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2020-06-08
Immigrati, va peggio di prima
Ansa
Il tema è scomparso dall'agenda dell'Europa, messo in secondo piano dall'emergenza sanitaria. La riforma del sistema di asilo di Dublino è uscita dall'agenda: la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, ha detto di non sapere quando sarà riavviata la discussione. La pandemia ha rallentato i ricollocamenti dei migranti in Europa mentre gli sbarchi si sono intensificati. Dal 1° gennaio al 5 giugno, secondo il Viminale, c'è stata una vera esplosione rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. In questi 5 mesi gli arrivi sono stati 5.461 contro i 1.878 dello stesso periodo del 2019: +290,8%. Nei primi 3 giorni di giugno sono sbarcati 239 migranti con un picco, il 2, di 137. Numeri importanti per i minori non accompagnati: 851 al 1° giugno, mentre in tutto il 2019 ne sono arrivati 1.680. I Paesi di provenienza sono Bangladesh, Costa d'Avorio, Tunisia, Sudan, Algeria, Marocco.
A incentivare i flussi non è solo la bella stagione, come da consuetudine, ma soprattutto il sentore che il clima politico nei confronti dell'immigrazione in Italia è cambiato e si è allentata la presa che aveva caratterizzato il periodo in cui il ministro dell'Interno era Matteo Salvini. Le ripetute dichiarazioni del nuovo ministro, Luciana Lamorgese, sulla modifica del decreto Sicurezza e la sanatoria degli irregolari inserita nel decreto Rilancio, sono un segnale eloquente che il governo persegue una politica più tollerante. Il piano per smantellare i provvedimenti della Lega era già pronto a febbraio, ma la pandemia ha rivoluzionato l'agenda dell'esecutivo. Questa strategia trova una sponda a Bruxelles che non trova una linea comune sulla gestione dei flussi. La Commissione avrebbe dovuto da tempo partorire un nuovo patto sul meccanismo di ricollocazione dei migranti salvati in mare e sulla responsabilità degli Stati di bandiera della navi Ong. Ma ancora non c'è traccia. E l'aumento di clandestini è un fattore che acuisce la tensione sociale.
Uno studio dell'Onu prevede un aumento dei flussi a causa del peggioramento della situazione economica globale. In Libia ci sono 650.000 immigrati pronti a imbarcarsi. E l'approdo più facile è l'Italia. Grecia e Malta stanno attuando una politica di respingimento, nonostante la condanna della Ue e dell'Onu. I profughi intercettati vengono riportati sulle coste turche e libiche. Malta, secondo testimonianze, addirittura indirizzerebbe i migranti verso le coste italiane con tanto di coordinate Gps e fornitura di carburante. Il risultato è che in questi mesi, con le preoccupazioni di tutta Italia catalizzate dall'emergenza sanitaria, di immigrazione non si è occupato nessuno e le situazioni più difficili si sono addirittura incancrenite. Lo scenario drammatico non pare interessare al governo. Anzi, invece di cercare di contenere gli arrivi in un momento critico per l'economia, quando è lo stesso Viminale a lanciare l'allarme per il rischio che esploda la «rabbia degli italiani», il governo ha varato una sanatoria degli irregolari che è come un invito a venire nel nostro Paese.
Durante la pandemia, sia il governo italiano sia quello libico hanno dichiarato i propri porti «non sicuri» ma gli sbarchi sono continuati come se nulla fosse. Ma il flusso non avviene soltanto via mare: gli ingressi di clandestini si sono intensificati anche nelle regioni del Nord Italia. Immigrati asiatici, soprattutto afghani e pakistani, seguono la rotta dei Balcani: dalla Turchia arrivano in qualche modo in Bosnia, poi entrano in Croazia e Slovenia e quindi giungono a Trieste pressoché indisturbati.
A fine aprile, nel capoluogo giuliano si è registrata un'impennata di ingressi, con picchi di oltre 100 al giorno. A Fernetti, sul valico con la Slovenia, gli arrivi in massa hanno creato problemi per i controlli sanitari al punto che il Viminale ha dovuto mandare altri 40 agenti di rinforzo alla polizia di frontiera. C'è chi già parla di una Lampedusa del Nordest. La situazione è tornata critica anche alla frontiera con la Francia. La Caritas ha segnalato una ripresa dei transiti di migranti, il che fa pensare a nuovi respingimenti verso il nostro Paese.
Rischia di sfuggire di mano la situazione a Lampedusa. Gli sbarchi sono continuati anche durante il lockdown. Nell'indifferenza dell'Europa, l'isola sta per esplodere. L'hotspot è già ben oltre la capienza e la nave per la quarantena che staziona tra l'isola e le coste dell'Agrigentino è stracolma di migranti in quarantena. Nell'albergo Villa Sikania a Siculiana, non lontano dalla spiaggia della Scala dei Turchi, oltre 20 tunisini ospitati hanno violato la quarantena e sono fuggiti.
Sono stati subito rintracciati, ma già si era scatenata la protesta dei residenti. Sempre nell'isola, uno dei punti più critici è il centro di accoglienza a Villa Sant'Andrea di Valderice (Trapani). In Sicilia le baraccopoli si montano e si smontano come il Lego. Alcune contengono discariche a cielo aperto. Aree-ghetto, sorta di favelas, si trovano nelle campagne di Cassibile, in provincia di Siracusa, e a Vittoria presso Ragusa. Le tendopoli a Campobello di Mazara, nel Trapanese, come a Caltanissetta, nei pressi del Cie di Pian del Lago, si riempiono contro ogni rispetto delle norme igieniche. Il presidente di Anci (Associazione nazionale Comuni d'Italia) Sicilia, Leoluca Orlando, ha lanciato l'allarme sul sovraffollamento dei centri d'accoglienza nei Comuni dell'Agrigentino e del Ragusano ma è stato un urlo in un deserto. Gli arrivi in massa stanno intasando le baraccopoli. Alle criticità sanitarie si aggiungono i rapporti problematici con le comunità del luogo, stressate dalla crisi economica. C'è il pericolo che si inneschi una guerra tra poveri con degenerazioni violente. Nelle baraccopoli del Metaponto in Basilicata vivono oltre 2.000 immigrati, disperati, sfruttati dai caporali. La piana di Gioia Tauro è il punto caldo dell'immigrazione in Calabria. Vi lavorano, secondo stime della prefettura, 1.500 persone, provenienti dall'Africa. È una polveriera sempre pronta a deflagrare. Rosarno vive ancora nell'incubo della notte fra il 7 e l'8 gennaio 2019, quando centinaia di immigrati, ospitati in una fabbrica in disuso in condizioni di estremo degrado, si riversarono per il centro della città, armati di bastoni e armi improvvisate, devastando centinaia di auto e incendiando cassonetti dei rifiuti. Altro punto nevralgico in Calabria è il Cara di Isola Capo Rizzuto (Crotone), capace di ospitare 1.000 persone.
In Puglia il Cara (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Borgo Mezzanone a una decina di chilometri da Foggia, ospita migliaia di immigrati ma altrettanti vivono nelle baracche disseminate attorno. La provincia di Foggia brulica di insediamenti abusivi di stranieri. In Campania i clandestini si concentrano nel Salernitano e nel Casertano. Prevalgono le occupazioni di edifici che spesso condividono con italiani in condizioni di estrema povertà. A Roma atteggiamenti di esasperazione contro i migranti sono sempre più frequenti. Al Tiburtino III, quartiere popolare della periferia Est, i residenti sono riusciti a far sgomberare l'ex centro di accoglienza occupato da clandestini di origine africana. Una bomba sociale è anche il centro di Torre Maura, sempre a Roma, dove giorni fa un blitz della polizia ha portato all'arresto di alcuni nordafricani abusivi.
«Arrivano a centinaia. Trieste abbandonata da Europa e governo»

Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza (Ansa)
«Stanno arrivando a centinaia e non abbiamo più strutture dove alloggiarli per trascorrere la quarantena. La popolazione è esasperata e preoccupata. Ci sono stati casi di violenza. Trieste ha sempre vissuto il problema degli ingressi di migranti, per la sua collocazione al confine, ma ora la situazione sta diventando ingestibile. Pare anche che la polizia non riesca a frenare i flussi perché, così mi dicono, ci sono associazioni che denunciano gli agenti. In alcuni giorni ci sono stati oltre 160 ingressi. Tutti, il governo e l'Europa, si voltano dall'altra parte e noi siamo qui, da soli a gestire un'emergenza che si sta ingigantendo». Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste, parla a raffica, concitato. Ha appena inviato una lettera firmata con i primi cittadini di Gorizia, Rodolfo Ziberna, e Tarvisio, Renzo Zanette, al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e ai ministri degli Esteri Luigi Di Maio e dell'Interno Luciana Lamorgese, per richiamare l'attenzione sull'aumento dei flussi di migranti e la mancanza di strutture per la quarantena.
In attesa di una risposta del governo come state affrontando la quarantena dei migranti?
«Abbiamo installato una tendopoli sul Carso dove diamo tutti i servizi. Le altre strutture come gli alberghi non bastano più, stanno esplodendo. Gli arrivi di minori non accompagnati sono aumentati addirittura del 400%. Per legge se ne deve occupare il Comune anche se i finanziamenti sono della Regione, ma non sappiamo più dove ospitarli per la quarantena. Il confine è un colabrodo. Gli ingressi ci sono sempre stati, sia chiaro, è un problema vecchio, ma ora il flusso è sistematico e numericamente in crescita. Non mi stupisco se Trieste è stata definita la Lampedusa del Nordest».
Arrivano indisturbati, seguendo la rotta dei Balcani?
«Molti sono originari del Pakistan, attraversano la Turchia, la Croazia e la Slovenia senza trovare alcun ostacolo, e ce li ritroviamo qui. Sanno che in Italia c'è una politica più tollerante. Gli altri Paesi chiudono gli occhi, li lasciano passare. I numeri ufficiali sono solo la punta di un iceberg. Da Trieste a Tarvisio ci sono 160 chilometri di confine molto facile da varcare. Inoltre, mi dicono di associazioni molto attive negli aiuti ai migranti, che fanno di tutto per facilitare gli ingressi anche denunciando le forze dell'ordine che cercano invece di porre un argine alle irregolarità. Prima del Covid i clandestini, una volta individuati, venivano smistati in vari centri ma ora la quarantena complica la situazione e c'è il rischio di tensioni sociali».
Come sta reagendo la popolazione?
«C'è grande insofferenza a Trieste ma anche indignazione per l'indifferenza del governo. Soffriamo l'assenza delle istituzioni. La popolazione vede gli immigrati girovagare per la città, sdraiati sui prati o sulle panchine, pronti a tirar fuori il coltello per un nulla, mentre la città vive la crisi economica. Proprio alcuni giorni fa un pakistano e un algerino si sono presi a coltellate. Ci sono quelli che spacciano. Sanno che non andranno a finire in prigione e che al massimo possono essere puniti con una contravvenzione che non pagheranno mai. Non si possono nemmeno impiegare nella raccolta della frutta perché non sono regolarizzati. Per non parlare del degrado che si lasciano dietro. Il Carso è disseminato di migliaia di vecchi giubbotti, pantaloni, scarpe, abbandonati da chi arriva. Trieste è sempre stata una città tranquilla, dove si poteva andare in giro di notte senza pericoli, ma ora le persone hanno paura».
Quanti restano in Italia e quanti ripartono verso la Germania, la Francia, l'Austria?
«Difficile dirlo perché quelli identificati sono una minoranza. Molti si fanno riconoscere perché sanno che in Italia possono accedere a una serie di servizi di assistenza e alle cure sanitarie. Ci sono associazioni che li affidano ad avvocati per portare avanti le pratiche e nel frattempo possono restare nel nostro Paese indisturbati. Mi dicono che i respingimenti dalla Germania sono ricominciati. Quelli dalla Croazia e dalla Slovenia non si sono mai fermati. È una strategia consolidata. Noi invece, li accogliamo a braccia aperte».
L'accoglienza diffusa è un principio che guida la politica italiana sui migranti.
«È un errore dalle conseguenze gravi, come stiamo verificando in questa emergenza del Covid».
Come andrebbe affrontato il problema?
«Abbiamo tante caserme dismesse che potrebbero essere utilizzate per ospitare i migranti in quarantena. Ma quando si tocca questo argomento la sinistra alza le barricate. È una impostazione miope, ideologica e dannosa. Se si concentrassero i migranti in luoghi precisi potremmo avere la situazione sotto controllo. Sarebbe più facile verificare le loro condizioni sanitarie. L'accoglienza diffusa è un errore enorme. Nella lettera inviata al governo con gli altri sindaci chiediamo che sia risolto nell'immediato il problema degli spazi idonei a ospitare le quarantene per i minori non accompagnati, come anche per i richiedenti asilo adulti. Sollecitiamo anche un'azione diplomatica per bloccare la ripresa dei flussi sulla rotta balcanica e attivare ulteriori controlli sui confini per respingere i nuovi arrivi. Non è possibile che di un problema internazionale, e in subordine nazionale, debba farsi carico il Comune».
«La soluzione è una sola: i respingimenti»
«La Slovenia sbarra le frontiere agli italiani ma lascia passare senza battere ciglio centinaia di migranti in condizioni igienico-sanitarie pessime. La soluzione è nei respingimenti». Gianandrea Gaiani, direttore del sito web Analisi Difesa ed ex consigliere di Matteo Salvini quando era al governo, ha una visione chiara di come andrebbe affrontato il problema dei clandestini.
Si dice che riportare sulle coste libiche gli immigrati significa condannarli alla reclusione nei lager.
«È una falsità. Gran parte di coloro che sbarcano in Italia provengono da Bangladesh, Marocco e Tunisia. Quindi non fuggono da guerre o persecuzioni. Respingimenti non significa rispedirli nei lager ma affidarli alle agenzie dell'Onu che possono creare ponti aerei e rimpatriarli. Se è chiaro che in Italia si entra solo con i passaporti in regola, nessuno partirà più».
È quanto stanno facendo Grecia e Malta.
«Per il nostro Paese è il momento giusto per creare un fronte comune».
Ma il governo si muove in direzione opposta.
«Stiamo attuando una politica dell'accoglienza che ci rende ridicoli. Quattro ministri hanno firmato un documento che disponeva la chiusura dei porti durante l'emergenza Covid, ma poi abbiamo deciso di prenderci in carico i profughi della Open Arms. Anche la Germania aveva chiesto alle ong di fermarsi».
Conte sta forse aspettando un segnale dall'Europa?
«Ennesimo errore. Chi può credere che la Ue ci tolga le castagne dal fuoco? Comunque, qualsiasi criterio di suddivisione dei migranti è sbagliato all'origine. Più suddividi i migranti e più ne arrivano. Spesso la loro destinazione è la Francia e la Germania, da dove il più delle volte vengono respinti. Deve passare il principio che non si entra. Solo in questo modo si blocca il business dei trafficanti. La pandemia ha ingigantito il problema. Mettiamo i clandestini in quarantena su navi che costano 1 milione di euro al mese quando non riusciamo a dare soldi agli operai e alle imprese. Ma è evidente che non si vuole risolvere il problema alla radice. Spendere risorse per accogliere immigrati illegali di cui non c'è bisogno è suicida. Serve solo a dare commesse alle organizzazioni di soccorso e di accoglienza legate alla sinistra, le “lobby dell'accoglienza" che, con Salvini ministro, avevano visto ridursi il giro d'affari».
La sanatoria degli irregolari è una falsa soluzione?
«È solo un messaggio mandato a tutto il mondo che in Italia si può venire tranquillamente, tanto prima o poi arriva una regolarizzazione. Inoltre, la sanatoria ha un costo. Il datore di lavoro deve pagare circa 500 euro e anche per l'immigrato è previsto un esborso. Chi è disposto a farlo? Gli irregolari avrebbero il permesso di soggiorno, non un posto di lavoro, dal momento che ben 400.000 italiani non hanno più un'occupazione. Ed è già dimostrato che non servirà a portare braccianti sui campi. I tempi burocratici sono così lunghi che la raccolta di frutta e verdura sarà finita».
«A Lampedusa scoppia il finimondo»

Il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello (Ansa)
La situazione a Lampedusa è esplosiva. Dopo l'atto vandalico alla Porta d'Europa, ecco il rogo dei barconi abbandonati. «O il governo interviene o può succedere di tutto. Non si può continuare a far finta di niente». Salvatore Martello, sindaco di Lampedusa, non trattiene l'agitazione. Nei giorni scorsi la Porta d'Europa, il monumento dell'artista Mimmo Paladino dedicato all'accoglienza dei migranti, è stato impacchettato con teli di plastica neri e corde. Un «no» esplicito ai migranti. A far salire la tensione è seguito il rogo di 50 barconi accatastati in due punti dell'isola, discariche espressione del degrado dell'isola. Negli ultimi mesi, nonostante la pandemia, Lampedusa ha dovuto fare i conti con centinaia di sbarchi (600 solo nell'ultima settimana, 5.500 da inizio anno, triplicati rispetto al 2019) e questo ha contribuito ad aumentare l'indignazione della popolazione già preoccupata per la crisi economica. Le proteste si intensificano ed è stata avviata una raccolta di firme da inviare al governo e alla Regione per chiedere la chiusura dell'hotspot dove vengono ospitati i migranti, che peraltro è privo delle condizioni igieniche richieste contro la pandemia. Intanto le Ong tornano. Dopo la Sea Watch, la Mare Jonio di Mediterranea e la Ocean Viking di Sos Mediterranée.
È stato rivendicato l'atto contro la Porta d'Europa?
«No, ma la tensione sull'isola è palpabile. È un messaggio per dire che la popolazione ne ha abbastanza degli sbarchi. Basta leggere i post di protesta su Facebook. In questi ultimi giorni gli arrivi si sono intensificati».
E durante la chiusura dei porti per il Covid?
«I flussi non si sono mai fermati. E ora con il bel tempo sono accelerati. L'hotspot contiene circa 100 ospiti. Stiamo superando il livello di guardia. Il problema di barche e barchini che attraccano sulle nostre coste si aggiunge a una situazione di grande malessere della popolazione alle prese con la crisi portata dalla pandemia. Il turismo, principale voce dell'economia dell'isola, è bloccato e non sappiamo quando riprenderà. Prima o poi scoppierà il finimondo, succederà qualcosa se lo Stato non interviene. L'isola è una pentola che bolle. Non bisogna aspettare il morto per rendersi conto del disagio sociale. Occorrono azioni di concreta solidarietà e sostengo alla comunità locale, prima che un'ondata di odio sociale travolga tutto».
Avete segnalato il problema al governo?
«Continuamente, ma i numeri parlano più di tante parole. Basta leggere i dati del Viminale che riferisce puntualmente l'entità degli arrivi di clandestini. La verità è che con la pandemia, il problema dei migranti è passato in secondo piano. Dall'Europa arriva solo il silenzio. Nemmeno l'opposizione ne parla più. Il tema è stato cancellato dall'agenda politica, è scomodo. È più facile chiudere occhi e orecchie. Non vorrei che si ripetesse la tragedia del 2011».
Si riferisce a quando, con la primavera araba, migliaia di tunisini si riversarono sull'isola nell'assenza totale di misure di contrasto anche quando i migranti raggiunsero gli stessi numeri della popolazione residente?
«Le immagini di quella invasione fecero il giro del mondo. Per Lampedusa fu un anno drammatico e l'allora ministro dell'Interno non si fece vedere sull'isola. La popolazione ne uscì molto provata dal punto di vista psicologico ed economico. Non vorremmo assistere di nuovo a episodi simili».
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Durante l'emergenza Covid, i ricollocamenti sono stati più lenti però gli sbarchi si sono moltiplicati: in cinque mesi sono cresciuti del 290%. E ora, secondo uno studio Onu, i flussi aumenteranno.Il primo cittadino di Trieste, Roberto Dipiazza: «C'è chi li aiuta e ostacola le forze dell'ordine. Non sappiamo dove metterli e ora la gente ha paura a uscire».Gianandrea Gaiani, direttore del sito web Analisi Difesa: «La sanatoria? Costosa e inutile. Siamo nelle mani della lobby dell'accoglienza».Il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, esasperato per l'attentato contro il monumento simbolo e il rogo dei barconi: «I clandestini continuano ad approdare, gli abitanti chiedono la chiusura dell'hotspot».Lo speciale contiene quattro articoli.Il tema è scomparso dall'agenda dell'Europa, messo in secondo piano dall'emergenza sanitaria. La riforma del sistema di asilo di Dublino è uscita dall'agenda: la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, ha detto di non sapere quando sarà riavviata la discussione. La pandemia ha rallentato i ricollocamenti dei migranti in Europa mentre gli sbarchi si sono intensificati. Dal 1° gennaio al 5 giugno, secondo il Viminale, c'è stata una vera esplosione rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. In questi 5 mesi gli arrivi sono stati 5.461 contro i 1.878 dello stesso periodo del 2019: +290,8%. Nei primi 3 giorni di giugno sono sbarcati 239 migranti con un picco, il 2, di 137. Numeri importanti per i minori non accompagnati: 851 al 1° giugno, mentre in tutto il 2019 ne sono arrivati 1.680. I Paesi di provenienza sono Bangladesh, Costa d'Avorio, Tunisia, Sudan, Algeria, Marocco.A incentivare i flussi non è solo la bella stagione, come da consuetudine, ma soprattutto il sentore che il clima politico nei confronti dell'immigrazione in Italia è cambiato e si è allentata la presa che aveva caratterizzato il periodo in cui il ministro dell'Interno era Matteo Salvini. Le ripetute dichiarazioni del nuovo ministro, Luciana Lamorgese, sulla modifica del decreto Sicurezza e la sanatoria degli irregolari inserita nel decreto Rilancio, sono un segnale eloquente che il governo persegue una politica più tollerante. Il piano per smantellare i provvedimenti della Lega era già pronto a febbraio, ma la pandemia ha rivoluzionato l'agenda dell'esecutivo. Questa strategia trova una sponda a Bruxelles che non trova una linea comune sulla gestione dei flussi. La Commissione avrebbe dovuto da tempo partorire un nuovo patto sul meccanismo di ricollocazione dei migranti salvati in mare e sulla responsabilità degli Stati di bandiera della navi Ong. Ma ancora non c'è traccia. E l'aumento di clandestini è un fattore che acuisce la tensione sociale.Uno studio dell'Onu prevede un aumento dei flussi a causa del peggioramento della situazione economica globale. In Libia ci sono 650.000 immigrati pronti a imbarcarsi. E l'approdo più facile è l'Italia. Grecia e Malta stanno attuando una politica di respingimento, nonostante la condanna della Ue e dell'Onu. I profughi intercettati vengono riportati sulle coste turche e libiche. Malta, secondo testimonianze, addirittura indirizzerebbe i migranti verso le coste italiane con tanto di coordinate Gps e fornitura di carburante. Il risultato è che in questi mesi, con le preoccupazioni di tutta Italia catalizzate dall'emergenza sanitaria, di immigrazione non si è occupato nessuno e le situazioni più difficili si sono addirittura incancrenite. Lo scenario drammatico non pare interessare al governo. Anzi, invece di cercare di contenere gli arrivi in un momento critico per l'economia, quando è lo stesso Viminale a lanciare l'allarme per il rischio che esploda la «rabbia degli italiani», il governo ha varato una sanatoria degli irregolari che è come un invito a venire nel nostro Paese. Durante la pandemia, sia il governo italiano sia quello libico hanno dichiarato i propri porti «non sicuri» ma gli sbarchi sono continuati come se nulla fosse. Ma il flusso non avviene soltanto via mare: gli ingressi di clandestini si sono intensificati anche nelle regioni del Nord Italia. Immigrati asiatici, soprattutto afghani e pakistani, seguono la rotta dei Balcani: dalla Turchia arrivano in qualche modo in Bosnia, poi entrano in Croazia e Slovenia e quindi giungono a Trieste pressoché indisturbati.A fine aprile, nel capoluogo giuliano si è registrata un'impennata di ingressi, con picchi di oltre 100 al giorno. A Fernetti, sul valico con la Slovenia, gli arrivi in massa hanno creato problemi per i controlli sanitari al punto che il Viminale ha dovuto mandare altri 40 agenti di rinforzo alla polizia di frontiera. C'è chi già parla di una Lampedusa del Nordest. La situazione è tornata critica anche alla frontiera con la Francia. La Caritas ha segnalato una ripresa dei transiti di migranti, il che fa pensare a nuovi respingimenti verso il nostro Paese.Rischia di sfuggire di mano la situazione a Lampedusa. Gli sbarchi sono continuati anche durante il lockdown. Nell'indifferenza dell'Europa, l'isola sta per esplodere. L'hotspot è già ben oltre la capienza e la nave per la quarantena che staziona tra l'isola e le coste dell'Agrigentino è stracolma di migranti in quarantena. Nell'albergo Villa Sikania a Siculiana, non lontano dalla spiaggia della Scala dei Turchi, oltre 20 tunisini ospitati hanno violato la quarantena e sono fuggiti.Sono stati subito rintracciati, ma già si era scatenata la protesta dei residenti. Sempre nell'isola, uno dei punti più critici è il centro di accoglienza a Villa Sant'Andrea di Valderice (Trapani). In Sicilia le baraccopoli si montano e si smontano come il Lego. Alcune contengono discariche a cielo aperto. Aree-ghetto, sorta di favelas, si trovano nelle campagne di Cassibile, in provincia di Siracusa, e a Vittoria presso Ragusa. Le tendopoli a Campobello di Mazara, nel Trapanese, come a Caltanissetta, nei pressi del Cie di Pian del Lago, si riempiono contro ogni rispetto delle norme igieniche. Il presidente di Anci (Associazione nazionale Comuni d'Italia) Sicilia, Leoluca Orlando, ha lanciato l'allarme sul sovraffollamento dei centri d'accoglienza nei Comuni dell'Agrigentino e del Ragusano ma è stato un urlo in un deserto. Gli arrivi in massa stanno intasando le baraccopoli. Alle criticità sanitarie si aggiungono i rapporti problematici con le comunità del luogo, stressate dalla crisi economica. C'è il pericolo che si inneschi una guerra tra poveri con degenerazioni violente. Nelle baraccopoli del Metaponto in Basilicata vivono oltre 2.000 immigrati, disperati, sfruttati dai caporali. La piana di Gioia Tauro è il punto caldo dell'immigrazione in Calabria. Vi lavorano, secondo stime della prefettura, 1.500 persone, provenienti dall'Africa. È una polveriera sempre pronta a deflagrare. Rosarno vive ancora nell'incubo della notte fra il 7 e l'8 gennaio 2019, quando centinaia di immigrati, ospitati in una fabbrica in disuso in condizioni di estremo degrado, si riversarono per il centro della città, armati di bastoni e armi improvvisate, devastando centinaia di auto e incendiando cassonetti dei rifiuti. Altro punto nevralgico in Calabria è il Cara di Isola Capo Rizzuto (Crotone), capace di ospitare 1.000 persone.In Puglia il Cara (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Borgo Mezzanone a una decina di chilometri da Foggia, ospita migliaia di immigrati ma altrettanti vivono nelle baracche disseminate attorno. La provincia di Foggia brulica di insediamenti abusivi di stranieri. In Campania i clandestini si concentrano nel Salernitano e nel Casertano. Prevalgono le occupazioni di edifici che spesso condividono con italiani in condizioni di estrema povertà. A Roma atteggiamenti di esasperazione contro i migranti sono sempre più frequenti. Al Tiburtino III, quartiere popolare della periferia Est, i residenti sono riusciti a far sgomberare l'ex centro di accoglienza occupato da clandestini di origine africana. Una bomba sociale è anche il centro di Torre Maura, sempre a Roma, dove giorni fa un blitz della polizia ha portato all'arresto di alcuni nordafricani abusivi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-va-peggio-di-prima-2646162226.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arrivano-a-centinaia-trieste-abbandonata-da-europa-e-governo" data-post-id="2646162226" data-published-at="1591553462" data-use-pagination="False"> «Arrivano a centinaia. Trieste abbandonata da Europa e governo» Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza (Ansa) «Stanno arrivando a centinaia e non abbiamo più strutture dove alloggiarli per trascorrere la quarantena. La popolazione è esasperata e preoccupata. Ci sono stati casi di violenza. Trieste ha sempre vissuto il problema degli ingressi di migranti, per la sua collocazione al confine, ma ora la situazione sta diventando ingestibile. Pare anche che la polizia non riesca a frenare i flussi perché, così mi dicono, ci sono associazioni che denunciano gli agenti. In alcuni giorni ci sono stati oltre 160 ingressi. Tutti, il governo e l'Europa, si voltano dall'altra parte e noi siamo qui, da soli a gestire un'emergenza che si sta ingigantendo». Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste, parla a raffica, concitato. Ha appena inviato una lettera firmata con i primi cittadini di Gorizia, Rodolfo Ziberna, e Tarvisio, Renzo Zanette, al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e ai ministri degli Esteri Luigi Di Maio e dell'Interno Luciana Lamorgese, per richiamare l'attenzione sull'aumento dei flussi di migranti e la mancanza di strutture per la quarantena. In attesa di una risposta del governo come state affrontando la quarantena dei migranti? «Abbiamo installato una tendopoli sul Carso dove diamo tutti i servizi. Le altre strutture come gli alberghi non bastano più, stanno esplodendo. Gli arrivi di minori non accompagnati sono aumentati addirittura del 400%. Per legge se ne deve occupare il Comune anche se i finanziamenti sono della Regione, ma non sappiamo più dove ospitarli per la quarantena. Il confine è un colabrodo. Gli ingressi ci sono sempre stati, sia chiaro, è un problema vecchio, ma ora il flusso è sistematico e numericamente in crescita. Non mi stupisco se Trieste è stata definita la Lampedusa del Nordest». Arrivano indisturbati, seguendo la rotta dei Balcani? «Molti sono originari del Pakistan, attraversano la Turchia, la Croazia e la Slovenia senza trovare alcun ostacolo, e ce li ritroviamo qui. Sanno che in Italia c'è una politica più tollerante. Gli altri Paesi chiudono gli occhi, li lasciano passare. I numeri ufficiali sono solo la punta di un iceberg. Da Trieste a Tarvisio ci sono 160 chilometri di confine molto facile da varcare. Inoltre, mi dicono di associazioni molto attive negli aiuti ai migranti, che fanno di tutto per facilitare gli ingressi anche denunciando le forze dell'ordine che cercano invece di porre un argine alle irregolarità. Prima del Covid i clandestini, una volta individuati, venivano smistati in vari centri ma ora la quarantena complica la situazione e c'è il rischio di tensioni sociali». Come sta reagendo la popolazione? «C'è grande insofferenza a Trieste ma anche indignazione per l'indifferenza del governo. Soffriamo l'assenza delle istituzioni. La popolazione vede gli immigrati girovagare per la città, sdraiati sui prati o sulle panchine, pronti a tirar fuori il coltello per un nulla, mentre la città vive la crisi economica. Proprio alcuni giorni fa un pakistano e un algerino si sono presi a coltellate. Ci sono quelli che spacciano. Sanno che non andranno a finire in prigione e che al massimo possono essere puniti con una contravvenzione che non pagheranno mai. Non si possono nemmeno impiegare nella raccolta della frutta perché non sono regolarizzati. Per non parlare del degrado che si lasciano dietro. Il Carso è disseminato di migliaia di vecchi giubbotti, pantaloni, scarpe, abbandonati da chi arriva. Trieste è sempre stata una città tranquilla, dove si poteva andare in giro di notte senza pericoli, ma ora le persone hanno paura». Quanti restano in Italia e quanti ripartono verso la Germania, la Francia, l'Austria? «Difficile dirlo perché quelli identificati sono una minoranza. Molti si fanno riconoscere perché sanno che in Italia possono accedere a una serie di servizi di assistenza e alle cure sanitarie. Ci sono associazioni che li affidano ad avvocati per portare avanti le pratiche e nel frattempo possono restare nel nostro Paese indisturbati. Mi dicono che i respingimenti dalla Germania sono ricominciati. Quelli dalla Croazia e dalla Slovenia non si sono mai fermati. È una strategia consolidata. Noi invece, li accogliamo a braccia aperte». L'accoglienza diffusa è un principio che guida la politica italiana sui migranti. «È un errore dalle conseguenze gravi, come stiamo verificando in questa emergenza del Covid». Come andrebbe affrontato il problema? «Abbiamo tante caserme dismesse che potrebbero essere utilizzate per ospitare i migranti in quarantena. Ma quando si tocca questo argomento la sinistra alza le barricate. È una impostazione miope, ideologica e dannosa. Se si concentrassero i migranti in luoghi precisi potremmo avere la situazione sotto controllo. Sarebbe più facile verificare le loro condizioni sanitarie. L'accoglienza diffusa è un errore enorme. Nella lettera inviata al governo con gli altri sindaci chiediamo che sia risolto nell'immediato il problema degli spazi idonei a ospitare le quarantene per i minori non accompagnati, come anche per i richiedenti asilo adulti. Sollecitiamo anche un'azione diplomatica per bloccare la ripresa dei flussi sulla rotta balcanica e attivare ulteriori controlli sui confini per respingere i nuovi arrivi. Non è possibile che di un problema internazionale, e in subordine nazionale, debba farsi carico il Comune». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-va-peggio-di-prima-2646162226.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-soluzione-e-una-sola-i-respingimenti" data-post-id="2646162226" data-published-at="1591553462" data-use-pagination="False"> «La soluzione è una sola: i respingimenti» «La Slovenia sbarra le frontiere agli italiani ma lascia passare senza battere ciglio centinaia di migranti in condizioni igienico-sanitarie pessime. La soluzione è nei respingimenti». Gianandrea Gaiani, direttore del sito web Analisi Difesa ed ex consigliere di Matteo Salvini quando era al governo, ha una visione chiara di come andrebbe affrontato il problema dei clandestini. Si dice che riportare sulle coste libiche gli immigrati significa condannarli alla reclusione nei lager. «È una falsità. Gran parte di coloro che sbarcano in Italia provengono da Bangladesh, Marocco e Tunisia. Quindi non fuggono da guerre o persecuzioni. Respingimenti non significa rispedirli nei lager ma affidarli alle agenzie dell'Onu che possono creare ponti aerei e rimpatriarli. Se è chiaro che in Italia si entra solo con i passaporti in regola, nessuno partirà più». È quanto stanno facendo Grecia e Malta. «Per il nostro Paese è il momento giusto per creare un fronte comune». Ma il governo si muove in direzione opposta. «Stiamo attuando una politica dell'accoglienza che ci rende ridicoli. Quattro ministri hanno firmato un documento che disponeva la chiusura dei porti durante l'emergenza Covid, ma poi abbiamo deciso di prenderci in carico i profughi della Open Arms. Anche la Germania aveva chiesto alle ong di fermarsi». Conte sta forse aspettando un segnale dall'Europa? «Ennesimo errore. Chi può credere che la Ue ci tolga le castagne dal fuoco? Comunque, qualsiasi criterio di suddivisione dei migranti è sbagliato all'origine. Più suddividi i migranti e più ne arrivano. Spesso la loro destinazione è la Francia e la Germania, da dove il più delle volte vengono respinti. Deve passare il principio che non si entra. Solo in questo modo si blocca il business dei trafficanti. La pandemia ha ingigantito il problema. Mettiamo i clandestini in quarantena su navi che costano 1 milione di euro al mese quando non riusciamo a dare soldi agli operai e alle imprese. Ma è evidente che non si vuole risolvere il problema alla radice. Spendere risorse per accogliere immigrati illegali di cui non c'è bisogno è suicida. Serve solo a dare commesse alle organizzazioni di soccorso e di accoglienza legate alla sinistra, le “lobby dell'accoglienza" che, con Salvini ministro, avevano visto ridursi il giro d'affari». La sanatoria degli irregolari è una falsa soluzione? «È solo un messaggio mandato a tutto il mondo che in Italia si può venire tranquillamente, tanto prima o poi arriva una regolarizzazione. Inoltre, la sanatoria ha un costo. Il datore di lavoro deve pagare circa 500 euro e anche per l'immigrato è previsto un esborso. Chi è disposto a farlo? Gli irregolari avrebbero il permesso di soggiorno, non un posto di lavoro, dal momento che ben 400.000 italiani non hanno più un'occupazione. Ed è già dimostrato che non servirà a portare braccianti sui campi. I tempi burocratici sono così lunghi che la raccolta di frutta e verdura sarà finita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-va-peggio-di-prima-2646162226.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="a-lampedusa-scoppia-il-finimondo" data-post-id="2646162226" data-published-at="1591553462" data-use-pagination="False"> «A Lampedusa scoppia il finimondo» Il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello (Ansa) La situazione a Lampedusa è esplosiva. Dopo l'atto vandalico alla Porta d'Europa, ecco il rogo dei barconi abbandonati. «O il governo interviene o può succedere di tutto. Non si può continuare a far finta di niente». Salvatore Martello, sindaco di Lampedusa, non trattiene l'agitazione. Nei giorni scorsi la Porta d'Europa, il monumento dell'artista Mimmo Paladino dedicato all'accoglienza dei migranti, è stato impacchettato con teli di plastica neri e corde. Un «no» esplicito ai migranti. A far salire la tensione è seguito il rogo di 50 barconi accatastati in due punti dell'isola, discariche espressione del degrado dell'isola. Negli ultimi mesi, nonostante la pandemia, Lampedusa ha dovuto fare i conti con centinaia di sbarchi (600 solo nell'ultima settimana, 5.500 da inizio anno, triplicati rispetto al 2019) e questo ha contribuito ad aumentare l'indignazione della popolazione già preoccupata per la crisi economica. Le proteste si intensificano ed è stata avviata una raccolta di firme da inviare al governo e alla Regione per chiedere la chiusura dell'hotspot dove vengono ospitati i migranti, che peraltro è privo delle condizioni igieniche richieste contro la pandemia. Intanto le Ong tornano. Dopo la Sea Watch, la Mare Jonio di Mediterranea e la Ocean Viking di Sos Mediterranée. È stato rivendicato l'atto contro la Porta d'Europa? «No, ma la tensione sull'isola è palpabile. È un messaggio per dire che la popolazione ne ha abbastanza degli sbarchi. Basta leggere i post di protesta su Facebook. In questi ultimi giorni gli arrivi si sono intensificati». E durante la chiusura dei porti per il Covid? «I flussi non si sono mai fermati. E ora con il bel tempo sono accelerati. L'hotspot contiene circa 100 ospiti. Stiamo superando il livello di guardia. Il problema di barche e barchini che attraccano sulle nostre coste si aggiunge a una situazione di grande malessere della popolazione alle prese con la crisi portata dalla pandemia. Il turismo, principale voce dell'economia dell'isola, è bloccato e non sappiamo quando riprenderà. Prima o poi scoppierà il finimondo, succederà qualcosa se lo Stato non interviene. L'isola è una pentola che bolle. Non bisogna aspettare il morto per rendersi conto del disagio sociale. Occorrono azioni di concreta solidarietà e sostengo alla comunità locale, prima che un'ondata di odio sociale travolga tutto». Avete segnalato il problema al governo? «Continuamente, ma i numeri parlano più di tante parole. Basta leggere i dati del Viminale che riferisce puntualmente l'entità degli arrivi di clandestini. La verità è che con la pandemia, il problema dei migranti è passato in secondo piano. Dall'Europa arriva solo il silenzio. Nemmeno l'opposizione ne parla più. Il tema è stato cancellato dall'agenda politica, è scomodo. È più facile chiudere occhi e orecchie. Non vorrei che si ripetesse la tragedia del 2011». Si riferisce a quando, con la primavera araba, migliaia di tunisini si riversarono sull'isola nell'assenza totale di misure di contrasto anche quando i migranti raggiunsero gli stessi numeri della popolazione residente? «Le immagini di quella invasione fecero il giro del mondo. Per Lampedusa fu un anno drammatico e l'allora ministro dell'Interno non si fece vedere sull'isola. La popolazione ne uscì molto provata dal punto di vista psicologico ed economico. Non vorremmo assistere di nuovo a episodi simili».
Un' immagine di archivio della base Usaf di Aviano (Ansa)
Dal punto di vista economico, nel 2025, le esportazioni italiane verso gli Usa sono cresciute del 3,3%. In particolare, la nostra quota di export verso Washington è del 10,4%: il che fa degli Stati Uniti il secondo Paese cliente dell’Italia subito dopo la Germania. Passando poi al piano geopolitico, gli Usa dispongono di circa 120 siti militari in Italia e hanno 12.000 soldati schierati sul nostro territorio. Due basi, quelle di Ghedi e Aviano, ospitano anche degli ordigni nucleari. La penisola è d’altronde strategica, agli occhi di Washington, per quanto riguarda la sua politica mediterranea. Insomma, i legami tra i due Paesi sono assai significativi. È allora utile chiedersi se e come possa avvenire una ricucitura dei rapporti tra Trump e la Meloni: una ricucitura di cui potrebbero avere entrambi bisogno.
Il rapporto privilegiato con la Casa Bianca ha rafforzato Palazzo Chigi a livello europeo sia nei confronti di Bruxelles che di Parigi: non sarà del resto un caso che il Pd esprima oggi soddisfazione per la rottura tra la premier e l’inquilino della Casa Bianca. La Meloni ha inoltre bisogno, pur senza sudditanze, del rapporto con la Casa Bianca per arginare le sirene di chi vorrebbe spingerla o verso il velleitarismo o verso ricette di politica estera tipiche del centrosinistra (il che vorrebbe dire farsi proni a Parigi e Pechino). Dall’altra parte, Trump ha avuto nel governo Meloni una sponda fondamentale per frenare il progressivo avvicinamento dell’Ue verso la Cina: un avvicinamento che, negli ultimi anni, è stato portato avanti soprattutto da Emmanuel Macron e da Pedro Sánchez. In tutto questo, lo sfilacciamento del conservatorismo transatlantico rischia di essere un regalo tanto al Partito democratico negli Stati Uniti quanto al Pse nell’Unione europea. Il che significherebbe via libera al wokismo e all’ambientalismo ideologizzato, in ossequio ai desiderata del Partito comunista cinese, oltre che dei suoi alleati al di qua e al di là dell’Atlantico.
E allora cerchiamo di vedere dove Trump e la Meloni potrebbero tornare a parlarsi. Sotto il profilo politico, un eventuale successo dei colloqui diplomatici tra Washington e Teheran potrebbe disinnescare una delle cause che sono alla base della crisi tra i due: vale a dire, gli elevati costi imposti al Vecchio continente dalla guerra israelo-americana all’Iran. Un altro punto su cui si potrebbe lavorare riguarda la Santa Sede. Visti i recentissimi attriti tra Trump e Leone XIV, la Meloni potrebbe cercare di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra i due. Dopo aver vinto il voto cattolico nel 2024, il presidente americano sa di averne bisogno in vista delle Midterm di novembre. Senza trascurare che JD Vance e Marco Rubio, entrambi cattolici, si sfideranno probabilmente per la nomination presidenziale repubblicana del 2028. Tutto questo, mentre un recente sondaggio della Nbc ha certificato l’elevata popolarità del pontefice tra gli elettori statunitensi. Trump avrebbe poi bisogno della sponda di Leone anche sul piano geopolitico, visto che l’attuale Papa ha (in parte) frenato la politica di avvicinamento del predecessore verso la Repubblica popolare cinese.
Per quanto infine riguarda i settori da cui il rapporto tra il presidente americano e la nostra premier potrebbe ripartire, basta guardare alla dichiarazione congiunta tra Usa e Italia che i due leader sottoscrissero esattamente un anno fa. In quell’occasione, entrambi sostennero di voler rafforzare la cooperazione transatlantica nel settore della Difesa, aggiungendo la necessità di contrastare l’immigrazione clandestina. Si parlò anche di Piano Mattei e di Accordi di Abramo, oltre che dell’India-Middle East-Europe economic corridor. Senza poi dimenticare la collaborazione nel settore energetico. Era inoltre maggio dell’anno scorso, quando la Us Space Force e l’Aeronautica militare italiana firmarono una dichiarazione per ampliare la cooperazione in materia di sicurezza spaziale. «L’Italia è da decenni un partner forte e affidabile nello spazio, con contributi significativi al volo spaziale umano, alla scienza e all’esplorazione. Mi aspetto che la nostra partnership con l’Agenzia spaziale italiana si rafforzi ulteriormente», affermò, tra l’altro, a gennaio, in un’intervista esclusiva alla Verità, il direttore della Nasa, Jared Isaacman.
Insomma, ragioni e occasioni per ricomporre la frattura, Trump e la Meloni ne avrebbero. Non sappiamo se decideranno di sotterrare l’ascia di guerra. È tuttavia significativo il fatto che tanto i dem americani quanto quelli nostrani stiano scommettendo contro un loro riavvicinamento.
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Perché l’alternativa che affiora, dopo il disimpegno del partner di gran lunga più forte, è una zuffa tra potenze europee di capacità comparabili, destinata comunque a premiare chi già oggi ha le spalle più larghe delle nostre. Soprattutto la Germania, i cui margini di spesa le consentiranno di costruire, in poco tempo, l’esercito più grande del continente. E di rivendicare manu militari l’egemonia che, fino all’era Merkel, essa aveva fondato sulla logica mercantilistica.
È vero: la nostra cooperazione con Washington proseguirà, a meno che un eventuale avvento del campo largo non ci riporti, lungo la Via della seta e sulle orme della Spagna di Pedro Sánchez, tra le braccia della Cina. I rapporti torneranno a distendersi, magari già con la presente amministrazione e, di sicuro, quando alla Casa Bianca arriverà un inquilino meno umorale e narcisista del tycoon newyorkese. Ma l’elezione di The Donald era un’occasione preziosa: l’internazionale sovranista e la convergenza su un’agenda antiglobalista giustificavano la speranza di correggere i meccanismi del sistema capitalistico che hanno prodotto ingiustizia e impoverito le classi medie. Nello scacchiere multipolare si intravedevano non solo le inevitabili e certo temibili turbolenze, ma anche il superamento di un diritto internazionale piegato ai biechi fini dei «poliziotti» del pianeta. Il secondo mandato di Trump ingolosiva persino per la promessa di porre fine al lungo delirio del woke. E l’Europa non avrebbe potuto arroccarsi nelle proprie architetture sclerotiche, con il trucco delle conventio ad excludendum per non mandare al governo la destra, o continuando a sfruttare i contropoteri tecnocratici che l’hanno tenuta - per usare un’espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo elettorale».
Il pericolo del divorzio all’americana, adesso, è proprio quello di farci ricadere nella prigionia continentale che, con fatica e con prudenza, l’Italia stava provando a scardinare dall’interno. Il riflesso pavloviano delle classi dirigenti, dinanzi allo spettacolo di Trump che scarica la sua principale interlocutrice, sarà quello di ribadire che se da ora in avanti ci saranno meno Stati Uniti, allora servirà più Europa. Tradotto: più Patto di stabilità, più centralizzazione spacciata per federalismo, magari più formati di «cooperazione rafforzata», stile volenterosi, introdotti per aggirare i veti e, a ben vedere, funzionali a consolidare il predominio degli Stati forti.
Il primo banco di prova dell’infausto riassetto, più che nell’Ue, ora galvanizzata dalla scomparsa della banderuola ungherese, potrebbe vedersi nella Nato. Ieri, il Wall Street Journal ha svelato che i membri europei dell’organizzazione hanno deciso di elaborare una sorta di piano B, per assicurarsi di rimanere capaci di difendersi anche in caso di abbandono degli Usa. L’idea sarebbe di affidare ruoli di comando ai Paesi del Vecchio continente e promuovere una maggiore integrazione delle loro risorse belliche. Il tavolo di lavoro è ancora allo stadio informale. Ma ciò che lo rende interessante è che sia stato sbloccato per volontà di Berlino, finora contraria a esplorare l’approccio unilaterale e a immaginare un’alleanza che prescindesse dal ruolo americano. Dev’essere questo ad aver dato la stura al commissario di Bruxelles per la Difesa, Andrius Kubilius. Il quale, allarmato per il potenziale ritiro di 80-100.000 soldati statunitensi, ha sollecitato la costituzione di una «forza europea in prima linea permanente, invece che una combinazione dei 27 eserciti». Una milizia comandata dalla Commissione anziché soggetta allo Stato più forte? Distopia o illusione.
«Per decenni», ha osservato il Wsj, «la Germania ha resistito alle richieste, guidate dalla Francia, di una maggiore sovranità europea in materia di difesa, preferendo mantenere gli Stati Uniti come garanti ultimi della sicurezza europea. Questa posizione sta ora cambiando sotto la guida del cancelliere tedesco Friedrich Merz, a causa delle preoccupazioni sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato durante la presidenza Trump». E perché - bisogna aggiungere - i massicci stanziamenti nel riarmo metteranno i teutonici nella condizione di strappare la leadership militare ai transalpini. La cui industria è all’avanguardia; le cui forze armate, ad oggi, sono le prime d’Europa; il cui arsenale nucleare strategico è l’unico dell’Ue; ma che i soliti dogmi finanziari dell’Unione limitano negli investimenti futuri. Sono le stesse restrizioni che condizionano Roma.
Non è un caso che il Fcas, il progetto francotedesco per un caccia di sesta generazione, sia collassato per disaccordi sul primato preteso da Parigi; e non è un caso nemmeno che, nel programma parallelo del Gcap, l’Italia si sia fatta affiancare da Regno Unito (fuori dall’Ue) e Giappone. La diffidenza reciproca non è una novità: negli anni Cinquanta, i tre fondatori della Comunità europea provarono a sviluppare insieme il deterrente nucleare, dopodiché Charles de Gaulle si chiamò fuori per realizzare la force de frappe che Emmanuel Macron adesso mette sul piatto, pur di far valere il peso specifico della sua nazione.
Lo squilibrio rispetto alla potenza americana quasi annullava competizione tra gli alleati minori. Che potrebbe essere complicata dall’integrazione dell’Ucraina, già dotata della forza armata più grande d’Europa.
Una relazione speciale con la Casa Bianca ci avrebbe facilitato nello sforzo di affrancarci dai vincoli dell’eurocrazia. Ora, potremmo essere costretti a rituffarci nel pantano. Dove le priorità del concorrente dominante saranno imposte a tutti: c’è da scommettere, ad esempio, che a Berlino prema di più contenere la Russia che gestire il Mediterraneo e il Nord Africa.
Fare da soli è un’opportunità e un rischio. L’autonomia strategica è una formula seducente, ma la sua strada è lastricata di trappole.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il crescendo di azioni, dichiarazioni e post sui social del presidente degli Stati Uniti, sempre più scomposte e volgari, avevano ridotto drasticamente il consenso di Trump tra gli italiani; l’attacco maleducato e senza precedenti a papa Leone XIV ha suscitato un moto di sdegno tale che per il presidente del Consiglio non era più possibile restare in silenzio. Non lo ha fatto: Giorgia, «donna, madre, e cristiana», ha difeso a spada tratta il Santo Padre, e la reazione di Trump, anche in questo caso al di fuori di ogni regola diplomatica, ha dimostrato che in questo momento storico il tycoon, almeno dal punto di vista del dialogo con gli altri leader, è indifendibile.
Giorgia Meloni di nuovo in sintonia con gli italiani, dicevamo: lo si era capito immediatamente leggendo le reazioni degli esponenti politici, anche di opposizione, e sbirciando i social. Ma anche i maggiori esperti di sondaggi confermano: «Non abbiamo ancora dati precisi», dice all’Adnkronos Renato Mannheimer, «ma la Meloni potrebbe guadagnare qualche punto e passare dal 40% al 45%. Ritengo che le parole di Trump abbiamo giovato al premier, che, al contrario, nei mesi scorsi sia stata danneggiata dalla sua relazione con il presidente Usa, tanto da aver perso al referendum della giustizia. Molti elettori di destra non hanno voluto votare sì perché infastiditi dalla posizione della Meloni verso Trump. Il premier con Sigonella aveva un po’ cambiato rotta e determinante è stata la sua presa di distanza dalle parole del tycoon contro il Pontefice. Credo senz’altro che il distacco da Trump le giovi». Del resto, come rileva Youtrend, Fratelli d’Italia ha la percentuale più alta di cattolici tra i suoi elettori: ben l’84%.
Ci permettiamo di aggiungere che anche le dure prese di posizione degli ultimi giorni nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, altro personaggio le cui azioni in Italia (e non solo) vengono ormai giudicate positive soltanto da una esigua minoranza, non potranno che far crescere ancora la popolarità della Meloni.
La giornata del premier è stata densa: al mattino, un videomessaggio realizzato per l’evento «Mille marchi storici per il futuro del Made in Italy», promosso dal ministero delle Imprese e dall’Associazione Marchi storici d’Italia; poi le congratulazioni alla Dda di Roma e all’Arma dei Carabinieri per l’importante operazione contro la criminalità messa a segno; un rapido «Ciao!» a Fiorello, che l’ha contattata durante la puntata de La Pennicanza, e nel pomeriggio, un appuntamento estremamente importante, l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Un colloquio al quale sono seguite dichiarazioni ai giornalisti.
Giorgia Meloni, pur senza mai citare Trump, non si è mossa di un millimetro dalla sua rotta: l’unione tra Usa e Ue è stato e continua, naturalmente, a essere il pilastro della politica estera del governo: «L’Italia», argomenta Giorgia Meloni, «intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev che assicurino la solidità dell’alleanza euroatlantica perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca». Non sapremo mai se Giorgia ha ricevuto qualche messaggio privato dai leader europei dopo l’attacco di Trump nei suoi confronti, ma è evidente che il richiamo all’unità europea non è banale, né di circostanza. Così come non banali e non di circostanza sono le parole che la Meloni dedica alla guerra in Ucraina: del resto, la postura del suo partito prima e del suo governo poi è stata sempre la stessa, sia che alla Casa Bianca ci fosse Joe Biden, che con l’arrivo di Trump: «Gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura», chiamano direttamente in causa l’Europa e l’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise che tutelino la sovranità di Kiev. L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla Federazione russa, che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa». Uno sguardo alla crisi in Iran: «Con Zelensky», sottolinea ancora la Meloni, «abbiamo avuto modo di confrontarci su quello che accade intorno a noi, quin anche sulla crisi iraniana che ovviamente preoccupa tutti, che sta diventando sempre più complessa. Continuiamo ovviamente a credere nella validità del cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nutriamo la speranza che il negoziato di pace possa riprendere, anche se in un contesto sicuramente non facile. L’Italia è come sempre pronta a fare la sua parte. Ed è molto interessata a sviluppare con Kiev una produzione congiunta di droni».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 16 aprile con Carlo Cambi