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2019-01-14
«Io che l’ho aiutato a evadere vi dico: non rimarrà in carcere a lungo»
Ansa
È l'uomo che il 4 ottobre 1981 ha fatto evadere Cesare Battisti dal carcere di Frosinone, consentendogli una fuga lunga 38 anni. Adesso la prima frase che pronuncia Pietro Mutti è di sollievo: «È finita anche per quel signore». Ma la sua voce non sprizza gioia. Per gli amici di Battisti è il «fantasma» che con le sue dichiarazioni ha incastrato il loro idolo. In realtà Mutti, uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, è il pentito che custodisce i segreti dell'ex compagno. Mutti, 64 anni, occhialuto, baffi e capelli brizzolati, fisico asciutto, sa che qualcuno in Italia potrebbe tremare per il ritorno di Battisti, in particolare i complici mai identificati che protessero il fuggitivo prima a Roma e poi a Bologna. «Quelli in Emilia erano rapporti più personali che politici», rivela Mutti. Secondo il quale quei nomi non sono mai usciti perché erano una rete di amicizie costruita da alcuni suoi ex compagni dei Pac, a partire da Sebastiano Masala, ma anche da Claudio Lavazza e Luigi Bergamin. Il primo è irrintracciabile, il secondo, convertitosi all'anarchia, è in carcere in Spagna dopo aver ammazzato nel 1996 due poliziotti e il terzo fa il traduttore (latitante) in Francia. I fiancheggiatori misteriosi di Battisti erano donne? «Probabile. So che Masala aveva una relazione amorosa a Bologna, una donna che io però non ho mai conosciuto personalmente. Quando Masala aveva queste storie io stavo già entrando in Prima linea e lui stava meditando di lasciare la lotta armata. Io, però, non sono mai riuscito a spiegare ai magistrati come quei contatti fossero passati da Masala, che nel frattempo era stato arrestato, a Bergamin e Lavazza. Io all'epoca li vedevo raramente. Nel 1981 ci siamo incontrati per organizzare l'evasione di Battisti da Frosinone, però, ognuno faceva la propria vita».
All'epoca Mutti si era trasferito a Roma in un seminterrato in zona San Giovanni dove viveva in clandestinità con la ragazza dell'epoca, la terrorista Maria Pia Sacchi. Ma chi ebbe l'idea di far evadere Battisti? «Me lo proposero Lavazza e Bergamin. Con loro mi incontravo sempre in luoghi pubblici in giro per la Capitale. Erano in contatto con la sorella di Battisti e mi risulta che lei gli avesse spiegato la situazione della prigione di Frosinone, che aveva ben poche misure di sicurezza. Così Lavazza e Bergamin cercarono di coinvolgermi».
Mutti era in grado di fornire un appoggio militare perché era uno dei capi di Prima linea. «Personalmente ero interessato all'operazione, però, per correttezza mi sono consultato con gli altri coordinatori, anche se all'epoca pure Prima linea era alla fine ed eravamo quattro gatti. A gestire gli ultimi rimasugli eravamo io e Giulia Borelli». Quell'esperienza finì nel giro di pochi mesi. Prima venne ferita la Borelli, quindi i carabinieri del futuro generale Mario Mori arrestarono Mutti nel suo rifugio, dove era imprudentemente tornato. Gli inquirenti iniziarono a torchiare lui e i suoi compagni su Prima linea. Successivamente si concentrarono sulle malefatte dei Pac e di Battisti.
Ma torniamo all'evasione. I vertici di Prima linea autorizzarono l'assalto al carcere di Frosinone: «Lo fecero con riserva, ma trattandosi di un'operazione di liberazione dissero che andava bene e per questo abbiamo fatto questa unione tattica tra ex Pac e Prima linea». Il commando era composto da Mutti, Bergamin, Lavazza, oltre che da Luca Frassinetti e Sonia Benedetti di Pl. «Arrivammo in macchina. Era l'orario delle visite. La Benedetti suonò al portone come se fosse una parente che doveva avere un colloquio. Per quello portammo una donna. Inizialmente doveva venire l'ex fidanzata di Battisti, ma non era militarmente all'altezza (oggi fa la docente universitaria, ndr). Io entrai subito dopo Sonia. Bloccammo le guardie, che erano disarmate e non opposero resistenza. Avevamo pistole e bottiglie molotov, ma non abbiamo dovuto sparare nemmeno un colpo. Come ho detto, era una casa circondariale per ladri di polli. Battisti lo avevano trasferito per un vecchio processo che doveva subire per reati comuni (era stato condannato per rapina, ndr) e poi era rimasto lì. Ci facemmo aprire due cancelli e mi sembra che Battisti fosse già ad aspettarci sulle scale che portavano ai raggi dell'istituto. Con lui c'era anche un suo compagno di cella, un camorrista di nome Luigi Moccia. Siamo fuggiti con l'unica auto che avevamo perché Moccia non era previsto. Dopo pochi chilometri abbiamo mollato la macchina e siamo saliti su un furgoncino con cui abbiamo scollinato. Da lì abbiamo raggiunto a piedi una piccola stazione e siamo ritornati a Roma in treno».
Battisti era euforico? «Mi sembra che fosse abbastanza tranquillo. Qualcuno, o Lavazza o Bergamin, gli diede un'arma, mentre io ho dato una pistola a Moccia anche se non ero molto convinto». Dove avete lasciato Battisti? «Aveva un appoggio in città che gli avevano trovato Bergamin e Lavazza, una casa che non so di chi fosse. Sicuramente si trattava di compagni». Le strade di Battisti e di Mutti si separarono quel giorno. Si è pentito di averlo fatto scappare? «No, all'epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia».
Con il ritorno di Battisti forse anche Mutti chiuderà i suoi conti con il passato. «Questa storia doveva finire tanto tempo fa. Il periodo delle provocazioni è finito, ora Battisti si faccia la sua galera e non rompa le scatole. Anche se non credo che andrà così». Che cosa intende? «Vedrà che troverà una scusa. Secondo me non starà molto in cella. Addurrà motivi di salute. Logicamente qualche anno lo sconterà, ma di sicuro non è il tipo che morirà in gabbia».
Oggi Mutti non andrà ad attendere Battisti in aeroporto, né stapperà una bottiglia di vino. «Il suo ritorno mi lascia abbastanza indifferente», ci assicura. Gli chiediamo se per l'ex latitante non sarebbe stato meglio farsi un po' di prigione negli anni Ottanta e Novanta e uscire di galera a 40 anni. L'ex fondatore dei Pac non è d'accordo: «C'è l'altro lato della medaglia: Battisti ha vissuto tutta la sua esistenza fuori, tranquillo. Da personaggio pubblico, in Francia e in Brasile. Adesso, a 64 anni, se ne può andare in carcere a scrivere i suoi libri».
Giacomo Amadori
Battisti sarà a Roma entro poche ore. «Lo attende la cella»
Su un marciapiedi di Santa Cruz de la Sierra, in un'assolata giornata boliviana, si è chiuso il conto aperto 38 anni fa con la giustizia da Cesare Battisti, assassino dei Proletari armati per il comunismo, condannato a 4 ergastoli. Il criminale protetto dall'internazionale rossa, prima in Francia e poi in Sudamerica, è stato arrestato nella notte di ieri da una squadra dell'Interpol a conclusione di uno straordinario lavoro investigativo che ha visto la collaborazione delle autorità di Roma, Brasilia e La Paz, a cui il terrorista aveva inutilmente chiesto asilo politico, convinto probabilmente dall'orientamento socialista del presidente Evo Morales, sindacalista del movimento dei coltivatori di coca (anche se può ancora presentare appello fino al 18 gennaio).
Battisti era fuggito dalla casa di Cananeia, nello Stato di San Paolo, in Brasile, negli ultimi giorni di novembre. Allarmato dalle continue voci sulla sua imminente cattura e dalla martellante campagna dell'allora candidato alla presidenza, Jair Bolsonaro, che ne aveva promesso la consegna all'Italia. Già a metà dicembre, secondo quanto risulta alla Verità, era pronto il blitz con un aereo dell'intelligence italiana dislocato in Brasile, ma all'ultimo minuto era stato annullato. Non si sono interrotti, invece, i pedinamenti elettronici che la Digos di Milano e gli uomini dell'Aise (gli 007 guidati dal nuovo direttore, il generale della Gdf Luciano Carta, che ha inaugurato con un successo la sua gestione) avevano attivato sul gruppo di fiancheggiatori del criminale in fuga ben prima che diventasse ufficialmente latitante (14 dicembre). Gli investigatori hanno monitorato mail e telefonate, nonostante Battisti fosse particolarmente accorto a cambiare spesso numero. Le indagini, coordinate dal sostituto pg Antonio Lamanna, si sono concentrate su 15 apparecchi - tablet, cellulari e pc - intestati a vari prestanome e a soggetti, comunque, riconducibili all'entourage di Battisti, e hanno permesso di scoprire che, durante la latitanza, il terrorista era solito collegarsi anche ai social network. Alla fine, tre cellulari - usati personalmente dal killer dei Pac - sono stati agganciati grazie a sofisticate attività tecniche che hanno lavorato sulle celle telefoniche di volta in volta coinvolte nello scambio dati. Negli ultimi dieci giorni, gli uomini della Criminalpol, della Digos e della polizia boliviana, ottenuta la ragionevole certezza che si trovasse a Santa Cruz de la Sierra, una città da due milioni di abitanti, hanno battuto palmo a palmo quattro aree di maggiore interesse fino alla individuazione visiva, avvenuta circa una settimana fa. Battisti era ospite di alcuni conoscenti e si muoveva da solo, spesso guardandosi con circospezione attorno. Al momento del fermo, Battisti indossava barba e baffi finti e un paio di occhiali, aveva in tasca due dollari ed emanava odore di alcol. Ha risposto in portoghese agli agenti che lo hanno fermato e li ha seguiti in caserma, dove ha esibito i documenti brasiliani che gli erano stati rilasciati nell'agosto del 2011, quando l'ex presidente Lula gli accordò il permesso di residenza permanente.
Battisti atterrerà a Ciampino, probabilmente, nel primo pomeriggio di oggi. La Bolivia ha infatti espresso l'intenzione di consegnarlo direttamente all'Italia saltando il passaggio intermedio in Brasile, per essere entrato illegalmente nel Paese. Per Matteo Salvini - al quale Battisti è stato presentato in un tweet come un «piccolo regalo» da Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente brasiliano Jair - la cattura è «un successo atteso da anni», frutto di «un positivo scenario internazionale dove l'Italia è tornata protagonista». Il leader dei Pac, per il titolare del Viminale, è «un infame» che «merita di finire i suoi giorni in galera», «dopo che per troppo tempo si è goduto una vita che ha vigliaccamente tolto ad altri, coccolato dalle sinistre di mezzo mondo». Soddisfazione è stata espressa dal premier, Giuseppe Conte («lo attende la cella»), dal Guardasigilli, Alfonso Bonafede («finirà a Rebibbia») e dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che si augura che «Battisti venga prontamente consegnato alla giustizia italiana», affinché «sconti la pena per i gravi crimini di cui si è macchiato in Italia e che lo stesso avvenga per tutti i latitanti fuggiti all'estero». Battisti è stato condannato all'ergastolo per gli omicidi del maresciallo della polizia penitenziaria di Udine Antonio Santoro (6 giugno 1978), dell'agente della Digos Andrea Campagna (19 aprile 1979), del macellaio Lino Sabbadin e del gioielliere Pierluigi Torregiani (uccisi a distanza di poche ore, il 16 febbraio 1979). A Santoro i Pac imputavano maltrattamenti ai danni di detenuti, in base a inchieste giornalistiche del quotidiano Lotta Continua, che lo accusarono di abuso d'ufficio e abuso di potere. Mentre Sabbadin e Torregiani furono ammazzati perché ritenuti dai Pac responsabili della morte di due rapinatori.
Dopo l'arresto e l'estradizione di Battisti, aveva iniziato la sua vita di ricercato di lusso in Francia, grazie alla dottrina Mitterand, le indagini continueranno sulla sua rete di protezione, la cui esistenza è stata confermata dal direttore dell'Antiterrorismo, Lamberto Giannini. Ad assicurargli le necessarie coperture ci sarebbero stati familiari stretti, amici brasiliani e anche alcuni italiani. Pare che Battisti contasse pure sull'amicizia con il vicepresidente boliviano per ottenere asilo politico.
«Uno dei peggiori criminali che erano in circolazione», lo ha definito il procuratore Armando Spataro. Per Adriano Sabbadin, figlio di Lino, «è un momento di soddisfazione dopo 40 anni di attesa, speriamo che sia la volta buona e che Battisti finalmente sconti la pena che merita. Di perdono non se ne parla». Da Maurizio Campagna, fratello di Andrea, solo due parole: «Sono contento».
Simone Di Meo
Il silenzio pesante dei suoi amici italiani
«C'eravamo tanto amati», poi hanno deciso di scomparire. Il «gruppo Battisti» si è sciolto, gli amici dell'assassino si sono dileguati e neanche respirano nel giorno dell'arresto. Eppure sono tanti, molto ben piazzati nei gangli della società, indignati perché uno scrittore del suo calibro era perseguitato dalla giustizia italiana. Terrorista? Giammai, soltanto un povero ex. Ci sono docenti universitari, politici, autori di libri, registi, giornalisti, avvocati di Soccorso rosso, sindacalisti di seconda fascia, una teologa, missionari francescani e tre pentiti di lusso.
Per capire il contesto è importante partire da due di questi, Roberto Saviano ed Erri De Luca (il terzo è l'ex direttore della Mostra del cinema di Venezia, Marco Müller). Il primo firmò un appello perché Cesare Battisti venisse lasciato in pace, poi spiegò: «Mi segnalano che la mia firma è finita lì per chissà quali strade del Web. Non so abbastanza di quella vicenda, chiedo di togliere il mio nome per rispetto di tutte le vittime». De Luca negò di avere mai firmato, ma propose su Le Monde una soluzione politica (leggi amnistia) per i fuoriusciti. Gli altri fanno tutti parte di quella sinistra post rivoluzionaria da salotto rimasta sotto le macerie del muro di Berlino e oggi hanno un solo timore, che il ministro dell'Interno Matteo Salvini si intesti la cattura del terrorista come loro si erano intestati le sue fughe per la libertà.
Sostenuto dagli amici dei circoli parigini dov'era rifugiato sotto l'ombrello protettivo della dottrina Mitterrand (la scrittrice e finanziatrice Fred Vargas, Daniel Pennac, Tahar Ben Jelloun, il filosofo tuttologo Bernard-Henri Lévy), Battisti piaceva parecchio anche in Italia. E il fremito puzzolente di chi, la settimana scorsa, ha fatto il tifo per la sua ennesima scomparsa, ha percorso Twitter senza un briciolo di vergogna. Ora non c'è più in giro nessuno, ma poiché da quelle parti politiche hanno l'autografo scorrevole e adorano usarlo per siglare tazebao, non è difficile ricostruire la mappa dei tifosi, dei sodali e dei semplici conoscenti.
Quindici anni fa il sito di cultura alternativa Carmilla lanciò una raccolta di firme ancora rintracciabile, con 1.500 adesioni e in testa il vignettista moralista Vauro Senesi. Poi gli scrittori Tiziano Scarpa (vincitore di un premio Strega), Nanni Balestrini, Gianni Biondillo, Sandrone Dazieri, Massimo Carlotto, Pino Cacucci, Loredana Lipperini (firma di Repubblica), l'immancabile Lidia Ravera. E registi come Guido Chiesa (Classe Z, I belli di papà, Fuga di cervelli), Davide Ferrario (Tutti giù per terra, La luna su Torino e l'imperdibile Guardami). Ed ex parlamentari da corteo come Giovanni Russo Spena e Paolo Cento. E Sante Notarnicola, definito poeta, ma ultranoto come membro della banda Cavallero.
Niente a che vedere con la sfilata di star che firmò la condanna a morte del commissario Luigi Calabresi su Lotta Continua diretta da Adriano Sofri, qui siamo alle seconde linee, anche se iscrizioni tardive al club come Gabriel Garcia Márquez, Carla Bruni Sarkozy e alcuni membri di Amnesty International del Sud America danno un certo tono fashion.
Ma lo spaccato è interessante che anche perché, nella lista di Carmilla, compaiono missionari francescani, il gruppo di preghiera latina Dio è amore, la rete servizi per richiedenti asilo Respira con Assopace di Napoli, i docenti universitari Enzo Scandurra della Sapienza di Roma e Fabio Frosini di Urbino. La casa editrice DeriveApprodi mandò in ristampa il libro di Battisti L'ultimo sparo per finanziare la sua difesa legale. Oggi a spanne servirebbe la Treccani.
Giorgio Gandola
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Pietro Mutti, fondatore dei Pac, organizzò la fuga di Battisti dal penitenziario di Frosinone nel 1981: «Si farà qualche anno e poi troverà una scusa, magari per motivi di salute. Di certo non morirà in gabbia».Il terrorista, condannato per quattro omicidi, è stato catturato in Bolivia. Tra chi lo copriva c'è anche una rete di italiani.Molti nomi noti hanno sottoscritto appelli in sua difesa. Roberto Saviano ed Erri De Luca si sono dissociati.Lo speciale contiene tre articoliÈ l'uomo che il 4 ottobre 1981 ha fatto evadere Cesare Battisti dal carcere di Frosinone, consentendogli una fuga lunga 38 anni. Adesso la prima frase che pronuncia Pietro Mutti è di sollievo: «È finita anche per quel signore». Ma la sua voce non sprizza gioia. Per gli amici di Battisti è il «fantasma» che con le sue dichiarazioni ha incastrato il loro idolo. In realtà Mutti, uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, è il pentito che custodisce i segreti dell'ex compagno. Mutti, 64 anni, occhialuto, baffi e capelli brizzolati, fisico asciutto, sa che qualcuno in Italia potrebbe tremare per il ritorno di Battisti, in particolare i complici mai identificati che protessero il fuggitivo prima a Roma e poi a Bologna. «Quelli in Emilia erano rapporti più personali che politici», rivela Mutti. Secondo il quale quei nomi non sono mai usciti perché erano una rete di amicizie costruita da alcuni suoi ex compagni dei Pac, a partire da Sebastiano Masala, ma anche da Claudio Lavazza e Luigi Bergamin. Il primo è irrintracciabile, il secondo, convertitosi all'anarchia, è in carcere in Spagna dopo aver ammazzato nel 1996 due poliziotti e il terzo fa il traduttore (latitante) in Francia. I fiancheggiatori misteriosi di Battisti erano donne? «Probabile. So che Masala aveva una relazione amorosa a Bologna, una donna che io però non ho mai conosciuto personalmente. Quando Masala aveva queste storie io stavo già entrando in Prima linea e lui stava meditando di lasciare la lotta armata. Io, però, non sono mai riuscito a spiegare ai magistrati come quei contatti fossero passati da Masala, che nel frattempo era stato arrestato, a Bergamin e Lavazza. Io all'epoca li vedevo raramente. Nel 1981 ci siamo incontrati per organizzare l'evasione di Battisti da Frosinone, però, ognuno faceva la propria vita». All'epoca Mutti si era trasferito a Roma in un seminterrato in zona San Giovanni dove viveva in clandestinità con la ragazza dell'epoca, la terrorista Maria Pia Sacchi. Ma chi ebbe l'idea di far evadere Battisti? «Me lo proposero Lavazza e Bergamin. Con loro mi incontravo sempre in luoghi pubblici in giro per la Capitale. Erano in contatto con la sorella di Battisti e mi risulta che lei gli avesse spiegato la situazione della prigione di Frosinone, che aveva ben poche misure di sicurezza. Così Lavazza e Bergamin cercarono di coinvolgermi». Mutti era in grado di fornire un appoggio militare perché era uno dei capi di Prima linea. «Personalmente ero interessato all'operazione, però, per correttezza mi sono consultato con gli altri coordinatori, anche se all'epoca pure Prima linea era alla fine ed eravamo quattro gatti. A gestire gli ultimi rimasugli eravamo io e Giulia Borelli». Quell'esperienza finì nel giro di pochi mesi. Prima venne ferita la Borelli, quindi i carabinieri del futuro generale Mario Mori arrestarono Mutti nel suo rifugio, dove era imprudentemente tornato. Gli inquirenti iniziarono a torchiare lui e i suoi compagni su Prima linea. Successivamente si concentrarono sulle malefatte dei Pac e di Battisti. Ma torniamo all'evasione. I vertici di Prima linea autorizzarono l'assalto al carcere di Frosinone: «Lo fecero con riserva, ma trattandosi di un'operazione di liberazione dissero che andava bene e per questo abbiamo fatto questa unione tattica tra ex Pac e Prima linea». Il commando era composto da Mutti, Bergamin, Lavazza, oltre che da Luca Frassinetti e Sonia Benedetti di Pl. «Arrivammo in macchina. Era l'orario delle visite. La Benedetti suonò al portone come se fosse una parente che doveva avere un colloquio. Per quello portammo una donna. Inizialmente doveva venire l'ex fidanzata di Battisti, ma non era militarmente all'altezza (oggi fa la docente universitaria, ndr). Io entrai subito dopo Sonia. Bloccammo le guardie, che erano disarmate e non opposero resistenza. Avevamo pistole e bottiglie molotov, ma non abbiamo dovuto sparare nemmeno un colpo. Come ho detto, era una casa circondariale per ladri di polli. Battisti lo avevano trasferito per un vecchio processo che doveva subire per reati comuni (era stato condannato per rapina, ndr) e poi era rimasto lì. Ci facemmo aprire due cancelli e mi sembra che Battisti fosse già ad aspettarci sulle scale che portavano ai raggi dell'istituto. Con lui c'era anche un suo compagno di cella, un camorrista di nome Luigi Moccia. Siamo fuggiti con l'unica auto che avevamo perché Moccia non era previsto. Dopo pochi chilometri abbiamo mollato la macchina e siamo saliti su un furgoncino con cui abbiamo scollinato. Da lì abbiamo raggiunto a piedi una piccola stazione e siamo ritornati a Roma in treno». Battisti era euforico? «Mi sembra che fosse abbastanza tranquillo. Qualcuno, o Lavazza o Bergamin, gli diede un'arma, mentre io ho dato una pistola a Moccia anche se non ero molto convinto». Dove avete lasciato Battisti? «Aveva un appoggio in città che gli avevano trovato Bergamin e Lavazza, una casa che non so di chi fosse. Sicuramente si trattava di compagni». Le strade di Battisti e di Mutti si separarono quel giorno. Si è pentito di averlo fatto scappare? «No, all'epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia». Con il ritorno di Battisti forse anche Mutti chiuderà i suoi conti con il passato. «Questa storia doveva finire tanto tempo fa. Il periodo delle provocazioni è finito, ora Battisti si faccia la sua galera e non rompa le scatole. Anche se non credo che andrà così». Che cosa intende? «Vedrà che troverà una scusa. Secondo me non starà molto in cella. Addurrà motivi di salute. Logicamente qualche anno lo sconterà, ma di sicuro non è il tipo che morirà in gabbia». Oggi Mutti non andrà ad attendere Battisti in aeroporto, né stapperà una bottiglia di vino. «Il suo ritorno mi lascia abbastanza indifferente», ci assicura. Gli chiediamo se per l'ex latitante non sarebbe stato meglio farsi un po' di prigione negli anni Ottanta e Novanta e uscire di galera a 40 anni. L'ex fondatore dei Pac non è d'accordo: «C'è l'altro lato della medaglia: Battisti ha vissuto tutta la sua esistenza fuori, tranquillo. Da personaggio pubblico, in Francia e in Brasile. 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Già a metà dicembre, secondo quanto risulta alla Verità, era pronto il blitz con un aereo dell'intelligence italiana dislocato in Brasile, ma all'ultimo minuto era stato annullato. Non si sono interrotti, invece, i pedinamenti elettronici che la Digos di Milano e gli uomini dell'Aise (gli 007 guidati dal nuovo direttore, il generale della Gdf Luciano Carta, che ha inaugurato con un successo la sua gestione) avevano attivato sul gruppo di fiancheggiatori del criminale in fuga ben prima che diventasse ufficialmente latitante (14 dicembre). Gli investigatori hanno monitorato mail e telefonate, nonostante Battisti fosse particolarmente accorto a cambiare spesso numero. Le indagini, coordinate dal sostituto pg Antonio Lamanna, si sono concentrate su 15 apparecchi - tablet, cellulari e pc - intestati a vari prestanome e a soggetti, comunque, riconducibili all'entourage di Battisti, e hanno permesso di scoprire che, durante la latitanza, il terrorista era solito collegarsi anche ai social network. Alla fine, tre cellulari - usati personalmente dal killer dei Pac - sono stati agganciati grazie a sofisticate attività tecniche che hanno lavorato sulle celle telefoniche di volta in volta coinvolte nello scambio dati. Negli ultimi dieci giorni, gli uomini della Criminalpol, della Digos e della polizia boliviana, ottenuta la ragionevole certezza che si trovasse a Santa Cruz de la Sierra, una città da due milioni di abitanti, hanno battuto palmo a palmo quattro aree di maggiore interesse fino alla individuazione visiva, avvenuta circa una settimana fa. Battisti era ospite di alcuni conoscenti e si muoveva da solo, spesso guardandosi con circospezione attorno. Al momento del fermo, Battisti indossava barba e baffi finti e un paio di occhiali, aveva in tasca due dollari ed emanava odore di alcol. Ha risposto in portoghese agli agenti che lo hanno fermato e li ha seguiti in caserma, dove ha esibito i documenti brasiliani che gli erano stati rilasciati nell'agosto del 2011, quando l'ex presidente Lula gli accordò il permesso di residenza permanente. Battisti atterrerà a Ciampino, probabilmente, nel primo pomeriggio di oggi. La Bolivia ha infatti espresso l'intenzione di consegnarlo direttamente all'Italia saltando il passaggio intermedio in Brasile, per essere entrato illegalmente nel Paese. Per Matteo Salvini - al quale Battisti è stato presentato in un tweet come un «piccolo regalo» da Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente brasiliano Jair - la cattura è «un successo atteso da anni», frutto di «un positivo scenario internazionale dove l'Italia è tornata protagonista». Il leader dei Pac, per il titolare del Viminale, è «un infame» che «merita di finire i suoi giorni in galera», «dopo che per troppo tempo si è goduto una vita che ha vigliaccamente tolto ad altri, coccolato dalle sinistre di mezzo mondo». Soddisfazione è stata espressa dal premier, Giuseppe Conte («lo attende la cella»), dal Guardasigilli, Alfonso Bonafede («finirà a Rebibbia») e dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che si augura che «Battisti venga prontamente consegnato alla giustizia italiana», affinché «sconti la pena per i gravi crimini di cui si è macchiato in Italia e che lo stesso avvenga per tutti i latitanti fuggiti all'estero». Battisti è stato condannato all'ergastolo per gli omicidi del maresciallo della polizia penitenziaria di Udine Antonio Santoro (6 giugno 1978), dell'agente della Digos Andrea Campagna (19 aprile 1979), del macellaio Lino Sabbadin e del gioielliere Pierluigi Torregiani (uccisi a distanza di poche ore, il 16 febbraio 1979). A Santoro i Pac imputavano maltrattamenti ai danni di detenuti, in base a inchieste giornalistiche del quotidiano Lotta Continua, che lo accusarono di abuso d'ufficio e abuso di potere. Mentre Sabbadin e Torregiani furono ammazzati perché ritenuti dai Pac responsabili della morte di due rapinatori. Dopo l'arresto e l'estradizione di Battisti, aveva iniziato la sua vita di ricercato di lusso in Francia, grazie alla dottrina Mitterand, le indagini continueranno sulla sua rete di protezione, la cui esistenza è stata confermata dal direttore dell'Antiterrorismo, Lamberto Giannini. Ad assicurargli le necessarie coperture ci sarebbero stati familiari stretti, amici brasiliani e anche alcuni italiani. Pare che Battisti contasse pure sull'amicizia con il vicepresidente boliviano per ottenere asilo politico. «Uno dei peggiori criminali che erano in circolazione», lo ha definito il procuratore Armando Spataro. Per Adriano Sabbadin, figlio di Lino, «è un momento di soddisfazione dopo 40 anni di attesa, speriamo che sia la volta buona e che Battisti finalmente sconti la pena che merita. Di perdono non se ne parla». Da Maurizio Campagna, fratello di Andrea, solo due parole: «Sono contento». Simone Di Meo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/io-che-lho-aiutato-a-evadere-vi-dico-non-rimarra-in-carcere-a-lungo-2625904183.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-silenzio-pesante-dei-suoi-amici-italiani" data-post-id="2625904183" data-published-at="1781250982" data-use-pagination="False"> Il silenzio pesante dei suoi amici italiani «C'eravamo tanto amati», poi hanno deciso di scomparire. Il «gruppo Battisti» si è sciolto, gli amici dell'assassino si sono dileguati e neanche respirano nel giorno dell'arresto. Eppure sono tanti, molto ben piazzati nei gangli della società, indignati perché uno scrittore del suo calibro era perseguitato dalla giustizia italiana. Terrorista? Giammai, soltanto un povero ex. Ci sono docenti universitari, politici, autori di libri, registi, giornalisti, avvocati di Soccorso rosso, sindacalisti di seconda fascia, una teologa, missionari francescani e tre pentiti di lusso. Per capire il contesto è importante partire da due di questi, Roberto Saviano ed Erri De Luca (il terzo è l'ex direttore della Mostra del cinema di Venezia, Marco Müller). Il primo firmò un appello perché Cesare Battisti venisse lasciato in pace, poi spiegò: «Mi segnalano che la mia firma è finita lì per chissà quali strade del Web. Non so abbastanza di quella vicenda, chiedo di togliere il mio nome per rispetto di tutte le vittime». De Luca negò di avere mai firmato, ma propose su Le Monde una soluzione politica (leggi amnistia) per i fuoriusciti. Gli altri fanno tutti parte di quella sinistra post rivoluzionaria da salotto rimasta sotto le macerie del muro di Berlino e oggi hanno un solo timore, che il ministro dell'Interno Matteo Salvini si intesti la cattura del terrorista come loro si erano intestati le sue fughe per la libertà. Sostenuto dagli amici dei circoli parigini dov'era rifugiato sotto l'ombrello protettivo della dottrina Mitterrand (la scrittrice e finanziatrice Fred Vargas, Daniel Pennac, Tahar Ben Jelloun, il filosofo tuttologo Bernard-Henri Lévy), Battisti piaceva parecchio anche in Italia. E il fremito puzzolente di chi, la settimana scorsa, ha fatto il tifo per la sua ennesima scomparsa, ha percorso Twitter senza un briciolo di vergogna. Ora non c'è più in giro nessuno, ma poiché da quelle parti politiche hanno l'autografo scorrevole e adorano usarlo per siglare tazebao, non è difficile ricostruire la mappa dei tifosi, dei sodali e dei semplici conoscenti. Quindici anni fa il sito di cultura alternativa Carmilla lanciò una raccolta di firme ancora rintracciabile, con 1.500 adesioni e in testa il vignettista moralista Vauro Senesi. Poi gli scrittori Tiziano Scarpa (vincitore di un premio Strega), Nanni Balestrini, Gianni Biondillo, Sandrone Dazieri, Massimo Carlotto, Pino Cacucci, Loredana Lipperini (firma di Repubblica), l'immancabile Lidia Ravera. E registi come Guido Chiesa (Classe Z, I belli di papà, Fuga di cervelli), Davide Ferrario (Tutti giù per terra, La luna su Torino e l'imperdibile Guardami). Ed ex parlamentari da corteo come Giovanni Russo Spena e Paolo Cento. E Sante Notarnicola, definito poeta, ma ultranoto come membro della banda Cavallero. Niente a che vedere con la sfilata di star che firmò la condanna a morte del commissario Luigi Calabresi su Lotta Continua diretta da Adriano Sofri, qui siamo alle seconde linee, anche se iscrizioni tardive al club come Gabriel Garcia Márquez, Carla Bruni Sarkozy e alcuni membri di Amnesty International del Sud America danno un certo tono fashion. Ma lo spaccato è interessante che anche perché, nella lista di Carmilla, compaiono missionari francescani, il gruppo di preghiera latina Dio è amore, la rete servizi per richiedenti asilo Respira con Assopace di Napoli, i docenti universitari Enzo Scandurra della Sapienza di Roma e Fabio Frosini di Urbino. La casa editrice DeriveApprodi mandò in ristampa il libro di Battisti L'ultimo sparo per finanziare la sua difesa legale. Oggi a spanne servirebbe la Treccani. Giorgio Gandola
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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