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2024-10-03
Israele regge all’attacco massiccio. E adesso minaccia di colpire l’Iran
Getty images
«Debellato e inefficace». Così gli Stati Uniti, per voce del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, hanno catalogato il massiccio attacco missilistico effettuato martedì dall’Iran su Israele.
Dalle informazioni e dai comunicati ufficiali diffusi dall’esercito israeliano è ancora difficile chiarire e capire quante e quali strutture siano state colpite e danneggiate, ma quel che è certo è che la proporzione dell’offensiva iraniana, ben maggiore a quella dello scorso aprile, ha messo a dura prova il sistema di difesa aerea israeliano che ha comunque retto ed evitato conseguenze peggiori. Tra le basi aeree colpite, al momento, risulterebbero soltanto quelle di Tel Nof e Nevatim. Su Hatzerim, la base dell’aeronautica militare israeliana che si trova a Nord del deserto del Negev, invece, non ci sono conferme, anche se da Teheran sostengono di averla colpita. Anche il quartier generale del Mossad, nell’area di Glilot a Tel Aviv, è stato coinvolto nell’attacco, con un cratere visibile nel parcheggio della struttura provocato da un razzo a medio raggio Fadi-4 lanciato da Hezbollah. Tra gli obiettivi chiave raggiunti ci sarebbero anche la base aerea di Ein Shemer, nei pressi di Hadera, e l’Unità 8200 a Tel Aviv, importante struttura di cyberwarfare e intelligence dei segnali di Israele.
La versione dell’Idf racconta di «alcune basi militari colpite», senza specificare né quali né il numero, e di «danni a edifici adibiti a uffici e altre aree di manutenzione che non incidono sul funzionamento dei caccia dell’aeronautica». Questo per dimostrare che l’impatto dei missili iraniani caduti nelle basi aeree è stato inefficace e non ha ridotto la capacità aerea israeliana. Fare un bilancio dell’attacco operato dai pasdaran, dunque, è ancora complicato, ma ieri è stato confermato il numero di 200 missili, quasi tutti balistici, lanciati dalle basi militari iraniane (oltre gli altri 1.800 lanciati da Hezbollah) che hanno impiegato più o meno venti minuti a raggiungere il territorio dello Stato ebraico. È qui che è entrato in gioco il complesso, quanto sofisticato, sistema di difesa aerea israeliano, basato su tre livelli coordinati l’uno con l’altro: il primo è l’Iron Dome che è servito per intercettare i razzi a corto raggio lanciati dagli Hezbollah dal Libano; poi ci sono il David’s Sling e gli Arrow-2 e Arrow-3 che sono intervenuti per neutralizzare i missili balistici a corto, medio e lungo raggio.
La vera novità rispetto all’attacco che l’Iran fece ad aprile sono proprio i missili balistici in grande quantità. La contraerea israeliana ha funzionato intercettandone circa l’80%, ma può andare incontro a problemi di saturazione, oltre che di costi - un singolo intercettore Arrow 3 drena tra i cinque e i sette milioni di dollari - in relazione al numero di missili da neutralizzare. Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, ci spiega: «Ad aprile si trattò di un attacco diciamo telefonato, fatto in gran parte con missili da crociera o droni che hanno sì grande velocità, ma possono essere intercettati molto prima. Stavolta, dal momento in cui sono filtrate le prime voci dell’attacco è trascorsa un’ora e i missili erano già partiti» sottolinea il direttore di Rid. «Attacco inefficace? Dipende da quali erano gli obiettivi dell’Iran. Con i dati a nostra disposizione non pare ci siano grandi danni, però il punto è che ci sono stati diversi strike, tra i 20 e i 40, ovvero punti in cui la difesa è stata bucata. E non sono pochi. Chi dice che domani non possano colpire strutture vitali per le basi o gli aerei?».
Nel frattempo, mentre in Libano si è verificato il primo scontro diretto sul terreno tra gli Hezbollah e le truppe dell’Idf a Odaisseh, e in Siria si parla di un sospetto raid israeliano che ha provocato due morti, in queste ore si prova a scongiurare una ulteriore escalation tra Tel Aviv e Teheran. Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzi Halevi, ha annunciato che lo Stato ebraico reagirà presto: «L’esercito ha la capacità di raggiungere e colpire qualsiasi punto del Medio Oriente. I nemici che non lo hanno capito finora, lo capiranno presto».
Dal canto suo l’Iran ha dichiarato la propria azione conclusa, giustificando la risposta alle recenti uccisioni dei capi di Hamas ed Hezbollah, Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del comandante della forza Quds, Abbas Nilforoushan, come «esercizio di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Tuttavia, da Teheran è arrivato l’ennesimo avvertimento: «Non abbiamo distrutto Tel Aviv e Haifa durante i nostri attacchi missilistici, ma se il regime israeliano commette un errore, potremmo cambiare idea e ridurre Tel Aviv in cenere in una notte». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha rincarato la dose, chiamando in causa anche l’Occidente: «Se Israele reagirà, la nostra risposta sarà più forte e più potente. I sostenitori di Israele hanno ora una maggiore responsabilità di tenere a freno i guerrafondai a Tel Aviv invece di farsi coinvolgere nella loro follia».
In tutta risposta, il presidente americano Joe Biden ha definito l’atteggiamento dell’Iran «fuori rotta» e ha annunciato presto nuove sanzioni per Teheran, ma ha anche ammonito l’alleato dichiarandosi contrario a un eventuale attacco israeliano a strutture nucleari iraniane, spiegando che «Israele ha il diritto di rispondere all’attacco missilistico di martedì, ma che dovrebbe farlo in modo proporzionale». Ieri si è tenuto il Consiglio di sicurezza presso le Nazioni unite, dove è stato chiesto a gran voce un immediato cessate il fuoco. L’ambasciatore israeliano, Danny Danon, ha però detto che le richieste quotidiane di de escalation non fanno altro che aiutare l’Iran. A innalzare un livello di tensione già alle stelle tra Tel Aviv e il Palazzo di vetro sono anche le ultime affermazioni di Antonio Guterres, dichiarato dal ministro degli Esteri israeliano «persona non gradita». Il segretario generale dell’Onu non aveva in primis condannato l’attacco iraniano, salvo poi rimediare dicendo di «condannare nuovamente e fermamente l’azione di Teheran, come avrebbe dovuto essere ovvio».
Dietro le vendette e i proclami la Repubblica islamica è spaccata
Torna a parlare Ali Khamenei, nel suo primo discorso pubblico dopo l'attacco missilistico di Teheran contro Israele: «La base dei problemi della regione è la presenza di forze come gli Usa e alcuni Paesi europei che in modo falso sostengono di difendere pace e tranquillità», ha affermato. Ma dopo 48 ore dal fallito attacco, che non ha provocato vittime o feriti, emerge ancora una volta come l’Iran non sia riuscito a coinvolgere nessun Paese arabo nella sua guerra a Israele e ora attende in totale solitudine la reazione israeliana, che certamente toccherà gli interessi petroliferi del regime, che con i proventi della vendita degli idrocarburi finanzia il terrorismo internazionale e tutte le milizie associate a Teheran.
Secondo il politologo americano Edward Luttwak, «questa guerra può finire in pochi giorni perché basta colpire i pozzi petroliferi e i depositi di stoccaggio iraniani per interrompere il flusso di denaro che mantiene il suo esercito, quello di Hezbollah, degli Huthi che girano in ciabatte, quello che resta di Hamas, le milizie siro-irachene e di tutti coloro che vogliono distruggere Israele. Se all’Iran togli i soldi nessuno combatterà per loro quindi non ci saranno più armi, niente più droni e missili da lanciare». Sempre a proposito dell’isolamento iraniano, va registrato l’assordante silenzio dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo così come la dichiarazione ad Al-Jazeera di Mohammad Momani, portavoce del governo della Giordania: «Il governo della Giordania non permetterà che il Paese diventi un campo di battaglia». Mentre a Teheran si preparano all’attacco israeliano, il New York Times scrive che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sarebbe stato avvisato dell’attacco contro Israele «solo poco prima che iniziasse e ciò dimostra che il regime iraniano era diviso sull’operazione e ora probabilmente aumenteranno le divisioni nel governo».
Il quotidiano, citando sempre fonti israeliane, ha confermato che l’attacco è stato eseguito dall’aeronautica dei Guardiani della rivoluzione che rispondono direttamente agli ordini alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e che non è stata un’operazione dell’esercito regolare. «La capacità di Israele di anticipare l’attacco iraniano e di indicare l’ora precisa dell’attacco, e il fatto che si sia trattato di un’operazione dei Guardiani della rivoluzione, dimostra quanto profondamente il Mossad, le unità cyber di Israele, l’Unità 8200 e l’aeronautica militare israeliana siano penetrati nel regime iraniano. Ciò significa che nessun leader iraniano può fidarsi più dell’altro», ha aggiunto il Nyt.
Ieri Masoud Pezeshkian, a sua volta fervente antisemita, prima ha accusato Israele «di aver spinto Teheran a reagire», poi ha promesso una risposta più forte in caso di rappresaglia di Israele, ma ha affermato che «l’Iran non cerca la guerra con Israele». Successivamente, ha provato a mostrare i muscoli nonostante sia stato messo fuorigioco da Ali Khamenei e all’agenzia Irna ha affermato: «Non stiamo scherzando con nessuno e se questo regime (Israele ndr) vuole commettere un errore, riceverà una risposta molto più schiacciante. L’orgogliosa operazione delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran ha dimostrato ancora una volta che la presunta cupola di ferro (L’Iron Dome) dei sionisti è più fragile del vetro». Mentre pronunciava queste parole, Pezeshkian mostrava un linguaggio del corpo che è molto ben rappresentato in un aforisma persiano: «Il bugiardo ha poca memoria».
In serata, inoltre, l’agenzia di stampa Tasnim, vicino alle Guardie della Rivoluzione, ha scritto che «per punire Israele, l’Iran ha sviluppato e completato una tecnologia di armamento non dichiarata, che fornisce al Paese un vantaggio contro il regime. Quindi, se i sionisti faranno una qualsiasi mossa contro l’Iran, si troveranno di fronte a una grande sorpresa».
Ieri, intanto, con una decisione che passerà alla storia, il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «persona non grata», vietandogli l’ingresso nel Paese. Il ministro ha preso questa misura come risposta alla mancata condanna da parte di Guterres dell’attacco iraniano di ieri contro Israele. «Chiunque non riesca a condannare inequivocabilmente l’odioso attacco dell’Iran contro Israele non merita di mettere piede sul suolo israeliano», ha affermato Katz. Successivamente Antonio Guterres, rispondendo indirettamente alle accuse di Israele, ha affermato che «l’Iran ha lanciato circa 200 missili balistici verso Israele. Come ho fatto in relazione all’attacco iraniano di aprile, e come avrebbe dovuto essere ovvio ieri nel contesto della condanna che ho espresso, condanno nuovamente e fermamente il massiccio attacco missilistico di ieri di Teheran contro Israele».
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La contraerea ha intercettato quasi tutti i missili, circa 2.000, di cui 200 balistici. Pochi danni, una vittima (palestinese). Lo Stato ebraico promette reazioni. Bombe su Damasco. Hamas rivendica l’attentato a Giaffa.Pezeshkian avvisato all’ultimo dell’azione. La guida suprema: «Usa e Ue il problema».Lo speciale contiene due articoli«Debellato e inefficace». Così gli Stati Uniti, per voce del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, hanno catalogato il massiccio attacco missilistico effettuato martedì dall’Iran su Israele. Dalle informazioni e dai comunicati ufficiali diffusi dall’esercito israeliano è ancora difficile chiarire e capire quante e quali strutture siano state colpite e danneggiate, ma quel che è certo è che la proporzione dell’offensiva iraniana, ben maggiore a quella dello scorso aprile, ha messo a dura prova il sistema di difesa aerea israeliano che ha comunque retto ed evitato conseguenze peggiori. Tra le basi aeree colpite, al momento, risulterebbero soltanto quelle di Tel Nof e Nevatim. Su Hatzerim, la base dell’aeronautica militare israeliana che si trova a Nord del deserto del Negev, invece, non ci sono conferme, anche se da Teheran sostengono di averla colpita. Anche il quartier generale del Mossad, nell’area di Glilot a Tel Aviv, è stato coinvolto nell’attacco, con un cratere visibile nel parcheggio della struttura provocato da un razzo a medio raggio Fadi-4 lanciato da Hezbollah. Tra gli obiettivi chiave raggiunti ci sarebbero anche la base aerea di Ein Shemer, nei pressi di Hadera, e l’Unità 8200 a Tel Aviv, importante struttura di cyberwarfare e intelligence dei segnali di Israele. La versione dell’Idf racconta di «alcune basi militari colpite», senza specificare né quali né il numero, e di «danni a edifici adibiti a uffici e altre aree di manutenzione che non incidono sul funzionamento dei caccia dell’aeronautica». Questo per dimostrare che l’impatto dei missili iraniani caduti nelle basi aeree è stato inefficace e non ha ridotto la capacità aerea israeliana. Fare un bilancio dell’attacco operato dai pasdaran, dunque, è ancora complicato, ma ieri è stato confermato il numero di 200 missili, quasi tutti balistici, lanciati dalle basi militari iraniane (oltre gli altri 1.800 lanciati da Hezbollah) che hanno impiegato più o meno venti minuti a raggiungere il territorio dello Stato ebraico. È qui che è entrato in gioco il complesso, quanto sofisticato, sistema di difesa aerea israeliano, basato su tre livelli coordinati l’uno con l’altro: il primo è l’Iron Dome che è servito per intercettare i razzi a corto raggio lanciati dagli Hezbollah dal Libano; poi ci sono il David’s Sling e gli Arrow-2 e Arrow-3 che sono intervenuti per neutralizzare i missili balistici a corto, medio e lungo raggio.La vera novità rispetto all’attacco che l’Iran fece ad aprile sono proprio i missili balistici in grande quantità. La contraerea israeliana ha funzionato intercettandone circa l’80%, ma può andare incontro a problemi di saturazione, oltre che di costi - un singolo intercettore Arrow 3 drena tra i cinque e i sette milioni di dollari - in relazione al numero di missili da neutralizzare. Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, ci spiega: «Ad aprile si trattò di un attacco diciamo telefonato, fatto in gran parte con missili da crociera o droni che hanno sì grande velocità, ma possono essere intercettati molto prima. Stavolta, dal momento in cui sono filtrate le prime voci dell’attacco è trascorsa un’ora e i missili erano già partiti» sottolinea il direttore di Rid. «Attacco inefficace? Dipende da quali erano gli obiettivi dell’Iran. Con i dati a nostra disposizione non pare ci siano grandi danni, però il punto è che ci sono stati diversi strike, tra i 20 e i 40, ovvero punti in cui la difesa è stata bucata. E non sono pochi. Chi dice che domani non possano colpire strutture vitali per le basi o gli aerei?».Nel frattempo, mentre in Libano si è verificato il primo scontro diretto sul terreno tra gli Hezbollah e le truppe dell’Idf a Odaisseh, e in Siria si parla di un sospetto raid israeliano che ha provocato due morti, in queste ore si prova a scongiurare una ulteriore escalation tra Tel Aviv e Teheran. Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Herzi Halevi, ha annunciato che lo Stato ebraico reagirà presto: «L’esercito ha la capacità di raggiungere e colpire qualsiasi punto del Medio Oriente. I nemici che non lo hanno capito finora, lo capiranno presto». Dal canto suo l’Iran ha dichiarato la propria azione conclusa, giustificando la risposta alle recenti uccisioni dei capi di Hamas ed Hezbollah, Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del comandante della forza Quds, Abbas Nilforoushan, come «esercizio di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Tuttavia, da Teheran è arrivato l’ennesimo avvertimento: «Non abbiamo distrutto Tel Aviv e Haifa durante i nostri attacchi missilistici, ma se il regime israeliano commette un errore, potremmo cambiare idea e ridurre Tel Aviv in cenere in una notte». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha rincarato la dose, chiamando in causa anche l’Occidente: «Se Israele reagirà, la nostra risposta sarà più forte e più potente. I sostenitori di Israele hanno ora una maggiore responsabilità di tenere a freno i guerrafondai a Tel Aviv invece di farsi coinvolgere nella loro follia». In tutta risposta, il presidente americano Joe Biden ha definito l’atteggiamento dell’Iran «fuori rotta» e ha annunciato presto nuove sanzioni per Teheran, ma ha anche ammonito l’alleato dichiarandosi contrario a un eventuale attacco israeliano a strutture nucleari iraniane, spiegando che «Israele ha il diritto di rispondere all’attacco missilistico di martedì, ma che dovrebbe farlo in modo proporzionale». Ieri si è tenuto il Consiglio di sicurezza presso le Nazioni unite, dove è stato chiesto a gran voce un immediato cessate il fuoco. L’ambasciatore israeliano, Danny Danon, ha però detto che le richieste quotidiane di de escalation non fanno altro che aiutare l’Iran. A innalzare un livello di tensione già alle stelle tra Tel Aviv e il Palazzo di vetro sono anche le ultime affermazioni di Antonio Guterres, dichiarato dal ministro degli Esteri israeliano «persona non gradita». 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Ma dopo 48 ore dal fallito attacco, che non ha provocato vittime o feriti, emerge ancora una volta come l’Iran non sia riuscito a coinvolgere nessun Paese arabo nella sua guerra a Israele e ora attende in totale solitudine la reazione israeliana, che certamente toccherà gli interessi petroliferi del regime, che con i proventi della vendita degli idrocarburi finanzia il terrorismo internazionale e tutte le milizie associate a Teheran. Secondo il politologo americano Edward Luttwak, «questa guerra può finire in pochi giorni perché basta colpire i pozzi petroliferi e i depositi di stoccaggio iraniani per interrompere il flusso di denaro che mantiene il suo esercito, quello di Hezbollah, degli Huthi che girano in ciabatte, quello che resta di Hamas, le milizie siro-irachene e di tutti coloro che vogliono distruggere Israele. Se all’Iran togli i soldi nessuno combatterà per loro quindi non ci saranno più armi, niente più droni e missili da lanciare». Sempre a proposito dell’isolamento iraniano, va registrato l’assordante silenzio dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo così come la dichiarazione ad Al-Jazeera di Mohammad Momani, portavoce del governo della Giordania: «Il governo della Giordania non permetterà che il Paese diventi un campo di battaglia». Mentre a Teheran si preparano all’attacco israeliano, il New York Times scrive che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sarebbe stato avvisato dell’attacco contro Israele «solo poco prima che iniziasse e ciò dimostra che il regime iraniano era diviso sull’operazione e ora probabilmente aumenteranno le divisioni nel governo». Il quotidiano, citando sempre fonti israeliane, ha confermato che l’attacco è stato eseguito dall’aeronautica dei Guardiani della rivoluzione che rispondono direttamente agli ordini alla Guida Suprema, Ali Khamenei, e che non è stata un’operazione dell’esercito regolare. «La capacità di Israele di anticipare l’attacco iraniano e di indicare l’ora precisa dell’attacco, e il fatto che si sia trattato di un’operazione dei Guardiani della rivoluzione, dimostra quanto profondamente il Mossad, le unità cyber di Israele, l’Unità 8200 e l’aeronautica militare israeliana siano penetrati nel regime iraniano. Ciò significa che nessun leader iraniano può fidarsi più dell’altro», ha aggiunto il Nyt. Ieri Masoud Pezeshkian, a sua volta fervente antisemita, prima ha accusato Israele «di aver spinto Teheran a reagire», poi ha promesso una risposta più forte in caso di rappresaglia di Israele, ma ha affermato che «l’Iran non cerca la guerra con Israele». Successivamente, ha provato a mostrare i muscoli nonostante sia stato messo fuorigioco da Ali Khamenei e all’agenzia Irna ha affermato: «Non stiamo scherzando con nessuno e se questo regime (Israele ndr) vuole commettere un errore, riceverà una risposta molto più schiacciante. L’orgogliosa operazione delle forze armate della Repubblica islamica dell’Iran ha dimostrato ancora una volta che la presunta cupola di ferro (L’Iron Dome) dei sionisti è più fragile del vetro». Mentre pronunciava queste parole, Pezeshkian mostrava un linguaggio del corpo che è molto ben rappresentato in un aforisma persiano: «Il bugiardo ha poca memoria». In serata, inoltre, l’agenzia di stampa Tasnim, vicino alle Guardie della Rivoluzione, ha scritto che «per punire Israele, l’Iran ha sviluppato e completato una tecnologia di armamento non dichiarata, che fornisce al Paese un vantaggio contro il regime. Quindi, se i sionisti faranno una qualsiasi mossa contro l’Iran, si troveranno di fronte a una grande sorpresa». Ieri, intanto, con una decisione che passerà alla storia, il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «persona non grata», vietandogli l’ingresso nel Paese. Il ministro ha preso questa misura come risposta alla mancata condanna da parte di Guterres dell’attacco iraniano di ieri contro Israele. «Chiunque non riesca a condannare inequivocabilmente l’odioso attacco dell’Iran contro Israele non merita di mettere piede sul suolo israeliano», ha affermato Katz. Successivamente Antonio Guterres, rispondendo indirettamente alle accuse di Israele, ha affermato che «l’Iran ha lanciato circa 200 missili balistici verso Israele. Come ho fatto in relazione all’attacco iraniano di aprile, e come avrebbe dovuto essere ovvio ieri nel contesto della condanna che ho espresso, condanno nuovamente e fermamente il massiccio attacco missilistico di ieri di Teheran contro Israele».
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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Ecco #DimmiLaVerità del 26 maggio 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo gli sviluppi preoccupanti della guerra in Iran.
Il centrodestra isola il generale Roberto Vannacci e snobba i suoi sondaggi in crescita (il partito Futuro nazionale ha raggiunto quota 60.000 iscritti in tre mesi, un numero enorme). Così, però, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia rischiano di regalargli voti e spianargli la strada per correre da solo. A meno che il loro obiettivo non sia imbarcare il poco affidabile Carlo Calenda.
Friedrich Merz (Getty Images)
La più diffusa reazione sarebbe stata certamente quella dello sgomento e dell’indignazione a fronte di ciò che ai più sarebbe apparso come un inopinato e terrificante risorgere del militarismo tedesco, responsabile esclusivo, secondo la «vulgata» della storiografia ufficiale, delle due guerre mondiali che hanno funestato la prima metà del XX secolo. Torniamo ora ai nostri giorni e constatiamo come la stessa identica intenzione, manifestata dall’attuale cancelliere Friedrich Merz, viene invece accolta con la più assoluta indifferenza se non anche, da parte di determinati ambienti politici e militari che sembrano ormai affascinati dall’idea di una possibile guerra con la Russia, con vera e propria soddisfazione. E con indifferenza risulta accolta anche la ulteriore intenzione, manifestata di recente dal ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul, di far assumere alla Germania le sue «responsabilità di leadership» nell’ambito dell’alleanza atlantica, a fronte di quello che appare il progressivo disimpegno degli Usa. Prospettiva questa che, in anni non lontani, avrebbe anch’essa suscitato reazioni oscillanti fra l’incredulità, l’ironia e la più seria preoccupazione. Pressoché nulle risultano poi le reazioni al manifestarsi di idee come quelle che si ritrovano, ad esempio, in un articolo recentemente comparso sul settimanale tedesco Focus (che, insieme allo Spiegel e allo Stern, è uno dei più diffusi in Germania), in cui, come riferito da Money.it, tali Roderich Kiesewetter e Susann Worschech, rispettivamente ex colonnello dell’esercito tedesco e docente (pare) di non meglio precisati «studi ucraini» presso l’Università di Francoforte oltre che aderente al partito dei Verdi, prospettano come obiettivo auspicabile e realistico niente di meno che la «resa incondizionata» della Russia nell’attuale conflitto con l’Ucraina; obiettivo da realizzarsi mediante un massiccio rafforzamento della capacità militari dell’Ucraina tale da consentirle il recupero di tutti i territori occupati dalla Russia, compresa la Crimea, nonché mediante ricorso a un forte aumento delle sanzioni, all’esproprio degli «asset» russi in Europa e a ogni altro mezzo che appaia idoneo a far sì che la Russia sia «messa in ginocchio». A preoccupare non è tanto il fatto che qualcuno esprima farneticazioni del genere, ma quello che esse trovino spazio su organi d’informazione autorevoli e di larga diffusione senza timore né del ridicolo né (a dir poco) dello sconcerto che dovrebbero suscitare in chiunque abbia il benché minimo uso di ragione.
Ma - occorre ora chiedersi - come ci si può spiegare un tale cambiamento proprio in un Paese come la Germania che, a causa delle passate, tragiche esperienze vissute e fatte vivere ad altri, appariva ed era considerato come il più vaccinato contro ogni possibile ritorno di «spiriti guerrieri»? Tanto vaccinato da aver rifiutato, a suo tempo, la propria partecipazione (suscitando anche qualche malumore, specialmente oltre Atlantico) a iniziative belliche quali, in particolare, le due «guerre del golfo» condotte, nel 1990 e nel 2003, contro l’Iraq di Saddam Hussein; la «guerra umanitaria» a sostegno dei kosovari contro la Serbia di Slobodan Milošević nel 1999; la guerra a sostegno della «primavera araba» contro la Libia di Muammar Gheddafi, nel 2011. Guerre, queste, tutte promosse e condotte dagli Usa e altri alleati della Nato tra i quali, salvo che nel caso della seconda guerra del golfo, figurava anche l’Italia.
Che all’origine del fenomeno vi sia il fatto nuovo costituito dall’«operazione militare speciale» condotta dalla Russia contro l’Ucraina appare, ovviamente, di tutta evidenza. Sarebbe però del tutto errato pensare che ad avere efficacia determinante sia stato veramente - come, invece, si vuol far credere - il timore che, una volta liquidata in qualche modo la partita con l’Ucraina, la Russia rivolgerebbe le sue mire aggressive contro altri Paesi europei ivi compresa, naturalmente, la Germania. Un tale timore può, infatti, per ragioni storiche, essere largamente nutrito - non importa se a torto o a ragione - in popolazioni come quelle dei paesi baltici o della Polonia, che dell’espansionismo russo sono stati, a suo tempo, vittime, ma non certo nella popolazione tedesca, in cui, semmai, dovrebbe essere presente il ricordo delle due guerre condotte, a iniziativa della Germania, contro la Russia nel 1914 e nel 1941. Né può ritenersi che il mutamento sia frutto soltanto del pur sicuramente presente interesse economico della Germania allo sviluppo dell’industria bellica, a compenso del declino di altre, a cominciare da quella automobilistica, follemente sacrificata alle presunte esigenze del Green deal. Se così fosse il governo tedesco tutto farebbe tranne che ostentare ed esaltare un proposito che gli converrebbe, invece, tenere il più possibile nascosto. Rimane, quindi, a questo punto, come ipotesi più probabile, quella che il mutamento sia stato determinato essenzialmente dal fatto che la Russia, con la guerra definita tout court di «aggressione» contro l’Ucraina, è venuta ad assumere, nella narrazione imposta dall’«establishment» politico e mediatico dominante in Europa, quello stesso ruolo di nazione irremissibilmente colpevole di un «male assoluto» che, in precedenza, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, era stato riservato alla Germania; ruolo che quest’ultima, «bon grè mal grè», aveva dovuto accettare, rassegnandosi ad assumere l’atteggiamento di perenne contrizione per il suo passato che esso richiedeva nonché ad astenersi da ogni comportamento che potesse anche lontanamente dar luogo al sospetto che quel passato potesse tornare. Non le è parso vero, quindi, di potersi scrollare di dosso, finalmente, l’abito penitenziale che così a lungo ha dovuto portare per riprendere, al suo posto, l’antica e forzatamente dimessa veste di autonominatasi suprema garante dell’ordine in tutto il continente europeo, con il diritto, perciò, di disporre della forza necessaria per imporne, all’occasione, l’osservanza a chi, come oggi la Russia, lo abbia violato. Se così è, sia però almeno consentito sperare, senza che a Berlino qualcuno si offenda, che quell’occasione non abbia mai a presentarsi.
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