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2020-09-26
Investimenti tra Angola e Carige. Adesso è caccia a tutti i conti cifrati
Raffaele Mincione (Ansa)
È sulle spericolate operazioni finanziarie su cui sono transitati i soldi dell'Obolo di San Pietro che sta lavorando il tribunale di prima istanza del Vaticano, presieduto dall'ex capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone. Nello specifico vengono analizzati tutti gli investimenti effettuati dal dimissionario cardinale Angelo Becciu quando era alla segreteria di Stato, tra il 2011 e il 2018. La sezione degli Affari generali della segreteria gestisce quasi 800 milioni di euro, una cifra considerevole a cui i Papi hanno sempre prestato attenzione, anche perché dovrebbero servire a opere di bene in giro per il mondo, dove le comunità cristiane sono spesso in difficoltà.
Che il prelato sardo avesse una certa inclinazione per investimenti «particolari» lo confermano le carte che in questi mesi hanno portato all'arresto per estorsione del broker molisano Gianluigi Torzi e del funzionario amministrativo vaticano Fabrizio Tirabassi, ma anche alle indagini sul finanziere Enrico Crasso, come all'acquisizione di cellulari e iPad di Raffaele Mincione, celebre gestore del fondo Athena. A questo si aggiunge un'indagine per riciclaggio. Uno dei potenziali investimenti è stato infatti quello da 200 milioni di euro in Angola, in una piattaforma petrolifera. Sarebbe stato proprio Becciu a contattare Crasso, all'epoca in Credit Suisse, per veicolare i soldi nel Paese africano, ricco di petrolio ma anche tra i più corrotti del mondo. Del resto il cardinale è stato per anni nunzio apostolico a Luanda. Fu nominato nel 2001 da papa Wojtyla e ci è rimasto fino al 2009. A convincere Becciu dell'investimento sul petrolio è Antonio Mosquito, uomo d'affari angolano, proprietario del 66,7% della società di costruzioni portoghese Soares da Costa Construções. L'idea sarebbe stata quella di far diventare il Vaticano azionista al 5% della piattaforma petrolifera della società nazionale Sonangol insieme con Eni, ma soprattutto permettere a Mosquito di ripianare un debito con la Falcon Oil. L'amico di Becciu in Angola è anche azionista di maggioranza della Global media group, holding portoghese proprietaria di quotidiani e che vede tra i suoi azionisti Joaquin Oliveira, titolare della squadra di calcio di Porto.
L'affare però non va a segno. Sia perché i guadagni sarebbero arrivati nel lungo periodo, sia perché sarebbe stato proprio Becciu a rinunciare, come ha più volte ripetuto. A consigliare il cardinale sarebbe stato lo stesso Mincione, che avrebbe indirizzato la segreteria di Stato su altri tipi di investimenti, tra cui un immobile di Londra, con cui i soldi sarebbero raddoppiati nel breve periodo e non nel lungo. Succede così che i 200 milioni che dovevano arrivare in Angola tramite Credit Suisse virano invece nel fondo Athena e sul super immobile di Sloane Avenue. Ma lì incominciano altri problemi. Perché anche questo affare non va nel migliore dei modi. E come già raccontato dalla Verità, negli anni non ci sarebbe stato solo quell'investimento da parte del Vaticano. A febbraio 2014 ci sarebbero state operazioni su altri immobili, anche in questo caso con commissioni altissime e con segnalazioni all'antiriciclaggio da parte dell'Aif.
Non a caso a luglio la Procura di Milano ha bussato alla porta del celebre studio legale Libonati-Jaeger. Stava cercando Nicola Squillace per acquisire fatture e documenti relativi alla Gutt sa, la società di proprietà di Torzi. Il finanziere di origine molisana, ma da anni radicato a Londra, sarebbe stato ingaggiato dalla Santa Sede con l'obiettivo di riprendere la proprietà del palazzo gestito dal fondo Athena di Raffaele Mincione, mentre secondo l'accusa avrebbe conservato per sé un pacchetto di azioni della società anonima, la Gutt sa, coinvolta nel passaggio di mano in modo da rimanere proprietario di fatto di Sloane avenue. In estrema sintesi la strategia d'uscita dal fondo che faceva capo a Mincione in relazione all'immobile di Sloane avenue sarebbe stata imbastita, a quanto avrebbero ricostruito i magistrati vaticani, con un'operazione che prevedeva da un lato che la segreteria di Stato rilevasse l'immobile di Londra e dall'altro che la stessa segreteria versasse a Mincione 40 milioni di euro a titolo di conguaglio. Successivamente la segreteria, rappresentata da Tirabassi e da Crasso, avrebbe deciso di triangolare l'acquisizione dell'immobile di Londra attraverso la Gutt sa di Torzi. Dando il via a una serie di altre operazioni che avrebbero portato agli arresti del broker e all'acquisizione dei telefoni e iPad di Mincione. Lì dentro si troveranno i collegamenti con le scalate del finanziere. Il denaro buttato in Carige era quello dell'Obolo di San Pietro? Si troveranno riscontri dentro i telefoni di Mincione? Ma soprattutto l'enorme massa di denaro è finita perduta come nel caso di Genova, oppure qualcuno ne ha beneficiato e ha ancora qualche conto cifrato in Svizzera?
L’Obolo finito nel film su Elton John
Gran parte dell'inchiesta che ha portato alle dimissioni del cardinale Angelo Becciu ruota intorno alla gestione dei soldi della segreteria di Stato dal 2011 al 2018. Seguendo i flussi di denaro Alessandro Diddi e Gian Piero Milano, i due promotori che si stanno occupando dell'indagine, scoprirono che 50 milioni di euro erano finiti nel fondo Centurion Global Fund, con sede a Malta, gestito dal finanziere Enrico Crasso, 71 anni, con residenza in Svizzera. Parte di queste risorse fanno parte dell'Obolo di San Pietro, ovvero soldi in teoria destinati ai poveri o spesso ai missionari che vivono in zone di guerra. È un pacchetto di denaro su cui papa Francesco vuole la massima attenzione, anche per evitare troppa pubblicità.
Proprio Becciu avrebbe deciso all'epoca di mettere i 50 milioni nel fondo Centurion, anche grazie al rapporto di fiducia con Crasso. Ed è proprio sul rapporto tra i due, il finanziere svizzero e il cardinale, che si incentra la maggior parte delle indagini, che vogliono approfondire anche possibili spostamenti di denaro in paradisi fiscali. Perché proprio su questo asse si sarebbero sviluppati sia l'affare dell'immobile di Londra da 350 milioni di euro sia molti altri simili. Tra questi ci sarebbe anche quello del possibile investimento da 200 milioni di euro in una piattaforma petrolifera in Angola. Anche in questo caso Becciu si sarebbe rivolto a Crasso, che all'epoca era in Credit Suisse.
Del resto Crasso è stato per anni il gestore delle finanze della segreteria di Stato vaticana. Sin dal 1993, come ieri ha precisato all'Adnkronos, «Ho avuto l'onore di gestire la Segreteria di Stato dal 9 marzo 1993. Sono cambiati quattro sostituti per gli Affari generali e tutti hanno apprezzato il lavoro svolto». E soprattutto spiega di non «aver mai gestito da solo le finanze vaticane» e di non «aver mai gestito fondi con sede in Paesi in black list». Ora è accusato di estorsione in concorso con il broker Gianluigi Torzi e con Fabio Tirabassi, responsabile dell'ufficio amministrativo della segreteria di Stato. A giugno, dopo l'arresto di Torzi, aveva assicurato di offrire massima collaborazione agli inquirenti, «fiducioso della correttezza» del suo operato.
Crasso non è un uomo qualunque nella finanza. Gestisce da anni pacchetti di miliardi di euro. Aveva iniziato negli anni Settanta come responsabile di filiale del vecchio credito italiano, poi dopo un'esperienza in Barclays e in banca Generali c'è stato il salto in Credit Suisse. Da lì si sono aperte le porte del private equity. Sta di fatto che mentre da un lato Becciu scalava le porte di San Pietro fino a diventare cardinale, dall'altro Crasso iniziava a fare carriera.
Dopo gli anni in Credit Suisse entra in Azimut, gruppo che nel solo 2019 ha avuto utili per 370 milioni di euro. Crasso è nella divisione svizzera, la Az Swiss. Nel frattempo ha creato nel 2014 una società, la Sogenel, che nel 2016 sarà rilevata proprio dalla Az Swiss, sempre per la gestione di patrimoni e fondi. Sogenel nel solo 2015 gestiva masse per circa 591 milioni di euro, prevalentemente per clienti istituzionali. Ma Crasso non si ferma qui. E stringe accordi anche con Italian Indipendent di Lapo Elkann, rampollo degli Agnelli. È tramite il fondo Centurion, dove sono depositati i 50 milioni di euro dell'Obolo di San Pietro, che avviene la ricapitalizzazione della società che produce occhiali da sole di Elkann. L'investimento è di 6 milioni di euro, per una quota del 25% della società. Proprio nell'aprile 2019 Crasso entra anche nel board di Italian Indipendent. Ma non finisce qui. Perché Centurion si allarga anche a investimenti da 10 milioni di euro con Enrico Preziosi della Giochi Preziosi e arriva a finanziare due film, Men in Black: International e Rocketman, la biografia di Elton John. In Vaticano sospettano che parte dei soldi che Francesco voleva per i missionari abbia preso altre strade.
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La prima operazione spericolata avrebbe riguardato una piattaforma petrolifera in Africa, per poi virare sull'immobile londinese e su altri palazzi oltre Manica. Ancora sotto sequestro i telefonini di Raffaele Mincione.L'ex cardinale avrebbe messo 50 milioni nel fondo Centurion di Enrico Crasso. E quelle risorse hanno preso la via del cinema e della Italia Independent di Lapo Elkann.Lo speciale contiene due articoli.È sulle spericolate operazioni finanziarie su cui sono transitati i soldi dell'Obolo di San Pietro che sta lavorando il tribunale di prima istanza del Vaticano, presieduto dall'ex capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone. Nello specifico vengono analizzati tutti gli investimenti effettuati dal dimissionario cardinale Angelo Becciu quando era alla segreteria di Stato, tra il 2011 e il 2018. La sezione degli Affari generali della segreteria gestisce quasi 800 milioni di euro, una cifra considerevole a cui i Papi hanno sempre prestato attenzione, anche perché dovrebbero servire a opere di bene in giro per il mondo, dove le comunità cristiane sono spesso in difficoltà. Che il prelato sardo avesse una certa inclinazione per investimenti «particolari» lo confermano le carte che in questi mesi hanno portato all'arresto per estorsione del broker molisano Gianluigi Torzi e del funzionario amministrativo vaticano Fabrizio Tirabassi, ma anche alle indagini sul finanziere Enrico Crasso, come all'acquisizione di cellulari e iPad di Raffaele Mincione, celebre gestore del fondo Athena. A questo si aggiunge un'indagine per riciclaggio. Uno dei potenziali investimenti è stato infatti quello da 200 milioni di euro in Angola, in una piattaforma petrolifera. Sarebbe stato proprio Becciu a contattare Crasso, all'epoca in Credit Suisse, per veicolare i soldi nel Paese africano, ricco di petrolio ma anche tra i più corrotti del mondo. Del resto il cardinale è stato per anni nunzio apostolico a Luanda. Fu nominato nel 2001 da papa Wojtyla e ci è rimasto fino al 2009. A convincere Becciu dell'investimento sul petrolio è Antonio Mosquito, uomo d'affari angolano, proprietario del 66,7% della società di costruzioni portoghese Soares da Costa Construções. L'idea sarebbe stata quella di far diventare il Vaticano azionista al 5% della piattaforma petrolifera della società nazionale Sonangol insieme con Eni, ma soprattutto permettere a Mosquito di ripianare un debito con la Falcon Oil. L'amico di Becciu in Angola è anche azionista di maggioranza della Global media group, holding portoghese proprietaria di quotidiani e che vede tra i suoi azionisti Joaquin Oliveira, titolare della squadra di calcio di Porto. L'affare però non va a segno. Sia perché i guadagni sarebbero arrivati nel lungo periodo, sia perché sarebbe stato proprio Becciu a rinunciare, come ha più volte ripetuto. A consigliare il cardinale sarebbe stato lo stesso Mincione, che avrebbe indirizzato la segreteria di Stato su altri tipi di investimenti, tra cui un immobile di Londra, con cui i soldi sarebbero raddoppiati nel breve periodo e non nel lungo. Succede così che i 200 milioni che dovevano arrivare in Angola tramite Credit Suisse virano invece nel fondo Athena e sul super immobile di Sloane Avenue. Ma lì incominciano altri problemi. Perché anche questo affare non va nel migliore dei modi. E come già raccontato dalla Verità, negli anni non ci sarebbe stato solo quell'investimento da parte del Vaticano. A febbraio 2014 ci sarebbero state operazioni su altri immobili, anche in questo caso con commissioni altissime e con segnalazioni all'antiriciclaggio da parte dell'Aif. Non a caso a luglio la Procura di Milano ha bussato alla porta del celebre studio legale Libonati-Jaeger. Stava cercando Nicola Squillace per acquisire fatture e documenti relativi alla Gutt sa, la società di proprietà di Torzi. Il finanziere di origine molisana, ma da anni radicato a Londra, sarebbe stato ingaggiato dalla Santa Sede con l'obiettivo di riprendere la proprietà del palazzo gestito dal fondo Athena di Raffaele Mincione, mentre secondo l'accusa avrebbe conservato per sé un pacchetto di azioni della società anonima, la Gutt sa, coinvolta nel passaggio di mano in modo da rimanere proprietario di fatto di Sloane avenue. In estrema sintesi la strategia d'uscita dal fondo che faceva capo a Mincione in relazione all'immobile di Sloane avenue sarebbe stata imbastita, a quanto avrebbero ricostruito i magistrati vaticani, con un'operazione che prevedeva da un lato che la segreteria di Stato rilevasse l'immobile di Londra e dall'altro che la stessa segreteria versasse a Mincione 40 milioni di euro a titolo di conguaglio. Successivamente la segreteria, rappresentata da Tirabassi e da Crasso, avrebbe deciso di triangolare l'acquisizione dell'immobile di Londra attraverso la Gutt sa di Torzi. Dando il via a una serie di altre operazioni che avrebbero portato agli arresti del broker e all'acquisizione dei telefoni e iPad di Mincione. Lì dentro si troveranno i collegamenti con le scalate del finanziere. Il denaro buttato in Carige era quello dell'Obolo di San Pietro? Si troveranno riscontri dentro i telefoni di Mincione? Ma soprattutto l'enorme massa di denaro è finita perduta come nel caso di Genova, oppure qualcuno ne ha beneficiato e ha ancora qualche conto cifrato in Svizzera?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/investimenti-tra-angola-e-carige-adesso-e-caccia-a-tutti-i-conti-cifrati-2647827470.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lobolo-finito-nel-film-su-elton-john" data-post-id="2647827470" data-published-at="1601063064" data-use-pagination="False"> L’Obolo finito nel film su Elton John Gran parte dell'inchiesta che ha portato alle dimissioni del cardinale Angelo Becciu ruota intorno alla gestione dei soldi della segreteria di Stato dal 2011 al 2018. Seguendo i flussi di denaro Alessandro Diddi e Gian Piero Milano, i due promotori che si stanno occupando dell'indagine, scoprirono che 50 milioni di euro erano finiti nel fondo Centurion Global Fund, con sede a Malta, gestito dal finanziere Enrico Crasso, 71 anni, con residenza in Svizzera. Parte di queste risorse fanno parte dell'Obolo di San Pietro, ovvero soldi in teoria destinati ai poveri o spesso ai missionari che vivono in zone di guerra. È un pacchetto di denaro su cui papa Francesco vuole la massima attenzione, anche per evitare troppa pubblicità. Proprio Becciu avrebbe deciso all'epoca di mettere i 50 milioni nel fondo Centurion, anche grazie al rapporto di fiducia con Crasso. Ed è proprio sul rapporto tra i due, il finanziere svizzero e il cardinale, che si incentra la maggior parte delle indagini, che vogliono approfondire anche possibili spostamenti di denaro in paradisi fiscali. Perché proprio su questo asse si sarebbero sviluppati sia l'affare dell'immobile di Londra da 350 milioni di euro sia molti altri simili. Tra questi ci sarebbe anche quello del possibile investimento da 200 milioni di euro in una piattaforma petrolifera in Angola. Anche in questo caso Becciu si sarebbe rivolto a Crasso, che all'epoca era in Credit Suisse. Del resto Crasso è stato per anni il gestore delle finanze della segreteria di Stato vaticana. Sin dal 1993, come ieri ha precisato all'Adnkronos, «Ho avuto l'onore di gestire la Segreteria di Stato dal 9 marzo 1993. Sono cambiati quattro sostituti per gli Affari generali e tutti hanno apprezzato il lavoro svolto». E soprattutto spiega di non «aver mai gestito da solo le finanze vaticane» e di non «aver mai gestito fondi con sede in Paesi in black list». Ora è accusato di estorsione in concorso con il broker Gianluigi Torzi e con Fabio Tirabassi, responsabile dell'ufficio amministrativo della segreteria di Stato. A giugno, dopo l'arresto di Torzi, aveva assicurato di offrire massima collaborazione agli inquirenti, «fiducioso della correttezza» del suo operato. Crasso non è un uomo qualunque nella finanza. Gestisce da anni pacchetti di miliardi di euro. Aveva iniziato negli anni Settanta come responsabile di filiale del vecchio credito italiano, poi dopo un'esperienza in Barclays e in banca Generali c'è stato il salto in Credit Suisse. Da lì si sono aperte le porte del private equity. Sta di fatto che mentre da un lato Becciu scalava le porte di San Pietro fino a diventare cardinale, dall'altro Crasso iniziava a fare carriera. Dopo gli anni in Credit Suisse entra in Azimut, gruppo che nel solo 2019 ha avuto utili per 370 milioni di euro. Crasso è nella divisione svizzera, la Az Swiss. Nel frattempo ha creato nel 2014 una società, la Sogenel, che nel 2016 sarà rilevata proprio dalla Az Swiss, sempre per la gestione di patrimoni e fondi. Sogenel nel solo 2015 gestiva masse per circa 591 milioni di euro, prevalentemente per clienti istituzionali. Ma Crasso non si ferma qui. E stringe accordi anche con Italian Indipendent di Lapo Elkann, rampollo degli Agnelli. È tramite il fondo Centurion, dove sono depositati i 50 milioni di euro dell'Obolo di San Pietro, che avviene la ricapitalizzazione della società che produce occhiali da sole di Elkann. L'investimento è di 6 milioni di euro, per una quota del 25% della società. Proprio nell'aprile 2019 Crasso entra anche nel board di Italian Indipendent. Ma non finisce qui. Perché Centurion si allarga anche a investimenti da 10 milioni di euro con Enrico Preziosi della Giochi Preziosi e arriva a finanziare due film, Men in Black: International e Rocketman, la biografia di Elton John. In Vaticano sospettano che parte dei soldi che Francesco voleva per i missionari abbia preso altre strade.
Angelo Bonelli e Giuseppe Conte (Ansa)
Meloni post vertice coglie anche l’occasione per rispondere al rilievo sollevato dal segretario dem Elly Schlein che, condannando i fatti di Torino, non ha mancato di metterci un però: «Le forze dell’ordine sono un patrimonio dello Stato, non una questione di parte. Per questo siamo preoccupati dalle strumentalizzazioni di queste ore». Schein ha poi detto di aver chiamato il presidente del Consiglio per un appello all’unità. E Meloni risponde, andando oltre le semplici parole e rivolgendo all’opposizione un appello a una collaborazione istituzionale. Tradotto: i capigruppo di maggioranza hanno ricevuto mandato di proporre a quelli di opposizione la presentazione di una risoluzione unitaria in tema di sicurezza che potrebbe essere votata già questa settimana in occasione delle relazioni del ministro Piantedosi. Insomma il messaggio del governo è chiaro: vi proponiamo di votare una risoluzione che intervenga subito per risolvere il problema sicurezza e vediamo chi ci sta. È il momento di uscire allo scoperto, secondo il governo.
Dalle opposizioni Schlein tace, ma risponde il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte: «Il governo adesso vuole davvero ascoltare le nostre proposte? È davvero disponibile a fare le cose con serietà e responsabilità senza approfittare del singolo episodio per tattiche strumentali? Se sì, noi ci stiamo e siamo disponibili a verificarlo. Siamo pronti a condividere subito una risoluzione che impegni il governo a dare le risposte che fin qui non ci sono state», spiega il leader pentastellato elencando poi una serie di proposte che poco hanno a che fare con la sicurezza delle piazze o degli agenti che fanno il proprio lavoro come la «perseguibilità d’ufficio per reati odiosi che creano allarme sociale». Difficile trovare un’espressione più vaga di questa. Per il Partito democratico parla Piero De Luca che già, come prevedibile, comincia ad agitare la Costituzione. «Se ci sono altre norme da mettere in campo, ragioniamo insieme, ma insieme davvero, considerando che finora il governo ha approvato vari decreti, reati e pene che si sono rivelati inadeguati. Il tutto con un’unica precisazione per noi decisiva: mettere in campo ciò che serve per deterrenza, prevenzione e repressione, senza però limitare o reprimere diritti costituzionali come l’esercizio della manifestazione del pensiero, della libera espressione delle proprie idee, anche se in dissenso col governo, quando sono pacifiche, corrette e civili. Perché questo è un limite che non va toccato e non va superato dal nostro Paese. Guai a comprimere i diritti costituzionali».
La strategia è già servita ed è sempre la stessa, con la solita complicità del Colle: se una norma non piace si tira in campo il tema della costituzionalità e dei diritti fondamentali.
La reazione del leader di Avs, Angelo Bonelli è scomposta e si può definire negazionista: «Nessuno conosce la risoluzione unitaria. Non è stata presentata e quindi non esiste» e sottolinea: «di proposte sulla sicurezza ne abbiamo fatte tante a partire dalla legge finanziaria per chiedere l’aumento degli organici di polizia, per aumentare e potenziare la prevenzione nei sistemi di investigazione. Il punto è che non devono usare la questione della sicurezza come elemento di strumentalizzazione politica perché tutte le nostre proposte sono state bocciate». In sintesi l’originale proposta di Avs è quella di chiedere più soldi per le forze dell’ordine.
Per il collega Nicola Fratoianni la proposta del governo «è una scatola vuota. Però, le modalità segnalano, quantomeno, un qualche elemento di stranezza: non era ancora capitato che una nota di Palazzo Chigi dicesse al Parlamento cosa fare. Discuteremo con le altre opposizioni. Ma in calendario c’è una informativa, che non richiede una risoluzione». E poi anche lui ribadisce: «difficile commentare ciò che non esiste». Per Riccardo Magi, +Europa, la richiesta della premier «pare un modo per avere un avallo preventivo a norme che il governo ha già annunciato. Un pacchetto sicurezza sui cui contenuti noi non siamo d’accordo», ha spiegato, evidenziando che «se Meloni vuole scrivere che Piantedosi ha fallito la gestione dell’ordine pubblico e che si condannano le violenze allora va bene. Sennò sembra un ricatto».
Nel frattempo la narrazione a sinistra prosegue e punta ancora sulla «strumentalizzazione».
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Ansa
Ma qui non si tratta di consentire agli agenti di sparare all’impazzata, senza rendere conto in alcun modo del loro operato. Ma di evitare che dei servitori dello Stato finiscano come il brigadiere capo Legrottaglie, un carabiniere che dopo 40 anni di servizio e a un solo giorno dalla pensione sette mesi fa è stato ucciso a Francavilla Fontana da un rapinatore. Il bandito lo ha colpito mentre era in fuga e il brigadiere non ha fatto in tempo a reagire. Se Legrottaglie avesse sparato per primo sarebbe ancora vivo, ma premere il grilletto molto probabilmente avrebbe significato essere accusato di omicidio volontario, come è successo al poliziotto antidroga in servizio nel bosco dello spaccio a Milano. Colpire per primo, anche dopo uno speronamento, quasi certamente lo avrebbe messo nei guai con la giustizia, come è successo al vicebrigadiere Emanuele Marroccella, condannato a tre anni di carcere e a 137.000 euro di provvisionale per aver ucciso un malvivente che aveva ferito un collega con un cacciavite lungo 20 centimetri.
Ecco, lo scudo per poliziotti e carabinieri significa salvare la vita a qualche servitore dello Stato ed evitare che uno di loro finisca sotto processo per aver sparato a un delinquente o aver inseguito chi non si ferma all’alt, come accaduto, sempre a Milano, con il caso Ramy. Lo scudo serve a proteggere le forze dell’ordine, a impedire che finiscano indagate per aver fatto il loro mestiere, significa sottrarre il loro operato a giudizi sommari. Se vogliamo che ci difendano da ladri, rapinatori, stupratori e terroristi non c’è altra via che garantire loro la protezione e la solidarietà dello Stato, affinché non si sentano con le mani legate.
Sinistra e Quirinale a quanto pare hanno dubbi pure sul fermo provvisorio preventivo. Gli uffici giuridici del Colle nutrirebbero perplessità per un provvedimento che non punisce chi ha commesso un reato, ma si pone l’obiettivo che non sia compiuto. Secondo la presidenza della Repubblica le nuove norme non sarebbero compatibili con il dettato costituzionale. E ça va sans dire la sinistra sposa in pieno l’opinione degli uomini di Mattarella.
Eppure, le misure preventive esistono da tempo e nessuno fino a oggi ha alzato il ditino ponendo obiezioni. Che cos’è il Daspo se non un provvedimento che, vietando la partecipazione a manifestazioni sportive, punta a impedire che tifosi violenti scatenino tafferugli durante le partite? Si limita la libertà di movimento di certi soggetti per evitare che vengano compiuti dei reati. Eppure, nessuno si è mai preoccupato della compatibilità costituzionale. Come peraltro non si è opposta la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica quando, durante il Covid, fu vietata al capo dei portuali di Trieste la presenza a una manifestazione nella Capitale. Qual era la pericolosità sociale di Stefano Puzzer? Manifestava pacificamente contro il green pass, non metteva a ferro e fuoco una città. Ma per il solo fatto di aver osato improvvisare una manifestazione – ribadisco, pacifica – fu denunciato e allontanato per ordine del questore.
Dunque, vista la pericolosità dei gruppi antagonisti, quando ci decideremo a metterli fuori legge e a impedire loro di partecipare alle manifestazioni? Capisco il diritto di esprimere le proprie opinioni e anche di contestare una linea politica. A Torino però non abbiamo assistito a una protesta, ma a una guerriglia. Il diritto alla sassaiola, a incendiare i cassonetti, a colpire con il martello un agente non esiste. Esiste la legge e va applicata con durezza, anche impedendo ai terroristi del sabato sera di manifestare. Negli anni Settanta contro il terrorismo lo Stato varò la legge Reale e anche all’epoca qualcuno si appellò alla Costituzione, ma quelle norme contribuirono a fermare le violenze.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 3 febbraio con Carlo Cambi