
In questo caso, i soliti «esperti» avevano previsto un arretramento elettorale di Orban, una riconferma non scontata, qualche difficoltà nelle urne. E invece è finita con un trionfo: 49% dei voti, 134 seggi su 199.
Numeri a parte, sarebbe interesse dell'Italia fermarsi a riflettere almeno per due buone ragioni.
La prima: premesso che si tratta di realtà tutte diverse tra loro, c'è però un filo conduttore, che è l'estraneità di quei successi alla logica delle élite, agli schemi proposti dall'establishment tradizionale. Il solito mantra («ci vuole più Europa», «l'immigrazione non è mai un problema») non solo non funziona, ma genera una reazione di rigetto e direi perfino di vendetta da parte degli elettori. C'è un immenso ceto medio impaurito, impoverito (diciamolo pure: incazzato) che per anni è stato tenuto ai margini dall'agenda politica e mediatica ufficiale. Non appena ne ha l'occasione, esprime il suo dissenso come può. In alcuni casi (Brexit, Trump) in modo più costruttivo, in altri più confuso e rabbioso: ma il denominatore è comune.
La seconda ragione è tutta legata al nostro rapporto con l'Unione europea. Chi scrive sostiene da anni una tesi: per l'Italia è sbagliato sia rimanere nell'Ue a capo chino, accettando tutto a scatola chiusa, sia pensare di poterne uscire dalla sera alla mattina (il nostro debito pubblico non ci dà questa libertà, purtroppo).
Occorre dunque immaginare un'ipotesi terza, una forte rinegoziazione, sul modello di quella tentata da David Cameron nel primo semestre del 2016, prima del referendum su Brexit.
Per farla, occorrono alleati. Occorre un circuito di Paesi e governi che possano fungere da contrappeso rispetto all'asse francotedesco(anzi: germanofrancese). E i Paesi dell'Est Europa (in particolare Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca) dovrebbero essere interlocutori privilegiati di un ragionamento del genere.
Il primo banco di prova sarà il Consiglio europeo di fine giugno, nel quale c'è da temere un'accelerazione francotedesca. In particolare, va evitata (sarebbe un'autentica sciagura per l'Italia) l'idea di un ministro delle Finanze unico europeo e di una omogeneizzazione fiscale (la chiamano «armonizzazione»: la parola suona bene, ma la sostanza è pericolosissima) che imporrebbe una specie di gabbia fiscale dalla Finlandia al Portogallo, inchiodando 27 Paesi a livelli non competitivi di tasse e burocrazia.
Nel mondo, invece, il treno (benedetto!) della competizione fiscale, con straordinari abbassamenti di tasse, è finalmente partito. Trump ha portato la tassazione sulle imprese al 21%, in Inghilterra è già al 20% e scenderà ancora. L'Italia deve trovare il modo di mettersi in corsa, cercando e trovando interlocutori convergenti, e comunque evitando l'idea di un corpaccione europeo costretto a una tassazione unica elevata. A partire da Budapest, Varsavia e Praga, dobbiamo cercare alleati, anziché dare pagelle.
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