True
2024-10-03
Israele regge all’attacco massiccio. E adesso minaccia di colpire l’Iran
Getty images
«Debellato e inefficace». Così gli Stati Uniti, per voce del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, hanno catalogato il massiccio attacco missilistico effettuato martedì dall’Iran su Israele.
Dalle informazioni e dai comunicati ufficiali diffusi dall’esercito israeliano è ancora difficile chiarire e capire quante e quali strutture siano state colpite e danneggiate, ma quel che è certo è che la proporzione dell’offensiva iraniana, ben maggiore a quella dello scorso aprile, ha messo a dura prova il sistema di difesa aerea israeliano che ha comunque retto ed evitato conseguenze peggiori. Tra le basi aeree colpite, al momento, risulterebbero soltanto quelle di Tel Nof e Nevatim. Su Hatzerim, la base dell’aeronautica militare israeliana che si trova a Nord del deserto del Negev, invece, non ci sono conferme, anche se da Teheran sostengono di averla colpita. Anche il quartier generale del Mossad, nell’area di Glilot a Tel Aviv, è stato coinvolto nell’attacco, con un cratere visibile nel parcheggio della struttura provocato da un razzo a medio raggio Fadi-4 lanciato da Hezbollah. Tra gli obiettivi chiave raggiunti ci sarebbero anche la base aerea di Ein Shemer, nei pressi di Hadera, e l’Unità 8200 a Tel Aviv, importante struttura di cyberwarfare e intelligence dei segnali di Israele.
La versione dell’Idf racconta di «alcune basi militari colpite», senza specificare né quali né il numero, e di «danni a edifici adibiti a uffici e altre aree di manutenzione che non incidono sul funzionamento dei caccia dell’aeronautica». Questo per dimostrare che l’impatto dei missili iraniani caduti nelle basi aeree è stato inefficace e non ha ridotto la capacità aerea israeliana. Fare un bilancio dell’attacco operato dai pasdaran, dunque, è ancora complicato, ma ieri è stato confermato il numero di 200 missili, quasi tutti balistici, lanciati dalle basi militari iraniane (oltre gli altri 1.800 lanciati da Hezbollah) che hanno impiegato più o meno venti minuti a raggiungere il territorio dello Stato ebraico. È qui che è entrato in gioco il complesso, quanto sofisticato, sistema di difesa aerea israeliano, basato su tre livelli coordinati l’uno con l’altro: il primo è l’Iron Dome che è servito per intercettare i razzi a corto raggio lanciati dagli Hezbollah dal Libano; poi ci sono il David’s Sling e gli Arrow-2 e Arrow-3 che sono intervenuti per neutralizzare i missili balistici a corto, medio e lungo raggio.
La vera novità rispetto all’attacco che l’Iran fece ad aprile sono proprio i missili balistici in grande quantità. La contraerea israeliana ha funzionato intercettandone circa l’80%, ma può andare incontro a problemi di saturazione, oltre che di costi - un singolo intercettore Arrow 3 drena tra i cinque e i sette milioni di dollari - in relazione al numero di missili da neutralizzare. Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, ci spiega: «Ad aprile si trattò di un attacco diciamo telefonato, fatto in gran parte con missili da crociera o droni che hanno sì grande velocità, ma possono essere intercettati molto prima. Stavolta, dal momento in cui sono filtrate le prime voci dell’attacco è trascorsa un’ora e i missili erano già partiti» sottolinea il direttore di Rid. «Attacco inefficace? Dipende da quali erano gli obiettivi dell’Iran. Con i dati a nostra disposizione non pare ci siano grandi danni, però il punto è che ci sono stati diversi strike, tra i 20 e i 40, ovvero punti in cui la difesa è stata bucata. E non sono pochi. Chi dice che domani non possano colpire strutture vitali per le basi o gli aerei?».
Nel frattempo, mentre in Libano si è verificato il primo scontro diretto sul terreno tra gli Hezbollah e le truppe dell’Idf a Odaisseh, e in Siria si parla di un sospetto raid israeliano che ha provocato due morti, in queste ore si prova a scongiurare una ulteriore escalation tra Tel Aviv e Teheran. Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzi Halevi, ha annunciato che lo Stato ebraico reagirà presto: «L’esercito ha la capacità di raggiungere e colpire qualsiasi punto del Medio Oriente. I nemici che non lo hanno capito finora, lo capiranno presto».
Dal canto suo l’Iran ha dichiarato la propria azione conclusa, giustificando la risposta alle recenti uccisioni dei capi di Hamas ed Hezbollah, Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del comandante della forza Quds, Abbas Nilforoushan, come «esercizio di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Tuttavia, da Teheran è arrivato l’ennesimo avvertimento: «Non abbiamo distrutto Tel Aviv e Haifa durante i nostri attacchi missilistici, ma se il regime israeliano commette un errore, potremmo cambiare idea e ridurre Tel Aviv in cenere in una notte». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha rincarato la dose, chiamando in causa anche l’Occidente: «Se Israele reagirà, la nostra risposta sarà più forte e più potente. I sostenitori di Israele hanno ora una maggiore responsabilità di tenere a freno i guerrafondai a Tel Aviv invece di farsi coinvolgere nella loro follia».
In tutta risposta, il presidente americano Joe Biden ha definito l’atteggiamento dell’Iran «fuori rotta» e ha annunciato presto nuove sanzioni per Teheran, ma ha anche ammonito l’alleato dichiarandosi contrario a un eventuale attacco israeliano a strutture nucleari iraniane, spiegando che «Israele ha il diritto di rispondere all’attacco missilistico di martedì, ma che dovrebbe farlo in modo proporzionale». Ieri si è tenuto il Consiglio di sicurezza presso le Nazioni unite, dove è stato chiesto a gran voce un immediato cessate il fuoco. L’ambasciatore israeliano, Danny Danon, ha però detto che le richieste quotidiane di de escalation non fanno altro che aiutare l’Iran. A innalzare un livello di tensione già alle stelle tra Tel Aviv e il Palazzo di vetro sono anche le ultime affermazioni di Antonio Guterres, dichiarato dal ministro degli Esteri israeliano «persona non gradita». Il segretario generale dell’Onu non aveva in primis condannato l’attacco iraniano, salvo poi rimediare dicendo di «condannare nuovamente e fermamente l’azione di Teheran, come avrebbe dovuto essere ovvio».
Dietro le vendette e i proclami la Repubblica islamica è spaccata
Torna a parlare Ali Khamenei, nel suo primo discorso pubblico dopo l'attacco missilistico di Teheran contro Israele: «La base dei problemi della regione è la presenza di forze come gli Usa e alcuni Paesi europei che in modo falso sostengono di difendere pace e tranquillità», ha affermato. Ma dopo 48 ore dal fallito attacco, che non ha provocato vittime o feriti, emerge ancora una volta come l’Iran non sia riuscito a coinvolgere nessun Paese arabo nella sua guerra a Israele e ora attende in totale solitudine la reazione israeliana, che certamente toccherà gli interessi petroliferi del regime, che con i proventi della vendita degli idrocarburi finanzia il terrorismo internazionale e tutte le milizie associate a Teheran.
Secondo il politologo americano Edward Luttwak, «questa guerra può finire in pochi giorni perché basta colpire i pozzi petroliferi e i depositi di stoccaggio iraniani per interrompere il flusso di denaro che mantiene il suo esercito, quello di Hezbollah, degli Huthi che girano in ciabatte, quello che resta di Hamas, le milizie siro-irachene e di tutti coloro che vogliono distruggere Israele. Se all’Iran togli i soldi nessuno combatterà per loro quindi non ci saranno più armi, niente più droni e missili da lanciare». Sempre a proposito dell’isolamento iraniano, va registrato l’assordante silenzio dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo così come la dichiarazione ad Al-Jazeera di Mohammad Momani, portavoce del governo della Giordania: «Il governo della Giordania non permetterà che il Paese diventi un campo di battaglia». Mentre a Teheran si preparano all’attacco israeliano, il New York Times scrive che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sarebbe stato avvisato dell’attacco contro Israele «solo poco prima che iniziasse e ciò dimostra che il regime iraniano era diviso sull’operazione e ora probabilmente aumenteranno le divisioni nel governo».
Il quotidiano, citando sempre fonti israeliane, ha confermato che l’attacco è stato eseguito dall’aeronautica dei Guardiani della rivoluzione che rispondono direttamente agli ordini alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e che non è stata un’operazione dell’esercito regolare. «La capacità di Israele di anticipare l’attacco iraniano e di indicare l’ora precisa dell’attacco, e il fatto che si sia trattato di un’operazione dei Guardiani della rivoluzione, dimostra quanto profondamente il Mossad, le unità cyber di Israele, l’Unità 8200 e l’aeronautica militare israeliana siano penetrati nel regime iraniano. Ciò significa che nessun leader iraniano può fidarsi più dell’altro», ha aggiunto il Nyt.
Ieri Masoud Pezeshkian, a sua volta fervente antisemita, prima ha accusato Israele «di aver spinto Teheran a reagire», poi ha promesso una risposta più forte in caso di rappresaglia di Israele, ma ha affermato che «l’Iran non cerca la guerra con Israele». Successivamente, ha provato a mostrare i muscoli nonostante sia stato messo fuorigioco da Ali Khamenei e all’agenzia Irna ha affermato: «Non stiamo scherzando con nessuno e se questo regime (Israele ndr) vuole commettere un errore, riceverà una risposta molto più schiacciante. L’orgogliosa operazione delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran ha dimostrato ancora una volta che la presunta cupola di ferro (L’Iron Dome) dei sionisti è più fragile del vetro». Mentre pronunciava queste parole, Pezeshkian mostrava un linguaggio del corpo che è molto ben rappresentato in un aforisma persiano: «Il bugiardo ha poca memoria».
In serata, inoltre, l’agenzia di stampa Tasnim, vicino alle Guardie della Rivoluzione, ha scritto che «per punire Israele, l’Iran ha sviluppato e completato una tecnologia di armamento non dichiarata, che fornisce al Paese un vantaggio contro il regime. Quindi, se i sionisti faranno una qualsiasi mossa contro l’Iran, si troveranno di fronte a una grande sorpresa».
Ieri, intanto, con una decisione che passerà alla storia, il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «persona non grata», vietandogli l’ingresso nel Paese. Il ministro ha preso questa misura come risposta alla mancata condanna da parte di Guterres dell’attacco iraniano di ieri contro Israele. «Chiunque non riesca a condannare inequivocabilmente l’odioso attacco dell’Iran contro Israele non merita di mettere piede sul suolo israeliano», ha affermato Katz. Successivamente Antonio Guterres, rispondendo indirettamente alle accuse di Israele, ha affermato che «l’Iran ha lanciato circa 200 missili balistici verso Israele. Come ho fatto in relazione all’attacco iraniano di aprile, e come avrebbe dovuto essere ovvio ieri nel contesto della condanna che ho espresso, condanno nuovamente e fermamente il massiccio attacco missilistico di ieri di Teheran contro Israele».
Continua a leggereRiduci
La contraerea ha intercettato quasi tutti i missili, circa 2.000, di cui 200 balistici. Pochi danni, una vittima (palestinese). Lo Stato ebraico promette reazioni. Bombe su Damasco. Hamas rivendica l’attentato a Giaffa.Pezeshkian avvisato all’ultimo dell’azione. La guida suprema: «Usa e Ue il problema».Lo speciale contiene due articoli«Debellato e inefficace». Così gli Stati Uniti, per voce del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, hanno catalogato il massiccio attacco missilistico effettuato martedì dall’Iran su Israele. Dalle informazioni e dai comunicati ufficiali diffusi dall’esercito israeliano è ancora difficile chiarire e capire quante e quali strutture siano state colpite e danneggiate, ma quel che è certo è che la proporzione dell’offensiva iraniana, ben maggiore a quella dello scorso aprile, ha messo a dura prova il sistema di difesa aerea israeliano che ha comunque retto ed evitato conseguenze peggiori. Tra le basi aeree colpite, al momento, risulterebbero soltanto quelle di Tel Nof e Nevatim. Su Hatzerim, la base dell’aeronautica militare israeliana che si trova a Nord del deserto del Negev, invece, non ci sono conferme, anche se da Teheran sostengono di averla colpita. Anche il quartier generale del Mossad, nell’area di Glilot a Tel Aviv, è stato coinvolto nell’attacco, con un cratere visibile nel parcheggio della struttura provocato da un razzo a medio raggio Fadi-4 lanciato da Hezbollah. Tra gli obiettivi chiave raggiunti ci sarebbero anche la base aerea di Ein Shemer, nei pressi di Hadera, e l’Unità 8200 a Tel Aviv, importante struttura di cyberwarfare e intelligence dei segnali di Israele. La versione dell’Idf racconta di «alcune basi militari colpite», senza specificare né quali né il numero, e di «danni a edifici adibiti a uffici e altre aree di manutenzione che non incidono sul funzionamento dei caccia dell’aeronautica». Questo per dimostrare che l’impatto dei missili iraniani caduti nelle basi aeree è stato inefficace e non ha ridotto la capacità aerea israeliana. Fare un bilancio dell’attacco operato dai pasdaran, dunque, è ancora complicato, ma ieri è stato confermato il numero di 200 missili, quasi tutti balistici, lanciati dalle basi militari iraniane (oltre gli altri 1.800 lanciati da Hezbollah) che hanno impiegato più o meno venti minuti a raggiungere il territorio dello Stato ebraico. È qui che è entrato in gioco il complesso, quanto sofisticato, sistema di difesa aerea israeliano, basato su tre livelli coordinati l’uno con l’altro: il primo è l’Iron Dome che è servito per intercettare i razzi a corto raggio lanciati dagli Hezbollah dal Libano; poi ci sono il David’s Sling e gli Arrow-2 e Arrow-3 che sono intervenuti per neutralizzare i missili balistici a corto, medio e lungo raggio.La vera novità rispetto all’attacco che l’Iran fece ad aprile sono proprio i missili balistici in grande quantità. La contraerea israeliana ha funzionato intercettandone circa l’80%, ma può andare incontro a problemi di saturazione, oltre che di costi - un singolo intercettore Arrow 3 drena tra i cinque e i sette milioni di dollari - in relazione al numero di missili da neutralizzare. Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, ci spiega: «Ad aprile si trattò di un attacco diciamo telefonato, fatto in gran parte con missili da crociera o droni che hanno sì grande velocità, ma possono essere intercettati molto prima. Stavolta, dal momento in cui sono filtrate le prime voci dell’attacco è trascorsa un’ora e i missili erano già partiti» sottolinea il direttore di Rid. «Attacco inefficace? Dipende da quali erano gli obiettivi dell’Iran. Con i dati a nostra disposizione non pare ci siano grandi danni, però il punto è che ci sono stati diversi strike, tra i 20 e i 40, ovvero punti in cui la difesa è stata bucata. E non sono pochi. Chi dice che domani non possano colpire strutture vitali per le basi o gli aerei?».Nel frattempo, mentre in Libano si è verificato il primo scontro diretto sul terreno tra gli Hezbollah e le truppe dell’Idf a Odaisseh, e in Siria si parla di un sospetto raid israeliano che ha provocato due morti, in queste ore si prova a scongiurare una ulteriore escalation tra Tel Aviv e Teheran. Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzi Halevi, ha annunciato che lo Stato ebraico reagirà presto: «L’esercito ha la capacità di raggiungere e colpire qualsiasi punto del Medio Oriente. I nemici che non lo hanno capito finora, lo capiranno presto». Dal canto suo l’Iran ha dichiarato la propria azione conclusa, giustificando la risposta alle recenti uccisioni dei capi di Hamas ed Hezbollah, Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del comandante della forza Quds, Abbas Nilforoushan, come «esercizio di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Tuttavia, da Teheran è arrivato l’ennesimo avvertimento: «Non abbiamo distrutto Tel Aviv e Haifa durante i nostri attacchi missilistici, ma se il regime israeliano commette un errore, potremmo cambiare idea e ridurre Tel Aviv in cenere in una notte». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha rincarato la dose, chiamando in causa anche l’Occidente: «Se Israele reagirà, la nostra risposta sarà più forte e più potente. I sostenitori di Israele hanno ora una maggiore responsabilità di tenere a freno i guerrafondai a Tel Aviv invece di farsi coinvolgere nella loro follia». In tutta risposta, il presidente americano Joe Biden ha definito l’atteggiamento dell’Iran «fuori rotta» e ha annunciato presto nuove sanzioni per Teheran, ma ha anche ammonito l’alleato dichiarandosi contrario a un eventuale attacco israeliano a strutture nucleari iraniane, spiegando che «Israele ha il diritto di rispondere all’attacco missilistico di martedì, ma che dovrebbe farlo in modo proporzionale». Ieri si è tenuto il Consiglio di sicurezza presso le Nazioni unite, dove è stato chiesto a gran voce un immediato cessate il fuoco. L’ambasciatore israeliano, Danny Danon, ha però detto che le richieste quotidiane di de escalation non fanno altro che aiutare l’Iran. A innalzare un livello di tensione già alle stelle tra Tel Aviv e il Palazzo di vetro sono anche le ultime affermazioni di Antonio Guterres, dichiarato dal ministro degli Esteri israeliano «persona non gradita». Il segretario generale dell’Onu non aveva in primis condannato l’attacco iraniano, salvo poi rimediare dicendo di «condannare nuovamente e fermamente l’azione di Teheran, come avrebbe dovuto essere ovvio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/israele-regge-allattacco-massiccio-e-adesso-minaccia-di-colpire-liran-2669314906.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dietro-le-vendette-e-i-proclami-la-repubblica-islamica-e-spaccata" data-post-id="2669314906" data-published-at="1727898901" data-use-pagination="False"> Dietro le vendette e i proclami la Repubblica islamica è spaccata Torna a parlare Ali Khamenei, nel suo primo discorso pubblico dopo l'attacco missilistico di Teheran contro Israele: «La base dei problemi della regione è la presenza di forze come gli Usa e alcuni Paesi europei che in modo falso sostengono di difendere pace e tranquillità», ha affermato. Ma dopo 48 ore dal fallito attacco, che non ha provocato vittime o feriti, emerge ancora una volta come l’Iran non sia riuscito a coinvolgere nessun Paese arabo nella sua guerra a Israele e ora attende in totale solitudine la reazione israeliana, che certamente toccherà gli interessi petroliferi del regime, che con i proventi della vendita degli idrocarburi finanzia il terrorismo internazionale e tutte le milizie associate a Teheran. Secondo il politologo americano Edward Luttwak, «questa guerra può finire in pochi giorni perché basta colpire i pozzi petroliferi e i depositi di stoccaggio iraniani per interrompere il flusso di denaro che mantiene il suo esercito, quello di Hezbollah, degli Huthi che girano in ciabatte, quello che resta di Hamas, le milizie siro-irachene e di tutti coloro che vogliono distruggere Israele. Se all’Iran togli i soldi nessuno combatterà per loro quindi non ci saranno più armi, niente più droni e missili da lanciare». Sempre a proposito dell’isolamento iraniano, va registrato l’assordante silenzio dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo così come la dichiarazione ad Al-Jazeera di Mohammad Momani, portavoce del governo della Giordania: «Il governo della Giordania non permetterà che il Paese diventi un campo di battaglia». Mentre a Teheran si preparano all’attacco israeliano, il New York Times scrive che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sarebbe stato avvisato dell’attacco contro Israele «solo poco prima che iniziasse e ciò dimostra che il regime iraniano era diviso sull’operazione e ora probabilmente aumenteranno le divisioni nel governo». Il quotidiano, citando sempre fonti israeliane, ha confermato che l’attacco è stato eseguito dall’aeronautica dei Guardiani della rivoluzione che rispondono direttamente agli ordini alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e che non è stata un’operazione dell’esercito regolare. «La capacità di Israele di anticipare l’attacco iraniano e di indicare l’ora precisa dell’attacco, e il fatto che si sia trattato di un’operazione dei Guardiani della rivoluzione, dimostra quanto profondamente il Mossad, le unità cyber di Israele, l’Unità 8200 e l’aeronautica militare israeliana siano penetrati nel regime iraniano. Ciò significa che nessun leader iraniano può fidarsi più dell’altro», ha aggiunto il Nyt. Ieri Masoud Pezeshkian, a sua volta fervente antisemita, prima ha accusato Israele «di aver spinto Teheran a reagire», poi ha promesso una risposta più forte in caso di rappresaglia di Israele, ma ha affermato che «l’Iran non cerca la guerra con Israele». Successivamente, ha provato a mostrare i muscoli nonostante sia stato messo fuorigioco da Ali Khamenei e all’agenzia Irna ha affermato: «Non stiamo scherzando con nessuno e se questo regime (Israele ndr) vuole commettere un errore, riceverà una risposta molto più schiacciante. L’orgogliosa operazione delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran ha dimostrato ancora una volta che la presunta cupola di ferro (L’Iron Dome) dei sionisti è più fragile del vetro». Mentre pronunciava queste parole, Pezeshkian mostrava un linguaggio del corpo che è molto ben rappresentato in un aforisma persiano: «Il bugiardo ha poca memoria». In serata, inoltre, l’agenzia di stampa Tasnim, vicino alle Guardie della Rivoluzione, ha scritto che «per punire Israele, l’Iran ha sviluppato e completato una tecnologia di armamento non dichiarata, che fornisce al Paese un vantaggio contro il regime. Quindi, se i sionisti faranno una qualsiasi mossa contro l’Iran, si troveranno di fronte a una grande sorpresa». Ieri, intanto, con una decisione che passerà alla storia, il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «persona non grata», vietandogli l’ingresso nel Paese. Il ministro ha preso questa misura come risposta alla mancata condanna da parte di Guterres dell’attacco iraniano di ieri contro Israele. «Chiunque non riesca a condannare inequivocabilmente l’odioso attacco dell’Iran contro Israele non merita di mettere piede sul suolo israeliano», ha affermato Katz. Successivamente Antonio Guterres, rispondendo indirettamente alle accuse di Israele, ha affermato che «l’Iran ha lanciato circa 200 missili balistici verso Israele. Come ho fatto in relazione all’attacco iraniano di aprile, e come avrebbe dovuto essere ovvio ieri nel contesto della condanna che ho espresso, condanno nuovamente e fermamente il massiccio attacco missilistico di ieri di Teheran contro Israele».
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
Continua a leggereRiduci
content.jwplatform.com
Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
Continua a leggereRiduci