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2024-10-03
Israele regge all’attacco massiccio. E adesso minaccia di colpire l’Iran
Getty images
«Debellato e inefficace». Così gli Stati Uniti, per voce del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, hanno catalogato il massiccio attacco missilistico effettuato martedì dall’Iran su Israele.
Dalle informazioni e dai comunicati ufficiali diffusi dall’esercito israeliano è ancora difficile chiarire e capire quante e quali strutture siano state colpite e danneggiate, ma quel che è certo è che la proporzione dell’offensiva iraniana, ben maggiore a quella dello scorso aprile, ha messo a dura prova il sistema di difesa aerea israeliano che ha comunque retto ed evitato conseguenze peggiori. Tra le basi aeree colpite, al momento, risulterebbero soltanto quelle di Tel Nof e Nevatim. Su Hatzerim, la base dell’aeronautica militare israeliana che si trova a Nord del deserto del Negev, invece, non ci sono conferme, anche se da Teheran sostengono di averla colpita. Anche il quartier generale del Mossad, nell’area di Glilot a Tel Aviv, è stato coinvolto nell’attacco, con un cratere visibile nel parcheggio della struttura provocato da un razzo a medio raggio Fadi-4 lanciato da Hezbollah. Tra gli obiettivi chiave raggiunti ci sarebbero anche la base aerea di Ein Shemer, nei pressi di Hadera, e l’Unità 8200 a Tel Aviv, importante struttura di cyberwarfare e intelligence dei segnali di Israele.
La versione dell’Idf racconta di «alcune basi militari colpite», senza specificare né quali né il numero, e di «danni a edifici adibiti a uffici e altre aree di manutenzione che non incidono sul funzionamento dei caccia dell’aeronautica». Questo per dimostrare che l’impatto dei missili iraniani caduti nelle basi aeree è stato inefficace e non ha ridotto la capacità aerea israeliana. Fare un bilancio dell’attacco operato dai pasdaran, dunque, è ancora complicato, ma ieri è stato confermato il numero di 200 missili, quasi tutti balistici, lanciati dalle basi militari iraniane (oltre gli altri 1.800 lanciati da Hezbollah) che hanno impiegato più o meno venti minuti a raggiungere il territorio dello Stato ebraico. È qui che è entrato in gioco il complesso, quanto sofisticato, sistema di difesa aerea israeliano, basato su tre livelli coordinati l’uno con l’altro: il primo è l’Iron Dome che è servito per intercettare i razzi a corto raggio lanciati dagli Hezbollah dal Libano; poi ci sono il David’s Sling e gli Arrow-2 e Arrow-3 che sono intervenuti per neutralizzare i missili balistici a corto, medio e lungo raggio.
La vera novità rispetto all’attacco che l’Iran fece ad aprile sono proprio i missili balistici in grande quantità. La contraerea israeliana ha funzionato intercettandone circa l’80%, ma può andare incontro a problemi di saturazione, oltre che di costi - un singolo intercettore Arrow 3 drena tra i cinque e i sette milioni di dollari - in relazione al numero di missili da neutralizzare. Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, ci spiega: «Ad aprile si trattò di un attacco diciamo telefonato, fatto in gran parte con missili da crociera o droni che hanno sì grande velocità, ma possono essere intercettati molto prima. Stavolta, dal momento in cui sono filtrate le prime voci dell’attacco è trascorsa un’ora e i missili erano già partiti» sottolinea il direttore di Rid. «Attacco inefficace? Dipende da quali erano gli obiettivi dell’Iran. Con i dati a nostra disposizione non pare ci siano grandi danni, però il punto è che ci sono stati diversi strike, tra i 20 e i 40, ovvero punti in cui la difesa è stata bucata. E non sono pochi. Chi dice che domani non possano colpire strutture vitali per le basi o gli aerei?».
Nel frattempo, mentre in Libano si è verificato il primo scontro diretto sul terreno tra gli Hezbollah e le truppe dell’Idf a Odaisseh, e in Siria si parla di un sospetto raid israeliano che ha provocato due morti, in queste ore si prova a scongiurare una ulteriore escalation tra Tel Aviv e Teheran. Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzi Halevi, ha annunciato che lo Stato ebraico reagirà presto: «L’esercito ha la capacità di raggiungere e colpire qualsiasi punto del Medio Oriente. I nemici che non lo hanno capito finora, lo capiranno presto».
Dal canto suo l’Iran ha dichiarato la propria azione conclusa, giustificando la risposta alle recenti uccisioni dei capi di Hamas ed Hezbollah, Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del comandante della forza Quds, Abbas Nilforoushan, come «esercizio di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Tuttavia, da Teheran è arrivato l’ennesimo avvertimento: «Non abbiamo distrutto Tel Aviv e Haifa durante i nostri attacchi missilistici, ma se il regime israeliano commette un errore, potremmo cambiare idea e ridurre Tel Aviv in cenere in una notte». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha rincarato la dose, chiamando in causa anche l’Occidente: «Se Israele reagirà, la nostra risposta sarà più forte e più potente. I sostenitori di Israele hanno ora una maggiore responsabilità di tenere a freno i guerrafondai a Tel Aviv invece di farsi coinvolgere nella loro follia».
In tutta risposta, il presidente americano Joe Biden ha definito l’atteggiamento dell’Iran «fuori rotta» e ha annunciato presto nuove sanzioni per Teheran, ma ha anche ammonito l’alleato dichiarandosi contrario a un eventuale attacco israeliano a strutture nucleari iraniane, spiegando che «Israele ha il diritto di rispondere all’attacco missilistico di martedì, ma che dovrebbe farlo in modo proporzionale». Ieri si è tenuto il Consiglio di sicurezza presso le Nazioni unite, dove è stato chiesto a gran voce un immediato cessate il fuoco. L’ambasciatore israeliano, Danny Danon, ha però detto che le richieste quotidiane di de escalation non fanno altro che aiutare l’Iran. A innalzare un livello di tensione già alle stelle tra Tel Aviv e il Palazzo di vetro sono anche le ultime affermazioni di Antonio Guterres, dichiarato dal ministro degli Esteri israeliano «persona non gradita». Il segretario generale dell’Onu non aveva in primis condannato l’attacco iraniano, salvo poi rimediare dicendo di «condannare nuovamente e fermamente l’azione di Teheran, come avrebbe dovuto essere ovvio».
Dietro le vendette e i proclami la Repubblica islamica è spaccata
Torna a parlare Ali Khamenei, nel suo primo discorso pubblico dopo l'attacco missilistico di Teheran contro Israele: «La base dei problemi della regione è la presenza di forze come gli Usa e alcuni Paesi europei che in modo falso sostengono di difendere pace e tranquillità», ha affermato. Ma dopo 48 ore dal fallito attacco, che non ha provocato vittime o feriti, emerge ancora una volta come l’Iran non sia riuscito a coinvolgere nessun Paese arabo nella sua guerra a Israele e ora attende in totale solitudine la reazione israeliana, che certamente toccherà gli interessi petroliferi del regime, che con i proventi della vendita degli idrocarburi finanzia il terrorismo internazionale e tutte le milizie associate a Teheran.
Secondo il politologo americano Edward Luttwak, «questa guerra può finire in pochi giorni perché basta colpire i pozzi petroliferi e i depositi di stoccaggio iraniani per interrompere il flusso di denaro che mantiene il suo esercito, quello di Hezbollah, degli Huthi che girano in ciabatte, quello che resta di Hamas, le milizie siro-irachene e di tutti coloro che vogliono distruggere Israele. Se all’Iran togli i soldi nessuno combatterà per loro quindi non ci saranno più armi, niente più droni e missili da lanciare». Sempre a proposito dell’isolamento iraniano, va registrato l’assordante silenzio dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo così come la dichiarazione ad Al-Jazeera di Mohammad Momani, portavoce del governo della Giordania: «Il governo della Giordania non permetterà che il Paese diventi un campo di battaglia». Mentre a Teheran si preparano all’attacco israeliano, il New York Times scrive che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sarebbe stato avvisato dell’attacco contro Israele «solo poco prima che iniziasse e ciò dimostra che il regime iraniano era diviso sull’operazione e ora probabilmente aumenteranno le divisioni nel governo».
Il quotidiano, citando sempre fonti israeliane, ha confermato che l’attacco è stato eseguito dall’aeronautica dei Guardiani della rivoluzione che rispondono direttamente agli ordini alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e che non è stata un’operazione dell’esercito regolare. «La capacità di Israele di anticipare l’attacco iraniano e di indicare l’ora precisa dell’attacco, e il fatto che si sia trattato di un’operazione dei Guardiani della rivoluzione, dimostra quanto profondamente il Mossad, le unità cyber di Israele, l’Unità 8200 e l’aeronautica militare israeliana siano penetrati nel regime iraniano. Ciò significa che nessun leader iraniano può fidarsi più dell’altro», ha aggiunto il Nyt.
Ieri Masoud Pezeshkian, a sua volta fervente antisemita, prima ha accusato Israele «di aver spinto Teheran a reagire», poi ha promesso una risposta più forte in caso di rappresaglia di Israele, ma ha affermato che «l’Iran non cerca la guerra con Israele». Successivamente, ha provato a mostrare i muscoli nonostante sia stato messo fuorigioco da Ali Khamenei e all’agenzia Irna ha affermato: «Non stiamo scherzando con nessuno e se questo regime (Israele ndr) vuole commettere un errore, riceverà una risposta molto più schiacciante. L’orgogliosa operazione delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran ha dimostrato ancora una volta che la presunta cupola di ferro (L’Iron Dome) dei sionisti è più fragile del vetro». Mentre pronunciava queste parole, Pezeshkian mostrava un linguaggio del corpo che è molto ben rappresentato in un aforisma persiano: «Il bugiardo ha poca memoria».
In serata, inoltre, l’agenzia di stampa Tasnim, vicino alle Guardie della Rivoluzione, ha scritto che «per punire Israele, l’Iran ha sviluppato e completato una tecnologia di armamento non dichiarata, che fornisce al Paese un vantaggio contro il regime. Quindi, se i sionisti faranno una qualsiasi mossa contro l’Iran, si troveranno di fronte a una grande sorpresa».
Ieri, intanto, con una decisione che passerà alla storia, il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «persona non grata», vietandogli l’ingresso nel Paese. Il ministro ha preso questa misura come risposta alla mancata condanna da parte di Guterres dell’attacco iraniano di ieri contro Israele. «Chiunque non riesca a condannare inequivocabilmente l’odioso attacco dell’Iran contro Israele non merita di mettere piede sul suolo israeliano», ha affermato Katz. Successivamente Antonio Guterres, rispondendo indirettamente alle accuse di Israele, ha affermato che «l’Iran ha lanciato circa 200 missili balistici verso Israele. Come ho fatto in relazione all’attacco iraniano di aprile, e come avrebbe dovuto essere ovvio ieri nel contesto della condanna che ho espresso, condanno nuovamente e fermamente il massiccio attacco missilistico di ieri di Teheran contro Israele».
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La contraerea ha intercettato quasi tutti i missili, circa 2.000, di cui 200 balistici. Pochi danni, una vittima (palestinese). Lo Stato ebraico promette reazioni. Bombe su Damasco. Hamas rivendica l’attentato a Giaffa.Pezeshkian avvisato all’ultimo dell’azione. La guida suprema: «Usa e Ue il problema».Lo speciale contiene due articoli«Debellato e inefficace». Così gli Stati Uniti, per voce del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, hanno catalogato il massiccio attacco missilistico effettuato martedì dall’Iran su Israele. Dalle informazioni e dai comunicati ufficiali diffusi dall’esercito israeliano è ancora difficile chiarire e capire quante e quali strutture siano state colpite e danneggiate, ma quel che è certo è che la proporzione dell’offensiva iraniana, ben maggiore a quella dello scorso aprile, ha messo a dura prova il sistema di difesa aerea israeliano che ha comunque retto ed evitato conseguenze peggiori. Tra le basi aeree colpite, al momento, risulterebbero soltanto quelle di Tel Nof e Nevatim. Su Hatzerim, la base dell’aeronautica militare israeliana che si trova a Nord del deserto del Negev, invece, non ci sono conferme, anche se da Teheran sostengono di averla colpita. Anche il quartier generale del Mossad, nell’area di Glilot a Tel Aviv, è stato coinvolto nell’attacco, con un cratere visibile nel parcheggio della struttura provocato da un razzo a medio raggio Fadi-4 lanciato da Hezbollah. Tra gli obiettivi chiave raggiunti ci sarebbero anche la base aerea di Ein Shemer, nei pressi di Hadera, e l’Unità 8200 a Tel Aviv, importante struttura di cyberwarfare e intelligence dei segnali di Israele. La versione dell’Idf racconta di «alcune basi militari colpite», senza specificare né quali né il numero, e di «danni a edifici adibiti a uffici e altre aree di manutenzione che non incidono sul funzionamento dei caccia dell’aeronautica». Questo per dimostrare che l’impatto dei missili iraniani caduti nelle basi aeree è stato inefficace e non ha ridotto la capacità aerea israeliana. Fare un bilancio dell’attacco operato dai pasdaran, dunque, è ancora complicato, ma ieri è stato confermato il numero di 200 missili, quasi tutti balistici, lanciati dalle basi militari iraniane (oltre gli altri 1.800 lanciati da Hezbollah) che hanno impiegato più o meno venti minuti a raggiungere il territorio dello Stato ebraico. È qui che è entrato in gioco il complesso, quanto sofisticato, sistema di difesa aerea israeliano, basato su tre livelli coordinati l’uno con l’altro: il primo è l’Iron Dome che è servito per intercettare i razzi a corto raggio lanciati dagli Hezbollah dal Libano; poi ci sono il David’s Sling e gli Arrow-2 e Arrow-3 che sono intervenuti per neutralizzare i missili balistici a corto, medio e lungo raggio.La vera novità rispetto all’attacco che l’Iran fece ad aprile sono proprio i missili balistici in grande quantità. La contraerea israeliana ha funzionato intercettandone circa l’80%, ma può andare incontro a problemi di saturazione, oltre che di costi - un singolo intercettore Arrow 3 drena tra i cinque e i sette milioni di dollari - in relazione al numero di missili da neutralizzare. Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, ci spiega: «Ad aprile si trattò di un attacco diciamo telefonato, fatto in gran parte con missili da crociera o droni che hanno sì grande velocità, ma possono essere intercettati molto prima. Stavolta, dal momento in cui sono filtrate le prime voci dell’attacco è trascorsa un’ora e i missili erano già partiti» sottolinea il direttore di Rid. «Attacco inefficace? Dipende da quali erano gli obiettivi dell’Iran. Con i dati a nostra disposizione non pare ci siano grandi danni, però il punto è che ci sono stati diversi strike, tra i 20 e i 40, ovvero punti in cui la difesa è stata bucata. E non sono pochi. Chi dice che domani non possano colpire strutture vitali per le basi o gli aerei?».Nel frattempo, mentre in Libano si è verificato il primo scontro diretto sul terreno tra gli Hezbollah e le truppe dell’Idf a Odaisseh, e in Siria si parla di un sospetto raid israeliano che ha provocato due morti, in queste ore si prova a scongiurare una ulteriore escalation tra Tel Aviv e Teheran. Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzi Halevi, ha annunciato che lo Stato ebraico reagirà presto: «L’esercito ha la capacità di raggiungere e colpire qualsiasi punto del Medio Oriente. I nemici che non lo hanno capito finora, lo capiranno presto». Dal canto suo l’Iran ha dichiarato la propria azione conclusa, giustificando la risposta alle recenti uccisioni dei capi di Hamas ed Hezbollah, Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del comandante della forza Quds, Abbas Nilforoushan, come «esercizio di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Tuttavia, da Teheran è arrivato l’ennesimo avvertimento: «Non abbiamo distrutto Tel Aviv e Haifa durante i nostri attacchi missilistici, ma se il regime israeliano commette un errore, potremmo cambiare idea e ridurre Tel Aviv in cenere in una notte». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha rincarato la dose, chiamando in causa anche l’Occidente: «Se Israele reagirà, la nostra risposta sarà più forte e più potente. I sostenitori di Israele hanno ora una maggiore responsabilità di tenere a freno i guerrafondai a Tel Aviv invece di farsi coinvolgere nella loro follia». In tutta risposta, il presidente americano Joe Biden ha definito l’atteggiamento dell’Iran «fuori rotta» e ha annunciato presto nuove sanzioni per Teheran, ma ha anche ammonito l’alleato dichiarandosi contrario a un eventuale attacco israeliano a strutture nucleari iraniane, spiegando che «Israele ha il diritto di rispondere all’attacco missilistico di martedì, ma che dovrebbe farlo in modo proporzionale». Ieri si è tenuto il Consiglio di sicurezza presso le Nazioni unite, dove è stato chiesto a gran voce un immediato cessate il fuoco. L’ambasciatore israeliano, Danny Danon, ha però detto che le richieste quotidiane di de escalation non fanno altro che aiutare l’Iran. A innalzare un livello di tensione già alle stelle tra Tel Aviv e il Palazzo di vetro sono anche le ultime affermazioni di Antonio Guterres, dichiarato dal ministro degli Esteri israeliano «persona non gradita». Il segretario generale dell’Onu non aveva in primis condannato l’attacco iraniano, salvo poi rimediare dicendo di «condannare nuovamente e fermamente l’azione di Teheran, come avrebbe dovuto essere ovvio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/israele-regge-allattacco-massiccio-e-adesso-minaccia-di-colpire-liran-2669314906.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dietro-le-vendette-e-i-proclami-la-repubblica-islamica-e-spaccata" data-post-id="2669314906" data-published-at="1727898901" data-use-pagination="False"> Dietro le vendette e i proclami la Repubblica islamica è spaccata Torna a parlare Ali Khamenei, nel suo primo discorso pubblico dopo l'attacco missilistico di Teheran contro Israele: «La base dei problemi della regione è la presenza di forze come gli Usa e alcuni Paesi europei che in modo falso sostengono di difendere pace e tranquillità», ha affermato. Ma dopo 48 ore dal fallito attacco, che non ha provocato vittime o feriti, emerge ancora una volta come l’Iran non sia riuscito a coinvolgere nessun Paese arabo nella sua guerra a Israele e ora attende in totale solitudine la reazione israeliana, che certamente toccherà gli interessi petroliferi del regime, che con i proventi della vendita degli idrocarburi finanzia il terrorismo internazionale e tutte le milizie associate a Teheran. Secondo il politologo americano Edward Luttwak, «questa guerra può finire in pochi giorni perché basta colpire i pozzi petroliferi e i depositi di stoccaggio iraniani per interrompere il flusso di denaro che mantiene il suo esercito, quello di Hezbollah, degli Huthi che girano in ciabatte, quello che resta di Hamas, le milizie siro-irachene e di tutti coloro che vogliono distruggere Israele. Se all’Iran togli i soldi nessuno combatterà per loro quindi non ci saranno più armi, niente più droni e missili da lanciare». Sempre a proposito dell’isolamento iraniano, va registrato l’assordante silenzio dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo così come la dichiarazione ad Al-Jazeera di Mohammad Momani, portavoce del governo della Giordania: «Il governo della Giordania non permetterà che il Paese diventi un campo di battaglia». Mentre a Teheran si preparano all’attacco israeliano, il New York Times scrive che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sarebbe stato avvisato dell’attacco contro Israele «solo poco prima che iniziasse e ciò dimostra che il regime iraniano era diviso sull’operazione e ora probabilmente aumenteranno le divisioni nel governo». Il quotidiano, citando sempre fonti israeliane, ha confermato che l’attacco è stato eseguito dall’aeronautica dei Guardiani della rivoluzione che rispondono direttamente agli ordini alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e che non è stata un’operazione dell’esercito regolare. «La capacità di Israele di anticipare l’attacco iraniano e di indicare l’ora precisa dell’attacco, e il fatto che si sia trattato di un’operazione dei Guardiani della rivoluzione, dimostra quanto profondamente il Mossad, le unità cyber di Israele, l’Unità 8200 e l’aeronautica militare israeliana siano penetrati nel regime iraniano. Ciò significa che nessun leader iraniano può fidarsi più dell’altro», ha aggiunto il Nyt. Ieri Masoud Pezeshkian, a sua volta fervente antisemita, prima ha accusato Israele «di aver spinto Teheran a reagire», poi ha promesso una risposta più forte in caso di rappresaglia di Israele, ma ha affermato che «l’Iran non cerca la guerra con Israele». Successivamente, ha provato a mostrare i muscoli nonostante sia stato messo fuorigioco da Ali Khamenei e all’agenzia Irna ha affermato: «Non stiamo scherzando con nessuno e se questo regime (Israele ndr) vuole commettere un errore, riceverà una risposta molto più schiacciante. L’orgogliosa operazione delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran ha dimostrato ancora una volta che la presunta cupola di ferro (L’Iron Dome) dei sionisti è più fragile del vetro». Mentre pronunciava queste parole, Pezeshkian mostrava un linguaggio del corpo che è molto ben rappresentato in un aforisma persiano: «Il bugiardo ha poca memoria». In serata, inoltre, l’agenzia di stampa Tasnim, vicino alle Guardie della Rivoluzione, ha scritto che «per punire Israele, l’Iran ha sviluppato e completato una tecnologia di armamento non dichiarata, che fornisce al Paese un vantaggio contro il regime. Quindi, se i sionisti faranno una qualsiasi mossa contro l’Iran, si troveranno di fronte a una grande sorpresa». Ieri, intanto, con una decisione che passerà alla storia, il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «persona non grata», vietandogli l’ingresso nel Paese. Il ministro ha preso questa misura come risposta alla mancata condanna da parte di Guterres dell’attacco iraniano di ieri contro Israele. «Chiunque non riesca a condannare inequivocabilmente l’odioso attacco dell’Iran contro Israele non merita di mettere piede sul suolo israeliano», ha affermato Katz. Successivamente Antonio Guterres, rispondendo indirettamente alle accuse di Israele, ha affermato che «l’Iran ha lanciato circa 200 missili balistici verso Israele. Come ho fatto in relazione all’attacco iraniano di aprile, e come avrebbe dovuto essere ovvio ieri nel contesto della condanna che ho espresso, condanno nuovamente e fermamente il massiccio attacco missilistico di ieri di Teheran contro Israele».
Matteo Salvini (Ansa)
Basta appoggiarsi un po’ (magari con il peso di una crisi energetica globale e di una guerra che fa impennare il prezzo del carburante) e comincia a scricchiolare. A certificare che qualcosa sta cambiando non è un sovranista barricadero, ma un pezzo pregiato della macchina europea. In audizione davanti alle commissioni parlamentari italiane, il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue Stéphane Séjourné ha scelto parole attente: «Uno stop al Patto di stabilità non si può escludere». Allora Giorgetti ha evidenziato «l’opportunità di regole flessibili per specifici, temporanei impatti negativi soprattutto in campo energetico». Séjourné l’ha assicurato: «Potete contare sulla Commissione quando ci sono crisi sistemiche per avere una maggiore flessibilità». E ancora: «La Commissione non lascerà sprofondare l’Italia». Certo «non ho il mandato da parte della Commissione europea per specificare meglio i dettagli di questo versante. Ci sono strumenti di flessibilità che la Commissione ha sempre concesso».
La crisi energetica non è un fastidio passeggero, è una minaccia esistenziale. E quando c’è di mezzo la sopravvivenza dell’intero sistema economico («questioni di vita e di morte per le industrie») i dogmi contabili diventano negoziabili. La realtà, come spesso accade, corre più veloce delle regole. E perfino i custodi dell’ortodossia iniziano a mostrare qualche dubbio.
Prendiamo la Banca centrale europea. Non è esattamente un covo di rivoluzionari. Eppure, tra i banchieri centrali serpeggia un dubbio tutt’altro che marginale: ha senso aspettare una recessione conclamata prima di attivare la clausola di salvaguardia? «Forse sarebbe il caso di anticipare queste misure», ragiona un veterano della politica monetaria. Intervenire prima che il paziente finisca in terapia intensiva potrebbe non essere una cattiva idea. Ancora più significativo è ciò che accade a Berlino, dove l’austerità è religione di Stato. La Germania, per la prima volta, si muove insieme ad altri Paesi - Italia inclusa - per chiedere alla Commissione una tassa sugli extra profitti alle multinazionali dell’energia per non imporre nuova austerità ai cittadini. Una lettera firmata dal ministro delle Finanze Lars Klingbeil insieme a Giancarlo Giorgetti e ai ministri dell’Economia di Spagna, Portogallo e Austria. Non è ancora una conversione ma il segnale che anche il rigore tedesco sa fare i conti con bollette e consenso elettorale. In questo scenario, l’Italia gioca la sua partita con la consueta miscela di pressione politica e retorica muscolare. Protagonista Matteo Salvini: «Il Patto di stabilità», dice, «è una camicia di forza». La priorità sono imprese e famiglie: «Chiediamo che il Patto possa essere derogato per aiutare imprese e famiglie su riscaldamento, luce e gas così come avviene per comprare armi». Perché «non farlo sarebbe veramente meschino».
Salvini alza la posta: «Penso che Italia e Germania possano diventare maggioranza». Una frase che, fino a qualche settimana fa, sarebbe sembrata fantapolitica. Non è solo questione di dichiarazioni. Il leader della Lega prepara anche la piazza: il 18 aprile a Milano è pronta una manifestazione in cui, tra le rivendicazioni principali, ci sarà proprio la sospensione del Patto di stabilità. Un modo per spostare il baricentro del confronto da Bruxelles alla politica interna, trasformando una regola contabile in un tema da comizio. Del resto, poche cose scaldano l’elettorato come la bolletta del gas.
Gli euroburocrati procedono con la cautela di chi cammina sulle uova. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen aspetta di capire come evolverà la crisi internazionale - con lo spettro della guerra e le tensioni legate all’Iran - prima di scoprire le carte. Ufficialmente, «le bocche sono cucite». Ufficiosamente, il dossier è sul tavolo.
Perché il punto è tutto qui: il Patto di stabilità, con il totem del 3%, nasce per tempi normali. Ma questi non sono tempi normali. Una crisi sistemica, un’economia sotto pressione e regole che rischiano di diventare un lusso insostenibile. La differenza è che questa volta il nemico non è un virus invisibile, ma qualcosa di molto più tangibile: la guerra e i suoi effetti sul costo dell’energia.
E allora la domanda, inevitabile, diventa politica prima ancora che economica: davvero l’Europa può permettersi di aspettare che la recessione sia «certificata» per intervenire? O non sarebbe più saggio - e meno costoso - anticipare le mosse? Il fronte del No, intanto, arretra. Non c’è ancora una resa, ma il cambio di clima è evidente.
Tra aperture prudenti, dubbi tecnici e pressioni politiche, l’idea che il Patto di Stabilità possa essere sospeso non è più un tabù.
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JD Vance (Ansa)
Vance sarà alla guida della delegazione statunitense incaricata di trattare con il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf. La Casa Bianca lo ha confermato in serata, dopo qualche titubanza di Trump. Le controparti si fidano più di lui che di Jared Kushner, il genero ebreo di The Donald, e di Steve Witkoff, l’inviato speciale non sempre allineato a Benjamin Netanyahu, ma di incrollabile fede sionista: il regime sciita li accusa di aver travisato le sue posizioni.
Vance raccoglierebbe così i frutti della sua coerenza: stando alla ricostruzione pubblicata sul New York Times da Jonathan Swan e Maggie Haberman, egli è stato l’unico a opporsi apertamente alla guerra, durante le riunioni nella Situation room alle quali erano presenti i vertici dell’amministrazione, il capo della Cia, John Ratcliffe, e quello dell’esercito, Dan Caine. I reporter, che dedicheranno alla vicenda una parte del loro libro in uscita a giugno, hanno svelato che il premier israeliano aveva iniziato a premere su Trump dal suo viaggio a Washington, lo scorso 11 febbraio. Bibi, ricevuto con tutti gli onori, avrebbe garantito che il popolo iraniano, con la spintarella dei raid e qualche intervento ad hoc dell’intelligence, era pronto a rovesciare il regime. La Repubblica islamica si sarebbe trovata in una posizione di tale debolezza, che in breve gli alleati avrebbero potuto distruggere le sue capacità balistiche, senza che il nemico avesse il tempo di bloccare lo Stretto di Hormuz. Lo scenario non aveva convinto quasi nessuno: Ratcliffe lo considerava «farsesco»; il segretario di Stato, Marco Rubio, ha definito quelle del premier israeliano «stronzate». L’unico sostenitore entusiasta dell’impresa militare era Hegseth. Eppure, alla fine, soltanto Vance (assente l’11 febbraio) ha avuto il coraggio di bocciare l’idea di un conflitto su larga scala. Nemmeno il generale Caine, pur avendo avvisato il tycoon sul rischio che gli Usa consumassero le scorte di missili e intercettori, avrebbe dato parere negativo all’operazione. «Tutti si sono rimessi agli istinti del presidente», hanno scritto Swan e Haberman. Quello del New York Times non è l’unico addebito dei media nazionali al numero uno del Pentagono. Sul Washington Post è comparso un lungo articolo che citava funzionari dell’amministrazione, secondo cui «Pete non racconta la verità al presidente». Hegseth ieri ha tentato di vendere gli strabilianti risultati dei 40 giorni di bombardamenti: ha dichiarato che Teheran è stata «umiliata e demoralizzata»; che non avrà mai l’atomica; che Mojtaba Khamenei è «ferito e sfigurato»; ha proclamato che l’America ha ottenuto una «storica vittoria sul campo», che Trump è un «presidente della pace», che avrebbe potuto «paralizzare l’intera economia iraniana in pochi minuti, ma ha scelto la clemenza». Ha ripetuto persino la bufala del controllo dei cieli, sapendo che un conto è la superiorità aerea - indiscussa - e un conto è il dominio aereo. Questo, gli aggressori non l’hanno conseguito, almeno al di sotto di certe quote: altrimenti, i caccia non sarebbero stati abbattuti. Ciò non significa che per l’Iran la guerra sia stata una passeggiata: forse non è stato distrutto «circa il 90% dell’industria militare» - ciò che ha sostenuto il generale Caine - però i danni all’apparato produttivo sono stati pesantissimi. E ricostruire richiederà anni, anche se fosse vero che a disposizione ci sono ancora «15.000 missili e 45.000 droni», come hanno comunicato martedì i pasdaran agli Usa. Ma già solo considerare un punto di partenza «ragionevole» - parola di Trump - il piano in dieci punti degli ayatollah, per gli Usa significa ammettere una sostanziale sconfitta strategica.
Deve averlo capito Dan Driscoll, segretario dell’Esercito e amico personale di Vance: sembrava che la sua testa sarebbe stata la prossima a saltare, dopo quella del capo di Stato maggiore, Randy George, altro uomo vicino al vicepresidente. Invece ieri, al Washington Post, Driscoll ha garantito: «Non ho in programma di lasciare o dimettermi». D’altronde, già da un po’ di giorni Hegseth, constatato lo stallo in Medio Oriente, teme per il proprio incarico. È improbabile che Trump lo siluri, specie dopo due rimozioni pesanti come quelle di Pam Bondi, ex ministro della Giustizia, e Kristi Noem, ex segretario alla Sicurezza interna. In ogni caso, il suo scranno non è il più solido nell’esecutivo.
The Donald non lo ammetterebbe mai, ma è probabile che si sia reso conto del raggiro di Netanyahu e dei sionisti evangelici, di cui Hegseth è un esponente di spicco. Il tycoon fatica a dissociarsi dallo Stato ebraico, tanto che la Casa Bianca ha comunicato che il fronte libanese era escluso dall’accordo per il cessate il fuoco. Ma la realtà sta dando ragione alle cautele espresse dai cattolici dell’amministrazione: Rubio, forse troppo «ambivalente», ha notato il New York Times, nel suo atteggiamento sull’Iran; e Vance, ligio all’orientamento della base Maga, che disprezza l’avventurismo bellico. Gli ultimi sondaggi, peraltro, mostrano che l’opinione pubblica è ormai al 60% contraria alle politiche di Tel Aviv.
Ieri, da Budapest, il vicepresidente parlava da capo negoziatore. Se gli sciiti «sono disposti a collaborare con noi in buona fede», ha commentato, «credo che possiamo raggiungere un accordo». Vance ha rimesso la testa pure sull’altra guerra, quella tra Mosca e Kiev, la «più difficile da risolvere»: «Sono abbastanza ottimista», ha detto, «perché ha smesso di avere senso. Vale la pena continuare a combattere per pochi chilometri, al costo di centinaia di migliaia di vite e di anni di crisi economica ed energetica? Per noi la risposta è no. Ma servono due parti: noi possiamo aprire la porta, ma russi e ucraini devono attraversare la soglia». Hegseth potrebbe concordare: nel Donbass non c’è un Santo Sepolcro da dare in appalto a Israele.
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Beirut dopo il raid dell'Idf (Ansa)
Il presidente Usa, concentrato sui dividendi politici ed economici di un cessate il fuoco con l’Iran, paga prezzo al ruggente alleato. Come conferma la portavoce Caroline Leavitt: «Il Libano non fa parte del cessate il fuoco». Nello stesso istante l’Idf comincia l’ultima partita, che non è mai davvero l’ultima.
Tempesta d’acciaio su Beirut con scene di panico, mentre il fumo nero si alza a definire i covi dei terroristi dal lungomare al quartiere di Dahiyeh; qui il primo giorno di tregua è il più lungo della guerra. Numerosi civili sono intrappolati sotto le macerie. Gli obiettivi degli israeliani sono molteplici, vanno dalla valle della Bekaa all’area meridionale del Paese. Vengono messi nel mirino i quartieri generali, le cellule dei servizi segreti, le unità missilistiche e navali di Hezbollah, oltre alle risorse della forza d’élite Radwan. E un comunicato dell’Idf spiega la strategia comune di Hezbollah e Hamas: «La maggior parte delle infrastrutture colpite si trovava nel cuore delle aree abitate, nell’ambito del cinico sfruttamento dei civili libanesi come scudi umani».
Le immagini di Beirut sconvolta dalle bombe testimoniano di un’operazione tutt’altro che chirurgica. L’incidente è dietro l’angolo, e infatti avviene. Mentre è in viaggio da Shama verso la Capitale, è preso di mira anche un convoglio logistico del contingente italiano sotto la bandiera dell’Onu. I mezzi militari vengono fatti oggetto di colpi d’avvertimento israeliani mentre sono a due chilometri dalla base di partenza e sono costretti a rientrare. Nessun soldato italiano ferito, un Lince danneggiato. Quella che sembra una provocazione diventa immediatamente un caso diplomatico. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tuona: «I militari italiani non si toccano» e convoca l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled per chiarimenti. Poi aggiunge: «Ho espresso al presidente libanese Joseph Aoun la solidarietà del governo per gli attacchi ingiustificati e inaccettabili che sta subendo da Israele. Vogliamo evitare una seconda Gaza».
Molto contrariato anche il premier, Giorgia Meloni, che attende le risposte dell’ambasciatore israeliano, convocato ieri sera alla Farnesina. «Esprimo ferma condanna. I militari italiani sono presenti nell’area sulla base di un mandato ricevuto dall’Onu e agiscono nell’interesse della pace. È del tutto inaccettabile che il personale Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili. Israele dovrà chiarire. Il cessate il fuoco concordato fra Iran, Usa e Israele è un’opportunità da cogliere. La decisione di Hezbollah di trascinare la nazione in questo conflitto è stata irresponsabile ma i continui attacchi israeliani devono cessare immediatamente». Sulla stessa linea il vicepremier leghista, Matteo Salvini: «Totale vicinanza e solidarietà ai militari italiani, per nessun motivo possono essere minacciati o attaccati».
Il colpo di coda di Israele destabilizza ogni strategia, ferma la de-escalation. Mentre il premier libanese, Nawaf Salam, chiede «a tutti gli amici del Libano di aiutarci a fermare questi attacchi con ogni mezzo disponibile», anche Bruxelles si sveglia. Un portavoce Ue sottolinea: «La nostra posizione è stata chiara fin dall’inizio e non la cambieremo; chiediamo a Israele di cessare la sua operazione in Libano, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di quel Paese». Netanyahu non ferma l’esercito e a sera precisa la sua strategia, che esclude il Libano dagli accordi: «Il cessate il fuoco è in vigore in pieno coordinamento con Israele. Non si tratta della fine della campagna ma di una tappa verso il raggiungimento dei nostri obiettivi. Li raggiungeremo con un accordo o con la ripresa dei combattimenti. Siamo pronti in qualsiasi momento a ricominciare».
Israele ha fretta. I militari sanno che la guerra permanente non esiste e presto la diplomazia internazionale costringerà Tel Aviv a inserire anche il Paese dei cedri nel perimetro della tregua, a far tacere le armi. Per questo il capo di stato maggiore dell’Idf, generale Eyal Zamir, parla di «crocevia strategico». Lo riferisce il sito Arutz Sheva, che riporta le parole del numero uno militare: «Finora Israele ha ottenuto risultati significativi, anche rispetto agli obiettivi che ci eravamo prefissati all’inizio dell’operazione. Continueremo ad agire con determinazione e ad approfondire il colpo inflitto al regime».
L’azzardo di Netanyahu paga nell’immediato ma rischia di far saltare tutto. I pasdaran minacciano di ribloccare lo Stretto di Hormuz e Ali Bahreini, ambasciatore dell’Iran presso le Nazioni Unite a Ginevra, fa sapere che «qualsiasi ulteriore attacco in Libano complicherebbe la situazione e avrebbe gravi conseguenze». Soprattutto la peggiore, con Trump che in questa partita fatica a prendere palla: ricominciare da zero.
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Kaja Kallas (Ansa)
E il quadro non è meno desolante sulle varie missioni possibili per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz: Emmanuel Macron sostiene che comanderà una forza internazionale e coglie di sorpresa la Gran Bretagna; l’Ue poi mette insieme otto Stati membri, tra cui l’Italia, e il Canada e infine c’è sempre in pista l’Onu, non meno ansiosa di Bruxelles di trovare un qualche ruolo.
Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, già da qualche giorno, aveva preparato una missione in Arabia Saudita. «È nella regione per l’attivazione dei nostri strumenti», dice un portavoce con fare misterioso, nel tentativo di accreditare un qualche ruolo di Bruxelles nella tregua. Certo, i canali diplomatici esistono e ovviamente non vanno sventolati, ma quando la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ringrazia il Pakistan per la sua opera di mediazione, non è facile far finta di nulla e non pensare che ancora una volta l’Ue non è stata capace di mettersi con autorevolezza tra Usa, Israele e Iran. Del resto, forse qualche attacco verbale in meno contro Teheran, da parte dei big di Bruxelles, avrebbe lasciato qualche spazio di manovra in più.
Tre settimane fa, la stessa Kallas aveva sbandierato il proprio impegno per un possibile intervento dell’Onu. «Ho parlato con il segretario generale, Antonio Guterres, per capire se è possibile un’iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina», aveva raccontato. Il riferimento era anche al mandato dell’operazione Aspides, lo scudo europeo sulle rotte del Mar Rosso, nato a febbraio 2024 dopo i continui attacchi dei ribelli houthi contro il traffico commerciale. L’Italia si era detta disponibile, come lo è anche oggi. Solo che nel giorno della tregua sembra nuovamente che i leader europei facciano a gara a sgomitare.
Il primo della lista, ovviamente, è Macron. Appena scopre che nell’accordo di cessate il fuoco concordato da Iran e Usa c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz, annuncia alle tv francesi che «una quindicina di Paesi sono oggi mobilitati e partecipano alla pianificazione sotto la guida della Francia» per «agevolare la ripresa» della circolazione delle navi. Non fa l’elenco dei Paesi satelliti, ma basta quel «sotto la guida della Francia» per farsi un’idea della sortita. Per altro, nei giorni scorsi, a proporre una missione del genere era stato Keir Starmer. Qualche ora e arriva una nuova versione dei Nuovi volenterosi dello Stretto. Le agenzie di stampa diffondono una nota ufficiale congiunta in cui si legge: «I nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Seguono le rassicurazioni e le firme di Giorgia Meloni, dello stesso Macron, del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, di Starmer, del premier canadese, Mark Carney, della premier danese, Mette Frederiksen, del collega olandese, Rob Jetten, dello spagnolo Pedro Sánchez, e i vertici dell’Ue, ovvero la presidente Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. Comanderà comunque Macron? Lo scopriremo più avanti. Intanto è impossibile non ricordare che fino a ieri la Germania faceva sapere di essere impegnata a trovare canali riservati per la tregua. E lo stesso Merz, tre settimane fa, mostrò i denti a Donald Trump: «Questa guerra non è voluta, non partecipiamo a missioni per Hormuz».
Già, ma poi c’è anche l’Onu, che sempre ieri ha dichiarato di essere al lavoro su un meccanismo per garantire il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz e di essersi già mosso con tutte le parti interessate, a cominciare da Teheran. Insomma, tra Onu e Ue, non si sa chi ha contato di meno, ma oggi sono tutti in movimento e agitano le bandierine.
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