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2019-07-07
Il veliero sfonda i blocchi ma il Viminale tiene duro: niente sbarco a Lampedusa
Ansa
Ore 17.20 di ieri pomeriggio: l'Italia prende atto di non avere più sovranità nazionale. Il principio fondamentale di ogni popolo libero è stato spazzato via lo scorso 2 luglio, non da un colpo di stato, ma da una sentenza di un gip di Agrigento, Alessandra Vella, che quando ha deciso di scarcerare la capitana di Sea Watch 3, Carola Rackete, perché aveva infranto le leggi italiane «nell'adempimento di un dovere, salvare vite», ha di fatto reso impotenti le nostre forze dell'ordine, il nostro governo, la nostra democrazia, di fronte all'arroganza delle navi da guerra propagandistica che si fanno chiamare Ong. Alle 17.20 di ieri il veliero Alex (della Ong italiana Mediterranea saving humans), entra nel porto di Lampedusa col suo carico di 41 extracomunitari, scortato da una motovedetta della Guardia di Finanza, e attracca alla banchina. Il capo missione Erasmo Palazzotto, deputato di Sinistra italiana, se ne è altamente fregato di tutti gli alt e i divieti, a partire da quello di ingresso nelle acque territoriali italiane: sa di godere dell'immunità, non quella parlamentare, ma una forma diversa, melmosa, una sorta di impunità politica.
Palazzotto scende dalla barca e si gode il suo quarto d'ora di notorietà: si rivolge alle forze dell'ordine presenti sulla banchina con modi spicci, impartisce disposizioni. «Dovete far sbarcare queste persone, vogliamo acqua e un medico a bordo», dice Palazzotto con tono autoritario al dirigente della polizia di Stato, mentre controlla se le tv stiano riprendendo il suo profilo migliore. «Ci sono persone», fa sapere negli stessi istanti la portavoce di Mediterranea, Alessandra Sciurba, «che rischiano di svenire e che devono andare in bagno, i nostri servizi igienici sono inservibili. Questo è un sequestro di persona, non è più uno stato di diritto. Devono farci sbarcare».
Ha ragione la Sciurba: l'Italia non è più uno stato di diritto da quando la magistratura ha deciso di liberalizzare gli sbarchi nei porti italiani, con una disposizione, quella del gip Vella, che non a caso aveva mandato su tutte le furie il ministro dell'Interno Matteo Salvini, che ne aveva previsto le conseguenze. La Alex è entrata nel porto di Lampedusa dopo che le motovedette della Guardia di Finanza e della Capitaneria di porto hanno intimato l'alt: Palazzotto ha risposto nisba, tirando in ballo la formuletta magica, quella dello «stato di necessità», quella che la capitana Rackete e il gip Vella hanno trasformato in un salvacondotto universale.
«Non autorizzo nessuno sbarco», dichiara il ministro dell'Interno Matteo Salvini alle 18.32, dopo aver letto il farneticante comunicato della Ong, «di chi se ne frega delle leggi italiane e aiuta gli scafisti. Io denunciato per sequestro di persona? Siamo al ridicolo». Mentre si consuma questa tragica farsa, un'altra nave, la Alan Kurdi (della Ong tedesca Sea Eye), staziona al limite delle acque territoriali italiane, al largo di Lampedusa, con a bordo 65 clandestini.
«Con 65 persone soccorse a bordo», ha twittato la Ong alle 7.30 di ieri mattina, «ci stiamo dirigendo verso Lampedusa. Non siamo intimiditi da un ministro dell'Interno ma siamo diretti verso il più vicino porto sicuro. Si applica la legge del mare, anche quando qualche rappresentante di governo rifiuta di crederlo». Tre ore dopo, alle 10.20, una motovedetta della Guardia di Finanza ha notificato al comandante della Alan Kurdi il divieto di ingresso, transito e sosta nelle acque territoriali italiane. «Non ci sono emergenze», fa sapere alle 18.30 Gorden Isler, presidente di Sea Eye a bordo della Alan Kurdi, «e non ci sono grossi problemi medici. Ma ci sono 39 minorenni a bordo, che sono particolarmente vulnerabili. Pertanto, è importante il più rapidamente possibile arrivare a una soluzione europea consensuale. Quando a bordo acqua e cibo scarseggeranno o il tempo sarà molto brutto, dovremo prendere una decisione sensata con il comandante della nave». Non ci vuole un indovino per capire che la «decisione sensata», finché la Alan Kurdi resta al largo di Lampedusa, sarà forzare il blocco e attraccare.
Intanto, sulla banchina di Lampedusa la situazione si era cristallizzata: gli extracomunitari a bordo, le forze dell'ordine a tenere d'occhio la barca, i protagonisti della Ong presi a rilasciare interviste e dichiarazioni a raffica. Salvini rivela una circostanza che ha dell'incredibile: «Ieri (l'altro ieri per chi legge, ndr) sono stati consegnati», racconta il ministro dell'Interno, «più di 400 litri di acqua potabile alla barca a vela Alex e altrettanti sono stati successivamente rifiutati. Oltre all'acqua, l'Italia ha garantito cibo, coperte e medicinali. Attraverso il proprio ufficio stampa, la Ong ha fatto sapere che le bottiglie d'acqua erano troppo ingombranti e a causa delle condizioni igienico sanitarie ha deciso di infrangere il divieto di accesso nelle acque italiane». Conclude Salvini: «Pur di infrangere la legge mettono a rischio la vita degli immigrati». Il vicepremier leghista polemizza col ministro della Difesa, Elisabetta Trenta: «Ragioneremo sulla presenza di navi militari nel Mediterraneo. Domando ai vertici della Marina e della Guardia di finanza se la difesa dei confini è un diritto dovere o se sono diventati un di più, una cosa che si può rispettare o meno».
Arriva il tramonto, la situazione non si sblocca. Un medico sale a bordo, mentre le forze dell'ordine spiegano ai responsabili delle Ong che occorre spostare la barca dalla banchina al molo Favaloro, per consentire alle persone a bordo di utilizzare i bagni del porto. A bordo della Alex e sulla banchina ci sono più telecamere e giornalisti che «naufraghi», i responsabili della Ong rilasciano interviste a go go, a Lampedusa va in scena quella che sembra una puntata, assai deprimente, dell'Isola dei famosi. La cosa più grave è che si prevedono repliche.
Carola alza la cresta: «Querelo». La Germania offre posto ai migranti
Un porto sicuro. Già, l'Italia sarà pure un Paese «isolato» in Europa a detta della sinistra, con un'economia stagnante, ma quando il dato sull'occupazione è il migliore degli ultimi 7 anni nessuno ne parla, con un governo fondato su un contratto che non durerà ma intanto va avanti, con un clima sociale brutto che ricorda il fascismo, il razzismo. Però è un porto sicuro. Lo pensano tutte le Ong, tedesche, italiane e spagnole, che con le loro imbarcazioni recuperano gente nel mare libico, e vogliono fare rotta soltanto verso l'Italia. Non importa se c'è più vicina Tunisi o se Malta apre i porti in nome della collaborazione col nostro Paese, i professionisti della solidarietà vogliono approdare a Lampedusa, unico porto sicuro del Mediterraneo. È per questo che ieri l'equipaggio del veliero di Mediterranea, con a bordo 41 migranti più l'equipaggio, ha twittato: «Di fronte alla intollerabile situazione igienico sanitaria a bordo ha dichiarato lo stato di necessità e si sta dirigendo verso il porto di Lampedusa unico possibile porto sicuro di sbarco. In queste ore di attesa snervante non abbiamo sentito che “no" dalle autorità italiane ed europee. Abbiamo chiesto: possono i naufraghi raggiungere Malta con motovedette del corpo delle Capitanerie di porto-Guardia Costiera? No. Possono i naufraghi raggiungere Malta su assetti maltesi? No. Possiamo essere riforniti di acqua dolce, cibo e gasolio per arrivare a Malta? No. Possiamo trasbordare in acque internazionali? No. Siamo a un'ora di navigazione da Lampedusa, abbiamo proposto varie soluzioni ricevendo sempre la stessa risposta: No». Un unico obiettivo: forzare il blocco imposto dal Viminale. «La situazione a bordo è impossibile da sostenere. Manca l'acqua (anche se il Viminale ha fornito cibo, acqua e coperte, ndr) Bisogna entrare e basta» ha ribadito il no global e capo missione Luca Casarini. Un chiaro messaggio al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che ha ripetuto: «La nave dei centri sociali a quest'ora sarebbe già arrivata a Malta, che aveva dato la disponibilità di un porto sicuro. Infrange la legge, ignora i divieti ed entra in acque italiane. Le forze dell'ordine sono pronte a intervenire, vediamo se anche in questo caso la “giustizia" tollererà l'illegalità: in un Paese normale arresti e sequestro della nave sarebbero immediati. Questi non sono salvatori, questi sono complici dei trafficanti di esseri umani». Nel frattempo c'è anche la nave Alan Kurdi di Sea Eye che, con 65 immigrati a bordo e la notifica del decreto Sicurezza, pretende di attraccare a Lampedusa. L'intesa con Malta non si è ancora concretizzata in un reale scambio ma Salvini, dopo aver ingoiato il rospo Rackete, non intende cedere sulla Ong Mediterranea pur ammettendo ieri, durante la sua visita a Milano, che Tripoli in questo momento «non può essere un safe place per chiunque soccorra migranti in difficoltà». Anche alla Sea Eye il leader del Carroccio non fa sconti: «È una nave tedesca, vada in Germania». Proprio da Berlino il ministro dell'Interno ha ricevuto una lettera dell'omologo tedesco Horst Seehofer: «Sia nel caso della Alan Kurdi che nel caso di Alex siamo pronti, nell'ambito di una soluzione solidale europea, a prendere alcune delle persone salvate». Come dire: ci pensi l'Ue non la Germania. Una posizione ben chiara, che spacca la politica tedesca visto che ieri 70 sindaci si sono offerti di accogliere migranti andando contro il governo di Angela Merkel. È anche per questo che il vicepremier Salvini, che non ha intenzione di mollare sulla linea anti sbarchi, vuole scuotere l'Europa ridiscutendo il trattato di Dublino: «Non mi sembra che la maggioranza dei Paesi europei sia intenzionata a farlo, quindi ci stiamo attrezzando per ridiscuterlo sostanzialmente da soli. Stiamo ragionando per superare regole che non funzionano». Nel frattempo Salvini deve pensare anche alla capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete (che ha forzato il blocco, speronato una motovedetta della Finanza ed è libera), la quale vuol querelarlo per diffamazione. «Non vedo l'ora di incontrarla in tribunale, di guardare in faccia una che ha provato a uccidere dei militari italiani. Qui ci sono i giudici che decidono della vita e della morte di tutti, fosse per me sarebbe già a Berlino», ha detto il ministro. La Rackete deve rimanere a disposizione dei magistrati - che l'hanno indagata per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina - e nel frattempo rilascia interviste in contemporanea ai soliti giornaloni: Repubblica, Der Spiegel e Guardian, per dire che non è ricca, che non si è pentita di quello che ha fatto, e soprattutto che Salvini «rappresenta l'avanzata dei partiti di destra che si sta verificando in tutta Europa. Comprese Germania e Gran Bretagna. Parlano di immigrazione senza essere supportati dai fatti».
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Mediterranea infrange i divieti e arriva in porto. Il governo nega l'ok per scendere a terra e l'Ong minaccia denunce: «È sequestro di persona». In arrivo anche Sea Eye.La comandante della Sea Watch verrà interrogata il 9 luglio, intanto rilascia interviste e annuncia azioni legali contro il vicepremier. Proposta di Berlino: dividere gli africani fra varie nazioni.Lo speciale contiene due articoli. Ore 17.20 di ieri pomeriggio: l'Italia prende atto di non avere più sovranità nazionale. Il principio fondamentale di ogni popolo libero è stato spazzato via lo scorso 2 luglio, non da un colpo di stato, ma da una sentenza di un gip di Agrigento, Alessandra Vella, che quando ha deciso di scarcerare la capitana di Sea Watch 3, Carola Rackete, perché aveva infranto le leggi italiane «nell'adempimento di un dovere, salvare vite», ha di fatto reso impotenti le nostre forze dell'ordine, il nostro governo, la nostra democrazia, di fronte all'arroganza delle navi da guerra propagandistica che si fanno chiamare Ong. Alle 17.20 di ieri il veliero Alex (della Ong italiana Mediterranea saving humans), entra nel porto di Lampedusa col suo carico di 41 extracomunitari, scortato da una motovedetta della Guardia di Finanza, e attracca alla banchina. Il capo missione Erasmo Palazzotto, deputato di Sinistra italiana, se ne è altamente fregato di tutti gli alt e i divieti, a partire da quello di ingresso nelle acque territoriali italiane: sa di godere dell'immunità, non quella parlamentare, ma una forma diversa, melmosa, una sorta di impunità politica.Palazzotto scende dalla barca e si gode il suo quarto d'ora di notorietà: si rivolge alle forze dell'ordine presenti sulla banchina con modi spicci, impartisce disposizioni. «Dovete far sbarcare queste persone, vogliamo acqua e un medico a bordo», dice Palazzotto con tono autoritario al dirigente della polizia di Stato, mentre controlla se le tv stiano riprendendo il suo profilo migliore. «Ci sono persone», fa sapere negli stessi istanti la portavoce di Mediterranea, Alessandra Sciurba, «che rischiano di svenire e che devono andare in bagno, i nostri servizi igienici sono inservibili. Questo è un sequestro di persona, non è più uno stato di diritto. Devono farci sbarcare». Ha ragione la Sciurba: l'Italia non è più uno stato di diritto da quando la magistratura ha deciso di liberalizzare gli sbarchi nei porti italiani, con una disposizione, quella del gip Vella, che non a caso aveva mandato su tutte le furie il ministro dell'Interno Matteo Salvini, che ne aveva previsto le conseguenze. La Alex è entrata nel porto di Lampedusa dopo che le motovedette della Guardia di Finanza e della Capitaneria di porto hanno intimato l'alt: Palazzotto ha risposto nisba, tirando in ballo la formuletta magica, quella dello «stato di necessità», quella che la capitana Rackete e il gip Vella hanno trasformato in un salvacondotto universale. «Non autorizzo nessuno sbarco», dichiara il ministro dell'Interno Matteo Salvini alle 18.32, dopo aver letto il farneticante comunicato della Ong, «di chi se ne frega delle leggi italiane e aiuta gli scafisti. Io denunciato per sequestro di persona? Siamo al ridicolo». Mentre si consuma questa tragica farsa, un'altra nave, la Alan Kurdi (della Ong tedesca Sea Eye), staziona al limite delle acque territoriali italiane, al largo di Lampedusa, con a bordo 65 clandestini.«Con 65 persone soccorse a bordo», ha twittato la Ong alle 7.30 di ieri mattina, «ci stiamo dirigendo verso Lampedusa. Non siamo intimiditi da un ministro dell'Interno ma siamo diretti verso il più vicino porto sicuro. Si applica la legge del mare, anche quando qualche rappresentante di governo rifiuta di crederlo». Tre ore dopo, alle 10.20, una motovedetta della Guardia di Finanza ha notificato al comandante della Alan Kurdi il divieto di ingresso, transito e sosta nelle acque territoriali italiane. «Non ci sono emergenze», fa sapere alle 18.30 Gorden Isler, presidente di Sea Eye a bordo della Alan Kurdi, «e non ci sono grossi problemi medici. Ma ci sono 39 minorenni a bordo, che sono particolarmente vulnerabili. Pertanto, è importante il più rapidamente possibile arrivare a una soluzione europea consensuale. Quando a bordo acqua e cibo scarseggeranno o il tempo sarà molto brutto, dovremo prendere una decisione sensata con il comandante della nave». Non ci vuole un indovino per capire che la «decisione sensata», finché la Alan Kurdi resta al largo di Lampedusa, sarà forzare il blocco e attraccare.Intanto, sulla banchina di Lampedusa la situazione si era cristallizzata: gli extracomunitari a bordo, le forze dell'ordine a tenere d'occhio la barca, i protagonisti della Ong presi a rilasciare interviste e dichiarazioni a raffica. Salvini rivela una circostanza che ha dell'incredibile: «Ieri (l'altro ieri per chi legge, ndr) sono stati consegnati», racconta il ministro dell'Interno, «più di 400 litri di acqua potabile alla barca a vela Alex e altrettanti sono stati successivamente rifiutati. Oltre all'acqua, l'Italia ha garantito cibo, coperte e medicinali. Attraverso il proprio ufficio stampa, la Ong ha fatto sapere che le bottiglie d'acqua erano troppo ingombranti e a causa delle condizioni igienico sanitarie ha deciso di infrangere il divieto di accesso nelle acque italiane». Conclude Salvini: «Pur di infrangere la legge mettono a rischio la vita degli immigrati». Il vicepremier leghista polemizza col ministro della Difesa, Elisabetta Trenta: «Ragioneremo sulla presenza di navi militari nel Mediterraneo. Domando ai vertici della Marina e della Guardia di finanza se la difesa dei confini è un diritto dovere o se sono diventati un di più, una cosa che si può rispettare o meno». Arriva il tramonto, la situazione non si sblocca. Un medico sale a bordo, mentre le forze dell'ordine spiegano ai responsabili delle Ong che occorre spostare la barca dalla banchina al molo Favaloro, per consentire alle persone a bordo di utilizzare i bagni del porto. A bordo della Alex e sulla banchina ci sono più telecamere e giornalisti che «naufraghi», i responsabili della Ong rilasciano interviste a go go, a Lampedusa va in scena quella che sembra una puntata, assai deprimente, dell'Isola dei famosi. La cosa più grave è che si prevedono repliche. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-veliero-sfonda-i-blocchi-ma-il-viminale-tiene-duro-niente-sbarco-a-lampedusa-2639106801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="carola-alza-la-cresta-querelo-la-germania-offre-posto-ai-migranti" data-post-id="2639106801" data-published-at="1774135473" data-use-pagination="False"> Carola alza la cresta: «Querelo». La Germania offre posto ai migranti Un porto sicuro. Già, l'Italia sarà pure un Paese «isolato» in Europa a detta della sinistra, con un'economia stagnante, ma quando il dato sull'occupazione è il migliore degli ultimi 7 anni nessuno ne parla, con un governo fondato su un contratto che non durerà ma intanto va avanti, con un clima sociale brutto che ricorda il fascismo, il razzismo. Però è un porto sicuro. Lo pensano tutte le Ong, tedesche, italiane e spagnole, che con le loro imbarcazioni recuperano gente nel mare libico, e vogliono fare rotta soltanto verso l'Italia. Non importa se c'è più vicina Tunisi o se Malta apre i porti in nome della collaborazione col nostro Paese, i professionisti della solidarietà vogliono approdare a Lampedusa, unico porto sicuro del Mediterraneo. È per questo che ieri l'equipaggio del veliero di Mediterranea, con a bordo 41 migranti più l'equipaggio, ha twittato: «Di fronte alla intollerabile situazione igienico sanitaria a bordo ha dichiarato lo stato di necessità e si sta dirigendo verso il porto di Lampedusa unico possibile porto sicuro di sbarco. In queste ore di attesa snervante non abbiamo sentito che “no" dalle autorità italiane ed europee. Abbiamo chiesto: possono i naufraghi raggiungere Malta con motovedette del corpo delle Capitanerie di porto-Guardia Costiera? No. Possono i naufraghi raggiungere Malta su assetti maltesi? No. Possiamo essere riforniti di acqua dolce, cibo e gasolio per arrivare a Malta? No. Possiamo trasbordare in acque internazionali? No. Siamo a un'ora di navigazione da Lampedusa, abbiamo proposto varie soluzioni ricevendo sempre la stessa risposta: No». Un unico obiettivo: forzare il blocco imposto dal Viminale. «La situazione a bordo è impossibile da sostenere. Manca l'acqua (anche se il Viminale ha fornito cibo, acqua e coperte, ndr) Bisogna entrare e basta» ha ribadito il no global e capo missione Luca Casarini. Un chiaro messaggio al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che ha ripetuto: «La nave dei centri sociali a quest'ora sarebbe già arrivata a Malta, che aveva dato la disponibilità di un porto sicuro. Infrange la legge, ignora i divieti ed entra in acque italiane. Le forze dell'ordine sono pronte a intervenire, vediamo se anche in questo caso la “giustizia" tollererà l'illegalità: in un Paese normale arresti e sequestro della nave sarebbero immediati. Questi non sono salvatori, questi sono complici dei trafficanti di esseri umani». Nel frattempo c'è anche la nave Alan Kurdi di Sea Eye che, con 65 immigrati a bordo e la notifica del decreto Sicurezza, pretende di attraccare a Lampedusa. L'intesa con Malta non si è ancora concretizzata in un reale scambio ma Salvini, dopo aver ingoiato il rospo Rackete, non intende cedere sulla Ong Mediterranea pur ammettendo ieri, durante la sua visita a Milano, che Tripoli in questo momento «non può essere un safe place per chiunque soccorra migranti in difficoltà». Anche alla Sea Eye il leader del Carroccio non fa sconti: «È una nave tedesca, vada in Germania». Proprio da Berlino il ministro dell'Interno ha ricevuto una lettera dell'omologo tedesco Horst Seehofer: «Sia nel caso della Alan Kurdi che nel caso di Alex siamo pronti, nell'ambito di una soluzione solidale europea, a prendere alcune delle persone salvate». Come dire: ci pensi l'Ue non la Germania. Una posizione ben chiara, che spacca la politica tedesca visto che ieri 70 sindaci si sono offerti di accogliere migranti andando contro il governo di Angela Merkel. È anche per questo che il vicepremier Salvini, che non ha intenzione di mollare sulla linea anti sbarchi, vuole scuotere l'Europa ridiscutendo il trattato di Dublino: «Non mi sembra che la maggioranza dei Paesi europei sia intenzionata a farlo, quindi ci stiamo attrezzando per ridiscuterlo sostanzialmente da soli. Stiamo ragionando per superare regole che non funzionano». Nel frattempo Salvini deve pensare anche alla capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete (che ha forzato il blocco, speronato una motovedetta della Finanza ed è libera), la quale vuol querelarlo per diffamazione. «Non vedo l'ora di incontrarla in tribunale, di guardare in faccia una che ha provato a uccidere dei militari italiani. Qui ci sono i giudici che decidono della vita e della morte di tutti, fosse per me sarebbe già a Berlino», ha detto il ministro. La Rackete deve rimanere a disposizione dei magistrati - che l'hanno indagata per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina - e nel frattempo rilascia interviste in contemporanea ai soliti giornaloni: Repubblica, Der Spiegel e Guardian, per dire che non è ricca, che non si è pentita di quello che ha fatto, e soprattutto che Salvini «rappresenta l'avanzata dei partiti di destra che si sta verificando in tutta Europa. Comprese Germania e Gran Bretagna. Parlano di immigrazione senza essere supportati dai fatti».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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