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2024-10-03
Israele regge all’attacco massiccio. E adesso minaccia di colpire l’Iran
Getty images
«Debellato e inefficace». Così gli Stati Uniti, per voce del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, hanno catalogato il massiccio attacco missilistico effettuato martedì dall’Iran su Israele.
Dalle informazioni e dai comunicati ufficiali diffusi dall’esercito israeliano è ancora difficile chiarire e capire quante e quali strutture siano state colpite e danneggiate, ma quel che è certo è che la proporzione dell’offensiva iraniana, ben maggiore a quella dello scorso aprile, ha messo a dura prova il sistema di difesa aerea israeliano che ha comunque retto ed evitato conseguenze peggiori. Tra le basi aeree colpite, al momento, risulterebbero soltanto quelle di Tel Nof e Nevatim. Su Hatzerim, la base dell’aeronautica militare israeliana che si trova a Nord del deserto del Negev, invece, non ci sono conferme, anche se da Teheran sostengono di averla colpita. Anche il quartier generale del Mossad, nell’area di Glilot a Tel Aviv, è stato coinvolto nell’attacco, con un cratere visibile nel parcheggio della struttura provocato da un razzo a medio raggio Fadi-4 lanciato da Hezbollah. Tra gli obiettivi chiave raggiunti ci sarebbero anche la base aerea di Ein Shemer, nei pressi di Hadera, e l’Unità 8200 a Tel Aviv, importante struttura di cyberwarfare e intelligence dei segnali di Israele.
La versione dell’Idf racconta di «alcune basi militari colpite», senza specificare né quali né il numero, e di «danni a edifici adibiti a uffici e altre aree di manutenzione che non incidono sul funzionamento dei caccia dell’aeronautica». Questo per dimostrare che l’impatto dei missili iraniani caduti nelle basi aeree è stato inefficace e non ha ridotto la capacità aerea israeliana. Fare un bilancio dell’attacco operato dai pasdaran, dunque, è ancora complicato, ma ieri è stato confermato il numero di 200 missili, quasi tutti balistici, lanciati dalle basi militari iraniane (oltre gli altri 1.800 lanciati da Hezbollah) che hanno impiegato più o meno venti minuti a raggiungere il territorio dello Stato ebraico. È qui che è entrato in gioco il complesso, quanto sofisticato, sistema di difesa aerea israeliano, basato su tre livelli coordinati l’uno con l’altro: il primo è l’Iron Dome che è servito per intercettare i razzi a corto raggio lanciati dagli Hezbollah dal Libano; poi ci sono il David’s Sling e gli Arrow-2 e Arrow-3 che sono intervenuti per neutralizzare i missili balistici a corto, medio e lungo raggio.
La vera novità rispetto all’attacco che l’Iran fece ad aprile sono proprio i missili balistici in grande quantità. La contraerea israeliana ha funzionato intercettandone circa l’80%, ma può andare incontro a problemi di saturazione, oltre che di costi - un singolo intercettore Arrow 3 drena tra i cinque e i sette milioni di dollari - in relazione al numero di missili da neutralizzare. Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, ci spiega: «Ad aprile si trattò di un attacco diciamo telefonato, fatto in gran parte con missili da crociera o droni che hanno sì grande velocità, ma possono essere intercettati molto prima. Stavolta, dal momento in cui sono filtrate le prime voci dell’attacco è trascorsa un’ora e i missili erano già partiti» sottolinea il direttore di Rid. «Attacco inefficace? Dipende da quali erano gli obiettivi dell’Iran. Con i dati a nostra disposizione non pare ci siano grandi danni, però il punto è che ci sono stati diversi strike, tra i 20 e i 40, ovvero punti in cui la difesa è stata bucata. E non sono pochi. Chi dice che domani non possano colpire strutture vitali per le basi o gli aerei?».
Nel frattempo, mentre in Libano si è verificato il primo scontro diretto sul terreno tra gli Hezbollah e le truppe dell’Idf a Odaisseh, e in Siria si parla di un sospetto raid israeliano che ha provocato due morti, in queste ore si prova a scongiurare una ulteriore escalation tra Tel Aviv e Teheran. Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzi Halevi, ha annunciato che lo Stato ebraico reagirà presto: «L’esercito ha la capacità di raggiungere e colpire qualsiasi punto del Medio Oriente. I nemici che non lo hanno capito finora, lo capiranno presto».
Dal canto suo l’Iran ha dichiarato la propria azione conclusa, giustificando la risposta alle recenti uccisioni dei capi di Hamas ed Hezbollah, Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del comandante della forza Quds, Abbas Nilforoushan, come «esercizio di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Tuttavia, da Teheran è arrivato l’ennesimo avvertimento: «Non abbiamo distrutto Tel Aviv e Haifa durante i nostri attacchi missilistici, ma se il regime israeliano commette un errore, potremmo cambiare idea e ridurre Tel Aviv in cenere in una notte». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha rincarato la dose, chiamando in causa anche l’Occidente: «Se Israele reagirà, la nostra risposta sarà più forte e più potente. I sostenitori di Israele hanno ora una maggiore responsabilità di tenere a freno i guerrafondai a Tel Aviv invece di farsi coinvolgere nella loro follia».
In tutta risposta, il presidente americano Joe Biden ha definito l’atteggiamento dell’Iran «fuori rotta» e ha annunciato presto nuove sanzioni per Teheran, ma ha anche ammonito l’alleato dichiarandosi contrario a un eventuale attacco israeliano a strutture nucleari iraniane, spiegando che «Israele ha il diritto di rispondere all’attacco missilistico di martedì, ma che dovrebbe farlo in modo proporzionale». Ieri si è tenuto il Consiglio di sicurezza presso le Nazioni unite, dove è stato chiesto a gran voce un immediato cessate il fuoco. L’ambasciatore israeliano, Danny Danon, ha però detto che le richieste quotidiane di de escalation non fanno altro che aiutare l’Iran. A innalzare un livello di tensione già alle stelle tra Tel Aviv e il Palazzo di vetro sono anche le ultime affermazioni di Antonio Guterres, dichiarato dal ministro degli Esteri israeliano «persona non gradita». Il segretario generale dell’Onu non aveva in primis condannato l’attacco iraniano, salvo poi rimediare dicendo di «condannare nuovamente e fermamente l’azione di Teheran, come avrebbe dovuto essere ovvio».
Dietro le vendette e i proclami la Repubblica islamica è spaccata
Torna a parlare Ali Khamenei, nel suo primo discorso pubblico dopo l'attacco missilistico di Teheran contro Israele: «La base dei problemi della regione è la presenza di forze come gli Usa e alcuni Paesi europei che in modo falso sostengono di difendere pace e tranquillità», ha affermato. Ma dopo 48 ore dal fallito attacco, che non ha provocato vittime o feriti, emerge ancora una volta come l’Iran non sia riuscito a coinvolgere nessun Paese arabo nella sua guerra a Israele e ora attende in totale solitudine la reazione israeliana, che certamente toccherà gli interessi petroliferi del regime, che con i proventi della vendita degli idrocarburi finanzia il terrorismo internazionale e tutte le milizie associate a Teheran.
Secondo il politologo americano Edward Luttwak, «questa guerra può finire in pochi giorni perché basta colpire i pozzi petroliferi e i depositi di stoccaggio iraniani per interrompere il flusso di denaro che mantiene il suo esercito, quello di Hezbollah, degli Huthi che girano in ciabatte, quello che resta di Hamas, le milizie siro-irachene e di tutti coloro che vogliono distruggere Israele. Se all’Iran togli i soldi nessuno combatterà per loro quindi non ci saranno più armi, niente più droni e missili da lanciare». Sempre a proposito dell’isolamento iraniano, va registrato l’assordante silenzio dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo così come la dichiarazione ad Al-Jazeera di Mohammad Momani, portavoce del governo della Giordania: «Il governo della Giordania non permetterà che il Paese diventi un campo di battaglia». Mentre a Teheran si preparano all’attacco israeliano, il New York Times scrive che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sarebbe stato avvisato dell’attacco contro Israele «solo poco prima che iniziasse e ciò dimostra che il regime iraniano era diviso sull’operazione e ora probabilmente aumenteranno le divisioni nel governo».
Il quotidiano, citando sempre fonti israeliane, ha confermato che l’attacco è stato eseguito dall’aeronautica dei Guardiani della rivoluzione che rispondono direttamente agli ordini alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e che non è stata un’operazione dell’esercito regolare. «La capacità di Israele di anticipare l’attacco iraniano e di indicare l’ora precisa dell’attacco, e il fatto che si sia trattato di un’operazione dei Guardiani della rivoluzione, dimostra quanto profondamente il Mossad, le unità cyber di Israele, l’Unità 8200 e l’aeronautica militare israeliana siano penetrati nel regime iraniano. Ciò significa che nessun leader iraniano può fidarsi più dell’altro», ha aggiunto il Nyt.
Ieri Masoud Pezeshkian, a sua volta fervente antisemita, prima ha accusato Israele «di aver spinto Teheran a reagire», poi ha promesso una risposta più forte in caso di rappresaglia di Israele, ma ha affermato che «l’Iran non cerca la guerra con Israele». Successivamente, ha provato a mostrare i muscoli nonostante sia stato messo fuorigioco da Ali Khamenei e all’agenzia Irna ha affermato: «Non stiamo scherzando con nessuno e se questo regime (Israele ndr) vuole commettere un errore, riceverà una risposta molto più schiacciante. L’orgogliosa operazione delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran ha dimostrato ancora una volta che la presunta cupola di ferro (L’Iron Dome) dei sionisti è più fragile del vetro». Mentre pronunciava queste parole, Pezeshkian mostrava un linguaggio del corpo che è molto ben rappresentato in un aforisma persiano: «Il bugiardo ha poca memoria».
In serata, inoltre, l’agenzia di stampa Tasnim, vicino alle Guardie della Rivoluzione, ha scritto che «per punire Israele, l’Iran ha sviluppato e completato una tecnologia di armamento non dichiarata, che fornisce al Paese un vantaggio contro il regime. Quindi, se i sionisti faranno una qualsiasi mossa contro l’Iran, si troveranno di fronte a una grande sorpresa».
Ieri, intanto, con una decisione che passerà alla storia, il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «persona non grata», vietandogli l’ingresso nel Paese. Il ministro ha preso questa misura come risposta alla mancata condanna da parte di Guterres dell’attacco iraniano di ieri contro Israele. «Chiunque non riesca a condannare inequivocabilmente l’odioso attacco dell’Iran contro Israele non merita di mettere piede sul suolo israeliano», ha affermato Katz. Successivamente Antonio Guterres, rispondendo indirettamente alle accuse di Israele, ha affermato che «l’Iran ha lanciato circa 200 missili balistici verso Israele. Come ho fatto in relazione all’attacco iraniano di aprile, e come avrebbe dovuto essere ovvio ieri nel contesto della condanna che ho espresso, condanno nuovamente e fermamente il massiccio attacco missilistico di ieri di Teheran contro Israele».
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La contraerea ha intercettato quasi tutti i missili, circa 2.000, di cui 200 balistici. Pochi danni, una vittima (palestinese). Lo Stato ebraico promette reazioni. Bombe su Damasco. Hamas rivendica l’attentato a Giaffa.Pezeshkian avvisato all’ultimo dell’azione. La guida suprema: «Usa e Ue il problema».Lo speciale contiene due articoli«Debellato e inefficace». Così gli Stati Uniti, per voce del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, hanno catalogato il massiccio attacco missilistico effettuato martedì dall’Iran su Israele. Dalle informazioni e dai comunicati ufficiali diffusi dall’esercito israeliano è ancora difficile chiarire e capire quante e quali strutture siano state colpite e danneggiate, ma quel che è certo è che la proporzione dell’offensiva iraniana, ben maggiore a quella dello scorso aprile, ha messo a dura prova il sistema di difesa aerea israeliano che ha comunque retto ed evitato conseguenze peggiori. Tra le basi aeree colpite, al momento, risulterebbero soltanto quelle di Tel Nof e Nevatim. Su Hatzerim, la base dell’aeronautica militare israeliana che si trova a Nord del deserto del Negev, invece, non ci sono conferme, anche se da Teheran sostengono di averla colpita. Anche il quartier generale del Mossad, nell’area di Glilot a Tel Aviv, è stato coinvolto nell’attacco, con un cratere visibile nel parcheggio della struttura provocato da un razzo a medio raggio Fadi-4 lanciato da Hezbollah. Tra gli obiettivi chiave raggiunti ci sarebbero anche la base aerea di Ein Shemer, nei pressi di Hadera, e l’Unità 8200 a Tel Aviv, importante struttura di cyberwarfare e intelligence dei segnali di Israele. La versione dell’Idf racconta di «alcune basi militari colpite», senza specificare né quali né il numero, e di «danni a edifici adibiti a uffici e altre aree di manutenzione che non incidono sul funzionamento dei caccia dell’aeronautica». Questo per dimostrare che l’impatto dei missili iraniani caduti nelle basi aeree è stato inefficace e non ha ridotto la capacità aerea israeliana. Fare un bilancio dell’attacco operato dai pasdaran, dunque, è ancora complicato, ma ieri è stato confermato il numero di 200 missili, quasi tutti balistici, lanciati dalle basi militari iraniane (oltre gli altri 1.800 lanciati da Hezbollah) che hanno impiegato più o meno venti minuti a raggiungere il territorio dello Stato ebraico. È qui che è entrato in gioco il complesso, quanto sofisticato, sistema di difesa aerea israeliano, basato su tre livelli coordinati l’uno con l’altro: il primo è l’Iron Dome che è servito per intercettare i razzi a corto raggio lanciati dagli Hezbollah dal Libano; poi ci sono il David’s Sling e gli Arrow-2 e Arrow-3 che sono intervenuti per neutralizzare i missili balistici a corto, medio e lungo raggio.La vera novità rispetto all’attacco che l’Iran fece ad aprile sono proprio i missili balistici in grande quantità. La contraerea israeliana ha funzionato intercettandone circa l’80%, ma può andare incontro a problemi di saturazione, oltre che di costi - un singolo intercettore Arrow 3 drena tra i cinque e i sette milioni di dollari - in relazione al numero di missili da neutralizzare. Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, ci spiega: «Ad aprile si trattò di un attacco diciamo telefonato, fatto in gran parte con missili da crociera o droni che hanno sì grande velocità, ma possono essere intercettati molto prima. Stavolta, dal momento in cui sono filtrate le prime voci dell’attacco è trascorsa un’ora e i missili erano già partiti» sottolinea il direttore di Rid. «Attacco inefficace? Dipende da quali erano gli obiettivi dell’Iran. Con i dati a nostra disposizione non pare ci siano grandi danni, però il punto è che ci sono stati diversi strike, tra i 20 e i 40, ovvero punti in cui la difesa è stata bucata. E non sono pochi. Chi dice che domani non possano colpire strutture vitali per le basi o gli aerei?».Nel frattempo, mentre in Libano si è verificato il primo scontro diretto sul terreno tra gli Hezbollah e le truppe dell’Idf a Odaisseh, e in Siria si parla di un sospetto raid israeliano che ha provocato due morti, in queste ore si prova a scongiurare una ulteriore escalation tra Tel Aviv e Teheran. Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzi Halevi, ha annunciato che lo Stato ebraico reagirà presto: «L’esercito ha la capacità di raggiungere e colpire qualsiasi punto del Medio Oriente. I nemici che non lo hanno capito finora, lo capiranno presto». Dal canto suo l’Iran ha dichiarato la propria azione conclusa, giustificando la risposta alle recenti uccisioni dei capi di Hamas ed Hezbollah, Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del comandante della forza Quds, Abbas Nilforoushan, come «esercizio di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Tuttavia, da Teheran è arrivato l’ennesimo avvertimento: «Non abbiamo distrutto Tel Aviv e Haifa durante i nostri attacchi missilistici, ma se il regime israeliano commette un errore, potremmo cambiare idea e ridurre Tel Aviv in cenere in una notte». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha rincarato la dose, chiamando in causa anche l’Occidente: «Se Israele reagirà, la nostra risposta sarà più forte e più potente. I sostenitori di Israele hanno ora una maggiore responsabilità di tenere a freno i guerrafondai a Tel Aviv invece di farsi coinvolgere nella loro follia». In tutta risposta, il presidente americano Joe Biden ha definito l’atteggiamento dell’Iran «fuori rotta» e ha annunciato presto nuove sanzioni per Teheran, ma ha anche ammonito l’alleato dichiarandosi contrario a un eventuale attacco israeliano a strutture nucleari iraniane, spiegando che «Israele ha il diritto di rispondere all’attacco missilistico di martedì, ma che dovrebbe farlo in modo proporzionale». Ieri si è tenuto il Consiglio di sicurezza presso le Nazioni unite, dove è stato chiesto a gran voce un immediato cessate il fuoco. L’ambasciatore israeliano, Danny Danon, ha però detto che le richieste quotidiane di de escalation non fanno altro che aiutare l’Iran. A innalzare un livello di tensione già alle stelle tra Tel Aviv e il Palazzo di vetro sono anche le ultime affermazioni di Antonio Guterres, dichiarato dal ministro degli Esteri israeliano «persona non gradita». Il segretario generale dell’Onu non aveva in primis condannato l’attacco iraniano, salvo poi rimediare dicendo di «condannare nuovamente e fermamente l’azione di Teheran, come avrebbe dovuto essere ovvio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/israele-regge-allattacco-massiccio-e-adesso-minaccia-di-colpire-liran-2669314906.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dietro-le-vendette-e-i-proclami-la-repubblica-islamica-e-spaccata" data-post-id="2669314906" data-published-at="1727898901" data-use-pagination="False"> Dietro le vendette e i proclami la Repubblica islamica è spaccata Torna a parlare Ali Khamenei, nel suo primo discorso pubblico dopo l'attacco missilistico di Teheran contro Israele: «La base dei problemi della regione è la presenza di forze come gli Usa e alcuni Paesi europei che in modo falso sostengono di difendere pace e tranquillità», ha affermato. Ma dopo 48 ore dal fallito attacco, che non ha provocato vittime o feriti, emerge ancora una volta come l’Iran non sia riuscito a coinvolgere nessun Paese arabo nella sua guerra a Israele e ora attende in totale solitudine la reazione israeliana, che certamente toccherà gli interessi petroliferi del regime, che con i proventi della vendita degli idrocarburi finanzia il terrorismo internazionale e tutte le milizie associate a Teheran. Secondo il politologo americano Edward Luttwak, «questa guerra può finire in pochi giorni perché basta colpire i pozzi petroliferi e i depositi di stoccaggio iraniani per interrompere il flusso di denaro che mantiene il suo esercito, quello di Hezbollah, degli Huthi che girano in ciabatte, quello che resta di Hamas, le milizie siro-irachene e di tutti coloro che vogliono distruggere Israele. Se all’Iran togli i soldi nessuno combatterà per loro quindi non ci saranno più armi, niente più droni e missili da lanciare». Sempre a proposito dell’isolamento iraniano, va registrato l’assordante silenzio dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo così come la dichiarazione ad Al-Jazeera di Mohammad Momani, portavoce del governo della Giordania: «Il governo della Giordania non permetterà che il Paese diventi un campo di battaglia». Mentre a Teheran si preparano all’attacco israeliano, il New York Times scrive che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sarebbe stato avvisato dell’attacco contro Israele «solo poco prima che iniziasse e ciò dimostra che il regime iraniano era diviso sull’operazione e ora probabilmente aumenteranno le divisioni nel governo». Il quotidiano, citando sempre fonti israeliane, ha confermato che l’attacco è stato eseguito dall’aeronautica dei Guardiani della rivoluzione che rispondono direttamente agli ordini alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e che non è stata un’operazione dell’esercito regolare. «La capacità di Israele di anticipare l’attacco iraniano e di indicare l’ora precisa dell’attacco, e il fatto che si sia trattato di un’operazione dei Guardiani della rivoluzione, dimostra quanto profondamente il Mossad, le unità cyber di Israele, l’Unità 8200 e l’aeronautica militare israeliana siano penetrati nel regime iraniano. Ciò significa che nessun leader iraniano può fidarsi più dell’altro», ha aggiunto il Nyt. Ieri Masoud Pezeshkian, a sua volta fervente antisemita, prima ha accusato Israele «di aver spinto Teheran a reagire», poi ha promesso una risposta più forte in caso di rappresaglia di Israele, ma ha affermato che «l’Iran non cerca la guerra con Israele». Successivamente, ha provato a mostrare i muscoli nonostante sia stato messo fuorigioco da Ali Khamenei e all’agenzia Irna ha affermato: «Non stiamo scherzando con nessuno e se questo regime (Israele ndr) vuole commettere un errore, riceverà una risposta molto più schiacciante. L’orgogliosa operazione delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran ha dimostrato ancora una volta che la presunta cupola di ferro (L’Iron Dome) dei sionisti è più fragile del vetro». Mentre pronunciava queste parole, Pezeshkian mostrava un linguaggio del corpo che è molto ben rappresentato in un aforisma persiano: «Il bugiardo ha poca memoria». In serata, inoltre, l’agenzia di stampa Tasnim, vicino alle Guardie della Rivoluzione, ha scritto che «per punire Israele, l’Iran ha sviluppato e completato una tecnologia di armamento non dichiarata, che fornisce al Paese un vantaggio contro il regime. Quindi, se i sionisti faranno una qualsiasi mossa contro l’Iran, si troveranno di fronte a una grande sorpresa». Ieri, intanto, con una decisione che passerà alla storia, il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «persona non grata», vietandogli l’ingresso nel Paese. Il ministro ha preso questa misura come risposta alla mancata condanna da parte di Guterres dell’attacco iraniano di ieri contro Israele. «Chiunque non riesca a condannare inequivocabilmente l’odioso attacco dell’Iran contro Israele non merita di mettere piede sul suolo israeliano», ha affermato Katz. Successivamente Antonio Guterres, rispondendo indirettamente alle accuse di Israele, ha affermato che «l’Iran ha lanciato circa 200 missili balistici verso Israele. Come ho fatto in relazione all’attacco iraniano di aprile, e come avrebbe dovuto essere ovvio ieri nel contesto della condanna che ho espresso, condanno nuovamente e fermamente il massiccio attacco missilistico di ieri di Teheran contro Israele».
Donald Trump (Ansa)
Ci eravamo sentiti dire che gli Stati Uniti, dopo le numerose e destabilizzanti operazioni in Medio Oriente, spesso dai risultati ambigui, avrebbero scelto di chiudere il Novecento e di muoversi in un’ottica multipolare senza rinunciare al proprio ruolo di preminenza. Qualcosa è intervenuto e ha portato gli Usa, dopo due operazioni rapide e di successo, a tornare al vecchio interventismo dal quale ora non si sa con chiarezza come uscire. Ma questo non può essere letto come semplice avventurismo né tantomeno con le vecchie categorie del «caos trumpiano» o con i patetici semplicismi del «matto che va fermato».
Per comprendere il quadro nel suo insieme, almeno per quanto riguarda il suo significato di massima, occorre considerare la strategia comunicativa di Donald Trump come indice della più grande operazione di disintermediazione della storia moderna, un’operazione che può essere letta come una vera e propria inversione della distinzione straussiana tra esoterico ed essoterico, operazione con la quale Trump rende pubblico il messaggio destinato agli interlocutori apicali e lascia le masse davanti a un testo che non possono decifrare, disinteressandosi della narrazione mediatica e anzi massimizzando l’incertezza e lo spaesamento prodotti. La dichiarazione sulla «imminente fine della civiltà» rimarrà nella storia delle forme di comunicazione politica ma non tanto per brutalità o scarsa cautela bensì perché, probabilmente per la prima volta nel mondo moderno, i messaggi e i toni che da sempre nella storia erano riservati alle stanze segrete delle trattative tra i capi dei Paesi in conflitto sono stati resi pubblici e utilizzati essi stessi come armi.
Secondo lo schema formale moderno, accettato implicitamente da tutti, il sovrano o il capo di Stato adoperava particolare attenzione nel costruire narrazioni che producessero consenso di massa così da risultare non solo «vincente» agli occhi del popolo ma soprattutto «giusto», «legittimo« e «animato da senso di responsabilità». Ma nelle segrete stanze tale esigenza veniva a mancare ed era lì che emergevano le mosse strategiche che dell’esigenza narrativa non avevano alcun bisogno. Tutto il Novecento si è giocato su questo tipo di rapporti tra Usa e Urss, fintamente minacciosi o fintamente amichevoli, salvo poi basarsi su narrazioni e retoriche del tutto differenti per ciò che concerneva il rapporto con i media e con il pubblico.
In questi giorni abbiamo, invece, assistito a una sorta di «inversione trumpiana» nell’ambito delle strategie comunicative, un’inversione per la quale le masse non sono più l’elemento da guidare, motivare e acquietare ma diventano semplici spettatrici di un linguaggio che non capiscono. E non stupisce affatto che le stesse élite che per vent’anni hanno teorizzato la preminenza delle narrazioni sulla realtà, secondo la lezione del post-strutturalismo, le stesse che conferivano il Nobel per la pace a Barack Obama mentre bombardava Libia e Siria, oggi si scandalizzino perché Trump non parla «in modo lineare». Il motivo della scelta di Trump non è soltanto dettato da una diversa concezione del negoziato e del suo uso strategico ma rappresenta altresì la risposta spiazzante nei confronti di un mondo dei media a lui quasi interamente ostile e nei confronti del quale si sarebbe trovato costantemente nel ruolo dell’inseguitore.
La tecnica del flooding - cioè il saturare i canali mediatici attraverso un sovraccarico di notizie - l’imprevedibilità dei tempi e soprattutto l’uso funzionale della contraddizione, hanno il preciso fine di rendere irrilevante l’intermediazione mediatica e di mantenere sempre il controllo della cornice narrativa. Ciò naturalmente a scapito del controllo dell’opinione pubblica che viene così relegata ad aspetto secondario da un politico che tale in realtà non è mai stato.
Trump non è affatto un’anomalia populista come i media novecenteschi e i loro lettori scandalizzati cercano di dire ma è il più postmoderno dei postmoderni, talmente fuori dagli schemi da rifarsi oggi più a Cesare Borgia che a Henry Kissinger. Per colmo di paradosso Trump sta facendo con i media globali la stessa cosa che gli iraniani stanno facendo con lui: una guerra talmente asimmetrica da risultare sorprendentemente efficace ma tra i tanti errori strategici che gli Usa stanno commettendo si farebbe un grave errore ad annoverare anche la comunicazione di Donald.
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Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance parla ai giornalisti n un discorso televisivo prima di lasciare Islamabad (Ansa)
Prova a prendere slancio l’iniziativa diplomatica americana per porre fine al conflitto iraniano. Ieri, il team negoziale di Washington si è incontrato a Islamabad con quello di Teheran alla presenza di alti funzionari pakistani. In particolare, la squadra americana era composta da JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre quella della Repubblica islamica era capitanata dal presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, nonché dal ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi. Per Islamabad era invece presente il capo delle Forze di difesa pakistane, il generale Asim Munir.
Ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, gli incontri non si erano ancora conclusi. Secondo l’agenzia iraniana (legata ai pasdaran) Tasnim, i colloqui erano tuttavia entrati nella fase tecnica. La stessa testata, nel pomeriggio italiano, riferiva che le discussioni avrebbero potuto protrarsi per un’altra giornata. In questo quadro, Al Jazeera, in serata, riferiva che, nel corso delle prime ore di trattativa, sarebbero stati «compiuti alcuni progressi sulle questioni degli attacchi israeliani in Libano, dello sblocco dei beni di cui l’Iran ha disperatamente bisogno, dello Stretto di Hormuz e di altre cose ancora». Poco dopo, il Financial Times parlava tuttavia di una fase di «stallo» proprio sulla questione di Hormuz: una circostanza, questa, confermata da Tasnim, che ha parlato di un «grave disaccordo» sul tema dello Stretto, accusando inoltre Washington di avanzare delle «richieste eccessive».
«L’alta delegazione iraniana presente in Pakistan tutela con tutto il cuore gli interessi dell’Iran e negozierà con coraggio», ha affermato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Donald Trump, dal canto suo, ha ammesso di «non avere idea» di come si sarebbero conclusi i colloqui, specificando al contempo di voler capire se gli iraniani avrebbero negoziato in buona fede. Come noto, i nodi sul tavolo sono molteplici. Washington vuole che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, limiti il proprio programma missilistico, liberi i cittadini statunitensi detenuti, apra lo Stretto di Hormuz e cessi di finanziare i suoi pericolosi proxy regionali. Il regime khomeinista, dal canto suo, esige che gli Usa sblocchino gli asset iraniani congelati e revochino le sanzioni.
Poco prima che i colloqui iniziassero, una fonte di Teheran aveva affermato che Washington avrebbe acconsentito a scongelare i fondi della Repubblica islamica bloccati in banche estere: una circostanza che, secondo la Cbs, è stata tuttavia smentita poco dopo da un funzionario statunitense. Non solo. Sempre ieri, Axios ha riferito che alcune navi della Marina statunitense, per la prima volta dall’inizio del conflitto, avrebbero attraversato lo Stretto di Hormuz in una mossa non coordinata con l’Iran. «Si è trattato di un’operazione incentrata sulla libertà di navigazione nelle acque internazionali», ha dichiarato a tal proposito un funzionario statunitense.
Nelle stesse ore, Trump, su Truth, sosteneva che le forze americane avevano iniziato le operazioni di sminamento nello Stretto, dichiarando: «Stiamo iniziando il processo di bonifica dello Stretto di Hormuz come favore ai Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e molti altri». Tutto questo, mentre l’Iran ha negato che le navi statunitensi avessero attraversato Hormuz, per poi aggiungere che una di esse sarebbe addirittura tornata indietro dopo una minaccia di attacco da parte della Repubblica islamica. Dal canto suo, Centcom ha tuttavia confermato il passaggio di due cacciatorpediniere statunitensi per condurre attività di sminamento nell’area.
Nel frattempo, temendo di ritrovarsi ulteriormente marginalizzato, Emmanuel Macron ha cercato di acquisire un qualche ruolo nel processo diplomatico mediorientale. Ieri, l’inquilino dell’Eliseo si è infatti sentito sia con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, sia con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Con entrambi, il leader francese ha affermato di auspicare non solo il cessate il fuoco in Libano ma anche il ripristino della libera navigazione a Hormuz. Un tema, quello di Hormuz, di cui Macron ha successivamente parlato anche con Pezeshkian. Al contempo, mentre gli incontri di Islamabad erano in corso, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la campagna contro l’Iran «non è finita», tornando così de facto a mostrare scetticismo per l’approccio diplomatico attualmente promosso dalla Casa Bianca. «Li abbiamo colpiti, ma dobbiamo ancora fare di più», ha proseguito il premier israeliano.
In tutto questo, i colloqui di ieri certificano ulteriormente il crescente peso del Pakistan. È da maggio dell’anno scorso che Islamabad e Washington si sono notevolmente avvicinate. In particolare, Trump sta rafforzando sempre più la sponda con Munir, da lui definito a ottobre il suo «feldmaresciallo preferito». Si tratta di una svolta con cui l’inquilino della Casa Bianca mira a conseguire vari obiettivi. Innanzitutto punta a controbilanciare l’Inda: un Paese con cui gli Stati Uniti, nel 2025, hanno avuto notevoli tensioni commerciali. In secondo luogo, Trump sta cercando di indebolire i rapporti tra Islamabad e Pechino. Infine, ma non meno importante, la Casa Bianca guarda con interesse alle risorse minerarie del Pakistan: un Pakistan che, l’anno scorso, aveva candidato Trump al Nobel per la Pace. Islamabad, dal canto suo, ha interesse sia a ricucire i rapporti con Washington dopo anni difficili sia, più nell’immediato, a sbloccare Hormuz. Il Pakistan importa infatti gran parte del greggio e del gas proprio dal Medio Oriente.
Hezbollah boicotta il vertice con Netanyahu
I colloqui per il cessate il fuoco fra Israele e Libano, che si apriranno martedì a Washington, rischiano di non ottenere nessun risultato concreto. Tel Aviv si è infatti rifiutata di trattare con Hezbollah, il movimento sciita fedele all’Iran che domina il Sud e suoi rappresentanti parlamentari stanno già cercando di boicottare le trattative.
Il Partito di Dio ha pubblicamente dichiarato che continuerà a combattere finché Israele non sarà sconfitto, che nessun accordo preso dal governo del premier Nawaf Salam sarà ritenuto vincolante e che continueranno gli attacchi in tutto il Nord israeliano. Venerdì, alcune decine di sostenitori di Hezbollah, sventolando la bandiera del gruppo e quella dell’Iran, hanno manifestato davanti alla sede del governo per protestare contro l’imminente summit.
Intanto le incursioni israeliane hanno raggiunto dodici diverse località, provocando il crollo di un edificio la morte di tre persone all’interno del distretto di Nabatiyeh. Il ministero della Salute libanese ha dichiarato che gli ultimi raid hanno provocato la morte di dieci persone nel Sud del paese: le vittime dall’inizio della guerra sono 1.940. Lo stesso ministero ha affermato che tra esse figurano un membro della Protezione civile e due paramedici del Comitato sanitario islamico, associazione affiliata a Hezbollah, che Tel Aviv accusa di nascondere nelle ambulanze miliziano armati per facilitarne gli spostamenti.
A Washington, Beirut chiederà il ritiro delle truppe israeliane da tutto il territorio libanese, mentre Israele ha presentato i colloqui come un passo verso la formalizzazione della pace con il Libano, con il quale è tecnicamente in stato di guerra da decenni.
Hassan Fadlallah è il capogruppo dei deputati di Hezbollah nel Parlamento libanese e vanta una lunga esperienza anche come giornalista, avendo diretto al Manar la tv del Partito di Dio. «Rifiutiamo con forza i negoziati che si stanno per aprire tra Israele e Libano», dice alla Verità. «Questa decisione di avviare colloqui diretti rappresenta una palese violazione del Patto nazionale, della Costituzione e delle leggi libanesi. La decisione del governo aumenta le divisioni interne in un momento in cui il Libano ha estremo bisogno di solidarietà e unità interna per affrontare l’aggressione israeliana e preservare la pace civile. Il primo ministro Salam non è riuscito a proteggere il proprio popolo e non ci si può fidare che tuteli la sovranità nazionale».
L’esercito ha messo in guardia contro qualsiasi azione che possa mettere in pericolo la stabilità, affermando che le sue forze interverranno per prevenire qualsiasi danno alla stabilità interna, una chiara minaccia riferita a Hezbollah. Fadlallah ha accusato direttamente il premier: «Salam dovrebbe sapere che ignorare il ruolo della resistenza eroica di Hezbollah esporrà il Libano a rischi irreparabili, la sua stabilità si basa esclusivamente sulla coesione tra il governo e la resistenza».
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Il Parco Serbatoi di San Dorligo della Valle situato nella parte Sud Est della zona industriale di Trieste (foto www.tal-oil.com)
Secondo quanto raccontato dai giornali tedeschi Business Insider e Welt Am Sonntag che hanno rivelato quanto accaduto in territorio friulano e che ha generato parecchi effetti negativi soprattutto in Germania, la causa del blocco sarebbe da attribuire a un attentato alla rete elettrica di una stazione di pompaggio vicino a Terzo di Tolmezzo, in Friuli.
L’ipotesi di un’azione mirata contro l’infrastruttura è però stata smentita ieri da Tal con una nota ufficiale: «In relazione alle informazioni diffuse da alcuni media in Germania», si legge nel comunicato, «Tal conferma che sono destituite di fondamento e ribadisce quanto già comunicato nei giorni scorsi: nel mese di marzo l’oleodotto è stato interessato da un rallentamento tecnico delle attività dovuto a molteplici occorrenze, proprie e di terzi. I media tedeschi si riferiscono al fermo operativo dovuto alla richiesta, rivolta a Tal da Terna il 25 marzo 2026, di scollegare l’impianto di pompaggio di Paluzza dalla linea elettrica, per consentire l’inizio immediato di un intervento di riparazione di un traliccio situato a oltre 12 chilometri dal più vicino impianto Tal. Qualsiasi informazione relativa ad azioni esterne da parte di terzi nei confronti di qualsiasi parte dell’impianto di Tal è non veritiera».
Una precisazione che ha fatto da traino alla conferma di un’azione esterna, non direttamente rivolta all’oleodotto, da parte di Terna, che ha reso noto di aver «subito il danneggiamento di un sostegno in Friuli», avvenuto il 25 marzo scorso e che è stato commesso da ignoti. Il gestore della Rete Elettrica Nazionale ha immediatamente informato le autorità di polizia competenti per gli accertamenti ed ha attivato le procedure per la messa in sicurezza dell'asset e dell’area interessata. Nella nota si sottolinea che il danneggiamento non ha causato danni a persone o cose ma ha comportato esclusivamente la «disalimentazione dell’impianto del cliente At (Alta tensione, ndr) Società Italiana per l’Oleodotto Transalpino Spa Siot nel comune di Paluzza, per la durata delle attività di ripristino». Secondo quanto si è appreso, non si sarebbe trattato di un hackeraggio ma di un danno fisico causato a un traliccio che sorregge i cavi elettrici. È stato dunque necessario staccare la linea per circa un paio di giorni.
La riparazione del sostegno ha richiesto una operazione durata alcuni giorni, e che si è conclusa il 29 marzo. Sull’accaduto sono in corso accertamenti, anche sulla possibile matrice politica e sull’effettiva volontà di fermare l’oleodotto, da parte della direzione distrettuale Antimafia di Trieste. Il bersaglio del sabotaggio, un traliccio dell’alta tensione, è storicamente uno degli obiettivi degli attentati da parte della galassia anarchica, ma secondo un’esclusiva del Tg1, gli investigatori non escludono la pista dei servizi segreti deviati di Paesi stranieri e si ipotizza anche un attacco internazionale su larga scala. Insomma, potremmo essere solo al primo atto.
Ma il fatto che, nel pieno del conflitto in Iran, che ha portato al blocco dello stretto di Hormuz e alla conseguente escalation dei prezzi del petrolio, il sabotaggio abbia fermato il Tal, riporta alla mente anche un attentato ormai lontano nel tempo.
Quello portato a termine nell’agosto del 1972 al terminal Siot di Trieste dall’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero.
Alle 3 e 15 di notte del 4 agosto, un’esplosione colpì il serbatoio più vicino alla città, contenente 31.531 metri cubi di combustibile, ma la cisterna rimase miracolosamente intatta per un errato posizionamento della carica di tritolo.
Le successive esplosioni di altri quattro serbatoi mandarono letteralmente in fumo circa 160.000 tonnellate di petrolio greggio, provocando fiamme alte 150 metri e colonne di fumo alte 6 chilometri.
L’Oleodotto Transalpino, lungo 753 chilometri, quasi tutti sotto terra, attraversa Italia, Austria a Germania, collegando il porto di Trieste con i Länder tedeschi della Baviera e del Baden-Württemberg. Le petroliere approdano ai due pontili del Terminale Marino nel Porto di Trieste, dove il greggio viene scaricato e trasferito al Parco Serbatoi di San Dorligo della Valle. Da lì, l’Oleodotto Transalpino attraversa il Friuli Venezia Giulia, tre regioni dell’Austria (Carinzia, Salisburghese e Tirolo) e la Baviera per giungere al Parco Serbatoi di Lenting nei pressi di Ingolstadt. Due diramazioni verso Est e verso Nord Ovest conducono il greggio verso le raffinerie tedesche.
Nei giorni scorsi, nel Golfo di Trieste, un insolitamente alto numero di petroliere era in attesa di scaricare il greggio. Una circostanza, aveva spiegato il presidente di Siot e general manager di Tal, Alessandro Gorla, collegata a «diversi fattori concomitanti»: innanzitutto la volontà di avere «a disposizione la massima quantità di greggio per garantire approvvigionamento». Inoltre, aveva aggiunto, a marzo c’è stato «un rallentamento tecnico della linea dovuto a molteplici occorrenze, nostre e di terze parti. La situazione tornerà alla normalità in aprile, al termine di interventi manutentivi periodici».
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Lo stretto resta chiuso, export USA in crescita. Prezzi sotto pressione e crisi dell’alluminio. La guerra cambia flussi, regole e equilibri globali.