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2020-06-12
In attesa della trappola del Mes siamo noi a regalare soldi a loro
Ursula von der Leyen (Thierry Monasse:Getty Images)
Ieri i ministri delle Finanze dell'Eurozona sono saltati da una videoconferenza all'altra, senza nemmeno cambiare stanza. Prima hanno indossato la giacca di membri del consiglio dei governatori del Mes e poi quella di membri dell'Eurogruppo.
La prima riunione era finalizzata all'approvazione del bilancio 2019 del Mes e le sorprese, nonostante lo sforzo propagandistico, non sono mancate. A partire dai sontuosi 177.000 euro annui di costo medio dei suoi 186 addetti. I cui sforzi per esaltare le virtù dell'istituzione in cui lavorano non convincono affatto. Come i 14 miliardi di risparmio realizzati dalla Grecia grazie ai tassi favorevoli dei prestiti del Mes, rispetto a un ipotetico ricorso al mercato. Peccato che tale mercato di fatto non esista e, quando c'è la Bce, i tassi li orienti lei e non ce n'è per nessuno. Il bilancio rivela un sostanziale immobilismo del Mes nel 2019:
1Non ha erogato nuovi prestiti, né ha ricevuto rimborsi. Ha solo emesso obbligazioni per rimborsare quelle in scadenza. Tutto questo al modico costo di 72 milioni l'anno di costi operativi (personale incluso).
2 Detiene circa 99 miliardi tra liquidità e strumenti finanziari, per buona parte derivanti dagli 80 miliardi di capitale versati dagli Stati membri, e cerca di impiegarli al meglio sui mercati. Tra i diversi impieghi possibili c'è anche quello del deposito presso le banche centrali di Germania e Francia che però applicano un tasso negativo pari al -0,50%. Ma, per tenerlo indenne da questo costo, una decisione dei rispettivi Parlamenti nazionali ha disposto il rimborso al Mes di 238 milioni. Tutto questo avrebbe avuto forse un senso se il bilancio fosse stato in perdita. Ma invece i 238 milioni si sommano a ulteriori 52 per costituire l'utile totale di 290 milioni. Incredibilmente, l'Italia ha pensato bene di aderire a questo sistema di sovvenzione del Mes che, si ribadisce, serve solo per imbellettare il suo bilancio. Infatti, i commi 537-539 della Legge di bilancio 2020 dispongono che la Banca d'Italia, quando comunicherà al Tesoro gli utili del 2020, evidenzierà la quota (circa 77 milioni) riferibile ai depositi del Mes. Il Tesoro quindi rinuncerà a quella quota e provvederà a girare la somma al Mes.
3 Ai limiti del grottesco il documento pubblicato a proposito della valutazione delle conseguenze dell'intervento in Grecia. L'ex commissario Ue Joaquin Almunia, nella veste di valutatore indipendente, ha accertato che l'intervento (tenere la Grecia nell'euro) è riuscito ma il paziente è morto (8 anni di riduzioni di bilancio hanno prodotto conseguenze sociali devastanti). Per dimostrare comunque la sua utilità, il Mes ritorna a parlare della sua riforma. E lo fa puntando sul suo ruolo di «paracadute» del fondo comune di risoluzione delle crisi bancarie. Nel caso quest'ultimo avesse esaurito i fondi necessari per il salvataggio di una banca, il Mes farebbe un prestito a 3 anni fino a 68 miliardi per sostenerlo. Peccato che se saltasse una banca significativa quei soldi sarebbero noccioline e comunque dovrebbe intervenire lo Stato. Negli altri casi, ci sono già le procedure nazionali. Come si vede, è proprio complicato trovare un ruolo per il Mes.
Ma anche l'Eurogruppo non se la passa molto bene. Da qualche settimana appare relegato in un ruolo periferico tra Bce, il vero attore decisivo per attutire l'impatto della crisi da Covid-19, e Commissione Ue, che ha ora il pallino in mano con la proposta del 27 maggio sul Recovery fund. Tanto che ne hanno discusso solo ieri, dopo alcune settimane dalla proposta franco-tedesca. Ieri è pure partita la selezione del prossimo presidente che vede favorita la spagnola Nadia Calvino. Ma questi tre mesi di defatigante confronto per trovare strumenti idonei a fronteggiare la crisi, hanno lasciato sul campo solo sfiducia reciproca. E allora l'Eurogruppo, per confermare la sua vocazione di istituzione divisiva, vuole rientrare in gioco proprio sul tema esplosivo delle riforme a cui sarà condizionata l'erogazione del Recovery fund. I ministri hanno discusso della relazione tra il piano di aiuti e le raccomandazioni del semestre europeo. Questa è la vera posta in gioco. Il blocco nordico sta maturando la convinzione che la promessa dei fondi, i cui tempi di erogazione sono molto in là nel tempo, è una formidabile occasione per disciplinarci e costringerci a sottostare alla caterva di raccomandazioni all'insegna dell'austerità espansiva che cercano di somministrarci da anni e che invece concorrono solo alla nostra crescita asfittica. Ad aprile di ogni anno, il nostro governo è costretto a dargli retta nelle centinaia di pagine del Piano nazionale delle riforme, ma i risultati non arrivano, e allora quale idea migliore di quella di costringerci ad applicarle nella forma di un programma di aggiustamento macroeconomico stringente che condizioni il Recovery fund? L'Eurogruppo ieri ha cominciato a lavorarci.
Potrebbe essere un modo per tenere buoni anche i 4 Paesi del patto di Visegrad che ieri hanno ribadito che i «fondi devono essere distribuiti equamente», con Repubblica Ceca e Ungheria tra i più critici.
Il richiamo alla realtà ieri è arrivato dai risultati delle aste dei Btp: 9,5 miliardi raccolti sulle scadenze di 3, 7 e 15 anni con rendimenti rispettivamente pari a 0,46%, 1,10% e 1,91% in netta discesa di circa 40 punti base rispetto alle precedenti aste. La Bce ha ribadito che non tollererà frammentazioni del mercato finanziari. Et de hoc satis.
E l’Antitrust europeo vuole rovinare le nozze miliardarie tra Fca e Psa
L'Antitrust europeo rende più ripido il cammino verso l'altare delle nozze da 50 miliardi di dollari tra Fca e Psa. Entro pochi giorni i due gruppi automobilistici dovranno smorzare i timori a Bruxelles sulla loro unione nel «redditizio» segmento dei piccoli van, altrimenti Bruxelles avvierà un'indagine. La scadenza per la Commissione per prendere una decisione è il 17 di giugno.
Unendo le divisioni van, Fca e Psa controllerebbero un terzo del mercato europeo, più del 16% di Renault e Ford. «Le due società sarebbero state riluttanti a vendere le divisioni, che sono molto redditizie», ha scritto il Financial Times riportando per primo le indiscrezioni sulla mossa dell'authority Ue. Protagonista di un film che rischia di diventare assai simile a quello visto negli ultimi tre anni sull'operazione Fincantieri-Stx lungo l'asse Roma-Parigi. Con sullo sfondo il fortino alzato da Emmanuel Macron a tutela e difesa degli asset nazionali che sembra destinato a portare i rapporti con il nostro Paese in tutt'altra direzione. Il 26 maggio l'Eliseo ha lanciato un piano di otto miliardi di euro per mettere benzina al mercato rimasto a secco con il lockdown. Ha deciso di finanziare direttamente i progetti di sviluppo della mobilità elettrica d'Oltralpe, vincolandoli però a una forte connotazione nazionalistica. Renault ha quindi aderito e riceverà dei fondi, rendendo più complessa la partita per Psa, che nella nuova costruzione societaria avrà la sede legale in Olanda come Fca. Che, parallelamente sta portando avanti una sua piattaforma già al lavoro a Mirafiori, da dove dal 4 luglio usciranno le prime 500 Bev. «I termini della fusione sono scritti nella pietra», ha sottolineato nelle scorse settimane il presidente del Lingotto, John Elkann, mandando così un messaggio anche all'Eliseo. Per altro a poche settimane da quando è saltata la cessione della controllata della cassaforte di famiglia Exor, PartneRe, alla francese Covea perché questa all'ultimo momento ha chiesto uno sconto di 2,5 miliardi sui 9 miliardi del prezzo pattuito. Ora potrebbero esserci degli effetti anche sull'operazione a sostegno della filiera dell'automotive varata con il prestito da 6,3 miliardi concesso a Fca da Intesa Sanpaolo che prevede la garanzia pubblica sull'80 per cento.
Nel frattempo, il rischio che le nozze fra le case automobilistiche debba passare le forche caudine di un'analisi lunga e su vasta scala da parte delle autorità comunitarie ha affondato i titoli in Borsa. Fca ha chiuso la seduta di ieri lasciando sul terreno di Piazza Affari il 7,7% a 8,07 euro, Cnh Industrial ha addirittura accusato un tonfo di quasi il 12% dopo essere stata anche sospesa per eccesso di ribasso, mentre a Parigi Psa Peugeot ha ceduto il 10 per cento. «Il closing si sposterebbe dal primo al secondo trimestre del 2021», evidenziano gli analisti di Equita, secondo cui «sapendo che sia Carlo Tavares che Mike Manley hanno sempre dichiarato che avrebbero fatto qualunque cosa pur di arrivare a risolvere i problemi sollevati dall`Antitrust». Per gli analisti di Banca Akros possibili soluzioni potrebbero passare per la cessione del 38% in Tofas, una partecipata turca di Fca che produce veicoli leggeri, o per quella di Sevel, la joint venture tra i due gruppi. Ma, aggiunge lo studio, si potrebbe anche pensare che «sia un modo per prendere più tempo per finalizzare il deal» e limare alcuni punti, compreso l'extra dividendo di 5,5 miliardi di Fca atteso nel 2021.
La tabella di marcia iniziale prevedeva di mettere il sigillo alle nozze entro il primo trimestre del prossimo anno. Ma con l'eventuale istruttoria Ue i tempi potrebbero allungarsi di quattro mesi. Se non di più. Perché gli orologi di Bruxelles a volte si fermano. Come è successo per la fusione varata ormai tre anni fa tra Fincantieri e Stx (Chantiers de l'Atlantique) perché le due società non sono riuscite a fornire le informazioni richieste nei tempi previsti a causa della crisi del coronavirus. Nei giorni scorsi la responsabile dell'Antitrust Ue, Margrethe Vestager, ha detto che misurare l'impatto sul mercato dell'offerta della società italiana di cantieristica navale si sta rivelando difficile e probabilmente richiederà del tempo.
Intanto, il rischio di blocco delle grandi fusioni italo-francesi- nei cantieri e nelle auto - si intreccia con una possibile redistribuzione dei fondi destinati alla Difesa attraverso il Recovery fund e può quindi avere dei riflessi anche su questo settore strategico, nonché sugli equilibri geopolitici. I piani della difesa devono essere inquadrati all'interno di un panorama più ampio che tocca necessariamente la Nato. «Vanno rispettati tempi e livello di bilancio previsti dalla Commissione europea per l'European defence fund», ha spiegato l'ad di Leonardo, Alessandro Profumo, al Parlamento nei giorni scorsi. Il riferimento è diretto alla Francia che ha presentato un suo piano di rilancio del settore aerospaziale, senza dimenticare che Macron ha più volte colpito la Nato per attaccare le scelte Usa.
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Italia, Francia e Germania sconteranno al Fondo salvastati i tassi sui depositi lasciati presso le banche centrali: un favore che vale molti milioni. Eurogruppo: per il dopo Mario Centeno in pole la spagnola Nadia Calvino.Entro pochi giorni i due gruppi dovranno smorzare i timori di Bruxelles sulla loro unione da 50 miliardi di dollari È solo l'ultimo bastone fra le ruote dell'Ue alle strategie aziendali italiane.Lo speciale contiene due articoliIeri i ministri delle Finanze dell'Eurozona sono saltati da una videoconferenza all'altra, senza nemmeno cambiare stanza. Prima hanno indossato la giacca di membri del consiglio dei governatori del Mes e poi quella di membri dell'Eurogruppo.La prima riunione era finalizzata all'approvazione del bilancio 2019 del Mes e le sorprese, nonostante lo sforzo propagandistico, non sono mancate. A partire dai sontuosi 177.000 euro annui di costo medio dei suoi 186 addetti. I cui sforzi per esaltare le virtù dell'istituzione in cui lavorano non convincono affatto. Come i 14 miliardi di risparmio realizzati dalla Grecia grazie ai tassi favorevoli dei prestiti del Mes, rispetto a un ipotetico ricorso al mercato. Peccato che tale mercato di fatto non esista e, quando c'è la Bce, i tassi li orienti lei e non ce n'è per nessuno. Il bilancio rivela un sostanziale immobilismo del Mes nel 2019:1Non ha erogato nuovi prestiti, né ha ricevuto rimborsi. Ha solo emesso obbligazioni per rimborsare quelle in scadenza. Tutto questo al modico costo di 72 milioni l'anno di costi operativi (personale incluso).2 Detiene circa 99 miliardi tra liquidità e strumenti finanziari, per buona parte derivanti dagli 80 miliardi di capitale versati dagli Stati membri, e cerca di impiegarli al meglio sui mercati. Tra i diversi impieghi possibili c'è anche quello del deposito presso le banche centrali di Germania e Francia che però applicano un tasso negativo pari al -0,50%. Ma, per tenerlo indenne da questo costo, una decisione dei rispettivi Parlamenti nazionali ha disposto il rimborso al Mes di 238 milioni. Tutto questo avrebbe avuto forse un senso se il bilancio fosse stato in perdita. Ma invece i 238 milioni si sommano a ulteriori 52 per costituire l'utile totale di 290 milioni. Incredibilmente, l'Italia ha pensato bene di aderire a questo sistema di sovvenzione del Mes che, si ribadisce, serve solo per imbellettare il suo bilancio. Infatti, i commi 537-539 della Legge di bilancio 2020 dispongono che la Banca d'Italia, quando comunicherà al Tesoro gli utili del 2020, evidenzierà la quota (circa 77 milioni) riferibile ai depositi del Mes. Il Tesoro quindi rinuncerà a quella quota e provvederà a girare la somma al Mes.3 Ai limiti del grottesco il documento pubblicato a proposito della valutazione delle conseguenze dell'intervento in Grecia. L'ex commissario Ue Joaquin Almunia, nella veste di valutatore indipendente, ha accertato che l'intervento (tenere la Grecia nell'euro) è riuscito ma il paziente è morto (8 anni di riduzioni di bilancio hanno prodotto conseguenze sociali devastanti). Per dimostrare comunque la sua utilità, il Mes ritorna a parlare della sua riforma. E lo fa puntando sul suo ruolo di «paracadute» del fondo comune di risoluzione delle crisi bancarie. Nel caso quest'ultimo avesse esaurito i fondi necessari per il salvataggio di una banca, il Mes farebbe un prestito a 3 anni fino a 68 miliardi per sostenerlo. Peccato che se saltasse una banca significativa quei soldi sarebbero noccioline e comunque dovrebbe intervenire lo Stato. Negli altri casi, ci sono già le procedure nazionali. Come si vede, è proprio complicato trovare un ruolo per il Mes. Ma anche l'Eurogruppo non se la passa molto bene. Da qualche settimana appare relegato in un ruolo periferico tra Bce, il vero attore decisivo per attutire l'impatto della crisi da Covid-19, e Commissione Ue, che ha ora il pallino in mano con la proposta del 27 maggio sul Recovery fund. Tanto che ne hanno discusso solo ieri, dopo alcune settimane dalla proposta franco-tedesca. Ieri è pure partita la selezione del prossimo presidente che vede favorita la spagnola Nadia Calvino. Ma questi tre mesi di defatigante confronto per trovare strumenti idonei a fronteggiare la crisi, hanno lasciato sul campo solo sfiducia reciproca. E allora l'Eurogruppo, per confermare la sua vocazione di istituzione divisiva, vuole rientrare in gioco proprio sul tema esplosivo delle riforme a cui sarà condizionata l'erogazione del Recovery fund. I ministri hanno discusso della relazione tra il piano di aiuti e le raccomandazioni del semestre europeo. Questa è la vera posta in gioco. Il blocco nordico sta maturando la convinzione che la promessa dei fondi, i cui tempi di erogazione sono molto in là nel tempo, è una formidabile occasione per disciplinarci e costringerci a sottostare alla caterva di raccomandazioni all'insegna dell'austerità espansiva che cercano di somministrarci da anni e che invece concorrono solo alla nostra crescita asfittica. Ad aprile di ogni anno, il nostro governo è costretto a dargli retta nelle centinaia di pagine del Piano nazionale delle riforme, ma i risultati non arrivano, e allora quale idea migliore di quella di costringerci ad applicarle nella forma di un programma di aggiustamento macroeconomico stringente che condizioni il Recovery fund? L'Eurogruppo ieri ha cominciato a lavorarci.Potrebbe essere un modo per tenere buoni anche i 4 Paesi del patto di Visegrad che ieri hanno ribadito che i «fondi devono essere distribuiti equamente», con Repubblica Ceca e Ungheria tra i più critici.Il richiamo alla realtà ieri è arrivato dai risultati delle aste dei Btp: 9,5 miliardi raccolti sulle scadenze di 3, 7 e 15 anni con rendimenti rispettivamente pari a 0,46%, 1,10% e 1,91% in netta discesa di circa 40 punti base rispetto alle precedenti aste. La Bce ha ribadito che non tollererà frammentazioni del mercato finanziari. Et de hoc satis.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-attesa-della-trappola-del-mes-siamo-noi-a-regalare-soldi-a-loro-2646169883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-lantitrust-europeo-vuole-rovinare-le-nozze-miliardarie-tra-fca-e-psa" data-post-id="2646169883" data-published-at="1591913904" data-use-pagination="False"> E l’Antitrust europeo vuole rovinare le nozze miliardarie tra Fca e Psa L'Antitrust europeo rende più ripido il cammino verso l'altare delle nozze da 50 miliardi di dollari tra Fca e Psa. Entro pochi giorni i due gruppi automobilistici dovranno smorzare i timori a Bruxelles sulla loro unione nel «redditizio» segmento dei piccoli van, altrimenti Bruxelles avvierà un'indagine. La scadenza per la Commissione per prendere una decisione è il 17 di giugno. Unendo le divisioni van, Fca e Psa controllerebbero un terzo del mercato europeo, più del 16% di Renault e Ford. «Le due società sarebbero state riluttanti a vendere le divisioni, che sono molto redditizie», ha scritto il Financial Times riportando per primo le indiscrezioni sulla mossa dell'authority Ue. Protagonista di un film che rischia di diventare assai simile a quello visto negli ultimi tre anni sull'operazione Fincantieri-Stx lungo l'asse Roma-Parigi. Con sullo sfondo il fortino alzato da Emmanuel Macron a tutela e difesa degli asset nazionali che sembra destinato a portare i rapporti con il nostro Paese in tutt'altra direzione. Il 26 maggio l'Eliseo ha lanciato un piano di otto miliardi di euro per mettere benzina al mercato rimasto a secco con il lockdown. Ha deciso di finanziare direttamente i progetti di sviluppo della mobilità elettrica d'Oltralpe, vincolandoli però a una forte connotazione nazionalistica. Renault ha quindi aderito e riceverà dei fondi, rendendo più complessa la partita per Psa, che nella nuova costruzione societaria avrà la sede legale in Olanda come Fca. Che, parallelamente sta portando avanti una sua piattaforma già al lavoro a Mirafiori, da dove dal 4 luglio usciranno le prime 500 Bev. «I termini della fusione sono scritti nella pietra», ha sottolineato nelle scorse settimane il presidente del Lingotto, John Elkann, mandando così un messaggio anche all'Eliseo. Per altro a poche settimane da quando è saltata la cessione della controllata della cassaforte di famiglia Exor, PartneRe, alla francese Covea perché questa all'ultimo momento ha chiesto uno sconto di 2,5 miliardi sui 9 miliardi del prezzo pattuito. Ora potrebbero esserci degli effetti anche sull'operazione a sostegno della filiera dell'automotive varata con il prestito da 6,3 miliardi concesso a Fca da Intesa Sanpaolo che prevede la garanzia pubblica sull'80 per cento. Nel frattempo, il rischio che le nozze fra le case automobilistiche debba passare le forche caudine di un'analisi lunga e su vasta scala da parte delle autorità comunitarie ha affondato i titoli in Borsa. Fca ha chiuso la seduta di ieri lasciando sul terreno di Piazza Affari il 7,7% a 8,07 euro, Cnh Industrial ha addirittura accusato un tonfo di quasi il 12% dopo essere stata anche sospesa per eccesso di ribasso, mentre a Parigi Psa Peugeot ha ceduto il 10 per cento. «Il closing si sposterebbe dal primo al secondo trimestre del 2021», evidenziano gli analisti di Equita, secondo cui «sapendo che sia Carlo Tavares che Mike Manley hanno sempre dichiarato che avrebbero fatto qualunque cosa pur di arrivare a risolvere i problemi sollevati dall`Antitrust». Per gli analisti di Banca Akros possibili soluzioni potrebbero passare per la cessione del 38% in Tofas, una partecipata turca di Fca che produce veicoli leggeri, o per quella di Sevel, la joint venture tra i due gruppi. Ma, aggiunge lo studio, si potrebbe anche pensare che «sia un modo per prendere più tempo per finalizzare il deal» e limare alcuni punti, compreso l'extra dividendo di 5,5 miliardi di Fca atteso nel 2021. La tabella di marcia iniziale prevedeva di mettere il sigillo alle nozze entro il primo trimestre del prossimo anno. Ma con l'eventuale istruttoria Ue i tempi potrebbero allungarsi di quattro mesi. Se non di più. Perché gli orologi di Bruxelles a volte si fermano. Come è successo per la fusione varata ormai tre anni fa tra Fincantieri e Stx (Chantiers de l'Atlantique) perché le due società non sono riuscite a fornire le informazioni richieste nei tempi previsti a causa della crisi del coronavirus. Nei giorni scorsi la responsabile dell'Antitrust Ue, Margrethe Vestager, ha detto che misurare l'impatto sul mercato dell'offerta della società italiana di cantieristica navale si sta rivelando difficile e probabilmente richiederà del tempo. Intanto, il rischio di blocco delle grandi fusioni italo-francesi- nei cantieri e nelle auto - si intreccia con una possibile redistribuzione dei fondi destinati alla Difesa attraverso il Recovery fund e può quindi avere dei riflessi anche su questo settore strategico, nonché sugli equilibri geopolitici. I piani della difesa devono essere inquadrati all'interno di un panorama più ampio che tocca necessariamente la Nato. «Vanno rispettati tempi e livello di bilancio previsti dalla Commissione europea per l'European defence fund», ha spiegato l'ad di Leonardo, Alessandro Profumo, al Parlamento nei giorni scorsi. Il riferimento è diretto alla Francia che ha presentato un suo piano di rilancio del settore aerospaziale, senza dimenticare che Macron ha più volte colpito la Nato per attaccare le scelte Usa.
Sullo sfondo lo stabilimento Ilva, nel riquadro Michael Flacks (Ansa)
Il via libera dei comitati di sorveglianza comunque pesa, perché in quegli organismi siedono anche i rappresentanti dei creditori. Ma si tratta solo di uno step. Ora la palla passa ai commissari straordinari, che – una volta incassato il placet del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – dovranno negoziare nel dettaglio con il fondo di Miami contenuti e condizioni dell’offerta ovvero investimenti, occupazione, piano industriale e impegni ambientali. L’obiettivo del governo è arrivare alla firma del contratto nella prima parte del 2026. Serviranno anche altri passaggi chiave: dall’ok dell’Antitrust europeo all’eventuale esercizio del Golden Power, se Palazzo Chigi riterrà strategica la produzione dell’acciaio. E soprattutto incombe la partita sindacale, che si annuncia complessa. Flacks parla di 8.500 occupati, ma Acciaierie d’Italia conta oggi poco meno di 10mila addetti, a cui si aggiungono circa 1.600 lavoratori Ilva in amministrazione straordinaria da anni in attesa di ricollocazione.
I sindacati sono divisi. La Fim Cisl invita a concentrarsi sui piani e non sui nomi. Uilm e Fiom esprimono invece forti perplessità. Rocco Palombella (Uilm) chiede un incontro urgente a Palazzo Chigi con la presidente Meloni per conoscere nel dettaglio l’offerta e avverte: «Non tollereremo pacchi preconfezionati». Per la Fiom Cgil, con Loris Scarpa, è «inaccettabile trattare con fondi speculativi alle spalle dei lavoratori» e torna la richiesta di una società a maggioranza pubblica.
Gli ostacoli tuttavia non sono finiti. Bisogna contare anche il ruolo della magistratura. Proprio nelle ore decisive per l’avvio della trattativa in esclusiva, la Procura di Taranto ha respinto per la seconda volta la richiesta di dissequestro dell’altoforno 1, fermo dopo l’incendio del 7 maggio scorso a una tubiera. L’impianto è sotto sequestro senza facoltà d’uso e l’area siderurgica marcia da mesi con un solo altoforno operativo, il numero 4. Acciaierie d’Italia farà ricorso al gip contro il provvedimento firmato dal pm Mariano Buccoliero e vistato dalla procuratrice capo Eugenia Pontassuglia. Secondo l’azienda, il protrarsi del sequestro non sarebbe compatibile con i principi del sequestro probatorio e con la giurisprudenza della Cassazione. La Procura, invece, ritiene necessari ulteriori accertamenti, nonostante l’attività di indagine – con consulenti nominati – si sia chiusa a fine ottobre. Il mancato dissequestro continua a depotenziare la capacità produttiva e a incidere sui piani industriali, come più volte sottolineato dal ministro Urso.
Intanto Flacks, nel suo post, promette fino a 5 miliardi di euro di investimenti per modernizzazione, elettrificazione e decarbonizzazione, con il governo italiano indicato come partner strategico al 40% e un’opzione per il fondo di salire ulteriormente nel capitale. Chissà...
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Ansa
Interventi resi possibili soprattutto il taglio delle aliquote dell’Irpef, grazie al prelievo su banche e assicurazioni. Per le banche, infatti, è stato aumentato del 2% l’Irap, con un gettito di circa 1,3 miliardi di euro. Inoltre, è stata ulteriormente ridotta la deducibilità sulle perdite pregresse: le percentuali scendono dal 43% al 35% per il 2026 e dal 54% al 42% per il 2027. In questo caso, le risorse garantite sono circa 600 milioni di euro in due anni. Irap più pesante anche per le assicurazioni, per le quali, in aggiunta, è stata innalzata al 12,5% l’aliquota sulla polizza Rc auto per gli infortuni al conducente. Alle compagnie sono richiesti 1,3 miliardi attraverso il versamento di un acconto pari all’85% del contributo sul premio delle assicurazioni dei veicoli e dei natanti, dovuto per l’anno precedente al gettito dalla manovra è tutto qui. Altre risorse, circa mezzo miliardo, arrivano dall’aumento delle accise sui carburanti, mentre 213 dal rincaro dei tabacchi.
Il pilastro della manovra è rappresentato dal taglio della seconda aliquota dell’Irpef per i redditi fino a 50.000 euro, dal 35 al 33%. Tra le altre voci la tassazione agevolata al 5% sugli incrementi contrattuali (per i redditi fino a 33.000 euro e per i contratti rinnovati dal 2024 al 2026). Sui premi di risultato e forme di partecipazione agli utili d’impresa, fino a 5.000 euro, l’imposta sostitutiva scende all’1%. Sale da 8 a 10 euro la soglia esentasse dei buoni pasto.
A sostegno delle imprese ci sono l’estensione fino al 30 settembre 2028 dell’iperammortamento, le risorse per il credito d’imposta Transizione 5.0 (1,3 miliardi) e Zes (532,64 milioni). L’altro destinatario delle risorse è la famiglia, alla quale sono state destinati 1,5 miliardi di euro. La manovra promette agevolazioni per il calcolo dell’Isee. Le paritarie potranno anche essere esentate dall’Imu. A neodiplomati la nuova Carta Valore Cultura per l’acquisto di materiali e prodotti culturali.
Tra i temi più dibattuti ci sono la rottamazione quinquies e gli affitti brevi. I debiti maturati dall’1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2023 potranno essere estinti attraverso una rateizzazione su 9 anni con 54 rate bimestrali, con un interesse al 3%. Per le locazioni turistiche, resta la cedolare al 21% per il primo immobile, mentre sale al 26% sul secondo e dal terzo scatta l’attività di impresa.
Alcuni dei nodi sono rimasti sospesi e saranno al centro del dibattito politico nei prossimi mesi. Resta un capitolo aperto, quello delle pensioni con la richiesta della Lega di sterilizzare l’innalzamento dell’età pensionabile che scatta dal 2027. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha detto che «si vedrà nel 2026» e ha ricordato che l’aumento di un mese nel 2027 e di due mesi nel 2028 dell’età pensionabile, laddove ci sarebbe stato un innalzamento automatico di tre mesi dal 2027, ha richiesto come «copertura oltre un miliardo». La legge di Bilancio, inoltre, fa saltare la possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente cumulando la rendita della previdenza complementare. Altro cantiere aperto sempre da parte della Lega per il dopo manovra, è il ritorno alla flat tax incrementale e a quella per i giovani under 30 e under 35. Forza Italia invece punta a irrobustire il sostegno ai ceti medi e ad allargare la base dell’Irpef almeno a 60.000.
Nel 2026 il governo potrà valersi dell’ottava rata del Pnrr, pari a 12,8 miliardi di euro, inviata dalla Commissione europea a seguito della valutazione positiva sul raggiungimento di 32 obiettivi. Inoltre, è stata inoltrata anche la richiesta di pagamento della nona e penultima rata, anch’essa pari a 12,8 miliardi di euro. «L’Italia si conferma capofila in Europa nell’attuazione del Pnrr, sia per numero di obiettivi raggiunti sia per importo ricevuto, che con l’ottava rata sale a 153,2 miliardi di euro, pari al 79% della dotazione totale, a fronte della media europea del 60%», ha affermato il premier Meloni.
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L'imam della comunità islamica di Torino, Mohamed Shanin (Ansa)
La decisione della Corte d’appello di Caltanissetta rappresenta un nuovo stop per il governo sul terreno della sicurezza e dell’immigrazione. I giudici hanno infatti confermato che l’imam torinese Mohamed Shahin, in quanto richiedente asilo, può restare sul territorio italiano in attesa che la sua domanda di protezione internazionale venga esaminata. Una pronuncia che non cancella formalmente il decreto di espulsione firmato dal ministero dell’Interno, ma che ne sospende l’efficacia, impedendone l’esecuzione fino alla conclusione della procedura. Si tratta di una conferma di quanto già stabilito in primo grado dal tribunale di Caltanissetta, contro cui l’Avvocatura dello Stato aveva presentato ricorso. Anche in appello, tuttavia, la linea dell’esecutivo si è scontrata con la valutazione dei giudici, che hanno ritenuto legittima la permanenza di Shahin in Italia in virtù della richiesta di asilo presentata dopo l’arresto. Un esito che, sul piano politico, viene letto come l’ennesimo schiaffo al Viminale, impegnato da mesi a difendere un provvedimento adottato esclusivamente per ragioni di sicurezza nazionale.
La vicenda affonda le sue radici nello scorso novembre, quando il ministero dell’Interno aveva emesso un decreto di espulsione nei confronti dell’imam, motivandolo con la presenza di elementi ritenuti indicativi di una radicalizzazione ideologica. Al centro del dossier vi erano anche alcune dichiarazioni sulla strage compiuta dai miliziani di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023, considerate dalle autorità incompatibili con la permanenza sul territorio nazionale. In seguito al decreto, Mohamed Shahin era stato trasferito nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta, in attesa dell’esecuzione dell’espulsione. Ma già in quella fase era arrivato un primo, significativo stop per il governo: la Corte d’appello di Torino aveva infatti disposto la sua liberazione, ritenendo che non sussistessero i presupposti giuridici per il trattenimento nel Cpr. Una decisione che aveva di fatto indebolito l’impianto del provvedimento ministeriale, pur senza metterlo formalmente in discussione.
Ora, con la pronuncia della Corte d’appello di Caltanissetta, l’azione dell’esecutivo subisce un ulteriore rallentamento. I giudici non entrano nel merito del decreto di espulsione, ma ribadiscono che la presentazione di una domanda di protezione internazionale produce effetti sospensivi, imponendo allo Stato di attendere l’esito della procedura prima di procedere con l’allontanamento. Una distinzione tecnica, ma politicamente pesante, perché di fatto congela l’iniziativa del governo. Sul piano amministrativo resta aperto un altro fronte cruciale: quello relativo alla revoca del permesso di soggiorno di Shahin. Su questo aspetto dovrà pronunciarsi il Tar del Lazio nel mese di gennaio. Anche in questo caso, però, i tempi della giustizia amministrativa si sovrappongono alle esigenze di sicurezza rivendicate dal Viminale, alimentando la frizione tra poteri dello Stato.
A complicare ulteriormente il quadro è l’emersione del nome di Mohamed Shahin negli atti dell’Operazione Domino, l’inchiesta che ha portato alla scoperta di una presunta rete di raccolta e trasferimento di fondi destinati a Hamas. Nell’ordinanza firmata dal gip Silvia Carpantini viene ricostruita l’attività della cosiddetta cellula di Mohammed Hannoun, attiva anche in Italia. Tra i contatti citati compare più volte - pur senza risultare indagato - proprio l’imam di Torino. Il suo nome emerge in diverse conversazioni intercettate, talvolta con errori di battitura, ma comunque riconducibili a Shahin. Dagli atti risulta che l’imam intrattenesse rapporti diretti con uno degli arrestati, l’uomo accusato di raccogliere fondi a Torino per destinarli a Gaza. Un elemento che rafforza, sul piano politico, la convinzione dell’esecutivo di trovarsi di fronte a un profilo altamente problematico, anche in assenza di contestazioni penali formali. Non sorprende, quindi, la dura reazione di Fratelli d’Italia. La deputata Augusta Montaruli, che da tempo segue il caso, parla apertamente di una distorsione del sistema. «È incredibile - ha dichiarato - che dopo anni di permanenza in Italia emerga una richiesta di protezione internazionale solo a seguito di un decreto di espulsione. Ma ancora più incredibile è che questo strumento diventi un modo per bloccare l’allontanamento, a fronte di elementi che, al di là delle eventuali responsabilità penali, si aggiungono ad altri che già motivavano un’espulsione preventiva per ragioni di sicurezza nazionale». Il caso di Mohammed Shahin si conferma così come uno dei dossier più sensibili per il governo sul fronte dell’immigrazione e della prevenzione. Non un annullamento formale delle decisioni del Viminale, ma una serie di incredibili stop giudiziari che ne paralizzano l’efficacia, alimentando lo scontro politico e lasciando aperta una partita che, tra tribunali ordinari, giustizia amministrativa e procedure di asilo, è tutt’altro che chiusa e che mette a repentaglio la sicurezza nazionale.
Hannoun non risponde alle domande. A sinistra presentano il conto a Elly
La notte di Mohammad Hannoun nel carcere di Marassi ha già una scadenza. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha deciso che il carcere genovese non è il posto giusto per un uomo accusato di terrorismo. E così, a breve, l’architetto palestinese di 63 anni, indicato dagli inquirenti come figura apicale della cellula italiana di Hamas, verrà trasferito. A Ferrara o ad Alessandria, entrambe strutture dotate di sezioni ad «alta sorveglianza», quelle riservate ai detenuti accusati di terrorismo o eversione. Sezioni speciali. Sorveglianza rafforzata. Isolamento più rigido. «Si tratta di una decisione amministrativa che non dipende né dalla giudice né dalla Procura», spiegano i suoi difensori, Fabio Sommovigo ed Emanuele Tambuscio. Hannoun, dal momento dell’arresto, è stato posto in isolamento. Sabato le manette, poi Marassi. E ieri mattina alle 9 in punto l’interrogatorio di garanzia davanti al gip che l’ha privato della libertà: Silvia Carpanini. E la scelta dell’indagato è stata netta. Hannoun si è avvalso della facoltà di non rispondere. «Gli abbiamo consigliato noi di avvalersi», spiegano ancora i legali, «perché non ha avuto modo ancora di leggere gli atti». Ma non è stato un muro totale. Perché Hannoun, pur senza rispondere alle domande, ha rilasciato dichiarazioni spontanee. Ha parlato per circa mezz’ora. Ha rivendicato la sua storia, la sua attività di raccolta fondi «per iniziative precise di beneficenza a favore del popolo palestinese in tutte le sedi, cioè Gaza, la Cisgiordania e i campi profughi, attività che ha cominciato a svolgere negli anni Novanta». Hannoun ha confermato la finalità umanitaria del suo agire e ha provato a smontare la pietra angolare dell’accusa: ha negato con forza di avere finanziato direttamente o indirettamente Hamas. Poi ha spiegato come funzionava la raccolta fondi e la loro distribuzione prima e dopo il 7 ottobre 2023. Da una parte l’accusa, che parla di oltre 7 milioni di euro transitati attraverso associazioni benefiche fondate e guidate da Hannoun, soldi che secondo gli investigatori avrebbero alimentato Hamas. Dall’altra la versione dell’indagato, che insiste su un’attività di beneficenza cominciata 30 anni fa, su canali, modalità e contesti che, a suo dire, nulla avrebbero a che fare con il finanziamento del terrorismo. I suoi avvocati valutano i prossimi passi, ovvero «se presentare una qualche istanza di attenuazione della misura o se proporre ricorso al tribunale del Riesame». Sulla vicenda piove da sinistra una bomba su Pd. A lanciarla è l’ex dem Sandro Gozi, eurodeputato dei centristi di Renew Europe (ma è stato eletto con il partito di Emmanuel Macron) e segretario generale del Partito democratico europeo, in relazione alle manifestazioni pro Pal: «La sinistra deve fare i conti con una realtà scomoda. C’è imbarazzo, legato a una sottovalutazione e a un’ingenuità, da parte dei propri leader. Questo mix deve essere subito superato da Elly Schlein, altrimenti non puoi guidare il Pd». La ramanzina di Gozi prosegue: «Parliamo di posizioni politiche molto nette, come quelle di chi ha definito Hamas un movimento di resistenza o che ha detto che si possono uccidere tranquillamente gli ebrei, che non potevano essere mescolate con l’entusiasmo di tanti giovani e non che, in buona fede, hanno partecipato alle iniziative pro Pal. Movimenti interi sono stati strumentalizzati». L’eurodeputato ha poi criticato duramente anche il comportamento di alcuni amministratori locali dem: «Quei sindaci, che sono andati a quelle manifestazioni, sono stati davvero degli sprovveduti a dare, poi la cittadinanza onoraria a un personaggio come la Albanese». Il riferimento è a Francesca Albanese, la giurista relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. «Anche Bonelli (Angelo, portavoce di Alleanza dei Verdi e Sinistra, ndr), dopo le ultime rivelazioni, ha dovuto scaricarla».
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Sara Kelany (Imagoeconomica)
Poi a maggio, un giudice della corte d’Appello di Lecce, ritenendo che su un tema complesso come la protezione internazionale il giudicante debba essere specializzato, aveva rimesso la questione nelle mani della Corte Costituzionale. Che invece, in materia di immigrazione, ha promosso il governo a pieni voti. Diversamente dalle misure in materia di pedaggi in autostrada che saliranno del 15% o del fine vita dove il ricorso del governo contro la regione Toscana è stato accolto a metà. «Per mesi le sinistre, ong e parte della magistratura ci hanno attaccato ferocemente affermando che avremmo voluto cambiare il giudice naturale e dicendo che la norma sarebbe stata illegittima», ha commentato Kelany. «Niente di tutto questo».
Il coinvolgimento delle Corti d’Appello era nato in risposta al muro eretto dal tribunale di Roma contro i trasferimenti dei migranti in Albania, con i trattenimenti nei centri sistematicamente annullati dai giudici. Carrellate di ricorsi e altrettanti accoglimenti fotocopia.
Un’alzata di scudi da parte delle sezioni immigrazione dei tribunali civili che hanno portato l’operazione Albania ad un impasse, ad utilizzare i centri di Shengjin e Gjadër come cpr per destinatari di provvedimenti di espulsione, e quindi a congelare la funzione per cui erano nati, quella di basi per operazioni accelerate di frontiera destinate a chi sbarca da paesi sicuri.
Ma proprio questo era il punto contestato dai giudici delle sezioni immigrazione che anziché valutare le posizioni dei singoli migranti, avevano messo in dubbio il diritto da parte del governo di stilare una propria lista di Paesi sicuri. Una posizione che i giudici dichiaravano di prendere solo in punta di diritto, in linea con la Corte di giustizia europea e il principio per cui un Paese o è sicuro per tutti o non lo è.
Caso dopo caso però, con i trattenimenti dei migranti tutti sistematicamente respinti, è emersa una matrice probabilmente ideologica visto che la Corte di giustizia europea non detta ai magistrati una linea ma dà l’opportunità di un controllo giurisdizionale. Che però, curiosamente, è andato sempre in un’unica direzione. Contraria a quella del governo.
In primis Silvia Albano, a capo della sezione immigrazione del Tribunale civile di Roma, presidente di Magistratura democratica e sostenitrice di una lettura a dir poco estensiva del diritto di asilo.
Ora però in linea con le scelte del governo c’è anche l’Europa visto che nel 2026, probabilmente già a febbraio, sarà operativa la lista sui Paesi sicuri. Tra questi anche Egitto e Bagladesh, rigorosamente nella black list dei Paesi più insicuri secondo i giudici. «I riconoscimenti che stiamo ottenendo a livello europeo dimostrano che le nostre decisioni non sono prese sulla base dell’ideologia ma della legge. Le persone hanno bisogno di norme certe di capire chi può essere accolto e chi no. A beneficio anche di chi ha veramente diritto alla protezione», così il senatore Marco Scurria di Fdi. Soddisfazione dalla maggioranza, con Nicola Molteni, sottosegretario al ministero dell’Interno che spiega come la decisione della Corte conferma che la strada intrapresa dal governo per contrastare l’immigrazione irregolare, di massa, senza regole è quella giusta. «Oltre il 35% dei reati in Italia sono connessi da stranieri che diventano oltre il 50% per i reati predatori da strada. Quindi bloccare l’immigrazione illegale è funzionale per garantire sicurezza nelle nostre città».
Linea sostenuta da sempre anche dall’europarlamentare della Lega Anna Cisint che punta il dito contro i rallentamenti causati da iniziative giudiziarie «su un tema che invece richiede decisioni rapide e responsabili. È sempre più ovvio quanto nel nostro Paese sia necessaria la separazione delle carriere. La gestione dei temi legati ai migranti irregolari, ai trattenimenti e alle procedure di estradizione è condizionata dall’azione congiunta di una parte della politica e della magistratura che operano secondo logiche ideologiche».
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