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2024-10-03
Israele regge all’attacco massiccio. E adesso minaccia di colpire l’Iran
Getty images
«Debellato e inefficace». Così gli Stati Uniti, per voce del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, hanno catalogato il massiccio attacco missilistico effettuato martedì dall’Iran su Israele.
Dalle informazioni e dai comunicati ufficiali diffusi dall’esercito israeliano è ancora difficile chiarire e capire quante e quali strutture siano state colpite e danneggiate, ma quel che è certo è che la proporzione dell’offensiva iraniana, ben maggiore a quella dello scorso aprile, ha messo a dura prova il sistema di difesa aerea israeliano che ha comunque retto ed evitato conseguenze peggiori. Tra le basi aeree colpite, al momento, risulterebbero soltanto quelle di Tel Nof e Nevatim. Su Hatzerim, la base dell’aeronautica militare israeliana che si trova a Nord del deserto del Negev, invece, non ci sono conferme, anche se da Teheran sostengono di averla colpita. Anche il quartier generale del Mossad, nell’area di Glilot a Tel Aviv, è stato coinvolto nell’attacco, con un cratere visibile nel parcheggio della struttura provocato da un razzo a medio raggio Fadi-4 lanciato da Hezbollah. Tra gli obiettivi chiave raggiunti ci sarebbero anche la base aerea di Ein Shemer, nei pressi di Hadera, e l’Unità 8200 a Tel Aviv, importante struttura di cyberwarfare e intelligence dei segnali di Israele.
La versione dell’Idf racconta di «alcune basi militari colpite», senza specificare né quali né il numero, e di «danni a edifici adibiti a uffici e altre aree di manutenzione che non incidono sul funzionamento dei caccia dell’aeronautica». Questo per dimostrare che l’impatto dei missili iraniani caduti nelle basi aeree è stato inefficace e non ha ridotto la capacità aerea israeliana. Fare un bilancio dell’attacco operato dai pasdaran, dunque, è ancora complicato, ma ieri è stato confermato il numero di 200 missili, quasi tutti balistici, lanciati dalle basi militari iraniane (oltre gli altri 1.800 lanciati da Hezbollah) che hanno impiegato più o meno venti minuti a raggiungere il territorio dello Stato ebraico. È qui che è entrato in gioco il complesso, quanto sofisticato, sistema di difesa aerea israeliano, basato su tre livelli coordinati l’uno con l’altro: il primo è l’Iron Dome che è servito per intercettare i razzi a corto raggio lanciati dagli Hezbollah dal Libano; poi ci sono il David’s Sling e gli Arrow-2 e Arrow-3 che sono intervenuti per neutralizzare i missili balistici a corto, medio e lungo raggio.
La vera novità rispetto all’attacco che l’Iran fece ad aprile sono proprio i missili balistici in grande quantità. La contraerea israeliana ha funzionato intercettandone circa l’80%, ma può andare incontro a problemi di saturazione, oltre che di costi - un singolo intercettore Arrow 3 drena tra i cinque e i sette milioni di dollari - in relazione al numero di missili da neutralizzare. Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, ci spiega: «Ad aprile si trattò di un attacco diciamo telefonato, fatto in gran parte con missili da crociera o droni che hanno sì grande velocità, ma possono essere intercettati molto prima. Stavolta, dal momento in cui sono filtrate le prime voci dell’attacco è trascorsa un’ora e i missili erano già partiti» sottolinea il direttore di Rid. «Attacco inefficace? Dipende da quali erano gli obiettivi dell’Iran. Con i dati a nostra disposizione non pare ci siano grandi danni, però il punto è che ci sono stati diversi strike, tra i 20 e i 40, ovvero punti in cui la difesa è stata bucata. E non sono pochi. Chi dice che domani non possano colpire strutture vitali per le basi o gli aerei?».
Nel frattempo, mentre in Libano si è verificato il primo scontro diretto sul terreno tra gli Hezbollah e le truppe dell’Idf a Odaisseh, e in Siria si parla di un sospetto raid israeliano che ha provocato due morti, in queste ore si prova a scongiurare una ulteriore escalation tra Tel Aviv e Teheran. Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzi Halevi, ha annunciato che lo Stato ebraico reagirà presto: «L’esercito ha la capacità di raggiungere e colpire qualsiasi punto del Medio Oriente. I nemici che non lo hanno capito finora, lo capiranno presto».
Dal canto suo l’Iran ha dichiarato la propria azione conclusa, giustificando la risposta alle recenti uccisioni dei capi di Hamas ed Hezbollah, Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del comandante della forza Quds, Abbas Nilforoushan, come «esercizio di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Tuttavia, da Teheran è arrivato l’ennesimo avvertimento: «Non abbiamo distrutto Tel Aviv e Haifa durante i nostri attacchi missilistici, ma se il regime israeliano commette un errore, potremmo cambiare idea e ridurre Tel Aviv in cenere in una notte». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha rincarato la dose, chiamando in causa anche l’Occidente: «Se Israele reagirà, la nostra risposta sarà più forte e più potente. I sostenitori di Israele hanno ora una maggiore responsabilità di tenere a freno i guerrafondai a Tel Aviv invece di farsi coinvolgere nella loro follia».
In tutta risposta, il presidente americano Joe Biden ha definito l’atteggiamento dell’Iran «fuori rotta» e ha annunciato presto nuove sanzioni per Teheran, ma ha anche ammonito l’alleato dichiarandosi contrario a un eventuale attacco israeliano a strutture nucleari iraniane, spiegando che «Israele ha il diritto di rispondere all’attacco missilistico di martedì, ma che dovrebbe farlo in modo proporzionale». Ieri si è tenuto il Consiglio di sicurezza presso le Nazioni unite, dove è stato chiesto a gran voce un immediato cessate il fuoco. L’ambasciatore israeliano, Danny Danon, ha però detto che le richieste quotidiane di de escalation non fanno altro che aiutare l’Iran. A innalzare un livello di tensione già alle stelle tra Tel Aviv e il Palazzo di vetro sono anche le ultime affermazioni di Antonio Guterres, dichiarato dal ministro degli Esteri israeliano «persona non gradita». Il segretario generale dell’Onu non aveva in primis condannato l’attacco iraniano, salvo poi rimediare dicendo di «condannare nuovamente e fermamente l’azione di Teheran, come avrebbe dovuto essere ovvio».
Dietro le vendette e i proclami la Repubblica islamica è spaccata
Torna a parlare Ali Khamenei, nel suo primo discorso pubblico dopo l'attacco missilistico di Teheran contro Israele: «La base dei problemi della regione è la presenza di forze come gli Usa e alcuni Paesi europei che in modo falso sostengono di difendere pace e tranquillità», ha affermato. Ma dopo 48 ore dal fallito attacco, che non ha provocato vittime o feriti, emerge ancora una volta come l’Iran non sia riuscito a coinvolgere nessun Paese arabo nella sua guerra a Israele e ora attende in totale solitudine la reazione israeliana, che certamente toccherà gli interessi petroliferi del regime, che con i proventi della vendita degli idrocarburi finanzia il terrorismo internazionale e tutte le milizie associate a Teheran.
Secondo il politologo americano Edward Luttwak, «questa guerra può finire in pochi giorni perché basta colpire i pozzi petroliferi e i depositi di stoccaggio iraniani per interrompere il flusso di denaro che mantiene il suo esercito, quello di Hezbollah, degli Huthi che girano in ciabatte, quello che resta di Hamas, le milizie siro-irachene e di tutti coloro che vogliono distruggere Israele. Se all’Iran togli i soldi nessuno combatterà per loro quindi non ci saranno più armi, niente più droni e missili da lanciare». Sempre a proposito dell’isolamento iraniano, va registrato l’assordante silenzio dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo così come la dichiarazione ad Al-Jazeera di Mohammad Momani, portavoce del governo della Giordania: «Il governo della Giordania non permetterà che il Paese diventi un campo di battaglia». Mentre a Teheran si preparano all’attacco israeliano, il New York Times scrive che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sarebbe stato avvisato dell’attacco contro Israele «solo poco prima che iniziasse e ciò dimostra che il regime iraniano era diviso sull’operazione e ora probabilmente aumenteranno le divisioni nel governo».
Il quotidiano, citando sempre fonti israeliane, ha confermato che l’attacco è stato eseguito dall’aeronautica dei Guardiani della rivoluzione che rispondono direttamente agli ordini alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e che non è stata un’operazione dell’esercito regolare. «La capacità di Israele di anticipare l’attacco iraniano e di indicare l’ora precisa dell’attacco, e il fatto che si sia trattato di un’operazione dei Guardiani della rivoluzione, dimostra quanto profondamente il Mossad, le unità cyber di Israele, l’Unità 8200 e l’aeronautica militare israeliana siano penetrati nel regime iraniano. Ciò significa che nessun leader iraniano può fidarsi più dell’altro», ha aggiunto il Nyt.
Ieri Masoud Pezeshkian, a sua volta fervente antisemita, prima ha accusato Israele «di aver spinto Teheran a reagire», poi ha promesso una risposta più forte in caso di rappresaglia di Israele, ma ha affermato che «l’Iran non cerca la guerra con Israele». Successivamente, ha provato a mostrare i muscoli nonostante sia stato messo fuorigioco da Ali Khamenei e all’agenzia Irna ha affermato: «Non stiamo scherzando con nessuno e se questo regime (Israele ndr) vuole commettere un errore, riceverà una risposta molto più schiacciante. L’orgogliosa operazione delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran ha dimostrato ancora una volta che la presunta cupola di ferro (L’Iron Dome) dei sionisti è più fragile del vetro». Mentre pronunciava queste parole, Pezeshkian mostrava un linguaggio del corpo che è molto ben rappresentato in un aforisma persiano: «Il bugiardo ha poca memoria».
In serata, inoltre, l’agenzia di stampa Tasnim, vicino alle Guardie della Rivoluzione, ha scritto che «per punire Israele, l’Iran ha sviluppato e completato una tecnologia di armamento non dichiarata, che fornisce al Paese un vantaggio contro il regime. Quindi, se i sionisti faranno una qualsiasi mossa contro l’Iran, si troveranno di fronte a una grande sorpresa».
Ieri, intanto, con una decisione che passerà alla storia, il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «persona non grata», vietandogli l’ingresso nel Paese. Il ministro ha preso questa misura come risposta alla mancata condanna da parte di Guterres dell’attacco iraniano di ieri contro Israele. «Chiunque non riesca a condannare inequivocabilmente l’odioso attacco dell’Iran contro Israele non merita di mettere piede sul suolo israeliano», ha affermato Katz. Successivamente Antonio Guterres, rispondendo indirettamente alle accuse di Israele, ha affermato che «l’Iran ha lanciato circa 200 missili balistici verso Israele. Come ho fatto in relazione all’attacco iraniano di aprile, e come avrebbe dovuto essere ovvio ieri nel contesto della condanna che ho espresso, condanno nuovamente e fermamente il massiccio attacco missilistico di ieri di Teheran contro Israele».
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La contraerea ha intercettato quasi tutti i missili, circa 2.000, di cui 200 balistici. Pochi danni, una vittima (palestinese). Lo Stato ebraico promette reazioni. Bombe su Damasco. Hamas rivendica l’attentato a Giaffa.Pezeshkian avvisato all’ultimo dell’azione. La guida suprema: «Usa e Ue il problema».Lo speciale contiene due articoli«Debellato e inefficace». Così gli Stati Uniti, per voce del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, hanno catalogato il massiccio attacco missilistico effettuato martedì dall’Iran su Israele. Dalle informazioni e dai comunicati ufficiali diffusi dall’esercito israeliano è ancora difficile chiarire e capire quante e quali strutture siano state colpite e danneggiate, ma quel che è certo è che la proporzione dell’offensiva iraniana, ben maggiore a quella dello scorso aprile, ha messo a dura prova il sistema di difesa aerea israeliano che ha comunque retto ed evitato conseguenze peggiori. Tra le basi aeree colpite, al momento, risulterebbero soltanto quelle di Tel Nof e Nevatim. Su Hatzerim, la base dell’aeronautica militare israeliana che si trova a Nord del deserto del Negev, invece, non ci sono conferme, anche se da Teheran sostengono di averla colpita. Anche il quartier generale del Mossad, nell’area di Glilot a Tel Aviv, è stato coinvolto nell’attacco, con un cratere visibile nel parcheggio della struttura provocato da un razzo a medio raggio Fadi-4 lanciato da Hezbollah. Tra gli obiettivi chiave raggiunti ci sarebbero anche la base aerea di Ein Shemer, nei pressi di Hadera, e l’Unità 8200 a Tel Aviv, importante struttura di cyberwarfare e intelligence dei segnali di Israele. La versione dell’Idf racconta di «alcune basi militari colpite», senza specificare né quali né il numero, e di «danni a edifici adibiti a uffici e altre aree di manutenzione che non incidono sul funzionamento dei caccia dell’aeronautica». Questo per dimostrare che l’impatto dei missili iraniani caduti nelle basi aeree è stato inefficace e non ha ridotto la capacità aerea israeliana. Fare un bilancio dell’attacco operato dai pasdaran, dunque, è ancora complicato, ma ieri è stato confermato il numero di 200 missili, quasi tutti balistici, lanciati dalle basi militari iraniane (oltre gli altri 1.800 lanciati da Hezbollah) che hanno impiegato più o meno venti minuti a raggiungere il territorio dello Stato ebraico. È qui che è entrato in gioco il complesso, quanto sofisticato, sistema di difesa aerea israeliano, basato su tre livelli coordinati l’uno con l’altro: il primo è l’Iron Dome che è servito per intercettare i razzi a corto raggio lanciati dagli Hezbollah dal Libano; poi ci sono il David’s Sling e gli Arrow-2 e Arrow-3 che sono intervenuti per neutralizzare i missili balistici a corto, medio e lungo raggio.La vera novità rispetto all’attacco che l’Iran fece ad aprile sono proprio i missili balistici in grande quantità. La contraerea israeliana ha funzionato intercettandone circa l’80%, ma può andare incontro a problemi di saturazione, oltre che di costi - un singolo intercettore Arrow 3 drena tra i cinque e i sette milioni di dollari - in relazione al numero di missili da neutralizzare. Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, ci spiega: «Ad aprile si trattò di un attacco diciamo telefonato, fatto in gran parte con missili da crociera o droni che hanno sì grande velocità, ma possono essere intercettati molto prima. Stavolta, dal momento in cui sono filtrate le prime voci dell’attacco è trascorsa un’ora e i missili erano già partiti» sottolinea il direttore di Rid. «Attacco inefficace? Dipende da quali erano gli obiettivi dell’Iran. Con i dati a nostra disposizione non pare ci siano grandi danni, però il punto è che ci sono stati diversi strike, tra i 20 e i 40, ovvero punti in cui la difesa è stata bucata. E non sono pochi. Chi dice che domani non possano colpire strutture vitali per le basi o gli aerei?».Nel frattempo, mentre in Libano si è verificato il primo scontro diretto sul terreno tra gli Hezbollah e le truppe dell’Idf a Odaisseh, e in Siria si parla di un sospetto raid israeliano che ha provocato due morti, in queste ore si prova a scongiurare una ulteriore escalation tra Tel Aviv e Teheran. Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzi Halevi, ha annunciato che lo Stato ebraico reagirà presto: «L’esercito ha la capacità di raggiungere e colpire qualsiasi punto del Medio Oriente. I nemici che non lo hanno capito finora, lo capiranno presto». Dal canto suo l’Iran ha dichiarato la propria azione conclusa, giustificando la risposta alle recenti uccisioni dei capi di Hamas ed Hezbollah, Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del comandante della forza Quds, Abbas Nilforoushan, come «esercizio di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Tuttavia, da Teheran è arrivato l’ennesimo avvertimento: «Non abbiamo distrutto Tel Aviv e Haifa durante i nostri attacchi missilistici, ma se il regime israeliano commette un errore, potremmo cambiare idea e ridurre Tel Aviv in cenere in una notte». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha rincarato la dose, chiamando in causa anche l’Occidente: «Se Israele reagirà, la nostra risposta sarà più forte e più potente. I sostenitori di Israele hanno ora una maggiore responsabilità di tenere a freno i guerrafondai a Tel Aviv invece di farsi coinvolgere nella loro follia». In tutta risposta, il presidente americano Joe Biden ha definito l’atteggiamento dell’Iran «fuori rotta» e ha annunciato presto nuove sanzioni per Teheran, ma ha anche ammonito l’alleato dichiarandosi contrario a un eventuale attacco israeliano a strutture nucleari iraniane, spiegando che «Israele ha il diritto di rispondere all’attacco missilistico di martedì, ma che dovrebbe farlo in modo proporzionale». Ieri si è tenuto il Consiglio di sicurezza presso le Nazioni unite, dove è stato chiesto a gran voce un immediato cessate il fuoco. L’ambasciatore israeliano, Danny Danon, ha però detto che le richieste quotidiane di de escalation non fanno altro che aiutare l’Iran. A innalzare un livello di tensione già alle stelle tra Tel Aviv e il Palazzo di vetro sono anche le ultime affermazioni di Antonio Guterres, dichiarato dal ministro degli Esteri israeliano «persona non gradita». 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Ma dopo 48 ore dal fallito attacco, che non ha provocato vittime o feriti, emerge ancora una volta come l’Iran non sia riuscito a coinvolgere nessun Paese arabo nella sua guerra a Israele e ora attende in totale solitudine la reazione israeliana, che certamente toccherà gli interessi petroliferi del regime, che con i proventi della vendita degli idrocarburi finanzia il terrorismo internazionale e tutte le milizie associate a Teheran. Secondo il politologo americano Edward Luttwak, «questa guerra può finire in pochi giorni perché basta colpire i pozzi petroliferi e i depositi di stoccaggio iraniani per interrompere il flusso di denaro che mantiene il suo esercito, quello di Hezbollah, degli Huthi che girano in ciabatte, quello che resta di Hamas, le milizie siro-irachene e di tutti coloro che vogliono distruggere Israele. Se all’Iran togli i soldi nessuno combatterà per loro quindi non ci saranno più armi, niente più droni e missili da lanciare». Sempre a proposito dell’isolamento iraniano, va registrato l’assordante silenzio dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo così come la dichiarazione ad Al-Jazeera di Mohammad Momani, portavoce del governo della Giordania: «Il governo della Giordania non permetterà che il Paese diventi un campo di battaglia». Mentre a Teheran si preparano all’attacco israeliano, il New York Times scrive che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sarebbe stato avvisato dell’attacco contro Israele «solo poco prima che iniziasse e ciò dimostra che il regime iraniano era diviso sull’operazione e ora probabilmente aumenteranno le divisioni nel governo». Il quotidiano, citando sempre fonti israeliane, ha confermato che l’attacco è stato eseguito dall’aeronautica dei Guardiani della rivoluzione che rispondono direttamente agli ordini alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e che non è stata un’operazione dell’esercito regolare. «La capacità di Israele di anticipare l’attacco iraniano e di indicare l’ora precisa dell’attacco, e il fatto che si sia trattato di un’operazione dei Guardiani della rivoluzione, dimostra quanto profondamente il Mossad, le unità cyber di Israele, l’Unità 8200 e l’aeronautica militare israeliana siano penetrati nel regime iraniano. Ciò significa che nessun leader iraniano può fidarsi più dell’altro», ha aggiunto il Nyt. Ieri Masoud Pezeshkian, a sua volta fervente antisemita, prima ha accusato Israele «di aver spinto Teheran a reagire», poi ha promesso una risposta più forte in caso di rappresaglia di Israele, ma ha affermato che «l’Iran non cerca la guerra con Israele». Successivamente, ha provato a mostrare i muscoli nonostante sia stato messo fuorigioco da Ali Khamenei e all’agenzia Irna ha affermato: «Non stiamo scherzando con nessuno e se questo regime (Israele ndr) vuole commettere un errore, riceverà una risposta molto più schiacciante. L’orgogliosa operazione delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran ha dimostrato ancora una volta che la presunta cupola di ferro (L’Iron Dome) dei sionisti è più fragile del vetro». Mentre pronunciava queste parole, Pezeshkian mostrava un linguaggio del corpo che è molto ben rappresentato in un aforisma persiano: «Il bugiardo ha poca memoria». In serata, inoltre, l’agenzia di stampa Tasnim, vicino alle Guardie della Rivoluzione, ha scritto che «per punire Israele, l’Iran ha sviluppato e completato una tecnologia di armamento non dichiarata, che fornisce al Paese un vantaggio contro il regime. Quindi, se i sionisti faranno una qualsiasi mossa contro l’Iran, si troveranno di fronte a una grande sorpresa». Ieri, intanto, con una decisione che passerà alla storia, il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «persona non grata», vietandogli l’ingresso nel Paese. Il ministro ha preso questa misura come risposta alla mancata condanna da parte di Guterres dell’attacco iraniano di ieri contro Israele. «Chiunque non riesca a condannare inequivocabilmente l’odioso attacco dell’Iran contro Israele non merita di mettere piede sul suolo israeliano», ha affermato Katz. Successivamente Antonio Guterres, rispondendo indirettamente alle accuse di Israele, ha affermato che «l’Iran ha lanciato circa 200 missili balistici verso Israele. Come ho fatto in relazione all’attacco iraniano di aprile, e come avrebbe dovuto essere ovvio ieri nel contesto della condanna che ho espresso, condanno nuovamente e fermamente il massiccio attacco missilistico di ieri di Teheran contro Israele».
Rocco Commisso (Ansa)
A 76 anni, li ha compiuti a fine novembre, ha ceduto. È stata la moglie Catherine, che forse dei due era la vera tifosa della Fiorentina, a dire: «Giocate, lui avrebbe voluto così». Nel derby dell’Appennino oggi si incontrano il presente affannato della Fiorentina e il sogno mai nato di Commisso di portare a Firenze un trofeo europeo. Sulla panchina del Bologna c’è Vincenzo Italiano su cui Rocco aveva scommesso. Per tre anni ha guidato la Viola con due finali di Conference Legue perse. Oggi la Serie A si ferma per un minuto; Commisso è ricordato da tutti i presidenti come un gentiluomo del calcio. I tifosi della «Fiesole» fanno oggi pace col presidente: finalmente anche se tristemente. Quest’uomo che nel 2019 aveva rilevato da Diego e Andrea Della Valle il club viola per 150 milioni di dollari lo hanno sempre guardato di sottecchi: voleva la vulgata che come tantissimi emigrati fosse tifoso della Juventus. Ha fatto ottimi affari con i bianconeri, ma Firenze è un sacrilegio. Eppure lui si presentò così: «Ho detto a mia moglie che volevo tornare in Italia per il calcio; lei mi ha detto sì, ma in una città bella e io scelto la più bella». Rocco Commisso era il secondo più facoltoso presidente della serie A – Forbes lo ha accreditato di un patrimonio di 5,9 miliardi di dollari - e i tifosi si aspettavano meraviglie. Lui una l’ha fatta: ha costruito in tre anni a Bagno a Ripoli il Viola Park Rocco B. Commisso; 130 milioni di euro per il miglior centro sportivo del calcio europeo progettato da un architetto fiorentinissimo, Marco Casamonti con lo studio Archea e Associati, con l’idea di un nuovo rinascimento, anche calcistico. Ma è rimasto a metà per la morte di Joe Barone l’uomo a cui Commisso aveva dato pieni poteri in Italia; che non si è sostanziato perché, come già con i Della Valle, a Firenze non gli hanno fatto fare lo stadio che avrebbe dato alla Fiorentina una dimensione «americana». Rocco B Commisso incarnava una doppia natura: italianissimo nel tifo, totalmente yankee negli affari. A New York ci era arrivato bambino, da Gioiosa Jonica, con la mamma e due sorelline per ricongiungersi al padre falegname nel Bronx. Grazie al calcio ha potuto studiare. Lo vedono giocare quelli della Colombia University e lo tesserano per la squadra e lo iscrivono all’Università. Laurea in ingegneria, poi approdo alla Pfizer, ma con un’ idea in testa: mettersi in proprio. L’occasione arriva quando per la Bank of Canada deve occuparsi di comunicazione. Entra nella Cablevision come vicepresidente finanziario e capisce che ci sono zone degli Usa dove le major televisive non arrivano. Stende migliaia di miglia di fibra e in 9 anni porta la Cablevision all’ottava posizione tra le televisioni via cavo. Successiva trasformazione in Mediacom, abbandono di Wall Street con un clamoroso delisting per tenere in famiglia il controllo delle società di cui si occupano ora i figli Joseph e Marisa e che Commisso aveva già avviato sulla frontiera dei nuovi media. Il calcio però era la passione di sempre. Aveva rilevato i Cosmos, la squadra di soccer di New York, dal fallimento rivitalizzandola semplicemente cambiando stadio. Poi l’incontro con i Della Valle, il desiderio d’Italia, la felicità della first lady viola Catherine passeggiando in via Tornabuoni.
La Fiorentina è rimasta una sua incompiuta. Questo calabrese con slang del Bronx in cuor suo forse avrebbe voluto rispondere all’appello di Narciso Parigi che nella «Canzone Viola» intona: «Per esser di Firenze vanto e gloria». Di Rocco oggi resta una commossa memoria.
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@Striscialanotizia
«Resistenza e resilienza» sono parole un po’ di moda, ma Striscia vuole interpretarle da una posizione forse meno strategica di prima, ma pur sempre importante e centrale. Con Ricci anche l’azienda vuole fare le cose in grande, aggiungendo per la prima volta una band, diretta da Demo Morselli. E invitando un’infilata di ospiti, nella prima puntata Alessandro Del Piero e la criminologa Roberta Bruzzone che sarà titolare della rubrica «Striscia criminale» per raccontare «le cose efferate che accadono dietro le quinte delle trasmissioni». Soprattutto, si vedrà Maria De Filippi, inviata a consegnare le «merdine» a chi parcheggia indebitamente nel posto riservato alle persone con disabilità. «Pensavo di doverla convincere, di dover insistere sul fatto che è una cosa interessante anche dal punto di vista sociale», rivela Antonio. «Invece Maria, che avrebbe dovuto rimanere solo un’ora, si è fermata e si è molto divertita».
C’è anche lo spazio per l’orgoglio del grande autore: «Sono 45 anni che faccio trasmissioni di successo, ho più Telegatti di tutti. Conservo soddisfazioni incancellabili», rivela, sbertucciando chi gli dice «poverino» ora che si ritrova «una prima serata su Canale 5. Quello che mi appassiona è fare un buon lavoro, fare una trasmissione satirica e insieme di varietà». Cede con eleganza il testimone dell’access primetime al successore: «Gerry Scotti è bravissimo e La Ruota della fortuna un programma perfetto, rivolto sia a un pubblico giovane che anziano». Ma in coda ci mette un po’ di peperoncino: «Del resto la Settimana enigmistica tiene sveglia la gente nelle Rsa. Mi avevano chiesto di tenermi pronto per metà ottobre nel caso il programma di Gerry avesse toppato». Invece, l’intuizione di far partire il gioco a quiz in anticipo, «mentre la Rai mandava ancora in onda l’esangue Techetechetè, è arrivato come una valanga anche sui pacchi di De Martino. La Rai continua a mandare in onda un programma che induce al gioco d’azzardo». E non dev’essere facile per uno come lui accettare che sia un altro a detronizzare il tradizionale avversario. «Ma noi non siamo una trasmissione vecchia, siamo la trasmissione più giovane e sul pezzo che ci sia», sottolinea Ricci. «Solo l’anno scorso abbiamo mandato in onda più di 20 nuove rubriche e nuovi inviati». Quest’anno rivedremo Luca Abete, Dario Ballantini, Rajae Bezzaz, Antonio Casanova, Jimmy Ghione, Giuseppe Longinotti, Enrico Lucci, Michele Macrì, Francesco Mazza, Moreno Morello e Valerio Staffelli e le rubriche di Cristiano Militello, Barbascura X e Rosaria Rollo.
Sì, Striscia la notizia non striscia più, ma non chiedetele di cambiare titolo.
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«The Rip - Soldi sporchi» (Netflix)
The Rip - Soldi sporchi, su Netflix da venerdì 16 gennaio, non può far leva su una trama accattivante. Non stando alla sinossi. Il film, difatti, sembrerebbe svilupparsi su unico asse, quello della diffidenza generata dal bisogno, dalla brama, dall'insorgere improvviso di individualismi ed egoismi. La città è quella di Miami, i protagonisti della vicenda poliziotti, diversi fra loro per grado e anzianità. Avrebbero potuto lavorare in armonia, coesi e determinati a raggiungere uno stesso obiettivo. Invece, una scoperta estemporanea li mette faccia a faccia con le zone d'ombra della natura umana, quelle che avevano portato Hobbes a coniare la celebre definizione di homo homini lupus. All'interno di un deposito abbandonato, senza più nessuno a vegliare il bottino, viene rinvenuta dal gruppo una mole immensa di banconote: denaro contante, per milioni e milioni di dollari. Di lì, l'iter avrebbe dovuto essere codificato, il ritrovamento dei soldi regolarmente denunciato e nuove indagini avviate per scoprirne la provenienza. Tuttavia, The Rip - Soldi sporchi non racconta l'iter procedurale così come la legge imporrebbe si sviluppasse. Racconta altro: la lotta sotterranea che comincia a prendere piete, la voglia - umana, per carità - di mettere le mani su tanta ricchezza, l'ingresso di forze esterne, criminali, decise a recuperare le proprie risorse materiali
The Rip - Soldi sporchi, dunque, racconta quel che tanti film prima di lui hanno raccontato, sperando a fare la differenza non sia la trama o i suoi colpi di scena, ma la bravura del duo scelto come protagonista. Matt Damon e Ben Affleck, la cui amicizia nella vita si è tradotta più volte in una sinergia professionale, sono stati chiamati ad interpretare, rispettivamente, il tenente Dane Dumars e il detective sergente Jd Byrne. Si tratta di un ritorno, di un nuovo progetto condiviso, della speranza che i due bastino a fare la differenza, permettendo alla piattaforma di inaugurare l'anno nel migliore dei modi.
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