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2023-05-23
Italia in pressing per gli aiuti alla Tunisia
Antonio Tajani (Ansa)
La stabilizzazione della Tunisia continua a essere al centro delle preoccupazioni della Farnesina. Non a caso, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha portato questo dossier all’attenzione del Consiglio Affari esteri dell’Unione europea, tenutosi ieri a Bruxelles. «Siamo riusciti finalmente a trasformare il dibattito sulla Tunisia in una vera disponibilità ad affrontare in maniera pragmatica la situazione del Paese, che per noi è fondamentale per garantire stabilità nell’area, ma anche per contrastare i flussi di immigrati irregolari che partono soprattutto dal porto di Sfax», ha dichiarato il titolare della Farnesina a margine del Consiglio. «Grazie alle nostre insistenze, e grazie alla nostra azione, sono cambiate molte cose, quindi siamo soddisfatti», ha proseguito. Riferendosi poi specificamente al tema dei flussi migratori, ha aggiunto: «Bisogna avere una strategia europea complessiva che non penalizzi il nostro Paese. Stiamo lavorando e voglio essere ottimista». Sempre ieri, Tajani aveva avuto anche un incontro con gli omologhi del Ppe, per parlare del problema della stabilità in Nord Africa e di altri dossier, come la guerra in Ucraina, i Balcani occidentali, la crisi sudanese e la preparazione di una conferenza sulla Siria.
Non è d’altronde un mistero che Roma sia in pressing su Bruxelles per sbloccare gli aiuti finanziari, volti alla stabilizzazione della Tunisia. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, l’Ue ha stabilito che non garantirà tali aiuti prima che venga concesso il prestito da 1,9 miliardi di dollari che Tunisi aveva negoziato con il Fondo monetario internazionale: prestito che il Fmi ha tuttavia subordinato all’implementazione di riforme che il presidente tunisino, Kais Saied, non sembra intenzionato ad adottare. Negli ultimi mesi, il governo italiano ha più volte auspicato un atteggiamento meno rigido sia da parte del Fmi sia da parte di Bruxelles, sottolineando la necessità di salvaguardare la stabilità di Tunisi, per evitare delle conseguenze nefaste. Una linea, ribadita dalla stessa Giorgia Meloni durante il recente summit G7 di Hiroshima. «La Tunisia è in una situazione difficilissima, una fragilità politica evidente e un rischio di default finanziario dietro l’angolo», aveva dichiarato il presidente del Consiglio sabato. «Abbiamo una trattativa fra il Fmi e la Tunisia di fatto bloccata. C’è una certa rigidità del Fmi di fronte al fatto che non si sono ottenute dal presidente Saied tutte le garanzie che sarebbero necessarie. È comprensibile da un lato, dall’altro siamo sicuri che questa rigidità sia la strada migliore? Se questo governo va a casa abbiamo presente quali possano essere le alternative?», aveva proseguito.
E alla fine il punto è proprio questo. La rigidità di Ue e Fmi rischia innanzitutto di spingere progressivamente la Tunisia tra le braccia di Russia e Cina: non è un caso che recentemente Pechino e Mosca abbiano spinto a favore dell’inclusione di Tunisi nei Brics. Se la Tunisia finisse nell’orbita sino-russa, ciò costituirebbe un enorme problema per il fianco meridionale della Nato e per la stessa Unione europea (che sarebbe il caso iniziasse finalmente a ragionare in ottica geopolitica). In secondo luogo, emerge il nodo della stabilità. Al di là della bomba migratoria che rischia di abbattersi sulle coste italiane, è bene sempre tener presente quale sia l’alternativa a Saied. Sia chiaro: è fuor di dubbio che quest’ultimo sia un leader controverso e che la comunità internazionale debba monitorare attentamente le sue azioni. Va però sottolineato che la principale forza di opposizione all’attuale presidente tunisino è Ennahda: un movimento islamista, orbitante attorno alla galassia dei Fratelli musulmani, che intrattiene rapporti con Hamas. Non stiamo quindi parlando di un partito esattamente liberaldemocratico. Meloni fa dunque bene a invitare tutti i suoi interlocutori internazionali - a partire dall’amministrazione Biden - ad essere pragmatici. Già a fine marzo, lo stesso Tajani mise del resto in guardia dal rischio di islamismo, dichiarando: «Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità. Non ci possiamo permettere l’islamizzazione del Mediterraneo». Abbiamo d’altronde già visto quali disastri hanno prodotto le cosiddette «primavere arabe» del 2011.
Al di là del dossier tunisino, ieri pomeriggio fonti diplomatiche riferivano di un mancato accordo al Consiglio sulle forniture militari a Kiev a causa del veto ungherese. Per di più, le stesse fonti hanno parlato di uno slittamento della decisione di ulteriori sanzioni contro la Russia. «Sugli F16 decideremo tutti insieme, con i partner europei e con la Nato», aveva inoltre dichiarato Tajani sulla questione della consegna dei caccia all’Ucraina. «Non avendo l’Italia in dotazione F16 non ne può fornire, ma lavoreremo per prendere una decisione comune con gli alleati», aveva aggiunto. Il ministro ha anche precisato che l’Italia non punta a ottenere la segreteria generale della Nato e che l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone è il suo candidato alla presidenza della Nato military committee.
Grecia, Mitsotakis vuole stravincere puntando all’alleanza con Ecr nell’Ue
Non c’è stata storia. Le elezioni parlamentari in Grecia di domenica si sono concluse con una netta vittoria del partito di centrodestra, Nuova democrazia, che è arrivato primo con il 40,7% dei voti. Al secondo posto, ampiamente distaccato, si è collocato lo schieramento di sinistra, Syriza, al 20%. Terzo è invece arrivato il Movimento per il cambiamento: una coalizione, di cui fanno parte i socialdemocratici del Pasok, che ha conseguito l’11,4%. Al quarto e quinto posto si sono piazzati rispettivamente il Partito comunista (7,2%) e i nazionalisti di Soluzione greca (4,4%). Infine, la formazione dell’ex ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, Mera25, è rimasta sotto la soglia del 3% e dovrà quindi uscire dal Parlamento ellenico. Nessuno schieramento partitico si è comunque aggiudicato la maggioranza assoluta dei seggi, che è pari a 151. Ne consegue che, per formare un governo, o si creerà una coalizione trasversale o si tornerà ad elezioni tra giugno e luglio.
La prima ipotesi è abbastanza inverosimile, visto che il premier uscente, Kyriakos Mitsotakis, ha già escluso che Nuova democrazia possa allearsi con qualcuno. È in quest’ottica che ha rifiutato il mandato esplorativo per la formazione di un governo, che aveva ricevuto dal presidente greco, Katerina Sakellaropoulou: un mandato che dovrebbe passare quindi adesso al leader di Syriza, Alexis Tsipras. È comunque altamente improbabile che costui riesca nell’impresa: tutte le forze di sinistra messe insieme arrivano infatti a 138 seggi, mentre - pur avendo perso la maggioranza assoluta conquistata nel 2019 - Nuova democrazia ha ottenuto 146 seggi da sola (senza contare i 16 andati ai nazionalisti). Mitsotakis punta d’altronde a nuove elezioni, anche perché si svolgerebbero con una legge elettorale diversa da quella dell’altro ieri: una legge che prevede un premio di maggioranza e che, almeno teoricamente, garantirebbe a Nuova democrazia la possibilità di creare un governo monocolore. È del resto difficile che Syriza possa riuscire a riprendersi rapidamente dopo il tracollo di domenica (ha perso l’11% rispetto al 2019: voti probabilmente finiti almeno in parte al Pasok e al Partito comunista, che sono non a caso leggermente cresciuti in confronto alle ultime elezioni).
La vittoria di Nuova democrazia fortifica politicamente il Partito popolare europeo, a cui questo schieramento greco appartiene. Una situazione che indirettamente potrebbe rafforzare il progetto di un’alleanza inedita tra Ppe ed Ecr in vista delle prossime elezioni europee. Si tratta di uno scenario benedetto da Washington e di cui l’attuale governo italiano risulterebbe il laboratorio politico. Tra l’altro, la vittoria di Nuova democrazia dovrebbe rassicurare gli Stati Uniti anche sul piano dell’Alleanza atlantica. A ottobre dell’anno scorso, Tsipras aveva infatti criticato Mitsotakis per l’invio di armi a favore dell’Ucraina. Non dimentichiamo che gli americani guardano con favore all’alleanza tra Ecr e Ppe proprio per marginalizzare il Pse, che è storicamente su posizioni filorusse e filocinesi. Ora, a livello europeo, Syriza fa capo al Partito della Sinistra europea, mentre l’unica formazione greca ad appartenere al Pse è il Pasok (che, pur avendo guadagnato terreno rispetto al 2019, resta comunque sempre in una coalizione che vale l’11%).
Inoltre, è importante sottolineare che si è finora registrata una buona intesa politica tra Mitsotakis e Giorgia Meloni. I due leader si sono incontrati a dicembre e, secondo una nota di Palazzo Chigi, hanno mostrato «comune interesse a rafforzare ulteriormente le relazioni tra Roma e Atene anche bilateralmente». I due premier hanno avuto un meeting, definito «fruttuoso e cordiale» anche a marzo. Infine, al di là delle alleanze politiche, emerge un tema di interessi nazionali. Mitsotakis è uno dei protagonisti del progetto di Eastmed: il gasdotto che, se realizzato, porterebbe gas da Israele in Puglia attraverso Grecia e Cipro. Si tratta di una delle ragioni che sta portando il governo Meloni a consolidare la sponda con l’attuale premier greco.
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Antonio Tajani ha portato il dossier all’attenzione del Consiglio Affari esteri di Bruxelles. «Obiettivo: una strategia europea sui flussi migratori che non penalizzi il nostro Paese». E non spinga Tunisi verso Cina e Russia. Slittano le decisioni su F16 e sanzioni a Mosca. Nuova democrazia mira al voto ravvicinato e rafforza il Ppe. Linea comune Atene-Roma. Lo speciale contiene due articoli.La stabilizzazione della Tunisia continua a essere al centro delle preoccupazioni della Farnesina. Non a caso, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha portato questo dossier all’attenzione del Consiglio Affari esteri dell’Unione europea, tenutosi ieri a Bruxelles. «Siamo riusciti finalmente a trasformare il dibattito sulla Tunisia in una vera disponibilità ad affrontare in maniera pragmatica la situazione del Paese, che per noi è fondamentale per garantire stabilità nell’area, ma anche per contrastare i flussi di immigrati irregolari che partono soprattutto dal porto di Sfax», ha dichiarato il titolare della Farnesina a margine del Consiglio. «Grazie alle nostre insistenze, e grazie alla nostra azione, sono cambiate molte cose, quindi siamo soddisfatti», ha proseguito. Riferendosi poi specificamente al tema dei flussi migratori, ha aggiunto: «Bisogna avere una strategia europea complessiva che non penalizzi il nostro Paese. Stiamo lavorando e voglio essere ottimista». Sempre ieri, Tajani aveva avuto anche un incontro con gli omologhi del Ppe, per parlare del problema della stabilità in Nord Africa e di altri dossier, come la guerra in Ucraina, i Balcani occidentali, la crisi sudanese e la preparazione di una conferenza sulla Siria. Non è d’altronde un mistero che Roma sia in pressing su Bruxelles per sbloccare gli aiuti finanziari, volti alla stabilizzazione della Tunisia. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, l’Ue ha stabilito che non garantirà tali aiuti prima che venga concesso il prestito da 1,9 miliardi di dollari che Tunisi aveva negoziato con il Fondo monetario internazionale: prestito che il Fmi ha tuttavia subordinato all’implementazione di riforme che il presidente tunisino, Kais Saied, non sembra intenzionato ad adottare. Negli ultimi mesi, il governo italiano ha più volte auspicato un atteggiamento meno rigido sia da parte del Fmi sia da parte di Bruxelles, sottolineando la necessità di salvaguardare la stabilità di Tunisi, per evitare delle conseguenze nefaste. Una linea, ribadita dalla stessa Giorgia Meloni durante il recente summit G7 di Hiroshima. «La Tunisia è in una situazione difficilissima, una fragilità politica evidente e un rischio di default finanziario dietro l’angolo», aveva dichiarato il presidente del Consiglio sabato. «Abbiamo una trattativa fra il Fmi e la Tunisia di fatto bloccata. C’è una certa rigidità del Fmi di fronte al fatto che non si sono ottenute dal presidente Saied tutte le garanzie che sarebbero necessarie. È comprensibile da un lato, dall’altro siamo sicuri che questa rigidità sia la strada migliore? Se questo governo va a casa abbiamo presente quali possano essere le alternative?», aveva proseguito. E alla fine il punto è proprio questo. La rigidità di Ue e Fmi rischia innanzitutto di spingere progressivamente la Tunisia tra le braccia di Russia e Cina: non è un caso che recentemente Pechino e Mosca abbiano spinto a favore dell’inclusione di Tunisi nei Brics. Se la Tunisia finisse nell’orbita sino-russa, ciò costituirebbe un enorme problema per il fianco meridionale della Nato e per la stessa Unione europea (che sarebbe il caso iniziasse finalmente a ragionare in ottica geopolitica). In secondo luogo, emerge il nodo della stabilità. Al di là della bomba migratoria che rischia di abbattersi sulle coste italiane, è bene sempre tener presente quale sia l’alternativa a Saied. Sia chiaro: è fuor di dubbio che quest’ultimo sia un leader controverso e che la comunità internazionale debba monitorare attentamente le sue azioni. Va però sottolineato che la principale forza di opposizione all’attuale presidente tunisino è Ennahda: un movimento islamista, orbitante attorno alla galassia dei Fratelli musulmani, che intrattiene rapporti con Hamas. Non stiamo quindi parlando di un partito esattamente liberaldemocratico. Meloni fa dunque bene a invitare tutti i suoi interlocutori internazionali - a partire dall’amministrazione Biden - ad essere pragmatici. Già a fine marzo, lo stesso Tajani mise del resto in guardia dal rischio di islamismo, dichiarando: «Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità. Non ci possiamo permettere l’islamizzazione del Mediterraneo». Abbiamo d’altronde già visto quali disastri hanno prodotto le cosiddette «primavere arabe» del 2011. Al di là del dossier tunisino, ieri pomeriggio fonti diplomatiche riferivano di un mancato accordo al Consiglio sulle forniture militari a Kiev a causa del veto ungherese. Per di più, le stesse fonti hanno parlato di uno slittamento della decisione di ulteriori sanzioni contro la Russia. «Sugli F16 decideremo tutti insieme, con i partner europei e con la Nato», aveva inoltre dichiarato Tajani sulla questione della consegna dei caccia all’Ucraina. «Non avendo l’Italia in dotazione F16 non ne può fornire, ma lavoreremo per prendere una decisione comune con gli alleati», aveva aggiunto. 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Terzo è invece arrivato il Movimento per il cambiamento: una coalizione, di cui fanno parte i socialdemocratici del Pasok, che ha conseguito l’11,4%. Al quarto e quinto posto si sono piazzati rispettivamente il Partito comunista (7,2%) e i nazionalisti di Soluzione greca (4,4%). Infine, la formazione dell’ex ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, Mera25, è rimasta sotto la soglia del 3% e dovrà quindi uscire dal Parlamento ellenico. Nessuno schieramento partitico si è comunque aggiudicato la maggioranza assoluta dei seggi, che è pari a 151. Ne consegue che, per formare un governo, o si creerà una coalizione trasversale o si tornerà ad elezioni tra giugno e luglio.La prima ipotesi è abbastanza inverosimile, visto che il premier uscente, Kyriakos Mitsotakis, ha già escluso che Nuova democrazia possa allearsi con qualcuno. È in quest’ottica che ha rifiutato il mandato esplorativo per la formazione di un governo, che aveva ricevuto dal presidente greco, Katerina Sakellaropoulou: un mandato che dovrebbe passare quindi adesso al leader di Syriza, Alexis Tsipras. È comunque altamente improbabile che costui riesca nell’impresa: tutte le forze di sinistra messe insieme arrivano infatti a 138 seggi, mentre - pur avendo perso la maggioranza assoluta conquistata nel 2019 - Nuova democrazia ha ottenuto 146 seggi da sola (senza contare i 16 andati ai nazionalisti). Mitsotakis punta d’altronde a nuove elezioni, anche perché si svolgerebbero con una legge elettorale diversa da quella dell’altro ieri: una legge che prevede un premio di maggioranza e che, almeno teoricamente, garantirebbe a Nuova democrazia la possibilità di creare un governo monocolore. È del resto difficile che Syriza possa riuscire a riprendersi rapidamente dopo il tracollo di domenica (ha perso l’11% rispetto al 2019: voti probabilmente finiti almeno in parte al Pasok e al Partito comunista, che sono non a caso leggermente cresciuti in confronto alle ultime elezioni). La vittoria di Nuova democrazia fortifica politicamente il Partito popolare europeo, a cui questo schieramento greco appartiene. Una situazione che indirettamente potrebbe rafforzare il progetto di un’alleanza inedita tra Ppe ed Ecr in vista delle prossime elezioni europee. Si tratta di uno scenario benedetto da Washington e di cui l’attuale governo italiano risulterebbe il laboratorio politico. Tra l’altro, la vittoria di Nuova democrazia dovrebbe rassicurare gli Stati Uniti anche sul piano dell’Alleanza atlantica. A ottobre dell’anno scorso, Tsipras aveva infatti criticato Mitsotakis per l’invio di armi a favore dell’Ucraina. Non dimentichiamo che gli americani guardano con favore all’alleanza tra Ecr e Ppe proprio per marginalizzare il Pse, che è storicamente su posizioni filorusse e filocinesi. Ora, a livello europeo, Syriza fa capo al Partito della Sinistra europea, mentre l’unica formazione greca ad appartenere al Pse è il Pasok (che, pur avendo guadagnato terreno rispetto al 2019, resta comunque sempre in una coalizione che vale l’11%). Inoltre, è importante sottolineare che si è finora registrata una buona intesa politica tra Mitsotakis e Giorgia Meloni. I due leader si sono incontrati a dicembre e, secondo una nota di Palazzo Chigi, hanno mostrato «comune interesse a rafforzare ulteriormente le relazioni tra Roma e Atene anche bilateralmente». I due premier hanno avuto un meeting, definito «fruttuoso e cordiale» anche a marzo. Infine, al di là delle alleanze politiche, emerge un tema di interessi nazionali. Mitsotakis è uno dei protagonisti del progetto di Eastmed: il gasdotto che, se realizzato, porterebbe gas da Israele in Puglia attraverso Grecia e Cipro. Si tratta di una delle ragioni che sta portando il governo Meloni a consolidare la sponda con l’attuale premier greco.
Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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La vittoria di Giorgia Meloni che non ha rivendicato il femminismo ha mandato in crisi il paradigma dominante. Il saggio «Belle Ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo» di Barbara Saltamartini critica i dogmi del femminismo progressista, contesta l’idea di un’unica voce legittimata a parlare per le donne e rilegge Giorgia Meloni come espressione di una tradizione femminile di destra rimossa dal racconto ufficiale. Il libro denuncia un’ideologia che ha mercificato la libertà e cancellato la differenza sessuale, rilanciando identità, maternità e comunità come valori politici. Un testo provocatorio che segna una rottura culturale.
Beppe Sala (Getty Images)
Ed è ovviamente molto difficile dare torto al primo cittadino milanese o non condividere il suo sdegno. Chi sta da clandestino sul territorio italiano deve essere riaccompagnato alla frontiera il più velocemente possibile, soprattutto se ha commesso dei reati. Non è, questa, una visione particolarmente destrorsa della realtà: è semplice utilizzo del buonsenso, condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani. Da qualche giorno sembra che perfino gli esponenti del Pd e della sinistra italica si siano collocati su questa posizione, tanto da pretendere più sicurezza, più controllo del territorio e più espulsioni.
Ad esempio Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova, spiega al Corriere della Sera che urge rispedire indietro gli stranieri delinquenti. «È chiaro che gli accordi per i rimpatri verso alcuni Paesi non funzionano», dice. «Intanto, cittadini e forze dell’ordine hanno spesso a che fare con persone soggette a ordini di espulsione per precedenti penali, con il risultato che i medesimi reati vengono reiterati. La situazione sta peggiorando, la sicurezza non può essere motivo di propaganda. Serve un patto politico bipartisan per garantire i rimpatri e più agenti a controllo delle città. L’esperimento Albania è fallito, non risolve i nodi aperti. Serve realismo, non propaganda».
Anche queste parole sono molto condivisibili: serve realismo non propaganda. Serve realismo sul tema dei rimpatri e su quello della protezione dei cittadini. Argomento su cui si sta scatenando il Pd dell’Emilia Romagna. Luigi Tosiani, segretario regionale dem, usa toni forti: «Agitare il tema della sicurezza come una clava può, forse, portare qualche punto in più nei sondaggi, poi però si va al governo e i problemi restano tutti lì, peggiorano, senza soluzioni concrete».
L’esponente pd si riferisce al fatto che a Bologna un povero capotreno di 34 anni è stato massacrato a coltellate nei pressi della stazione. Per il feroce assassinio è sospettato un altro straniero, Marin Jelenic, un croato di 36 anni con una lunga serie di precedenti. Tra maggio e settembre, Jelenic è stato identificato dalle forze dell’ordine numerose volte sempre a Milano, nelle stazioni Centrale e Lambrate. Era stato fermato pure il 22 dicembre, e come sempre aveva in tasca un coltello. Proprio in virtù di quel controllo di polizia si era visto appioppare un decreto di allontanamento dall’Italia. Non si trattava di una espulsione, ma di un provvedimento che riguarda i cittadini comunitari: Jelenic avrebbe dovuto lasciare il nostro territorio entro 10 giorni, cioè ai primi di gennaio. Come tragicamente noto, si è ben guardato dal farlo.
A quanto pare, dunque, non riusciamo ad allontanare dall’Italia nemmeno gli europei. E dunque è giusto indignarsi e protestare, e persino chiamare in causa il governo di destra, il quale ha ridotto il numero di stranieri in ingresso ma fatica, come tutti, sugli allontanamenti.
Detto questo, suona un po’ ridicolo il sussiego con cui ora la sinistra italica brama espulsioni e regole ferree. Che rimpatriare gli stranieri sia difficile è noto da molto tempo, motivo per cui sarebbe consigliabile farne entrare il meno possibile. Tema su cui però i nostri progressisti sono stati di opinione decisamente contraria per anni e anni (e continuano ad esserlo, ci risulta). Non solo. La sinistra è sempre in prima fila a protestare quando qualcuno osa parlare di espulsioni. Tanto che si è messa, pervertendo il termine inglese, a chiamarle deportazioni, giusto per evocare ancora una volta il nazismo. Tanto per non fare nomi, il sindaco Sala che adesso strepita per le espulsioni mai fatte è lo stesso che qualche mese fa fece di tutto per impedire che nella sua città si tenesse un convegno (un convegno!) sulla remigrazione. Di rimandare indietro gli stranieri non voleva nemmeno sentir parlare.
Ancora ieri, su Repubblica, Annalisa Cuzzocrea spiegava quanto sia inutile insistere sull’approccio securitario. A suo dire il problema sta solo nel fatto che non si spendono abbastanza soldi per l’integrazione, come se la violenza di soggetti tipo Velazco potesse essere attribuita al disagio sociale e alla povertà invece che alla propensione al crimine individuale.
Si punzecchi allora il governo, per carità, ma con un minimo di decenza se possibile. Chi si oppone ai rimpatri e contemporaneamente insiste per spalancare le frontiere, dovrebbe evitare di blaterare di sicurezza e di lamentarsi se in giro ci sono criminali stranieri. La sinistra, in sostanza, farebbe meglio a tacere.
Anzi, dovrebbe congratularsi con sé stessa per aver ottenuto ciò che ha richiesto.
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