaldemocratico. Meloni fa dunque bene a invitare tutti i suoi interlocutori internazionali - a partire dall’amministrazione Biden - ad essere pragmatici. Già a fine marzo, lo stesso Tajani mise del resto in guardia dal rischio di islamismo, dichiarando: «Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità. Non ci possiamo permettere l’islamizzazione del Mediterraneo». Abbiamo d’altronde già visto quali disastri hanno prodotto le cosiddette «primavere arabe» del 2011. Al di là del dossier tunisino, ieri pomeriggio fonti diplomatiche riferivano di un mancato accordo al Consiglio sulle forniture militari a Kiev a causa del veto ungherese. Per di più, le stesse fonti hanno parlato di uno slittamento della decisione di ulteriori sanzioni contro la Russia. «Sugli F16 decideremo tutti insieme, con i partner europei e con la Nato», aveva inoltre dichiarato Tajani sulla questione della consegna dei caccia all’Ucraina. «Non avendo l’Italia in dotazione F16 non ne può fornire, ma lavoreremo per prendere una decisione comune con gli alleati», aveva aggiunto. 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Terzo è invece arrivato il Movimento per il cambiamento: una coalizione, di cui fanno parte i socialdemocratici del Pasok, che ha conseguito l’11,4%. Al quarto e quinto posto si sono piazzati rispettivamente il Partito comunista (7,2%) e i nazionalisti di Soluzione greca (4,4%). Infine, la formazione dell’ex ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, Mera25, è rimasta sotto la soglia del 3% e dovrà quindi uscire dal Parlamento ellenico. Nessuno schieramento partitico si è comunque aggiudicato la maggioranza assoluta dei seggi, che è pari a 151. Ne consegue che, per formare un governo, o si creerà una coalizione trasversale o si tornerà ad elezioni tra giugno e luglio.La prima ipotesi è abbastanza inverosimile, visto che il premier uscente, Kyriakos Mitsotakis, ha già escluso che Nuova democrazia possa allearsi con qualcuno. È in quest’ottica che ha rifiutato il mandato esplorativo per la formazione di un governo, che aveva ricevuto dal presidente greco, Katerina Sakellaropoulou: un mandato che dovrebbe passare quindi adesso al leader di Syriza, Alexis Tsipras. È comunque altamente improbabile che costui riesca nell’impresa: tutte le forze di sinistra messe insieme arrivano infatti a 138 seggi, mentre - pur avendo perso la maggioranza assoluta conquistata nel 2019 - Nuova democrazia ha ottenuto 146 seggi da sola (senza contare i 16 andati ai nazionalisti). Mitsotakis punta d’altronde a nuove elezioni, anche perché si svolgerebbero con una legge elettorale diversa da quella dell’altro ieri: una legge che prevede un premio di maggioranza e che, almeno teoricamente, garantirebbe a Nuova democrazia la possibilità di creare un governo monocolore. È del resto difficile che Syriza possa riuscire a riprendersi rapidamente dopo il tracollo di domenica (ha perso l’11% rispetto al 2019: voti probabilmente finiti almeno in parte al Pasok e al Partito comunista, che sono non a caso leggermente cresciuti in confronto alle ultime elezioni). La vittoria di Nuova democrazia fortifica politicamente il Partito popolare europeo, a cui questo schieramento greco appartiene. Una situazione che indirettamente potrebbe rafforzare il progetto di un’alleanza inedita tra Ppe ed Ecr in vista delle prossime elezioni europee. Si tratta di uno scenario benedetto da Washington e di cui l’attuale governo italiano risulterebbe il laboratorio politico. Tra l’altro, la vittoria di Nuova democrazia dovrebbe rassicurare gli Stati Uniti anche sul piano dell’Alleanza atlantica. A ottobre dell’anno scorso, Tsipras aveva infatti criticato Mitsotakis per l’invio di armi a favore dell’Ucraina. Non dimentichiamo che gli americani guardano con favore all’alleanza tra Ecr e Ppe proprio per marginalizzare il Pse, che è storicamente su posizioni filorusse e filocinesi. Ora, a livello europeo, Syriza fa capo al Partito della Sinistra europea, mentre l’unica formazione greca ad appartenere al Pse è il Pasok (che, pur avendo guadagnato terreno rispetto al 2019, resta comunque sempre in una coalizione che vale l’11%). Inoltre, è importante sottolineare che si è finora registrata una buona intesa politica tra Mitsotakis e Giorgia Meloni. I due leader si sono incontrati a dicembre e, secondo una nota di Palazzo Chigi, hanno mostrato «comune interesse a rafforzare ulteriormente le relazioni tra Roma e Atene anche bilateralmente». I due premier hanno avuto un meeting, definito «fruttuoso e cordiale» anche a marzo. Infine, al di là delle alleanze politiche, emerge un tema di interessi nazionali. Mitsotakis è uno dei protagonisti del progetto di Eastmed: il gasdotto che, se realizzato, porterebbe gas da Israele in Puglia attraverso Grecia e Cipro. Si tratta di una delle ragioni che sta portando il governo Meloni a consolidare la sponda con l’attuale premier greco.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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