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2019-11-18
Il vero antisemitismo è quello islamico
Ansa
L'antisemitismo preoccupa Europa e Stati Uniti, dove si moltiplicano gli osservatori di intolleranza, odio, aggressioni nei confronti degli ebrei. Secondo il Kantor Center per lo studio dell'ebraismo europeo contemporaneo dell'università di Tel Aviv, nel 2018 gli attacchi sono cresciuti del 13% in tutto il mondo. Impennate in Francia (+74%), Italia (+ 66%), Australia (+59%), aumenti nel Regno Unito (+16%) e in Germania (+6%). Lo scorso anno le città di New York e Berlino registrarono rispettivamente + 22% e + 14% di episodi ostili. Il 25% degli ebrei danesi e il 28% di quelli svedesi ha assistito a un attacco antisemita negli ultimi 12 mesi.
Da più parti si è concordi nel riconoscere la forte influenza del Web nella diffusione di minacce, insulti, istigazione alla violenza. L'atteggiamento prevalente, però, è quello di ricondurre l'onda minacciosa alla destra estremista e, con più ipocrita prudenza, alla sinistra radicale ostile a Israele «sostenuto dagli americani». Quella sinistra che giudica gli ebrei responsabili della «colonizzazione razzista della Palestina». Viene invece pesantemente sottovalutato l'atteggiamento di molti musulmani, spesso immigrati, che considerano gli ebrei il nemico, l'incarnazione di una minaccia esistenziale all'islam.
Nel 2014, la Lega anti diffamazione (Adl) aveva condotto un'indagine in oltre 100 Paesi scoprendo che l'atteggiamento anti ebrei era due volte più comune tra i musulmani che tra i cristiani. L'ultimo rapporto dell'Ue sull'antisemitismo riporta i risultati di un sondaggio condotto tra 2.700 ebrei di età compresa tra 16 e 34 anni di 12 Paesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Ungheria), in cui vive oltre il 96% della popolazione ebraica. Il 31% dei giovani che ha subìto molestie o aggressioni di stampo antisemita (il 45% degli intervistati), ha identificato l'autore come «qualcuno con una visione estremista musulmana».
Dichiara il think tank Gatestone institute: «In Francia, dire la verità sull'antisemitismo islamico è pericoloso. Per un politico, è un suicidio». L'istituto di analisi ricordava quanto affermò l'ex primo ministro francese Manuel Valls: «Per almeno due decenni, tutti gli attacchi contro gli ebrei in cui l'autore è stato identificato provengono da musulmani». La sinistra però preferisce ignorare la matrice islamica, con vergognosi episodi di accettazione come il silenzio politico e intellettuale che ha avvolto la pièce Moi, la mort, je l'aime, comme vous aimez la vie dell'algerino Mohamed Kacim, che nel 2017 portò nei teatri francesi una rappresentazione delle ultime ore del terrorista Mohammed Merah, autore della strage all'asilo di Tolosa. Voleva provare a spiegare «i disagi» sociali di un assassino, pochi si indignarono. Partiamo proprio da quella mattanza, per ricordare alcuni dei più odiosi episodi di antisemitismo islamico nell'ultimo decennio.
Nel 2012, Mohammed Merah uccide due fratellini ebrei di 6 e 3 anni, il loro padre rabbino e una bambina di 7 anni davanti a una scuola ebraica di Tolosa. Il killer, cittadino francese nato da genitori algerini, aveva trascorso un periodo nei campi di addestramento per i terroristi islamici prima di andare a combattere a fianco dei talebani. Due anni dopo, nell'attentato al museo ebraico di Bruxelles compiuto dal franco algerino Mehdi Nemmouche, tornato in Europa dopo un anno di guerra in Siria, muoiono quattro persone, due delle quali erano turisti israeliani. Nel 2015 Amedy Coulibaly, figlio di immigrati musulmani originari del Mali, assalta un supermarket kosher, tiene in ostaggio 17 persone, ne uccide quattro. Tutti ebrei. Aveva giurato fedeltà all'Isis. A Parigi, nel 2017 il giovane musulmano Kobili Traore picchia selvaggiamente e getta da una finestra al terzo piano del palazzo Sarah Halimi, un'insegnante ebrea di 66 anni, urlando: «Ho ucciso il demonio. Allah akhbar». I giudici esitarono molto prima di aggiungere alle accuse l'aggravante dell'antisemitismo. Ma c'è di peggio: lo scorso maggio il magistrato è arrivato alla conclusione che Traore era sotto l'effetto di stupefacenti quando commise il delitto, quindi troppo mentalmente instabile per subire un processo.
Nel 2018 un altro feroce omicidio di stampo islamico sconvolge Parigi. Mireille Knoll, 85 anni, sfuggita nel 1942 alla più grande retata di ebrei in Francia, viene pugnalata 11 volte dal vicino di casa musulmano, Yacine Mihoub che aiutato da un complice poi dà fuoco alla poveretta malata di Parkinson. La comunità ebraica francese è ancora la più grande in Europa, ma si sta rapidamente riducendo. Agli inizi di questo secolo contava 500.000 membri, la cifra è ora inferiore a 400.000. Rientrano in Israele. Osserva il politologo Dominique Reynié, direttore di Fondapol, Fondation pour l'innovation politique: «Gli ebrei sono pochi, elettoralmente non contano e non esiste un loro specifico comportamento di voto. I musulmani sono più numerosi e i politici si muovono con prudenza». Quella francese è in effetti la più grande comunità islamica d'Europa, 6 milioni di individui (il 9% della popolazione). Pochi giorni fa hanno manifestato a Parigi contro l'islamofobia, eppure sono influenti, islamizzano la società francese con moschee, scuole, associazioni.
Fuori dalla Francia il clima non è migliore. Nel 2015 la grande sinagoga di Copenaghen viene presa di mira da un terrorista islamico, che in uno scontro a fuoco uccide una guardia giurata. Dieci giorni fa, più di 80 lapidi sono state vandalizzate nel cimitero ebraico Ostre Kirkegard, nella città danese di Randers. Sui social non hanno dubbi, come scrive in un post Rebecca Holt: «Questo accade per colpa di tutti gli islamici mediorientali che l'Europa ha accolto. Odiano gli ebrei». A settembre, studenti israeliani che si trovavano a Varsavia sono stati aggrediti da alcuni uomini originari del Qatar che hanno urlato slogan come «Palestina libera». Lo scorso marzo, ad Amsterdam due ebrei, padre e figlio, sono stati pugnalati da un musulmano radicalizzato. «Abbiamo visto islamisti commettere attacchi omicidi contro le comunità ebraiche in Francia, Belgio, Austria, Copenaghen», dichiarava a luglio John Mann, subito dopo essere stato eletto consigliere sull'antisemitismo da Theresa May. Secondo Mann, fino a oggi simili episodi non si sono verificati nel Regno Unito perché il Paese «è meglio preparato attraverso il lavoro del Community security trust», associazione fondata nel 1994 per garantire la sicurezza della comunità ebraica.
Il sondaggio 2015 della Lega anti diffamazione mise in luce che il 56% dei musulmani in Germania nutriva atteggiamenti antisemiti, rispetto al 16% della popolazione complessiva. In una strada di Berlino, nell'aprile 2018 un rifugiato siriano di 19 anni si tolse la cintura e iniziò a frustare un giovane israeliano che indossava il kippah, tradizionale copricapo circolare. Dopo quell'episodio, il presidente del consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Josef Schuster, dovette ammettere che era pericoloso indossare in pubblico il kippah. Ostentare bandiere palestinesi invece non è proibito dalle autorità.
Lo scorso giugno, centinaia di manifestanti hanno sfilato a Berlino per la marcia «al-Quds Day», organizzata dal 1979 per chiedere la cancellazione definitiva dello Stato ebraico. Nonostante l'iniziativa abbia l'appoggio di un gruppo terroristico come Hezbollah, non è stata vietata neppure quest'anno. Lo scorso maggio Wenzel Michalski, direttore a Berlino di Human rights watch, organizzazione non governativa che si occupa della difesa dei diritti umani, ha raccontato al Magazine del New York Times che quando il suo ultimogenito Salomon rivelò a scuola di essere ebreo e di andare in sinagoga, in classe scese il gelo. Aveva fatto amicizia con un compagno arabo, condividevano la passione per la musica rap ma l'indomani il ragazzino gli disse che «ebrei e musulmani non potevano essere amici». Da quel momento iniziarono pesanti episodi di bullismo.
Patrizia Floder Ritter
La nascita d’Israele ha radicalizzato le ragioni dell’odio
Il politologo tedesco Matthias Küntzel afferma che l'antisemitismo europeo «era estraneo all'immagine originale degli ebrei nell'islam». I musulmani li consideravano impuri, li trattavano «con disprezzo o con tolleranza condiscendente» ma, a differenza dell'antisemitismo cristiano, non venivano accusati «di malvagità diabolica», di «avvelenare i pozzi né di diffondere la peste». Su L'informale Küntzel ha scritto che «l'antisemitismo islamico non si sviluppò spontaneamente ma fu inventato e usato come un mezzo per un fine. Questo processo iniziò circa 80 anni fa nell'ambito dei tentativi arabi di fermare l'immigrazione sionista in Palestina».
Il primo testo che diffuse tra gli islamici l'odio verso gli ebrei sarebbe stato un opuscolo in lingua araba dal titolo L'Islam e gli ebrei, pubblicato al Cairo nell'agosto del 1937. Nel pamphlet si leggeva: «Tenete duro, lottate per il pensiero islamico, per la vostra religione e la vostra esistenza! Non riposate finché la vostra terra non sarà priva di ebrei». Una copia del libretto venne distribuita a ogni partecipante al Congresso nazionale arabo, di Bludan, in Siria, e poi diffuso e ristampato per anni in tutta Europa. Presunto autore del libretto sarebbe stato Haj Amin Al Hussaini, leader del nazionalismo arabo palestinese e gran muftì di Gerusalemme (una delle più alte autorità dell'islam sunnita).
Da quel libretto sarebbe iniziata la divulgazione di un hadith, una sacra scrittura «dalle promesse genocide» che incitava a combattere gli ebrei fino all'annientamento. Questo il testo: «Disse il Profeta, su cui sia la pace: l'ora della resurrezione non arriverà fino a quando i musulmani non combatteranno gli ebrei e i musulmani li uccideranno, finché gli ebrei si nasconderanno dietro pietre e alberi, e le pietre e gli alberi diranno: Oh musulmano, servo di Allah, c'è un ebreo dietro di me, vieni e uccidilo!».
Lo storico Maurizio Ghiretti scrive così sull'Osservatorio antisemitismo del Cdec, centro di documentazione ebraica: «In seguito alla vittoria israeliana della guerra dei Sei giorni l'attività antisemita subisce un'impennata. Le folgoranti vittorie provocano una brusca metamorfosi nell'opinione pubblica occidentale, soprattutto in quella di sinistra, nei confronti di Israele e degli ebrei che sostengono la sua politica. Le schiaccianti vittorie su nemici tanto più numerosi e potenti smentiscono lo stereotipo dell'“ebreo" debole e spaventato». Ghiretti spiega che «la ripresa dell'antisemitismo a partire dagli ultimi anni del secolo scorso» si manifesta anche nel mondo islamico: «L'animosità antiebraica espressa sia dall'islam fondamentalista sia da quello moderato (entrambi transnazionali) assumono le caratteristiche dell'ebreofobia più radicale: Israele, i suoi cittadini, il sionismo e gli ebrei incarnano il male assoluto. La nuova ideologia antisemita islamica è metastorica; nasce nelle moschee dirette da divulgatori di odio (non necessariamente fondamentalisti), è propagandata dalle organizzazioni islamiste, da rappresentanti politici e religiosi dei paesi arabi, dai media, dai demagoghi dei nuovi piccoli gruppi della sinistra radicale, da quelli della “nuova sinistra" terzomondista e da quelli delle frange radicali dell'estrema destra: tutti fanaticamente antisionisti e antisraeliani e, in ultima analisi, antiebraici».
Scriveva un paio di settimane fa sulla rivista britannica Spiked Alaa al-Ameri, pseudonimo di un economista libico che vive nel Regno Unito: «È la censura di fatto della sinistra dei critici dell'islamismo che ha permesso agli islamisti di integrare il loro antisemitismo». Time ha ricordato che «i funzionari europei sottostimarono per lungo tempo l'antisemitismo tra i musulmani in Europa, forse per paura di alimentare il sentimento anti immigrato». «L'antisemitismo non è relegato all'estrema destra, o all'estrema sinistra, attraversa ogni categoria sociale. In più non vengono fatti rilievi sulle nuove migrazioni», evidenziava pochi giorni fa su Repubblica lo storico Gadi Luzzatto Voghera, direttore del Cdec. Aggiungeva: «Se vado nella comunità musulmana e chiedo che cosa pensano degli ebrei, la dinamica che scatta è ancora più allarmante. Ma è non tanto l'islam come religione, quanto il mondo islamista, che usa l'ideologia per colpire la minoranza ebraica, a favorire questo odio e far aumentare il rischio».
Il Web contribuisce pesantemente a diffondere il sentimento anti ebrei. Katharina von Schnurbein, coordinatrice della Commissione europea sulla lotta all'antisemitismo, dichiarava lo scorso luglio che Internet «è diventato anche un melting pot (crogiolo, ndr) di estremismo. Un'alleanza empia di neonazisti, islamisti e estremisti di estrema sinistra nel credere in una cospirazione ebraica, nel controllo dei governi, dell'economia e dei media». Non possiamo non aggiungere che nei cortei del 25 Aprile per ricordare la liberazione dal nazismo, molte volte l'Anpi ha fatto entrare militanti della resistenza palestinese, diretti discendenti del nazionalismo arabo.
Patrizia Floder Ritter
«La minaccia peggiore? Dal Corano»
Nel Regno Unito 24 intellettuali guidati da John Le Carré hanno annunciato che alle elezioni generali del 12 dicembre non voteranno per Jeremy Corbyn accusandolo di non aver voluto o saputo frenare le tendenze antisemite all'interno del suo Partito laburista. In Francia l'intervista di sabato del Corriere della Sera al filosofo Alain Finkielkraut, che ha parlato di un antisemitismo di sinistra, che «oggi per ragioni elettorali ha scelto il partito dell'islam politico», ha riacceso il dibattito. E in Italia? Ne abbiamo parlato con Ugo Volli, professore ordinario di semiotica del testo all'università di Torino ed ex presidente della sinagoga riformata Lev Chadash di Milano. Dice Volli: «Esistono, nel nostro Paese e in Europa, alcuni isolati ed esagitati neofascisti e neonazisti che fanno cose inaccettabili, dal profanare i cimiteri alla minaccia di compiere stragi. Ma sono pochissimi, residuali e poco organizzati. Folcloristici quando fanno cose un po' nostalgiche come a Predappio. Ma è evidente che non esiste un pericolo per la democrazia».
Neppure per le comunità ebraiche?
«Le comunità ebraiche in Europa sono minacciate principalmente dagli islamisti, che rappresentano una minaccia per motivi sia religiosi sia politici, con l'antisemitismo che si sovrappone all'odio per Israele. La polizia e l'esercito davanti alle sinagoghe ci difendono essenzialmente da questa minaccia.
Che cosa si nasconde dietro a questo allarme fascismo?
«Una speculazione politica da parte di forze che hanno perso capacità di attrazione, non solo in Italia ma in buona parte d'Europa. Molti di loro sono sinceramente preoccupati dai neofascisti. Ma questa paura deriva dalla scarsa comprensione di che cosa sia il fascismo. È il vecchio vizio della sinistra: gli avversari politici sono sempre tutti sbagliati, criminali, ubriachi, donnaioli, mostri e di conseguenza anche fascisti. Ma il fatto che siano sinceri non rende il tutto meno preoccupante. Da qui, il tentativo di creare allarmi sperando di allargare l'elettorato. Ma ci sono due problemi. Il primo: queste grida “al lupo, al lupo" non impressionano nessuno. Il secondo: la sinistra non sa più rispondere su questioni molto concrete come il modo di vivere e l'identità nazionale, per esempio».
È delegittimazione o anche una forma di censura?
«Alla vecchia egemonia della sinistra in Occidente corrisponde un'egemonia che continuano ad avere sulla grande stampa. Ma questa è in grave crisi negli ultimi anni. E così nasce l'idea che la sinistra non venga capita perché il popolo segue altre idee in Rete che subito vengono bollate come fake news. Da qui il tentativo di censurare, di impedire che altre idee circolino sulla Rete».
Hanno perso il controllo del mezzo e cercano di controllare il messaggio?
«C'è un recente libro di Christian Rocca intitolato Chiudete Internet (Marsilio). È solo un esempio della tendenza a pensare che sia stato un grave errore far nascere questa cosa diffusissima che è Internet per via delle cose che circolano su quel mezzo. E poiché non piacciono, vengono definiti discorsi di odio, senza qualunque criterio oggettivo. Anche perché se ci fosse un criterio oggettivo i primi discorsi di odio da proibire sarebbero quelli di Vauro, che ha appena pubblicato Sette modi per uccidere Salvini oppure di questo cuoco, Rubio, che si chiama chef».
E la Commissione Segre come si inserisce in questo contesto?
«Questa commissione, che porta un po' impropriamente il nome della senatrice Liliana Segre, va esattamente nella direzione di creare le basi per rendere possibile la censura. La senatrice è stata usata per proporre un'agenda che mi ricorda quello che Bertolt Brecht proponeva in maniera ironica nel 1953 ai comunisti della Germania Est dopo gli scioperi operai, cioè sciogliere il popolo. Oggi c'è il tentativo di non fare votare, di impedire la libertà di espressione sulla Rete e molto altro perché c'è una profonda diffidenza e un forte disprezzo nei confronti dell'elettorato. E si tratta di un'involuzione pazzesca per i partiti che si proclamano progressisti e al fianco dei più deboli».
Non la stupisce la totale assenza dal dibattito pubblico della minaccia islamista?
«Nelle perversioni mentali della sinistra c'è l'idea che, perso il mondo operaio anticapitalista che oggi vota per altri, si debbano trovare alleati contro l'Occidente. E gli islamici sono gli alleati perfetti. Che poi se la prendano in particolare con gli ebrei e con Israele va anche bene, visto che corrisponde a un profilo di antisemitismo che sta riemergendo a sinistra».
Gabriele Carrer
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Dilaga nel mondo l'ostilità dei musulmani verso gli ebrei con attentati e omicidi firmati dagli integralisti. E i giudici chiudono gli occhi davanti alle intolleranzeGli studiosi concordi: tra fondamentalisti e moderati non ci sono differenze, la sinistra muta per paura d'inimicarsi gli immigratiL'ex presidente della sinagoga di Milano Ugo Volli: «L'intimidazione islamista è duplice perché ha motivi religiosi e anche politici».Lo speciale contiene tre articoliL'antisemitismo preoccupa Europa e Stati Uniti, dove si moltiplicano gli osservatori di intolleranza, odio, aggressioni nei confronti degli ebrei. Secondo il Kantor Center per lo studio dell'ebraismo europeo contemporaneo dell'università di Tel Aviv, nel 2018 gli attacchi sono cresciuti del 13% in tutto il mondo. Impennate in Francia (+74%), Italia (+ 66%), Australia (+59%), aumenti nel Regno Unito (+16%) e in Germania (+6%). Lo scorso anno le città di New York e Berlino registrarono rispettivamente + 22% e + 14% di episodi ostili. Il 25% degli ebrei danesi e il 28% di quelli svedesi ha assistito a un attacco antisemita negli ultimi 12 mesi. Da più parti si è concordi nel riconoscere la forte influenza del Web nella diffusione di minacce, insulti, istigazione alla violenza. L'atteggiamento prevalente, però, è quello di ricondurre l'onda minacciosa alla destra estremista e, con più ipocrita prudenza, alla sinistra radicale ostile a Israele «sostenuto dagli americani». Quella sinistra che giudica gli ebrei responsabili della «colonizzazione razzista della Palestina». Viene invece pesantemente sottovalutato l'atteggiamento di molti musulmani, spesso immigrati, che considerano gli ebrei il nemico, l'incarnazione di una minaccia esistenziale all'islam. Nel 2014, la Lega anti diffamazione (Adl) aveva condotto un'indagine in oltre 100 Paesi scoprendo che l'atteggiamento anti ebrei era due volte più comune tra i musulmani che tra i cristiani. L'ultimo rapporto dell'Ue sull'antisemitismo riporta i risultati di un sondaggio condotto tra 2.700 ebrei di età compresa tra 16 e 34 anni di 12 Paesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Ungheria), in cui vive oltre il 96% della popolazione ebraica. Il 31% dei giovani che ha subìto molestie o aggressioni di stampo antisemita (il 45% degli intervistati), ha identificato l'autore come «qualcuno con una visione estremista musulmana». Dichiara il think tank Gatestone institute: «In Francia, dire la verità sull'antisemitismo islamico è pericoloso. Per un politico, è un suicidio». L'istituto di analisi ricordava quanto affermò l'ex primo ministro francese Manuel Valls: «Per almeno due decenni, tutti gli attacchi contro gli ebrei in cui l'autore è stato identificato provengono da musulmani». La sinistra però preferisce ignorare la matrice islamica, con vergognosi episodi di accettazione come il silenzio politico e intellettuale che ha avvolto la pièce Moi, la mort, je l'aime, comme vous aimez la vie dell'algerino Mohamed Kacim, che nel 2017 portò nei teatri francesi una rappresentazione delle ultime ore del terrorista Mohammed Merah, autore della strage all'asilo di Tolosa. Voleva provare a spiegare «i disagi» sociali di un assassino, pochi si indignarono. Partiamo proprio da quella mattanza, per ricordare alcuni dei più odiosi episodi di antisemitismo islamico nell'ultimo decennio. Nel 2012, Mohammed Merah uccide due fratellini ebrei di 6 e 3 anni, il loro padre rabbino e una bambina di 7 anni davanti a una scuola ebraica di Tolosa. Il killer, cittadino francese nato da genitori algerini, aveva trascorso un periodo nei campi di addestramento per i terroristi islamici prima di andare a combattere a fianco dei talebani. Due anni dopo, nell'attentato al museo ebraico di Bruxelles compiuto dal franco algerino Mehdi Nemmouche, tornato in Europa dopo un anno di guerra in Siria, muoiono quattro persone, due delle quali erano turisti israeliani. Nel 2015 Amedy Coulibaly, figlio di immigrati musulmani originari del Mali, assalta un supermarket kosher, tiene in ostaggio 17 persone, ne uccide quattro. Tutti ebrei. Aveva giurato fedeltà all'Isis. A Parigi, nel 2017 il giovane musulmano Kobili Traore picchia selvaggiamente e getta da una finestra al terzo piano del palazzo Sarah Halimi, un'insegnante ebrea di 66 anni, urlando: «Ho ucciso il demonio. Allah akhbar». I giudici esitarono molto prima di aggiungere alle accuse l'aggravante dell'antisemitismo. Ma c'è di peggio: lo scorso maggio il magistrato è arrivato alla conclusione che Traore era sotto l'effetto di stupefacenti quando commise il delitto, quindi troppo mentalmente instabile per subire un processo. Nel 2018 un altro feroce omicidio di stampo islamico sconvolge Parigi. Mireille Knoll, 85 anni, sfuggita nel 1942 alla più grande retata di ebrei in Francia, viene pugnalata 11 volte dal vicino di casa musulmano, Yacine Mihoub che aiutato da un complice poi dà fuoco alla poveretta malata di Parkinson. La comunità ebraica francese è ancora la più grande in Europa, ma si sta rapidamente riducendo. Agli inizi di questo secolo contava 500.000 membri, la cifra è ora inferiore a 400.000. Rientrano in Israele. Osserva il politologo Dominique Reynié, direttore di Fondapol, Fondation pour l'innovation politique: «Gli ebrei sono pochi, elettoralmente non contano e non esiste un loro specifico comportamento di voto. I musulmani sono più numerosi e i politici si muovono con prudenza». Quella francese è in effetti la più grande comunità islamica d'Europa, 6 milioni di individui (il 9% della popolazione). Pochi giorni fa hanno manifestato a Parigi contro l'islamofobia, eppure sono influenti, islamizzano la società francese con moschee, scuole, associazioni. Fuori dalla Francia il clima non è migliore. Nel 2015 la grande sinagoga di Copenaghen viene presa di mira da un terrorista islamico, che in uno scontro a fuoco uccide una guardia giurata. Dieci giorni fa, più di 80 lapidi sono state vandalizzate nel cimitero ebraico Ostre Kirkegard, nella città danese di Randers. Sui social non hanno dubbi, come scrive in un post Rebecca Holt: «Questo accade per colpa di tutti gli islamici mediorientali che l'Europa ha accolto. Odiano gli ebrei». A settembre, studenti israeliani che si trovavano a Varsavia sono stati aggrediti da alcuni uomini originari del Qatar che hanno urlato slogan come «Palestina libera». Lo scorso marzo, ad Amsterdam due ebrei, padre e figlio, sono stati pugnalati da un musulmano radicalizzato. «Abbiamo visto islamisti commettere attacchi omicidi contro le comunità ebraiche in Francia, Belgio, Austria, Copenaghen», dichiarava a luglio John Mann, subito dopo essere stato eletto consigliere sull'antisemitismo da Theresa May. Secondo Mann, fino a oggi simili episodi non si sono verificati nel Regno Unito perché il Paese «è meglio preparato attraverso il lavoro del Community security trust», associazione fondata nel 1994 per garantire la sicurezza della comunità ebraica.Il sondaggio 2015 della Lega anti diffamazione mise in luce che il 56% dei musulmani in Germania nutriva atteggiamenti antisemiti, rispetto al 16% della popolazione complessiva. In una strada di Berlino, nell'aprile 2018 un rifugiato siriano di 19 anni si tolse la cintura e iniziò a frustare un giovane israeliano che indossava il kippah, tradizionale copricapo circolare. Dopo quell'episodio, il presidente del consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Josef Schuster, dovette ammettere che era pericoloso indossare in pubblico il kippah. Ostentare bandiere palestinesi invece non è proibito dalle autorità. Lo scorso giugno, centinaia di manifestanti hanno sfilato a Berlino per la marcia «al-Quds Day», organizzata dal 1979 per chiedere la cancellazione definitiva dello Stato ebraico. Nonostante l'iniziativa abbia l'appoggio di un gruppo terroristico come Hezbollah, non è stata vietata neppure quest'anno. Lo scorso maggio Wenzel Michalski, direttore a Berlino di Human rights watch, organizzazione non governativa che si occupa della difesa dei diritti umani, ha raccontato al Magazine del New York Times che quando il suo ultimogenito Salomon rivelò a scuola di essere ebreo e di andare in sinagoga, in classe scese il gelo. Aveva fatto amicizia con un compagno arabo, condividevano la passione per la musica rap ma l'indomani il ragazzino gli disse che «ebrei e musulmani non potevano essere amici». Da quel momento iniziarono pesanti episodi di bullismo.Patrizia Floder Ritter<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-antisemitismo-e-quello-islamico-2641370626.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nascita-disraele-ha-radicalizzato-le-ragioni-dellodio" data-post-id="2641370626" data-published-at="1780539346" data-use-pagination="False"> La nascita d’Israele ha radicalizzato le ragioni dell’odio Il politologo tedesco Matthias Küntzel afferma che l'antisemitismo europeo «era estraneo all'immagine originale degli ebrei nell'islam». I musulmani li consideravano impuri, li trattavano «con disprezzo o con tolleranza condiscendente» ma, a differenza dell'antisemitismo cristiano, non venivano accusati «di malvagità diabolica», di «avvelenare i pozzi né di diffondere la peste». Su L'informale Küntzel ha scritto che «l'antisemitismo islamico non si sviluppò spontaneamente ma fu inventato e usato come un mezzo per un fine. Questo processo iniziò circa 80 anni fa nell'ambito dei tentativi arabi di fermare l'immigrazione sionista in Palestina». Il primo testo che diffuse tra gli islamici l'odio verso gli ebrei sarebbe stato un opuscolo in lingua araba dal titolo L'Islam e gli ebrei, pubblicato al Cairo nell'agosto del 1937. Nel pamphlet si leggeva: «Tenete duro, lottate per il pensiero islamico, per la vostra religione e la vostra esistenza! Non riposate finché la vostra terra non sarà priva di ebrei». Una copia del libretto venne distribuita a ogni partecipante al Congresso nazionale arabo, di Bludan, in Siria, e poi diffuso e ristampato per anni in tutta Europa. Presunto autore del libretto sarebbe stato Haj Amin Al Hussaini, leader del nazionalismo arabo palestinese e gran muftì di Gerusalemme (una delle più alte autorità dell'islam sunnita). Da quel libretto sarebbe iniziata la divulgazione di un hadith, una sacra scrittura «dalle promesse genocide» che incitava a combattere gli ebrei fino all'annientamento. Questo il testo: «Disse il Profeta, su cui sia la pace: l'ora della resurrezione non arriverà fino a quando i musulmani non combatteranno gli ebrei e i musulmani li uccideranno, finché gli ebrei si nasconderanno dietro pietre e alberi, e le pietre e gli alberi diranno: Oh musulmano, servo di Allah, c'è un ebreo dietro di me, vieni e uccidilo!». Lo storico Maurizio Ghiretti scrive così sull'Osservatorio antisemitismo del Cdec, centro di documentazione ebraica: «In seguito alla vittoria israeliana della guerra dei Sei giorni l'attività antisemita subisce un'impennata. Le folgoranti vittorie provocano una brusca metamorfosi nell'opinione pubblica occidentale, soprattutto in quella di sinistra, nei confronti di Israele e degli ebrei che sostengono la sua politica. Le schiaccianti vittorie su nemici tanto più numerosi e potenti smentiscono lo stereotipo dell'“ebreo" debole e spaventato». Ghiretti spiega che «la ripresa dell'antisemitismo a partire dagli ultimi anni del secolo scorso» si manifesta anche nel mondo islamico: «L'animosità antiebraica espressa sia dall'islam fondamentalista sia da quello moderato (entrambi transnazionali) assumono le caratteristiche dell'ebreofobia più radicale: Israele, i suoi cittadini, il sionismo e gli ebrei incarnano il male assoluto. La nuova ideologia antisemita islamica è metastorica; nasce nelle moschee dirette da divulgatori di odio (non necessariamente fondamentalisti), è propagandata dalle organizzazioni islamiste, da rappresentanti politici e religiosi dei paesi arabi, dai media, dai demagoghi dei nuovi piccoli gruppi della sinistra radicale, da quelli della “nuova sinistra" terzomondista e da quelli delle frange radicali dell'estrema destra: tutti fanaticamente antisionisti e antisraeliani e, in ultima analisi, antiebraici». Scriveva un paio di settimane fa sulla rivista britannica Spiked Alaa al-Ameri, pseudonimo di un economista libico che vive nel Regno Unito: «È la censura di fatto della sinistra dei critici dell'islamismo che ha permesso agli islamisti di integrare il loro antisemitismo». Time ha ricordato che «i funzionari europei sottostimarono per lungo tempo l'antisemitismo tra i musulmani in Europa, forse per paura di alimentare il sentimento anti immigrato». «L'antisemitismo non è relegato all'estrema destra, o all'estrema sinistra, attraversa ogni categoria sociale. In più non vengono fatti rilievi sulle nuove migrazioni», evidenziava pochi giorni fa su Repubblica lo storico Gadi Luzzatto Voghera, direttore del Cdec. Aggiungeva: «Se vado nella comunità musulmana e chiedo che cosa pensano degli ebrei, la dinamica che scatta è ancora più allarmante. Ma è non tanto l'islam come religione, quanto il mondo islamista, che usa l'ideologia per colpire la minoranza ebraica, a favorire questo odio e far aumentare il rischio». Il Web contribuisce pesantemente a diffondere il sentimento anti ebrei. Katharina von Schnurbein, coordinatrice della Commissione europea sulla lotta all'antisemitismo, dichiarava lo scorso luglio che Internet «è diventato anche un melting pot (crogiolo, ndr) di estremismo. Un'alleanza empia di neonazisti, islamisti e estremisti di estrema sinistra nel credere in una cospirazione ebraica, nel controllo dei governi, dell'economia e dei media». Non possiamo non aggiungere che nei cortei del 25 Aprile per ricordare la liberazione dal nazismo, molte volte l'Anpi ha fatto entrare militanti della resistenza palestinese, diretti discendenti del nazionalismo arabo. Patrizia Floder Ritter <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-antisemitismo-e-quello-islamico-2641370626.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-minaccia-peggiore-dal-corano" data-post-id="2641370626" data-published-at="1780539346" data-use-pagination="False"> «La minaccia peggiore? Dal Corano» Nel Regno Unito 24 intellettuali guidati da John Le Carré hanno annunciato che alle elezioni generali del 12 dicembre non voteranno per Jeremy Corbyn accusandolo di non aver voluto o saputo frenare le tendenze antisemite all'interno del suo Partito laburista. In Francia l'intervista di sabato del Corriere della Sera al filosofo Alain Finkielkraut, che ha parlato di un antisemitismo di sinistra, che «oggi per ragioni elettorali ha scelto il partito dell'islam politico», ha riacceso il dibattito. E in Italia? Ne abbiamo parlato con Ugo Volli, professore ordinario di semiotica del testo all'università di Torino ed ex presidente della sinagoga riformata Lev Chadash di Milano. Dice Volli: «Esistono, nel nostro Paese e in Europa, alcuni isolati ed esagitati neofascisti e neonazisti che fanno cose inaccettabili, dal profanare i cimiteri alla minaccia di compiere stragi. Ma sono pochissimi, residuali e poco organizzati. Folcloristici quando fanno cose un po' nostalgiche come a Predappio. Ma è evidente che non esiste un pericolo per la democrazia». Neppure per le comunità ebraiche? «Le comunità ebraiche in Europa sono minacciate principalmente dagli islamisti, che rappresentano una minaccia per motivi sia religiosi sia politici, con l'antisemitismo che si sovrappone all'odio per Israele. La polizia e l'esercito davanti alle sinagoghe ci difendono essenzialmente da questa minaccia. Che cosa si nasconde dietro a questo allarme fascismo? «Una speculazione politica da parte di forze che hanno perso capacità di attrazione, non solo in Italia ma in buona parte d'Europa. Molti di loro sono sinceramente preoccupati dai neofascisti. Ma questa paura deriva dalla scarsa comprensione di che cosa sia il fascismo. È il vecchio vizio della sinistra: gli avversari politici sono sempre tutti sbagliati, criminali, ubriachi, donnaioli, mostri e di conseguenza anche fascisti. Ma il fatto che siano sinceri non rende il tutto meno preoccupante. Da qui, il tentativo di creare allarmi sperando di allargare l'elettorato. Ma ci sono due problemi. Il primo: queste grida “al lupo, al lupo" non impressionano nessuno. Il secondo: la sinistra non sa più rispondere su questioni molto concrete come il modo di vivere e l'identità nazionale, per esempio». È delegittimazione o anche una forma di censura? «Alla vecchia egemonia della sinistra in Occidente corrisponde un'egemonia che continuano ad avere sulla grande stampa. Ma questa è in grave crisi negli ultimi anni. E così nasce l'idea che la sinistra non venga capita perché il popolo segue altre idee in Rete che subito vengono bollate come fake news. Da qui il tentativo di censurare, di impedire che altre idee circolino sulla Rete». Hanno perso il controllo del mezzo e cercano di controllare il messaggio? «C'è un recente libro di Christian Rocca intitolato Chiudete Internet (Marsilio). È solo un esempio della tendenza a pensare che sia stato un grave errore far nascere questa cosa diffusissima che è Internet per via delle cose che circolano su quel mezzo. E poiché non piacciono, vengono definiti discorsi di odio, senza qualunque criterio oggettivo. Anche perché se ci fosse un criterio oggettivo i primi discorsi di odio da proibire sarebbero quelli di Vauro, che ha appena pubblicato Sette modi per uccidere Salvini oppure di questo cuoco, Rubio, che si chiama chef». E la Commissione Segre come si inserisce in questo contesto? «Questa commissione, che porta un po' impropriamente il nome della senatrice Liliana Segre, va esattamente nella direzione di creare le basi per rendere possibile la censura. La senatrice è stata usata per proporre un'agenda che mi ricorda quello che Bertolt Brecht proponeva in maniera ironica nel 1953 ai comunisti della Germania Est dopo gli scioperi operai, cioè sciogliere il popolo. Oggi c'è il tentativo di non fare votare, di impedire la libertà di espressione sulla Rete e molto altro perché c'è una profonda diffidenza e un forte disprezzo nei confronti dell'elettorato. E si tratta di un'involuzione pazzesca per i partiti che si proclamano progressisti e al fianco dei più deboli». Non la stupisce la totale assenza dal dibattito pubblico della minaccia islamista? «Nelle perversioni mentali della sinistra c'è l'idea che, perso il mondo operaio anticapitalista che oggi vota per altri, si debbano trovare alleati contro l'Occidente. E gli islamici sono gli alleati perfetti. Che poi se la prendano in particolare con gli ebrei e con Israele va anche bene, visto che corrisponde a un profilo di antisemitismo che sta riemergendo a sinistra». Gabriele Carrer
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Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, la Nazionale sperimentale di Silvio Baldini riparte da una vittoria. A Lussemburgo decide un colpo di testa di Pio Esposito. In campo tanti esordienti e qualche segnale incoraggiante per il futuro.
Rialzarsi dopo una caduta non è mai semplice. Specialmente se la ferita è ancora aperta e continua a bruciare. Dopo la terza mancata qualificazione ai Mondiali, l’Italia riparte dal Lussemburgo e lo fa vincendo 1-0 con un gol di Pio Esposito e con una ventata d’aria fresca portata da un gruppo composto quasi esclusivamente da debuttanti. Il ct Silvio Baldini ha scelto di dare fiducia ai «suoi» ragazzi dell’Under 21, puntando su un undici titolare in cui a parte il capitano Donnarumma, Pio Esposito e Pisilli, tutti gli altri erano all’esordio con la maglia della Nazionale maggiore. Una scelta che qualcuno ha definito simbolica e di impatto, ma che lo stesso ct rivendica come necessaria per riportare purezza in un ambiente che negli ultimi anni ha vissuto di forti pressioni.
L'impatto con la partita è stato quello che ci si poteva aspettare da una squadra costruita in pochi giorni e composta quasi interamente da esordienti. L'Italia ha tenuto il pallone fin dalle prime battute, cercando di prendere il controllo del gioco senza però riuscire a trovare subito ritmo e precisione negli ultimi metri. I segnali più incoraggianti sono arrivati dalla corsia sinistra, dove Koleosho si è rivelato il più vivace degli attaccanti azzurri, e da Lipani, ordinato nella gestione del possesso e spesso al centro della manovra. Le occasioni del primo tempo sono nate soprattutto attorno a Pio Esposito. L'attaccante dell'Inter ha prima sfiorato un gol di tacco su assist di Lipani e poi ha provato a sorprendere Moris con una spettacolare rovesciata, senza fortuna. L'Italia ha continuato a spingere, creando anche una buona opportunità con Pisilli e un'altra nel finale ancora con Koleosho, ma senza riuscire a sbloccare il risultato. Dall'altra parte il Lussemburgo si è visto soltanto a sprazzi, senza però impensierire seriamente Donnarumma. La partita si è decisa a inizio ripresa. Al 49' Pisilli ha disegnato dalla bandierina un pallone perfetto sul primo palo e Pio Esposito lo ha trasformato nell'1-0 con un colpo di testa preciso e potente. Un gol meritato per l'attaccante, tra i più propositivi per tutta la serata, e una liberazione per un'Italia che fino a quel momento aveva raccolto meno di quanto prodotto. Pochi minuti dopo gli azzurri hanno avuto l'occasione per chiudere definitivamente il discorso. Pisilli si è trovato davanti alla porta dopo una bella azione corale, ma il suo destro è terminato sul palo. Nel finale Baldini ha continuato a distribuire debutti e minuti ai giovani della sua rosa. Sono entrati Fortini, Fini, Camarda, Dagasso, Mane, Ahanor e Samuele Inacio.
Il risultato finale conta relativamente, anche perché il valore dell'avversario impone prudenza nei giudizi. Tuttavia, dopo settimane segnate da polemiche, processi e delusione per il fallimento della qualificazione mondiale, l'Italia aveva soprattutto bisogno di ripartire, in vista delle elezioni federali del 22 giugno dalle quali dipenderà poi anche il futuro della panchina azzurra e lo ha fatto con una vittoria, con un gruppo di ragazzi che ha mostrato entusiasmo e disponibilità al sacrificio e con qualche indicazione interessante su cui costruire il futuro. Elementi di questi tempi nemmeno così scontati.
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Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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