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2020-03-03
Ricatto turco: 120.000 migranti ai confini
Ansa
Ci risiamo: Recep Tayyip Erdogan è tornato a ricattare l'Unione europea. Il fatto che, la scorsa settimana, il presidente turco abbia consentito a un'ondata di profughi (120.000 per ora) di avviarsi verso il Vecchio continente sembra avere una ragione per ben precisa. Il sultano starebbe tornando a batter cassa, chiedendo denaro all'Unione europea, per frenare i flussi migratori diretti verso Occidente. Secondo fonti di Bruxelles, è infatti altamente probabile che siano stati promessi ulteriori versamenti finanziari alla Turchia, che vorrebbe almeno 1 miliardo di euro in più, se non addirittura 3.
È in questo contesto, che Erdogan ha pronunciato ieri parole piuttosto minacciose, quasi a voler aumentare la pressione sull'Unione. «Da quando abbiamo aperto i nostri confini è aumentato il numero di migranti diretti in Europa. Presto saranno milioni», ha tuonato. «L'Europa credeva che stessimo bluffando, ma quando abbiamo aperto le porte i telefoni hanno ricominciato a squillare» ha proseguito.
Non è del resto la prima volta che il sultano fa ricorso al ricatto migratorio. Ricordiamo che, nel 2016, l'Unione europea - principalmente su input della Germania - siglò un patto con Ankara, in base a cui la Turchia si impegnava - in cambio di sei miliardi di euro - a frenare i flussi migratori diretti verso Ovest. Negli anni successivi, Erdogan non ha comunque rinunciato ad intimidire Bruxelles: ricordiamo che, soltanto lo scorso autunno, il Sultano minacciò di «aprire i cancelli», come ripicca alle critiche che alcune cancellerie europee gli avevano mosso nel corso dell'operazione militare «Primavera di Pace» nel Nordest della Siria. Sulla questione della nuova crisi migratoria è intervenuta ieri anche la cancelliera tedesca, Angela Merkel, che ha dichiarato: «Capisco che la Turchia stia affrontando una sfida molto grande, riguardo a Idlib. Tuttavia è per me inaccettabile che lui - il presidente Erdogan e il suo governo - non stiano esprimendo questa insoddisfazione in un dialogo con noi come Unione europea, ma piuttosto facendo leva sui rifugiati. Per me non è questo il modo di andare avanti». Parole che, a prima vista, sembrerebbero dure. Tuttavia Reuters riporta che la cancelliera abbia anche auspicato una ripresa dei colloqui, dedicati all'accordo sui rifugiati, e che la Germania sarebbe inoltre disposta a sostenere bilateralmente la Turchia. Insomma, Berlino si è alla fine ben guardata dal chiudere la porta in faccia al sultano. La stessa presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato: «Stabiliremo una discussione più intensa» con Ankara, «per capire dove occorre maggiore sostegno, ricordando che abbiamo un accordo in corso, che riteniamo sia la giusta base per iniziare il dialogo».
È quindi in questo clima tutto sommato remissivo, che i leader del Vecchio continente spererebbero di tenere un vertice tra Unione europea e Turchia entro la fine di questa settimana a Sofia, proprio per affrontare il delicato tema dei rifugiati. Come riportato dai media locali, il primo ministro bulgaro, Boyko Borissov, si è recato ieri sera ad Ankara anche per portare al Sultano questa proposta. Non è quindi affatto escludibile che, in occasione di un eventuale vertice, i Paesi europei sceglieranno nuovamente di subire il ricatto turco. Esattamente come accadde nel 2016: non va trascurato infatti che il controverso accordo sui rifugiati di quell'anno fosse avvenuto pochi mesi dopo la crisi migratoria che aveva investito l'Europa nel 2015.
L'elemento interessante da sottolineare è che proprio quella crisi si trova alla base dell'attuale declino politico di Angela Merkel: non dimentichiamo che, dalle elezioni federali del 2013 a quelle del 2017, la Cdu abbia perso circa l'8% dei consensi. Un trend negativo, confermato dalle elezioni europee. È anche in questo senso che, lo scorso ottobre, il ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, aveva espresso preoccupazioni per un eventuale ripetersi del caos migratorio, verificatosi nel 2015. Del resto, va ricordato che a beneficiare principalmente del controverso accordo con la Turchia fu nell'immediato proprio la Germania: quella Germania che, in una manciata di mesi, vide crollare gli arrivi di profughi, passando dai 200.000 del novembre 2015 ai circa 15.000 dell'aprile 2016. Sotto questo aspetto, non ci sarebbe quindi da stupirsi se Berlino spingesse nelle prossime settimane, affinché l'Unione europea accetti di abbassare nuovamente la testa davanti ai ricatti di Erdogan. Anche perché non va trascurato che la Merkel appaia ormai sempre più debole in patria: il caso della Turingia e le conseguenti dimissioni della sua delfina, Annegret Kramp-Karrenbauer, mostrano come - al di là del consenso in calo - la cancelliera faccia sempre più fatica a mantenere la presa sul suo stesso partito. Ragion per cui, la nuova minaccia migratoria del sultano costituisce per lei un problema potenzialmente esiziale, dal punto di vista politico. Erdogan è ben conscio di questo fattore e sa altrettanto bene che, piegando la cancelliera, è in grado di avere l'intera Unione europea alla propria mercé.
In 120.000 premono per entrare E i greci prendono a calci le Ong
«Alle 13.50 (le 11.50 in Italia ndr) il numero dei migranti che lasciano il nostro Paese attraverso Edirne (la provincia di frontiera turca con Grecia e Bulgaria, ndr) sono 117.677». Il ministro dell'Interno di Ankara, Suleyman Soylu, snocciola numeri dal suo profilo Twitter. La cifra, impressionante, supera di dieci volte le previsioni delle autorità di Atene e delle Ong internazionali. Gli immigrati, non solo siriani ma anche iracheni, iraniani e afgani, che hanno lasciato la Turchia si sono velocemente ammassati alle porte d'Europa: i confini della Bulgaria, dove già da settembre il governo ha schierato l'esercito, e della Grecia.
Da sola, Atene deve tenere a bada due punti caldi: le frontiere terrestri, dove nella zona di Evros le autorità faticano a respingere la pressione dei profughi; e le frontiere marittime. «Il nostro consiglio di sicurezza nazionale ha deciso di innalzare a massimo il livello di protezione alle frontiere», ha detto il premier Kyriakos Mitsotakis al termine di una riunione di governo convocata poche ore dopo l'annuncio turco di voler spingere i profughi verso l'Europa, violando gli accordi stipulati tra Ue e Ankara sulla gestione dei flussi migratori. Per difendere i confini e respingere l'invasione, la Grecia ha dovuto schierare l'esercito e rafforzare le pattuglie della Guardia costiera. «È stata disposta anche la sospensione delle richieste di asilo per chi riuscirà a entrare illegalmente nel Paese», ha spiegato il portavoce del governo Stelios Petsas.
A sostenere la Grecia nel contenimento migratorio c'è anche Frontex, l'agenzia europea a cui è affidato il funzionamento del sistema di controllo e gestione delle frontiere, che ha avviato subito un intervento nell'Egeo.
Al momento, in realtà, la portata del flusso di migranti non è ancora chiara: qualche giorno fa l'Onu stimava che nei 120 chilometri di confine terrestre fra Grecia e Turchia ci fossero circa 13.000 persone, arrivate lì, accusa il governo greco, spinte anche da lacrimogeni sparati dalla polizia turca. La situazione, poi, è peggiorata ora dopo ora. E le prime criticità sono emerse immediatamente. Un video diffuso online mostra alcune immagini riprese da terra su un intervento di una motovedetta di Atene sfrecciare a poca distanza da un gommone. I migranti, che erano partiti da Bodrum, città turistica sulla costa turca, e che erano diretti a Kos, vengono allontanati con un'asta. Nel video si sente anche il rumore di alcuni spari. Pare che il gommone sia stato allontanato e, per tutta la giornata di ieri, non ci sono state altre notizie su quel carico di profughi. Pare che il natante sia stato successivamente soccorso da una motovedetta turca. Nel corso della mattina, invece, un altro gommone con 46 persone si è rovesciato, provocando la morte di un bambino siriano che era a bordo con i suoi genitori. Anche in questo caso era in corso un intervento della Guardia costiera greca. Gli immigrati sono stati poi soccorsi e portati a riva.
La Turchia ha subito cavalcato la notizia, accusando la guardia costiera greca di aver compiuto manovre che miravano ad «affondare» il gommone. Il giornalista di Sky news, Mark Stone, che ha diffuso il video sul suo profilo Twitter, ha specificato di averlo ricevuto proprio dalle autorità turche. Il flusso sembra incontenibile: quattro gommoni con oltre 200 immigrati sono sbarcati in meno di quattro ore ieri mattina sull'isola di Lesbo, ribattezzata da tempo la Lampedusa greca. Ad attenderli c'era un gruppo di abitanti che, dalla banchina del porto, ha cercato di respingerne alcuni fermi in mare. I greci hanno urlato contro gli immigrati intimando loro di andarsene e, come testimoniano alcuni video, avrebbero aggredito anche i giornalisti presenti con calci e sassi.
La tensione era cominciata a salire già domenica, dopo l'approdo sull'isola di sette barchini. A Moria il campo profughi sta scoppiando: in una struttura che potrebbe ospitare al massimo 3.000 persone pare ce ne siano già 18.000.
La popolazione è sul piede di guerra da quando, qualche giorno fa, un gruppo di immigrati ha protestato, bloccando le strade, per convincere il governo di Atene a trasferire gli ospiti del centro verso il continente. E proprio nello stesso punto bloccato dagli immigrati, ieri i cittadini greci hanno isolato fisicamente il campo di Moria creando delle barricate. Per alcune ore è stato impossibile raggiungere il campo sia per gli agenti di polizia sia per gli attivisti delle organizzazioni umanitarie.
Anche contro i rappresentanti delle Ong si è riversata la rabbia della popolazione. Sei attivisti, stando ai resoconti della stampa locale, sarebbero finiti in ospedale. Nei giorni scorsi sarebbe partita addirittura una sassaiola contro i poliziotti schierati a difesa dei cantieri per la costruzione di nuovi centri d'accoglienza che, nelle intenzioni del governo ateniese, dovrebbero sostituire campi profughi al collasso come quello di Moria. Nel corso di un'altra criticità, un centro in disuso è stato dato alle fiamme.
Il governo vorrebbe mandare almeno 20.000 degli oltre 40.000 ospiti verso l'entroterra, ma la nuova ondata di sbarchi, a quanto pare, sta rendendo tutto più complicato.
In Siria cresce la tensione. Putin e Erdogan si vedranno
Le turbolenze in Siria non accennano a diminuire. Resta infatti alta la tensione nell'area di Idlib: l'ultima roccaforte dei ribelli anti Assad, sostenuti dalla Turchia. Ankara ha avviato in loco l'operazione militare «Spring Shield», per contrastare la campagna di riconquista messa in atto dalle truppe di Damasco e - nello specifico - in reazione al bombardamento siriano che - la settimana scorsa - aveva ucciso 33 soldati turchi. In tal senso, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha affermato che l'obiettivo dell'operazione «è l'autodifesa contro i soldati di Assad e le unità che attaccano le truppe turche nell'area».
Nel frattempo, la Russia ha chiesto alla Turchia di aderire alla no flight zone, decretata da Damasco sull'area di Idlib. Secondo fonti d'informazione vicine ai ribelli siriani, le forze antigovernative avrebbero conquistato alcuni villaggi nelle aree di Idlib e Hama, sfruttando il fuoco aereo di Ankara. La Russia ha intanto dislocato la propria polizia militare nelle città di Saraquib e Idlib, in funzione antiturca: a renderlo noto, è stato ieri pomeriggio il ministero della Difesa russo.
Tutto questo, mentre la parte russa della commissione russo-turca, che monitora la tregua in Sira, ha ravvisato 39 infrazioni del cessate il fuoco tra domenica e lunedì. La componente turca di violazioni ne ha invece evidenziate 36.
I rischi di un'escalation tra Ankara e Mosca restano al momento particolarmente elevati. È quindi in questo senso che, dopodomani, il presidente turco, Recep Erdogan, si recherà in visita nella capitale russa, per incontrare Vladimir Putin. «Sarò a Mosca giovedì e valuteremo di nuovo con Putin gli sviluppi», ha dichiarato il sultano. «Spero», ha proseguito, «in un cessate il fuoco e in altre misure che portino presto a un risultato». La replica del Cremlino non si è fatta attendere. «La Russia continuerà a sostenere la Siria nella guerra contro il terrorismo e a rispettare gli accordi di Sochi. Il regime turco non ha attuato i suoi obblighi». Pur cercando di evitare un'escalation, Mosca tende quindi a mantenere una postura energicamente severa sul dossier siriano.
È stato d'altronde lo stesso Putin a confermarlo. «La Russia», ha dichiarato, «non intende entrare in guerra con nessuno. Vuole creare le condizioni affinché a nessuno venga in mente di fare una guerra contro di noi».
La questione di Idlib costituisce da tempo un motivo di attrito tra Russia e Turchia. E, in questo senso, non si può escludere che - dietro il bombardamento siriano della scorsa settimana - Mosca abbia giocato un ruolo non secondario: il presidente russo ha infatti tutta l'intenzione di spalleggiare Damasco nella riconquista dell'area. E aveva già espresso, a metà febbraio, un certo fastidio sul mancato rispetto degli accordi di Sochi da parte di Ankara. Obiettivo dello zar è quindi quello di mettere il sultano con le spalle al muro sul fronte internazionale, approfittando anche della tiepidezza mostrata dagli Stati Uniti in riferimento ai grovigli dello scacchiere siriano.
Proprio ieri, il segretario alla Difesa americano, Mark Esper, ha escluso che lo Zio Sam abbia intenzione di fornire supporto aereo alla Turchia. «Vorrei aggiungere che gli Stati Uniti stanno cercando di fornire un maggiore aiuto umanitario alle persone in Siria», ha inoltre specificato il capo del Pentagono. Tra l'altro, non dobbiamo dimenticare che - soprattutto negli ultimi tre anni - Ankara si sia progressivamente avvicinata a Mosca. Uno slittamento che ha irritato non poco Washington e che ha posto il sultano in una condizione di (parziale) subalternità nei confronti del Cremlino.
Bruxelles reagisce con una gita turistica in Macedonia
Mentre il presidente turco Recep Erdogan alza il tiro delle minacce e Atene si appresta a fronteggiare la più grave crisi migratoria degli ultimi decenni, l'Unione europea che fa? Organizza una bella scampagnata tra amici per rimirare il panorama tra Grecia e Turchia. È proprio qui che sono attesi oggi, nei pressi del fiume Evros, il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. Poco più di una gita fuori porta, a giudicare dal programma. Prima una puntatina a Orestiada, cittadina greca a una manciata di chilometri dal corso d'acqua che separa i due Paesi, e dove da qualche giorno le guardie di Ankara che si occupavano di presidiare il confine hanno visto bene di dileguarsi. Secondo fonti dell'Onu, sull'altra sponda del Merica - questo il nome turco dell'Evros - si assiepano decine di migliaia di profughi pronti a varcare il fiume e chiedere asilo politico ad Atene.
Nel primo pomeriggio i tre effettueranno un sopralluogo in zona per verificare l'andamento della situazione. Mezz'ora o poco più, perché prima delle 15 è fissato un incontro con il premier greco Kyriakos Mitsotakis e con il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Konstantinos Floros. Da giorni quest'ultimo segue da vicino la vicenda, e insieme al ministro degli Esteri Nikos Dendias, a quello della Protezione dei cittadini Michalis Chrysochoidis e al numero uno della Difesa Nicholas Panagiotopoulos, fa parte dell'unità di crisi governativa che si occupa di gestire l'emergenza. A seguire, la consueta conferenza stampa e nel tardo pomeriggio la cena di lavoro. Perché a pancia piena, è noto, si ragiona meglio.
Non che dalla visita ci si debba aspettare granché. Per Bruxelles quella di questi giorni è una tipica situazione lose-lose. Se va contro Atene smentisce un suo Stato membro, ora davvero baluardo dei confini comunitari, minando di conseguenza la - già di per sé debole - unità tra i Paesi europei in tema di politiche migratorie. Se d'altro canto opta per la linea dura, rischia di pregiudicare l'accordo in vigore dal 2016 con Ankara per la gestione dei flussi di rifugiati che si dirigono verso il Vecchio continente. Sarà anche per questo che, proprio ieri, la von der Leyen si è lasciata andare a una dichiarazione tutt'altro che tranchant, esprimendo persino comprensione nei confronti di Erdogan. «Comprendo che la Turchia si trovi in una situazione difficile per ciò che concerne i rifugiati e i migranti», ha affermato la presidente della Commissione Ue, «ma ciò a cui assistiamo ora non può essere la risposta o la soluzione al problema».
La visita in programma oggi, perciò, sembra più un atto di cortesia nei confronti del premier greco Mitsotakis che altro. D'altronde già da giorni la Grecia si sta sbracciando per ricevere un po' di attenzione da parte degli euroburocrati. Nella serata di ieri fonti dell'Ansa hanno riferito per mercoledì circa una possibile riunione dei ministri dell'Interno dell'Ue per discutere della crisi in atto, mentre nel frattempo - dietro pressione del ministro Dendias - l'Alto rappresentante Josep Borrell ha convocato un Consiglio straordinario dei ministri degli Esteri dell'Ue. «Sosteniamo la Grecia e la Bulgaria», così Borrell, il quale però ha spiegato che «esiste solo una soluzione politica alla crisi» e «l'accordo con la Turchia per la gestione dei migranti va difeso». Vista l'escalation delle ultime ore, i presupposti perché entrambi le riunioni finiscano per essere un buco nell'acqua ci sono tutti.
Antonio Grizzuti
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Istanbul usa di nuovo i migranti per ricattarci: «Non è un bluff, presto saranno milioni». E Angela Merkel è pronta ad assecondarlo.Prosegue, via terra e mare, l'esodo dei profughi siriani. A Lesbo la situazione degenera: operatori delle Onlus e immigrati malmenati al porto. Un barcone si ribalta e un bimbo perde la vita. Isolato un campo di accoglienza.L'offensiva anti Assad infiamma Idlib A Mosca si tratterà un cessate il fuoco.Ursula Von der Leyen: «Comprendo la Turchia». Oggi sarà in visita al confine con la Grecia. Poi una riunione dei ministri degli InterniLo speciale contiene quattro articoliCi risiamo: Recep Tayyip Erdogan è tornato a ricattare l'Unione europea. Il fatto che, la scorsa settimana, il presidente turco abbia consentito a un'ondata di profughi (120.000 per ora) di avviarsi verso il Vecchio continente sembra avere una ragione per ben precisa. Il sultano starebbe tornando a batter cassa, chiedendo denaro all'Unione europea, per frenare i flussi migratori diretti verso Occidente. Secondo fonti di Bruxelles, è infatti altamente probabile che siano stati promessi ulteriori versamenti finanziari alla Turchia, che vorrebbe almeno 1 miliardo di euro in più, se non addirittura 3. È in questo contesto, che Erdogan ha pronunciato ieri parole piuttosto minacciose, quasi a voler aumentare la pressione sull'Unione. «Da quando abbiamo aperto i nostri confini è aumentato il numero di migranti diretti in Europa. Presto saranno milioni», ha tuonato. «L'Europa credeva che stessimo bluffando, ma quando abbiamo aperto le porte i telefoni hanno ricominciato a squillare» ha proseguito. Non è del resto la prima volta che il sultano fa ricorso al ricatto migratorio. Ricordiamo che, nel 2016, l'Unione europea - principalmente su input della Germania - siglò un patto con Ankara, in base a cui la Turchia si impegnava - in cambio di sei miliardi di euro - a frenare i flussi migratori diretti verso Ovest. Negli anni successivi, Erdogan non ha comunque rinunciato ad intimidire Bruxelles: ricordiamo che, soltanto lo scorso autunno, il Sultano minacciò di «aprire i cancelli», come ripicca alle critiche che alcune cancellerie europee gli avevano mosso nel corso dell'operazione militare «Primavera di Pace» nel Nordest della Siria. Sulla questione della nuova crisi migratoria è intervenuta ieri anche la cancelliera tedesca, Angela Merkel, che ha dichiarato: «Capisco che la Turchia stia affrontando una sfida molto grande, riguardo a Idlib. Tuttavia è per me inaccettabile che lui - il presidente Erdogan e il suo governo - non stiano esprimendo questa insoddisfazione in un dialogo con noi come Unione europea, ma piuttosto facendo leva sui rifugiati. Per me non è questo il modo di andare avanti». Parole che, a prima vista, sembrerebbero dure. Tuttavia Reuters riporta che la cancelliera abbia anche auspicato una ripresa dei colloqui, dedicati all'accordo sui rifugiati, e che la Germania sarebbe inoltre disposta a sostenere bilateralmente la Turchia. Insomma, Berlino si è alla fine ben guardata dal chiudere la porta in faccia al sultano. La stessa presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato: «Stabiliremo una discussione più intensa» con Ankara, «per capire dove occorre maggiore sostegno, ricordando che abbiamo un accordo in corso, che riteniamo sia la giusta base per iniziare il dialogo».È quindi in questo clima tutto sommato remissivo, che i leader del Vecchio continente spererebbero di tenere un vertice tra Unione europea e Turchia entro la fine di questa settimana a Sofia, proprio per affrontare il delicato tema dei rifugiati. Come riportato dai media locali, il primo ministro bulgaro, Boyko Borissov, si è recato ieri sera ad Ankara anche per portare al Sultano questa proposta. Non è quindi affatto escludibile che, in occasione di un eventuale vertice, i Paesi europei sceglieranno nuovamente di subire il ricatto turco. Esattamente come accadde nel 2016: non va trascurato infatti che il controverso accordo sui rifugiati di quell'anno fosse avvenuto pochi mesi dopo la crisi migratoria che aveva investito l'Europa nel 2015.L'elemento interessante da sottolineare è che proprio quella crisi si trova alla base dell'attuale declino politico di Angela Merkel: non dimentichiamo che, dalle elezioni federali del 2013 a quelle del 2017, la Cdu abbia perso circa l'8% dei consensi. Un trend negativo, confermato dalle elezioni europee. È anche in questo senso che, lo scorso ottobre, il ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, aveva espresso preoccupazioni per un eventuale ripetersi del caos migratorio, verificatosi nel 2015. Del resto, va ricordato che a beneficiare principalmente del controverso accordo con la Turchia fu nell'immediato proprio la Germania: quella Germania che, in una manciata di mesi, vide crollare gli arrivi di profughi, passando dai 200.000 del novembre 2015 ai circa 15.000 dell'aprile 2016. Sotto questo aspetto, non ci sarebbe quindi da stupirsi se Berlino spingesse nelle prossime settimane, affinché l'Unione europea accetti di abbassare nuovamente la testa davanti ai ricatti di Erdogan. Anche perché non va trascurato che la Merkel appaia ormai sempre più debole in patria: il caso della Turingia e le conseguenti dimissioni della sua delfina, Annegret Kramp-Karrenbauer, mostrano come - al di là del consenso in calo - la cancelliera faccia sempre più fatica a mantenere la presa sul suo stesso partito. Ragion per cui, la nuova minaccia migratoria del sultano costituisce per lei un problema potenzialmente esiziale, dal punto di vista politico. Erdogan è ben conscio di questo fattore e sa altrettanto bene che, piegando la cancelliera, è in grado di avere l'intera Unione europea alla propria mercé. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-sultano-tiene-lue-per-il-portafogli-vuole-altri-miliardi-o-sara-invasione-2645361177.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-120-000-premono-per-entrare-e-i-greci-prendono-a-calci-le-ong" data-post-id="2645361177" data-published-at="1782647530" data-use-pagination="False"> In 120.000 premono per entrare E i greci prendono a calci le Ong «Alle 13.50 (le 11.50 in Italia ndr) il numero dei migranti che lasciano il nostro Paese attraverso Edirne (la provincia di frontiera turca con Grecia e Bulgaria, ndr) sono 117.677». Il ministro dell'Interno di Ankara, Suleyman Soylu, snocciola numeri dal suo profilo Twitter. La cifra, impressionante, supera di dieci volte le previsioni delle autorità di Atene e delle Ong internazionali. Gli immigrati, non solo siriani ma anche iracheni, iraniani e afgani, che hanno lasciato la Turchia si sono velocemente ammassati alle porte d'Europa: i confini della Bulgaria, dove già da settembre il governo ha schierato l'esercito, e della Grecia. Da sola, Atene deve tenere a bada due punti caldi: le frontiere terrestri, dove nella zona di Evros le autorità faticano a respingere la pressione dei profughi; e le frontiere marittime. «Il nostro consiglio di sicurezza nazionale ha deciso di innalzare a massimo il livello di protezione alle frontiere», ha detto il premier Kyriakos Mitsotakis al termine di una riunione di governo convocata poche ore dopo l'annuncio turco di voler spingere i profughi verso l'Europa, violando gli accordi stipulati tra Ue e Ankara sulla gestione dei flussi migratori. Per difendere i confini e respingere l'invasione, la Grecia ha dovuto schierare l'esercito e rafforzare le pattuglie della Guardia costiera. «È stata disposta anche la sospensione delle richieste di asilo per chi riuscirà a entrare illegalmente nel Paese», ha spiegato il portavoce del governo Stelios Petsas. A sostenere la Grecia nel contenimento migratorio c'è anche Frontex, l'agenzia europea a cui è affidato il funzionamento del sistema di controllo e gestione delle frontiere, che ha avviato subito un intervento nell'Egeo. Al momento, in realtà, la portata del flusso di migranti non è ancora chiara: qualche giorno fa l'Onu stimava che nei 120 chilometri di confine terrestre fra Grecia e Turchia ci fossero circa 13.000 persone, arrivate lì, accusa il governo greco, spinte anche da lacrimogeni sparati dalla polizia turca. La situazione, poi, è peggiorata ora dopo ora. E le prime criticità sono emerse immediatamente. Un video diffuso online mostra alcune immagini riprese da terra su un intervento di una motovedetta di Atene sfrecciare a poca distanza da un gommone. I migranti, che erano partiti da Bodrum, città turistica sulla costa turca, e che erano diretti a Kos, vengono allontanati con un'asta. Nel video si sente anche il rumore di alcuni spari. Pare che il gommone sia stato allontanato e, per tutta la giornata di ieri, non ci sono state altre notizie su quel carico di profughi. Pare che il natante sia stato successivamente soccorso da una motovedetta turca. Nel corso della mattina, invece, un altro gommone con 46 persone si è rovesciato, provocando la morte di un bambino siriano che era a bordo con i suoi genitori. Anche in questo caso era in corso un intervento della Guardia costiera greca. Gli immigrati sono stati poi soccorsi e portati a riva. La Turchia ha subito cavalcato la notizia, accusando la guardia costiera greca di aver compiuto manovre che miravano ad «affondare» il gommone. Il giornalista di Sky news, Mark Stone, che ha diffuso il video sul suo profilo Twitter, ha specificato di averlo ricevuto proprio dalle autorità turche. Il flusso sembra incontenibile: quattro gommoni con oltre 200 immigrati sono sbarcati in meno di quattro ore ieri mattina sull'isola di Lesbo, ribattezzata da tempo la Lampedusa greca. Ad attenderli c'era un gruppo di abitanti che, dalla banchina del porto, ha cercato di respingerne alcuni fermi in mare. I greci hanno urlato contro gli immigrati intimando loro di andarsene e, come testimoniano alcuni video, avrebbero aggredito anche i giornalisti presenti con calci e sassi. La tensione era cominciata a salire già domenica, dopo l'approdo sull'isola di sette barchini. A Moria il campo profughi sta scoppiando: in una struttura che potrebbe ospitare al massimo 3.000 persone pare ce ne siano già 18.000. La popolazione è sul piede di guerra da quando, qualche giorno fa, un gruppo di immigrati ha protestato, bloccando le strade, per convincere il governo di Atene a trasferire gli ospiti del centro verso il continente. E proprio nello stesso punto bloccato dagli immigrati, ieri i cittadini greci hanno isolato fisicamente il campo di Moria creando delle barricate. Per alcune ore è stato impossibile raggiungere il campo sia per gli agenti di polizia sia per gli attivisti delle organizzazioni umanitarie. Anche contro i rappresentanti delle Ong si è riversata la rabbia della popolazione. Sei attivisti, stando ai resoconti della stampa locale, sarebbero finiti in ospedale. Nei giorni scorsi sarebbe partita addirittura una sassaiola contro i poliziotti schierati a difesa dei cantieri per la costruzione di nuovi centri d'accoglienza che, nelle intenzioni del governo ateniese, dovrebbero sostituire campi profughi al collasso come quello di Moria. Nel corso di un'altra criticità, un centro in disuso è stato dato alle fiamme. Il governo vorrebbe mandare almeno 20.000 degli oltre 40.000 ospiti verso l'entroterra, ma la nuova ondata di sbarchi, a quanto pare, sta rendendo tutto più complicato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-sultano-tiene-lue-per-il-portafogli-vuole-altri-miliardi-o-sara-invasione-2645361177.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-siria-cresce-la-tensione-putin-e-erdogan-si-vedranno" data-post-id="2645361177" data-published-at="1782647530" data-use-pagination="False"> In Siria cresce la tensione. Putin e Erdogan si vedranno Le turbolenze in Siria non accennano a diminuire. Resta infatti alta la tensione nell'area di Idlib: l'ultima roccaforte dei ribelli anti Assad, sostenuti dalla Turchia. Ankara ha avviato in loco l'operazione militare «Spring Shield», per contrastare la campagna di riconquista messa in atto dalle truppe di Damasco e - nello specifico - in reazione al bombardamento siriano che - la settimana scorsa - aveva ucciso 33 soldati turchi. In tal senso, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha affermato che l'obiettivo dell'operazione «è l'autodifesa contro i soldati di Assad e le unità che attaccano le truppe turche nell'area». Nel frattempo, la Russia ha chiesto alla Turchia di aderire alla no flight zone, decretata da Damasco sull'area di Idlib. Secondo fonti d'informazione vicine ai ribelli siriani, le forze antigovernative avrebbero conquistato alcuni villaggi nelle aree di Idlib e Hama, sfruttando il fuoco aereo di Ankara. La Russia ha intanto dislocato la propria polizia militare nelle città di Saraquib e Idlib, in funzione antiturca: a renderlo noto, è stato ieri pomeriggio il ministero della Difesa russo. Tutto questo, mentre la parte russa della commissione russo-turca, che monitora la tregua in Sira, ha ravvisato 39 infrazioni del cessate il fuoco tra domenica e lunedì. La componente turca di violazioni ne ha invece evidenziate 36. I rischi di un'escalation tra Ankara e Mosca restano al momento particolarmente elevati. È quindi in questo senso che, dopodomani, il presidente turco, Recep Erdogan, si recherà in visita nella capitale russa, per incontrare Vladimir Putin. «Sarò a Mosca giovedì e valuteremo di nuovo con Putin gli sviluppi», ha dichiarato il sultano. «Spero», ha proseguito, «in un cessate il fuoco e in altre misure che portino presto a un risultato». La replica del Cremlino non si è fatta attendere. «La Russia continuerà a sostenere la Siria nella guerra contro il terrorismo e a rispettare gli accordi di Sochi. Il regime turco non ha attuato i suoi obblighi». Pur cercando di evitare un'escalation, Mosca tende quindi a mantenere una postura energicamente severa sul dossier siriano. È stato d'altronde lo stesso Putin a confermarlo. «La Russia», ha dichiarato, «non intende entrare in guerra con nessuno. Vuole creare le condizioni affinché a nessuno venga in mente di fare una guerra contro di noi». La questione di Idlib costituisce da tempo un motivo di attrito tra Russia e Turchia. E, in questo senso, non si può escludere che - dietro il bombardamento siriano della scorsa settimana - Mosca abbia giocato un ruolo non secondario: il presidente russo ha infatti tutta l'intenzione di spalleggiare Damasco nella riconquista dell'area. E aveva già espresso, a metà febbraio, un certo fastidio sul mancato rispetto degli accordi di Sochi da parte di Ankara. Obiettivo dello zar è quindi quello di mettere il sultano con le spalle al muro sul fronte internazionale, approfittando anche della tiepidezza mostrata dagli Stati Uniti in riferimento ai grovigli dello scacchiere siriano. Proprio ieri, il segretario alla Difesa americano, Mark Esper, ha escluso che lo Zio Sam abbia intenzione di fornire supporto aereo alla Turchia. «Vorrei aggiungere che gli Stati Uniti stanno cercando di fornire un maggiore aiuto umanitario alle persone in Siria», ha inoltre specificato il capo del Pentagono. Tra l'altro, non dobbiamo dimenticare che - soprattutto negli ultimi tre anni - Ankara si sia progressivamente avvicinata a Mosca. Uno slittamento che ha irritato non poco Washington e che ha posto il sultano in una condizione di (parziale) subalternità nei confronti del Cremlino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-sultano-tiene-lue-per-il-portafogli-vuole-altri-miliardi-o-sara-invasione-2645361177.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="bruxelles-reagisce-con-una-gita-turistica-in-macedonia" data-post-id="2645361177" data-published-at="1782647530" data-use-pagination="False"> Bruxelles reagisce con una gita turistica in Macedonia Mentre il presidente turco Recep Erdogan alza il tiro delle minacce e Atene si appresta a fronteggiare la più grave crisi migratoria degli ultimi decenni, l'Unione europea che fa? Organizza una bella scampagnata tra amici per rimirare il panorama tra Grecia e Turchia. È proprio qui che sono attesi oggi, nei pressi del fiume Evros, il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. Poco più di una gita fuori porta, a giudicare dal programma. Prima una puntatina a Orestiada, cittadina greca a una manciata di chilometri dal corso d'acqua che separa i due Paesi, e dove da qualche giorno le guardie di Ankara che si occupavano di presidiare il confine hanno visto bene di dileguarsi. Secondo fonti dell'Onu, sull'altra sponda del Merica - questo il nome turco dell'Evros - si assiepano decine di migliaia di profughi pronti a varcare il fiume e chiedere asilo politico ad Atene. Nel primo pomeriggio i tre effettueranno un sopralluogo in zona per verificare l'andamento della situazione. Mezz'ora o poco più, perché prima delle 15 è fissato un incontro con il premier greco Kyriakos Mitsotakis e con il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Konstantinos Floros. Da giorni quest'ultimo segue da vicino la vicenda, e insieme al ministro degli Esteri Nikos Dendias, a quello della Protezione dei cittadini Michalis Chrysochoidis e al numero uno della Difesa Nicholas Panagiotopoulos, fa parte dell'unità di crisi governativa che si occupa di gestire l'emergenza. A seguire, la consueta conferenza stampa e nel tardo pomeriggio la cena di lavoro. Perché a pancia piena, è noto, si ragiona meglio. Non che dalla visita ci si debba aspettare granché. Per Bruxelles quella di questi giorni è una tipica situazione lose-lose. Se va contro Atene smentisce un suo Stato membro, ora davvero baluardo dei confini comunitari, minando di conseguenza la - già di per sé debole - unità tra i Paesi europei in tema di politiche migratorie. Se d'altro canto opta per la linea dura, rischia di pregiudicare l'accordo in vigore dal 2016 con Ankara per la gestione dei flussi di rifugiati che si dirigono verso il Vecchio continente. Sarà anche per questo che, proprio ieri, la von der Leyen si è lasciata andare a una dichiarazione tutt'altro che tranchant, esprimendo persino comprensione nei confronti di Erdogan. «Comprendo che la Turchia si trovi in una situazione difficile per ciò che concerne i rifugiati e i migranti», ha affermato la presidente della Commissione Ue, «ma ciò a cui assistiamo ora non può essere la risposta o la soluzione al problema». La visita in programma oggi, perciò, sembra più un atto di cortesia nei confronti del premier greco Mitsotakis che altro. D'altronde già da giorni la Grecia si sta sbracciando per ricevere un po' di attenzione da parte degli euroburocrati. Nella serata di ieri fonti dell'Ansa hanno riferito per mercoledì circa una possibile riunione dei ministri dell'Interno dell'Ue per discutere della crisi in atto, mentre nel frattempo - dietro pressione del ministro Dendias - l'Alto rappresentante Josep Borrell ha convocato un Consiglio straordinario dei ministri degli Esteri dell'Ue. «Sosteniamo la Grecia e la Bulgaria», così Borrell, il quale però ha spiegato che «esiste solo una soluzione politica alla crisi» e «l'accordo con la Turchia per la gestione dei migranti va difeso». Vista l'escalation delle ultime ore, i presupposti perché entrambi le riunioni finiscano per essere un buco nell'acqua ci sono tutti. Antonio Grizzuti
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Secondo l’Agenzia nazionale di stampa libanese (Nna) e i giornalisti dell’Afp presenti sul posto, centinaia di sostenitori di Hezbollah hanno attraversato Beirut in corteo, soprattutto nei pressi del Parlamento e lungo la strada che conduce all’aeroporto internazionale. In diversi punti sono stati incendiati pneumatici per bloccare il traffico, mentre sui social sono circolati video che mostrerebbero momenti di tensione tra manifestanti e forze armate libanesi.
La ragione della protesta è evidente. L’accordo, con i 14 punti, stabilisce che il ritiro israeliano dal Libano meridionale non sarà automatico, ma dipenderà dalla capacità dell’esercito libanese di assumere il controllo dell’area e dal progressivo disarmo di Hezbollah. Un meccanismo che colpisce direttamente uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran ha esercitato la propria influenza nel Levante. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto duramente l’intesa, definendola «nulla» e sostenendo che debbano invece essere applicate le disposizioni del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti. Secondo Qassem, l’accordo firmato a Washington rappresenta «un’umiliazione, una vergogna e una rinuncia alla sovranità». Il leader sciita ha inoltre accusato le autorità libanesi di condurre il Paese verso un grave errore politico. «Non abbiamo abbandonato il campo nelle circostanze più difficili e non lo abbandoneremo», ha dichiarato.
Sulla stessa linea il deputato Ihab Hamadeh, che ha definito pericoloso subordinare il ritiro delle Idf al disarmo della milizia sciita. Secondo il parlamentare, Hezbollah continuerà a combattere «fino alla completa liberazione del territorio» e l’accordo resterà «solo inchiostro su carta». Alle critiche di Hezbollah si sono uniti anche gli Houthi yemeniti, altro alleato strategico dell’Iran. Il dirigente Mohammed al-Farah ha definito l’intesa «una cospirazione contro la resistenza», evocando il rischio di una guerra civile in Libano. Critico anche il leader druso Walid Jumblatt, secondo cui l’accordo è «tripartito nella forma, ma unilaterale nella sostanza, perché privo di un vero cessate il fuoco». Nel frattempo Israele ha dimostrato di non voler modificare il proprio approccio militare. L’aviazione israeliana ha colpito alcuni miliziani di Hezbollah nella zona di Nabatieh, nel Libano meridionale, ritenuti una minaccia per le truppe schierate nell’area. È stato il primo attacco dopo la firma dell’accordo.
L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha chiarito che Israele manterrà la propria presenza nella fascia di sicurezza finché le Forze armate libanesi non dimostreranno concretamente di poter disarmare Hezbollah e garantire la sicurezza del confine. Non esisteranno scadenze automatiche: ogni fase sarà subordinata a risultati verificabili. Anche l’eventuale ricostruzione del Libano con il sostegno della comunità internazionale potrà iniziare soltanto dopo il disarmo della milizia. È questo il punto decisivo dell’intesa. Per la prima volta la stabilizzazione del Libano viene collegata esplicitamente allo smantellamento dell’apparato militare di Hezbollah. Se il processo verrà portato a termine, l’Iran perderà il suo principale strumento di pressione contro Israele e vedrà ridursi drasticamente la propria influenza nel Paese dei Cedri. Per Teheran si tratta di una delle più gravi sconfitte strategiche subite negli ultimi decenni.
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Piazza Enghelab a Teheran (Getty Images)
«Questi brutali attacchi, che hanno preso di mira le strutture di sorveglianza costiera iraniane, costituiscono una palese violazione del memorandum d’intesa», ha tuonato Teheran, che ha lanciato, in rappresaglia, dei droni contro il Bahrain. Dura la reazione del governo di Manama, che ha accusato l’Iran di «sabotare gli sforzi di pace». Gli attacchi di Teheran contro il Bahrain sono stati condannati «con la massima fermezza» anche dal segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, Jasem Mohamed Albudaiwi.
«L’Iran ha firmato un accordo di cessate il fuoco. Noi lo abbiamo rispettato. Se hanno disaccordi su come viene applicato il memorandum d’intesa, possono chiamarci. Ma alla violenza si risponderà con la violenza», ha affermato, dal canto suo, JD Vance. «L’America, sostenendo le azioni delle sue forze per procura nella regione, ha violato il primo articolo del memorandum d’intesa e, continuando a creare tensioni nello Stretto di Hormuz, ha violato il quinto articolo», ha, nel frattempo, dichiarato il consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, Mohsen Rezaei, che ha promesso anche una risposta «rapida e decisa». Frattanto, ieri, una petroliera ha reso noto di essere stata colpita da un proiettile non identificato nello Stretto di Hormuz. Dall’altra parte, sempre ieri, un funzionario statunitense ha riferito alla Cnn che i droni iraniani non avrebbero raggiunto i loro obiettivi. Nel mentre, gli Stati Uniti hanno alzato il livello di allerta nello Stretto di Hormuz.
Insomma, cresce la tensione militare. E il destino del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran appare sempre più appeso a un filo. Questo non significa tuttavia che la diplomazia si sia interrotta. Ieri è stato reso noto che, venerdì, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si è sentito telefonicamente con l’omologo egiziano, Badr Abdelatty, per parlare dei negoziati tra gli Usa e la Repubblica islamica. Nell’occasione, secondo una nota del governo del Cairo, Abdelatty ha «sottolineato l’importanza di proseguire i colloqui tra Stati Uniti e Iran con serietà e buona fede, al fine di raggiungere un accordo definitivo che tenga conto degli interessi e delle preoccupazioni di tutte le parti». Ieri, Araghchi ha avuto una telefonata anche con l’omologo emiratino Sheikh Abdullah bin Zayed, il quale ha chiesto che venga garantita la libertà di navigazione a Hormuz e che sia rispettato il memorandum tra Washington e Teheran. Non solo. Sempre ieri, Al Arabiya ha altresì rivelato che il prossimo ciclo di negoziati tra americani e iraniani dovrebbe tenersi a Doha e che, in particolare, dovrebbe concentrarsi sul tema dei fondi congelati della Repubblica islamica. La stessa testata ha riportato che si dovrebbe tenere un ulteriore incontro in Pakistan dedicato allo spinoso dossier del nucleare.
Nel frattempo, ieri Vance ha difeso la strategia statunitense nei confronti dell’Iran. «Se raggiungiamo l’accordo finale, allora bene. Se non lo raggiungiamo, il loro programma nucleare sarà comunque distrutto. Saranno comunque un Paese molto più debole», ha dichiarato. «Quindi, secondo me, l’America vince in ogni caso», ha aggiunto. «Se guardiamo al petrolio in questo momento, è sceso di nuovo a 73 dollari al barile, per poi risalire a 126 dollari al barile. Quindi, c’è un segnale che qualcosa di reale sta succedendo qui», ha continuato. Ricordiamo che, oltre a essere a capo del team negoziale americano, il vicepresidente è, nell’amministrazione Trump, probabilmente la figura più favorevole a raggiungere una soluzione diplomatica con Teheran. Maggiore scetticismo viene invece nutrito dal capo del Pentagono, Pete Hegseth, e dal direttore della Cia, John Ratcliffe. Come che sia, almeno per il momento, Trump propende per la via diplomatica. E questo per due ragioni principali: vuole evitare il pantano in Iran e portare a un rapido abbassamento del costo della benzina negli Stati Uniti per rafforzare politicamente il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Fratture si registrano anche nel regime khomeinista. Se i pasdaran premono ancora per la linea dura con Washington, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, auspica un accordo per far fronte alla situazione economica disastrosa in cui versa la Repubblica islamica: secondo dati diffusi ieri, a giugno l’inflazione in Iran è aumentata vertiginosamente. Una situazione, questa, che mette il governo di Teheran ulteriormente sotto pressione.
Bisognerà quindi adesso comprendere se la tensione militare tra Stati Uniti e Iran aumenterà o diminuirà. Da questo dipenderà il destino del memorandum d’intesa sottoscritto dai due rivali. In questo senso, sarà interessante valutare il peso degli ultimi avvenimenti bellici sul prosieguo dei negoziati relativi ai fondi iraniani congelati e, soprattutto, all’uranio arricchito detenuto dal regime khomeinista. Solo il tempo ci dirà se la diplomazia muoverà dei passi avanti. E chi uscirà vincitore dal complicato braccio di ferro in corso tra Washington e Teheran.
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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Ansa)
La Russia sta combattendo contro l’Ucraina. Noi sosteniamo il diritto internazionale. In futuro vogliamo avere buoni rapporti con la Russia, come in passato. Ma ora dobbiamo rispettare il diritto internazionale e metter fine a questa guerra. Dobbiamo combattere usando la diplomazia. Per questo occorre che gli europei siano più uniti». Tajani ha aggiunto che «l’Italia lavora duramente per l’adesione all’Unione europea dei Paesi balcanici, oltre che di Ucraina e Moldova».
L’amicizia italo-russa era stata rafforzata nell’ultimo ventennio dal premier Silvio Berlusconi, amico personale del presidente russo Vladimir Putin. Rinnovo di un’eredità antica, se si pensa alla visita del 1909 dello zar Nicola II alla reggia piemontese di Racconigi, ospite di re Vittorio Emanuele III, o, in epoca sovietica, agli accordi industriali del 1966 tra la Fiat e la Lada-Vaz per produrre su licenza l’utilitaria Fiat 124, chiamata Zigulì dai russi.
La pace, tuttavia, resta lontana. Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha chiesto un incontro con Putin, ma a condizione di un ritiro delle truppe di Mosca. Irrealistico poiché nessuno abbandona terre pagate sangue se non costretto con la forza. Ha detto: «La Russia deve uscire dall’Ucraina con la sua guerra, non vogliamo alcuna guerra. L’Ucraina ha avanzato proposte ai nostri partner chiave, e gli amici di Putin hanno anche sentito da noi che un incontro è possibile e che porre fine a questa guerra è possibile. La Russia deve ora compiere quel passo verso la pace». Le truppe russe seguitano a pressare in più punti del fronte e ieri avrebbero conquistato il villaggio di Novoskelevatoye, nella zona di Dnipropetrovsk.
Kiev reagisce con lo stillicidio di droni e missili su obbiettivi in Russia. Ciò ha fatto dire al segretario generale della Nato, Mark Rutte, all’Atlantic council di Washington: «L’Ucraina sta andando bene. Sono ancora all’avanguardia rispetto ai russi in innovazione, per esempio nei droni e nei sistemi antidrone. Hanno sempre più successo nel colpire infrastrutture energetiche e di supporto alla difesa in Russia. La produzione delle raffinerie russe è diminuita di un terzo». Ha aggiunto che «spendono oltre il 40% per la Difesa, quasi il 50%, significa che più del 70% delle entrate fiscali in Russia è speso per la Difesa». Il ministero della Difesa di Mosca ha affermato di aver abbattuto in 24 ore «511 droni ucraini e tre missili da crociera Flamingo». Zelensky ha esaltato l’assalto di cinque missili FP-5 Flamingo a una fabbrica militare di Volgograd, l’ex-Stalingrado, che ha causato un morto e dieci feriti. È stato bersagliato il Centro federale di ricerca e produzione Titan-Barrikady, che produce sistemi per missili balistici Yars, Topol-M e Iskander-M, nonché cannoni semoventi. Simbolo della storia della città, che in epoca zarista si chiamava Tsarytsin, la fabbrica nacque nel 1914 come «fabbrica munizioni Tsarytsin». In epoca sovietica, mentre la città veniva intitolata a Stalin, la fabbrica divenne «Barricate rosse» e fu al centro di combattimenti urbani fra russi e tedeschi nella battaglia di Stalingrado del 1942. Il missile Flamingo, più grosso di un Tomahawk americano, è lungo 12 metri, più 2 metri di booster per il lancio dal suolo, e avrebbe una testata da 1150 chili e un raggio d’azione fino a 3000 chilometri. È tra gli esempi di joint venture fra aziende ucraine e straniere, infatti è prodotto dalla Fire point di Kiev, ma il progetto viene dalla ditta anglo-emiratina Milanion, che lo presentò alla fiera Idex del 2025.
Fra altre incursioni di ieri, il servizio segreto ucraino Sbu ha annunciato che le «unità speciali Alpha hanno colpito con droni» la stazione di pompaggio di Vtorovo, nella regione di Vladimir, asservita all’oleodotto che rifornisce Mosca di gasolio. L’oleodotto, della società Transneft-verkhnyaya olga, alimenta le cisterne della capitale, sia per i consumi locali, sia per l’esportazione, con diramazioni verso i porti del Mar Baltico. La stazione di pompaggio era già stata colpita il 24 maggio e il10 giugno. È sempre arduo quantificare i danni causati dagli ordigni ucraini, che talvolta possono colpire gli obbiettivi di striscio o come rottami di ricaduta, il che limita la portata delle distruzioni.
Di nessun valore militare, se non culturale, è invece il museo «Sambekskie vysoty» di Rostov, dedicato «agli eroi della Grande guerra patriottica (1941-1945)». Qui un velivolo ucraino senza pilota ha ferito 12 persone. Anche i russi martellano. Notevole è stata la distruzione di due caccia ucraini Mig-29 pronti al decollo, già carichi di bombe, sulla pista della base aerea di Voznesensk, nella regione di Nikolaev. Sono stati centrati al suolo con due droni Geran 4, versione potenziata dai russi dello Shahed iraniano, col motore a elica rimpiazzato da un turbogetto. Un terzo Mig-29 ucraino potrebbe essere stato abbattuto in volo dai russi presso Poltava. Kiev ammette solo «la perdita del velivolo», ma il pilota s’è salvato col sedile eiettabile. L’aviazione russa ha lanciato 30, fra droni e bombe aeree, sulle regioni di Sumy e Dnipropetrovsk e ha colpito la raffineria di petrolio Yukoil di Zaporizhzhia. Ognuna delle due parti spera nell’esaurimento del nemico.
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