Italia indifesa contro le truffe online
L’esperto: «Il governo ha iniziato a stanziare fondi solo da poco». Tre anni fa colpita pure Confindustria, nonostante l’allarme inascoltato del responsabile della sicurezza.

«L’Italia continua a essere in ritardo sugli investimenti nella cybersecurity. Il governo ha iniziato a stanziare fondi da solo due anni, quando phishing e frodi online esistono almeno da dieci». Marzio Ferrario, ad di Phersei, è tra i massimi esperti nel campo della protezione dei dati. La sua agenzia si occupa di business intelligence e security per aziende, istituzioni e privati. «Continuiamo a essere il fanalino di coda nel mondo, non esiste una cultura e i reati che vengono denunciati sono solo la punta dell’iceberg. In molti preferiscono mettersi d’accordo con gli hacker che li hanno danneggiati per evitare responsabilità con le autorità».

A spiegare la situazione deficitaria del nostro Paese è anche l’ultima relazione Desi, con cui la Commissione europea monitora il progresso digitale degli Stati membri dal 2014. Nel rapporto si rileva «lo scarso uso dei servizi Internet» che «riflette il basso livello di competenze digitali. Il 17% delle persone che vive in Italia non ha mai utilizzato Internet; tale cifra è pari a quasi il doppio della media Ue e colloca il Paese al 23º posto in Europa. Le attività online più diffuse sono l’ascolto di musica, la visione di video o giochi, seguite dalle videochiamate, dalla lettura di notizie e dall’uso dei social network. Seguire un corso online e vendere online sono le attività meno diffuse». Il governo si è dato tempo fino al 2025 per mettersi in linea con gli altri Paesi europei.

Anche per questo motivo, aggiunge Ferrario, «manchiamo di personale qualificato per difendere aziende e istituzioni. Se al momento abbiamo una richiesta di almeno dieci addetti, la risposta italiana si limita a tre. Gli attacchi arrivano spesso dal Nord Est Europa, dove alcuni riescono persino a creare banche fittizie, dalla Spagna e anche tramite triangolazioni con la Nigeria».

Del resto la problematica dei raggiri sul Web ha colpito anche istituzioni importanti come Confindustria. È di appena tre anni fa la vicenda che coinvolse Gianfranco Dell’Alba, all’epoca capo rappresentanza di Viale dell’Astronomia a Bruxelles. Durante la plenaria di Strasburgo tra l’11 e il 14 settembre il rappresentante del presidente dell’epoca, Vincenzo Boccia, inizia a ricevere email dall’account [email protected]. «Caro Gianfranco, dobbiamo versare dal conto corrente di Bruxelles 170.000 euro per un progetto preparato da Deloitte. Provvedi tu, il presidente Boccia è d’accordo. Non mi telefonare perché sono in giro con il presidente, scrivimi». Dell’Alba pensa che a parlare sia Marcella Panucci, all’epoca direttore generale di Confindustria e oggi in attesa di diventare capo di gabinetto del ministero dello Sviluppo economico. Dell’Alba inizia a messaggiare: le mail scambiate sono più di 60. In un’altra l’alias Panucci scrive: «Sono fuori, scrivimi sulla posta privata, [email protected]». Si va avanti, fino a quando le richieste di soldi aumentano. «I bonifici dovranno essere due per un totale di 500.000 euro. Ti chiamerà il dottor Moreni che lavora per noi a Ginevra per darti i dettagli del conto». Poi la telefonata arriverà, come la perdita di soldi e la perdita del posto per Dell’Alba. Unica nota stonata fu la decisione di avviare i pagamenti senza la firma sia di Panucci, sia di Boccia, necessaria per spostamenti di denaro superiori ai 140.000 euro.

Ma quello della finta Panucci non è stato l’unico caso phishing che ha toccato l’associazione di industriali. Proprio quell’anno, infatti, Diego Di Simone, security manager di Confindustria, aveva inviato a febbraio una lettera interna per allertare la presidenza Boccia, chiedendo di sensibilizzare il personale. «Possiamo però dire che l’attenzione è maggiore nel fabbricare i muri perimetrali che nel convincere i dipendenti ad esempio, a stare attenti a ciò che scaricano da Internet o meglio ancora a saper gestire la propria posta elettronica». Per questo Di Simone aveva chiesto di organizzare corsi in sede, con esperti, «per ricevere tutte quelle informazioni comportamentali da assumere sia in fase preventiva, quindi nel quotidiano, che nella fase di corsa ai ripari in caso di criticità». Per di più in quei giorni fu colpita anche Federturismo, per un tentativo di truffa di 80.000 euro, che fu sventato da Di Simone insieme con la polizia postale.

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