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2019-05-27
In Ungheria c’è solo Orbán. Fidesz arriva al 56%. «Mi ispiro al modello Italia»
Ansa
Alla chiusura delle urne, gli exit poll cancellano il luogo comune della costante disaffezione per il voto al Parlamento europeo dell'Ungheria. I cittadini che si sono recati alle urne - il 30,52% contro il 19,53% del 2014 - hanno fatto diventare il Paese magiaro una roccaforte sovranista assegnando a Fidesz, il partito nazionalista del premier Viktor Orbàn, ben il 56% dei voti, pari a 14 dei 21 seggi assegnati all'Ungheria nel Parlamento europeo. Le opposizioni restano molto distanziate. Per il secondo posto c'è un testa a testa fra tre partiti: Jobbik, Coalizione democratica (Dk) e Partito socialista (Mszp), che otterrebbero due seggi ciascuno. Jobbik, partito di destra ultranazionalista ma anti Orbán, appare in calo rispetto al 19% ottenuto alle politiche del 2018. Confermano la crisi delle forze progressiste i socialisti e Dk, partito social-liberale nato nel 2010 da una scissione proprio dei socialisti. I liberali di Momentum, lista giovanile nata dalle mobilitazioni contro la candidatura olimpica di Budapest, potrebbero superare la soglia di sbarramento del 5% e ottenere un seggio. Seggio quasi impossibile per gli ambientalisti verdi di Lmp.
Fidesz è un partito conservatore, populista, euroscettico e cristiano. È membro del Partito popolare europeo, che tuttavia dal 2019 lo ha sospeso, dell'Unione democratica internazionale (conservatori) e dell'Internazionale democratica centrista. Dai numeri resi noti da Europe Elects, Fidesz però crescerebbe sia rispetto alle elezioni nazionali del 2018 (49,6%), sia rispetto alle europee del 2014 (51,4%). Insieme, il premier magiaro Orbàn e il leader della Lega Matteo Salvini, sono considerati i due capofila del fronte sovranista che vuole cambiare i rapporti di forza politici a Bruxelles per creare una nuova maggioranza con i Popolari, tagliando fuori i Socialisti con i vari partiti nazionali di centrosinistra in crisi in un po' tutta l'Unione: «Al centro le identità che i nostri governi rappresentano, ognuno con la sua storia», avevano detto Salvini e Orbàn durante l'incontro avvenuto a Milano lo scorso agosto. La sintonia perdura: «Il modello austriaco è finito. Ora siamo passati al modello italiano», ha dichiarato ieri Orbàn recandosi al seggio. Come nelle politiche 2018, anche nella campagna elettorale per Bruxelles il partito del primo ministro ha cavalcato le campagne a favore della natalità e quella anti immigrazione, oltre ad un battage pubblicitario contro Jean Claude Juncker, George Soros e la sospensione dal Ppe. Nel maggio 2018, Juncker partecipò a una celebrazione che commemorava i 200 anni dalla nascita di Marx, dove tenne un discorso in memoria del filosofo. Come risposta, i parlamentari europei provenienti da Fidesz scrissero: «L'ideologia marxista ha portato alla morte di decine di milioni di persone e rovinato le vite di miliardi di individui. La celebrazione del suo fondatore costituisce un insulto alla loro memoria». Per ritorsione contro le sanzioni dell'Ue - che accusa Budapest di non garantire lo Stato di diritto - Orbàn ha ritirato l'appoggio allo «spitzenkandidat» dei popolari di Manfred Weber, elemento di ulteriore avvicinamento al segretario del Carroccio. Malgrado la commissione Ue, Orbàn esce rafforzato da questo voto europeo confermandosi il leader della politica ungherese da oltre 20 anni. Nel 1998, infatti, a soli 35 anni, divenne per la prima volta il premier dell'Ungheria, nazione «con 10 milioni di abitanti, un Prodotto interno lordo di 114 miliardi di euro e solo 20.000 soldati». Nato a Székesfehérvár, la «città dei re» iniziò l'esperienza politica giovanile in una organizzazione comunista cambiando idea subito dopo il diploma, si laureò in Scienze politiche a Oxford grazie a una borsa di studio della fondazione del magnate George Soros con una tesi di laurea su Solidarnosc, il sindacato polacco anticomunista fondato da Lec Walesa. Sposato, grande sostenitore della natalità, ha cinque figli. Durante il suo primo mandato l'Ungheria entrò nella Nato e in campo economico aprì alle liberalizzazioni all'occidentale. Restò 8 anni all'opposizione e nel 2010 prese il 52,73% conquistando i due terzi del Parlamento. Con questi numeri realizzò una riforma costituzionale riducendo da 386 a 199 i seggi all'assemblea nazionale, cambiò il sistema dell'istruzione, dell'informazione e quello giudiziario con il Csm che finì sotto il controllo del governo. Nel terzo mandato, nel 2014, divenne molto critico e intransigente verso l'Ue soprattutto sul tema dei migranti. Confermato nelle elezioni del 2018, sempre contando sulla maggioranza in Parlamento, come primo atto ha emanato la cosiddetta «legge stop Soros», che prevede una tassa del 25% alle donazioni straniere in favore di organizzazioni non governative che supportano i migranti. Molto discussa è stata anche la riforma del lavoro: la possibilità di fare fino a 400 ore di straordinari l'anno, ha fatto scendere in piazza i sindacati. Dal fronte progressista, Viktor Orbàn viene considerato il peggiore dei sovranisti, un fascista che, alla stregua di Vladimir Putin, grazie alle modifiche costituzionali ha controllo assoluto sul Paese, mette la mordacchia ai giornalisti, tiene sotto controllo il potere giudiziario, costruisce muri di filo spinato, almeno prima della chiusura della rotta balcanica, per chiudere l'ingresso degli immigrati. Una posizione di blocco condivisa dai Paesi di Visegrad (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) che però si oppongono alla ripartizione e alla revisione del Trattato di Dublino. Ieri come oggi, l'idea di Orbàn è sempre la stessa: «Il pericolo mortale che minaccia gli ungheresi è l'arrivo di migliaia di migranti musulmani, con il ricollocamento obbligatorio voluto dall'Ue. Soltanto oggi, con i risultati definitivi, sapremo se Viktor Orbàn avrà più peso nel Ppe e sarà un alleato più influente per Matteo Salvini e Marine Le Pen.
Vola il Brexit party di Nigel Farage. I gretini trascinano i Verdi tedeschi
Paese europeo che vai, risultato più o meno sorprendente che trovi. Se nella maggior parte dei casi i risultati delle elezioni europee forniscono una fotografia relativamente puntuale delle singole situazioni locali, è pur vero che non mancano situazioni inattese e destinate nel prossimo futuro ad alimentare il dibattito sia a livello nazionale che europeo. Non bisogna dimenticare infatti che l'appuntamento di quest'anno assumeva una rilevanza storica per via del particolare momento economico e geopolitico nel quale ci troviamo immersi.
Rimane sensazionale, per quanto largamente prevista, la vittoria a mani basse del Brexit party nel Regno Unito (73 seggi all'Europarlamento). Nelle ultime settimane, infatti, l'ascesa del partito di Nigel Farage ha assunto le sembianze di una vera e propria cavalcata trionfale. Con due terzi dei collegi scrutinati, il Brexit party viene dato al 31,8%, una cifra largamente superiore alla somma delle preferenze prese dai laburisti (13,9%) e dai conservatori (9,1%). Un risultato storico che suona anche come una risposta molto chiara ai tentennamenti nella trattativa con Bruxelles e, soprattutto, alle voci su un possibile secondo referendum teso a scongiurare l'uscita del Regno Unito dall'Ue. Secondo gradino del podio per i liberaldemocratici (21,1%). Bene anche i Verdi, al quarto posto con il 12,4%, una delle costanti di questa tornata elettorale europea.
Male in Germania (96 seggi, delegazione più numerosa al Parlamento europeo) il partito di Angela Merkel (Cdu-Csu) che pur confermando il primo posto con il 28,4% delle preferenze fa registrare un tonfo notevole. Cinque anni fa, infatti, quando i due partiti si presentavano divisi, la somma delle preferenze era pari al 35,3%. La discesa fatta registrare è dunque di poco inferiore a 7 punti percentuali. Se parliamo in termini di seggi, l'apporto al Ppe fornito da Cdu-Csu è previsto in calo di 5 seggi. Malissimo i socialdemocratici del Spd, crollati al 15,5% rispetto al 27,3% del 2014, con un danno per la corrispondente pattuglia europea pari a 12 seggi. Straordinaria invece l'esplosione dei Verdi, che raggiungono il 20,7% contro il 10,7% del 2014. Scontata l'influenza sul risultato della campagna di sensibilizzazione contro il cambiamento climatico messa in piedi da Greta Thunberg e soci, e che ha portato decine di migliaia di ragazzi in piazza nei venerdì di protesta per l'ambiente. Ma anche un segno di malcontento nei confronti dell'industria automobilistica nazionale che negli ultimi anni, a dispetto dei proclami, ha dimostrato di tenere molto più al profitto che alla sostenibilità. La mente corre subito agli scandali (Dieselgate su tutti) che hanno investito le case produttrici nazionali e capaci di gettare scompiglio nella scena politica. Risultato discreto, infine, per la destra di Afd alleata con Matteo Salvini, che raccoglie il 10,9% in leggera risalita rispetto al 2014 (quando prese il 7%) ma lievemente in calo rispetto alle politiche del 2017 (in quell'occasione i consensi furono pari all'11,5% nel maggioritario e al 12,6% nel proporzionale).
Per quanto riguarda la Spagna (54 seggi), vincono i socialisti di Sanchez (32,8%) con più di dieci punti di vantaggio sui popolari. Ottima performance in Polonia (51 seggi) di Diritto e giustizia (Pis), formazione che aderisce ai conservatori europei ma strizza l'occhio a Matteo Salvini. Il partito del presidente Andrzej Duda e del premier Mateusz Morawiecki supera agevolmente il 42%, facendo registrare un risultato superiore alle europee del 2014 (31,8%) ma anche delle politiche del 2015 (37,6%). Batosta in Grecia (21 seggi totali) per il partito di Alexis Tsipras. Syriza si ferma infatti al 23,8%, surclassata dal partito di opposizione Nuova democrazia (33,3%) il cui leader, Kyriakos Mitsotakis, ha immediatamente chiesto le dimissioni del governo in carica: «La Grecia ha bisogno di un nuovo governo. Il primo ministro si deve assumere la piena responsabilità, rassegnando subito le dimissioni e il Paese deve andare alle urne il prima possibile». Nella tarda serata, il premier Tsipras ha ammesso la sconfitta invocando lo svolgimento di elezioni anticipate già nel prossimo giugno.
E sempre in tema di Paesi nei quali il governo è in bilico, in Austria (18 seggi) si fa sentire fino a un certo punto l'effetto dello scandalo del vicecancelliere Heinz-Christian Strache, dimessosi la scorsa settimana dopo essere stato «beccato» a discutere di affari loschi con una donna che si spacciava per la nipote di un facoltoso oligarca russo. Ebbene, la formazione di cui Strache era leader e che reggeva il governo del cancelliere Sebastian Kurz, il Partito della libertà austriaco (Fpo) è calata (17,5%) ma meno di quanto ci si potesse legittimamente attendere dopo il clamore fatto registrare in patria dalla vicenda. Vince il partito di Kurz (34,5%) che fa capo ai Popolari, seguito dai socialdemocratici. Una situazione a tre poli, oggi potenzialmente incompatibili tra loro, che lancia un segnale di forte instabilità le prossime politiche.
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Il premier magiaro guadagna un altro 4%: è il simbolo del sovranismo continentale. Ha messo al centro famiglia e lotta all'immigrazione. Pronto l'asse con la Lega. Vola il Brexit party di Nigel Farage. I gretini trascinano i Verdi tedeschi. L'euroscettico britannico quasi al 32%. In Germania Angela Merkel giù di 7 punti. A picco l'Spd, in risalita la destra di Afd In Spagna conferma per Pedro Sánchez. In Grecia Alexis Tsipras perde e si dimette. Lo speciale comprende due articoli. Alla chiusura delle urne, gli exit poll cancellano il luogo comune della costante disaffezione per il voto al Parlamento europeo dell'Ungheria. I cittadini che si sono recati alle urne - il 30,52% contro il 19,53% del 2014 - hanno fatto diventare il Paese magiaro una roccaforte sovranista assegnando a Fidesz, il partito nazionalista del premier Viktor Orbàn, ben il 56% dei voti, pari a 14 dei 21 seggi assegnati all'Ungheria nel Parlamento europeo. Le opposizioni restano molto distanziate. Per il secondo posto c'è un testa a testa fra tre partiti: Jobbik, Coalizione democratica (Dk) e Partito socialista (Mszp), che otterrebbero due seggi ciascuno. Jobbik, partito di destra ultranazionalista ma anti Orbán, appare in calo rispetto al 19% ottenuto alle politiche del 2018. Confermano la crisi delle forze progressiste i socialisti e Dk, partito social-liberale nato nel 2010 da una scissione proprio dei socialisti. I liberali di Momentum, lista giovanile nata dalle mobilitazioni contro la candidatura olimpica di Budapest, potrebbero superare la soglia di sbarramento del 5% e ottenere un seggio. Seggio quasi impossibile per gli ambientalisti verdi di Lmp. Fidesz è un partito conservatore, populista, euroscettico e cristiano. È membro del Partito popolare europeo, che tuttavia dal 2019 lo ha sospeso, dell'Unione democratica internazionale (conservatori) e dell'Internazionale democratica centrista. Dai numeri resi noti da Europe Elects, Fidesz però crescerebbe sia rispetto alle elezioni nazionali del 2018 (49,6%), sia rispetto alle europee del 2014 (51,4%). Insieme, il premier magiaro Orbàn e il leader della Lega Matteo Salvini, sono considerati i due capofila del fronte sovranista che vuole cambiare i rapporti di forza politici a Bruxelles per creare una nuova maggioranza con i Popolari, tagliando fuori i Socialisti con i vari partiti nazionali di centrosinistra in crisi in un po' tutta l'Unione: «Al centro le identità che i nostri governi rappresentano, ognuno con la sua storia», avevano detto Salvini e Orbàn durante l'incontro avvenuto a Milano lo scorso agosto. La sintonia perdura: «Il modello austriaco è finito. Ora siamo passati al modello italiano», ha dichiarato ieri Orbàn recandosi al seggio. Come nelle politiche 2018, anche nella campagna elettorale per Bruxelles il partito del primo ministro ha cavalcato le campagne a favore della natalità e quella anti immigrazione, oltre ad un battage pubblicitario contro Jean Claude Juncker, George Soros e la sospensione dal Ppe. Nel maggio 2018, Juncker partecipò a una celebrazione che commemorava i 200 anni dalla nascita di Marx, dove tenne un discorso in memoria del filosofo. Come risposta, i parlamentari europei provenienti da Fidesz scrissero: «L'ideologia marxista ha portato alla morte di decine di milioni di persone e rovinato le vite di miliardi di individui. La celebrazione del suo fondatore costituisce un insulto alla loro memoria». Per ritorsione contro le sanzioni dell'Ue - che accusa Budapest di non garantire lo Stato di diritto - Orbàn ha ritirato l'appoggio allo «spitzenkandidat» dei popolari di Manfred Weber, elemento di ulteriore avvicinamento al segretario del Carroccio. Malgrado la commissione Ue, Orbàn esce rafforzato da questo voto europeo confermandosi il leader della politica ungherese da oltre 20 anni. Nel 1998, infatti, a soli 35 anni, divenne per la prima volta il premier dell'Ungheria, nazione «con 10 milioni di abitanti, un Prodotto interno lordo di 114 miliardi di euro e solo 20.000 soldati». Nato a Székesfehérvár, la «città dei re» iniziò l'esperienza politica giovanile in una organizzazione comunista cambiando idea subito dopo il diploma, si laureò in Scienze politiche a Oxford grazie a una borsa di studio della fondazione del magnate George Soros con una tesi di laurea su Solidarnosc, il sindacato polacco anticomunista fondato da Lec Walesa. Sposato, grande sostenitore della natalità, ha cinque figli. Durante il suo primo mandato l'Ungheria entrò nella Nato e in campo economico aprì alle liberalizzazioni all'occidentale. Restò 8 anni all'opposizione e nel 2010 prese il 52,73% conquistando i due terzi del Parlamento. Con questi numeri realizzò una riforma costituzionale riducendo da 386 a 199 i seggi all'assemblea nazionale, cambiò il sistema dell'istruzione, dell'informazione e quello giudiziario con il Csm che finì sotto il controllo del governo. Nel terzo mandato, nel 2014, divenne molto critico e intransigente verso l'Ue soprattutto sul tema dei migranti. Confermato nelle elezioni del 2018, sempre contando sulla maggioranza in Parlamento, come primo atto ha emanato la cosiddetta «legge stop Soros», che prevede una tassa del 25% alle donazioni straniere in favore di organizzazioni non governative che supportano i migranti. Molto discussa è stata anche la riforma del lavoro: la possibilità di fare fino a 400 ore di straordinari l'anno, ha fatto scendere in piazza i sindacati. Dal fronte progressista, Viktor Orbàn viene considerato il peggiore dei sovranisti, un fascista che, alla stregua di Vladimir Putin, grazie alle modifiche costituzionali ha controllo assoluto sul Paese, mette la mordacchia ai giornalisti, tiene sotto controllo il potere giudiziario, costruisce muri di filo spinato, almeno prima della chiusura della rotta balcanica, per chiudere l'ingresso degli immigrati. Una posizione di blocco condivisa dai Paesi di Visegrad (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) che però si oppongono alla ripartizione e alla revisione del Trattato di Dublino. Ieri come oggi, l'idea di Orbàn è sempre la stessa: «Il pericolo mortale che minaccia gli ungheresi è l'arrivo di migliaia di migranti musulmani, con il ricollocamento obbligatorio voluto dall'Ue. Soltanto oggi, con i risultati definitivi, sapremo se Viktor Orbàn avrà più peso nel Ppe e sarà un alleato più influente per Matteo Salvini e Marine Le Pen. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-ungheria-ce-solo-orban-fidesz-arriva-al-56-mi-ispiro-al-modello-italia-2638206825.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vola-il-brexit-party-di-nigel-farage-i-gretini-trascinano-i-verdi-tedeschi" data-post-id="2638206825" data-published-at="1781454462" data-use-pagination="False"> Vola il Brexit party di Nigel Farage. I gretini trascinano i Verdi tedeschi Paese europeo che vai, risultato più o meno sorprendente che trovi. Se nella maggior parte dei casi i risultati delle elezioni europee forniscono una fotografia relativamente puntuale delle singole situazioni locali, è pur vero che non mancano situazioni inattese e destinate nel prossimo futuro ad alimentare il dibattito sia a livello nazionale che europeo. Non bisogna dimenticare infatti che l'appuntamento di quest'anno assumeva una rilevanza storica per via del particolare momento economico e geopolitico nel quale ci troviamo immersi. Rimane sensazionale, per quanto largamente prevista, la vittoria a mani basse del Brexit party nel Regno Unito (73 seggi all'Europarlamento). Nelle ultime settimane, infatti, l'ascesa del partito di Nigel Farage ha assunto le sembianze di una vera e propria cavalcata trionfale. Con due terzi dei collegi scrutinati, il Brexit party viene dato al 31,8%, una cifra largamente superiore alla somma delle preferenze prese dai laburisti (13,9%) e dai conservatori (9,1%). Un risultato storico che suona anche come una risposta molto chiara ai tentennamenti nella trattativa con Bruxelles e, soprattutto, alle voci su un possibile secondo referendum teso a scongiurare l'uscita del Regno Unito dall'Ue. Secondo gradino del podio per i liberaldemocratici (21,1%). Bene anche i Verdi, al quarto posto con il 12,4%, una delle costanti di questa tornata elettorale europea. Male in Germania (96 seggi, delegazione più numerosa al Parlamento europeo) il partito di Angela Merkel (Cdu-Csu) che pur confermando il primo posto con il 28,4% delle preferenze fa registrare un tonfo notevole. Cinque anni fa, infatti, quando i due partiti si presentavano divisi, la somma delle preferenze era pari al 35,3%. La discesa fatta registrare è dunque di poco inferiore a 7 punti percentuali. Se parliamo in termini di seggi, l'apporto al Ppe fornito da Cdu-Csu è previsto in calo di 5 seggi. Malissimo i socialdemocratici del Spd, crollati al 15,5% rispetto al 27,3% del 2014, con un danno per la corrispondente pattuglia europea pari a 12 seggi. Straordinaria invece l'esplosione dei Verdi, che raggiungono il 20,7% contro il 10,7% del 2014. Scontata l'influenza sul risultato della campagna di sensibilizzazione contro il cambiamento climatico messa in piedi da Greta Thunberg e soci, e che ha portato decine di migliaia di ragazzi in piazza nei venerdì di protesta per l'ambiente. Ma anche un segno di malcontento nei confronti dell'industria automobilistica nazionale che negli ultimi anni, a dispetto dei proclami, ha dimostrato di tenere molto più al profitto che alla sostenibilità. La mente corre subito agli scandali (Dieselgate su tutti) che hanno investito le case produttrici nazionali e capaci di gettare scompiglio nella scena politica. Risultato discreto, infine, per la destra di Afd alleata con Matteo Salvini, che raccoglie il 10,9% in leggera risalita rispetto al 2014 (quando prese il 7%) ma lievemente in calo rispetto alle politiche del 2017 (in quell'occasione i consensi furono pari all'11,5% nel maggioritario e al 12,6% nel proporzionale). Per quanto riguarda la Spagna (54 seggi), vincono i socialisti di Sanchez (32,8%) con più di dieci punti di vantaggio sui popolari. Ottima performance in Polonia (51 seggi) di Diritto e giustizia (Pis), formazione che aderisce ai conservatori europei ma strizza l'occhio a Matteo Salvini. Il partito del presidente Andrzej Duda e del premier Mateusz Morawiecki supera agevolmente il 42%, facendo registrare un risultato superiore alle europee del 2014 (31,8%) ma anche delle politiche del 2015 (37,6%). Batosta in Grecia (21 seggi totali) per il partito di Alexis Tsipras. Syriza si ferma infatti al 23,8%, surclassata dal partito di opposizione Nuova democrazia (33,3%) il cui leader, Kyriakos Mitsotakis, ha immediatamente chiesto le dimissioni del governo in carica: «La Grecia ha bisogno di un nuovo governo. Il primo ministro si deve assumere la piena responsabilità, rassegnando subito le dimissioni e il Paese deve andare alle urne il prima possibile». Nella tarda serata, il premier Tsipras ha ammesso la sconfitta invocando lo svolgimento di elezioni anticipate già nel prossimo giugno. E sempre in tema di Paesi nei quali il governo è in bilico, in Austria (18 seggi) si fa sentire fino a un certo punto l'effetto dello scandalo del vicecancelliere Heinz-Christian Strache, dimessosi la scorsa settimana dopo essere stato «beccato» a discutere di affari loschi con una donna che si spacciava per la nipote di un facoltoso oligarca russo. Ebbene, la formazione di cui Strache era leader e che reggeva il governo del cancelliere Sebastian Kurz, il Partito della libertà austriaco (Fpo) è calata (17,5%) ma meno di quanto ci si potesse legittimamente attendere dopo il clamore fatto registrare in patria dalla vicenda. Vince il partito di Kurz (34,5%) che fa capo ai Popolari, seguito dai socialdemocratici. Una situazione a tre poli, oggi potenzialmente incompatibili tra loro, che lancia un segnale di forte instabilità le prossime politiche.
Ansa
Per prima cosa sento il dovere di avvertire i piccoli risparmiatori che per ridurre i rischi di perdite nel settore tecnologico/borsistico futurizzante dovrebbero inserire il loro denaro in strumenti finanziari gestiti da soggetti professionali. Non è roba per il fai da te. Raccomandazione rinforzata da una notevole varietà di opinioni specialistiche sulle prospettive di guadagno di SpaceX. Da un lato lo scenario di medio-lungo termine trova probabilità ottimistiche. Ma, dall’altro, quello di breve-medio individua un’altalena di valori, con rischio di dimezzamento. Come mai, allora, venerdì scorso la domanda di azioni di SpaceX è arrivata a 250 miliardi di dollari a fronte di un’offerta di 75, portando la capitalizzazione dell’azienda verso i 2.000 miliardi di dollari, quasi il Pil italiano?
I grandi fondi finanziari possono gestire senza gravi problemi un’altalena di valori e tra questi i fondi sovrani, in particolare arabi, hanno la forza finanziaria per scambiare investimento con accessi alla tecnologia. L’agenzia Bloomberg ha rilevato che almeno 70 dei 250 miliardi detti sono stati proposti da piccoli risparmiatori trainati dalle aspettative o speranze speculative di brevissimo periodo. Per capire il fenomeno è utile osservare l’andamento dei titoli tecnologici statunitensi negli ultimi 10-15 anni: prevale il numero di quelli (grandi) che hanno moltiplicato in quantità enorme il loro valore e tale evidenza regge una profezia ottimistica sulle capacità delle aziende tecnologiche statunitensi di cambiare il mondo ottenendo per un certo periodo un monopolio super tecnologico con poca concorrenza che favorisce iper-guadagni. Per esempio, l’azienda innovativa Tesla di Musk in pochi anni ha ottenuto una capitalizzazione molto più elevata di altre case automobilistiche tradizionali. Probabilmente nel prossimo futuro ci saranno più competitori e i valori verranno riequilibrati dalla concorrenza, ma per un periodo non breve gli investitori iniziali hanno visto un aumento enorme del loro investimento iniziale. In sintesi, la speranza di superprofitti per le quotate tecnologiche statunitensi non è infondata. Tuttavia, prudenza come detto sopra.
Studio da almeno 25 anni lo scenario di esoeconomia cercando di capire il momento in cui avrà un ciclo di capitale autonomo e dinamico. Finora l’economia extraterrestre è stata finanziata per lo più con denaro statale in buona parte connesso agli investimenti di superiorità militare per scopi di dominio osservativo sulla superficie terrestre. Ora ci sono i primi segnali - in realtà anticipati già da un decennio - di irruzione del capitale privato nel settore. Non parlo di turismo spaziale strapagato che resta una piccola cosa, pur affascinante. Vedo invece nella logica di SpaceX una forte spinta a creare un esociclo specifico del capitale. Lanciatori a parte, Musk ha integrato Starlink (megarete satellitare per comunicazioni) ed esosistemi di Intelligenza artificiale. Questi ultimi hanno il potenziale di semplificare e velocizzare le immagini e altri dati della superficie terrestre ora ottenuti con procedure più complesse e nodi di inefficienza. Qui il potenziale di profitto è enorme. Ma in prospettiva il progetto di portare esseri umani su Marte ne promette di più. Migliaia di nuove tecnologie, dalla costruzione di astronavi in cantieri spaziali alla robotica medica. Siamo, vicini ad un esosalto entro uno scenario di 30-40 anni. Accelerato dalla esocompetizione tra America e Cina che potrebbe essere ancor più velocizzata dall’irruzione dall’Intelligenza artificiale basata su tecnologia quantistica che preferisco chiamare «robotica cognitiva». L’irruzione del capitale privato è un acceleratore dello sfruttamento e concorrenza nell’esospazio. Chi è ottimista su questo scenario secondo me non sbaglia l’analisi di destino, ma deve fare attenzione ai tempi di rendimento di un ciclo di capitale esospecifico. Che secondo me sarà massimo nel settore della robotica.
Non posso evitare di scrivere che, in base ai dati, il potenziale dell’industria italiana per la robotica eso, endo, aerea e sub è enorme. Ma il capitale privato di investimento che servirebbe per ingrandire le aziende specializzate nel settore è scarso. Saranno di manifattura italiana le costruzioni della futura base lunare nel programma statunitense Artemis. Semplificando, sono decine i settori esospaziali dove la tecnologia residente in Italia è la più evoluta nel mondo. Ma tutto questo potenziale è sottocapitalizzato come osservato con amarezza giustamente provocatoria da Mario Draghi: una start up di qualità innovativa promettente in Italia e in Europa deve andare in America per trovare i capitali utili al suo sviluppo. Cioè i Musk li abbiamo - forse anche migliori - ma non le regole e il luogo per capitalizzarli. E aggiungo che paradossalmente in Italia abbiamo un livello di risparmio tra i più alti al mondo. Sto proponendo un Nasdaq in Italia che capitalizzi le aziende tecnologiche residenti e attiri quelle europee e del Mediterraneo e perfino americane o giapponesi?
Sì, senza offesa per Euronext o autorità borsistiche oppure per chi pone troppi limiti ai fondi di investimento. Ma la rivoluzione tecnologica va gestita con più libertà per sperimentazioni ed investimenti e non con più regole.
www.carlopelanda.com
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Si è chiusa la 99ª edizione della Freccia Rossa, tra paesaggi italiani e auto d'epoca. Il successo è andato agli argentini Juan e Margarita Tonconogy, che riportano il loro nome nell'albo d'oro dopo sei anni di dominio di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli.
C'è chi la definisce la corsa più bella del mondo e chi, da quasi un secolo, la considera un rito capace di raccontare l'Italia attraverso le sue strade. La 1000 Miglia continua a essere molto più di una competizione automobilistica: è il fascino senza tempo delle vetture storiche, l'abbraccio delle piazze gremite e il legame tra tradizione sportiva e territorio.
L'edizione 2026 si è chiusa a Brescia con il trionfo degli argentini Juan e Margarita Tonconogy, vincitori a bordo di un'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931. Un successo che interrompe la lunga egemonia di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, protagonisti delle ultime sei edizioni della Freccia Rossa. Per Juan Tonconogy si tratta del quarto successo personale alla 1000 Miglia, dopo quelli conquistati nel 2013, nel 2016 e nel 2018. Questa volta, però, il trionfo assume un significato particolare: a condividere l'abitacolo dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931 c'era la sorella Margarita, con cui il pilota argentino conquista la sua prima vittoria in coppia. Alle loro spalle si sono classificati proprio Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, secondi su Alfa Romeo 6C 1750 SS Spider Zagato del 1929 al termine di un confronto serrato che ha accompagnato gran parte della corsa. Sul terzo gradino del podio sono saliti Lorenzo e Mario Turelli, autori di una prova regolare e precisa sulla O.M. 665 S MM Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini che, insieme a Francesca Ruggeri su Cisitalia 202 S MM Spider del 1947, conquista ancora una volta il successo nella classifica riservata agli equipaggi femminili. Nel Ferrari Tribute 1000 Miglia hanno esultato Vittorino Battaglia e Giordano Mozzi su Ferrari 488 Spider del 2019, mentre nella Gran Turismo Experience il successo è andato a Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Latvala.
L'edizione 2026 si chiude dopo cinque intense tappe e quasi 2.000 chilometri percorsi lungo alcune delle strade più suggestive della Penisola. Un itinerario che ha unito la sfida sportiva alla scoperta del territorio, mettendo alla prova gli equipaggi attraverso 144 Prove Cronometrate e 8 Prove di Media. Partita da Brescia, la carovana della Freccia Rossa ha attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, per poi proseguire verso il lago di Garda e il Veneto. Dopo il passaggio sul Passo dell'Abetone, la corsa ha toccato Toscana e Lazio, regalando immagini simboliche come le prove sulle mura di Lucca e la sosta in Piazza del Campo a Siena. La risalita verso l'Adriatico ha portato gli equipaggi ad Assisi, con il passaggio sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola nel ricordo di San Francesco, prima di attraversare la Gola del Furlo e raggiungere San Marino. L'ultima tappa, partita da Rimini, ha accompagnato le vetture storiche attraverso Ferrara e Mantova fino al ritorno a Brescia, dove il Controllo Orario finale e la tradizionale passerella in viale Venezia hanno sancito la conclusione della manifestazione.
Archiviata l'edizione numero 99, lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento. Il 2027 sarà infatti l'anno del Centenario: la 1000 Miglia tornerà alla sua tradizionale collocazione di fine maggio, dal 22 al 29, pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia.
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