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2019-11-18
Il vero antisemitismo è quello islamico
Ansa
L'antisemitismo preoccupa Europa e Stati Uniti, dove si moltiplicano gli osservatori di intolleranza, odio, aggressioni nei confronti degli ebrei. Secondo il Kantor Center per lo studio dell'ebraismo europeo contemporaneo dell'università di Tel Aviv, nel 2018 gli attacchi sono cresciuti del 13% in tutto il mondo. Impennate in Francia (+74%), Italia (+ 66%), Australia (+59%), aumenti nel Regno Unito (+16%) e in Germania (+6%). Lo scorso anno le città di New York e Berlino registrarono rispettivamente + 22% e + 14% di episodi ostili. Il 25% degli ebrei danesi e il 28% di quelli svedesi ha assistito a un attacco antisemita negli ultimi 12 mesi.
Da più parti si è concordi nel riconoscere la forte influenza del Web nella diffusione di minacce, insulti, istigazione alla violenza. L'atteggiamento prevalente, però, è quello di ricondurre l'onda minacciosa alla destra estremista e, con più ipocrita prudenza, alla sinistra radicale ostile a Israele «sostenuto dagli americani». Quella sinistra che giudica gli ebrei responsabili della «colonizzazione razzista della Palestina». Viene invece pesantemente sottovalutato l'atteggiamento di molti musulmani, spesso immigrati, che considerano gli ebrei il nemico, l'incarnazione di una minaccia esistenziale all'islam.
Nel 2014, la Lega anti diffamazione (Adl) aveva condotto un'indagine in oltre 100 Paesi scoprendo che l'atteggiamento anti ebrei era due volte più comune tra i musulmani che tra i cristiani. L'ultimo rapporto dell'Ue sull'antisemitismo riporta i risultati di un sondaggio condotto tra 2.700 ebrei di età compresa tra 16 e 34 anni di 12 Paesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Ungheria), in cui vive oltre il 96% della popolazione ebraica. Il 31% dei giovani che ha subìto molestie o aggressioni di stampo antisemita (il 45% degli intervistati), ha identificato l'autore come «qualcuno con una visione estremista musulmana».
Dichiara il think tank Gatestone institute: «In Francia, dire la verità sull'antisemitismo islamico è pericoloso. Per un politico, è un suicidio». L'istituto di analisi ricordava quanto affermò l'ex primo ministro francese Manuel Valls: «Per almeno due decenni, tutti gli attacchi contro gli ebrei in cui l'autore è stato identificato provengono da musulmani». La sinistra però preferisce ignorare la matrice islamica, con vergognosi episodi di accettazione come il silenzio politico e intellettuale che ha avvolto la pièce Moi, la mort, je l'aime, comme vous aimez la vie dell'algerino Mohamed Kacim, che nel 2017 portò nei teatri francesi una rappresentazione delle ultime ore del terrorista Mohammed Merah, autore della strage all'asilo di Tolosa. Voleva provare a spiegare «i disagi» sociali di un assassino, pochi si indignarono. Partiamo proprio da quella mattanza, per ricordare alcuni dei più odiosi episodi di antisemitismo islamico nell'ultimo decennio.
Nel 2012, Mohammed Merah uccide due fratellini ebrei di 6 e 3 anni, il loro padre rabbino e una bambina di 7 anni davanti a una scuola ebraica di Tolosa. Il killer, cittadino francese nato da genitori algerini, aveva trascorso un periodo nei campi di addestramento per i terroristi islamici prima di andare a combattere a fianco dei talebani. Due anni dopo, nell'attentato al museo ebraico di Bruxelles compiuto dal franco algerino Mehdi Nemmouche, tornato in Europa dopo un anno di guerra in Siria, muoiono quattro persone, due delle quali erano turisti israeliani. Nel 2015 Amedy Coulibaly, figlio di immigrati musulmani originari del Mali, assalta un supermarket kosher, tiene in ostaggio 17 persone, ne uccide quattro. Tutti ebrei. Aveva giurato fedeltà all'Isis. A Parigi, nel 2017 il giovane musulmano Kobili Traore picchia selvaggiamente e getta da una finestra al terzo piano del palazzo Sarah Halimi, un'insegnante ebrea di 66 anni, urlando: «Ho ucciso il demonio. Allah akhbar». I giudici esitarono molto prima di aggiungere alle accuse l'aggravante dell'antisemitismo. Ma c'è di peggio: lo scorso maggio il magistrato è arrivato alla conclusione che Traore era sotto l'effetto di stupefacenti quando commise il delitto, quindi troppo mentalmente instabile per subire un processo.
Nel 2018 un altro feroce omicidio di stampo islamico sconvolge Parigi. Mireille Knoll, 85 anni, sfuggita nel 1942 alla più grande retata di ebrei in Francia, viene pugnalata 11 volte dal vicino di casa musulmano, Yacine Mihoub che aiutato da un complice poi dà fuoco alla poveretta malata di Parkinson. La comunità ebraica francese è ancora la più grande in Europa, ma si sta rapidamente riducendo. Agli inizi di questo secolo contava 500.000 membri, la cifra è ora inferiore a 400.000. Rientrano in Israele. Osserva il politologo Dominique Reynié, direttore di Fondapol, Fondation pour l'innovation politique: «Gli ebrei sono pochi, elettoralmente non contano e non esiste un loro specifico comportamento di voto. I musulmani sono più numerosi e i politici si muovono con prudenza». Quella francese è in effetti la più grande comunità islamica d'Europa, 6 milioni di individui (il 9% della popolazione). Pochi giorni fa hanno manifestato a Parigi contro l'islamofobia, eppure sono influenti, islamizzano la società francese con moschee, scuole, associazioni.
Fuori dalla Francia il clima non è migliore. Nel 2015 la grande sinagoga di Copenaghen viene presa di mira da un terrorista islamico, che in uno scontro a fuoco uccide una guardia giurata. Dieci giorni fa, più di 80 lapidi sono state vandalizzate nel cimitero ebraico Ostre Kirkegard, nella città danese di Randers. Sui social non hanno dubbi, come scrive in un post Rebecca Holt: «Questo accade per colpa di tutti gli islamici mediorientali che l'Europa ha accolto. Odiano gli ebrei». A settembre, studenti israeliani che si trovavano a Varsavia sono stati aggrediti da alcuni uomini originari del Qatar che hanno urlato slogan come «Palestina libera». Lo scorso marzo, ad Amsterdam due ebrei, padre e figlio, sono stati pugnalati da un musulmano radicalizzato. «Abbiamo visto islamisti commettere attacchi omicidi contro le comunità ebraiche in Francia, Belgio, Austria, Copenaghen», dichiarava a luglio John Mann, subito dopo essere stato eletto consigliere sull'antisemitismo da Theresa May. Secondo Mann, fino a oggi simili episodi non si sono verificati nel Regno Unito perché il Paese «è meglio preparato attraverso il lavoro del Community security trust», associazione fondata nel 1994 per garantire la sicurezza della comunità ebraica.
Il sondaggio 2015 della Lega anti diffamazione mise in luce che il 56% dei musulmani in Germania nutriva atteggiamenti antisemiti, rispetto al 16% della popolazione complessiva. In una strada di Berlino, nell'aprile 2018 un rifugiato siriano di 19 anni si tolse la cintura e iniziò a frustare un giovane israeliano che indossava il kippah, tradizionale copricapo circolare. Dopo quell'episodio, il presidente del consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Josef Schuster, dovette ammettere che era pericoloso indossare in pubblico il kippah. Ostentare bandiere palestinesi invece non è proibito dalle autorità.
Lo scorso giugno, centinaia di manifestanti hanno sfilato a Berlino per la marcia «al-Quds Day», organizzata dal 1979 per chiedere la cancellazione definitiva dello Stato ebraico. Nonostante l'iniziativa abbia l'appoggio di un gruppo terroristico come Hezbollah, non è stata vietata neppure quest'anno. Lo scorso maggio Wenzel Michalski, direttore a Berlino di Human rights watch, organizzazione non governativa che si occupa della difesa dei diritti umani, ha raccontato al Magazine del New York Times che quando il suo ultimogenito Salomon rivelò a scuola di essere ebreo e di andare in sinagoga, in classe scese il gelo. Aveva fatto amicizia con un compagno arabo, condividevano la passione per la musica rap ma l'indomani il ragazzino gli disse che «ebrei e musulmani non potevano essere amici». Da quel momento iniziarono pesanti episodi di bullismo.
Patrizia Floder Ritter
La nascita d’Israele ha radicalizzato le ragioni dell’odio
Il politologo tedesco Matthias Küntzel afferma che l'antisemitismo europeo «era estraneo all'immagine originale degli ebrei nell'islam». I musulmani li consideravano impuri, li trattavano «con disprezzo o con tolleranza condiscendente» ma, a differenza dell'antisemitismo cristiano, non venivano accusati «di malvagità diabolica», di «avvelenare i pozzi né di diffondere la peste». Su L'informale Küntzel ha scritto che «l'antisemitismo islamico non si sviluppò spontaneamente ma fu inventato e usato come un mezzo per un fine. Questo processo iniziò circa 80 anni fa nell'ambito dei tentativi arabi di fermare l'immigrazione sionista in Palestina».
Il primo testo che diffuse tra gli islamici l'odio verso gli ebrei sarebbe stato un opuscolo in lingua araba dal titolo L'Islam e gli ebrei, pubblicato al Cairo nell'agosto del 1937. Nel pamphlet si leggeva: «Tenete duro, lottate per il pensiero islamico, per la vostra religione e la vostra esistenza! Non riposate finché la vostra terra non sarà priva di ebrei». Una copia del libretto venne distribuita a ogni partecipante al Congresso nazionale arabo, di Bludan, in Siria, e poi diffuso e ristampato per anni in tutta Europa. Presunto autore del libretto sarebbe stato Haj Amin Al Hussaini, leader del nazionalismo arabo palestinese e gran muftì di Gerusalemme (una delle più alte autorità dell'islam sunnita).
Da quel libretto sarebbe iniziata la divulgazione di un hadith, una sacra scrittura «dalle promesse genocide» che incitava a combattere gli ebrei fino all'annientamento. Questo il testo: «Disse il Profeta, su cui sia la pace: l'ora della resurrezione non arriverà fino a quando i musulmani non combatteranno gli ebrei e i musulmani li uccideranno, finché gli ebrei si nasconderanno dietro pietre e alberi, e le pietre e gli alberi diranno: Oh musulmano, servo di Allah, c'è un ebreo dietro di me, vieni e uccidilo!».
Lo storico Maurizio Ghiretti scrive così sull'Osservatorio antisemitismo del Cdec, centro di documentazione ebraica: «In seguito alla vittoria israeliana della guerra dei Sei giorni l'attività antisemita subisce un'impennata. Le folgoranti vittorie provocano una brusca metamorfosi nell'opinione pubblica occidentale, soprattutto in quella di sinistra, nei confronti di Israele e degli ebrei che sostengono la sua politica. Le schiaccianti vittorie su nemici tanto più numerosi e potenti smentiscono lo stereotipo dell'“ebreo" debole e spaventato». Ghiretti spiega che «la ripresa dell'antisemitismo a partire dagli ultimi anni del secolo scorso» si manifesta anche nel mondo islamico: «L'animosità antiebraica espressa sia dall'islam fondamentalista sia da quello moderato (entrambi transnazionali) assumono le caratteristiche dell'ebreofobia più radicale: Israele, i suoi cittadini, il sionismo e gli ebrei incarnano il male assoluto. La nuova ideologia antisemita islamica è metastorica; nasce nelle moschee dirette da divulgatori di odio (non necessariamente fondamentalisti), è propagandata dalle organizzazioni islamiste, da rappresentanti politici e religiosi dei paesi arabi, dai media, dai demagoghi dei nuovi piccoli gruppi della sinistra radicale, da quelli della “nuova sinistra" terzomondista e da quelli delle frange radicali dell'estrema destra: tutti fanaticamente antisionisti e antisraeliani e, in ultima analisi, antiebraici».
Scriveva un paio di settimane fa sulla rivista britannica Spiked Alaa al-Ameri, pseudonimo di un economista libico che vive nel Regno Unito: «È la censura di fatto della sinistra dei critici dell'islamismo che ha permesso agli islamisti di integrare il loro antisemitismo». Time ha ricordato che «i funzionari europei sottostimarono per lungo tempo l'antisemitismo tra i musulmani in Europa, forse per paura di alimentare il sentimento anti immigrato». «L'antisemitismo non è relegato all'estrema destra, o all'estrema sinistra, attraversa ogni categoria sociale. In più non vengono fatti rilievi sulle nuove migrazioni», evidenziava pochi giorni fa su Repubblica lo storico Gadi Luzzatto Voghera, direttore del Cdec. Aggiungeva: «Se vado nella comunità musulmana e chiedo che cosa pensano degli ebrei, la dinamica che scatta è ancora più allarmante. Ma è non tanto l'islam come religione, quanto il mondo islamista, che usa l'ideologia per colpire la minoranza ebraica, a favorire questo odio e far aumentare il rischio».
Il Web contribuisce pesantemente a diffondere il sentimento anti ebrei. Katharina von Schnurbein, coordinatrice della Commissione europea sulla lotta all'antisemitismo, dichiarava lo scorso luglio che Internet «è diventato anche un melting pot (crogiolo, ndr) di estremismo. Un'alleanza empia di neonazisti, islamisti e estremisti di estrema sinistra nel credere in una cospirazione ebraica, nel controllo dei governi, dell'economia e dei media». Non possiamo non aggiungere che nei cortei del 25 Aprile per ricordare la liberazione dal nazismo, molte volte l'Anpi ha fatto entrare militanti della resistenza palestinese, diretti discendenti del nazionalismo arabo.
Patrizia Floder Ritter
«La minaccia peggiore? Dal Corano»
Nel Regno Unito 24 intellettuali guidati da John Le Carré hanno annunciato che alle elezioni generali del 12 dicembre non voteranno per Jeremy Corbyn accusandolo di non aver voluto o saputo frenare le tendenze antisemite all'interno del suo Partito laburista. In Francia l'intervista di sabato del Corriere della Sera al filosofo Alain Finkielkraut, che ha parlato di un antisemitismo di sinistra, che «oggi per ragioni elettorali ha scelto il partito dell'islam politico», ha riacceso il dibattito. E in Italia? Ne abbiamo parlato con Ugo Volli, professore ordinario di semiotica del testo all'università di Torino ed ex presidente della sinagoga riformata Lev Chadash di Milano. Dice Volli: «Esistono, nel nostro Paese e in Europa, alcuni isolati ed esagitati neofascisti e neonazisti che fanno cose inaccettabili, dal profanare i cimiteri alla minaccia di compiere stragi. Ma sono pochissimi, residuali e poco organizzati. Folcloristici quando fanno cose un po' nostalgiche come a Predappio. Ma è evidente che non esiste un pericolo per la democrazia».
Neppure per le comunità ebraiche?
«Le comunità ebraiche in Europa sono minacciate principalmente dagli islamisti, che rappresentano una minaccia per motivi sia religiosi sia politici, con l'antisemitismo che si sovrappone all'odio per Israele. La polizia e l'esercito davanti alle sinagoghe ci difendono essenzialmente da questa minaccia.
Che cosa si nasconde dietro a questo allarme fascismo?
«Una speculazione politica da parte di forze che hanno perso capacità di attrazione, non solo in Italia ma in buona parte d'Europa. Molti di loro sono sinceramente preoccupati dai neofascisti. Ma questa paura deriva dalla scarsa comprensione di che cosa sia il fascismo. È il vecchio vizio della sinistra: gli avversari politici sono sempre tutti sbagliati, criminali, ubriachi, donnaioli, mostri e di conseguenza anche fascisti. Ma il fatto che siano sinceri non rende il tutto meno preoccupante. Da qui, il tentativo di creare allarmi sperando di allargare l'elettorato. Ma ci sono due problemi. Il primo: queste grida “al lupo, al lupo" non impressionano nessuno. Il secondo: la sinistra non sa più rispondere su questioni molto concrete come il modo di vivere e l'identità nazionale, per esempio».
È delegittimazione o anche una forma di censura?
«Alla vecchia egemonia della sinistra in Occidente corrisponde un'egemonia che continuano ad avere sulla grande stampa. Ma questa è in grave crisi negli ultimi anni. E così nasce l'idea che la sinistra non venga capita perché il popolo segue altre idee in Rete che subito vengono bollate come fake news. Da qui il tentativo di censurare, di impedire che altre idee circolino sulla Rete».
Hanno perso il controllo del mezzo e cercano di controllare il messaggio?
«C'è un recente libro di Christian Rocca intitolato Chiudete Internet (Marsilio). È solo un esempio della tendenza a pensare che sia stato un grave errore far nascere questa cosa diffusissima che è Internet per via delle cose che circolano su quel mezzo. E poiché non piacciono, vengono definiti discorsi di odio, senza qualunque criterio oggettivo. Anche perché se ci fosse un criterio oggettivo i primi discorsi di odio da proibire sarebbero quelli di Vauro, che ha appena pubblicato Sette modi per uccidere Salvini oppure di questo cuoco, Rubio, che si chiama chef».
E la Commissione Segre come si inserisce in questo contesto?
«Questa commissione, che porta un po' impropriamente il nome della senatrice Liliana Segre, va esattamente nella direzione di creare le basi per rendere possibile la censura. La senatrice è stata usata per proporre un'agenda che mi ricorda quello che Bertolt Brecht proponeva in maniera ironica nel 1953 ai comunisti della Germania Est dopo gli scioperi operai, cioè sciogliere il popolo. Oggi c'è il tentativo di non fare votare, di impedire la libertà di espressione sulla Rete e molto altro perché c'è una profonda diffidenza e un forte disprezzo nei confronti dell'elettorato. E si tratta di un'involuzione pazzesca per i partiti che si proclamano progressisti e al fianco dei più deboli».
Non la stupisce la totale assenza dal dibattito pubblico della minaccia islamista?
«Nelle perversioni mentali della sinistra c'è l'idea che, perso il mondo operaio anticapitalista che oggi vota per altri, si debbano trovare alleati contro l'Occidente. E gli islamici sono gli alleati perfetti. Che poi se la prendano in particolare con gli ebrei e con Israele va anche bene, visto che corrisponde a un profilo di antisemitismo che sta riemergendo a sinistra».
Gabriele Carrer
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Dilaga nel mondo l'ostilità dei musulmani verso gli ebrei con attentati e omicidi firmati dagli integralisti. E i giudici chiudono gli occhi davanti alle intolleranzeGli studiosi concordi: tra fondamentalisti e moderati non ci sono differenze, la sinistra muta per paura d'inimicarsi gli immigratiL'ex presidente della sinagoga di Milano Ugo Volli: «L'intimidazione islamista è duplice perché ha motivi religiosi e anche politici».Lo speciale contiene tre articoliL'antisemitismo preoccupa Europa e Stati Uniti, dove si moltiplicano gli osservatori di intolleranza, odio, aggressioni nei confronti degli ebrei. Secondo il Kantor Center per lo studio dell'ebraismo europeo contemporaneo dell'università di Tel Aviv, nel 2018 gli attacchi sono cresciuti del 13% in tutto il mondo. Impennate in Francia (+74%), Italia (+ 66%), Australia (+59%), aumenti nel Regno Unito (+16%) e in Germania (+6%). Lo scorso anno le città di New York e Berlino registrarono rispettivamente + 22% e + 14% di episodi ostili. Il 25% degli ebrei danesi e il 28% di quelli svedesi ha assistito a un attacco antisemita negli ultimi 12 mesi. Da più parti si è concordi nel riconoscere la forte influenza del Web nella diffusione di minacce, insulti, istigazione alla violenza. L'atteggiamento prevalente, però, è quello di ricondurre l'onda minacciosa alla destra estremista e, con più ipocrita prudenza, alla sinistra radicale ostile a Israele «sostenuto dagli americani». Quella sinistra che giudica gli ebrei responsabili della «colonizzazione razzista della Palestina». Viene invece pesantemente sottovalutato l'atteggiamento di molti musulmani, spesso immigrati, che considerano gli ebrei il nemico, l'incarnazione di una minaccia esistenziale all'islam. Nel 2014, la Lega anti diffamazione (Adl) aveva condotto un'indagine in oltre 100 Paesi scoprendo che l'atteggiamento anti ebrei era due volte più comune tra i musulmani che tra i cristiani. L'ultimo rapporto dell'Ue sull'antisemitismo riporta i risultati di un sondaggio condotto tra 2.700 ebrei di età compresa tra 16 e 34 anni di 12 Paesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Ungheria), in cui vive oltre il 96% della popolazione ebraica. Il 31% dei giovani che ha subìto molestie o aggressioni di stampo antisemita (il 45% degli intervistati), ha identificato l'autore come «qualcuno con una visione estremista musulmana». Dichiara il think tank Gatestone institute: «In Francia, dire la verità sull'antisemitismo islamico è pericoloso. Per un politico, è un suicidio». L'istituto di analisi ricordava quanto affermò l'ex primo ministro francese Manuel Valls: «Per almeno due decenni, tutti gli attacchi contro gli ebrei in cui l'autore è stato identificato provengono da musulmani». La sinistra però preferisce ignorare la matrice islamica, con vergognosi episodi di accettazione come il silenzio politico e intellettuale che ha avvolto la pièce Moi, la mort, je l'aime, comme vous aimez la vie dell'algerino Mohamed Kacim, che nel 2017 portò nei teatri francesi una rappresentazione delle ultime ore del terrorista Mohammed Merah, autore della strage all'asilo di Tolosa. Voleva provare a spiegare «i disagi» sociali di un assassino, pochi si indignarono. Partiamo proprio da quella mattanza, per ricordare alcuni dei più odiosi episodi di antisemitismo islamico nell'ultimo decennio. Nel 2012, Mohammed Merah uccide due fratellini ebrei di 6 e 3 anni, il loro padre rabbino e una bambina di 7 anni davanti a una scuola ebraica di Tolosa. Il killer, cittadino francese nato da genitori algerini, aveva trascorso un periodo nei campi di addestramento per i terroristi islamici prima di andare a combattere a fianco dei talebani. Due anni dopo, nell'attentato al museo ebraico di Bruxelles compiuto dal franco algerino Mehdi Nemmouche, tornato in Europa dopo un anno di guerra in Siria, muoiono quattro persone, due delle quali erano turisti israeliani. Nel 2015 Amedy Coulibaly, figlio di immigrati musulmani originari del Mali, assalta un supermarket kosher, tiene in ostaggio 17 persone, ne uccide quattro. Tutti ebrei. Aveva giurato fedeltà all'Isis. A Parigi, nel 2017 il giovane musulmano Kobili Traore picchia selvaggiamente e getta da una finestra al terzo piano del palazzo Sarah Halimi, un'insegnante ebrea di 66 anni, urlando: «Ho ucciso il demonio. Allah akhbar». I giudici esitarono molto prima di aggiungere alle accuse l'aggravante dell'antisemitismo. Ma c'è di peggio: lo scorso maggio il magistrato è arrivato alla conclusione che Traore era sotto l'effetto di stupefacenti quando commise il delitto, quindi troppo mentalmente instabile per subire un processo. Nel 2018 un altro feroce omicidio di stampo islamico sconvolge Parigi. Mireille Knoll, 85 anni, sfuggita nel 1942 alla più grande retata di ebrei in Francia, viene pugnalata 11 volte dal vicino di casa musulmano, Yacine Mihoub che aiutato da un complice poi dà fuoco alla poveretta malata di Parkinson. La comunità ebraica francese è ancora la più grande in Europa, ma si sta rapidamente riducendo. Agli inizi di questo secolo contava 500.000 membri, la cifra è ora inferiore a 400.000. Rientrano in Israele. Osserva il politologo Dominique Reynié, direttore di Fondapol, Fondation pour l'innovation politique: «Gli ebrei sono pochi, elettoralmente non contano e non esiste un loro specifico comportamento di voto. I musulmani sono più numerosi e i politici si muovono con prudenza». Quella francese è in effetti la più grande comunità islamica d'Europa, 6 milioni di individui (il 9% della popolazione). Pochi giorni fa hanno manifestato a Parigi contro l'islamofobia, eppure sono influenti, islamizzano la società francese con moschee, scuole, associazioni. Fuori dalla Francia il clima non è migliore. Nel 2015 la grande sinagoga di Copenaghen viene presa di mira da un terrorista islamico, che in uno scontro a fuoco uccide una guardia giurata. Dieci giorni fa, più di 80 lapidi sono state vandalizzate nel cimitero ebraico Ostre Kirkegard, nella città danese di Randers. Sui social non hanno dubbi, come scrive in un post Rebecca Holt: «Questo accade per colpa di tutti gli islamici mediorientali che l'Europa ha accolto. Odiano gli ebrei». A settembre, studenti israeliani che si trovavano a Varsavia sono stati aggrediti da alcuni uomini originari del Qatar che hanno urlato slogan come «Palestina libera». Lo scorso marzo, ad Amsterdam due ebrei, padre e figlio, sono stati pugnalati da un musulmano radicalizzato. «Abbiamo visto islamisti commettere attacchi omicidi contro le comunità ebraiche in Francia, Belgio, Austria, Copenaghen», dichiarava a luglio John Mann, subito dopo essere stato eletto consigliere sull'antisemitismo da Theresa May. Secondo Mann, fino a oggi simili episodi non si sono verificati nel Regno Unito perché il Paese «è meglio preparato attraverso il lavoro del Community security trust», associazione fondata nel 1994 per garantire la sicurezza della comunità ebraica.Il sondaggio 2015 della Lega anti diffamazione mise in luce che il 56% dei musulmani in Germania nutriva atteggiamenti antisemiti, rispetto al 16% della popolazione complessiva. In una strada di Berlino, nell'aprile 2018 un rifugiato siriano di 19 anni si tolse la cintura e iniziò a frustare un giovane israeliano che indossava il kippah, tradizionale copricapo circolare. Dopo quell'episodio, il presidente del consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Josef Schuster, dovette ammettere che era pericoloso indossare in pubblico il kippah. Ostentare bandiere palestinesi invece non è proibito dalle autorità. Lo scorso giugno, centinaia di manifestanti hanno sfilato a Berlino per la marcia «al-Quds Day», organizzata dal 1979 per chiedere la cancellazione definitiva dello Stato ebraico. Nonostante l'iniziativa abbia l'appoggio di un gruppo terroristico come Hezbollah, non è stata vietata neppure quest'anno. Lo scorso maggio Wenzel Michalski, direttore a Berlino di Human rights watch, organizzazione non governativa che si occupa della difesa dei diritti umani, ha raccontato al Magazine del New York Times che quando il suo ultimogenito Salomon rivelò a scuola di essere ebreo e di andare in sinagoga, in classe scese il gelo. Aveva fatto amicizia con un compagno arabo, condividevano la passione per la musica rap ma l'indomani il ragazzino gli disse che «ebrei e musulmani non potevano essere amici». Da quel momento iniziarono pesanti episodi di bullismo.Patrizia Floder Ritter<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-antisemitismo-e-quello-islamico-2641370626.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nascita-disraele-ha-radicalizzato-le-ragioni-dellodio" data-post-id="2641370626" data-published-at="1776664809" data-use-pagination="False"> La nascita d’Israele ha radicalizzato le ragioni dell’odio Il politologo tedesco Matthias Küntzel afferma che l'antisemitismo europeo «era estraneo all'immagine originale degli ebrei nell'islam». I musulmani li consideravano impuri, li trattavano «con disprezzo o con tolleranza condiscendente» ma, a differenza dell'antisemitismo cristiano, non venivano accusati «di malvagità diabolica», di «avvelenare i pozzi né di diffondere la peste». Su L'informale Küntzel ha scritto che «l'antisemitismo islamico non si sviluppò spontaneamente ma fu inventato e usato come un mezzo per un fine. Questo processo iniziò circa 80 anni fa nell'ambito dei tentativi arabi di fermare l'immigrazione sionista in Palestina». Il primo testo che diffuse tra gli islamici l'odio verso gli ebrei sarebbe stato un opuscolo in lingua araba dal titolo L'Islam e gli ebrei, pubblicato al Cairo nell'agosto del 1937. Nel pamphlet si leggeva: «Tenete duro, lottate per il pensiero islamico, per la vostra religione e la vostra esistenza! Non riposate finché la vostra terra non sarà priva di ebrei». Una copia del libretto venne distribuita a ogni partecipante al Congresso nazionale arabo, di Bludan, in Siria, e poi diffuso e ristampato per anni in tutta Europa. Presunto autore del libretto sarebbe stato Haj Amin Al Hussaini, leader del nazionalismo arabo palestinese e gran muftì di Gerusalemme (una delle più alte autorità dell'islam sunnita). Da quel libretto sarebbe iniziata la divulgazione di un hadith, una sacra scrittura «dalle promesse genocide» che incitava a combattere gli ebrei fino all'annientamento. Questo il testo: «Disse il Profeta, su cui sia la pace: l'ora della resurrezione non arriverà fino a quando i musulmani non combatteranno gli ebrei e i musulmani li uccideranno, finché gli ebrei si nasconderanno dietro pietre e alberi, e le pietre e gli alberi diranno: Oh musulmano, servo di Allah, c'è un ebreo dietro di me, vieni e uccidilo!». Lo storico Maurizio Ghiretti scrive così sull'Osservatorio antisemitismo del Cdec, centro di documentazione ebraica: «In seguito alla vittoria israeliana della guerra dei Sei giorni l'attività antisemita subisce un'impennata. Le folgoranti vittorie provocano una brusca metamorfosi nell'opinione pubblica occidentale, soprattutto in quella di sinistra, nei confronti di Israele e degli ebrei che sostengono la sua politica. Le schiaccianti vittorie su nemici tanto più numerosi e potenti smentiscono lo stereotipo dell'“ebreo" debole e spaventato». Ghiretti spiega che «la ripresa dell'antisemitismo a partire dagli ultimi anni del secolo scorso» si manifesta anche nel mondo islamico: «L'animosità antiebraica espressa sia dall'islam fondamentalista sia da quello moderato (entrambi transnazionali) assumono le caratteristiche dell'ebreofobia più radicale: Israele, i suoi cittadini, il sionismo e gli ebrei incarnano il male assoluto. La nuova ideologia antisemita islamica è metastorica; nasce nelle moschee dirette da divulgatori di odio (non necessariamente fondamentalisti), è propagandata dalle organizzazioni islamiste, da rappresentanti politici e religiosi dei paesi arabi, dai media, dai demagoghi dei nuovi piccoli gruppi della sinistra radicale, da quelli della “nuova sinistra" terzomondista e da quelli delle frange radicali dell'estrema destra: tutti fanaticamente antisionisti e antisraeliani e, in ultima analisi, antiebraici». Scriveva un paio di settimane fa sulla rivista britannica Spiked Alaa al-Ameri, pseudonimo di un economista libico che vive nel Regno Unito: «È la censura di fatto della sinistra dei critici dell'islamismo che ha permesso agli islamisti di integrare il loro antisemitismo». Time ha ricordato che «i funzionari europei sottostimarono per lungo tempo l'antisemitismo tra i musulmani in Europa, forse per paura di alimentare il sentimento anti immigrato». «L'antisemitismo non è relegato all'estrema destra, o all'estrema sinistra, attraversa ogni categoria sociale. In più non vengono fatti rilievi sulle nuove migrazioni», evidenziava pochi giorni fa su Repubblica lo storico Gadi Luzzatto Voghera, direttore del Cdec. Aggiungeva: «Se vado nella comunità musulmana e chiedo che cosa pensano degli ebrei, la dinamica che scatta è ancora più allarmante. Ma è non tanto l'islam come religione, quanto il mondo islamista, che usa l'ideologia per colpire la minoranza ebraica, a favorire questo odio e far aumentare il rischio». Il Web contribuisce pesantemente a diffondere il sentimento anti ebrei. Katharina von Schnurbein, coordinatrice della Commissione europea sulla lotta all'antisemitismo, dichiarava lo scorso luglio che Internet «è diventato anche un melting pot (crogiolo, ndr) di estremismo. Un'alleanza empia di neonazisti, islamisti e estremisti di estrema sinistra nel credere in una cospirazione ebraica, nel controllo dei governi, dell'economia e dei media». Non possiamo non aggiungere che nei cortei del 25 Aprile per ricordare la liberazione dal nazismo, molte volte l'Anpi ha fatto entrare militanti della resistenza palestinese, diretti discendenti del nazionalismo arabo. Patrizia Floder Ritter <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-antisemitismo-e-quello-islamico-2641370626.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-minaccia-peggiore-dal-corano" data-post-id="2641370626" data-published-at="1776664809" data-use-pagination="False"> «La minaccia peggiore? Dal Corano» Nel Regno Unito 24 intellettuali guidati da John Le Carré hanno annunciato che alle elezioni generali del 12 dicembre non voteranno per Jeremy Corbyn accusandolo di non aver voluto o saputo frenare le tendenze antisemite all'interno del suo Partito laburista. In Francia l'intervista di sabato del Corriere della Sera al filosofo Alain Finkielkraut, che ha parlato di un antisemitismo di sinistra, che «oggi per ragioni elettorali ha scelto il partito dell'islam politico», ha riacceso il dibattito. E in Italia? Ne abbiamo parlato con Ugo Volli, professore ordinario di semiotica del testo all'università di Torino ed ex presidente della sinagoga riformata Lev Chadash di Milano. Dice Volli: «Esistono, nel nostro Paese e in Europa, alcuni isolati ed esagitati neofascisti e neonazisti che fanno cose inaccettabili, dal profanare i cimiteri alla minaccia di compiere stragi. Ma sono pochissimi, residuali e poco organizzati. Folcloristici quando fanno cose un po' nostalgiche come a Predappio. Ma è evidente che non esiste un pericolo per la democrazia». Neppure per le comunità ebraiche? «Le comunità ebraiche in Europa sono minacciate principalmente dagli islamisti, che rappresentano una minaccia per motivi sia religiosi sia politici, con l'antisemitismo che si sovrappone all'odio per Israele. La polizia e l'esercito davanti alle sinagoghe ci difendono essenzialmente da questa minaccia. Che cosa si nasconde dietro a questo allarme fascismo? «Una speculazione politica da parte di forze che hanno perso capacità di attrazione, non solo in Italia ma in buona parte d'Europa. Molti di loro sono sinceramente preoccupati dai neofascisti. Ma questa paura deriva dalla scarsa comprensione di che cosa sia il fascismo. È il vecchio vizio della sinistra: gli avversari politici sono sempre tutti sbagliati, criminali, ubriachi, donnaioli, mostri e di conseguenza anche fascisti. Ma il fatto che siano sinceri non rende il tutto meno preoccupante. Da qui, il tentativo di creare allarmi sperando di allargare l'elettorato. Ma ci sono due problemi. Il primo: queste grida “al lupo, al lupo" non impressionano nessuno. Il secondo: la sinistra non sa più rispondere su questioni molto concrete come il modo di vivere e l'identità nazionale, per esempio». È delegittimazione o anche una forma di censura? «Alla vecchia egemonia della sinistra in Occidente corrisponde un'egemonia che continuano ad avere sulla grande stampa. Ma questa è in grave crisi negli ultimi anni. E così nasce l'idea che la sinistra non venga capita perché il popolo segue altre idee in Rete che subito vengono bollate come fake news. Da qui il tentativo di censurare, di impedire che altre idee circolino sulla Rete». Hanno perso il controllo del mezzo e cercano di controllare il messaggio? «C'è un recente libro di Christian Rocca intitolato Chiudete Internet (Marsilio). È solo un esempio della tendenza a pensare che sia stato un grave errore far nascere questa cosa diffusissima che è Internet per via delle cose che circolano su quel mezzo. E poiché non piacciono, vengono definiti discorsi di odio, senza qualunque criterio oggettivo. Anche perché se ci fosse un criterio oggettivo i primi discorsi di odio da proibire sarebbero quelli di Vauro, che ha appena pubblicato Sette modi per uccidere Salvini oppure di questo cuoco, Rubio, che si chiama chef». E la Commissione Segre come si inserisce in questo contesto? «Questa commissione, che porta un po' impropriamente il nome della senatrice Liliana Segre, va esattamente nella direzione di creare le basi per rendere possibile la censura. La senatrice è stata usata per proporre un'agenda che mi ricorda quello che Bertolt Brecht proponeva in maniera ironica nel 1953 ai comunisti della Germania Est dopo gli scioperi operai, cioè sciogliere il popolo. Oggi c'è il tentativo di non fare votare, di impedire la libertà di espressione sulla Rete e molto altro perché c'è una profonda diffidenza e un forte disprezzo nei confronti dell'elettorato. E si tratta di un'involuzione pazzesca per i partiti che si proclamano progressisti e al fianco dei più deboli». Non la stupisce la totale assenza dal dibattito pubblico della minaccia islamista? «Nelle perversioni mentali della sinistra c'è l'idea che, perso il mondo operaio anticapitalista che oggi vota per altri, si debbano trovare alleati contro l'Occidente. E gli islamici sono gli alleati perfetti. Che poi se la prendano in particolare con gli ebrei e con Israele va anche bene, visto che corrisponde a un profilo di antisemitismo che sta riemergendo a sinistra». Gabriele Carrer
Donald Trump (Ansa)
Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si è arrestato bruscamente dopo gli spari di sabato contro due navi commerciali, ma nelle ore successive emerge anche un primo segnale isolato che rompe il blocco. Secondo quanto riportato da Bbc Persian, la compagnia Tui Cruises ha annunciato che due proprie navi sono riuscite ad attraversare lo Stretto dopo aver ottenuto le autorizzazioni necessarie dalle autorità competenti. Le imbarcazioni, già prive di passeggeri perché rimpatriati in precedenza e con equipaggi ridotti, stanno ora navigando rapidamente verso il Mar Mediterraneo. Subito dopo l’attacco, però, la situazione è precipitata. I dati di Marine Traffic, citati da Cnn, indicano che la maggior parte delle navi presenti nell’area ha cambiato rotta, dirigendosi verso zone ritenute più sicure tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Il traffico nello Stretto risulta di fatto paralizzato: due petroliere, battenti bandiera del Botswana e dell’Angola, hanno tentato il passaggio ma sono state fermate dagli avvertimenti delle forze armate iraniane. Secondo l’agenzia Tasnim, le unità sono state costrette a invertire la rotta e a ritirarsi. L’episodio si inserisce nel quadro del blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran, che continua a condizionare pesantemente la navigazione in una delle principali arterie energetiche globali. Mentre sul mare la tensione resta altissima, sul piano militare emergono nuove valutazioni sulla capacità operativa iraniana. Un’analisi dell’intelligence statunitense, riportata dal New York Times, indica che Teheran conserva circa il 70% del proprio arsenale di missili balistici e il 60% dei lanciatori, oltre al 40% dei droni. All’8 aprile, data dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’Iran disponeva di circa la metà dei lanciatori. Da allora le forze iraniane hanno recuperato circa cento sistemi sepolti sotto le macerie dei raid americani e israeliani, riportando la capacità operativa al 60%. Le operazioni di recupero proseguono e potrebbero riportare l’arsenale al 70% dei livelli precedenti al conflitto.
Sul fronte politico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian torna a rivendicare il «diritto del popolo iraniano» all’uso del nucleare. In dichiarazioni riportate da Al Jazeera, accusa Washington di voler negare diritti sovrani e sostiene che «Trump non ha il diritto di impedire all’Iran di beneficiare dei suoi diritti nucleari». Denuncia inoltre che gli attacchi hanno colpito infrastrutture civili, scuole e ospedali, affermando che «il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi».
Sul fronte opposto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la pressione. Annuncia un nuovo round di negoziati a Islamabad, in Pakistan, e accusa l’Iran di aver violato il cessate il fuoco. «Accadrà. In un modo o nell’altro. Con le buone o con le cattive», afferma, ribadendo che Washington sta offrendo «un accordo equo e ragionevole». Ma al tempo stesso alza il livello dello scontro: «Se non verrà accettato, gli Stati Uniti distruggeranno ogni centrale elettrica e ogni ponte in Iran».
La delegazione americana sarà guidata dal vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca, insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e a Jared Kushner, dopo iniziali indicazioni contrastanti sulla guida della missione. Trump insiste sulla linea dura anche in un’intervista a Fox News: questa è «l’ultima possibilità» per Teheran di accettare un accordo di pace. Il presidente chiarisce che non intende ripetere «lo stesso errore» dell’ex presidente Barack Obama e avverte: «Se l’Iran non firma questo accordo, l’intero Paese verrà distrutto». Il tono si è fatto ancora più esplicito nel messaggio pubblicato sul social Truth: «No more Mr Nice Guy», basta fare il bravo ragazzo. Trump ha parlato di se stesso per spiegare che finora è stato «bravo», ma se Teheran non accetterà l’accordo «equo e ragionevole» degli Stati Uniti smetterà di esserlo e colpirà infrastrutture strategiche iraniane. Teheran ha replicato duramente. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, definisce «illegale» il blocco statunitense dello Stretto di Hormuz, sostenendo che viola il cessate il fuoco mediato dal Pakistan e la Carta delle Nazioni Unite. Secondo Baghaei si tratta di «un atto di aggressione» e di una «punizione collettiva» contro il popolo iraniano.
Nel frattempo si restringe ulteriormente lo spazio diplomatico. L’Iran, in serata, ha respinto l’ipotesi di un secondo round di colloqui di pace con gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale Irna, ripresa da Sky News, l’assenza di Teheran dai negoziati è dovuta alle «richieste eccessive di Washington, alle aspettative irrealistiche, ai continui cambiamenti di posizione, alle ripetute contraddizioni e al blocco navale in corso». La sequenza degli eventi mostra una crisi in bilico tra tentativi isolati di ripresa del traffico e un’escalation politica e militare che rischia di bloccare definitivamente ogni spiraglio negoziale. In gioco non c’è solo il confronto tra Stati Uniti e Iran, ma la sicurezza di una delle arterie energetiche più importanti del pianeta.
Israele: «Useremo la piena forza». Tregua in Libano appesa a un filo
La tregua fra Libano ed Israele sembra essere diventato un conflitto a bassa intensità con continue violazioni da entrambe le parti. Le parole del ministro della Difesa Israel Katz che ha annunciato che le Forze di Difesa israeliane hanno ricevuto ordine di ricorrere alla piena forza in Libano, in caso dovessero trovarsi di fronte ad una qualsiasi minaccia, fotografano in pieno la fragilità dell’accordo. Katz ha specificato di non fare nessuna differenza al fatto se sia ancora in atto il cessate il fuoco ed ha anche ribadito che l’esercito ha ricevuto l’ordine di demolire tutte le abitazioni dei villaggi vicino al confine con Israele, che fungevano da avamposti ad Hezbollah. Il premier Netanyahu, in un video pubblico, ha rivendicato come propria la decisione dello stop ai raid in Libano, cercando di dimostrare che non era stata imposto dall’amministrazione statunitense. Netanyahu ha comunque sottolineato la necessità della creazione di una zona di sicurezza nel Sud del Libano, ammettendo che il disarmo totale del movimento sciita resta lontano. Intanto la popolazione libanese sta lentamente ritornando nelle regioni meridionali e si sono formate lunghissime file di auto in direzione sud. Israele ha distrutto il ponte sul fiume Litani e l’esercito nazionale libanese, con l’aiuto dei civili, sta riempiendo il letto del fiume per consentire il passaggio ai profughi. Quella che Tel Aviv definisce come una politica di bonifica dell’area sul confine, sta intanto continuando e i comandanti militari dell’Idf hanno dichiarato al quotidiano Haaretz che case civili, edifici pubblici e scuole ritenuti legati ad Hezbollah saranno comunque distrutti. Nell’area sono arrivati decine di mezzi pesanti, tra cui molti escavatori, con gli operai pagati in base al numero di edifici abbattuti. L’esercito israeliano, che per la prima volta ha pubblicato la mappa della loro nuova linea di schieramento all’interno del Libano, ha anche riportato la morte di un soldato, caduto in combattimento nell’estremo Sud del Libano, portando ad un totale di 15 militari morti dall’inizio dello scontro con il movimento sciita filo iraniano. In risposta alla morte del soldato, Israele ha colpito diversi obiettivi, nonostante la tregua ufficialmente resti in piedi. L’intelligence militare di Tel Aviv ha confermato che è stato Hezbollah ad aprire il fuoco contro le forze della missione delle Nazioni Unite Unifil, dove è rimasto uccisi il sergente maggiore dell’esercito francese Florian Montorio. Secondo gli israeliani un gruppo di miliziani di Hezbollah ha aperto il fuoco contro le forze onusiane impegnate a bonificare dalle mine la zona di Al-Ghandouriyah, uccidendo il sergente è ferendo altri tre membri del personale. Hezbollah ha immediatamente diramato un comunicato in cui nega ogni coinvolgimento e ha chiesto, per la prima volta, che una commissione dell’esercito nazionale apra un’inchiesta sul caso. Una dura condanna sull’attacco ai caschi blu è arrivata anche dall’Unione Europea che ha accusato Hezbollah dell’uccisione del militare francese e che ha invitato il Partito di Dio a disarmarsi e a porre fine immediatamente ai suoi attacchi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam si è impegnato personalmente a chiarire l’episodio, sottolineando ancora una volta il ruolo fondamentale delle Nazioni Unite nel cercare di mantenere la pace nel Paese dei cedri. Il premier libanese martedì sarà a Parigi per incontrare il presidente francese, un incontro fortemente voluto da Parigi che non vuole perdere la sua storica influenza sul Libano. La Francia, che per la prima volta non è stata coinvolta da Beirut in una sua trattativa di pace, ha subito accusato Hezbollah di aver teso una trappola ai militari.
Intanto Netanyahu ha chiesto di annullare la sua testimonianza al processo penale prevista per oggi per motivi di sicurezza e politici. La Procura di Stato ha respinto la richiesta, affermando che « l’imputato deve adeguare il calendario alle date di testimonianza stabilite dal tribunale».
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Fu la pubblicità di un’automobile a far scegliere il regista, I cattivi erano i cubani e la moto una Honda. Ecco la vera storia dell’iconico film d’aviazione che compie 40 anni.
Mario Monti, Giuseppe Conte e Romano Prodi (Ansa)
Tre ex premier che all’improvviso, dopo la sconfitta del centrodestra al referendum, riemergono dal passato. Inutile dire che, nonostante le differenti età, nessuno dei tre è rassegnato al passo indietro. Prodi ha 86 anni, Monti 83, Conte 61, ma tutti muoiono dalla voglia di tornare protagonisti, magari anche con un incarico da padri della patria, ovvero da presidente della Repubblica. Fare il capo dello Stato è piacevole, non si deve fare campagna elettorale, non si hanno responsabilità, si stringono tante mani e si fanno discorsi ovvi, con il risultato che si gode sempre, anche quando si fanno prediche inutili, di buona stampa.
Che il trio Lescano di cui sopra coltivi ambizioni per il prossimo futuro, ovvero per le elezioni del 2027, è evidente. E ognuno ha infatti la propria ricetta per il rilancio e tutti e tre la offrono gratis, sperando poi che al momento opportuno i vincitori si ricordino e siano riconoscenti. L’ex rettore della Bocconi, con un profondo editoriale sul quotidiano di via Solferino, ha spiegato che Giorgia Meloni, dopo la brutta botta del litigio con Trump (brutta poi, perché? Il presidente americano le ha fatto un favore, dato che nessuno ora la potrà accusare di essere una cheerleader del tycoon), deve fare uno scatto. Verso che cosa? Verso l’America o l’Europa, oppure investire su ricerca e sviluppo? No, lo scatto consiste nel cooperare con l’opposizione. In pratica, l’ex premier suggerisce una bella ammucchiata, come ai tempi in cui, senza alcun mandato elettorale, lui fu scelto da Giorgio Napolitano per fare i compiti a casa, vale a dire per stangare gli italiani. Naturalmente, patrocinare un governo di unità nazionale ha i suoi vantaggi, perché significa tenersi buoni tutti e al momento dell’elezione del nuovo inquilino del Quirinale non avere nemici può essere d’aiuto.
Giuseppe Conte invece è Giuseppe Conte, ovvero lo sconosciuto professore che un bel giorno dell’estate 2018 vinse alla lotteria e senza esperienza politica alcuna fu proiettato a Palazzo Chigi. Nell’intervista ad Aldo Cazzullo, l’ex premier si presenta come un miracolato di padre Pio, studente squattrinato che per tirare a campare è stato costretto a piccoli lavoretti (in pratica dava ripetizioni, mica scaricava cassette di frutta al mercato). Conte si sente un predestinato, ma anche un dispensatore di miracoli: infatti sul Corriere racconta della mamma che grazie al reddito di cittadinanza ha potuto comprare una bistecca ai figli e del pensionato che finalmente ha acquistato gli occhiali. Nell’intervista si presenta come un moderato, che politicamente ha oscillato fra Ciriaco De Mita e i radicali (non proprio la stessa cosa), ma a colpire è la riprova che, nonostante abbia trascorso tre anni a Palazzo Chigi, di economia non capisce nulla. Infatti insiste a dire che un euro investito in edilizia ne restituisce uno e mezzo allo Stato. Conte evidentemente si crede Gesù e pensa di essere capace di moltiplicare pani, pesci ed euro come Nostro Signore.
Quanto a Prodi, il professore esorta a mettere insieme un’armata Brancaleone come la sua, quella con cui nel 1996 vinse le elezioni. Ovviamente dimentica di dire che trent’anni fa al centrosinistra riuscì l’impresa perché la Lega corse da sola dopo le manovre di Oscar Luigi Scalfaro, mentre nel 2006 sconfisse il centrodestra per soli 24.000 voti e con lo straordinario contributo dei consensi che all’improvviso spuntarono in Campania e all’estero. Quanto fosse fragile comunque il successo dell’Ulivo è testimoniato dalla durata dei governi del Professore, cioè quanto un gatto in autostrada.
Comunque, vedere insieme sulle pagine dei principali giornali sia Monti che Prodi e Conte, credo sia uno spot per convincere gli elettori a tenerci stretto quel che abbiamo. Del Professore non si possono dimenticare l’eurotassa, né le privatizzazioni o il disastro dell’introduzione dell’euro. Di Monti restano a futura memoria sia gli esodati sia la super stangata dell’Imu. E per quanto riguarda Conte, c’è solo l’imbarazzo della scelta: dal reddito di cittadinanza al Superbonus, dai lockdown alle mascherine, senza dimenticare i banchi a rotelle. Insomma, se si vogliono vincere le prossime elezioni basta mostrare i loro volti, con la scritta «a volte ritornano».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Non è infatti vero, come sostiene la storiografia ufficiale, che l’Italia fu liberata dalle forze partigiane, tanto meno dai partigiani garibaldini, braccio armato del Partito comunista, che costituivano solo una parte, a lungo minoritaria, di quella resistenza organizzata e armata che certamente ebbe un ruolo importante di sostegno all’esercito angloamericano nell’ultima fase del conflitto. Giorgio Bocca, che partigiano fu, nel 1966 con la sua Storia dell’Italia partigiana, si era messo a contare i numeri veri: nel settembre 1943 - come ha ben riassunto tempo fa il collega Maurizio Stefanini sul Foglio - i partigiani erano in tutto 1.500, a novembre salgono a 3.800; al 30 aprile 1944 sono 12.600, a fine anno - la stima ufficiale è di Ferruccio Parri per conto del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) - raggiungono i 50.000 combattenti. Lo stesso Bocca poi conta 80.000 uomini ai primi del marzo 1945. Il dato interessante - ricorda Stefanini, «è che stando a questa stima appena un partigiano su 23 ha combattuto per almeno un anno; 5 su 6 hanno preso le armi negli ultimi quattro mesi; quasi 4 su 5 negli ultimi due mesi; e addirittura uno su due negli ultimi 10 giorni. Insomma, la tesi secondo cui in Italia nel 1945 ci fu una gran massa di eroi della “sesta giornata”, come si diceva a Milano dopo le Cinque giornate del 1848, non è calunnia, ma verità storica acclarata».
È evidente che una simile forza non sarebbe stata mai in grado di piegare l’esercito occupante tedesco né di avere la meglio su quello, certo malmesso, della Repubblica sociale. No, l’Italia fu liberata dalle forze alleate angloamericane, che riversarono sul fronte italiano, dal giugno 1943 al maggio 1945, centinaia di migliaia di soldati e migliaia di mezzi (solo in Sicilia sbarcarono 180.000 uomini in un colpo solo, altri 60.000 ad Anzio) pagando un contributo enorme in termini di vite umane: i morti solo americani furono oltre 90.000, ancora oggi sepolti in 42 cimiteri sul suolo italiano, da Udine a Siracusa (per fare un raffronto, i nostri partigiani morti in combattimento furono circa 6.000).
Onore alla resistenza e ai suoi morti: non c’è dubbio. Ma scommetto che anche quest’anno assisteremo a un 25 aprile che tradirà la storia e i suoi eroi venuti a liberarci e lo farà in nome di un anti-americanismo cronico e di un pacifismo sterile che rinnega il senso vero e profondo della ricorrenza: l’uso della forza legittima per cacciare i tiranni, l’Occidente a trazione americana come baluardo di libertà.
Senza dimenticare che se oggi abbiamo la Costituzione che abbiamo e che sventoliamo a ogni pie’ sospinto - spesso purtroppo a vanvera -, è perché gli americani liberatori ci permisero da subito di deciderla autonomamente, a differenza di quanto fecero con gli altri sconfitti della guerra, ovvero la Germania e il Giappone. Al netto della pazzie di Trump sono passati oltre ottant’anni e siamo ancora lì: il mondo libero - sempre guidato dall’America - da una parte, le tirannie dall’altra.
Non riconoscere questo significa disconoscere i presupposti su cui è nata la Repubblica, o peggio passare dalla parte sbagliata della storia. Quando la propaganda di sinistra punta il dito contro questo governo «succube dell’America» dice una bestemmia. Questo governo conosce e riconosce la storia per come è andata ed è grato a chi ha permesso che così andasse; questo governo sa che l’Occidente non è il paradiso terrestre ma che fuori dall’Occidente c’è soltanto di peggio, altro che Trump.
I nostri politici, gli intellettuali e i commentatori liberali e conservatori farebbero bene, invece che cincischiare timorosi, a trovare il coraggio di dirlo con forza. Nella situazione attuale il 25 aprile andrebbe rivendicato senza esitazione invece di essere lasciato in appalto alla falsa, ipocrita e pericolosa macchina della propaganda anti occidentale e quindi, in ultima istanza, anti italiana. Partigiani sì, ma a modo nostro. Che è poi quello autentico.
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