True
2020-06-08
Immigrati, va peggio di prima
Ansa
Il tema è scomparso dall'agenda dell'Europa, messo in secondo piano dall'emergenza sanitaria. La riforma del sistema di asilo di Dublino è uscita dall'agenda: la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, ha detto di non sapere quando sarà riavviata la discussione. La pandemia ha rallentato i ricollocamenti dei migranti in Europa mentre gli sbarchi si sono intensificati. Dal 1° gennaio al 5 giugno, secondo il Viminale, c'è stata una vera esplosione rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. In questi 5 mesi gli arrivi sono stati 5.461 contro i 1.878 dello stesso periodo del 2019: +290,8%. Nei primi 3 giorni di giugno sono sbarcati 239 migranti con un picco, il 2, di 137. Numeri importanti per i minori non accompagnati: 851 al 1° giugno, mentre in tutto il 2019 ne sono arrivati 1.680. I Paesi di provenienza sono Bangladesh, Costa d'Avorio, Tunisia, Sudan, Algeria, Marocco.
A incentivare i flussi non è solo la bella stagione, come da consuetudine, ma soprattutto il sentore che il clima politico nei confronti dell'immigrazione in Italia è cambiato e si è allentata la presa che aveva caratterizzato il periodo in cui il ministro dell'Interno era Matteo Salvini. Le ripetute dichiarazioni del nuovo ministro, Luciana Lamorgese, sulla modifica del decreto Sicurezza e la sanatoria degli irregolari inserita nel decreto Rilancio, sono un segnale eloquente che il governo persegue una politica più tollerante. Il piano per smantellare i provvedimenti della Lega era già pronto a febbraio, ma la pandemia ha rivoluzionato l'agenda dell'esecutivo. Questa strategia trova una sponda a Bruxelles che non trova una linea comune sulla gestione dei flussi. La Commissione avrebbe dovuto da tempo partorire un nuovo patto sul meccanismo di ricollocazione dei migranti salvati in mare e sulla responsabilità degli Stati di bandiera della navi Ong. Ma ancora non c'è traccia. E l'aumento di clandestini è un fattore che acuisce la tensione sociale.
Uno studio dell'Onu prevede un aumento dei flussi a causa del peggioramento della situazione economica globale. In Libia ci sono 650.000 immigrati pronti a imbarcarsi. E l'approdo più facile è l'Italia. Grecia e Malta stanno attuando una politica di respingimento, nonostante la condanna della Ue e dell'Onu. I profughi intercettati vengono riportati sulle coste turche e libiche. Malta, secondo testimonianze, addirittura indirizzerebbe i migranti verso le coste italiane con tanto di coordinate Gps e fornitura di carburante. Il risultato è che in questi mesi, con le preoccupazioni di tutta Italia catalizzate dall'emergenza sanitaria, di immigrazione non si è occupato nessuno e le situazioni più difficili si sono addirittura incancrenite. Lo scenario drammatico non pare interessare al governo. Anzi, invece di cercare di contenere gli arrivi in un momento critico per l'economia, quando è lo stesso Viminale a lanciare l'allarme per il rischio che esploda la «rabbia degli italiani», il governo ha varato una sanatoria degli irregolari che è come un invito a venire nel nostro Paese.
Durante la pandemia, sia il governo italiano sia quello libico hanno dichiarato i propri porti «non sicuri» ma gli sbarchi sono continuati come se nulla fosse. Ma il flusso non avviene soltanto via mare: gli ingressi di clandestini si sono intensificati anche nelle regioni del Nord Italia. Immigrati asiatici, soprattutto afghani e pakistani, seguono la rotta dei Balcani: dalla Turchia arrivano in qualche modo in Bosnia, poi entrano in Croazia e Slovenia e quindi giungono a Trieste pressoché indisturbati.
A fine aprile, nel capoluogo giuliano si è registrata un'impennata di ingressi, con picchi di oltre 100 al giorno. A Fernetti, sul valico con la Slovenia, gli arrivi in massa hanno creato problemi per i controlli sanitari al punto che il Viminale ha dovuto mandare altri 40 agenti di rinforzo alla polizia di frontiera. C'è chi già parla di una Lampedusa del Nordest. La situazione è tornata critica anche alla frontiera con la Francia. La Caritas ha segnalato una ripresa dei transiti di migranti, il che fa pensare a nuovi respingimenti verso il nostro Paese.
Rischia di sfuggire di mano la situazione a Lampedusa. Gli sbarchi sono continuati anche durante il lockdown. Nell'indifferenza dell'Europa, l'isola sta per esplodere. L'hotspot è già ben oltre la capienza e la nave per la quarantena che staziona tra l'isola e le coste dell'Agrigentino è stracolma di migranti in quarantena. Nell'albergo Villa Sikania a Siculiana, non lontano dalla spiaggia della Scala dei Turchi, oltre 20 tunisini ospitati hanno violato la quarantena e sono fuggiti.
Sono stati subito rintracciati, ma già si era scatenata la protesta dei residenti. Sempre nell'isola, uno dei punti più critici è il centro di accoglienza a Villa Sant'Andrea di Valderice (Trapani). In Sicilia le baraccopoli si montano e si smontano come il Lego. Alcune contengono discariche a cielo aperto. Aree-ghetto, sorta di favelas, si trovano nelle campagne di Cassibile, in provincia di Siracusa, e a Vittoria presso Ragusa. Le tendopoli a Campobello di Mazara, nel Trapanese, come a Caltanissetta, nei pressi del Cie di Pian del Lago, si riempiono contro ogni rispetto delle norme igieniche. Il presidente di Anci (Associazione nazionale Comuni d'Italia) Sicilia, Leoluca Orlando, ha lanciato l'allarme sul sovraffollamento dei centri d'accoglienza nei Comuni dell'Agrigentino e del Ragusano ma è stato un urlo in un deserto. Gli arrivi in massa stanno intasando le baraccopoli. Alle criticità sanitarie si aggiungono i rapporti problematici con le comunità del luogo, stressate dalla crisi economica. C'è il pericolo che si inneschi una guerra tra poveri con degenerazioni violente. Nelle baraccopoli del Metaponto in Basilicata vivono oltre 2.000 immigrati, disperati, sfruttati dai caporali. La piana di Gioia Tauro è il punto caldo dell'immigrazione in Calabria. Vi lavorano, secondo stime della prefettura, 1.500 persone, provenienti dall'Africa. È una polveriera sempre pronta a deflagrare. Rosarno vive ancora nell'incubo della notte fra il 7 e l'8 gennaio 2019, quando centinaia di immigrati, ospitati in una fabbrica in disuso in condizioni di estremo degrado, si riversarono per il centro della città, armati di bastoni e armi improvvisate, devastando centinaia di auto e incendiando cassonetti dei rifiuti. Altro punto nevralgico in Calabria è il Cara di Isola Capo Rizzuto (Crotone), capace di ospitare 1.000 persone.
In Puglia il Cara (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Borgo Mezzanone a una decina di chilometri da Foggia, ospita migliaia di immigrati ma altrettanti vivono nelle baracche disseminate attorno. La provincia di Foggia brulica di insediamenti abusivi di stranieri. In Campania i clandestini si concentrano nel Salernitano e nel Casertano. Prevalgono le occupazioni di edifici che spesso condividono con italiani in condizioni di estrema povertà. A Roma atteggiamenti di esasperazione contro i migranti sono sempre più frequenti. Al Tiburtino III, quartiere popolare della periferia Est, i residenti sono riusciti a far sgomberare l'ex centro di accoglienza occupato da clandestini di origine africana. Una bomba sociale è anche il centro di Torre Maura, sempre a Roma, dove giorni fa un blitz della polizia ha portato all'arresto di alcuni nordafricani abusivi.
«Arrivano a centinaia. Trieste abbandonata da Europa e governo»

Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza (Ansa)
«Stanno arrivando a centinaia e non abbiamo più strutture dove alloggiarli per trascorrere la quarantena. La popolazione è esasperata e preoccupata. Ci sono stati casi di violenza. Trieste ha sempre vissuto il problema degli ingressi di migranti, per la sua collocazione al confine, ma ora la situazione sta diventando ingestibile. Pare anche che la polizia non riesca a frenare i flussi perché, così mi dicono, ci sono associazioni che denunciano gli agenti. In alcuni giorni ci sono stati oltre 160 ingressi. Tutti, il governo e l'Europa, si voltano dall'altra parte e noi siamo qui, da soli a gestire un'emergenza che si sta ingigantendo». Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste, parla a raffica, concitato. Ha appena inviato una lettera firmata con i primi cittadini di Gorizia, Rodolfo Ziberna, e Tarvisio, Renzo Zanette, al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e ai ministri degli Esteri Luigi Di Maio e dell'Interno Luciana Lamorgese, per richiamare l'attenzione sull'aumento dei flussi di migranti e la mancanza di strutture per la quarantena.
In attesa di una risposta del governo come state affrontando la quarantena dei migranti?
«Abbiamo installato una tendopoli sul Carso dove diamo tutti i servizi. Le altre strutture come gli alberghi non bastano più, stanno esplodendo. Gli arrivi di minori non accompagnati sono aumentati addirittura del 400%. Per legge se ne deve occupare il Comune anche se i finanziamenti sono della Regione, ma non sappiamo più dove ospitarli per la quarantena. Il confine è un colabrodo. Gli ingressi ci sono sempre stati, sia chiaro, è un problema vecchio, ma ora il flusso è sistematico e numericamente in crescita. Non mi stupisco se Trieste è stata definita la Lampedusa del Nordest».
Arrivano indisturbati, seguendo la rotta dei Balcani?
«Molti sono originari del Pakistan, attraversano la Turchia, la Croazia e la Slovenia senza trovare alcun ostacolo, e ce li ritroviamo qui. Sanno che in Italia c'è una politica più tollerante. Gli altri Paesi chiudono gli occhi, li lasciano passare. I numeri ufficiali sono solo la punta di un iceberg. Da Trieste a Tarvisio ci sono 160 chilometri di confine molto facile da varcare. Inoltre, mi dicono di associazioni molto attive negli aiuti ai migranti, che fanno di tutto per facilitare gli ingressi anche denunciando le forze dell'ordine che cercano invece di porre un argine alle irregolarità. Prima del Covid i clandestini, una volta individuati, venivano smistati in vari centri ma ora la quarantena complica la situazione e c'è il rischio di tensioni sociali».
Come sta reagendo la popolazione?
«C'è grande insofferenza a Trieste ma anche indignazione per l'indifferenza del governo. Soffriamo l'assenza delle istituzioni. La popolazione vede gli immigrati girovagare per la città, sdraiati sui prati o sulle panchine, pronti a tirar fuori il coltello per un nulla, mentre la città vive la crisi economica. Proprio alcuni giorni fa un pakistano e un algerino si sono presi a coltellate. Ci sono quelli che spacciano. Sanno che non andranno a finire in prigione e che al massimo possono essere puniti con una contravvenzione che non pagheranno mai. Non si possono nemmeno impiegare nella raccolta della frutta perché non sono regolarizzati. Per non parlare del degrado che si lasciano dietro. Il Carso è disseminato di migliaia di vecchi giubbotti, pantaloni, scarpe, abbandonati da chi arriva. Trieste è sempre stata una città tranquilla, dove si poteva andare in giro di notte senza pericoli, ma ora le persone hanno paura».
Quanti restano in Italia e quanti ripartono verso la Germania, la Francia, l'Austria?
«Difficile dirlo perché quelli identificati sono una minoranza. Molti si fanno riconoscere perché sanno che in Italia possono accedere a una serie di servizi di assistenza e alle cure sanitarie. Ci sono associazioni che li affidano ad avvocati per portare avanti le pratiche e nel frattempo possono restare nel nostro Paese indisturbati. Mi dicono che i respingimenti dalla Germania sono ricominciati. Quelli dalla Croazia e dalla Slovenia non si sono mai fermati. È una strategia consolidata. Noi invece, li accogliamo a braccia aperte».
L'accoglienza diffusa è un principio che guida la politica italiana sui migranti.
«È un errore dalle conseguenze gravi, come stiamo verificando in questa emergenza del Covid».
Come andrebbe affrontato il problema?
«Abbiamo tante caserme dismesse che potrebbero essere utilizzate per ospitare i migranti in quarantena. Ma quando si tocca questo argomento la sinistra alza le barricate. È una impostazione miope, ideologica e dannosa. Se si concentrassero i migranti in luoghi precisi potremmo avere la situazione sotto controllo. Sarebbe più facile verificare le loro condizioni sanitarie. L'accoglienza diffusa è un errore enorme. Nella lettera inviata al governo con gli altri sindaci chiediamo che sia risolto nell'immediato il problema degli spazi idonei a ospitare le quarantene per i minori non accompagnati, come anche per i richiedenti asilo adulti. Sollecitiamo anche un'azione diplomatica per bloccare la ripresa dei flussi sulla rotta balcanica e attivare ulteriori controlli sui confini per respingere i nuovi arrivi. Non è possibile che di un problema internazionale, e in subordine nazionale, debba farsi carico il Comune».
«La soluzione è una sola: i respingimenti»
«La Slovenia sbarra le frontiere agli italiani ma lascia passare senza battere ciglio centinaia di migranti in condizioni igienico-sanitarie pessime. La soluzione è nei respingimenti». Gianandrea Gaiani, direttore del sito web Analisi Difesa ed ex consigliere di Matteo Salvini quando era al governo, ha una visione chiara di come andrebbe affrontato il problema dei clandestini.
Si dice che riportare sulle coste libiche gli immigrati significa condannarli alla reclusione nei lager.
«È una falsità. Gran parte di coloro che sbarcano in Italia provengono da Bangladesh, Marocco e Tunisia. Quindi non fuggono da guerre o persecuzioni. Respingimenti non significa rispedirli nei lager ma affidarli alle agenzie dell'Onu che possono creare ponti aerei e rimpatriarli. Se è chiaro che in Italia si entra solo con i passaporti in regola, nessuno partirà più».
È quanto stanno facendo Grecia e Malta.
«Per il nostro Paese è il momento giusto per creare un fronte comune».
Ma il governo si muove in direzione opposta.
«Stiamo attuando una politica dell'accoglienza che ci rende ridicoli. Quattro ministri hanno firmato un documento che disponeva la chiusura dei porti durante l'emergenza Covid, ma poi abbiamo deciso di prenderci in carico i profughi della Open Arms. Anche la Germania aveva chiesto alle ong di fermarsi».
Conte sta forse aspettando un segnale dall'Europa?
«Ennesimo errore. Chi può credere che la Ue ci tolga le castagne dal fuoco? Comunque, qualsiasi criterio di suddivisione dei migranti è sbagliato all'origine. Più suddividi i migranti e più ne arrivano. Spesso la loro destinazione è la Francia e la Germania, da dove il più delle volte vengono respinti. Deve passare il principio che non si entra. Solo in questo modo si blocca il business dei trafficanti. La pandemia ha ingigantito il problema. Mettiamo i clandestini in quarantena su navi che costano 1 milione di euro al mese quando non riusciamo a dare soldi agli operai e alle imprese. Ma è evidente che non si vuole risolvere il problema alla radice. Spendere risorse per accogliere immigrati illegali di cui non c'è bisogno è suicida. Serve solo a dare commesse alle organizzazioni di soccorso e di accoglienza legate alla sinistra, le “lobby dell'accoglienza" che, con Salvini ministro, avevano visto ridursi il giro d'affari».
La sanatoria degli irregolari è una falsa soluzione?
«È solo un messaggio mandato a tutto il mondo che in Italia si può venire tranquillamente, tanto prima o poi arriva una regolarizzazione. Inoltre, la sanatoria ha un costo. Il datore di lavoro deve pagare circa 500 euro e anche per l'immigrato è previsto un esborso. Chi è disposto a farlo? Gli irregolari avrebbero il permesso di soggiorno, non un posto di lavoro, dal momento che ben 400.000 italiani non hanno più un'occupazione. Ed è già dimostrato che non servirà a portare braccianti sui campi. I tempi burocratici sono così lunghi che la raccolta di frutta e verdura sarà finita».
«A Lampedusa scoppia il finimondo»

Il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello (Ansa)
La situazione a Lampedusa è esplosiva. Dopo l'atto vandalico alla Porta d'Europa, ecco il rogo dei barconi abbandonati. «O il governo interviene o può succedere di tutto. Non si può continuare a far finta di niente». Salvatore Martello, sindaco di Lampedusa, non trattiene l'agitazione. Nei giorni scorsi la Porta d'Europa, il monumento dell'artista Mimmo Paladino dedicato all'accoglienza dei migranti, è stato impacchettato con teli di plastica neri e corde. Un «no» esplicito ai migranti. A far salire la tensione è seguito il rogo di 50 barconi accatastati in due punti dell'isola, discariche espressione del degrado dell'isola. Negli ultimi mesi, nonostante la pandemia, Lampedusa ha dovuto fare i conti con centinaia di sbarchi (600 solo nell'ultima settimana, 5.500 da inizio anno, triplicati rispetto al 2019) e questo ha contribuito ad aumentare l'indignazione della popolazione già preoccupata per la crisi economica. Le proteste si intensificano ed è stata avviata una raccolta di firme da inviare al governo e alla Regione per chiedere la chiusura dell'hotspot dove vengono ospitati i migranti, che peraltro è privo delle condizioni igieniche richieste contro la pandemia. Intanto le Ong tornano. Dopo la Sea Watch, la Mare Jonio di Mediterranea e la Ocean Viking di Sos Mediterranée.
È stato rivendicato l'atto contro la Porta d'Europa?
«No, ma la tensione sull'isola è palpabile. È un messaggio per dire che la popolazione ne ha abbastanza degli sbarchi. Basta leggere i post di protesta su Facebook. In questi ultimi giorni gli arrivi si sono intensificati».
E durante la chiusura dei porti per il Covid?
«I flussi non si sono mai fermati. E ora con il bel tempo sono accelerati. L'hotspot contiene circa 100 ospiti. Stiamo superando il livello di guardia. Il problema di barche e barchini che attraccano sulle nostre coste si aggiunge a una situazione di grande malessere della popolazione alle prese con la crisi portata dalla pandemia. Il turismo, principale voce dell'economia dell'isola, è bloccato e non sappiamo quando riprenderà. Prima o poi scoppierà il finimondo, succederà qualcosa se lo Stato non interviene. L'isola è una pentola che bolle. Non bisogna aspettare il morto per rendersi conto del disagio sociale. Occorrono azioni di concreta solidarietà e sostengo alla comunità locale, prima che un'ondata di odio sociale travolga tutto».
Avete segnalato il problema al governo?
«Continuamente, ma i numeri parlano più di tante parole. Basta leggere i dati del Viminale che riferisce puntualmente l'entità degli arrivi di clandestini. La verità è che con la pandemia, il problema dei migranti è passato in secondo piano. Dall'Europa arriva solo il silenzio. Nemmeno l'opposizione ne parla più. Il tema è stato cancellato dall'agenda politica, è scomodo. È più facile chiudere occhi e orecchie. Non vorrei che si ripetesse la tragedia del 2011».
Si riferisce a quando, con la primavera araba, migliaia di tunisini si riversarono sull'isola nell'assenza totale di misure di contrasto anche quando i migranti raggiunsero gli stessi numeri della popolazione residente?
«Le immagini di quella invasione fecero il giro del mondo. Per Lampedusa fu un anno drammatico e l'allora ministro dell'Interno non si fece vedere sull'isola. La popolazione ne uscì molto provata dal punto di vista psicologico ed economico. Non vorremmo assistere di nuovo a episodi simili».
Continua a leggereRiduci
Durante l'emergenza Covid, i ricollocamenti sono stati più lenti però gli sbarchi si sono moltiplicati: in cinque mesi sono cresciuti del 290%. E ora, secondo uno studio Onu, i flussi aumenteranno.Il primo cittadino di Trieste, Roberto Dipiazza: «C'è chi li aiuta e ostacola le forze dell'ordine. Non sappiamo dove metterli e ora la gente ha paura a uscire».Gianandrea Gaiani, direttore del sito web Analisi Difesa: «La sanatoria? Costosa e inutile. Siamo nelle mani della lobby dell'accoglienza».Il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, esasperato per l'attentato contro il monumento simbolo e il rogo dei barconi: «I clandestini continuano ad approdare, gli abitanti chiedono la chiusura dell'hotspot».Lo speciale contiene quattro articoli.Il tema è scomparso dall'agenda dell'Europa, messo in secondo piano dall'emergenza sanitaria. La riforma del sistema di asilo di Dublino è uscita dall'agenda: la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, ha detto di non sapere quando sarà riavviata la discussione. La pandemia ha rallentato i ricollocamenti dei migranti in Europa mentre gli sbarchi si sono intensificati. Dal 1° gennaio al 5 giugno, secondo il Viminale, c'è stata una vera esplosione rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. In questi 5 mesi gli arrivi sono stati 5.461 contro i 1.878 dello stesso periodo del 2019: +290,8%. Nei primi 3 giorni di giugno sono sbarcati 239 migranti con un picco, il 2, di 137. Numeri importanti per i minori non accompagnati: 851 al 1° giugno, mentre in tutto il 2019 ne sono arrivati 1.680. I Paesi di provenienza sono Bangladesh, Costa d'Avorio, Tunisia, Sudan, Algeria, Marocco.A incentivare i flussi non è solo la bella stagione, come da consuetudine, ma soprattutto il sentore che il clima politico nei confronti dell'immigrazione in Italia è cambiato e si è allentata la presa che aveva caratterizzato il periodo in cui il ministro dell'Interno era Matteo Salvini. Le ripetute dichiarazioni del nuovo ministro, Luciana Lamorgese, sulla modifica del decreto Sicurezza e la sanatoria degli irregolari inserita nel decreto Rilancio, sono un segnale eloquente che il governo persegue una politica più tollerante. Il piano per smantellare i provvedimenti della Lega era già pronto a febbraio, ma la pandemia ha rivoluzionato l'agenda dell'esecutivo. Questa strategia trova una sponda a Bruxelles che non trova una linea comune sulla gestione dei flussi. La Commissione avrebbe dovuto da tempo partorire un nuovo patto sul meccanismo di ricollocazione dei migranti salvati in mare e sulla responsabilità degli Stati di bandiera della navi Ong. Ma ancora non c'è traccia. E l'aumento di clandestini è un fattore che acuisce la tensione sociale.Uno studio dell'Onu prevede un aumento dei flussi a causa del peggioramento della situazione economica globale. In Libia ci sono 650.000 immigrati pronti a imbarcarsi. E l'approdo più facile è l'Italia. Grecia e Malta stanno attuando una politica di respingimento, nonostante la condanna della Ue e dell'Onu. I profughi intercettati vengono riportati sulle coste turche e libiche. Malta, secondo testimonianze, addirittura indirizzerebbe i migranti verso le coste italiane con tanto di coordinate Gps e fornitura di carburante. Il risultato è che in questi mesi, con le preoccupazioni di tutta Italia catalizzate dall'emergenza sanitaria, di immigrazione non si è occupato nessuno e le situazioni più difficili si sono addirittura incancrenite. Lo scenario drammatico non pare interessare al governo. Anzi, invece di cercare di contenere gli arrivi in un momento critico per l'economia, quando è lo stesso Viminale a lanciare l'allarme per il rischio che esploda la «rabbia degli italiani», il governo ha varato una sanatoria degli irregolari che è come un invito a venire nel nostro Paese. Durante la pandemia, sia il governo italiano sia quello libico hanno dichiarato i propri porti «non sicuri» ma gli sbarchi sono continuati come se nulla fosse. Ma il flusso non avviene soltanto via mare: gli ingressi di clandestini si sono intensificati anche nelle regioni del Nord Italia. Immigrati asiatici, soprattutto afghani e pakistani, seguono la rotta dei Balcani: dalla Turchia arrivano in qualche modo in Bosnia, poi entrano in Croazia e Slovenia e quindi giungono a Trieste pressoché indisturbati.A fine aprile, nel capoluogo giuliano si è registrata un'impennata di ingressi, con picchi di oltre 100 al giorno. A Fernetti, sul valico con la Slovenia, gli arrivi in massa hanno creato problemi per i controlli sanitari al punto che il Viminale ha dovuto mandare altri 40 agenti di rinforzo alla polizia di frontiera. C'è chi già parla di una Lampedusa del Nordest. La situazione è tornata critica anche alla frontiera con la Francia. La Caritas ha segnalato una ripresa dei transiti di migranti, il che fa pensare a nuovi respingimenti verso il nostro Paese.Rischia di sfuggire di mano la situazione a Lampedusa. Gli sbarchi sono continuati anche durante il lockdown. Nell'indifferenza dell'Europa, l'isola sta per esplodere. L'hotspot è già ben oltre la capienza e la nave per la quarantena che staziona tra l'isola e le coste dell'Agrigentino è stracolma di migranti in quarantena. Nell'albergo Villa Sikania a Siculiana, non lontano dalla spiaggia della Scala dei Turchi, oltre 20 tunisini ospitati hanno violato la quarantena e sono fuggiti.Sono stati subito rintracciati, ma già si era scatenata la protesta dei residenti. Sempre nell'isola, uno dei punti più critici è il centro di accoglienza a Villa Sant'Andrea di Valderice (Trapani). In Sicilia le baraccopoli si montano e si smontano come il Lego. Alcune contengono discariche a cielo aperto. Aree-ghetto, sorta di favelas, si trovano nelle campagne di Cassibile, in provincia di Siracusa, e a Vittoria presso Ragusa. Le tendopoli a Campobello di Mazara, nel Trapanese, come a Caltanissetta, nei pressi del Cie di Pian del Lago, si riempiono contro ogni rispetto delle norme igieniche. Il presidente di Anci (Associazione nazionale Comuni d'Italia) Sicilia, Leoluca Orlando, ha lanciato l'allarme sul sovraffollamento dei centri d'accoglienza nei Comuni dell'Agrigentino e del Ragusano ma è stato un urlo in un deserto. Gli arrivi in massa stanno intasando le baraccopoli. Alle criticità sanitarie si aggiungono i rapporti problematici con le comunità del luogo, stressate dalla crisi economica. C'è il pericolo che si inneschi una guerra tra poveri con degenerazioni violente. Nelle baraccopoli del Metaponto in Basilicata vivono oltre 2.000 immigrati, disperati, sfruttati dai caporali. La piana di Gioia Tauro è il punto caldo dell'immigrazione in Calabria. Vi lavorano, secondo stime della prefettura, 1.500 persone, provenienti dall'Africa. È una polveriera sempre pronta a deflagrare. Rosarno vive ancora nell'incubo della notte fra il 7 e l'8 gennaio 2019, quando centinaia di immigrati, ospitati in una fabbrica in disuso in condizioni di estremo degrado, si riversarono per il centro della città, armati di bastoni e armi improvvisate, devastando centinaia di auto e incendiando cassonetti dei rifiuti. Altro punto nevralgico in Calabria è il Cara di Isola Capo Rizzuto (Crotone), capace di ospitare 1.000 persone.In Puglia il Cara (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Borgo Mezzanone a una decina di chilometri da Foggia, ospita migliaia di immigrati ma altrettanti vivono nelle baracche disseminate attorno. La provincia di Foggia brulica di insediamenti abusivi di stranieri. In Campania i clandestini si concentrano nel Salernitano e nel Casertano. Prevalgono le occupazioni di edifici che spesso condividono con italiani in condizioni di estrema povertà. A Roma atteggiamenti di esasperazione contro i migranti sono sempre più frequenti. Al Tiburtino III, quartiere popolare della periferia Est, i residenti sono riusciti a far sgomberare l'ex centro di accoglienza occupato da clandestini di origine africana. Una bomba sociale è anche il centro di Torre Maura, sempre a Roma, dove giorni fa un blitz della polizia ha portato all'arresto di alcuni nordafricani abusivi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-va-peggio-di-prima-2646162226.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arrivano-a-centinaia-trieste-abbandonata-da-europa-e-governo" data-post-id="2646162226" data-published-at="1591553462" data-use-pagination="False"> «Arrivano a centinaia. Trieste abbandonata da Europa e governo» Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza (Ansa) «Stanno arrivando a centinaia e non abbiamo più strutture dove alloggiarli per trascorrere la quarantena. La popolazione è esasperata e preoccupata. Ci sono stati casi di violenza. Trieste ha sempre vissuto il problema degli ingressi di migranti, per la sua collocazione al confine, ma ora la situazione sta diventando ingestibile. Pare anche che la polizia non riesca a frenare i flussi perché, così mi dicono, ci sono associazioni che denunciano gli agenti. In alcuni giorni ci sono stati oltre 160 ingressi. Tutti, il governo e l'Europa, si voltano dall'altra parte e noi siamo qui, da soli a gestire un'emergenza che si sta ingigantendo». Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste, parla a raffica, concitato. Ha appena inviato una lettera firmata con i primi cittadini di Gorizia, Rodolfo Ziberna, e Tarvisio, Renzo Zanette, al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e ai ministri degli Esteri Luigi Di Maio e dell'Interno Luciana Lamorgese, per richiamare l'attenzione sull'aumento dei flussi di migranti e la mancanza di strutture per la quarantena. In attesa di una risposta del governo come state affrontando la quarantena dei migranti? «Abbiamo installato una tendopoli sul Carso dove diamo tutti i servizi. Le altre strutture come gli alberghi non bastano più, stanno esplodendo. Gli arrivi di minori non accompagnati sono aumentati addirittura del 400%. Per legge se ne deve occupare il Comune anche se i finanziamenti sono della Regione, ma non sappiamo più dove ospitarli per la quarantena. Il confine è un colabrodo. Gli ingressi ci sono sempre stati, sia chiaro, è un problema vecchio, ma ora il flusso è sistematico e numericamente in crescita. Non mi stupisco se Trieste è stata definita la Lampedusa del Nordest». Arrivano indisturbati, seguendo la rotta dei Balcani? «Molti sono originari del Pakistan, attraversano la Turchia, la Croazia e la Slovenia senza trovare alcun ostacolo, e ce li ritroviamo qui. Sanno che in Italia c'è una politica più tollerante. Gli altri Paesi chiudono gli occhi, li lasciano passare. I numeri ufficiali sono solo la punta di un iceberg. Da Trieste a Tarvisio ci sono 160 chilometri di confine molto facile da varcare. Inoltre, mi dicono di associazioni molto attive negli aiuti ai migranti, che fanno di tutto per facilitare gli ingressi anche denunciando le forze dell'ordine che cercano invece di porre un argine alle irregolarità. Prima del Covid i clandestini, una volta individuati, venivano smistati in vari centri ma ora la quarantena complica la situazione e c'è il rischio di tensioni sociali». Come sta reagendo la popolazione? «C'è grande insofferenza a Trieste ma anche indignazione per l'indifferenza del governo. Soffriamo l'assenza delle istituzioni. La popolazione vede gli immigrati girovagare per la città, sdraiati sui prati o sulle panchine, pronti a tirar fuori il coltello per un nulla, mentre la città vive la crisi economica. Proprio alcuni giorni fa un pakistano e un algerino si sono presi a coltellate. Ci sono quelli che spacciano. Sanno che non andranno a finire in prigione e che al massimo possono essere puniti con una contravvenzione che non pagheranno mai. Non si possono nemmeno impiegare nella raccolta della frutta perché non sono regolarizzati. Per non parlare del degrado che si lasciano dietro. Il Carso è disseminato di migliaia di vecchi giubbotti, pantaloni, scarpe, abbandonati da chi arriva. Trieste è sempre stata una città tranquilla, dove si poteva andare in giro di notte senza pericoli, ma ora le persone hanno paura». Quanti restano in Italia e quanti ripartono verso la Germania, la Francia, l'Austria? «Difficile dirlo perché quelli identificati sono una minoranza. Molti si fanno riconoscere perché sanno che in Italia possono accedere a una serie di servizi di assistenza e alle cure sanitarie. Ci sono associazioni che li affidano ad avvocati per portare avanti le pratiche e nel frattempo possono restare nel nostro Paese indisturbati. Mi dicono che i respingimenti dalla Germania sono ricominciati. Quelli dalla Croazia e dalla Slovenia non si sono mai fermati. È una strategia consolidata. Noi invece, li accogliamo a braccia aperte». L'accoglienza diffusa è un principio che guida la politica italiana sui migranti. «È un errore dalle conseguenze gravi, come stiamo verificando in questa emergenza del Covid». Come andrebbe affrontato il problema? «Abbiamo tante caserme dismesse che potrebbero essere utilizzate per ospitare i migranti in quarantena. Ma quando si tocca questo argomento la sinistra alza le barricate. È una impostazione miope, ideologica e dannosa. Se si concentrassero i migranti in luoghi precisi potremmo avere la situazione sotto controllo. Sarebbe più facile verificare le loro condizioni sanitarie. L'accoglienza diffusa è un errore enorme. Nella lettera inviata al governo con gli altri sindaci chiediamo che sia risolto nell'immediato il problema degli spazi idonei a ospitare le quarantene per i minori non accompagnati, come anche per i richiedenti asilo adulti. Sollecitiamo anche un'azione diplomatica per bloccare la ripresa dei flussi sulla rotta balcanica e attivare ulteriori controlli sui confini per respingere i nuovi arrivi. Non è possibile che di un problema internazionale, e in subordine nazionale, debba farsi carico il Comune». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-va-peggio-di-prima-2646162226.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-soluzione-e-una-sola-i-respingimenti" data-post-id="2646162226" data-published-at="1591553462" data-use-pagination="False"> «La soluzione è una sola: i respingimenti» «La Slovenia sbarra le frontiere agli italiani ma lascia passare senza battere ciglio centinaia di migranti in condizioni igienico-sanitarie pessime. La soluzione è nei respingimenti». Gianandrea Gaiani, direttore del sito web Analisi Difesa ed ex consigliere di Matteo Salvini quando era al governo, ha una visione chiara di come andrebbe affrontato il problema dei clandestini. Si dice che riportare sulle coste libiche gli immigrati significa condannarli alla reclusione nei lager. «È una falsità. Gran parte di coloro che sbarcano in Italia provengono da Bangladesh, Marocco e Tunisia. Quindi non fuggono da guerre o persecuzioni. Respingimenti non significa rispedirli nei lager ma affidarli alle agenzie dell'Onu che possono creare ponti aerei e rimpatriarli. Se è chiaro che in Italia si entra solo con i passaporti in regola, nessuno partirà più». È quanto stanno facendo Grecia e Malta. «Per il nostro Paese è il momento giusto per creare un fronte comune». Ma il governo si muove in direzione opposta. «Stiamo attuando una politica dell'accoglienza che ci rende ridicoli. Quattro ministri hanno firmato un documento che disponeva la chiusura dei porti durante l'emergenza Covid, ma poi abbiamo deciso di prenderci in carico i profughi della Open Arms. Anche la Germania aveva chiesto alle ong di fermarsi». Conte sta forse aspettando un segnale dall'Europa? «Ennesimo errore. Chi può credere che la Ue ci tolga le castagne dal fuoco? Comunque, qualsiasi criterio di suddivisione dei migranti è sbagliato all'origine. Più suddividi i migranti e più ne arrivano. Spesso la loro destinazione è la Francia e la Germania, da dove il più delle volte vengono respinti. Deve passare il principio che non si entra. Solo in questo modo si blocca il business dei trafficanti. La pandemia ha ingigantito il problema. Mettiamo i clandestini in quarantena su navi che costano 1 milione di euro al mese quando non riusciamo a dare soldi agli operai e alle imprese. Ma è evidente che non si vuole risolvere il problema alla radice. Spendere risorse per accogliere immigrati illegali di cui non c'è bisogno è suicida. Serve solo a dare commesse alle organizzazioni di soccorso e di accoglienza legate alla sinistra, le “lobby dell'accoglienza" che, con Salvini ministro, avevano visto ridursi il giro d'affari». La sanatoria degli irregolari è una falsa soluzione? «È solo un messaggio mandato a tutto il mondo che in Italia si può venire tranquillamente, tanto prima o poi arriva una regolarizzazione. Inoltre, la sanatoria ha un costo. Il datore di lavoro deve pagare circa 500 euro e anche per l'immigrato è previsto un esborso. Chi è disposto a farlo? Gli irregolari avrebbero il permesso di soggiorno, non un posto di lavoro, dal momento che ben 400.000 italiani non hanno più un'occupazione. Ed è già dimostrato che non servirà a portare braccianti sui campi. I tempi burocratici sono così lunghi che la raccolta di frutta e verdura sarà finita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-va-peggio-di-prima-2646162226.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="a-lampedusa-scoppia-il-finimondo" data-post-id="2646162226" data-published-at="1591553462" data-use-pagination="False"> «A Lampedusa scoppia il finimondo» Il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello (Ansa) La situazione a Lampedusa è esplosiva. Dopo l'atto vandalico alla Porta d'Europa, ecco il rogo dei barconi abbandonati. «O il governo interviene o può succedere di tutto. Non si può continuare a far finta di niente». Salvatore Martello, sindaco di Lampedusa, non trattiene l'agitazione. Nei giorni scorsi la Porta d'Europa, il monumento dell'artista Mimmo Paladino dedicato all'accoglienza dei migranti, è stato impacchettato con teli di plastica neri e corde. Un «no» esplicito ai migranti. A far salire la tensione è seguito il rogo di 50 barconi accatastati in due punti dell'isola, discariche espressione del degrado dell'isola. Negli ultimi mesi, nonostante la pandemia, Lampedusa ha dovuto fare i conti con centinaia di sbarchi (600 solo nell'ultima settimana, 5.500 da inizio anno, triplicati rispetto al 2019) e questo ha contribuito ad aumentare l'indignazione della popolazione già preoccupata per la crisi economica. Le proteste si intensificano ed è stata avviata una raccolta di firme da inviare al governo e alla Regione per chiedere la chiusura dell'hotspot dove vengono ospitati i migranti, che peraltro è privo delle condizioni igieniche richieste contro la pandemia. Intanto le Ong tornano. Dopo la Sea Watch, la Mare Jonio di Mediterranea e la Ocean Viking di Sos Mediterranée. È stato rivendicato l'atto contro la Porta d'Europa? «No, ma la tensione sull'isola è palpabile. È un messaggio per dire che la popolazione ne ha abbastanza degli sbarchi. Basta leggere i post di protesta su Facebook. In questi ultimi giorni gli arrivi si sono intensificati». E durante la chiusura dei porti per il Covid? «I flussi non si sono mai fermati. E ora con il bel tempo sono accelerati. L'hotspot contiene circa 100 ospiti. Stiamo superando il livello di guardia. Il problema di barche e barchini che attraccano sulle nostre coste si aggiunge a una situazione di grande malessere della popolazione alle prese con la crisi portata dalla pandemia. Il turismo, principale voce dell'economia dell'isola, è bloccato e non sappiamo quando riprenderà. Prima o poi scoppierà il finimondo, succederà qualcosa se lo Stato non interviene. L'isola è una pentola che bolle. Non bisogna aspettare il morto per rendersi conto del disagio sociale. Occorrono azioni di concreta solidarietà e sostengo alla comunità locale, prima che un'ondata di odio sociale travolga tutto». Avete segnalato il problema al governo? «Continuamente, ma i numeri parlano più di tante parole. Basta leggere i dati del Viminale che riferisce puntualmente l'entità degli arrivi di clandestini. La verità è che con la pandemia, il problema dei migranti è passato in secondo piano. Dall'Europa arriva solo il silenzio. Nemmeno l'opposizione ne parla più. Il tema è stato cancellato dall'agenda politica, è scomodo. È più facile chiudere occhi e orecchie. Non vorrei che si ripetesse la tragedia del 2011». Si riferisce a quando, con la primavera araba, migliaia di tunisini si riversarono sull'isola nell'assenza totale di misure di contrasto anche quando i migranti raggiunsero gli stessi numeri della popolazione residente? «Le immagini di quella invasione fecero il giro del mondo. Per Lampedusa fu un anno drammatico e l'allora ministro dell'Interno non si fece vedere sull'isola. La popolazione ne uscì molto provata dal punto di vista psicologico ed economico. Non vorremmo assistere di nuovo a episodi simili».
iStock
Tra Italia e Francia ci sono 515 chilometri di confine. Tre le Regioni italiane che si affacciano di là: Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta. Due le francesi che guardano di qua: Provenza-Alpi-Costa Azzurra e Rodano-Alpi. Nel corso dei secoli, la frontiera con i cugini d’Oltralpe è cambiata più volte a causa di guerre, motivi politici, accordi diplomatici. La modifica più dolorosa avvenne nel 1860 quando Vittorio Emanuele II cedette la Savoia e un bel tratto di costa ligure, da Mentone a Nizza, a Napoleone III per l’aiuto fornito nella seconda guerra d’indipendenza, ma soprattutto per tenerlo buono dopo le annessioni di Parma, Modena, Romagna e Toscana. Ancora oggi ci sono dispute di confine: la Francia considera tutta sua la vetta del Monte Bianco; l’Italia, usando il ragionevole e scientifico metro orografico dello spartiacque, reclama il versante da cui scendono le acque verso la pianura Padana e il Mare nostrum.
Torniamo alla «dolorosa» cessione di Nizza che fece incavolare il nizzardo Garibaldi contro Cavour («Ha venduto la mia patria, Nizza è francese come io sono un tartaro»). Oltre a costringere migliaia di nizzardi all’esodo in Liguria, a obbligare i rimasti a gallicizzare la carta d’identità e a cambiare sull’atlante i nomi di località che per secoli vi figuravano in italiano (Nizza-Nice; Mentone-Menton; Villafranca Marittima-Villefranche sur Mer; Roccabruna-Roquebrune Cap Martin), il trattato di Torino del 1860 permise ai nuovi padroni transalpini di francesizzare i piatti popolari e tipici dell’antica contea. L’insalata nizzarda, piatto povero e marinaio che piaceva tanto a Garibaldi per la sua semplicità (a quei tempi contava solo su tre ingredienti: acciughe, pomodori e olio d’oliva) divenne la salade niçoise. Oggi, definita dai manuali gastronomici d’Oltralpe «une spécialité culinaire emblématique de Nice», è arricchita con uova sode, tonno, carciofi, peperoni, cipolle. La salade niçoise rimane comunque imparentata con il condiglione (cundigiun in dialetto ligure) tipico della Riviera di Ponente, di Ventimiglia, Arma di Taggia, Oneglia, Finale Ligure... Anch’esso, nato povero con pochi ingredienti, acciughe, olio d’oliva, pomodori, basilico, è diventato una ricca insalatona come quella francese: cipolle, olive, pomodori, peperoni, uova sode, tonno e, chi ha la fortuna di trovarli essendo un prodotto di nicchia, i «pelandroni d’Albenga», fagiolini «mangiatutto» molto apprezzati dai buongustai per il sapore marcato e avvolgente.
Trattati a parte, c’è sempre stato, nelle zone di frontiera tra Italia e Francia, un intenso passaggio di uomini e di cibi. Lo dimostrano proprio i piatti di confine dell’una e dell’altra parte che riflettono, nonostante le divisioni politiche, la fusione culturale, comunitaria e il sapere gastronomico che non conosce frontiere nelle zone geografiche interconnesse come lo sono la Valle d’Aosta, il Piemonte, la Liguria, la Savoia e la Provenza. Ai tempi del De bello gallico, i legionari di Cesare introdussero le tecniche di panificazione e le «razioni K», il pasto militare, dei loro tempi: laridum, lardo, la dissetante posca, una bevanda fatta con acqua e aceto, il garum, condimento buono per tutti i cibi, legumi vari con i quali preparare varie puls, sorta di polentine pre-mais. Secoli dopo, furono i contrabbandieri e i passeurs carichi di sale, caffè, tabacco e generi alimentari a percorrere sentieri infischiandosene delle frontiere. Scambi di cultura popolare, di riti e credenze, di gastronomia povera avvennero anche grazie ai pellegrini che percorrevano la Via francigena, a pastori, vaccari, genti trans - e cis - alpine.
Nelle zone di frontiera, soprattutto nelle Alpi Liguri e tra la Valle di Susa, la Val Cenischia e la zona di Moncenisio (al di qua) e quella del Mont Cenis nella Savoie (al di là) i buoni piatti popolari non hanno mai badato ai confini. La fonduta di formaggio, spesso a base di fontina, è tipica della Valle d’Aosta, non c’è dubbio, ma la fondue savoiarda è sua sorella o una parente molto stretta: per gustare l’una o l’altra si intingono con ingordigia bocconi di pane nelle scodelle di formaggio fuso. Ancora: è nata prima la soupe grasse savoiarda o la soupa grasa (pane di segale, in brodo con lardo, cipolla, toma) dell’Alta Val di Susa? Vogliamo mettere a confronto la bagna càuda, salsa piemontese che più piemontese non si può (è fatta con acciughe, aglio e olio d’oliva) con l’anchoiade provenzale che ha gli stessi ingredienti? Ma per favore... Meglio la bouillabasse provenzale (zuppa di pesce, indispensabili lo scorfano, la gallinella di mare, la triglia e il grongo) o la ligure boiabessa, che sembra una parolaccia ma non lo è? In questo caso, onestamente, faccio pendere la bilancia verso Marsiglia.
Poi ci sono i finti piatti francesi. Vogliamo parlare del vitel tonnè? Detto così sembra gallico, ma non lo è. Intanto, vitello in francese si dice veau e la parola tonnè è inutile cercarla sul Larousse perché non esiste. L’Accademia italiana della cucina, a tale proposito, considera il vitello tonnato un grande classico della tradizione culinaria piemontese, frutto di un’antica ricetta Saluzzese della metà dell’Ottocento. Sottolinea l’Accademia che «si serviva a Saluzzo un arrosto tonnato, delizioso, che alla fine pretendeva un sugo d’arrosto denso; la carne è arricchita con tonno, pochi capperi, una acciuga e il tuorlo crudo di un uovo, si batteva questa salsa e la si stendeva tiepida sulle morbide fette d’arrosto». L’Accademia ha codificato la versione storica raccomandando: è assolutamente vietato usare la maionese.
Anche i marron glacées hanno un nome fuorviante. Non sono francesi. I marroni canditi si mangiavano già in tempi antichi. Ne parla Virgilio nelle Bucoliche. Erano castagne cotte nell’acqua e ricoperte di miele. Ma i marron glacée come li intendiamo adesso nacquero alla metà del Cinquecento nelle cucine del duca Carlo Emanuele I di Savoia. Il dolce è italianissimo. Il nome francese si spiega con il fatto che, alla corte sabauda, la lingua ufficiale era il francese. Va da sé che i francesi sostengono che i marron glacée sono una loro invenzione della fine del Seicento. Luigi XIV, il Re Sole, ne era ghiotto ma onestamente ammetteva che i migliori erano quelli dei pasticceri torinesi grazie alla qualità delle castagne piemontesi e allo zucchero di canna che arrivava da Venezia.
È molto interessante la storia del pain perdu, un dolce povero che nasce dal recupero del pane duro, vecchio, cioè perduto. Un panettiere francese, Pascale Suivre, che ha aperto nel veronese alcune boulangeries nelle quali sforna baguette, croissant, pain au chocolat, quiche, lo spiega così: «Era la merenda che la mamma mi preparava imbevendo di uova o latte il pain perdu che poi cuoceva in padella fino alla doratura». Ancora oggi le mamme francesi lo preparano e non c’è dubbio che sia un dolce tradizionale transalpino. Tanto è vero che, nei Paesi anglosassoni, lo chiamano french toast e, arricchito con zucchero, vaniglia, miele, frutta, sciroppo d’acero o altri mielosi ingredienti, è diffuso in tutto il mondo. Cosa c’entra l’Italia? Beh, se vogliamo ricostruire l’origine storica del pain perdu, troviamo le prime fonti a Roma, nel De re coquinaria di Apicio che suggeriva di immergere il pane raffermo nel latte, friggerlo e servirlo col miele. Una traccia moderna ci porta al pani indorau o su pai n’dorau (pane dorato) in Sardegna. Il pani indorau è un piatto tipico della tradizione culinaria sarda, soprattutto di quella dell’Ogliastra e del Campidano. La ricetta appartiene alla civiltà contadina dell’isola, nata per riciclare il pane raffermo, duro. Si prepara con fette di pane, meglio se si usa il civraxiu, una pagnotta tipica di Sanluri, immerse nel latte e successivamente nell’uovo sbattuto. Quando le fette hanno assorbito l’uno e l’altro, si mettono a friggere assumendo il caratteristico colore indorau.
Continua a leggereRiduci
Antonio Riva
L’abito «importante», quello scenografico, strutturato, quasi scultoreo come nelle creazioni di Antonio Riva Milano, continua a rappresentare un sogno per molte donne. Il desiderio di sentirsi uniche, protagoniste e memorabili nel giorno del matrimonio non è affatto scomparso. Anzi, per alcune spose quell’abito resta un momento quasi «artistico», irripetibile. E oggi il concetto di sogno è molto più personale. Accanto agli abiti voluminosi e costruiti, convivono scelte molto diverse: linee minimal, abiti corti, tailleur, cambi d’abito durante la giornata, persino look non tradizionali. Il punto non è più stupire tutti, ma rappresentare sé stesse. Ne parliamo con Antonio Riva.
Il suo marchio nasce nel 1994: quali sono stati i momenti chiave che hanno definito la sua identità stilistica nei primi anni?
«I primi anni del mio lavoro sono stati fondamentali per costruire un linguaggio estetico coerente e riconoscibile. Ho sempre puntato su una sartorialità rigorosa e sulla volontà di distinguermi per l’unicità dei miei abiti, in controtendenza rispetto a un periodo in cui la moda sposa iniziava a diventare più industriale. L’apertura dell’atelier a Milano ha segnato un passaggio importante: non solo come luogo fisico ma come spazio dove far vivere emozioni».
Lei descrive i suoi abiti come «molto costruiti»: cosa significa, nel concreto, progettare un abito con una forte tridimensionalità?
«Significa pensare l’abito come un’architettura: la tridimensionalità nasce dallo studio delle proporzioni e dalla capacità di modellare il tessuto sul corpo attraverso strutture interne - bustier, supporti, pieghe ingegnerizzate - che permettono all’abito di mantenere una forma precisa».
I volumi importanti e i fiocchi sono diventati una sua firma distintiva: da dove nasce questa scelta estetica?
«Dal desiderio di esprimere una femminilità forte ma mai banale. I volumi importanti permettono di creare una presenza scenica, quasi scultorea, che rende protagonista la donna che lo indossa. Il fiocco, invece, è un elemento apparentemente semplice, ma reinterpretato in chiave contemporanea diventa un segno grafico potente. Non è un dettaglio decorativo fine a sé stesso: è parte integrante della struttura, spesso pensato come un elemento architettonico. L’ispirazione arriva sia dalla tradizione dell’alta moda italiana sia dall’arte e dal design».
Quanto conta il legame con il territorio lombardo, in particolare tra Milano e Lecco, nella sua visione creativa?
«È centrale. Milano rappresenta il cuore pulsante della moda e del design, un luogo di confronto continuo e di apertura internazionale. Lecco, invece, è legata a una dimensione più intima e artigianale, fatta di silenzi, natura e concentrazione. Queste peculiarità si riflettono nel processo creativo: da un lato l’energia e la contemporaneità della città, dall’altro la precisione e la calma necessarie per il lavoro sartoriale. Inoltre, la Lombardia vanta una tradizione tessile e manifatturiera di altissimo livello, che consente di lavorare con fornitori e artigiani d’eccellenza».
Il concetto di «timelessness» è centrale nelle sue collezioni: come si crea oggi un abito davvero senza tempo?
«Creare un abito senza tempo significa sottrarsi alla logica delle tendenze effimere e concentrarsi su elementi essenziali: proporzione, qualità, equilibrio. Un abito è timeless quando, a distanza di anni, continua a emozionare e a risultare attuale. Anche la scelta dei materiali è fondamentale: tessuti nobili, lavorati con cura, che mantengono la loro eleganza nel tempo».
I suoi abiti sono spesso descritti come opere d’arte: qual è il confine tra moda e arte nel suo lavoro?
«Il confine è sottile e spesso sfumato. La moda ha una funzione, deve essere indossata, mentre l’arte può esistere indipendentemente dall’uso. Tuttavia, quando un abito nasce da una ricerca formale e concettuale profonda, può avvicinarsi molto a un’opera d’arte. Nel mio lavoro, cerco di mantenere questo equilibrio: creare capi che abbiano una forte componente estetica e culturale, ma che restino vivi, in movimento, legati alla persona che li indossa».
Ogni creazione è accompagnata da un certificato di autenticità: quanto è importante oggi comunicare il valore dell’artigianalità?
«È fondamentale per sottolineare unicità, qualità e tempo dedicato a ogni capo da sposa. È un modo per raccontare la storia dell’abito, il tempo e le competenze che sono stati necessari per realizzarlo. È anche una forma di tutela, che sottolinea il valore del lavoro artigianale e lo distingue dalla produzione industriale».
Dopo oltre 30 anni di attività, come è cambiato il sogno delle spose?
«Oggi le spose cercano autenticità e personalizzazione. Sono più consapevoli, più informate e desiderano un abito che le rappresenti davvero. Vogliono vivere l’esperienza unica della ricerca e della scelta dell’abito perfetto per il loro giorno speciale».
Guardando al futuro, quali sono le nuove direzioni creative?
«Ricerca su materiali innovativi e nuove costruzioni più leggere: l’obiettivo è evolvere mantenendo intatto il Dna del brand: un equilibrio tra rigore sartoriale, ricerca formale e una visione contemporanea della femminilità».
Continua a leggereRiduci
iStock
Sconvolta dal dolore, la donna ha «scelto» di morire, per chiudere una vita ormai per lei priva di senso. Ora è in corso un contenzioso legale, promosso dai familiari della donna, che si chiedono come sia possibile accettare l’idea che si possa considerare quella richiesta di suicidio assistito il frutto di una decisione libera e consapevole. Una mamma, sconvolta dal dolore, in preda ad una profonda depressione che annichilisce l’esistenza, che intravvede nella morte una via d’uscita dalla sofferenza e chiede di «essere suicidata»: può essere ritenuta una scelta libera, incondizionata, lucida, pienamente consapevole? Se così fosse (e purtroppo così è stato ritenuto in questo caso!) dovremmo rivedere tutti i parametri del nostro vivere civile: di fronte a chi sta per gettarsi da un ponte o si è puntato una pistola alla tempia, norma legale e dovere civile è aiutare a dare compimento all’atto suicida!
Sta tutta qui, senza tanti vaniloqui né arzigogoli ideologici, la sostanza della legalizzazione del suicidio assistito. L’istinto nativo e primordiale di ogni essere vivente è la sopravvivenza e la conservazione della vita: solo una pulsione innaturale e patologica può spingere a togliersele. Ho lavorato per anni in un Pronto Soccorso ospedaliero e ho visto decine di casi di persone che avevano tentato il suicidio nei modi più impensabili, segno di una chiara autodeterminazione a farla finita: la prassi clinica impone che sempre si richieda una valutazione psichiatrica, partendo dall’assunto che chi cerca la morte non può che avere un pensiero «sconvolto», una mente malata, che va ricalibrata secondo il naturale istinto di sopravvivenza. Ciò considerato, acquista toni ancora più paradossali l’idea che il suicidio possa essere un «bene» che lo Stato deve tutelare come un diritto.
Il fatto della povera signora Wendy Duffy non fa che confermare un altro aspetto che impone di opporsi a qualsiasi legge che apra a logiche eutanasiche: a inizio anni Duemila, le prime legislazioni a favore di eutanasia e suicidio assistito prevedevano che vi potessero accedere solo malati terminali oncologici e ora, dopo meno di 20 anni, si apre la porta a persone sane che - per i motivi più diversi - hanno deciso di porre fine alla propria vita. Si tratta proprio di quel pendio scivoloso verso il «diritto di morire» a opera dello Stato, preteso dalla dittatura dell’autodeterminazione senza limiti. Purtroppo, oggi in Italia siamo costretti a prendere atto che vi sono regioni che hanno normato procedure di suicidio assistito, secondo i criteri espressi dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/19: è certamente un danno il cui prezzo viene pagato dalle persone più fragili e deboli - la deriva che papa Francesco chiamò la «cultura dello scarto». Ci si permetta un inciso: una mamma sconvolta dal dolore per la prematura scomparsa di un figlio, non è forse emblema di una struggente fragilità e debolezza? Ma rimane un danno sicuramente meno devastante rispetto a quello prodotto da una legge dello Stato che affermi il valore legale del suicidio. Senza dimenticare il pericoloso cortocircuito fra i concetti di «legale» e «morale»: siamo giunti all’assurdo, in questi tempi, di essere costretti a insegnare ai nostri figli, nipoti, studenti, discepoli che non tutto ciò che è protetto dalla legge è per ciò stesso etico. Moralità e legalità, a partire dalla legalizzazione dell’aborto, sono entrate in rotta di collisione e ciò che è legale ha oscurato ciò che è morale. La Costituzione «più bella del mondo», garantendo in modo assoluto il grande valore della libertà, non prevedeva certo che questa potesse spingerci fino a sottomettere a una distorta concezione di essa il diritto alla vita. Si stanno aprendo scenari nefasti, ma siamo ancora in tempo: basta crederci, ricordando che il male si subisce e non si sceglie. Mai.
Continua a leggereRiduci