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2020-06-08
Immigrati, va peggio di prima
Ansa
Il tema è scomparso dall'agenda dell'Europa, messo in secondo piano dall'emergenza sanitaria. La riforma del sistema di asilo di Dublino è uscita dall'agenda: la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, ha detto di non sapere quando sarà riavviata la discussione. La pandemia ha rallentato i ricollocamenti dei migranti in Europa mentre gli sbarchi si sono intensificati. Dal 1° gennaio al 5 giugno, secondo il Viminale, c'è stata una vera esplosione rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. In questi 5 mesi gli arrivi sono stati 5.461 contro i 1.878 dello stesso periodo del 2019: +290,8%. Nei primi 3 giorni di giugno sono sbarcati 239 migranti con un picco, il 2, di 137. Numeri importanti per i minori non accompagnati: 851 al 1° giugno, mentre in tutto il 2019 ne sono arrivati 1.680. I Paesi di provenienza sono Bangladesh, Costa d'Avorio, Tunisia, Sudan, Algeria, Marocco.
A incentivare i flussi non è solo la bella stagione, come da consuetudine, ma soprattutto il sentore che il clima politico nei confronti dell'immigrazione in Italia è cambiato e si è allentata la presa che aveva caratterizzato il periodo in cui il ministro dell'Interno era Matteo Salvini. Le ripetute dichiarazioni del nuovo ministro, Luciana Lamorgese, sulla modifica del decreto Sicurezza e la sanatoria degli irregolari inserita nel decreto Rilancio, sono un segnale eloquente che il governo persegue una politica più tollerante. Il piano per smantellare i provvedimenti della Lega era già pronto a febbraio, ma la pandemia ha rivoluzionato l'agenda dell'esecutivo. Questa strategia trova una sponda a Bruxelles che non trova una linea comune sulla gestione dei flussi. La Commissione avrebbe dovuto da tempo partorire un nuovo patto sul meccanismo di ricollocazione dei migranti salvati in mare e sulla responsabilità degli Stati di bandiera della navi Ong. Ma ancora non c'è traccia. E l'aumento di clandestini è un fattore che acuisce la tensione sociale.
Uno studio dell'Onu prevede un aumento dei flussi a causa del peggioramento della situazione economica globale. In Libia ci sono 650.000 immigrati pronti a imbarcarsi. E l'approdo più facile è l'Italia. Grecia e Malta stanno attuando una politica di respingimento, nonostante la condanna della Ue e dell'Onu. I profughi intercettati vengono riportati sulle coste turche e libiche. Malta, secondo testimonianze, addirittura indirizzerebbe i migranti verso le coste italiane con tanto di coordinate Gps e fornitura di carburante. Il risultato è che in questi mesi, con le preoccupazioni di tutta Italia catalizzate dall'emergenza sanitaria, di immigrazione non si è occupato nessuno e le situazioni più difficili si sono addirittura incancrenite. Lo scenario drammatico non pare interessare al governo. Anzi, invece di cercare di contenere gli arrivi in un momento critico per l'economia, quando è lo stesso Viminale a lanciare l'allarme per il rischio che esploda la «rabbia degli italiani», il governo ha varato una sanatoria degli irregolari che è come un invito a venire nel nostro Paese.
Durante la pandemia, sia il governo italiano sia quello libico hanno dichiarato i propri porti «non sicuri» ma gli sbarchi sono continuati come se nulla fosse. Ma il flusso non avviene soltanto via mare: gli ingressi di clandestini si sono intensificati anche nelle regioni del Nord Italia. Immigrati asiatici, soprattutto afghani e pakistani, seguono la rotta dei Balcani: dalla Turchia arrivano in qualche modo in Bosnia, poi entrano in Croazia e Slovenia e quindi giungono a Trieste pressoché indisturbati.
A fine aprile, nel capoluogo giuliano si è registrata un'impennata di ingressi, con picchi di oltre 100 al giorno. A Fernetti, sul valico con la Slovenia, gli arrivi in massa hanno creato problemi per i controlli sanitari al punto che il Viminale ha dovuto mandare altri 40 agenti di rinforzo alla polizia di frontiera. C'è chi già parla di una Lampedusa del Nordest. La situazione è tornata critica anche alla frontiera con la Francia. La Caritas ha segnalato una ripresa dei transiti di migranti, il che fa pensare a nuovi respingimenti verso il nostro Paese.
Rischia di sfuggire di mano la situazione a Lampedusa. Gli sbarchi sono continuati anche durante il lockdown. Nell'indifferenza dell'Europa, l'isola sta per esplodere. L'hotspot è già ben oltre la capienza e la nave per la quarantena che staziona tra l'isola e le coste dell'Agrigentino è stracolma di migranti in quarantena. Nell'albergo Villa Sikania a Siculiana, non lontano dalla spiaggia della Scala dei Turchi, oltre 20 tunisini ospitati hanno violato la quarantena e sono fuggiti.
Sono stati subito rintracciati, ma già si era scatenata la protesta dei residenti. Sempre nell'isola, uno dei punti più critici è il centro di accoglienza a Villa Sant'Andrea di Valderice (Trapani). In Sicilia le baraccopoli si montano e si smontano come il Lego. Alcune contengono discariche a cielo aperto. Aree-ghetto, sorta di favelas, si trovano nelle campagne di Cassibile, in provincia di Siracusa, e a Vittoria presso Ragusa. Le tendopoli a Campobello di Mazara, nel Trapanese, come a Caltanissetta, nei pressi del Cie di Pian del Lago, si riempiono contro ogni rispetto delle norme igieniche. Il presidente di Anci (Associazione nazionale Comuni d'Italia) Sicilia, Leoluca Orlando, ha lanciato l'allarme sul sovraffollamento dei centri d'accoglienza nei Comuni dell'Agrigentino e del Ragusano ma è stato un urlo in un deserto. Gli arrivi in massa stanno intasando le baraccopoli. Alle criticità sanitarie si aggiungono i rapporti problematici con le comunità del luogo, stressate dalla crisi economica. C'è il pericolo che si inneschi una guerra tra poveri con degenerazioni violente. Nelle baraccopoli del Metaponto in Basilicata vivono oltre 2.000 immigrati, disperati, sfruttati dai caporali. La piana di Gioia Tauro è il punto caldo dell'immigrazione in Calabria. Vi lavorano, secondo stime della prefettura, 1.500 persone, provenienti dall'Africa. È una polveriera sempre pronta a deflagrare. Rosarno vive ancora nell'incubo della notte fra il 7 e l'8 gennaio 2019, quando centinaia di immigrati, ospitati in una fabbrica in disuso in condizioni di estremo degrado, si riversarono per il centro della città, armati di bastoni e armi improvvisate, devastando centinaia di auto e incendiando cassonetti dei rifiuti. Altro punto nevralgico in Calabria è il Cara di Isola Capo Rizzuto (Crotone), capace di ospitare 1.000 persone.
In Puglia il Cara (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Borgo Mezzanone a una decina di chilometri da Foggia, ospita migliaia di immigrati ma altrettanti vivono nelle baracche disseminate attorno. La provincia di Foggia brulica di insediamenti abusivi di stranieri. In Campania i clandestini si concentrano nel Salernitano e nel Casertano. Prevalgono le occupazioni di edifici che spesso condividono con italiani in condizioni di estrema povertà. A Roma atteggiamenti di esasperazione contro i migranti sono sempre più frequenti. Al Tiburtino III, quartiere popolare della periferia Est, i residenti sono riusciti a far sgomberare l'ex centro di accoglienza occupato da clandestini di origine africana. Una bomba sociale è anche il centro di Torre Maura, sempre a Roma, dove giorni fa un blitz della polizia ha portato all'arresto di alcuni nordafricani abusivi.
«Arrivano a centinaia. Trieste abbandonata da Europa e governo»

Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza (Ansa)
«Stanno arrivando a centinaia e non abbiamo più strutture dove alloggiarli per trascorrere la quarantena. La popolazione è esasperata e preoccupata. Ci sono stati casi di violenza. Trieste ha sempre vissuto il problema degli ingressi di migranti, per la sua collocazione al confine, ma ora la situazione sta diventando ingestibile. Pare anche che la polizia non riesca a frenare i flussi perché, così mi dicono, ci sono associazioni che denunciano gli agenti. In alcuni giorni ci sono stati oltre 160 ingressi. Tutti, il governo e l'Europa, si voltano dall'altra parte e noi siamo qui, da soli a gestire un'emergenza che si sta ingigantendo». Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste, parla a raffica, concitato. Ha appena inviato una lettera firmata con i primi cittadini di Gorizia, Rodolfo Ziberna, e Tarvisio, Renzo Zanette, al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e ai ministri degli Esteri Luigi Di Maio e dell'Interno Luciana Lamorgese, per richiamare l'attenzione sull'aumento dei flussi di migranti e la mancanza di strutture per la quarantena.
In attesa di una risposta del governo come state affrontando la quarantena dei migranti?
«Abbiamo installato una tendopoli sul Carso dove diamo tutti i servizi. Le altre strutture come gli alberghi non bastano più, stanno esplodendo. Gli arrivi di minori non accompagnati sono aumentati addirittura del 400%. Per legge se ne deve occupare il Comune anche se i finanziamenti sono della Regione, ma non sappiamo più dove ospitarli per la quarantena. Il confine è un colabrodo. Gli ingressi ci sono sempre stati, sia chiaro, è un problema vecchio, ma ora il flusso è sistematico e numericamente in crescita. Non mi stupisco se Trieste è stata definita la Lampedusa del Nordest».
Arrivano indisturbati, seguendo la rotta dei Balcani?
«Molti sono originari del Pakistan, attraversano la Turchia, la Croazia e la Slovenia senza trovare alcun ostacolo, e ce li ritroviamo qui. Sanno che in Italia c'è una politica più tollerante. Gli altri Paesi chiudono gli occhi, li lasciano passare. I numeri ufficiali sono solo la punta di un iceberg. Da Trieste a Tarvisio ci sono 160 chilometri di confine molto facile da varcare. Inoltre, mi dicono di associazioni molto attive negli aiuti ai migranti, che fanno di tutto per facilitare gli ingressi anche denunciando le forze dell'ordine che cercano invece di porre un argine alle irregolarità. Prima del Covid i clandestini, una volta individuati, venivano smistati in vari centri ma ora la quarantena complica la situazione e c'è il rischio di tensioni sociali».
Come sta reagendo la popolazione?
«C'è grande insofferenza a Trieste ma anche indignazione per l'indifferenza del governo. Soffriamo l'assenza delle istituzioni. La popolazione vede gli immigrati girovagare per la città, sdraiati sui prati o sulle panchine, pronti a tirar fuori il coltello per un nulla, mentre la città vive la crisi economica. Proprio alcuni giorni fa un pakistano e un algerino si sono presi a coltellate. Ci sono quelli che spacciano. Sanno che non andranno a finire in prigione e che al massimo possono essere puniti con una contravvenzione che non pagheranno mai. Non si possono nemmeno impiegare nella raccolta della frutta perché non sono regolarizzati. Per non parlare del degrado che si lasciano dietro. Il Carso è disseminato di migliaia di vecchi giubbotti, pantaloni, scarpe, abbandonati da chi arriva. Trieste è sempre stata una città tranquilla, dove si poteva andare in giro di notte senza pericoli, ma ora le persone hanno paura».
Quanti restano in Italia e quanti ripartono verso la Germania, la Francia, l'Austria?
«Difficile dirlo perché quelli identificati sono una minoranza. Molti si fanno riconoscere perché sanno che in Italia possono accedere a una serie di servizi di assistenza e alle cure sanitarie. Ci sono associazioni che li affidano ad avvocati per portare avanti le pratiche e nel frattempo possono restare nel nostro Paese indisturbati. Mi dicono che i respingimenti dalla Germania sono ricominciati. Quelli dalla Croazia e dalla Slovenia non si sono mai fermati. È una strategia consolidata. Noi invece, li accogliamo a braccia aperte».
L'accoglienza diffusa è un principio che guida la politica italiana sui migranti.
«È un errore dalle conseguenze gravi, come stiamo verificando in questa emergenza del Covid».
Come andrebbe affrontato il problema?
«Abbiamo tante caserme dismesse che potrebbero essere utilizzate per ospitare i migranti in quarantena. Ma quando si tocca questo argomento la sinistra alza le barricate. È una impostazione miope, ideologica e dannosa. Se si concentrassero i migranti in luoghi precisi potremmo avere la situazione sotto controllo. Sarebbe più facile verificare le loro condizioni sanitarie. L'accoglienza diffusa è un errore enorme. Nella lettera inviata al governo con gli altri sindaci chiediamo che sia risolto nell'immediato il problema degli spazi idonei a ospitare le quarantene per i minori non accompagnati, come anche per i richiedenti asilo adulti. Sollecitiamo anche un'azione diplomatica per bloccare la ripresa dei flussi sulla rotta balcanica e attivare ulteriori controlli sui confini per respingere i nuovi arrivi. Non è possibile che di un problema internazionale, e in subordine nazionale, debba farsi carico il Comune».
«La soluzione è una sola: i respingimenti»
«La Slovenia sbarra le frontiere agli italiani ma lascia passare senza battere ciglio centinaia di migranti in condizioni igienico-sanitarie pessime. La soluzione è nei respingimenti». Gianandrea Gaiani, direttore del sito web Analisi Difesa ed ex consigliere di Matteo Salvini quando era al governo, ha una visione chiara di come andrebbe affrontato il problema dei clandestini.
Si dice che riportare sulle coste libiche gli immigrati significa condannarli alla reclusione nei lager.
«È una falsità. Gran parte di coloro che sbarcano in Italia provengono da Bangladesh, Marocco e Tunisia. Quindi non fuggono da guerre o persecuzioni. Respingimenti non significa rispedirli nei lager ma affidarli alle agenzie dell'Onu che possono creare ponti aerei e rimpatriarli. Se è chiaro che in Italia si entra solo con i passaporti in regola, nessuno partirà più».
È quanto stanno facendo Grecia e Malta.
«Per il nostro Paese è il momento giusto per creare un fronte comune».
Ma il governo si muove in direzione opposta.
«Stiamo attuando una politica dell'accoglienza che ci rende ridicoli. Quattro ministri hanno firmato un documento che disponeva la chiusura dei porti durante l'emergenza Covid, ma poi abbiamo deciso di prenderci in carico i profughi della Open Arms. Anche la Germania aveva chiesto alle ong di fermarsi».
Conte sta forse aspettando un segnale dall'Europa?
«Ennesimo errore. Chi può credere che la Ue ci tolga le castagne dal fuoco? Comunque, qualsiasi criterio di suddivisione dei migranti è sbagliato all'origine. Più suddividi i migranti e più ne arrivano. Spesso la loro destinazione è la Francia e la Germania, da dove il più delle volte vengono respinti. Deve passare il principio che non si entra. Solo in questo modo si blocca il business dei trafficanti. La pandemia ha ingigantito il problema. Mettiamo i clandestini in quarantena su navi che costano 1 milione di euro al mese quando non riusciamo a dare soldi agli operai e alle imprese. Ma è evidente che non si vuole risolvere il problema alla radice. Spendere risorse per accogliere immigrati illegali di cui non c'è bisogno è suicida. Serve solo a dare commesse alle organizzazioni di soccorso e di accoglienza legate alla sinistra, le “lobby dell'accoglienza" che, con Salvini ministro, avevano visto ridursi il giro d'affari».
La sanatoria degli irregolari è una falsa soluzione?
«È solo un messaggio mandato a tutto il mondo che in Italia si può venire tranquillamente, tanto prima o poi arriva una regolarizzazione. Inoltre, la sanatoria ha un costo. Il datore di lavoro deve pagare circa 500 euro e anche per l'immigrato è previsto un esborso. Chi è disposto a farlo? Gli irregolari avrebbero il permesso di soggiorno, non un posto di lavoro, dal momento che ben 400.000 italiani non hanno più un'occupazione. Ed è già dimostrato che non servirà a portare braccianti sui campi. I tempi burocratici sono così lunghi che la raccolta di frutta e verdura sarà finita».
«A Lampedusa scoppia il finimondo»

Il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello (Ansa)
La situazione a Lampedusa è esplosiva. Dopo l'atto vandalico alla Porta d'Europa, ecco il rogo dei barconi abbandonati. «O il governo interviene o può succedere di tutto. Non si può continuare a far finta di niente». Salvatore Martello, sindaco di Lampedusa, non trattiene l'agitazione. Nei giorni scorsi la Porta d'Europa, il monumento dell'artista Mimmo Paladino dedicato all'accoglienza dei migranti, è stato impacchettato con teli di plastica neri e corde. Un «no» esplicito ai migranti. A far salire la tensione è seguito il rogo di 50 barconi accatastati in due punti dell'isola, discariche espressione del degrado dell'isola. Negli ultimi mesi, nonostante la pandemia, Lampedusa ha dovuto fare i conti con centinaia di sbarchi (600 solo nell'ultima settimana, 5.500 da inizio anno, triplicati rispetto al 2019) e questo ha contribuito ad aumentare l'indignazione della popolazione già preoccupata per la crisi economica. Le proteste si intensificano ed è stata avviata una raccolta di firme da inviare al governo e alla Regione per chiedere la chiusura dell'hotspot dove vengono ospitati i migranti, che peraltro è privo delle condizioni igieniche richieste contro la pandemia. Intanto le Ong tornano. Dopo la Sea Watch, la Mare Jonio di Mediterranea e la Ocean Viking di Sos Mediterranée.
È stato rivendicato l'atto contro la Porta d'Europa?
«No, ma la tensione sull'isola è palpabile. È un messaggio per dire che la popolazione ne ha abbastanza degli sbarchi. Basta leggere i post di protesta su Facebook. In questi ultimi giorni gli arrivi si sono intensificati».
E durante la chiusura dei porti per il Covid?
«I flussi non si sono mai fermati. E ora con il bel tempo sono accelerati. L'hotspot contiene circa 100 ospiti. Stiamo superando il livello di guardia. Il problema di barche e barchini che attraccano sulle nostre coste si aggiunge a una situazione di grande malessere della popolazione alle prese con la crisi portata dalla pandemia. Il turismo, principale voce dell'economia dell'isola, è bloccato e non sappiamo quando riprenderà. Prima o poi scoppierà il finimondo, succederà qualcosa se lo Stato non interviene. L'isola è una pentola che bolle. Non bisogna aspettare il morto per rendersi conto del disagio sociale. Occorrono azioni di concreta solidarietà e sostengo alla comunità locale, prima che un'ondata di odio sociale travolga tutto».
Avete segnalato il problema al governo?
«Continuamente, ma i numeri parlano più di tante parole. Basta leggere i dati del Viminale che riferisce puntualmente l'entità degli arrivi di clandestini. La verità è che con la pandemia, il problema dei migranti è passato in secondo piano. Dall'Europa arriva solo il silenzio. Nemmeno l'opposizione ne parla più. Il tema è stato cancellato dall'agenda politica, è scomodo. È più facile chiudere occhi e orecchie. Non vorrei che si ripetesse la tragedia del 2011».
Si riferisce a quando, con la primavera araba, migliaia di tunisini si riversarono sull'isola nell'assenza totale di misure di contrasto anche quando i migranti raggiunsero gli stessi numeri della popolazione residente?
«Le immagini di quella invasione fecero il giro del mondo. Per Lampedusa fu un anno drammatico e l'allora ministro dell'Interno non si fece vedere sull'isola. La popolazione ne uscì molto provata dal punto di vista psicologico ed economico. Non vorremmo assistere di nuovo a episodi simili».
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Durante l'emergenza Covid, i ricollocamenti sono stati più lenti però gli sbarchi si sono moltiplicati: in cinque mesi sono cresciuti del 290%. E ora, secondo uno studio Onu, i flussi aumenteranno.Il primo cittadino di Trieste, Roberto Dipiazza: «C'è chi li aiuta e ostacola le forze dell'ordine. Non sappiamo dove metterli e ora la gente ha paura a uscire».Gianandrea Gaiani, direttore del sito web Analisi Difesa: «La sanatoria? Costosa e inutile. Siamo nelle mani della lobby dell'accoglienza».Il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, esasperato per l'attentato contro il monumento simbolo e il rogo dei barconi: «I clandestini continuano ad approdare, gli abitanti chiedono la chiusura dell'hotspot».Lo speciale contiene quattro articoli.Il tema è scomparso dall'agenda dell'Europa, messo in secondo piano dall'emergenza sanitaria. La riforma del sistema di asilo di Dublino è uscita dall'agenda: la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, ha detto di non sapere quando sarà riavviata la discussione. La pandemia ha rallentato i ricollocamenti dei migranti in Europa mentre gli sbarchi si sono intensificati. Dal 1° gennaio al 5 giugno, secondo il Viminale, c'è stata una vera esplosione rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. In questi 5 mesi gli arrivi sono stati 5.461 contro i 1.878 dello stesso periodo del 2019: +290,8%. Nei primi 3 giorni di giugno sono sbarcati 239 migranti con un picco, il 2, di 137. Numeri importanti per i minori non accompagnati: 851 al 1° giugno, mentre in tutto il 2019 ne sono arrivati 1.680. I Paesi di provenienza sono Bangladesh, Costa d'Avorio, Tunisia, Sudan, Algeria, Marocco.A incentivare i flussi non è solo la bella stagione, come da consuetudine, ma soprattutto il sentore che il clima politico nei confronti dell'immigrazione in Italia è cambiato e si è allentata la presa che aveva caratterizzato il periodo in cui il ministro dell'Interno era Matteo Salvini. Le ripetute dichiarazioni del nuovo ministro, Luciana Lamorgese, sulla modifica del decreto Sicurezza e la sanatoria degli irregolari inserita nel decreto Rilancio, sono un segnale eloquente che il governo persegue una politica più tollerante. Il piano per smantellare i provvedimenti della Lega era già pronto a febbraio, ma la pandemia ha rivoluzionato l'agenda dell'esecutivo. Questa strategia trova una sponda a Bruxelles che non trova una linea comune sulla gestione dei flussi. La Commissione avrebbe dovuto da tempo partorire un nuovo patto sul meccanismo di ricollocazione dei migranti salvati in mare e sulla responsabilità degli Stati di bandiera della navi Ong. Ma ancora non c'è traccia. E l'aumento di clandestini è un fattore che acuisce la tensione sociale.Uno studio dell'Onu prevede un aumento dei flussi a causa del peggioramento della situazione economica globale. In Libia ci sono 650.000 immigrati pronti a imbarcarsi. E l'approdo più facile è l'Italia. Grecia e Malta stanno attuando una politica di respingimento, nonostante la condanna della Ue e dell'Onu. I profughi intercettati vengono riportati sulle coste turche e libiche. Malta, secondo testimonianze, addirittura indirizzerebbe i migranti verso le coste italiane con tanto di coordinate Gps e fornitura di carburante. Il risultato è che in questi mesi, con le preoccupazioni di tutta Italia catalizzate dall'emergenza sanitaria, di immigrazione non si è occupato nessuno e le situazioni più difficili si sono addirittura incancrenite. Lo scenario drammatico non pare interessare al governo. Anzi, invece di cercare di contenere gli arrivi in un momento critico per l'economia, quando è lo stesso Viminale a lanciare l'allarme per il rischio che esploda la «rabbia degli italiani», il governo ha varato una sanatoria degli irregolari che è come un invito a venire nel nostro Paese. Durante la pandemia, sia il governo italiano sia quello libico hanno dichiarato i propri porti «non sicuri» ma gli sbarchi sono continuati come se nulla fosse. Ma il flusso non avviene soltanto via mare: gli ingressi di clandestini si sono intensificati anche nelle regioni del Nord Italia. Immigrati asiatici, soprattutto afghani e pakistani, seguono la rotta dei Balcani: dalla Turchia arrivano in qualche modo in Bosnia, poi entrano in Croazia e Slovenia e quindi giungono a Trieste pressoché indisturbati.A fine aprile, nel capoluogo giuliano si è registrata un'impennata di ingressi, con picchi di oltre 100 al giorno. A Fernetti, sul valico con la Slovenia, gli arrivi in massa hanno creato problemi per i controlli sanitari al punto che il Viminale ha dovuto mandare altri 40 agenti di rinforzo alla polizia di frontiera. C'è chi già parla di una Lampedusa del Nordest. La situazione è tornata critica anche alla frontiera con la Francia. La Caritas ha segnalato una ripresa dei transiti di migranti, il che fa pensare a nuovi respingimenti verso il nostro Paese.Rischia di sfuggire di mano la situazione a Lampedusa. Gli sbarchi sono continuati anche durante il lockdown. Nell'indifferenza dell'Europa, l'isola sta per esplodere. L'hotspot è già ben oltre la capienza e la nave per la quarantena che staziona tra l'isola e le coste dell'Agrigentino è stracolma di migranti in quarantena. Nell'albergo Villa Sikania a Siculiana, non lontano dalla spiaggia della Scala dei Turchi, oltre 20 tunisini ospitati hanno violato la quarantena e sono fuggiti.Sono stati subito rintracciati, ma già si era scatenata la protesta dei residenti. Sempre nell'isola, uno dei punti più critici è il centro di accoglienza a Villa Sant'Andrea di Valderice (Trapani). In Sicilia le baraccopoli si montano e si smontano come il Lego. Alcune contengono discariche a cielo aperto. Aree-ghetto, sorta di favelas, si trovano nelle campagne di Cassibile, in provincia di Siracusa, e a Vittoria presso Ragusa. Le tendopoli a Campobello di Mazara, nel Trapanese, come a Caltanissetta, nei pressi del Cie di Pian del Lago, si riempiono contro ogni rispetto delle norme igieniche. Il presidente di Anci (Associazione nazionale Comuni d'Italia) Sicilia, Leoluca Orlando, ha lanciato l'allarme sul sovraffollamento dei centri d'accoglienza nei Comuni dell'Agrigentino e del Ragusano ma è stato un urlo in un deserto. Gli arrivi in massa stanno intasando le baraccopoli. Alle criticità sanitarie si aggiungono i rapporti problematici con le comunità del luogo, stressate dalla crisi economica. C'è il pericolo che si inneschi una guerra tra poveri con degenerazioni violente. Nelle baraccopoli del Metaponto in Basilicata vivono oltre 2.000 immigrati, disperati, sfruttati dai caporali. La piana di Gioia Tauro è il punto caldo dell'immigrazione in Calabria. Vi lavorano, secondo stime della prefettura, 1.500 persone, provenienti dall'Africa. È una polveriera sempre pronta a deflagrare. Rosarno vive ancora nell'incubo della notte fra il 7 e l'8 gennaio 2019, quando centinaia di immigrati, ospitati in una fabbrica in disuso in condizioni di estremo degrado, si riversarono per il centro della città, armati di bastoni e armi improvvisate, devastando centinaia di auto e incendiando cassonetti dei rifiuti. Altro punto nevralgico in Calabria è il Cara di Isola Capo Rizzuto (Crotone), capace di ospitare 1.000 persone.In Puglia il Cara (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Borgo Mezzanone a una decina di chilometri da Foggia, ospita migliaia di immigrati ma altrettanti vivono nelle baracche disseminate attorno. La provincia di Foggia brulica di insediamenti abusivi di stranieri. In Campania i clandestini si concentrano nel Salernitano e nel Casertano. Prevalgono le occupazioni di edifici che spesso condividono con italiani in condizioni di estrema povertà. A Roma atteggiamenti di esasperazione contro i migranti sono sempre più frequenti. Al Tiburtino III, quartiere popolare della periferia Est, i residenti sono riusciti a far sgomberare l'ex centro di accoglienza occupato da clandestini di origine africana. Una bomba sociale è anche il centro di Torre Maura, sempre a Roma, dove giorni fa un blitz della polizia ha portato all'arresto di alcuni nordafricani abusivi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-va-peggio-di-prima-2646162226.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arrivano-a-centinaia-trieste-abbandonata-da-europa-e-governo" data-post-id="2646162226" data-published-at="1591553462" data-use-pagination="False"> «Arrivano a centinaia. Trieste abbandonata da Europa e governo» Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza (Ansa) «Stanno arrivando a centinaia e non abbiamo più strutture dove alloggiarli per trascorrere la quarantena. La popolazione è esasperata e preoccupata. Ci sono stati casi di violenza. Trieste ha sempre vissuto il problema degli ingressi di migranti, per la sua collocazione al confine, ma ora la situazione sta diventando ingestibile. Pare anche che la polizia non riesca a frenare i flussi perché, così mi dicono, ci sono associazioni che denunciano gli agenti. In alcuni giorni ci sono stati oltre 160 ingressi. Tutti, il governo e l'Europa, si voltano dall'altra parte e noi siamo qui, da soli a gestire un'emergenza che si sta ingigantendo». Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste, parla a raffica, concitato. Ha appena inviato una lettera firmata con i primi cittadini di Gorizia, Rodolfo Ziberna, e Tarvisio, Renzo Zanette, al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e ai ministri degli Esteri Luigi Di Maio e dell'Interno Luciana Lamorgese, per richiamare l'attenzione sull'aumento dei flussi di migranti e la mancanza di strutture per la quarantena. In attesa di una risposta del governo come state affrontando la quarantena dei migranti? «Abbiamo installato una tendopoli sul Carso dove diamo tutti i servizi. Le altre strutture come gli alberghi non bastano più, stanno esplodendo. Gli arrivi di minori non accompagnati sono aumentati addirittura del 400%. Per legge se ne deve occupare il Comune anche se i finanziamenti sono della Regione, ma non sappiamo più dove ospitarli per la quarantena. Il confine è un colabrodo. Gli ingressi ci sono sempre stati, sia chiaro, è un problema vecchio, ma ora il flusso è sistematico e numericamente in crescita. Non mi stupisco se Trieste è stata definita la Lampedusa del Nordest». Arrivano indisturbati, seguendo la rotta dei Balcani? «Molti sono originari del Pakistan, attraversano la Turchia, la Croazia e la Slovenia senza trovare alcun ostacolo, e ce li ritroviamo qui. Sanno che in Italia c'è una politica più tollerante. Gli altri Paesi chiudono gli occhi, li lasciano passare. I numeri ufficiali sono solo la punta di un iceberg. Da Trieste a Tarvisio ci sono 160 chilometri di confine molto facile da varcare. Inoltre, mi dicono di associazioni molto attive negli aiuti ai migranti, che fanno di tutto per facilitare gli ingressi anche denunciando le forze dell'ordine che cercano invece di porre un argine alle irregolarità. Prima del Covid i clandestini, una volta individuati, venivano smistati in vari centri ma ora la quarantena complica la situazione e c'è il rischio di tensioni sociali». Come sta reagendo la popolazione? «C'è grande insofferenza a Trieste ma anche indignazione per l'indifferenza del governo. Soffriamo l'assenza delle istituzioni. La popolazione vede gli immigrati girovagare per la città, sdraiati sui prati o sulle panchine, pronti a tirar fuori il coltello per un nulla, mentre la città vive la crisi economica. Proprio alcuni giorni fa un pakistano e un algerino si sono presi a coltellate. Ci sono quelli che spacciano. Sanno che non andranno a finire in prigione e che al massimo possono essere puniti con una contravvenzione che non pagheranno mai. Non si possono nemmeno impiegare nella raccolta della frutta perché non sono regolarizzati. Per non parlare del degrado che si lasciano dietro. Il Carso è disseminato di migliaia di vecchi giubbotti, pantaloni, scarpe, abbandonati da chi arriva. Trieste è sempre stata una città tranquilla, dove si poteva andare in giro di notte senza pericoli, ma ora le persone hanno paura». Quanti restano in Italia e quanti ripartono verso la Germania, la Francia, l'Austria? «Difficile dirlo perché quelli identificati sono una minoranza. Molti si fanno riconoscere perché sanno che in Italia possono accedere a una serie di servizi di assistenza e alle cure sanitarie. Ci sono associazioni che li affidano ad avvocati per portare avanti le pratiche e nel frattempo possono restare nel nostro Paese indisturbati. Mi dicono che i respingimenti dalla Germania sono ricominciati. Quelli dalla Croazia e dalla Slovenia non si sono mai fermati. È una strategia consolidata. Noi invece, li accogliamo a braccia aperte». L'accoglienza diffusa è un principio che guida la politica italiana sui migranti. «È un errore dalle conseguenze gravi, come stiamo verificando in questa emergenza del Covid». Come andrebbe affrontato il problema? «Abbiamo tante caserme dismesse che potrebbero essere utilizzate per ospitare i migranti in quarantena. Ma quando si tocca questo argomento la sinistra alza le barricate. È una impostazione miope, ideologica e dannosa. Se si concentrassero i migranti in luoghi precisi potremmo avere la situazione sotto controllo. Sarebbe più facile verificare le loro condizioni sanitarie. L'accoglienza diffusa è un errore enorme. Nella lettera inviata al governo con gli altri sindaci chiediamo che sia risolto nell'immediato il problema degli spazi idonei a ospitare le quarantene per i minori non accompagnati, come anche per i richiedenti asilo adulti. Sollecitiamo anche un'azione diplomatica per bloccare la ripresa dei flussi sulla rotta balcanica e attivare ulteriori controlli sui confini per respingere i nuovi arrivi. Non è possibile che di un problema internazionale, e in subordine nazionale, debba farsi carico il Comune». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-va-peggio-di-prima-2646162226.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-soluzione-e-una-sola-i-respingimenti" data-post-id="2646162226" data-published-at="1591553462" data-use-pagination="False"> «La soluzione è una sola: i respingimenti» «La Slovenia sbarra le frontiere agli italiani ma lascia passare senza battere ciglio centinaia di migranti in condizioni igienico-sanitarie pessime. La soluzione è nei respingimenti». Gianandrea Gaiani, direttore del sito web Analisi Difesa ed ex consigliere di Matteo Salvini quando era al governo, ha una visione chiara di come andrebbe affrontato il problema dei clandestini. Si dice che riportare sulle coste libiche gli immigrati significa condannarli alla reclusione nei lager. «È una falsità. Gran parte di coloro che sbarcano in Italia provengono da Bangladesh, Marocco e Tunisia. Quindi non fuggono da guerre o persecuzioni. Respingimenti non significa rispedirli nei lager ma affidarli alle agenzie dell'Onu che possono creare ponti aerei e rimpatriarli. Se è chiaro che in Italia si entra solo con i passaporti in regola, nessuno partirà più». È quanto stanno facendo Grecia e Malta. «Per il nostro Paese è il momento giusto per creare un fronte comune». Ma il governo si muove in direzione opposta. «Stiamo attuando una politica dell'accoglienza che ci rende ridicoli. Quattro ministri hanno firmato un documento che disponeva la chiusura dei porti durante l'emergenza Covid, ma poi abbiamo deciso di prenderci in carico i profughi della Open Arms. Anche la Germania aveva chiesto alle ong di fermarsi». Conte sta forse aspettando un segnale dall'Europa? «Ennesimo errore. Chi può credere che la Ue ci tolga le castagne dal fuoco? Comunque, qualsiasi criterio di suddivisione dei migranti è sbagliato all'origine. Più suddividi i migranti e più ne arrivano. Spesso la loro destinazione è la Francia e la Germania, da dove il più delle volte vengono respinti. Deve passare il principio che non si entra. Solo in questo modo si blocca il business dei trafficanti. La pandemia ha ingigantito il problema. Mettiamo i clandestini in quarantena su navi che costano 1 milione di euro al mese quando non riusciamo a dare soldi agli operai e alle imprese. Ma è evidente che non si vuole risolvere il problema alla radice. Spendere risorse per accogliere immigrati illegali di cui non c'è bisogno è suicida. Serve solo a dare commesse alle organizzazioni di soccorso e di accoglienza legate alla sinistra, le “lobby dell'accoglienza" che, con Salvini ministro, avevano visto ridursi il giro d'affari». La sanatoria degli irregolari è una falsa soluzione? «È solo un messaggio mandato a tutto il mondo che in Italia si può venire tranquillamente, tanto prima o poi arriva una regolarizzazione. Inoltre, la sanatoria ha un costo. Il datore di lavoro deve pagare circa 500 euro e anche per l'immigrato è previsto un esborso. Chi è disposto a farlo? Gli irregolari avrebbero il permesso di soggiorno, non un posto di lavoro, dal momento che ben 400.000 italiani non hanno più un'occupazione. Ed è già dimostrato che non servirà a portare braccianti sui campi. I tempi burocratici sono così lunghi che la raccolta di frutta e verdura sarà finita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-va-peggio-di-prima-2646162226.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="a-lampedusa-scoppia-il-finimondo" data-post-id="2646162226" data-published-at="1591553462" data-use-pagination="False"> «A Lampedusa scoppia il finimondo» Il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello (Ansa) La situazione a Lampedusa è esplosiva. Dopo l'atto vandalico alla Porta d'Europa, ecco il rogo dei barconi abbandonati. «O il governo interviene o può succedere di tutto. Non si può continuare a far finta di niente». Salvatore Martello, sindaco di Lampedusa, non trattiene l'agitazione. Nei giorni scorsi la Porta d'Europa, il monumento dell'artista Mimmo Paladino dedicato all'accoglienza dei migranti, è stato impacchettato con teli di plastica neri e corde. Un «no» esplicito ai migranti. A far salire la tensione è seguito il rogo di 50 barconi accatastati in due punti dell'isola, discariche espressione del degrado dell'isola. Negli ultimi mesi, nonostante la pandemia, Lampedusa ha dovuto fare i conti con centinaia di sbarchi (600 solo nell'ultima settimana, 5.500 da inizio anno, triplicati rispetto al 2019) e questo ha contribuito ad aumentare l'indignazione della popolazione già preoccupata per la crisi economica. Le proteste si intensificano ed è stata avviata una raccolta di firme da inviare al governo e alla Regione per chiedere la chiusura dell'hotspot dove vengono ospitati i migranti, che peraltro è privo delle condizioni igieniche richieste contro la pandemia. Intanto le Ong tornano. Dopo la Sea Watch, la Mare Jonio di Mediterranea e la Ocean Viking di Sos Mediterranée. È stato rivendicato l'atto contro la Porta d'Europa? «No, ma la tensione sull'isola è palpabile. È un messaggio per dire che la popolazione ne ha abbastanza degli sbarchi. Basta leggere i post di protesta su Facebook. In questi ultimi giorni gli arrivi si sono intensificati». E durante la chiusura dei porti per il Covid? «I flussi non si sono mai fermati. E ora con il bel tempo sono accelerati. L'hotspot contiene circa 100 ospiti. Stiamo superando il livello di guardia. Il problema di barche e barchini che attraccano sulle nostre coste si aggiunge a una situazione di grande malessere della popolazione alle prese con la crisi portata dalla pandemia. Il turismo, principale voce dell'economia dell'isola, è bloccato e non sappiamo quando riprenderà. Prima o poi scoppierà il finimondo, succederà qualcosa se lo Stato non interviene. L'isola è una pentola che bolle. Non bisogna aspettare il morto per rendersi conto del disagio sociale. Occorrono azioni di concreta solidarietà e sostengo alla comunità locale, prima che un'ondata di odio sociale travolga tutto». Avete segnalato il problema al governo? «Continuamente, ma i numeri parlano più di tante parole. Basta leggere i dati del Viminale che riferisce puntualmente l'entità degli arrivi di clandestini. La verità è che con la pandemia, il problema dei migranti è passato in secondo piano. Dall'Europa arriva solo il silenzio. Nemmeno l'opposizione ne parla più. Il tema è stato cancellato dall'agenda politica, è scomodo. È più facile chiudere occhi e orecchie. Non vorrei che si ripetesse la tragedia del 2011». Si riferisce a quando, con la primavera araba, migliaia di tunisini si riversarono sull'isola nell'assenza totale di misure di contrasto anche quando i migranti raggiunsero gli stessi numeri della popolazione residente? «Le immagini di quella invasione fecero il giro del mondo. Per Lampedusa fu un anno drammatico e l'allora ministro dell'Interno non si fece vedere sull'isola. La popolazione ne uscì molto provata dal punto di vista psicologico ed economico. Non vorremmo assistere di nuovo a episodi simili».
Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
Donald Trump arriverà a Pechino domani sera e ripartirà venerdì, con una agenda fitta di incontri bilaterali, una cena di Stato, una visita al Tempio del Cielo e un faccia a faccia finale con Xi Jinping davanti a una tazza di tè. Sul tavolo, in teoria, gli argomenti di discussione tra i due sono tanti. Senza un ordine particolare, ci sono la guerra in Iran, i dazi, le restrizioni cinesi sui materiali critici, Taiwan, il deficit commerciale americano, le esportazioni cinesi, gli acquisti di petrolio iraniano da parte di Pechino, i semiconduttori, gli investimenti cinesi negli Stati Uniti, la pressione americana sull’industria tecnologica cinese, il caso Jimmy Lai (l’editore attivista condannato a 20 anni di carcere) e in generale il ruolo globale delle due potenze. Ci sarebbe, in teoria, persino un clamoroso caso di spionaggio cinese a Washington, di cui ha parlato il New York Times ieri.
Ma il punto politico è che entrambi i leader arrivano all’incontro piuttosto indeboliti, o per meglio dire gravati da molti pesi sulle spalle. Sia Trump che Xi Jinping, anche sulla base di buoni rapporti personali, hanno bisogno di stabilizzare il rapporto bilaterale e nessuno dei due sembra avere oggi la forza per imporre una svolta. Trump arriva in Cina mentre la guerra con l’Iran pesa sulla sua presidenza. Negli Usa gli effetti economici del conflitto iniziano a farsi sentire nei supermercati, mentre il blocco dello Stretto di Hormuz continua a mettere pressione sui mercati (energetici e non).
Alla Casa Bianca sarebbe utile una mano della Cina per spingere Teheran verso una soluzione negoziale, anche perché Pechino mantiene rapporti stretti con la Repubblica islamica e continua ad acquistare petrolio iraniano nonostante le sanzioni americane.
Xi Jinping vede con preoccupazione l’instabilità nello Stretto di Hormuz e allo stesso tempo non vuole restare intrappolato nel conflitto. Per Pechino il vero obiettivo è impedire che la guerra degeneri, perché un caos prolungato nel Golfo danneggerebbe l’economia cinese e ridurrebbe la domanda mondiale.
Trump e Xi arrivano al confronto dopo mesi di escalation e tregue parziali sul fronte commerciale. I dazi americani e le restrizioni cinesi sulle terre rare hanno mostrato quanto il rapporto economico tra le due superpotenze sia ormai fondato più sulla coercizione reciproca che sulla cooperazione. La Cina continua però ad accumulare surplus giganteschi. Ad aprile 2026 l’export cinese è cresciuto del 14% e il surplus commerciale mensile è salito a 84,8 miliardi di dollari. Nell’intero 2025 il surplus ha superato i mille miliardi, un numero che alimenta la pressione politica americana.
Anche per questo l’industria dell’auto made in Usa sta spingendo Trump a non concedere alcuna apertura significativa alle aziende cinesi sul mercato statunitense. Pechino invece vuole evitare nuove restrizioni americane sui semiconduttori avanzati e sull’Intelligenza artificiale, settori nei quali Xi Jinping ha investito centinaia di miliardi di dollari negli ultimi anni.
Xi si presenta al vertice come leader di una potenza tecnologica e militare sempre più forte, ma dietro l’immagine di forza l’economia cinese continua a mostrare problemi profondi. La crisi immobiliare ha distrutto ricchezza, la fiducia dei consumatori resta debole, il mercato del lavoro è in difficoltà e molte città industriali soffrono un rallentamento pesante. Nel frattempo, la Cina sta modificando profondamente la gestione dei propri capitali. Pechino ha ridotto il peso dei Treasury americani nelle proprie riserve e sta spostando parte crescente del surplus commerciale verso oro, materie prime e investimenti esteri in dollari. Nel primo trimestre del 2026 le aziende cinesi hanno annunciato 128 grandi operazioni di investimento diretto all’estero per oltre 26 miliardi di dollari, tra progetti energetici e acquisizioni minerarie.
Questo tema potrebbe entrare indirettamente nei colloqui di Pechino. Lo scarico progressivo di titoli di Stato americani contribuisce infatti a mantenere pressione sui tassi statunitensi in una fase delicata per l’economia americana e per la Federal Reserve. Il presidente americano potrebbe quindi cercare negozialmente una forma di tregua finanziaria.
Dunque, il vertice che inizia domani sera sembra destinato soprattutto a certificare un equilibrio instabile. Trump non ha (ancora) la forza politica per imporre il proprio quadro di rapporti con la Cina, mentre è impantanato nella guerra iraniana e alle prese con un consenso in calo in vista delle elezioni di novembre. Xi non ha convenienza ad aggravare ulteriormente le tensioni commerciali mentre l’economia cinese e il suo modello basato sul risparmio mostrano squilibri sempre più evidenti.
Per questo da Pechino potrebbe uscire soprattutto una fotografia del momento attuale, più che il film di un possibile futuro. Si va verso una sorta di pareggio tra due potenze rivali, diffidenti, entrambe convinte di potere prevalere nel lungo periodo, ma troppo esposte, oggi, per potersi permettere di alzare la posta.
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Donald Trump (Ansa)
L’Iran ha respinto la proposta americana per mettere fine alla guerra nel Golfo Persico, aprendo una nuova fase di tensione tra Teheran e Washington. La bozza di memorandum avanzata dagli Stati Uniti è stata giudicata «inaccettabile» dalla Repubblica islamica perché considerata una resa politica alle richieste di Donald Trump. Secondo i media iraniani citati da Sky News, il piano avrebbe imposto «la sottomissione di Teheran alle eccessive richieste americane». La risposta iraniana, rilanciata dalla televisione di Stato Press TV, riafferma alcuni punti ritenuti non negoziabili: fine delle sanzioni economiche, rilascio dei beni iraniani congelati all’estero, pagamento di riparazioni di guerra e riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Per Teheran, il controllo dello Stretto rappresenta una questione di sicurezza nazionale e un diritto strategico non discutibile.
A rafforzare la linea dura iraniana è stato Mohammad Ali Jafari, ex comandante dei Pasdaran e oggi responsabile del quartier generale Baqiyatallah. In dichiarazioni diffuse dall’agenzia Fars, Jafari ha fissato cinque condizioni preliminari per qualsiasi dialogo con Washington: cessazione completa della guerra, revoca delle sanzioni, sblocco dei fondi iraniani congelati, risarcimento dei danni causati dal conflitto e riconoscimento della sovranità iraniana su Hormuz. «Finché queste condizioni non saranno soddisfatte, non ci sarà spazio per alcun negoziato», ha dichiarato. L’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran ha affermato che «nessuno in Iran scrive piani per compiacere Trump». La linea ufficiale di Teheran resta quella della fermezza, anche se all’interno del regime emergono aperture prudenti verso un possibile negoziato. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha infatti dichiarato che la diplomazia non è esclusa: «Pur nella diffidenza verso il nemico, riteniamo possibile negoziare da una posizione di dignità, saggezza e interesse». Ma il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha difeso la decisione di respingere il memorandum americano, sostenendo che il testo iraniano fosse «ragionevole e generoso».
Nonostante il duro scontro diplomatico, Donald Trump continua in modo contraddittorio a sostenere che una soluzione politica resti possibile. Parlando alla Casa Bianca, il presidente americano ha definito «molto possibile» un accordo con Teheran, pur attaccando pesantemente la leadership iraniana, definita «indegna». Trump ha sostenuto che i vertici storici della Repubblica islamica sarebbero stati quasi completamente eliminati durante le ultime operazioni militari. «Sono leader di terzo livello, gli altri li abbiamo uccisi tutti», ha dichiarato. Il presidente americano ha inoltre affermato che parte della popolazione iraniana sarebbe pronta a ribellarsi contro il regime ma non avrebbe accesso alle armi necessarie. Trump ha anche accusato i curdi di non aver distribuito gli armamenti inviati dagli Stati Uniti ai gruppi anti-regime. «Pensavamo che i curdi avrebbero dato delle armi, ma ci hanno deluso», ha detto. «Sono disposto a prendermi una pallottola per gli Stati Uniti», ha aggiunto Trump parlando della guerra contro l’Iran.
Successivamente, lo stesso Trump ha definito il cessate il fuoco con l’Iran «debolissimo» e «in terapia intensiva», sostenendo che abbia «solo l’1% di possibilità di reggere» dopo la risposta iraniana alla proposta americana. Poco dopo, attraverso Truth Social, il presidente americano ha definito la posizione di Teheran «la più debole in questo momento. Dopo aver letto quella schifezza che ci hanno mandato, non ho nemmeno finito di leggerla. È tenuta in vita artificialmente», accusando la Repubblica islamica di «aver preso in giro gli Stati Uniti e il resto del mondo per 47 anni». Nel suo messaggio, Trump ha attaccato anche Barack Obama e Joe Biden, accusando le precedenti amministrazioni di aver consentito all’Iran di rafforzarsi economicamente e militarmente. «Non rideranno più», ha scritto, promettendo nuove pressioni economiche e militari fino a ottenere un accordo. Benjamin Netanyahu ha affermato che Mojtaba Khamenei sarebbe ancora vivo e impegnato a consolidare il proprio potere in Iran, pur con un’autorità inferiore a quella del padre Ali Khamenei. Secondo il premier israeliano, un eventuale collasso del regime iraniano avrebbe ripercussioni su tutte le milizie filo-Teheran della regione.
Resta altissima la tensione nello Stretto di Hormuz: una petroliera irachena ha attraversato il passaggio sotto controllo iraniano, mentre la nave qatariota Mizhem sarebbe stata fermata in attesa dell’autorizzazione di Teheran. L’Onu teme una crisi umanitaria globale legata al blocco dei fertilizzanti, con altri 45 milioni di persone a rischio. Intanto la Cina prova a rafforzare il proprio ruolo di mediatore ma senza risultati concreti all’orizzonte. Anche per questo Donald Trump, secondo quanto riferito da Axios, riunirà il team per la sicurezza nazionale per valutare le prossime mosse nella crisi con l’Iran, inclusa una possibile ripresa delle operazioni militari.
I nostri dragamine devono partire prima che sia firmato un accordo
Non saremo autorizzati, o tantomeno costretti, a partire per una missione a Hormuz soltanto se ci sarà il mandato delle Nazioni Unite, né se lo pretende Donald Trump. Questa, in sintesi, la decisione annunciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che nella giornata di ieri ha dichiarato: «Il problema dell’Onu non è la volontà dell’istituzione stessa, ma che è sufficiente il No di una sola nazione per bloccare le iniziative nel Consiglio di sicurezza. Se la Russia decide di fermare questa iniziativa, come è probabile, lo farà. Ma così fosse, basterà formare una coalizione con altre 30-40 nazioni e saranno le navi di quei Paesi a partire anche senza le Nazioni Unite, a quel punto bloccate da qualcuno che evidentemente non vuole la pace».
Crosetto ha parlato ieri a margine del seminario del Gruppo speciale Mediterraneo e Medio Oriente (Gsm), organizzato dalla delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare della Nato, nel suo 30° anniversario. E stante che, come sempre, l’Europa non è pervenuta, il nostro governo deve decidere: approvare una missione che aiuti gli Stati Uniti a liberare lo Stretto di Hormuz, possibilmente schivando l’accusa di servilismo verso Trump, oppure aspettare che Bruxelles discuta, litighi e probabilmente poi decida per il No oppure in forte ritardo, come hanno già ventilato diverse nazioni del Vecchio Continente eccetto Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e, dall’altra parte del mondo, il Giappone.
Diverse le difficoltà da risolvere: senza l’assenso di Pechino e Mosca l’Onu non potrà mettere la sua bandiera sulle operazioni; senza un passaggio parlamentare la nostra Difesa non si muove e, domani mattina, i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto saranno ascoltati a proposito della situazione di Hormuz nelle commissioni di Esteri e Difesa della Camera e del Senato riunite per l’occasione. La questione di fondo è però un’altra: la situazione politica e militare tra Israele, Usa e Iran cambia molto rapidamente, anche più volte ogni settimana, mentre far partire nei prossimi giorni per lo Stretto di Hormuz i nostri dragamine con il personale significa, intoppi permettendo, arrivare nella zona delle operazioni alla fine del mese se non addirittura dopo. Troppo, serve quindi partire senza poter aspettare che un possibile accordo di pace sia firmato e, soprattutto, si riveli duraturo e rispettato. Anche perché Crosetto è molto chiaro su un punto: «Non siamo in guerra con l’Iran». Il passaggio parlamentare permetterebbe però di organizzare la partenza della nostra flotta specializzata nella rimozione delle mine di vario genere che possono essere state poste nelle acque dello Stretto, far salpare le navi per farle transitare dalla nostra base di supporto di Gibuti, situata tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. E da quel punto attendere le condizioni e l’ordine per procedere verso la zona delle operazioni. Il tutto senza dover dipendere né scendere a compromessi con la Casa Bianca, che una tale operazione la vorrà certamente comandare.
La base italiana di supporto a Gibuti (Bmis) Amedeo Guillet è attiva dal 2013 e si trova a Loyada, a soli 7 km dal confine somalo. Essa permette di supportare le forze armate italiane operanti nell’area del Corno d’Africa, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano. Ospita un’ottantina di militari, con una capacità massima possibile di 300, e include reparti di protezione dei fucilieri di Marina del San Marco, squadre delle forze speciali e il personale della missione addestrativa italiana che forma le forze di polizia locali. Quanto alle navi, dal sito della nostra Marina Militare si evince che i nostri cacciamine di classe Lerici e Gaeta sono una decina, ma importante è anche la componente umana prevista nelle operazioni subacquee, ovvero i palombari. Una parte di essi è imbarcata su ogni cacciamine e tutti dipendono dal Comando forze contromisure mine che ha sede a La Spezia. Quanto alle attuali unità cacciamine, le navi di classe Lerici, evolute nella classe Gaeta, sono tra le migliori al mondo, presentano lo scafo di un particolare tipo di vetroresina che permette sia la riduzione dei campi magnetici che fanno esplodere le mine, sia una elevata resistenza a esplosioni subacquee e all’impatto contro lo scafo delle onde d’urto. Sono oggi equipaggiate con armamenti e sistemi elettronici di scoperta e comunicazione moderni, ma giocoforza hanno una velocità di trasferimento ridotta, circa 15 nodi (27,7km/h), dunque per arrivare fino a Gibuti e poi a Hormuz impiegheranno tempo. Altre cinque unità cacciamine di nuova generazione sono in costruzione presso lo stabilimento Intermarine di Sarzana (Sp), insieme con Leonardo, ma la prima consegna è prevista nel 2028.
Intanto c’è chi ha cominciato a navigare verso sud: martedì scorso è salpata da Creta la portaerei francese Charles De Gaulle e venerdì il Regno Unito ha fatto partire il cacciatorpediniere Hms Dragon in vista di una missione a Hormuz.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 maggio con Carlo Cambi
Alessandro Giuli (Ansa)
Qualcuno lo ha definito, forse esagerando, «un terremoto». Sicuramente si può dire che al Mic in queste ultime due settimane c’è stato grande fermento. Nelle ricostruzioni, tuttavia, c’è qualcosa che non torna. Merlino viene definito «l’uomo di fiducia di Fazzolari», si sostiene quindi che il ministro firmando la sua revoca avrebbe voluto colpire il sottosegretario di Palazzo Chigi, considerato la mente di questo esecutivo. Eppure, fino al giorno prima, a fare da sponda a Giuli nella battaglia contro il padiglione russo alla Biennale c’era proprio Fazzolari, che con ben due note a stretto giro ha spalleggiato la posizione del numero uno del Mic ribadendo, come già fatto dal premier Meloni, che la linea di Giuli fosse la stessa del governo. Quindi perché attaccare l’uomo di governo che ha legittimato la tua posizione? E se anche fosse lui l’obiettivo, perché proprio ora? Non avrebbe avuto molto senso. Merlino oltretutto non è un politico, si fa fatica a considerarlo «l’uomo di Fazzolari». Il capo della segreteria tecnica viene nominato al Mic in quanto tecnico per la sua professionalità e competenza perché si è sempre occupato di cultura nella sua ricca carriera che, di certo, non comincia a via del Collegio romano nel 2022. Un tecnico quindi, probabilmente maldigerito da Giuli così come la Proietti per dinamiche squisitamente interne al Mic. Certo è che le motivazioni addotte nei retroscena non trovano motivo di esistere e hanno più l’aria di deboli scuse per legittimare la revoca degli incarichi. Revoche che forse Giuli avrebbe voluto firmare ben prima, dal giorno del suo ingresso al Mic, e non per incapacità dei due stimati dirigenti, ma per criticabili equilibri di potere. Tradotto: Giuli si è trovato due tecnici di alto profilo che avevano il difetto di non esser stati scelti da lui.
Tra i palazzi si vocifera che questi due nomi non fossero gli unici della lista nera del ministro. Alcune fonti parlano di altri due dirigenti «morti che camminano» e che soprattutto sanno di esserlo. Voci non confermate naturalmente e che si sono magicamente sopite dopo il colloquio con il presidente Meloni.
Un colloquio che, secondo le fonti di Palazzo Chigi, è servito a «confermare e a ribadire la piena sintonia all’interno dell’azione di governo». Chigi nega anche le «presunte divergenze di opinione tra il ministro Giuli, il presidente del Consiglio e altri esponenti del governo, ricostruzioni prive di fondamento. Da parte del presidente del Consiglio è stata ribadita la piena volontà di sostenere l’azione di un ministero centrale per l’Italia. È emersa, anche sul piano formale, la solidità di un rapporto cordiale e proficuo tra il capo del governo e il ministro Giuli, relegando le polemiche emerse nelle ultime settimane alla normale dialettica politica, in un contesto reso particolarmente complesso dall’attuale scenario internazionale». Insomma traspare un confronto cordiale e disteso che più verosimilmente è stato invece più franco e chiarificatorio. L’impressione è che si siano messe le cose in chiaro: «Testa bassa e lavorare», come si ripete da settimane nelle stanze di Palazzo Chigi.
Uscito da Palazzo Chigi, Giuli avrebbe dovuto proseguire i suoi impegni come da programma: ha fatto rientro nella sede del ministero e oggi si sarebbe dovuto recare alla riunione dei ministri della Cultura a Bruxelles. Appuntamento che però salterà. Il che consente alle opposizioni di tornare all’attacco del governo. A cominciare da Piero De Luca (Pd): «L’Italia non verrà rappresentata, qualcosa si è incrinato per la Biennale nei rapporti con l’Ue. Giuli non ha più l’agibilità politica». Mentre il collega di partito Walter Verini torna a criticare le epurazioni: «Non è un normale avvicendamento di persone che hanno rapporti fiduciari. È una guerra di potere che riguarda Fratelli d’Italia come epicentro, ma che riguarda questa destra».
I capigruppo del Movimento 5 stelle in commissione Cultura al Senato e alla Camera, Luca Pirondini e Antonio Caso, si chiedono cosa si siano detti per più di un’ora Giuli e Meloni a Palazzo Chigi. Mentre il leader di Azione, Carlo Calenda, allarga il perimetro commentando così: «Salvini polemizza con Tajani, Giuli e anche Meloni. O esiste un problema Salvini per il governo o c’è un problema del governo nel suo complesso. Decidete».
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