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2024-06-03
Da cibo povero ad alimento di serie A. L’Italia si gode i suoi mille formaggi
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Non crediamo di sbagliare nel prevedere che l’importanza dei formaggi italiani aumenterà sempre di più, sia nello Stivale, sia fuori d’esso. Il formaggio è stato a lungo considerato, con uno snobismo che disapproviamo, cibo da contadini, testimonianza ne era il famoso proverbio «al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere» che, coniato dal punto di vista del nobile che sbocconcellava ma certamente non caseificava formaggio, testimoniava l’attrazione del ricco per ciò che per la sua classe era un vezzo caseario tra tanti, ma per il contadino era l’abituale e talvolta unica fonte di cibi derivati da proteine animali, essendo le carni assai rare per il popolo durante l’anno. Poi, il formaggio si è man mano lasciato alle spalle questa classista etichetta di cibo «povero» e ha visto riconosciuto il suo grandissimo, enorme valore.
Oggi, il formaggio non solo si bea della sua tutta meritata considerazione di alimento di serie A: la messa in discussione della carne, totale per i vegetariani, parziale per chi vuol seguire una dieta mediterranea vera, porta ulteriormente in auge il nostro «balzo del latte verso l’immortalità», come definì il formaggio l’intellettuale americano Clifton Paul Fadiman. Il cacio, questo un nome più antico del formaggio, dal latino caseus, che si ritrova in tanti detti come essere alto quanto un soldo di cacio, essere pane e cacio con qualcuno o star bene come il cacio sui maccheroni, acquisirà ulteriore centralità. Non più fine pasto, non più grattugiato e basta sulla pasta, il formaggio finalmente svela di essere un universo, complesso e appassionante. Su Wikipedia sono elencati oltre 1.400 tipi di formaggi italiani, ma sono ancora di più. Le nostre denominazioni sono molte, tra i Dop abbiamo Asiago, Bitto, Caciocavallo Silano, Casciotta d’Urbino, Fontina, Gorgonzola, Grana Padano, Mozzarella di Bufala Campana, Parmigiano Reggiano, Pecorino Romano, Provolone Valpadana, Quartirolo Lombardo, Salva Cremasco, Stelvio, Strachitunt, Taleggio, Valtellina Casera, Igp sono il Canestrato di Moliterno e la Burrata di Andria, Stg la Mozzarella Tradizionale, Pat il friulano Latteria e il piemontese Montebore, l’emiliano-romagnolo Robiola, il lombardo Bagòss che è anche Presidio Slow Food. E poi un paniere di formaggi senza denominazione di origine protetta, ma parimenti squisiti e rappresentativi del nostro territorio. Totò avrebbe detto «scusate se è poco».
Un patrimonio innanzitutto culturale che va difeso anche attraverso la diffusione della sua storia, della sua geografia, della sua chimica e della sua, in una parola, realtà. Fipe-Confcommercio (Federazione italiana pubblici esercizi) e Afidop hanno messo a punto le linee guida per la valorizzazione dei Formaggi Dop e Igp nei menu della ristorazione. Presentate ufficialmente a Cibus 2024 col ministro Lollobrigida, sono un vademecum divulgativo dei nostri formaggi Dop e Igp suggerito da chi li crea e tutela all’avamposto offerente che è il ristorante. Divulgazione utile a conoscere meglio le nostre eccellenze casearie, ma anche a contrastare la contraffazione di cui esse sono, purtroppo, vittime all’estero e a garantire al turista straniero in Italia che ciò che ordinerà è il vero formaggio italiano. Le linee guida spiegano quale è la corretta dicitura sul menù, per esempio Asiago Dop Fresco e Asiago Dop Stagionato: anche la stagionatura del formaggio è un’informazione che interessa il cliente, il formaggio, come anche l’olio, può giovarsi di una fruizione più articolata finora riservata solo a vini e superalcolici. Consigliato anche evitare l’uso di nomi diversi da quello originale: no ad Asiago nero, Asiago dolce, Asiago tenero ecc. Nei menu in lingua deve sempre essere indicato come Asiago con l’acronimo Dop declinato nella lingua di riferimento. Le linee guida offrono indicazioni dettagliate anche su conservazione, trattamento e consumo, come pure indicazioni sulle informazioni da inserire per ciò che riguarda le tipologie (ad es. oltre a stagionato, dolce, piccante e così via) o le forme (salame, melone, tronco conica e a fiaschetta per il Provolone Valpadana) o anche altri tipi di indicazioni se rilevanti ai fini della filosofia del ristorante, come se si tratta di formaggio biologico, a caglio vegetale, prodotto della montagna ecc.
Presenti anche consigli di servizio, utili anche per il carrello dei formaggi, per far rilucere al meglio le caratteristiche organolettiche dei formaggi: Asiago Dop, Caciocavallo Silano Dop e Montasio Dop - come molti formaggi vanno serviti a temperatura ambiente - vanno tolti dal frigorifero almeno un’ora prima. Il formaggio non è solo un ingrediente, si esprime bene e talvolta al meglio in purezza, magari abbinato a composte o miele. Seguiamo queste indicazioni anche a casa.
Sapete che il formaggio fa bene all’umore? Ebbene sì, grazie al suo contenuto in triptofano, amminoacido essenziale alla base del processo di sintesi della serotonina in melatonina che, a sua volta, regola il sonno. Qual è il formaggio più magro? Sebbene non sia un formaggio vero e proprio ma un latticino, in pole position la ricotta di mucca, poi il cottage, che chiamiamo fiocchi di latte e il quark, lo spalmabile. La mozzarella è magra se light, altrimenti appartiene ai formaggi grassi: la sua sostanza grassa sul secco è superiore al 42%, mentre sul peso totale è circa del 20%. Non molti sanno, infatti, che i formaggi si suddividono in leggeri (grassi inferiori al 20%), magri (grassi da 20 e 35%), semigrassi (grassi tra il 35% e il 42%) e grassi (grassi superiori al 42%) in virtù del contenuto di grasso sulla sostanza secca. Controllate sempre i grassi in percentuale sul totale.
Quanto formaggio mangiare? Secondo le linee guida per la sana alimentazione Crea, il consumo ideale è di due o tre porzioni di formaggio a settimana, 100 grammi di formaggio fresco e 50 grammi di quello stagionato.
«Il nostro Montebore. Una “torta” inventata dai monaci trappisti»
Il formaggio Montebore, presidio Slow Food dal 2001 al 2023, è un formaggio piemontese Pat a forma di torta nuziale tipico dei Colli Tortonesi che dopo lo spopolamento montano post boom economico e l’avvento della produzione industriale su quella artigianale ha rischiato l’estinzione. Il Caseificio Terre del Giarolo è un suo strenue divulgatore, oltre che produttore. Sempre ai fini di non far sparire la cultura valligiana della caseificazione e sostenere i pastori locali, il caseificio ha lanciato la formula «Adotta una pecora», con la quale il cliente versa una somma che viene restituita in prodotti del caseificio e vino locale. Abbiamo intervistato Matteo Grattone del Caseificio Terre del Barolo che, tra altro, produce anche il Montebore.
Matteo, ci racconta che cos’è il Montebore?
«È un formaggio storico, tipico dei Colli Tortonesi. Il primo scritto che parla di queste forme impilate una sull’altra risale circa al 1100. L’invenzione è attribuita ai monaci trappisti benedettini. Il formaggio è citato anche all’interno del banchetto nuziale tra Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza che si tenne a metà del 1400, il cui cerimoniere fu Leonardo da Vinci che presentò questo formaggio a forma di torta che celebrava il matrimonio».
Questa notizia del Montebore come torta di formaggio o meglio formaggio a forma di torta per il matrimonio di Isabella d’Aragona che poi sarebbe stata ritratta da Leonardo come Monna Lisa è tratta dal libro Wer Ist Mona Lisa della storica e biologa tedesca Maike Vogt-Luerssen, giusto?
«Sì».
Come si ottiene la forma a torta e quale è la composizione del Montebore?
«Il Montebore nasce come un formaggio contadino, inizialmente non c’era una vera e propria ricetta scritta, si usavano i latti che si avevano dagli animali che si allevavano. La costante che si è tramandata nel tempo è stata questa composizione a forma di torta ottenuta con l’assemblaggio di dischetti di diametro decrescente uno sull’altro. Si dice anche che la forma sia dovuta alla Torre del Castello di Montebore che è il paesino in provincia di Alessandria tra Val di Grue, la Val Curone e la Val Borbera che ha dato nome a questo formaggio. Nel 1999 è stata tramandata l’ultima ricetta e si è scritto un disciplinare, nel 2001 è diventato un presidio Slow Food e da lì si sono dettate delle regole per la sua produzione. La produzione del Montebore prevede l’utilizzo di più latti: latte vaccino e ovino, principalmente, se disponibile anche una piccola percentuale di caprino. Si mischiano i latti freschi, a crudo, più o meno con le percentuali di 2/3 di latte vaccino, 1/3 latte di pecora e non più del 5% di capra se disponibile, si cagliano tutti insieme e poi si estrae la cagliata in fuscelle del diametro differente che riposano, separate, una notte, vengono salate a mano e poi il giorno dopo vengono assemblate come da tradizione una sull’altra. Semplicemente impilando i dischetti uno sull’altro e poi asciugando e stagionando le fuscelle si uniscono e formano un unico formaggio».
Questa forma particolare poi si ripercuote anche sul morso: qual è il gusto del Montebore?
«Sicuramente è una forma che influisce tantissimo sulla stagionatura del prodotto. Ed è anche interessante capire come è stata tramandata questa forma, nonostante fosse molto scomoda per la produzione del formaggio, poiché queste torte di formaggio non sono capovolgibili, rimangono sempre adagiate sulla stessa superficie. Vanno girate più e più volte in maniera oraria o antioraria: la forma va ruotata, ma mai capovolta. Questa forma attribuisce al formaggio un sapore molto particolare. Infatti, miscelando gli stessi latti con la stessa ricetta e facendo una forma classica, come la toma piemontese, il prodotto cambia completamente. Il formaggio rimane delicato per il primo mese, mese e mezzo di stagionatura. Dopo, la percentuale di pecora, la più grassa dei tre latti, attribuisce al formaggio gusti più intensi, associati anche agli animali: un formaggio più burroso, più saporito, più salato, con sentori di di stalla, molto delicati».
La crosta è edibile?
«La crosta è completamente edibile. Nelle celle del nostro caseificio cerchiamo di simulare la stagionatura nelle grotte, quindi di tramandare le famiglie di muffe nobili dai formaggi più stagionati a quelli più giovani, una muffettatura naturale che però in questo caso avviene in un ambiente igienicamente perfetto e pulito».
Offrite quattro stagionature: il freschissimo, il fresco, lo stagionato e il vintage.
«Noi partiamo con assaggio e vendita dai 20-30 giorni, ma stiamo sperimentando molto sulla stagionatura lunga del formaggio Montebore. È molto difficile poiché la forma non permette di lasciare il formaggio a riposo tanto tempo, ma ci sta dando molta soddisfazione. Il formaggio dopo i tre mesi, così come dopo i sei mesi, cambia completamente sfaccettatura e sapore in bocca: stiamo arrivando anche fino all’anno di stagionatura, una selezione di super stagionati, i super vintage che oltrepassano il limite di stagionatura del formaggio Montebore».
Oltre che venendo al vostro caseificio in Frazione Ponte del Molino, 5, Fabbrica Curone in provincia di Alessandria, come si può acquistare il vostro Montebore? Online?
«Si può chiamare in caseificio, spediamo in tutt’Italia, poi collaboriamo con delle piccole botteghe gastronomie e negozi in tutta Italia, all’interno del nostro sito si possono trovare i vari punti vendita».
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Anzi sono molti di più, tra Dop, Igp, Pat e senza denominazioni d’origine. E in cucina non si utilizzano solo come «fine pasto». Magri o grassi, mangiati due-tre volte a settimana fanno pure bene all’umore.Matteo Grattone, produttore del formaggio Montebore: «La sua forma a torre gli dà un sapore speciale. Per farlo mischiamo insieme latte di mucca, pecora e capra».Lo speciale contiene due articoli.Non crediamo di sbagliare nel prevedere che l’importanza dei formaggi italiani aumenterà sempre di più, sia nello Stivale, sia fuori d’esso. Il formaggio è stato a lungo considerato, con uno snobismo che disapproviamo, cibo da contadini, testimonianza ne era il famoso proverbio «al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere» che, coniato dal punto di vista del nobile che sbocconcellava ma certamente non caseificava formaggio, testimoniava l’attrazione del ricco per ciò che per la sua classe era un vezzo caseario tra tanti, ma per il contadino era l’abituale e talvolta unica fonte di cibi derivati da proteine animali, essendo le carni assai rare per il popolo durante l’anno. Poi, il formaggio si è man mano lasciato alle spalle questa classista etichetta di cibo «povero» e ha visto riconosciuto il suo grandissimo, enorme valore. Oggi, il formaggio non solo si bea della sua tutta meritata considerazione di alimento di serie A: la messa in discussione della carne, totale per i vegetariani, parziale per chi vuol seguire una dieta mediterranea vera, porta ulteriormente in auge il nostro «balzo del latte verso l’immortalità», come definì il formaggio l’intellettuale americano Clifton Paul Fadiman. Il cacio, questo un nome più antico del formaggio, dal latino caseus, che si ritrova in tanti detti come essere alto quanto un soldo di cacio, essere pane e cacio con qualcuno o star bene come il cacio sui maccheroni, acquisirà ulteriore centralità. Non più fine pasto, non più grattugiato e basta sulla pasta, il formaggio finalmente svela di essere un universo, complesso e appassionante. Su Wikipedia sono elencati oltre 1.400 tipi di formaggi italiani, ma sono ancora di più. Le nostre denominazioni sono molte, tra i Dop abbiamo Asiago, Bitto, Caciocavallo Silano, Casciotta d’Urbino, Fontina, Gorgonzola, Grana Padano, Mozzarella di Bufala Campana, Parmigiano Reggiano, Pecorino Romano, Provolone Valpadana, Quartirolo Lombardo, Salva Cremasco, Stelvio, Strachitunt, Taleggio, Valtellina Casera, Igp sono il Canestrato di Moliterno e la Burrata di Andria, Stg la Mozzarella Tradizionale, Pat il friulano Latteria e il piemontese Montebore, l’emiliano-romagnolo Robiola, il lombardo Bagòss che è anche Presidio Slow Food. E poi un paniere di formaggi senza denominazione di origine protetta, ma parimenti squisiti e rappresentativi del nostro territorio. Totò avrebbe detto «scusate se è poco». Un patrimonio innanzitutto culturale che va difeso anche attraverso la diffusione della sua storia, della sua geografia, della sua chimica e della sua, in una parola, realtà. Fipe-Confcommercio (Federazione italiana pubblici esercizi) e Afidop hanno messo a punto le linee guida per la valorizzazione dei Formaggi Dop e Igp nei menu della ristorazione. Presentate ufficialmente a Cibus 2024 col ministro Lollobrigida, sono un vademecum divulgativo dei nostri formaggi Dop e Igp suggerito da chi li crea e tutela all’avamposto offerente che è il ristorante. Divulgazione utile a conoscere meglio le nostre eccellenze casearie, ma anche a contrastare la contraffazione di cui esse sono, purtroppo, vittime all’estero e a garantire al turista straniero in Italia che ciò che ordinerà è il vero formaggio italiano. Le linee guida spiegano quale è la corretta dicitura sul menù, per esempio Asiago Dop Fresco e Asiago Dop Stagionato: anche la stagionatura del formaggio è un’informazione che interessa il cliente, il formaggio, come anche l’olio, può giovarsi di una fruizione più articolata finora riservata solo a vini e superalcolici. Consigliato anche evitare l’uso di nomi diversi da quello originale: no ad Asiago nero, Asiago dolce, Asiago tenero ecc. Nei menu in lingua deve sempre essere indicato come Asiago con l’acronimo Dop declinato nella lingua di riferimento. Le linee guida offrono indicazioni dettagliate anche su conservazione, trattamento e consumo, come pure indicazioni sulle informazioni da inserire per ciò che riguarda le tipologie (ad es. oltre a stagionato, dolce, piccante e così via) o le forme (salame, melone, tronco conica e a fiaschetta per il Provolone Valpadana) o anche altri tipi di indicazioni se rilevanti ai fini della filosofia del ristorante, come se si tratta di formaggio biologico, a caglio vegetale, prodotto della montagna ecc. Presenti anche consigli di servizio, utili anche per il carrello dei formaggi, per far rilucere al meglio le caratteristiche organolettiche dei formaggi: Asiago Dop, Caciocavallo Silano Dop e Montasio Dop - come molti formaggi vanno serviti a temperatura ambiente - vanno tolti dal frigorifero almeno un’ora prima. Il formaggio non è solo un ingrediente, si esprime bene e talvolta al meglio in purezza, magari abbinato a composte o miele. Seguiamo queste indicazioni anche a casa. Sapete che il formaggio fa bene all’umore? Ebbene sì, grazie al suo contenuto in triptofano, amminoacido essenziale alla base del processo di sintesi della serotonina in melatonina che, a sua volta, regola il sonno. Qual è il formaggio più magro? Sebbene non sia un formaggio vero e proprio ma un latticino, in pole position la ricotta di mucca, poi il cottage, che chiamiamo fiocchi di latte e il quark, lo spalmabile. La mozzarella è magra se light, altrimenti appartiene ai formaggi grassi: la sua sostanza grassa sul secco è superiore al 42%, mentre sul peso totale è circa del 20%. Non molti sanno, infatti, che i formaggi si suddividono in leggeri (grassi inferiori al 20%), magri (grassi da 20 e 35%), semigrassi (grassi tra il 35% e il 42%) e grassi (grassi superiori al 42%) in virtù del contenuto di grasso sulla sostanza secca. Controllate sempre i grassi in percentuale sul totale. Quanto formaggio mangiare? Secondo le linee guida per la sana alimentazione Crea, il consumo ideale è di due o tre porzioni di formaggio a settimana, 100 grammi di formaggio fresco e 50 grammi di quello stagionato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-gode-suoi-mille-formaggi-2668439367.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nostro-montebore-una-torta-inventata-dai-monaci-trappisti" data-post-id="2668439367" data-published-at="1717342986" data-use-pagination="False"> «Il nostro Montebore. Una “torta” inventata dai monaci trappisti» Il formaggio Montebore, presidio Slow Food dal 2001 al 2023, è un formaggio piemontese Pat a forma di torta nuziale tipico dei Colli Tortonesi che dopo lo spopolamento montano post boom economico e l’avvento della produzione industriale su quella artigianale ha rischiato l’estinzione. Il Caseificio Terre del Giarolo è un suo strenue divulgatore, oltre che produttore. Sempre ai fini di non far sparire la cultura valligiana della caseificazione e sostenere i pastori locali, il caseificio ha lanciato la formula «Adotta una pecora», con la quale il cliente versa una somma che viene restituita in prodotti del caseificio e vino locale. Abbiamo intervistato Matteo Grattone del Caseificio Terre del Barolo che, tra altro, produce anche il Montebore. Matteo, ci racconta che cos’è il Montebore? «È un formaggio storico, tipico dei Colli Tortonesi. Il primo scritto che parla di queste forme impilate una sull’altra risale circa al 1100. L’invenzione è attribuita ai monaci trappisti benedettini. Il formaggio è citato anche all’interno del banchetto nuziale tra Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza che si tenne a metà del 1400, il cui cerimoniere fu Leonardo da Vinci che presentò questo formaggio a forma di torta che celebrava il matrimonio». Questa notizia del Montebore come torta di formaggio o meglio formaggio a forma di torta per il matrimonio di Isabella d’Aragona che poi sarebbe stata ritratta da Leonardo come Monna Lisa è tratta dal libro Wer Ist Mona Lisa della storica e biologa tedesca Maike Vogt-Luerssen, giusto? «Sì». Come si ottiene la forma a torta e quale è la composizione del Montebore? «Il Montebore nasce come un formaggio contadino, inizialmente non c’era una vera e propria ricetta scritta, si usavano i latti che si avevano dagli animali che si allevavano. La costante che si è tramandata nel tempo è stata questa composizione a forma di torta ottenuta con l’assemblaggio di dischetti di diametro decrescente uno sull’altro. Si dice anche che la forma sia dovuta alla Torre del Castello di Montebore che è il paesino in provincia di Alessandria tra Val di Grue, la Val Curone e la Val Borbera che ha dato nome a questo formaggio. Nel 1999 è stata tramandata l’ultima ricetta e si è scritto un disciplinare, nel 2001 è diventato un presidio Slow Food e da lì si sono dettate delle regole per la sua produzione. La produzione del Montebore prevede l’utilizzo di più latti: latte vaccino e ovino, principalmente, se disponibile anche una piccola percentuale di caprino. Si mischiano i latti freschi, a crudo, più o meno con le percentuali di 2/3 di latte vaccino, 1/3 latte di pecora e non più del 5% di capra se disponibile, si cagliano tutti insieme e poi si estrae la cagliata in fuscelle del diametro differente che riposano, separate, una notte, vengono salate a mano e poi il giorno dopo vengono assemblate come da tradizione una sull’altra. Semplicemente impilando i dischetti uno sull’altro e poi asciugando e stagionando le fuscelle si uniscono e formano un unico formaggio». Questa forma particolare poi si ripercuote anche sul morso: qual è il gusto del Montebore? «Sicuramente è una forma che influisce tantissimo sulla stagionatura del prodotto. Ed è anche interessante capire come è stata tramandata questa forma, nonostante fosse molto scomoda per la produzione del formaggio, poiché queste torte di formaggio non sono capovolgibili, rimangono sempre adagiate sulla stessa superficie. Vanno girate più e più volte in maniera oraria o antioraria: la forma va ruotata, ma mai capovolta. Questa forma attribuisce al formaggio un sapore molto particolare. Infatti, miscelando gli stessi latti con la stessa ricetta e facendo una forma classica, come la toma piemontese, il prodotto cambia completamente. Il formaggio rimane delicato per il primo mese, mese e mezzo di stagionatura. Dopo, la percentuale di pecora, la più grassa dei tre latti, attribuisce al formaggio gusti più intensi, associati anche agli animali: un formaggio più burroso, più saporito, più salato, con sentori di di stalla, molto delicati». La crosta è edibile? «La crosta è completamente edibile. Nelle celle del nostro caseificio cerchiamo di simulare la stagionatura nelle grotte, quindi di tramandare le famiglie di muffe nobili dai formaggi più stagionati a quelli più giovani, una muffettatura naturale che però in questo caso avviene in un ambiente igienicamente perfetto e pulito». Offrite quattro stagionature: il freschissimo, il fresco, lo stagionato e il vintage. «Noi partiamo con assaggio e vendita dai 20-30 giorni, ma stiamo sperimentando molto sulla stagionatura lunga del formaggio Montebore. È molto difficile poiché la forma non permette di lasciare il formaggio a riposo tanto tempo, ma ci sta dando molta soddisfazione. Il formaggio dopo i tre mesi, così come dopo i sei mesi, cambia completamente sfaccettatura e sapore in bocca: stiamo arrivando anche fino all’anno di stagionatura, una selezione di super stagionati, i super vintage che oltrepassano il limite di stagionatura del formaggio Montebore». Oltre che venendo al vostro caseificio in Frazione Ponte del Molino, 5, Fabbrica Curone in provincia di Alessandria, come si può acquistare il vostro Montebore? Online? «Si può chiamare in caseificio, spediamo in tutt’Italia, poi collaboriamo con delle piccole botteghe gastronomie e negozi in tutta Italia, all’interno del nostro sito si possono trovare i vari punti vendita».
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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