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2019-05-27
In Ungheria c’è solo Orbán. Fidesz arriva al 56%. «Mi ispiro al modello Italia»
Ansa
Alla chiusura delle urne, gli exit poll cancellano il luogo comune della costante disaffezione per il voto al Parlamento europeo dell'Ungheria. I cittadini che si sono recati alle urne - il 30,52% contro il 19,53% del 2014 - hanno fatto diventare il Paese magiaro una roccaforte sovranista assegnando a Fidesz, il partito nazionalista del premier Viktor Orbàn, ben il 56% dei voti, pari a 14 dei 21 seggi assegnati all'Ungheria nel Parlamento europeo. Le opposizioni restano molto distanziate. Per il secondo posto c'è un testa a testa fra tre partiti: Jobbik, Coalizione democratica (Dk) e Partito socialista (Mszp), che otterrebbero due seggi ciascuno. Jobbik, partito di destra ultranazionalista ma anti Orbán, appare in calo rispetto al 19% ottenuto alle politiche del 2018. Confermano la crisi delle forze progressiste i socialisti e Dk, partito social-liberale nato nel 2010 da una scissione proprio dei socialisti. I liberali di Momentum, lista giovanile nata dalle mobilitazioni contro la candidatura olimpica di Budapest, potrebbero superare la soglia di sbarramento del 5% e ottenere un seggio. Seggio quasi impossibile per gli ambientalisti verdi di Lmp.
Fidesz è un partito conservatore, populista, euroscettico e cristiano. È membro del Partito popolare europeo, che tuttavia dal 2019 lo ha sospeso, dell'Unione democratica internazionale (conservatori) e dell'Internazionale democratica centrista. Dai numeri resi noti da Europe Elects, Fidesz però crescerebbe sia rispetto alle elezioni nazionali del 2018 (49,6%), sia rispetto alle europee del 2014 (51,4%). Insieme, il premier magiaro Orbàn e il leader della Lega Matteo Salvini, sono considerati i due capofila del fronte sovranista che vuole cambiare i rapporti di forza politici a Bruxelles per creare una nuova maggioranza con i Popolari, tagliando fuori i Socialisti con i vari partiti nazionali di centrosinistra in crisi in un po' tutta l'Unione: «Al centro le identità che i nostri governi rappresentano, ognuno con la sua storia», avevano detto Salvini e Orbàn durante l'incontro avvenuto a Milano lo scorso agosto. La sintonia perdura: «Il modello austriaco è finito. Ora siamo passati al modello italiano», ha dichiarato ieri Orbàn recandosi al seggio. Come nelle politiche 2018, anche nella campagna elettorale per Bruxelles il partito del primo ministro ha cavalcato le campagne a favore della natalità e quella anti immigrazione, oltre ad un battage pubblicitario contro Jean Claude Juncker, George Soros e la sospensione dal Ppe. Nel maggio 2018, Juncker partecipò a una celebrazione che commemorava i 200 anni dalla nascita di Marx, dove tenne un discorso in memoria del filosofo. Come risposta, i parlamentari europei provenienti da Fidesz scrissero: «L'ideologia marxista ha portato alla morte di decine di milioni di persone e rovinato le vite di miliardi di individui. La celebrazione del suo fondatore costituisce un insulto alla loro memoria». Per ritorsione contro le sanzioni dell'Ue - che accusa Budapest di non garantire lo Stato di diritto - Orbàn ha ritirato l'appoggio allo «spitzenkandidat» dei popolari di Manfred Weber, elemento di ulteriore avvicinamento al segretario del Carroccio. Malgrado la commissione Ue, Orbàn esce rafforzato da questo voto europeo confermandosi il leader della politica ungherese da oltre 20 anni. Nel 1998, infatti, a soli 35 anni, divenne per la prima volta il premier dell'Ungheria, nazione «con 10 milioni di abitanti, un Prodotto interno lordo di 114 miliardi di euro e solo 20.000 soldati». Nato a Székesfehérvár, la «città dei re» iniziò l'esperienza politica giovanile in una organizzazione comunista cambiando idea subito dopo il diploma, si laureò in Scienze politiche a Oxford grazie a una borsa di studio della fondazione del magnate George Soros con una tesi di laurea su Solidarnosc, il sindacato polacco anticomunista fondato da Lec Walesa. Sposato, grande sostenitore della natalità, ha cinque figli. Durante il suo primo mandato l'Ungheria entrò nella Nato e in campo economico aprì alle liberalizzazioni all'occidentale. Restò 8 anni all'opposizione e nel 2010 prese il 52,73% conquistando i due terzi del Parlamento. Con questi numeri realizzò una riforma costituzionale riducendo da 386 a 199 i seggi all'assemblea nazionale, cambiò il sistema dell'istruzione, dell'informazione e quello giudiziario con il Csm che finì sotto il controllo del governo. Nel terzo mandato, nel 2014, divenne molto critico e intransigente verso l'Ue soprattutto sul tema dei migranti. Confermato nelle elezioni del 2018, sempre contando sulla maggioranza in Parlamento, come primo atto ha emanato la cosiddetta «legge stop Soros», che prevede una tassa del 25% alle donazioni straniere in favore di organizzazioni non governative che supportano i migranti. Molto discussa è stata anche la riforma del lavoro: la possibilità di fare fino a 400 ore di straordinari l'anno, ha fatto scendere in piazza i sindacati. Dal fronte progressista, Viktor Orbàn viene considerato il peggiore dei sovranisti, un fascista che, alla stregua di Vladimir Putin, grazie alle modifiche costituzionali ha controllo assoluto sul Paese, mette la mordacchia ai giornalisti, tiene sotto controllo il potere giudiziario, costruisce muri di filo spinato, almeno prima della chiusura della rotta balcanica, per chiudere l'ingresso degli immigrati. Una posizione di blocco condivisa dai Paesi di Visegrad (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) che però si oppongono alla ripartizione e alla revisione del Trattato di Dublino. Ieri come oggi, l'idea di Orbàn è sempre la stessa: «Il pericolo mortale che minaccia gli ungheresi è l'arrivo di migliaia di migranti musulmani, con il ricollocamento obbligatorio voluto dall'Ue. Soltanto oggi, con i risultati definitivi, sapremo se Viktor Orbàn avrà più peso nel Ppe e sarà un alleato più influente per Matteo Salvini e Marine Le Pen.
Vola il Brexit party di Nigel Farage. I gretini trascinano i Verdi tedeschi
Paese europeo che vai, risultato più o meno sorprendente che trovi. Se nella maggior parte dei casi i risultati delle elezioni europee forniscono una fotografia relativamente puntuale delle singole situazioni locali, è pur vero che non mancano situazioni inattese e destinate nel prossimo futuro ad alimentare il dibattito sia a livello nazionale che europeo. Non bisogna dimenticare infatti che l'appuntamento di quest'anno assumeva una rilevanza storica per via del particolare momento economico e geopolitico nel quale ci troviamo immersi.
Rimane sensazionale, per quanto largamente prevista, la vittoria a mani basse del Brexit party nel Regno Unito (73 seggi all'Europarlamento). Nelle ultime settimane, infatti, l'ascesa del partito di Nigel Farage ha assunto le sembianze di una vera e propria cavalcata trionfale. Con due terzi dei collegi scrutinati, il Brexit party viene dato al 31,8%, una cifra largamente superiore alla somma delle preferenze prese dai laburisti (13,9%) e dai conservatori (9,1%). Un risultato storico che suona anche come una risposta molto chiara ai tentennamenti nella trattativa con Bruxelles e, soprattutto, alle voci su un possibile secondo referendum teso a scongiurare l'uscita del Regno Unito dall'Ue. Secondo gradino del podio per i liberaldemocratici (21,1%). Bene anche i Verdi, al quarto posto con il 12,4%, una delle costanti di questa tornata elettorale europea.
Male in Germania (96 seggi, delegazione più numerosa al Parlamento europeo) il partito di Angela Merkel (Cdu-Csu) che pur confermando il primo posto con il 28,4% delle preferenze fa registrare un tonfo notevole. Cinque anni fa, infatti, quando i due partiti si presentavano divisi, la somma delle preferenze era pari al 35,3%. La discesa fatta registrare è dunque di poco inferiore a 7 punti percentuali. Se parliamo in termini di seggi, l'apporto al Ppe fornito da Cdu-Csu è previsto in calo di 5 seggi. Malissimo i socialdemocratici del Spd, crollati al 15,5% rispetto al 27,3% del 2014, con un danno per la corrispondente pattuglia europea pari a 12 seggi. Straordinaria invece l'esplosione dei Verdi, che raggiungono il 20,7% contro il 10,7% del 2014. Scontata l'influenza sul risultato della campagna di sensibilizzazione contro il cambiamento climatico messa in piedi da Greta Thunberg e soci, e che ha portato decine di migliaia di ragazzi in piazza nei venerdì di protesta per l'ambiente. Ma anche un segno di malcontento nei confronti dell'industria automobilistica nazionale che negli ultimi anni, a dispetto dei proclami, ha dimostrato di tenere molto più al profitto che alla sostenibilità. La mente corre subito agli scandali (Dieselgate su tutti) che hanno investito le case produttrici nazionali e capaci di gettare scompiglio nella scena politica. Risultato discreto, infine, per la destra di Afd alleata con Matteo Salvini, che raccoglie il 10,9% in leggera risalita rispetto al 2014 (quando prese il 7%) ma lievemente in calo rispetto alle politiche del 2017 (in quell'occasione i consensi furono pari all'11,5% nel maggioritario e al 12,6% nel proporzionale).
Per quanto riguarda la Spagna (54 seggi), vincono i socialisti di Sanchez (32,8%) con più di dieci punti di vantaggio sui popolari. Ottima performance in Polonia (51 seggi) di Diritto e giustizia (Pis), formazione che aderisce ai conservatori europei ma strizza l'occhio a Matteo Salvini. Il partito del presidente Andrzej Duda e del premier Mateusz Morawiecki supera agevolmente il 42%, facendo registrare un risultato superiore alle europee del 2014 (31,8%) ma anche delle politiche del 2015 (37,6%). Batosta in Grecia (21 seggi totali) per il partito di Alexis Tsipras. Syriza si ferma infatti al 23,8%, surclassata dal partito di opposizione Nuova democrazia (33,3%) il cui leader, Kyriakos Mitsotakis, ha immediatamente chiesto le dimissioni del governo in carica: «La Grecia ha bisogno di un nuovo governo. Il primo ministro si deve assumere la piena responsabilità, rassegnando subito le dimissioni e il Paese deve andare alle urne il prima possibile». Nella tarda serata, il premier Tsipras ha ammesso la sconfitta invocando lo svolgimento di elezioni anticipate già nel prossimo giugno.
E sempre in tema di Paesi nei quali il governo è in bilico, in Austria (18 seggi) si fa sentire fino a un certo punto l'effetto dello scandalo del vicecancelliere Heinz-Christian Strache, dimessosi la scorsa settimana dopo essere stato «beccato» a discutere di affari loschi con una donna che si spacciava per la nipote di un facoltoso oligarca russo. Ebbene, la formazione di cui Strache era leader e che reggeva il governo del cancelliere Sebastian Kurz, il Partito della libertà austriaco (Fpo) è calata (17,5%) ma meno di quanto ci si potesse legittimamente attendere dopo il clamore fatto registrare in patria dalla vicenda. Vince il partito di Kurz (34,5%) che fa capo ai Popolari, seguito dai socialdemocratici. Una situazione a tre poli, oggi potenzialmente incompatibili tra loro, che lancia un segnale di forte instabilità le prossime politiche.
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Il premier magiaro guadagna un altro 4%: è il simbolo del sovranismo continentale. Ha messo al centro famiglia e lotta all'immigrazione. Pronto l'asse con la Lega. Vola il Brexit party di Nigel Farage. I gretini trascinano i Verdi tedeschi. L'euroscettico britannico quasi al 32%. In Germania Angela Merkel giù di 7 punti. A picco l'Spd, in risalita la destra di Afd In Spagna conferma per Pedro Sánchez. In Grecia Alexis Tsipras perde e si dimette. Lo speciale comprende due articoli. Alla chiusura delle urne, gli exit poll cancellano il luogo comune della costante disaffezione per il voto al Parlamento europeo dell'Ungheria. I cittadini che si sono recati alle urne - il 30,52% contro il 19,53% del 2014 - hanno fatto diventare il Paese magiaro una roccaforte sovranista assegnando a Fidesz, il partito nazionalista del premier Viktor Orbàn, ben il 56% dei voti, pari a 14 dei 21 seggi assegnati all'Ungheria nel Parlamento europeo. Le opposizioni restano molto distanziate. Per il secondo posto c'è un testa a testa fra tre partiti: Jobbik, Coalizione democratica (Dk) e Partito socialista (Mszp), che otterrebbero due seggi ciascuno. Jobbik, partito di destra ultranazionalista ma anti Orbán, appare in calo rispetto al 19% ottenuto alle politiche del 2018. Confermano la crisi delle forze progressiste i socialisti e Dk, partito social-liberale nato nel 2010 da una scissione proprio dei socialisti. I liberali di Momentum, lista giovanile nata dalle mobilitazioni contro la candidatura olimpica di Budapest, potrebbero superare la soglia di sbarramento del 5% e ottenere un seggio. Seggio quasi impossibile per gli ambientalisti verdi di Lmp. Fidesz è un partito conservatore, populista, euroscettico e cristiano. È membro del Partito popolare europeo, che tuttavia dal 2019 lo ha sospeso, dell'Unione democratica internazionale (conservatori) e dell'Internazionale democratica centrista. Dai numeri resi noti da Europe Elects, Fidesz però crescerebbe sia rispetto alle elezioni nazionali del 2018 (49,6%), sia rispetto alle europee del 2014 (51,4%). Insieme, il premier magiaro Orbàn e il leader della Lega Matteo Salvini, sono considerati i due capofila del fronte sovranista che vuole cambiare i rapporti di forza politici a Bruxelles per creare una nuova maggioranza con i Popolari, tagliando fuori i Socialisti con i vari partiti nazionali di centrosinistra in crisi in un po' tutta l'Unione: «Al centro le identità che i nostri governi rappresentano, ognuno con la sua storia», avevano detto Salvini e Orbàn durante l'incontro avvenuto a Milano lo scorso agosto. La sintonia perdura: «Il modello austriaco è finito. Ora siamo passati al modello italiano», ha dichiarato ieri Orbàn recandosi al seggio. Come nelle politiche 2018, anche nella campagna elettorale per Bruxelles il partito del primo ministro ha cavalcato le campagne a favore della natalità e quella anti immigrazione, oltre ad un battage pubblicitario contro Jean Claude Juncker, George Soros e la sospensione dal Ppe. Nel maggio 2018, Juncker partecipò a una celebrazione che commemorava i 200 anni dalla nascita di Marx, dove tenne un discorso in memoria del filosofo. Come risposta, i parlamentari europei provenienti da Fidesz scrissero: «L'ideologia marxista ha portato alla morte di decine di milioni di persone e rovinato le vite di miliardi di individui. La celebrazione del suo fondatore costituisce un insulto alla loro memoria». Per ritorsione contro le sanzioni dell'Ue - che accusa Budapest di non garantire lo Stato di diritto - Orbàn ha ritirato l'appoggio allo «spitzenkandidat» dei popolari di Manfred Weber, elemento di ulteriore avvicinamento al segretario del Carroccio. Malgrado la commissione Ue, Orbàn esce rafforzato da questo voto europeo confermandosi il leader della politica ungherese da oltre 20 anni. Nel 1998, infatti, a soli 35 anni, divenne per la prima volta il premier dell'Ungheria, nazione «con 10 milioni di abitanti, un Prodotto interno lordo di 114 miliardi di euro e solo 20.000 soldati». Nato a Székesfehérvár, la «città dei re» iniziò l'esperienza politica giovanile in una organizzazione comunista cambiando idea subito dopo il diploma, si laureò in Scienze politiche a Oxford grazie a una borsa di studio della fondazione del magnate George Soros con una tesi di laurea su Solidarnosc, il sindacato polacco anticomunista fondato da Lec Walesa. Sposato, grande sostenitore della natalità, ha cinque figli. Durante il suo primo mandato l'Ungheria entrò nella Nato e in campo economico aprì alle liberalizzazioni all'occidentale. Restò 8 anni all'opposizione e nel 2010 prese il 52,73% conquistando i due terzi del Parlamento. Con questi numeri realizzò una riforma costituzionale riducendo da 386 a 199 i seggi all'assemblea nazionale, cambiò il sistema dell'istruzione, dell'informazione e quello giudiziario con il Csm che finì sotto il controllo del governo. Nel terzo mandato, nel 2014, divenne molto critico e intransigente verso l'Ue soprattutto sul tema dei migranti. Confermato nelle elezioni del 2018, sempre contando sulla maggioranza in Parlamento, come primo atto ha emanato la cosiddetta «legge stop Soros», che prevede una tassa del 25% alle donazioni straniere in favore di organizzazioni non governative che supportano i migranti. Molto discussa è stata anche la riforma del lavoro: la possibilità di fare fino a 400 ore di straordinari l'anno, ha fatto scendere in piazza i sindacati. Dal fronte progressista, Viktor Orbàn viene considerato il peggiore dei sovranisti, un fascista che, alla stregua di Vladimir Putin, grazie alle modifiche costituzionali ha controllo assoluto sul Paese, mette la mordacchia ai giornalisti, tiene sotto controllo il potere giudiziario, costruisce muri di filo spinato, almeno prima della chiusura della rotta balcanica, per chiudere l'ingresso degli immigrati. Una posizione di blocco condivisa dai Paesi di Visegrad (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) che però si oppongono alla ripartizione e alla revisione del Trattato di Dublino. Ieri come oggi, l'idea di Orbàn è sempre la stessa: «Il pericolo mortale che minaccia gli ungheresi è l'arrivo di migliaia di migranti musulmani, con il ricollocamento obbligatorio voluto dall'Ue. Soltanto oggi, con i risultati definitivi, sapremo se Viktor Orbàn avrà più peso nel Ppe e sarà un alleato più influente per Matteo Salvini e Marine Le Pen. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-ungheria-ce-solo-orban-fidesz-arriva-al-56-mi-ispiro-al-modello-italia-2638206825.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vola-il-brexit-party-di-nigel-farage-i-gretini-trascinano-i-verdi-tedeschi" data-post-id="2638206825" data-published-at="1767861008" data-use-pagination="False"> Vola il Brexit party di Nigel Farage. I gretini trascinano i Verdi tedeschi Paese europeo che vai, risultato più o meno sorprendente che trovi. Se nella maggior parte dei casi i risultati delle elezioni europee forniscono una fotografia relativamente puntuale delle singole situazioni locali, è pur vero che non mancano situazioni inattese e destinate nel prossimo futuro ad alimentare il dibattito sia a livello nazionale che europeo. Non bisogna dimenticare infatti che l'appuntamento di quest'anno assumeva una rilevanza storica per via del particolare momento economico e geopolitico nel quale ci troviamo immersi. Rimane sensazionale, per quanto largamente prevista, la vittoria a mani basse del Brexit party nel Regno Unito (73 seggi all'Europarlamento). Nelle ultime settimane, infatti, l'ascesa del partito di Nigel Farage ha assunto le sembianze di una vera e propria cavalcata trionfale. Con due terzi dei collegi scrutinati, il Brexit party viene dato al 31,8%, una cifra largamente superiore alla somma delle preferenze prese dai laburisti (13,9%) e dai conservatori (9,1%). Un risultato storico che suona anche come una risposta molto chiara ai tentennamenti nella trattativa con Bruxelles e, soprattutto, alle voci su un possibile secondo referendum teso a scongiurare l'uscita del Regno Unito dall'Ue. Secondo gradino del podio per i liberaldemocratici (21,1%). Bene anche i Verdi, al quarto posto con il 12,4%, una delle costanti di questa tornata elettorale europea. Male in Germania (96 seggi, delegazione più numerosa al Parlamento europeo) il partito di Angela Merkel (Cdu-Csu) che pur confermando il primo posto con il 28,4% delle preferenze fa registrare un tonfo notevole. Cinque anni fa, infatti, quando i due partiti si presentavano divisi, la somma delle preferenze era pari al 35,3%. La discesa fatta registrare è dunque di poco inferiore a 7 punti percentuali. Se parliamo in termini di seggi, l'apporto al Ppe fornito da Cdu-Csu è previsto in calo di 5 seggi. Malissimo i socialdemocratici del Spd, crollati al 15,5% rispetto al 27,3% del 2014, con un danno per la corrispondente pattuglia europea pari a 12 seggi. Straordinaria invece l'esplosione dei Verdi, che raggiungono il 20,7% contro il 10,7% del 2014. Scontata l'influenza sul risultato della campagna di sensibilizzazione contro il cambiamento climatico messa in piedi da Greta Thunberg e soci, e che ha portato decine di migliaia di ragazzi in piazza nei venerdì di protesta per l'ambiente. Ma anche un segno di malcontento nei confronti dell'industria automobilistica nazionale che negli ultimi anni, a dispetto dei proclami, ha dimostrato di tenere molto più al profitto che alla sostenibilità. La mente corre subito agli scandali (Dieselgate su tutti) che hanno investito le case produttrici nazionali e capaci di gettare scompiglio nella scena politica. Risultato discreto, infine, per la destra di Afd alleata con Matteo Salvini, che raccoglie il 10,9% in leggera risalita rispetto al 2014 (quando prese il 7%) ma lievemente in calo rispetto alle politiche del 2017 (in quell'occasione i consensi furono pari all'11,5% nel maggioritario e al 12,6% nel proporzionale). Per quanto riguarda la Spagna (54 seggi), vincono i socialisti di Sanchez (32,8%) con più di dieci punti di vantaggio sui popolari. Ottima performance in Polonia (51 seggi) di Diritto e giustizia (Pis), formazione che aderisce ai conservatori europei ma strizza l'occhio a Matteo Salvini. Il partito del presidente Andrzej Duda e del premier Mateusz Morawiecki supera agevolmente il 42%, facendo registrare un risultato superiore alle europee del 2014 (31,8%) ma anche delle politiche del 2015 (37,6%). Batosta in Grecia (21 seggi totali) per il partito di Alexis Tsipras. Syriza si ferma infatti al 23,8%, surclassata dal partito di opposizione Nuova democrazia (33,3%) il cui leader, Kyriakos Mitsotakis, ha immediatamente chiesto le dimissioni del governo in carica: «La Grecia ha bisogno di un nuovo governo. Il primo ministro si deve assumere la piena responsabilità, rassegnando subito le dimissioni e il Paese deve andare alle urne il prima possibile». Nella tarda serata, il premier Tsipras ha ammesso la sconfitta invocando lo svolgimento di elezioni anticipate già nel prossimo giugno. E sempre in tema di Paesi nei quali il governo è in bilico, in Austria (18 seggi) si fa sentire fino a un certo punto l'effetto dello scandalo del vicecancelliere Heinz-Christian Strache, dimessosi la scorsa settimana dopo essere stato «beccato» a discutere di affari loschi con una donna che si spacciava per la nipote di un facoltoso oligarca russo. Ebbene, la formazione di cui Strache era leader e che reggeva il governo del cancelliere Sebastian Kurz, il Partito della libertà austriaco (Fpo) è calata (17,5%) ma meno di quanto ci si potesse legittimamente attendere dopo il clamore fatto registrare in patria dalla vicenda. Vince il partito di Kurz (34,5%) che fa capo ai Popolari, seguito dai socialdemocratici. Una situazione a tre poli, oggi potenzialmente incompatibili tra loro, che lancia un segnale di forte instabilità le prossime politiche.
La vittoria di Giorgia Meloni che non ha rivendicato il femminismo ha mandato in crisi il paradigma dominante. Il saggio «Belle Ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo» di Barbara Saltamartini critica i dogmi del femminismo progressista, contesta l’idea di un’unica voce legittimata a parlare per le donne e rilegge Giorgia Meloni come espressione di una tradizione femminile di destra rimossa dal racconto ufficiale. Il libro denuncia un’ideologia che ha mercificato la libertà e cancellato la differenza sessuale, rilanciando identità, maternità e comunità come valori politici. Un testo provocatorio che segna una rottura culturale.
Beppe Sala (Getty Images)
Ed è ovviamente molto difficile dare torto al primo cittadino milanese o non condividere il suo sdegno. Chi sta da clandestino sul territorio italiano deve essere riaccompagnato alla frontiera il più velocemente possibile, soprattutto se ha commesso dei reati. Non è, questa, una visione particolarmente destrorsa della realtà: è semplice utilizzo del buonsenso, condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani. Da qualche giorno sembra che perfino gli esponenti del Pd e della sinistra italica si siano collocati su questa posizione, tanto da pretendere più sicurezza, più controllo del territorio e più espulsioni.
Ad esempio Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova, spiega al Corriere della Sera che urge rispedire indietro gli stranieri delinquenti. «È chiaro che gli accordi per i rimpatri verso alcuni Paesi non funzionano», dice. «Intanto, cittadini e forze dell’ordine hanno spesso a che fare con persone soggette a ordini di espulsione per precedenti penali, con il risultato che i medesimi reati vengono reiterati. La situazione sta peggiorando, la sicurezza non può essere motivo di propaganda. Serve un patto politico bipartisan per garantire i rimpatri e più agenti a controllo delle città. L’esperimento Albania è fallito, non risolve i nodi aperti. Serve realismo, non propaganda».
Anche queste parole sono molto condivisibili: serve realismo non propaganda. Serve realismo sul tema dei rimpatri e su quello della protezione dei cittadini. Argomento su cui si sta scatenando il Pd dell’Emilia Romagna. Luigi Tosiani, segretario regionale dem, usa toni forti: «Agitare il tema della sicurezza come una clava può, forse, portare qualche punto in più nei sondaggi, poi però si va al governo e i problemi restano tutti lì, peggiorano, senza soluzioni concrete».
L’esponente pd si riferisce al fatto che a Bologna un povero capotreno di 34 anni è stato massacrato a coltellate nei pressi della stazione. Per il feroce assassinio è sospettato un altro straniero, Marin Jelenic, un croato di 36 anni con una lunga serie di precedenti. Tra maggio e settembre, Jelenic è stato identificato dalle forze dell’ordine numerose volte sempre a Milano, nelle stazioni Centrale e Lambrate. Era stato fermato pure il 22 dicembre, e come sempre aveva in tasca un coltello. Proprio in virtù di quel controllo di polizia si era visto appioppare un decreto di allontanamento dall’Italia. Non si trattava di una espulsione, ma di un provvedimento che riguarda i cittadini comunitari: Jelenic avrebbe dovuto lasciare il nostro territorio entro 10 giorni, cioè ai primi di gennaio. Come tragicamente noto, si è ben guardato dal farlo.
A quanto pare, dunque, non riusciamo ad allontanare dall’Italia nemmeno gli europei. E dunque è giusto indignarsi e protestare, e persino chiamare in causa il governo di destra, il quale ha ridotto il numero di stranieri in ingresso ma fatica, come tutti, sugli allontanamenti.
Detto questo, suona un po’ ridicolo il sussiego con cui ora la sinistra italica brama espulsioni e regole ferree. Che rimpatriare gli stranieri sia difficile è noto da molto tempo, motivo per cui sarebbe consigliabile farne entrare il meno possibile. Tema su cui però i nostri progressisti sono stati di opinione decisamente contraria per anni e anni (e continuano ad esserlo, ci risulta). Non solo. La sinistra è sempre in prima fila a protestare quando qualcuno osa parlare di espulsioni. Tanto che si è messa, pervertendo il termine inglese, a chiamarle deportazioni, giusto per evocare ancora una volta il nazismo. Tanto per non fare nomi, il sindaco Sala che adesso strepita per le espulsioni mai fatte è lo stesso che qualche mese fa fece di tutto per impedire che nella sua città si tenesse un convegno (un convegno!) sulla remigrazione. Di rimandare indietro gli stranieri non voleva nemmeno sentir parlare.
Ancora ieri, su Repubblica, Annalisa Cuzzocrea spiegava quanto sia inutile insistere sull’approccio securitario. A suo dire il problema sta solo nel fatto che non si spendono abbastanza soldi per l’integrazione, come se la violenza di soggetti tipo Velazco potesse essere attribuita al disagio sociale e alla povertà invece che alla propensione al crimine individuale.
Si punzecchi allora il governo, per carità, ma con un minimo di decenza se possibile. Chi si oppone ai rimpatri e contemporaneamente insiste per spalancare le frontiere, dovrebbe evitare di blaterare di sicurezza e di lamentarsi se in giro ci sono criminali stranieri. La sinistra, in sostanza, farebbe meglio a tacere.
Anzi, dovrebbe congratularsi con sé stessa per aver ottenuto ciò che ha richiesto.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'8 gennaio con Carlo Cambi
Ansa
La loro religione vieta qualsiasi tipo di integrazione, perché «l’Islam domina e non può essere dominato». Sono stati sparati i fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. Auto sono state danneggiate o direttamente bruciate. Le sedie dei tavolini dei bar sono diventate corpi contundenti. I cassonetti della spazzatura sono stati devastati o dati alle fiamme. Queste persone stanno eseguendo gli ordini della loro religione, sono truppe d’assalto, sono fiori all’occhiello della loro comunità.
Pieni di fierezza, mettono i video della loro violenza stolida sui social. Le piazze e le strade sono in mano a loro perché si sono svuotate degli indigeni, noi. La bestiale violenza cui sono state sottoposte sistematicamente le donne occidentali, dopo il primo episodio passato alla storia come lo stupro di Colonia, hanno svuotato le strade e le piazze. Lo stupro di Colonia risale alla notte di San Silvestro nel 2015 e al successivo primo gennaio. In numerose città europee donne cristiane furono assaltate sessualmente da uomini islamici, inclusi alcuni veri e propri stupri. Nella città di Colonia gli episodi furono particolarmente numerosi, per cui la città ha dato il nome al fenomeno che fu in realtà esteso a molte città tedesche e europee. Si chiama Taharrush Gamea o jihad sessuale, ed ha il doppio scopo di umiliare le donne cristiane e i loro uomini incapaci di difenderle, e di svuotare le strade che diventano preda di bande islamiche.
Le autorità tentarono valorosamente di insabbiare il tutto, un lodevole sforzo di evitare l’islamofobia, che è una brutta cosa, ma grazie ai social lo schifo di quello che era successo affiorò alla coscienza pubblica. Da allora questo tipo di aggressione è diventato sistematico e le autorità hanno risolto il problema evitando i concerti di capodanno. Abbiamo lasciato le nostre città vuote e i nuovi barbari le hanno devastate. In Italia. In Germania. In Francia. Soprattutto in Belgio. Non in Corsica. In Corsica non è bruciato nemmeno un copertone e le strade sono pulite e appartengono a tutti. Il popolo corso e i suoi gruppi indipendentisti armati fino ai denti hanno già chiarito in un unico episodio precedente, anche questo del 2015, che in Corsica nessun atto di violenza sarà tollerato. Contrariamente a noi che siamo carini e beneducati e quando ci ammazzano rispondiamo con candeline e gessetti colorati, i corsi sono gloriosamente maleducati e hanno verbalizzato, scritto in una lettera aperta a firma dei gruppi indipendentisti, che non sono abbastanza raffinati da interessarsi a chi è innocente e chi è colpevole: al primo atto di violenza tutte le persone di origine musulmana saranno costrette ad andarsene. Quando nella notte di Natale del 2015 ci fu una modesta violenza di giovani immigrati, cassonetti della spazzatura dati alle fiamme e pompieri presi a sassate, un gruppo di maleducati corsi rase al suolo la moschea, episodio odioso e stigmatizzato, certo, è terribile tutta questa barbarie corsa. Noi siamo più educati e sono impressionanti i video che arrivano da Firenze, da una delle piazze più belle del mondo, da una piazza che è (era?) l’apogeo della civiltà: la violenza bruta, l’odio per noi e per la nostra cultura sono palpabili. Questi video e queste foto sono impressionanti per due motivi: la presenza di immigrati che non costituiscono né mai hanno costituito per noi un vantaggio economico, che sono sempre e sempre saranno un problema drammatico, che hanno è sempre avranno per noi e per la nostra civiltà un odio mortale. Non ho bisogno che tutti gli immigrati mi odino e siano violenti per essere distrutta. Mi basta il 10% di violenti e il 90% di moderati che si guarda bene dal disapprovare e isolare il 10 % di violenti. Qui siamo ben oltre il 10%. Il secondo elemento che ferisce gli occhi in queste foto e in questi video, è la mancanza di occidentali.
Se qualcuno andasse a spaccare le sedie e le vetrine nella piazza più bella di Tel Aviv, o anche semplicemente di Ajaccio in Corsica, verrebbe massacrato dei cittadini stessi, senza neanche aspettare la gendarmeria. Noi siamo stati addestrati all’assenza del sistema limbico da una magistratura che considera evidentemente gli immigrati la nuova razza padrona. Non proviamo collera, non difendiamo il territorio, non difendiamo le donne. Siamo stati addestrati da decenni di femminismo ridicolo e misandrico, a pretendere maschi svirilizzati e rieducati. L’uomo ideale della nuova donna 3.0 è quello che qualche decennio fa sarebbe stato riassuntivamente indicato col nome di mezzasega. Ha poco testosterone, sia per l’esposizione agli estroprogestinici che sono nelle carni che mangiamo e nell’acqua che beviamo, sia per l’esposizione continua alla pornografia, sia per l’esposizione continua alla criminalizzazione delle caratteristiche maschili. La prima caratteristica maschile è la difesa anche violenta del territorio. Un popolo che resta chiuso in casa a smaltarsi le unghie mentre qualcuno sta invadendo le sue strade, distruggendo i suoi monumenti, bruciando le auto, è un popolo di aspiranti eunuchi. Ora abbiamo barbari contro eunuchi, la vedo male per gli eunuchi. È il caso di fare un nuovo tipo di corsi di rieducazione: come diventare sporchi, brutti e cattivi in otto lezioni. Anche sette.
Nel frattempo, c’è una legge da fare immediatamente, divieto assoluto di produzione, vendita e uso di fuochi artificiali. L’Europa che con eroico sprezzo del ridicolo starnazza sull’anidride carbonica prodotta da vacche e caminetti, vieti immediatamente qualsiasi fuoco artificiale. Sono esplosivi. Producono molta più anidride carbonica di una vacca, soprattutto se danno fuoco a qualcosa. Senza fuochi artificiali il locale di Crans-Montana non sarebbe bruciato. Senza fuochi artificiali ci risparmieremmo innumerevoli morti e feriti e soprattutto i fuochi artificiali sono esplosivi. Non possiamo più permetterceli.
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