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2022-03-21
Incubo prezzi
Chi ha qualche anno di più sulle spalle ricorda di sicuro le domeniche a piedi, l’inflazione a due cifre, i mutui onerosi per acquistare casa, gli stipendi che crollavano. Allora come oggi a fare da detonatore della crisi è stato un riassetto degli equilibri geopolitici. Nel 1973 la guerra del Kippur contrappose Egitto e Siria a Israele. Gli Stati arabi membri dell’Opec aumentarono i costi del petrolio e avviarono un embargo nei confronti dei Paesi vicini a Israele. L’impatto economico fu immediato e si tradusse in Italia in una frenata alle importazioni e un’impennata generalizzata dei prezzi di prima necessità analoga a quella che ci colpisce ora: non solo la benzina, ma anche bollette, pane, farina e molto altro. Un vero incubo.
A ciò si aggiunse una serie di misure restrittive: il blocco della circolazione nei giorni festivi, chiusure anticipate di cinema e teatri e di molti esercizi commerciali, limiti al riscaldamento domestico e dei luoghi pubblici. La tv anticipò alle 20 il tg e chiuse le trasmissioni dopo le 24. Lo spettro degli anni Settanta è tornato ad aleggiare in queste settimane perché da quegli anni, in cui emerse con evidenza la pressoché totale dipendenza energetica dell’Italia dall’approvvigionamento estero, poco è stato fatto per conquistare più autonomia.
La burocrazia e i veti ambientalisti hanno ostacolato lo sfruttamento dei giacimenti nazionali e lo sviluppo di fonti energetiche. La crescita tecnologica ha reso il nostro Paese dipendente anche per le materie prime necessarie alla transizione energetica. L’uscita dalla fase acuta della pandemia, l’accelerazione della produzione e quindi della domanda di materie prime hanno mostrato ancora una volta la fragilità energetica del sistema Europa di cui l’Italia è l’anello più debole. E il presidente del Consiglio Mario Draghi ormai parla apertamente di «economia di guerra» con razionamento dell’elettricità per famiglie e imprese.
L’aumento dell’inflazione, già manifestatosi alla fine dell’anno, è esploso con il conflitto ucraino e le successive sanzioni applicate alla Russia. Si è scatenata la speculazione, anche questo un meccanismo prevedibile. E ora rischiamo di tornare agli anni Settanta con il razionamento dell’elettricità, i blocchi della circolazione, i prezzi in corsa incontrollata. Tornano d’attualità parole che credevamo dimenticate, come la spirale prezzi/salari e la perdita del potere d’acquisto. Manca solo la scala mobile, cancellata dal referendum del 1985, e poi il salto all’indietro di un quarantennio è completo.
Secondo una elaborazione della Coldiretti su dati Istat di febbraio, nell’ultimo anno il prezzo del pane è aumentato del 4,9%, la farina del 9%, la pasta dell’11,7% mentre per carne, pesce fresco e burro si sono avuti rincari rispettivamente di +3,3%, 6,1% e 11,2%. Per frutta e verdura fresca il maggior esborso è stato rispettivamente del 6,8% e del 16,8%. L’olio di girasole, di cui Russia e Ucraina sono i maggiori produttori al mondo, è schizzato addirittura del 18,9%. In media gli aumenti vanno dal 15 al 30%.
Ci sono state segnalazioni di supermercati presi d’assalto che in breve tempo hanno finito i generi di prima necessità e di altri centri commerciali che, per evitare speculazioni, hanno esposto cartelli con l’indicazione del limite massimo di confezioni acquistabili. C’è già chi pensa a fare le scorte per paura di una crisi alimentare provocata sia dalla guerra sia dal rincaro del carburante che ha causato scioperi, proteste e fermi degli autotrasportatori. Il freddo contribuisce a rendere sempre più difficile reperire ortaggi e frutta. L’insalata ora costa 1,50 euro il chilo invece di 1 euro, le melanzane sono balzate da 1,20 euro al chilo a 2,50, le mele da 1,40 euro a 1,60.
Il Codacons prevede che per pasta, pane, biscotti, dolci e derivati dal grano potrebbero esserci ulteriori rincari tra il 15% e il 30%. A Roma la pasta è passata da 1,69 euro di novembre 2021 a 1,84 euro oggi, la carne da 18,16 euro il chilo a 18,85 e il merluzzo da 19,16 euro a 20,68 euro, sempre nello stesso arco di tempo. Le carni sono a rischio di maggiori rincari. Senza il mais esportato da Ucraina e Ungheria, i principali fornitori dell’Italia, le aziende che producono mangimi hanno scorte solo per 8 settimane.
Il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, sottolinea che un pieno di benzina ora costa in media 32,5 euro in più rispetto allo scorso anno, +39,3 euro un pieno di gasolio. «Questo significa che ai livelli attuali dei prezzi una famiglia va incontro a una stangata pari a +780 euro annui per un’auto a benzina e addirittura +943 annui se il veicolo è a gasolio», osserva Rienzi. E come negli anni Settanta, la speculazione si è scatenata. Nemmeno per questa abbiamo sviluppato gli anticorpi.
«L’Europa miope parla solo di debiti ma dovrebbe aiutarci a investire»
La spirale dei prezzi continuerà o è una situazione transitoria e tutto tornerà come prima? Gustavo Piga, economista, professore di economia politica all’Università di Roma Tor Vergata sostiene che forse la prospettiva potrebbe essere peggiore di quella degli anni Settanta. «Se continuerà a lungo questa situazione? È una domanda da un milione di dollari. Se prendiamo le cause dell’aumento dell’inflazione, che sono il contesto pandemico e quello bellico con le ricadute sulle forniture di materie prime e le difficoltà ad approvvigionarsi di energia, la risposta è nel vento. Dipenderà quando queste due situazioni cesseranno di esercitare la loro influenza».
Cosa c’è di simile a quello che accadde negli anni Settanta?
«Anche allora non era chiaro quando sarebbe finito lo shock petrolifero. Ma mentre allora era una situazione eccezionale, di cui non avevamo esperienza, ora dovremmo esserci vaccinati. Invece in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla per ridurre le dipendenze dall’estero nelle materie prime o per creare un esercito europeo a difesa dei nostri valori. I due shock pandemici e bellici hanno aggiunto problematiche che ci trasciniamo da tempo e che non sono state affrontate per mancanza di leadership consapevole e di visione di lungo termine. Le economie occidentali non sono in salute».
È possibile fare una politica comune europea di contenimento dei prezzi?
«Questa impostazione è sbagliata. Non abbiamo bisogno di politiche di contenimento dell’inflazione ma di una maggiore attenzione alla variabile dell’occupazione».
Quali le differenze con gli anni Settanta?
«Negli anni Settanta i governi scelsero di fare più inflazione per avere più occupazione Dedicarono la politica monetaria e fiscale a sostegno dell’obiettivo primario dell’occupazione anche a costo di maggiore inflazione e lo fecero con grande successo. La disoccupazione italiana durante lo shock petrolifero non aumentò tanto, non perché la crisi energetica non ebbe un impatto ma perché si compensò con politiche monetarie e fiscali espansive della Banca d’Italia e del governo».
Però poi la situazione collassò con l’inflazione arrivata a due cifre.
«Negli Ottanta si cominciò a combattere l’inflazione perché era sfuggita di mano. Era arrivata al 20%, non certo paragonabile a quella ridicola di ora del 4%. Una delle ragioni per cui era arrivata a quei livelli era l’alto potere dei sindacati che spinsero per l’adeguamento automatico delle buste paga. Si determinò una ricorsa prezzi-salari e una spirale rialzista incontrollabile, un circolo vizioso. Questa problematica potrebbe entrare nel futuro in gioco ma con meno incidenza di allora, perché ora i sindacati sono più deboli e la resistenza a fenomeni come la scala mobile è maggiore. Questo dà più spazio a politiche economiche a favore dell’occupazione sia fiscali sia monetarie».
Ma l’Europa e l’Italia stanno facendo queste politiche a favore dell’occupazione?
«Negli Stati Uniti stanno facendo politiche monetarie e fiscali molto più espansive che in Europa tant’è che la loro inflazione è più alta. Purtroppo dobbiamo prendere atto che una Ue miope sta invece già parlando, in un contesto così drammatico come quello attuale, di combattere l’inflazione piuttosto che la disoccupazione e ci chiedono di rientrare dal debito. Ma è una politica folle perché concentrandoci sui prezzi facciamo esplodere la disoccupazione e il disagio sociale che negli anni Settanta parzialmente evitammo. È come mettere benzina sul fuoco di un contesto europeo molto debole».
C’è quindi un’aggravante rispetto agli anni Settanta?
«La politica economica in Europa è diventata stupida. Mentre negli anni Settanta seguivamo le politiche americane di espansione, oggi ci differenziamo dagli Stati Uniti sulle strategie di sviluppo e facciamo errori gravissimi. Chiedere al governo italiano di ridurre il debito invece di fare investimenti pubblici o sentire la Lagarde che parla di terminare i programmi di acquisti di titoli per immettere liquidità nel sistema sono follie che solo l’Europa si sa inventare. Il problema non è l’inflazione ma l’occupazione».
Vuol dire che l’Europa si mostra incapace di affrontare questo momento di crisi?
«Non solo è incapace, ma aggrava la direzione della crisi. E purtroppo l’Italia non è leader in Europa e non riesce a far capire ciò di cui c’è bisogno».
Ci sono anche responsabilità nostre?
«In parte: dovremmo rassicurare l’Europa che quando spendiamo lo facciamo bene. Ma in un momento così grave questo mi sembra un peccato veniale rispetto a quello di Bruxelles che raccomanda politiche assurde. Alla mancata indipendenza energetica degli anni Settanta si reagì aiutando l’economia, ciò che ora non si sta facendo. L’inflazione negli anni Ottanta si cominciò a combattere quando aveva raggiunto il 20%, oggi ci spaventiamo perché è al 4-5%».
Quale sarà l’esito di questa politica europea?
«C’è il rischio di una implosione. Abbiamo già perso la Gran Bretagna e abbiamo eccitato i sovranismi. Mi pare che stiamo solo ripetendo in un contesto più grave gli errori che hanno generato tutto ciò».
Quindi l’idea che la guerra in Ucraina abbia compatto l’Europa è un’illusione?
«C’è un’Europa più coesa nella sua stupidità. Vedo che anche il governo italiano sembra essere favorevole agli annunci dell’eurogruppo sul rientro del debito. Più masochisti di così si muore!».
«Adesso il nodo è capire che cosa succederà alle paghe dei lavoratori»
«Il nobel Krugman ha usato un’espressione efficace dicendo che si è inceppato il nastro trasportatore delle merci nel commercio globale. Questo di fatto è equivalso a una restrizione dell’offerta di prodotti che ha aumentato i prezzi. La Russia continua a fornire gas e petrolio, nonostante la guerra ma si sono scatenate le dinamiche speculative che hanno approfittato delle tensioni e della paura di un’interruzione o di una riduzione delle forniture». L’economista Leonardo Becchetti, ordinario di economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, spiega quali sono le dinamiche dell’inflazione.
Quali settori subiranno di più l’aumento dei prezzi?
«L’inflazione arriva soprattutto dal costo dell’energia e dunque si riflette maggiormente sui prezzi dei beni per la cui produzione il costo dell’energia è maggiore. Si farà sentire anche sui beni alimentari, poiché Russia e Ucraina assieme producono il 30% del grano mondiale. Questa comunque è inflazione da energia».
Situazione transitoria o destinata a durare?
«Dipenderà dalla durata dei due fattori scatenanti, cioè guerra e pandemia. E dall’atteggiamento delle banche centrali che avevano previsto una graduale riduzione degli interventi prima che scoppiasse la guerra. Adesso questa strategia è stata in parte rivista ma non completamente perché l’inflazione spaventa e va affrontata senza inondare il mercato di liquidità».
Quale impatto subiranno gli stipendi?
«Questo è il punto più delicato. Negli Stati Uniti l’inflazione si è abbinata a una revisione al rialzo dei prezzi dettata anche dal fatto che il Paese è vicino alla piena occupazione, è più difficile trovare forza lavoro e dunque i datori di lavoro offrono salari più elevati. L’inflazione diventa permanente se si avvia una spirale prezzi-salari per la quale i nuovi contratti incorporano aumenti salariali per evitare il calo del potere d’acquisto degli stipendi causato dall’inflazione. Quindi in un certo senso dobbiamo scegliere uno dei due mali: o facciamo il sacrificio di non correggere verso l’alto gli stipendi riducendo il potere d’acquisto delle famiglie, frenando in questo caso la dinamica dell’inflazione, o facciamo partire meccanismi al rialzo degli stipendi che riducono effetti negativi sul potere d’acquisto ma alimentano l’inflazione».
Quale sarà l’impatto sulla crescita economica?
«Negli anni Settanta accadde proprio quella spirale prezzi-salari che oggi dovremmo evitare. Lo shock petrolifero generato dalla decisione dell’Opec di ridurre la produzione di greggio e dalla conseguente quadruplicazione del prezzo fu incorporato nei salari e si avviò una spirale inflazionistica a due cifre. Per il momento questo in Europa non è ancora accaduto».
Sono possibili interventi per frenare l’inflazione senza bloccare la ripresa?
«La transizione ecologica è una contromisura. Se il problema nasce dall’aumento del prezzo di gas e petrolio, meno dipendiamo da queste due fonti di energia e meglio è. Le imprese che hanno avuto la lungimiranza di avviare processi di miglioramento energetico con impianti di cogenerazione e di trigenerazione che risparmiano energia, o di creare impianti da fonti rinnovabili (per esempio, pannelli solari sui tetti dei capannoni), possono ridurre il fabbisogno di gas e fare risparmi importanti. L’Italia è l’Arabia Saudita del sole e deve smettere di comprare energia dall’Opec o dalla Russia».
«È inutile il ritorno all’austerity»
«La Banca d’Italia, già nel 1973, aveva messo in guardia dalla dipendenza energetica del nostro Paese dall’estero. Ma in quegli anni dello shock petrolifero, con l’esplosione dei prezzi e l’inflazione a due cifre, si pensava che fosse una situazione episodica». Quello che stiamo vivendo in questi ultimi mesi, tra crisi delle materie prime e impatto del conflitto ucraino, secondo Luigi Campiglio - economista, ordinario di politica economica all’università Cattolica di Milano -, è il frutto di politiche economiche sbagliate che risalgono a 50 anni fa e che si sono trascinate nel tempo. «Nessun governo ha voluto affrontare di petto la dipendenza energetica accelerando il passaggio a fonti alternative o superando i veti per incrementare le estrazioni nei giacimenti nazionali».
Regge il parallelo tra la crisi attuale e quella petrolifera degli anni Settanta?
«Allora l’aumento dei prezzi era dovuto fondamentalmente a uno squilibrio economico e politico, al conflitto arabo israeliano. Sono andato a rileggermi un intervento della Banca d’Italia del 1973 in cui, con un tono quasi profetico, si delineava quello che sarebbe successo negli anni a venire».
Che cosa diceva?
«Metteva in evidenza le carenze del Paese. Nel 1973 si chiudeva il trentennio glorioso del miracolo economico in cui lo sviluppo così esplosivo era stato favorito essenzialmente dai bassi livelli salariali e da un altrettanto basso prezzo del petrolio. C’erano quindi tutte le condizioni perché il Paese fosse esposto a shock improvvisi dei prezzi petroliferi e come conseguenza a una brusca frenata della crescita».
Bankitalia indicò allora la strada da seguire?
«Sì, ma rimase inascoltata. L’istituto suggeriva di investire in fonti energetiche alternative e di ridurre la dipendenza dal petrolio che era valutata intorno al 60%. La crisi inflazionistica degli anni Settanta costrinse le imprese a ridimensionare l’attività produttiva in modo che fosse compatibile con quel tipo di forniture energetiche. In altri Paesi invece si avviò la diversificazione energetica che li ha resi meno esposti alla dinamica volatile del prezzo del petrolio. Noi invece siamo rimasti molto dipendenti dalle importazioni. La lezione dello choc petrolifero degli anni Settanta non ci è servita».
L’avvertimento della Banca d’Italia e di alcuni analisti è caduto nel vuoto.
«Era evidente che la ristrettezza delle materie prime si sarebbe fatta sentire ancora e in modo più profondo, ma tutti chiusero occhi e orecchie. La questione energetica fu sottovalutata mentre si puntò a una crescita legata più all’innovazione tecnologica. Sono mancate scelte radicali sull’energia: se fossero state realizzate avrebbero consentito al Paese di irrobustirsi».
Come ricorda quegli anni?
«Nel ’73 l’Italia era in ginocchio. Da un lato c’era il cospicuo deficit della bilancia commerciale agricola, dovuto anche al fatto che la politica comunitaria di sostegno ai prezzi avvantaggiava i prodotti continentali rispetto a quelli mediterranei; dall’altro, il peggioramento delle ragioni di scambio provocato dall’aumento dei prezzi del petrolio e delle materie prime unito a una massiccia fuga di capitali concorsero a rendere più pesante il disavanzo strutturale dei nostri conti con l’estero. Le misure di emergenza varate dal governo Rumor di centrosinistra, come il blocco della circolazione delle auto alla domenica e la riduzione del 40% dell’illuminazione pubblica, non ebbero alcun effetto reale sul contenimento dei consumi. Nell’aprile 1974 si negoziò con il Fondo monetario internazionale una linea di credito fino a 1 miliardo di diritti di prelievo. Inoltre la Bundesbank concesse un prestito di 2 miliardi di dollari contro il deposito di un quinto delle riserve in oro di Bankitalia».
Gli errori sono continuati negli anni Ottanta con la politica del debito.
«La crescita è stata finanziata con il debito pubblico e ha prodotto i risultati che ancora oggi abbiamo sotto gli occhi».
C’è il rischio di tornare agli anni Settanta?
«Il rischio esiste e sarebbe fuori luogo nasconderlo. Essendo l’inflazione in Europa ancora a una cifra, alcuni provvedimenti che sgonfino le bolle dei prezzi e la speculazione è possibile farli e auguriamoci che questo avvenga. Ci vorrà però tempo per tornare alla situazione pre inflazionistica. Si potrebbe intervenire con misure volte ad accelerare questo rientro ma ci sarebbe un alto prezzo da pagare come rallentamento dell’economia e questo nessuno lo vuole. Possiamo immaginare quindi un percorso più lungo, con aggiustamenti progressivi».
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Inflazione al galoppo e stipendi a rischio. Si sono già visti i primi scaffali vuoti. E si va verso i razionamenti di energia minacciati da Mario Draghi. Sembra di essere tornati agli anni Settanta.«L’Europa miope parla solo di debiti ma dovrebbe aiutarci a investire». Il docente di economia politica Gustavo Piga: «Gli Stati Uniti applicano politiche espansive per favorire l’occupazione. Qui invece si puniscono le aziende aumentando il disagio sociale che 50 anni fa riuscimmo a evitare».«Adesso il nodo è capire che cosa succederà alle paghe dei lavoratori». L’economista Leonardo Becchetti: «Se non aumentano vengono colpite le famiglie, se aumentano parte una spirale pericolosa». «È inutile il ritorno all’austerity». Il professore della Cattolica Luigi Campiglio: «Le domeniche a piedi e i tagli all’illuminazione varate dal governo Rumor nel 1973 non servirono a nulla. Decisivi furono Bundesbank e Fmi».Lo speciale comprende quattro articoli. Chi ha qualche anno di più sulle spalle ricorda di sicuro le domeniche a piedi, l’inflazione a due cifre, i mutui onerosi per acquistare casa, gli stipendi che crollavano. Allora come oggi a fare da detonatore della crisi è stato un riassetto degli equilibri geopolitici. Nel 1973 la guerra del Kippur contrappose Egitto e Siria a Israele. Gli Stati arabi membri dell’Opec aumentarono i costi del petrolio e avviarono un embargo nei confronti dei Paesi vicini a Israele. L’impatto economico fu immediato e si tradusse in Italia in una frenata alle importazioni e un’impennata generalizzata dei prezzi di prima necessità analoga a quella che ci colpisce ora: non solo la benzina, ma anche bollette, pane, farina e molto altro. Un vero incubo. A ciò si aggiunse una serie di misure restrittive: il blocco della circolazione nei giorni festivi, chiusure anticipate di cinema e teatri e di molti esercizi commerciali, limiti al riscaldamento domestico e dei luoghi pubblici. La tv anticipò alle 20 il tg e chiuse le trasmissioni dopo le 24. Lo spettro degli anni Settanta è tornato ad aleggiare in queste settimane perché da quegli anni, in cui emerse con evidenza la pressoché totale dipendenza energetica dell’Italia dall’approvvigionamento estero, poco è stato fatto per conquistare più autonomia. La burocrazia e i veti ambientalisti hanno ostacolato lo sfruttamento dei giacimenti nazionali e lo sviluppo di fonti energetiche. La crescita tecnologica ha reso il nostro Paese dipendente anche per le materie prime necessarie alla transizione energetica. L’uscita dalla fase acuta della pandemia, l’accelerazione della produzione e quindi della domanda di materie prime hanno mostrato ancora una volta la fragilità energetica del sistema Europa di cui l’Italia è l’anello più debole. E il presidente del Consiglio Mario Draghi ormai parla apertamente di «economia di guerra» con razionamento dell’elettricità per famiglie e imprese.L’aumento dell’inflazione, già manifestatosi alla fine dell’anno, è esploso con il conflitto ucraino e le successive sanzioni applicate alla Russia. Si è scatenata la speculazione, anche questo un meccanismo prevedibile. E ora rischiamo di tornare agli anni Settanta con il razionamento dell’elettricità, i blocchi della circolazione, i prezzi in corsa incontrollata. Tornano d’attualità parole che credevamo dimenticate, come la spirale prezzi/salari e la perdita del potere d’acquisto. Manca solo la scala mobile, cancellata dal referendum del 1985, e poi il salto all’indietro di un quarantennio è completo.Secondo una elaborazione della Coldiretti su dati Istat di febbraio, nell’ultimo anno il prezzo del pane è aumentato del 4,9%, la farina del 9%, la pasta dell’11,7% mentre per carne, pesce fresco e burro si sono avuti rincari rispettivamente di +3,3%, 6,1% e 11,2%. Per frutta e verdura fresca il maggior esborso è stato rispettivamente del 6,8% e del 16,8%. L’olio di girasole, di cui Russia e Ucraina sono i maggiori produttori al mondo, è schizzato addirittura del 18,9%. In media gli aumenti vanno dal 15 al 30%.Ci sono state segnalazioni di supermercati presi d’assalto che in breve tempo hanno finito i generi di prima necessità e di altri centri commerciali che, per evitare speculazioni, hanno esposto cartelli con l’indicazione del limite massimo di confezioni acquistabili. C’è già chi pensa a fare le scorte per paura di una crisi alimentare provocata sia dalla guerra sia dal rincaro del carburante che ha causato scioperi, proteste e fermi degli autotrasportatori. Il freddo contribuisce a rendere sempre più difficile reperire ortaggi e frutta. L’insalata ora costa 1,50 euro il chilo invece di 1 euro, le melanzane sono balzate da 1,20 euro al chilo a 2,50, le mele da 1,40 euro a 1,60. Il Codacons prevede che per pasta, pane, biscotti, dolci e derivati dal grano potrebbero esserci ulteriori rincari tra il 15% e il 30%. A Roma la pasta è passata da 1,69 euro di novembre 2021 a 1,84 euro oggi, la carne da 18,16 euro il chilo a 18,85 e il merluzzo da 19,16 euro a 20,68 euro, sempre nello stesso arco di tempo. Le carni sono a rischio di maggiori rincari. Senza il mais esportato da Ucraina e Ungheria, i principali fornitori dell’Italia, le aziende che producono mangimi hanno scorte solo per 8 settimane. Il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, sottolinea che un pieno di benzina ora costa in media 32,5 euro in più rispetto allo scorso anno, +39,3 euro un pieno di gasolio. «Questo significa che ai livelli attuali dei prezzi una famiglia va incontro a una stangata pari a +780 euro annui per un’auto a benzina e addirittura +943 annui se il veicolo è a gasolio», osserva Rienzi. E come negli anni Settanta, la speculazione si è scatenata. Nemmeno per questa abbiamo sviluppato gli anticorpi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/incubo-prezzi-2656996873.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="leuropa-miope-parla-solo-di-debiti-ma-dovrebbe-aiutarci-a-investire" data-post-id="2656996873" data-published-at="1647809679" data-use-pagination="False"> «L’Europa miope parla solo di debiti ma dovrebbe aiutarci a investire» La spirale dei prezzi continuerà o è una situazione transitoria e tutto tornerà come prima? Gustavo Piga, economista, professore di economia politica all’Università di Roma Tor Vergata sostiene che forse la prospettiva potrebbe essere peggiore di quella degli anni Settanta. «Se continuerà a lungo questa situazione? È una domanda da un milione di dollari. Se prendiamo le cause dell’aumento dell’inflazione, che sono il contesto pandemico e quello bellico con le ricadute sulle forniture di materie prime e le difficoltà ad approvvigionarsi di energia, la risposta è nel vento. Dipenderà quando queste due situazioni cesseranno di esercitare la loro influenza». Cosa c’è di simile a quello che accadde negli anni Settanta? «Anche allora non era chiaro quando sarebbe finito lo shock petrolifero. Ma mentre allora era una situazione eccezionale, di cui non avevamo esperienza, ora dovremmo esserci vaccinati. Invece in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla per ridurre le dipendenze dall’estero nelle materie prime o per creare un esercito europeo a difesa dei nostri valori. I due shock pandemici e bellici hanno aggiunto problematiche che ci trasciniamo da tempo e che non sono state affrontate per mancanza di leadership consapevole e di visione di lungo termine. Le economie occidentali non sono in salute». È possibile fare una politica comune europea di contenimento dei prezzi? «Questa impostazione è sbagliata. Non abbiamo bisogno di politiche di contenimento dell’inflazione ma di una maggiore attenzione alla variabile dell’occupazione». Quali le differenze con gli anni Settanta? «Negli anni Settanta i governi scelsero di fare più inflazione per avere più occupazione Dedicarono la politica monetaria e fiscale a sostegno dell’obiettivo primario dell’occupazione anche a costo di maggiore inflazione e lo fecero con grande successo. La disoccupazione italiana durante lo shock petrolifero non aumentò tanto, non perché la crisi energetica non ebbe un impatto ma perché si compensò con politiche monetarie e fiscali espansive della Banca d’Italia e del governo». Però poi la situazione collassò con l’inflazione arrivata a due cifre. «Negli Ottanta si cominciò a combattere l’inflazione perché era sfuggita di mano. Era arrivata al 20%, non certo paragonabile a quella ridicola di ora del 4%. Una delle ragioni per cui era arrivata a quei livelli era l’alto potere dei sindacati che spinsero per l’adeguamento automatico delle buste paga. Si determinò una ricorsa prezzi-salari e una spirale rialzista incontrollabile, un circolo vizioso. Questa problematica potrebbe entrare nel futuro in gioco ma con meno incidenza di allora, perché ora i sindacati sono più deboli e la resistenza a fenomeni come la scala mobile è maggiore. Questo dà più spazio a politiche economiche a favore dell’occupazione sia fiscali sia monetarie». Ma l’Europa e l’Italia stanno facendo queste politiche a favore dell’occupazione? «Negli Stati Uniti stanno facendo politiche monetarie e fiscali molto più espansive che in Europa tant’è che la loro inflazione è più alta. Purtroppo dobbiamo prendere atto che una Ue miope sta invece già parlando, in un contesto così drammatico come quello attuale, di combattere l’inflazione piuttosto che la disoccupazione e ci chiedono di rientrare dal debito. Ma è una politica folle perché concentrandoci sui prezzi facciamo esplodere la disoccupazione e il disagio sociale che negli anni Settanta parzialmente evitammo. È come mettere benzina sul fuoco di un contesto europeo molto debole». C’è quindi un’aggravante rispetto agli anni Settanta? «La politica economica in Europa è diventata stupida. Mentre negli anni Settanta seguivamo le politiche americane di espansione, oggi ci differenziamo dagli Stati Uniti sulle strategie di sviluppo e facciamo errori gravissimi. Chiedere al governo italiano di ridurre il debito invece di fare investimenti pubblici o sentire la Lagarde che parla di terminare i programmi di acquisti di titoli per immettere liquidità nel sistema sono follie che solo l’Europa si sa inventare. Il problema non è l’inflazione ma l’occupazione». Vuol dire che l’Europa si mostra incapace di affrontare questo momento di crisi? «Non solo è incapace, ma aggrava la direzione della crisi. E purtroppo l’Italia non è leader in Europa e non riesce a far capire ciò di cui c’è bisogno». Ci sono anche responsabilità nostre? «In parte: dovremmo rassicurare l’Europa che quando spendiamo lo facciamo bene. Ma in un momento così grave questo mi sembra un peccato veniale rispetto a quello di Bruxelles che raccomanda politiche assurde. Alla mancata indipendenza energetica degli anni Settanta si reagì aiutando l’economia, ciò che ora non si sta facendo. L’inflazione negli anni Ottanta si cominciò a combattere quando aveva raggiunto il 20%, oggi ci spaventiamo perché è al 4-5%». Quale sarà l’esito di questa politica europea? «C’è il rischio di una implosione. Abbiamo già perso la Gran Bretagna e abbiamo eccitato i sovranismi. Mi pare che stiamo solo ripetendo in un contesto più grave gli errori che hanno generato tutto ciò». Quindi l’idea che la guerra in Ucraina abbia compatto l’Europa è un’illusione? «C’è un’Europa più coesa nella sua stupidità. Vedo che anche il governo italiano sembra essere favorevole agli annunci dell’eurogruppo sul rientro del debito. Più masochisti di così si muore!». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/incubo-prezzi-2656996873.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="adesso-il-nodo-e-capire-che-cosa-succedera-alle-paghe-dei-lavoratori" data-post-id="2656996873" data-published-at="1647809679" data-use-pagination="False"> «Adesso il nodo è capire che cosa succederà alle paghe dei lavoratori» «Il nobel Krugman ha usato un’espressione efficace dicendo che si è inceppato il nastro trasportatore delle merci nel commercio globale. Questo di fatto è equivalso a una restrizione dell’offerta di prodotti che ha aumentato i prezzi. La Russia continua a fornire gas e petrolio, nonostante la guerra ma si sono scatenate le dinamiche speculative che hanno approfittato delle tensioni e della paura di un’interruzione o di una riduzione delle forniture». L’economista Leonardo Becchetti, ordinario di economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, spiega quali sono le dinamiche dell’inflazione. Quali settori subiranno di più l’aumento dei prezzi? «L’inflazione arriva soprattutto dal costo dell’energia e dunque si riflette maggiormente sui prezzi dei beni per la cui produzione il costo dell’energia è maggiore. Si farà sentire anche sui beni alimentari, poiché Russia e Ucraina assieme producono il 30% del grano mondiale. Questa comunque è inflazione da energia». Situazione transitoria o destinata a durare? «Dipenderà dalla durata dei due fattori scatenanti, cioè guerra e pandemia. E dall’atteggiamento delle banche centrali che avevano previsto una graduale riduzione degli interventi prima che scoppiasse la guerra. Adesso questa strategia è stata in parte rivista ma non completamente perché l’inflazione spaventa e va affrontata senza inondare il mercato di liquidità». Quale impatto subiranno gli stipendi? «Questo è il punto più delicato. Negli Stati Uniti l’inflazione si è abbinata a una revisione al rialzo dei prezzi dettata anche dal fatto che il Paese è vicino alla piena occupazione, è più difficile trovare forza lavoro e dunque i datori di lavoro offrono salari più elevati. L’inflazione diventa permanente se si avvia una spirale prezzi-salari per la quale i nuovi contratti incorporano aumenti salariali per evitare il calo del potere d’acquisto degli stipendi causato dall’inflazione. Quindi in un certo senso dobbiamo scegliere uno dei due mali: o facciamo il sacrificio di non correggere verso l’alto gli stipendi riducendo il potere d’acquisto delle famiglie, frenando in questo caso la dinamica dell’inflazione, o facciamo partire meccanismi al rialzo degli stipendi che riducono effetti negativi sul potere d’acquisto ma alimentano l’inflazione». Quale sarà l’impatto sulla crescita economica? «Negli anni Settanta accadde proprio quella spirale prezzi-salari che oggi dovremmo evitare. Lo shock petrolifero generato dalla decisione dell’Opec di ridurre la produzione di greggio e dalla conseguente quadruplicazione del prezzo fu incorporato nei salari e si avviò una spirale inflazionistica a due cifre. Per il momento questo in Europa non è ancora accaduto». Sono possibili interventi per frenare l’inflazione senza bloccare la ripresa? «La transizione ecologica è una contromisura. Se il problema nasce dall’aumento del prezzo di gas e petrolio, meno dipendiamo da queste due fonti di energia e meglio è. Le imprese che hanno avuto la lungimiranza di avviare processi di miglioramento energetico con impianti di cogenerazione e di trigenerazione che risparmiano energia, o di creare impianti da fonti rinnovabili (per esempio, pannelli solari sui tetti dei capannoni), possono ridurre il fabbisogno di gas e fare risparmi importanti. L’Italia è l’Arabia Saudita del sole e deve smettere di comprare energia dall’Opec o dalla Russia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/incubo-prezzi-2656996873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-inutile-il-ritorno-allausterity" data-post-id="2656996873" data-published-at="1647809679" data-use-pagination="False"> «È inutile il ritorno all’austerity» «La Banca d’Italia, già nel 1973, aveva messo in guardia dalla dipendenza energetica del nostro Paese dall’estero. Ma in quegli anni dello shock petrolifero, con l’esplosione dei prezzi e l’inflazione a due cifre, si pensava che fosse una situazione episodica». Quello che stiamo vivendo in questi ultimi mesi, tra crisi delle materie prime e impatto del conflitto ucraino, secondo Luigi Campiglio - economista, ordinario di politica economica all’università Cattolica di Milano -, è il frutto di politiche economiche sbagliate che risalgono a 50 anni fa e che si sono trascinate nel tempo. «Nessun governo ha voluto affrontare di petto la dipendenza energetica accelerando il passaggio a fonti alternative o superando i veti per incrementare le estrazioni nei giacimenti nazionali». Regge il parallelo tra la crisi attuale e quella petrolifera degli anni Settanta? «Allora l’aumento dei prezzi era dovuto fondamentalmente a uno squilibrio economico e politico, al conflitto arabo israeliano. Sono andato a rileggermi un intervento della Banca d’Italia del 1973 in cui, con un tono quasi profetico, si delineava quello che sarebbe successo negli anni a venire». Che cosa diceva? «Metteva in evidenza le carenze del Paese. Nel 1973 si chiudeva il trentennio glorioso del miracolo economico in cui lo sviluppo così esplosivo era stato favorito essenzialmente dai bassi livelli salariali e da un altrettanto basso prezzo del petrolio. C’erano quindi tutte le condizioni perché il Paese fosse esposto a shock improvvisi dei prezzi petroliferi e come conseguenza a una brusca frenata della crescita». Bankitalia indicò allora la strada da seguire? «Sì, ma rimase inascoltata. L’istituto suggeriva di investire in fonti energetiche alternative e di ridurre la dipendenza dal petrolio che era valutata intorno al 60%. La crisi inflazionistica degli anni Settanta costrinse le imprese a ridimensionare l’attività produttiva in modo che fosse compatibile con quel tipo di forniture energetiche. In altri Paesi invece si avviò la diversificazione energetica che li ha resi meno esposti alla dinamica volatile del prezzo del petrolio. Noi invece siamo rimasti molto dipendenti dalle importazioni. La lezione dello choc petrolifero degli anni Settanta non ci è servita». L’avvertimento della Banca d’Italia e di alcuni analisti è caduto nel vuoto. «Era evidente che la ristrettezza delle materie prime si sarebbe fatta sentire ancora e in modo più profondo, ma tutti chiusero occhi e orecchie. La questione energetica fu sottovalutata mentre si puntò a una crescita legata più all’innovazione tecnologica. Sono mancate scelte radicali sull’energia: se fossero state realizzate avrebbero consentito al Paese di irrobustirsi». Come ricorda quegli anni? «Nel ’73 l’Italia era in ginocchio. Da un lato c’era il cospicuo deficit della bilancia commerciale agricola, dovuto anche al fatto che la politica comunitaria di sostegno ai prezzi avvantaggiava i prodotti continentali rispetto a quelli mediterranei; dall’altro, il peggioramento delle ragioni di scambio provocato dall’aumento dei prezzi del petrolio e delle materie prime unito a una massiccia fuga di capitali concorsero a rendere più pesante il disavanzo strutturale dei nostri conti con l’estero. Le misure di emergenza varate dal governo Rumor di centrosinistra, come il blocco della circolazione delle auto alla domenica e la riduzione del 40% dell’illuminazione pubblica, non ebbero alcun effetto reale sul contenimento dei consumi. Nell’aprile 1974 si negoziò con il Fondo monetario internazionale una linea di credito fino a 1 miliardo di diritti di prelievo. Inoltre la Bundesbank concesse un prestito di 2 miliardi di dollari contro il deposito di un quinto delle riserve in oro di Bankitalia». Gli errori sono continuati negli anni Ottanta con la politica del debito. «La crescita è stata finanziata con il debito pubblico e ha prodotto i risultati che ancora oggi abbiamo sotto gli occhi». C’è il rischio di tornare agli anni Settanta? «Il rischio esiste e sarebbe fuori luogo nasconderlo. Essendo l’inflazione in Europa ancora a una cifra, alcuni provvedimenti che sgonfino le bolle dei prezzi e la speculazione è possibile farli e auguriamoci che questo avvenga. Ci vorrà però tempo per tornare alla situazione pre inflazionistica. Si potrebbe intervenire con misure volte ad accelerare questo rientro ma ci sarebbe un alto prezzo da pagare come rallentamento dell’economia e questo nessuno lo vuole. Possiamo immaginare quindi un percorso più lungo, con aggiustamenti progressivi».
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.