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2019-05-27
In Ungheria c’è solo Orbán. Fidesz arriva al 56%. «Mi ispiro al modello Italia»
Ansa
Alla chiusura delle urne, gli exit poll cancellano il luogo comune della costante disaffezione per il voto al Parlamento europeo dell'Ungheria. I cittadini che si sono recati alle urne - il 30,52% contro il 19,53% del 2014 - hanno fatto diventare il Paese magiaro una roccaforte sovranista assegnando a Fidesz, il partito nazionalista del premier Viktor Orbàn, ben il 56% dei voti, pari a 14 dei 21 seggi assegnati all'Ungheria nel Parlamento europeo. Le opposizioni restano molto distanziate. Per il secondo posto c'è un testa a testa fra tre partiti: Jobbik, Coalizione democratica (Dk) e Partito socialista (Mszp), che otterrebbero due seggi ciascuno. Jobbik, partito di destra ultranazionalista ma anti Orbán, appare in calo rispetto al 19% ottenuto alle politiche del 2018. Confermano la crisi delle forze progressiste i socialisti e Dk, partito social-liberale nato nel 2010 da una scissione proprio dei socialisti. I liberali di Momentum, lista giovanile nata dalle mobilitazioni contro la candidatura olimpica di Budapest, potrebbero superare la soglia di sbarramento del 5% e ottenere un seggio. Seggio quasi impossibile per gli ambientalisti verdi di Lmp.
Fidesz è un partito conservatore, populista, euroscettico e cristiano. È membro del Partito popolare europeo, che tuttavia dal 2019 lo ha sospeso, dell'Unione democratica internazionale (conservatori) e dell'Internazionale democratica centrista. Dai numeri resi noti da Europe Elects, Fidesz però crescerebbe sia rispetto alle elezioni nazionali del 2018 (49,6%), sia rispetto alle europee del 2014 (51,4%). Insieme, il premier magiaro Orbàn e il leader della Lega Matteo Salvini, sono considerati i due capofila del fronte sovranista che vuole cambiare i rapporti di forza politici a Bruxelles per creare una nuova maggioranza con i Popolari, tagliando fuori i Socialisti con i vari partiti nazionali di centrosinistra in crisi in un po' tutta l'Unione: «Al centro le identità che i nostri governi rappresentano, ognuno con la sua storia», avevano detto Salvini e Orbàn durante l'incontro avvenuto a Milano lo scorso agosto. La sintonia perdura: «Il modello austriaco è finito. Ora siamo passati al modello italiano», ha dichiarato ieri Orbàn recandosi al seggio. Come nelle politiche 2018, anche nella campagna elettorale per Bruxelles il partito del primo ministro ha cavalcato le campagne a favore della natalità e quella anti immigrazione, oltre ad un battage pubblicitario contro Jean Claude Juncker, George Soros e la sospensione dal Ppe. Nel maggio 2018, Juncker partecipò a una celebrazione che commemorava i 200 anni dalla nascita di Marx, dove tenne un discorso in memoria del filosofo. Come risposta, i parlamentari europei provenienti da Fidesz scrissero: «L'ideologia marxista ha portato alla morte di decine di milioni di persone e rovinato le vite di miliardi di individui. La celebrazione del suo fondatore costituisce un insulto alla loro memoria». Per ritorsione contro le sanzioni dell'Ue - che accusa Budapest di non garantire lo Stato di diritto - Orbàn ha ritirato l'appoggio allo «spitzenkandidat» dei popolari di Manfred Weber, elemento di ulteriore avvicinamento al segretario del Carroccio. Malgrado la commissione Ue, Orbàn esce rafforzato da questo voto europeo confermandosi il leader della politica ungherese da oltre 20 anni. Nel 1998, infatti, a soli 35 anni, divenne per la prima volta il premier dell'Ungheria, nazione «con 10 milioni di abitanti, un Prodotto interno lordo di 114 miliardi di euro e solo 20.000 soldati». Nato a Székesfehérvár, la «città dei re» iniziò l'esperienza politica giovanile in una organizzazione comunista cambiando idea subito dopo il diploma, si laureò in Scienze politiche a Oxford grazie a una borsa di studio della fondazione del magnate George Soros con una tesi di laurea su Solidarnosc, il sindacato polacco anticomunista fondato da Lec Walesa. Sposato, grande sostenitore della natalità, ha cinque figli. Durante il suo primo mandato l'Ungheria entrò nella Nato e in campo economico aprì alle liberalizzazioni all'occidentale. Restò 8 anni all'opposizione e nel 2010 prese il 52,73% conquistando i due terzi del Parlamento. Con questi numeri realizzò una riforma costituzionale riducendo da 386 a 199 i seggi all'assemblea nazionale, cambiò il sistema dell'istruzione, dell'informazione e quello giudiziario con il Csm che finì sotto il controllo del governo. Nel terzo mandato, nel 2014, divenne molto critico e intransigente verso l'Ue soprattutto sul tema dei migranti. Confermato nelle elezioni del 2018, sempre contando sulla maggioranza in Parlamento, come primo atto ha emanato la cosiddetta «legge stop Soros», che prevede una tassa del 25% alle donazioni straniere in favore di organizzazioni non governative che supportano i migranti. Molto discussa è stata anche la riforma del lavoro: la possibilità di fare fino a 400 ore di straordinari l'anno, ha fatto scendere in piazza i sindacati. Dal fronte progressista, Viktor Orbàn viene considerato il peggiore dei sovranisti, un fascista che, alla stregua di Vladimir Putin, grazie alle modifiche costituzionali ha controllo assoluto sul Paese, mette la mordacchia ai giornalisti, tiene sotto controllo il potere giudiziario, costruisce muri di filo spinato, almeno prima della chiusura della rotta balcanica, per chiudere l'ingresso degli immigrati. Una posizione di blocco condivisa dai Paesi di Visegrad (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) che però si oppongono alla ripartizione e alla revisione del Trattato di Dublino. Ieri come oggi, l'idea di Orbàn è sempre la stessa: «Il pericolo mortale che minaccia gli ungheresi è l'arrivo di migliaia di migranti musulmani, con il ricollocamento obbligatorio voluto dall'Ue. Soltanto oggi, con i risultati definitivi, sapremo se Viktor Orbàn avrà più peso nel Ppe e sarà un alleato più influente per Matteo Salvini e Marine Le Pen.
Vola il Brexit party di Nigel Farage. I gretini trascinano i Verdi tedeschi
Paese europeo che vai, risultato più o meno sorprendente che trovi. Se nella maggior parte dei casi i risultati delle elezioni europee forniscono una fotografia relativamente puntuale delle singole situazioni locali, è pur vero che non mancano situazioni inattese e destinate nel prossimo futuro ad alimentare il dibattito sia a livello nazionale che europeo. Non bisogna dimenticare infatti che l'appuntamento di quest'anno assumeva una rilevanza storica per via del particolare momento economico e geopolitico nel quale ci troviamo immersi.
Rimane sensazionale, per quanto largamente prevista, la vittoria a mani basse del Brexit party nel Regno Unito (73 seggi all'Europarlamento). Nelle ultime settimane, infatti, l'ascesa del partito di Nigel Farage ha assunto le sembianze di una vera e propria cavalcata trionfale. Con due terzi dei collegi scrutinati, il Brexit party viene dato al 31,8%, una cifra largamente superiore alla somma delle preferenze prese dai laburisti (13,9%) e dai conservatori (9,1%). Un risultato storico che suona anche come una risposta molto chiara ai tentennamenti nella trattativa con Bruxelles e, soprattutto, alle voci su un possibile secondo referendum teso a scongiurare l'uscita del Regno Unito dall'Ue. Secondo gradino del podio per i liberaldemocratici (21,1%). Bene anche i Verdi, al quarto posto con il 12,4%, una delle costanti di questa tornata elettorale europea.
Male in Germania (96 seggi, delegazione più numerosa al Parlamento europeo) il partito di Angela Merkel (Cdu-Csu) che pur confermando il primo posto con il 28,4% delle preferenze fa registrare un tonfo notevole. Cinque anni fa, infatti, quando i due partiti si presentavano divisi, la somma delle preferenze era pari al 35,3%. La discesa fatta registrare è dunque di poco inferiore a 7 punti percentuali. Se parliamo in termini di seggi, l'apporto al Ppe fornito da Cdu-Csu è previsto in calo di 5 seggi. Malissimo i socialdemocratici del Spd, crollati al 15,5% rispetto al 27,3% del 2014, con un danno per la corrispondente pattuglia europea pari a 12 seggi. Straordinaria invece l'esplosione dei Verdi, che raggiungono il 20,7% contro il 10,7% del 2014. Scontata l'influenza sul risultato della campagna di sensibilizzazione contro il cambiamento climatico messa in piedi da Greta Thunberg e soci, e che ha portato decine di migliaia di ragazzi in piazza nei venerdì di protesta per l'ambiente. Ma anche un segno di malcontento nei confronti dell'industria automobilistica nazionale che negli ultimi anni, a dispetto dei proclami, ha dimostrato di tenere molto più al profitto che alla sostenibilità. La mente corre subito agli scandali (Dieselgate su tutti) che hanno investito le case produttrici nazionali e capaci di gettare scompiglio nella scena politica. Risultato discreto, infine, per la destra di Afd alleata con Matteo Salvini, che raccoglie il 10,9% in leggera risalita rispetto al 2014 (quando prese il 7%) ma lievemente in calo rispetto alle politiche del 2017 (in quell'occasione i consensi furono pari all'11,5% nel maggioritario e al 12,6% nel proporzionale).
Per quanto riguarda la Spagna (54 seggi), vincono i socialisti di Sanchez (32,8%) con più di dieci punti di vantaggio sui popolari. Ottima performance in Polonia (51 seggi) di Diritto e giustizia (Pis), formazione che aderisce ai conservatori europei ma strizza l'occhio a Matteo Salvini. Il partito del presidente Andrzej Duda e del premier Mateusz Morawiecki supera agevolmente il 42%, facendo registrare un risultato superiore alle europee del 2014 (31,8%) ma anche delle politiche del 2015 (37,6%). Batosta in Grecia (21 seggi totali) per il partito di Alexis Tsipras. Syriza si ferma infatti al 23,8%, surclassata dal partito di opposizione Nuova democrazia (33,3%) il cui leader, Kyriakos Mitsotakis, ha immediatamente chiesto le dimissioni del governo in carica: «La Grecia ha bisogno di un nuovo governo. Il primo ministro si deve assumere la piena responsabilità, rassegnando subito le dimissioni e il Paese deve andare alle urne il prima possibile». Nella tarda serata, il premier Tsipras ha ammesso la sconfitta invocando lo svolgimento di elezioni anticipate già nel prossimo giugno.
E sempre in tema di Paesi nei quali il governo è in bilico, in Austria (18 seggi) si fa sentire fino a un certo punto l'effetto dello scandalo del vicecancelliere Heinz-Christian Strache, dimessosi la scorsa settimana dopo essere stato «beccato» a discutere di affari loschi con una donna che si spacciava per la nipote di un facoltoso oligarca russo. Ebbene, la formazione di cui Strache era leader e che reggeva il governo del cancelliere Sebastian Kurz, il Partito della libertà austriaco (Fpo) è calata (17,5%) ma meno di quanto ci si potesse legittimamente attendere dopo il clamore fatto registrare in patria dalla vicenda. Vince il partito di Kurz (34,5%) che fa capo ai Popolari, seguito dai socialdemocratici. Una situazione a tre poli, oggi potenzialmente incompatibili tra loro, che lancia un segnale di forte instabilità le prossime politiche.
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Il premier magiaro guadagna un altro 4%: è il simbolo del sovranismo continentale. Ha messo al centro famiglia e lotta all'immigrazione. Pronto l'asse con la Lega. Vola il Brexit party di Nigel Farage. I gretini trascinano i Verdi tedeschi. L'euroscettico britannico quasi al 32%. In Germania Angela Merkel giù di 7 punti. A picco l'Spd, in risalita la destra di Afd In Spagna conferma per Pedro Sánchez. In Grecia Alexis Tsipras perde e si dimette. Lo speciale comprende due articoli. Alla chiusura delle urne, gli exit poll cancellano il luogo comune della costante disaffezione per il voto al Parlamento europeo dell'Ungheria. I cittadini che si sono recati alle urne - il 30,52% contro il 19,53% del 2014 - hanno fatto diventare il Paese magiaro una roccaforte sovranista assegnando a Fidesz, il partito nazionalista del premier Viktor Orbàn, ben il 56% dei voti, pari a 14 dei 21 seggi assegnati all'Ungheria nel Parlamento europeo. Le opposizioni restano molto distanziate. Per il secondo posto c'è un testa a testa fra tre partiti: Jobbik, Coalizione democratica (Dk) e Partito socialista (Mszp), che otterrebbero due seggi ciascuno. Jobbik, partito di destra ultranazionalista ma anti Orbán, appare in calo rispetto al 19% ottenuto alle politiche del 2018. Confermano la crisi delle forze progressiste i socialisti e Dk, partito social-liberale nato nel 2010 da una scissione proprio dei socialisti. I liberali di Momentum, lista giovanile nata dalle mobilitazioni contro la candidatura olimpica di Budapest, potrebbero superare la soglia di sbarramento del 5% e ottenere un seggio. Seggio quasi impossibile per gli ambientalisti verdi di Lmp. Fidesz è un partito conservatore, populista, euroscettico e cristiano. È membro del Partito popolare europeo, che tuttavia dal 2019 lo ha sospeso, dell'Unione democratica internazionale (conservatori) e dell'Internazionale democratica centrista. Dai numeri resi noti da Europe Elects, Fidesz però crescerebbe sia rispetto alle elezioni nazionali del 2018 (49,6%), sia rispetto alle europee del 2014 (51,4%). Insieme, il premier magiaro Orbàn e il leader della Lega Matteo Salvini, sono considerati i due capofila del fronte sovranista che vuole cambiare i rapporti di forza politici a Bruxelles per creare una nuova maggioranza con i Popolari, tagliando fuori i Socialisti con i vari partiti nazionali di centrosinistra in crisi in un po' tutta l'Unione: «Al centro le identità che i nostri governi rappresentano, ognuno con la sua storia», avevano detto Salvini e Orbàn durante l'incontro avvenuto a Milano lo scorso agosto. La sintonia perdura: «Il modello austriaco è finito. Ora siamo passati al modello italiano», ha dichiarato ieri Orbàn recandosi al seggio. Come nelle politiche 2018, anche nella campagna elettorale per Bruxelles il partito del primo ministro ha cavalcato le campagne a favore della natalità e quella anti immigrazione, oltre ad un battage pubblicitario contro Jean Claude Juncker, George Soros e la sospensione dal Ppe. Nel maggio 2018, Juncker partecipò a una celebrazione che commemorava i 200 anni dalla nascita di Marx, dove tenne un discorso in memoria del filosofo. Come risposta, i parlamentari europei provenienti da Fidesz scrissero: «L'ideologia marxista ha portato alla morte di decine di milioni di persone e rovinato le vite di miliardi di individui. La celebrazione del suo fondatore costituisce un insulto alla loro memoria». Per ritorsione contro le sanzioni dell'Ue - che accusa Budapest di non garantire lo Stato di diritto - Orbàn ha ritirato l'appoggio allo «spitzenkandidat» dei popolari di Manfred Weber, elemento di ulteriore avvicinamento al segretario del Carroccio. Malgrado la commissione Ue, Orbàn esce rafforzato da questo voto europeo confermandosi il leader della politica ungherese da oltre 20 anni. Nel 1998, infatti, a soli 35 anni, divenne per la prima volta il premier dell'Ungheria, nazione «con 10 milioni di abitanti, un Prodotto interno lordo di 114 miliardi di euro e solo 20.000 soldati». Nato a Székesfehérvár, la «città dei re» iniziò l'esperienza politica giovanile in una organizzazione comunista cambiando idea subito dopo il diploma, si laureò in Scienze politiche a Oxford grazie a una borsa di studio della fondazione del magnate George Soros con una tesi di laurea su Solidarnosc, il sindacato polacco anticomunista fondato da Lec Walesa. Sposato, grande sostenitore della natalità, ha cinque figli. Durante il suo primo mandato l'Ungheria entrò nella Nato e in campo economico aprì alle liberalizzazioni all'occidentale. Restò 8 anni all'opposizione e nel 2010 prese il 52,73% conquistando i due terzi del Parlamento. Con questi numeri realizzò una riforma costituzionale riducendo da 386 a 199 i seggi all'assemblea nazionale, cambiò il sistema dell'istruzione, dell'informazione e quello giudiziario con il Csm che finì sotto il controllo del governo. Nel terzo mandato, nel 2014, divenne molto critico e intransigente verso l'Ue soprattutto sul tema dei migranti. Confermato nelle elezioni del 2018, sempre contando sulla maggioranza in Parlamento, come primo atto ha emanato la cosiddetta «legge stop Soros», che prevede una tassa del 25% alle donazioni straniere in favore di organizzazioni non governative che supportano i migranti. Molto discussa è stata anche la riforma del lavoro: la possibilità di fare fino a 400 ore di straordinari l'anno, ha fatto scendere in piazza i sindacati. Dal fronte progressista, Viktor Orbàn viene considerato il peggiore dei sovranisti, un fascista che, alla stregua di Vladimir Putin, grazie alle modifiche costituzionali ha controllo assoluto sul Paese, mette la mordacchia ai giornalisti, tiene sotto controllo il potere giudiziario, costruisce muri di filo spinato, almeno prima della chiusura della rotta balcanica, per chiudere l'ingresso degli immigrati. Una posizione di blocco condivisa dai Paesi di Visegrad (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) che però si oppongono alla ripartizione e alla revisione del Trattato di Dublino. Ieri come oggi, l'idea di Orbàn è sempre la stessa: «Il pericolo mortale che minaccia gli ungheresi è l'arrivo di migliaia di migranti musulmani, con il ricollocamento obbligatorio voluto dall'Ue. Soltanto oggi, con i risultati definitivi, sapremo se Viktor Orbàn avrà più peso nel Ppe e sarà un alleato più influente per Matteo Salvini e Marine Le Pen. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-ungheria-ce-solo-orban-fidesz-arriva-al-56-mi-ispiro-al-modello-italia-2638206825.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vola-il-brexit-party-di-nigel-farage-i-gretini-trascinano-i-verdi-tedeschi" data-post-id="2638206825" data-published-at="1769721453" data-use-pagination="False"> Vola il Brexit party di Nigel Farage. I gretini trascinano i Verdi tedeschi Paese europeo che vai, risultato più o meno sorprendente che trovi. Se nella maggior parte dei casi i risultati delle elezioni europee forniscono una fotografia relativamente puntuale delle singole situazioni locali, è pur vero che non mancano situazioni inattese e destinate nel prossimo futuro ad alimentare il dibattito sia a livello nazionale che europeo. Non bisogna dimenticare infatti che l'appuntamento di quest'anno assumeva una rilevanza storica per via del particolare momento economico e geopolitico nel quale ci troviamo immersi. Rimane sensazionale, per quanto largamente prevista, la vittoria a mani basse del Brexit party nel Regno Unito (73 seggi all'Europarlamento). Nelle ultime settimane, infatti, l'ascesa del partito di Nigel Farage ha assunto le sembianze di una vera e propria cavalcata trionfale. Con due terzi dei collegi scrutinati, il Brexit party viene dato al 31,8%, una cifra largamente superiore alla somma delle preferenze prese dai laburisti (13,9%) e dai conservatori (9,1%). Un risultato storico che suona anche come una risposta molto chiara ai tentennamenti nella trattativa con Bruxelles e, soprattutto, alle voci su un possibile secondo referendum teso a scongiurare l'uscita del Regno Unito dall'Ue. Secondo gradino del podio per i liberaldemocratici (21,1%). Bene anche i Verdi, al quarto posto con il 12,4%, una delle costanti di questa tornata elettorale europea. Male in Germania (96 seggi, delegazione più numerosa al Parlamento europeo) il partito di Angela Merkel (Cdu-Csu) che pur confermando il primo posto con il 28,4% delle preferenze fa registrare un tonfo notevole. Cinque anni fa, infatti, quando i due partiti si presentavano divisi, la somma delle preferenze era pari al 35,3%. La discesa fatta registrare è dunque di poco inferiore a 7 punti percentuali. Se parliamo in termini di seggi, l'apporto al Ppe fornito da Cdu-Csu è previsto in calo di 5 seggi. Malissimo i socialdemocratici del Spd, crollati al 15,5% rispetto al 27,3% del 2014, con un danno per la corrispondente pattuglia europea pari a 12 seggi. Straordinaria invece l'esplosione dei Verdi, che raggiungono il 20,7% contro il 10,7% del 2014. Scontata l'influenza sul risultato della campagna di sensibilizzazione contro il cambiamento climatico messa in piedi da Greta Thunberg e soci, e che ha portato decine di migliaia di ragazzi in piazza nei venerdì di protesta per l'ambiente. Ma anche un segno di malcontento nei confronti dell'industria automobilistica nazionale che negli ultimi anni, a dispetto dei proclami, ha dimostrato di tenere molto più al profitto che alla sostenibilità. La mente corre subito agli scandali (Dieselgate su tutti) che hanno investito le case produttrici nazionali e capaci di gettare scompiglio nella scena politica. Risultato discreto, infine, per la destra di Afd alleata con Matteo Salvini, che raccoglie il 10,9% in leggera risalita rispetto al 2014 (quando prese il 7%) ma lievemente in calo rispetto alle politiche del 2017 (in quell'occasione i consensi furono pari all'11,5% nel maggioritario e al 12,6% nel proporzionale). Per quanto riguarda la Spagna (54 seggi), vincono i socialisti di Sanchez (32,8%) con più di dieci punti di vantaggio sui popolari. Ottima performance in Polonia (51 seggi) di Diritto e giustizia (Pis), formazione che aderisce ai conservatori europei ma strizza l'occhio a Matteo Salvini. Il partito del presidente Andrzej Duda e del premier Mateusz Morawiecki supera agevolmente il 42%, facendo registrare un risultato superiore alle europee del 2014 (31,8%) ma anche delle politiche del 2015 (37,6%). Batosta in Grecia (21 seggi totali) per il partito di Alexis Tsipras. Syriza si ferma infatti al 23,8%, surclassata dal partito di opposizione Nuova democrazia (33,3%) il cui leader, Kyriakos Mitsotakis, ha immediatamente chiesto le dimissioni del governo in carica: «La Grecia ha bisogno di un nuovo governo. Il primo ministro si deve assumere la piena responsabilità, rassegnando subito le dimissioni e il Paese deve andare alle urne il prima possibile». Nella tarda serata, il premier Tsipras ha ammesso la sconfitta invocando lo svolgimento di elezioni anticipate già nel prossimo giugno. E sempre in tema di Paesi nei quali il governo è in bilico, in Austria (18 seggi) si fa sentire fino a un certo punto l'effetto dello scandalo del vicecancelliere Heinz-Christian Strache, dimessosi la scorsa settimana dopo essere stato «beccato» a discutere di affari loschi con una donna che si spacciava per la nipote di un facoltoso oligarca russo. Ebbene, la formazione di cui Strache era leader e che reggeva il governo del cancelliere Sebastian Kurz, il Partito della libertà austriaco (Fpo) è calata (17,5%) ma meno di quanto ci si potesse legittimamente attendere dopo il clamore fatto registrare in patria dalla vicenda. Vince il partito di Kurz (34,5%) che fa capo ai Popolari, seguito dai socialdemocratici. Una situazione a tre poli, oggi potenzialmente incompatibili tra loro, che lancia un segnale di forte instabilità le prossime politiche.
Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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