True
2020-06-12
In attesa della trappola del Mes siamo noi a regalare soldi a loro
Ursula von der Leyen (Thierry Monasse:Getty Images)
Ieri i ministri delle Finanze dell'Eurozona sono saltati da una videoconferenza all'altra, senza nemmeno cambiare stanza. Prima hanno indossato la giacca di membri del consiglio dei governatori del Mes e poi quella di membri dell'Eurogruppo.
La prima riunione era finalizzata all'approvazione del bilancio 2019 del Mes e le sorprese, nonostante lo sforzo propagandistico, non sono mancate. A partire dai sontuosi 177.000 euro annui di costo medio dei suoi 186 addetti. I cui sforzi per esaltare le virtù dell'istituzione in cui lavorano non convincono affatto. Come i 14 miliardi di risparmio realizzati dalla Grecia grazie ai tassi favorevoli dei prestiti del Mes, rispetto a un ipotetico ricorso al mercato. Peccato che tale mercato di fatto non esista e, quando c'è la Bce, i tassi li orienti lei e non ce n'è per nessuno. Il bilancio rivela un sostanziale immobilismo del Mes nel 2019:
1Non ha erogato nuovi prestiti, né ha ricevuto rimborsi. Ha solo emesso obbligazioni per rimborsare quelle in scadenza. Tutto questo al modico costo di 72 milioni l'anno di costi operativi (personale incluso).
2 Detiene circa 99 miliardi tra liquidità e strumenti finanziari, per buona parte derivanti dagli 80 miliardi di capitale versati dagli Stati membri, e cerca di impiegarli al meglio sui mercati. Tra i diversi impieghi possibili c'è anche quello del deposito presso le banche centrali di Germania e Francia che però applicano un tasso negativo pari al -0,50%. Ma, per tenerlo indenne da questo costo, una decisione dei rispettivi Parlamenti nazionali ha disposto il rimborso al Mes di 238 milioni. Tutto questo avrebbe avuto forse un senso se il bilancio fosse stato in perdita. Ma invece i 238 milioni si sommano a ulteriori 52 per costituire l'utile totale di 290 milioni. Incredibilmente, l'Italia ha pensato bene di aderire a questo sistema di sovvenzione del Mes che, si ribadisce, serve solo per imbellettare il suo bilancio. Infatti, i commi 537-539 della Legge di bilancio 2020 dispongono che la Banca d'Italia, quando comunicherà al Tesoro gli utili del 2020, evidenzierà la quota (circa 77 milioni) riferibile ai depositi del Mes. Il Tesoro quindi rinuncerà a quella quota e provvederà a girare la somma al Mes.
3 Ai limiti del grottesco il documento pubblicato a proposito della valutazione delle conseguenze dell'intervento in Grecia. L'ex commissario Ue Joaquin Almunia, nella veste di valutatore indipendente, ha accertato che l'intervento (tenere la Grecia nell'euro) è riuscito ma il paziente è morto (8 anni di riduzioni di bilancio hanno prodotto conseguenze sociali devastanti). Per dimostrare comunque la sua utilità, il Mes ritorna a parlare della sua riforma. E lo fa puntando sul suo ruolo di «paracadute» del fondo comune di risoluzione delle crisi bancarie. Nel caso quest'ultimo avesse esaurito i fondi necessari per il salvataggio di una banca, il Mes farebbe un prestito a 3 anni fino a 68 miliardi per sostenerlo. Peccato che se saltasse una banca significativa quei soldi sarebbero noccioline e comunque dovrebbe intervenire lo Stato. Negli altri casi, ci sono già le procedure nazionali. Come si vede, è proprio complicato trovare un ruolo per il Mes.
Ma anche l'Eurogruppo non se la passa molto bene. Da qualche settimana appare relegato in un ruolo periferico tra Bce, il vero attore decisivo per attutire l'impatto della crisi da Covid-19, e Commissione Ue, che ha ora il pallino in mano con la proposta del 27 maggio sul Recovery fund. Tanto che ne hanno discusso solo ieri, dopo alcune settimane dalla proposta franco-tedesca. Ieri è pure partita la selezione del prossimo presidente che vede favorita la spagnola Nadia Calvino. Ma questi tre mesi di defatigante confronto per trovare strumenti idonei a fronteggiare la crisi, hanno lasciato sul campo solo sfiducia reciproca. E allora l'Eurogruppo, per confermare la sua vocazione di istituzione divisiva, vuole rientrare in gioco proprio sul tema esplosivo delle riforme a cui sarà condizionata l'erogazione del Recovery fund. I ministri hanno discusso della relazione tra il piano di aiuti e le raccomandazioni del semestre europeo. Questa è la vera posta in gioco. Il blocco nordico sta maturando la convinzione che la promessa dei fondi, i cui tempi di erogazione sono molto in là nel tempo, è una formidabile occasione per disciplinarci e costringerci a sottostare alla caterva di raccomandazioni all'insegna dell'austerità espansiva che cercano di somministrarci da anni e che invece concorrono solo alla nostra crescita asfittica. Ad aprile di ogni anno, il nostro governo è costretto a dargli retta nelle centinaia di pagine del Piano nazionale delle riforme, ma i risultati non arrivano, e allora quale idea migliore di quella di costringerci ad applicarle nella forma di un programma di aggiustamento macroeconomico stringente che condizioni il Recovery fund? L'Eurogruppo ieri ha cominciato a lavorarci.
Potrebbe essere un modo per tenere buoni anche i 4 Paesi del patto di Visegrad che ieri hanno ribadito che i «fondi devono essere distribuiti equamente», con Repubblica Ceca e Ungheria tra i più critici.
Il richiamo alla realtà ieri è arrivato dai risultati delle aste dei Btp: 9,5 miliardi raccolti sulle scadenze di 3, 7 e 15 anni con rendimenti rispettivamente pari a 0,46%, 1,10% e 1,91% in netta discesa di circa 40 punti base rispetto alle precedenti aste. La Bce ha ribadito che non tollererà frammentazioni del mercato finanziari. Et de hoc satis.
E l’Antitrust europeo vuole rovinare le nozze miliardarie tra Fca e Psa
L'Antitrust europeo rende più ripido il cammino verso l'altare delle nozze da 50 miliardi di dollari tra Fca e Psa. Entro pochi giorni i due gruppi automobilistici dovranno smorzare i timori a Bruxelles sulla loro unione nel «redditizio» segmento dei piccoli van, altrimenti Bruxelles avvierà un'indagine. La scadenza per la Commissione per prendere una decisione è il 17 di giugno.
Unendo le divisioni van, Fca e Psa controllerebbero un terzo del mercato europeo, più del 16% di Renault e Ford. «Le due società sarebbero state riluttanti a vendere le divisioni, che sono molto redditizie», ha scritto il Financial Times riportando per primo le indiscrezioni sulla mossa dell'authority Ue. Protagonista di un film che rischia di diventare assai simile a quello visto negli ultimi tre anni sull'operazione Fincantieri-Stx lungo l'asse Roma-Parigi. Con sullo sfondo il fortino alzato da Emmanuel Macron a tutela e difesa degli asset nazionali che sembra destinato a portare i rapporti con il nostro Paese in tutt'altra direzione. Il 26 maggio l'Eliseo ha lanciato un piano di otto miliardi di euro per mettere benzina al mercato rimasto a secco con il lockdown. Ha deciso di finanziare direttamente i progetti di sviluppo della mobilità elettrica d'Oltralpe, vincolandoli però a una forte connotazione nazionalistica. Renault ha quindi aderito e riceverà dei fondi, rendendo più complessa la partita per Psa, che nella nuova costruzione societaria avrà la sede legale in Olanda come Fca. Che, parallelamente sta portando avanti una sua piattaforma già al lavoro a Mirafiori, da dove dal 4 luglio usciranno le prime 500 Bev. «I termini della fusione sono scritti nella pietra», ha sottolineato nelle scorse settimane il presidente del Lingotto, John Elkann, mandando così un messaggio anche all'Eliseo. Per altro a poche settimane da quando è saltata la cessione della controllata della cassaforte di famiglia Exor, PartneRe, alla francese Covea perché questa all'ultimo momento ha chiesto uno sconto di 2,5 miliardi sui 9 miliardi del prezzo pattuito. Ora potrebbero esserci degli effetti anche sull'operazione a sostegno della filiera dell'automotive varata con il prestito da 6,3 miliardi concesso a Fca da Intesa Sanpaolo che prevede la garanzia pubblica sull'80 per cento.
Nel frattempo, il rischio che le nozze fra le case automobilistiche debba passare le forche caudine di un'analisi lunga e su vasta scala da parte delle autorità comunitarie ha affondato i titoli in Borsa. Fca ha chiuso la seduta di ieri lasciando sul terreno di Piazza Affari il 7,7% a 8,07 euro, Cnh Industrial ha addirittura accusato un tonfo di quasi il 12% dopo essere stata anche sospesa per eccesso di ribasso, mentre a Parigi Psa Peugeot ha ceduto il 10 per cento. «Il closing si sposterebbe dal primo al secondo trimestre del 2021», evidenziano gli analisti di Equita, secondo cui «sapendo che sia Carlo Tavares che Mike Manley hanno sempre dichiarato che avrebbero fatto qualunque cosa pur di arrivare a risolvere i problemi sollevati dall`Antitrust». Per gli analisti di Banca Akros possibili soluzioni potrebbero passare per la cessione del 38% in Tofas, una partecipata turca di Fca che produce veicoli leggeri, o per quella di Sevel, la joint venture tra i due gruppi. Ma, aggiunge lo studio, si potrebbe anche pensare che «sia un modo per prendere più tempo per finalizzare il deal» e limare alcuni punti, compreso l'extra dividendo di 5,5 miliardi di Fca atteso nel 2021.
La tabella di marcia iniziale prevedeva di mettere il sigillo alle nozze entro il primo trimestre del prossimo anno. Ma con l'eventuale istruttoria Ue i tempi potrebbero allungarsi di quattro mesi. Se non di più. Perché gli orologi di Bruxelles a volte si fermano. Come è successo per la fusione varata ormai tre anni fa tra Fincantieri e Stx (Chantiers de l'Atlantique) perché le due società non sono riuscite a fornire le informazioni richieste nei tempi previsti a causa della crisi del coronavirus. Nei giorni scorsi la responsabile dell'Antitrust Ue, Margrethe Vestager, ha detto che misurare l'impatto sul mercato dell'offerta della società italiana di cantieristica navale si sta rivelando difficile e probabilmente richiederà del tempo.
Intanto, il rischio di blocco delle grandi fusioni italo-francesi- nei cantieri e nelle auto - si intreccia con una possibile redistribuzione dei fondi destinati alla Difesa attraverso il Recovery fund e può quindi avere dei riflessi anche su questo settore strategico, nonché sugli equilibri geopolitici. I piani della difesa devono essere inquadrati all'interno di un panorama più ampio che tocca necessariamente la Nato. «Vanno rispettati tempi e livello di bilancio previsti dalla Commissione europea per l'European defence fund», ha spiegato l'ad di Leonardo, Alessandro Profumo, al Parlamento nei giorni scorsi. Il riferimento è diretto alla Francia che ha presentato un suo piano di rilancio del settore aerospaziale, senza dimenticare che Macron ha più volte colpito la Nato per attaccare le scelte Usa.
Continua a leggereRiduci
Italia, Francia e Germania sconteranno al Fondo salvastati i tassi sui depositi lasciati presso le banche centrali: un favore che vale molti milioni. Eurogruppo: per il dopo Mario Centeno in pole la spagnola Nadia Calvino.Entro pochi giorni i due gruppi dovranno smorzare i timori di Bruxelles sulla loro unione da 50 miliardi di dollari È solo l'ultimo bastone fra le ruote dell'Ue alle strategie aziendali italiane.Lo speciale contiene due articoliIeri i ministri delle Finanze dell'Eurozona sono saltati da una videoconferenza all'altra, senza nemmeno cambiare stanza. Prima hanno indossato la giacca di membri del consiglio dei governatori del Mes e poi quella di membri dell'Eurogruppo.La prima riunione era finalizzata all'approvazione del bilancio 2019 del Mes e le sorprese, nonostante lo sforzo propagandistico, non sono mancate. A partire dai sontuosi 177.000 euro annui di costo medio dei suoi 186 addetti. I cui sforzi per esaltare le virtù dell'istituzione in cui lavorano non convincono affatto. Come i 14 miliardi di risparmio realizzati dalla Grecia grazie ai tassi favorevoli dei prestiti del Mes, rispetto a un ipotetico ricorso al mercato. Peccato che tale mercato di fatto non esista e, quando c'è la Bce, i tassi li orienti lei e non ce n'è per nessuno. Il bilancio rivela un sostanziale immobilismo del Mes nel 2019:1Non ha erogato nuovi prestiti, né ha ricevuto rimborsi. Ha solo emesso obbligazioni per rimborsare quelle in scadenza. Tutto questo al modico costo di 72 milioni l'anno di costi operativi (personale incluso).2 Detiene circa 99 miliardi tra liquidità e strumenti finanziari, per buona parte derivanti dagli 80 miliardi di capitale versati dagli Stati membri, e cerca di impiegarli al meglio sui mercati. Tra i diversi impieghi possibili c'è anche quello del deposito presso le banche centrali di Germania e Francia che però applicano un tasso negativo pari al -0,50%. Ma, per tenerlo indenne da questo costo, una decisione dei rispettivi Parlamenti nazionali ha disposto il rimborso al Mes di 238 milioni. Tutto questo avrebbe avuto forse un senso se il bilancio fosse stato in perdita. Ma invece i 238 milioni si sommano a ulteriori 52 per costituire l'utile totale di 290 milioni. Incredibilmente, l'Italia ha pensato bene di aderire a questo sistema di sovvenzione del Mes che, si ribadisce, serve solo per imbellettare il suo bilancio. Infatti, i commi 537-539 della Legge di bilancio 2020 dispongono che la Banca d'Italia, quando comunicherà al Tesoro gli utili del 2020, evidenzierà la quota (circa 77 milioni) riferibile ai depositi del Mes. Il Tesoro quindi rinuncerà a quella quota e provvederà a girare la somma al Mes.3 Ai limiti del grottesco il documento pubblicato a proposito della valutazione delle conseguenze dell'intervento in Grecia. L'ex commissario Ue Joaquin Almunia, nella veste di valutatore indipendente, ha accertato che l'intervento (tenere la Grecia nell'euro) è riuscito ma il paziente è morto (8 anni di riduzioni di bilancio hanno prodotto conseguenze sociali devastanti). Per dimostrare comunque la sua utilità, il Mes ritorna a parlare della sua riforma. E lo fa puntando sul suo ruolo di «paracadute» del fondo comune di risoluzione delle crisi bancarie. Nel caso quest'ultimo avesse esaurito i fondi necessari per il salvataggio di una banca, il Mes farebbe un prestito a 3 anni fino a 68 miliardi per sostenerlo. Peccato che se saltasse una banca significativa quei soldi sarebbero noccioline e comunque dovrebbe intervenire lo Stato. Negli altri casi, ci sono già le procedure nazionali. Come si vede, è proprio complicato trovare un ruolo per il Mes. Ma anche l'Eurogruppo non se la passa molto bene. Da qualche settimana appare relegato in un ruolo periferico tra Bce, il vero attore decisivo per attutire l'impatto della crisi da Covid-19, e Commissione Ue, che ha ora il pallino in mano con la proposta del 27 maggio sul Recovery fund. Tanto che ne hanno discusso solo ieri, dopo alcune settimane dalla proposta franco-tedesca. Ieri è pure partita la selezione del prossimo presidente che vede favorita la spagnola Nadia Calvino. Ma questi tre mesi di defatigante confronto per trovare strumenti idonei a fronteggiare la crisi, hanno lasciato sul campo solo sfiducia reciproca. E allora l'Eurogruppo, per confermare la sua vocazione di istituzione divisiva, vuole rientrare in gioco proprio sul tema esplosivo delle riforme a cui sarà condizionata l'erogazione del Recovery fund. I ministri hanno discusso della relazione tra il piano di aiuti e le raccomandazioni del semestre europeo. Questa è la vera posta in gioco. Il blocco nordico sta maturando la convinzione che la promessa dei fondi, i cui tempi di erogazione sono molto in là nel tempo, è una formidabile occasione per disciplinarci e costringerci a sottostare alla caterva di raccomandazioni all'insegna dell'austerità espansiva che cercano di somministrarci da anni e che invece concorrono solo alla nostra crescita asfittica. Ad aprile di ogni anno, il nostro governo è costretto a dargli retta nelle centinaia di pagine del Piano nazionale delle riforme, ma i risultati non arrivano, e allora quale idea migliore di quella di costringerci ad applicarle nella forma di un programma di aggiustamento macroeconomico stringente che condizioni il Recovery fund? L'Eurogruppo ieri ha cominciato a lavorarci.Potrebbe essere un modo per tenere buoni anche i 4 Paesi del patto di Visegrad che ieri hanno ribadito che i «fondi devono essere distribuiti equamente», con Repubblica Ceca e Ungheria tra i più critici.Il richiamo alla realtà ieri è arrivato dai risultati delle aste dei Btp: 9,5 miliardi raccolti sulle scadenze di 3, 7 e 15 anni con rendimenti rispettivamente pari a 0,46%, 1,10% e 1,91% in netta discesa di circa 40 punti base rispetto alle precedenti aste. La Bce ha ribadito che non tollererà frammentazioni del mercato finanziari. Et de hoc satis.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-attesa-della-trappola-del-mes-siamo-noi-a-regalare-soldi-a-loro-2646169883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-lantitrust-europeo-vuole-rovinare-le-nozze-miliardarie-tra-fca-e-psa" data-post-id="2646169883" data-published-at="1591913904" data-use-pagination="False"> E l’Antitrust europeo vuole rovinare le nozze miliardarie tra Fca e Psa L'Antitrust europeo rende più ripido il cammino verso l'altare delle nozze da 50 miliardi di dollari tra Fca e Psa. Entro pochi giorni i due gruppi automobilistici dovranno smorzare i timori a Bruxelles sulla loro unione nel «redditizio» segmento dei piccoli van, altrimenti Bruxelles avvierà un'indagine. La scadenza per la Commissione per prendere una decisione è il 17 di giugno. Unendo le divisioni van, Fca e Psa controllerebbero un terzo del mercato europeo, più del 16% di Renault e Ford. «Le due società sarebbero state riluttanti a vendere le divisioni, che sono molto redditizie», ha scritto il Financial Times riportando per primo le indiscrezioni sulla mossa dell'authority Ue. Protagonista di un film che rischia di diventare assai simile a quello visto negli ultimi tre anni sull'operazione Fincantieri-Stx lungo l'asse Roma-Parigi. Con sullo sfondo il fortino alzato da Emmanuel Macron a tutela e difesa degli asset nazionali che sembra destinato a portare i rapporti con il nostro Paese in tutt'altra direzione. Il 26 maggio l'Eliseo ha lanciato un piano di otto miliardi di euro per mettere benzina al mercato rimasto a secco con il lockdown. Ha deciso di finanziare direttamente i progetti di sviluppo della mobilità elettrica d'Oltralpe, vincolandoli però a una forte connotazione nazionalistica. Renault ha quindi aderito e riceverà dei fondi, rendendo più complessa la partita per Psa, che nella nuova costruzione societaria avrà la sede legale in Olanda come Fca. Che, parallelamente sta portando avanti una sua piattaforma già al lavoro a Mirafiori, da dove dal 4 luglio usciranno le prime 500 Bev. «I termini della fusione sono scritti nella pietra», ha sottolineato nelle scorse settimane il presidente del Lingotto, John Elkann, mandando così un messaggio anche all'Eliseo. Per altro a poche settimane da quando è saltata la cessione della controllata della cassaforte di famiglia Exor, PartneRe, alla francese Covea perché questa all'ultimo momento ha chiesto uno sconto di 2,5 miliardi sui 9 miliardi del prezzo pattuito. Ora potrebbero esserci degli effetti anche sull'operazione a sostegno della filiera dell'automotive varata con il prestito da 6,3 miliardi concesso a Fca da Intesa Sanpaolo che prevede la garanzia pubblica sull'80 per cento. Nel frattempo, il rischio che le nozze fra le case automobilistiche debba passare le forche caudine di un'analisi lunga e su vasta scala da parte delle autorità comunitarie ha affondato i titoli in Borsa. Fca ha chiuso la seduta di ieri lasciando sul terreno di Piazza Affari il 7,7% a 8,07 euro, Cnh Industrial ha addirittura accusato un tonfo di quasi il 12% dopo essere stata anche sospesa per eccesso di ribasso, mentre a Parigi Psa Peugeot ha ceduto il 10 per cento. «Il closing si sposterebbe dal primo al secondo trimestre del 2021», evidenziano gli analisti di Equita, secondo cui «sapendo che sia Carlo Tavares che Mike Manley hanno sempre dichiarato che avrebbero fatto qualunque cosa pur di arrivare a risolvere i problemi sollevati dall`Antitrust». Per gli analisti di Banca Akros possibili soluzioni potrebbero passare per la cessione del 38% in Tofas, una partecipata turca di Fca che produce veicoli leggeri, o per quella di Sevel, la joint venture tra i due gruppi. Ma, aggiunge lo studio, si potrebbe anche pensare che «sia un modo per prendere più tempo per finalizzare il deal» e limare alcuni punti, compreso l'extra dividendo di 5,5 miliardi di Fca atteso nel 2021. La tabella di marcia iniziale prevedeva di mettere il sigillo alle nozze entro il primo trimestre del prossimo anno. Ma con l'eventuale istruttoria Ue i tempi potrebbero allungarsi di quattro mesi. Se non di più. Perché gli orologi di Bruxelles a volte si fermano. Come è successo per la fusione varata ormai tre anni fa tra Fincantieri e Stx (Chantiers de l'Atlantique) perché le due società non sono riuscite a fornire le informazioni richieste nei tempi previsti a causa della crisi del coronavirus. Nei giorni scorsi la responsabile dell'Antitrust Ue, Margrethe Vestager, ha detto che misurare l'impatto sul mercato dell'offerta della società italiana di cantieristica navale si sta rivelando difficile e probabilmente richiederà del tempo. Intanto, il rischio di blocco delle grandi fusioni italo-francesi- nei cantieri e nelle auto - si intreccia con una possibile redistribuzione dei fondi destinati alla Difesa attraverso il Recovery fund e può quindi avere dei riflessi anche su questo settore strategico, nonché sugli equilibri geopolitici. I piani della difesa devono essere inquadrati all'interno di un panorama più ampio che tocca necessariamente la Nato. «Vanno rispettati tempi e livello di bilancio previsti dalla Commissione europea per l'European defence fund», ha spiegato l'ad di Leonardo, Alessandro Profumo, al Parlamento nei giorni scorsi. Il riferimento è diretto alla Francia che ha presentato un suo piano di rilancio del settore aerospaziale, senza dimenticare che Macron ha più volte colpito la Nato per attaccare le scelte Usa.
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
Continua a leggereRiduci
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
Continua a leggereRiduci
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
Continua a leggereRiduci