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2021-09-20
Il referendum che dice sì all’omicidio
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La sera del 25 agosto, sulla spiaggia di Punta Grande, a metà strada tra Porto Empedocle e Realmonte, in provincia di Agrigento, un ragazzo di 26 anni, Mirko Antonio La Mendola, viene trovato senza vita. La causa del decesso: un colpo di pistola alla tempia sinistra. Il calibro 9x21 del grosso revolver Beretta non gli ha lasciato scampo. Accanto al corpo c'era l'arma che ha sparato e dalla quale, hanno accertato gli investigatori, è partito un solo colpo. Era detenuta legalmente dal ragazzo, per uso sportivo. La delusione per un concorso in polizia finito male, poi, sembrava essere il pesante movente che avrebbe permesso di chiudere subito il caso. D'altra parte i giornali avevano già titolato in modo preciso: «Non supera il concorso in polizia e si spara». Facendo esplicito riferimento al ritrovamento di un bigliettino in cui Mirko avrebbe spiegato che la scelta di togliersi la vita era proprio legata all'insoddisfazione per non essere riuscito a superare il concorso nel quale fino a qualche settimana prima aveva creduto. Per un sogno infranto, insomma. Quella che sembrava una sentenza inappellabile, però, era, forse, solo una ricostruzione troppo frettolosa. Un'incongruenza saltata fuori dalle informative ha stoppato gli investigatori e impedito che il fascicolo finisse in archivio: Mirko non era mancino. E, senza un aiuto, non avrebbe potuto spararsi alla tempia sinistra. Una chat di Whatsapp, poi, ha permesso agli inquirenti di accedere ai messaggi agghiaccianti che la vittima si era scambiata con un amico minorenne di soli 16 anni. Si è scoperto che i due avevano un piano. E che, forse, il sedicenne avrebbe aiutato l'amico più grande a togliersi la vita. Ora l'inchiesta ha preso una piega completamente diversa: si indaga per l'ipotesi di «omicidio del consenziente». Sempre se un referendum abrogativo proposto dall'associazione Luca Coscioni, che viene propagandato come una battaglia per i diritti umani e che scade a fine settembre, non spazzi via quel reato dal codice penale. Rimarrebbe in piedi, stando al referendum, solo la parte che tutela minorenni, infermi di mente e persone alle quali il consenso sia stato estorto. Gli altri, in nome dei diritti umani, saranno liberi di farsi assassinare. Anche chi non ha gravi problemi fisici e patologie legate a stati irreversibili o a dolori insopportabili. Basterebbe quindi anche solo un momento di sconforto per chiedere a qualcuno di togliere la vita senza che ciò configuri un reato. Con quel ritocco al codice penale, insomma, il minorenne che avrebbe aiutato Mirko a morire non sarebbe finito sotto inchiesta.
«Eutanasia», la chiamano quelli della propaganda referendaria. Ma finché la prima parte dell'articolo 579 non verrà abrogata, «chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui», è ancora scritto nel codice penale, «è punito con la reclusione da sei a 15 anni». Esattamente la pena che rischia chi ha aiutato Mirko a morire. Questa parte dell'inchiesta sembra essere ancora in una fase poco avanzata. La chat tra i due protagonisti pare contenga frasi che farebbero riferimento al coinvolgimento del minorenne che, per via dell'età, stando alle stesse valutazioni esplicitate dei due amici, non avrebbe rischiato nulla. Non solo: Mirko avrebbe perfino detto di riuscire a comprendere la situazione, qualora l'amico non se la fosse sentita di arrivare fino in fondo. Tutti aspetti che hanno aiutato gli inquirenti a costruire la nuova ipotesi: l'omicidio del consenziente, infatti, presuppone che il consenso della vittima sia «esplicito, non equivoco e perdurante sino al momento della commissione del fatto». Mirko avrebbe quindi dovuto esprimere la sua volontà di morire in modo chiaro e convincente. I due amici, tra uno smile e l'altro, conversavano sulla morte come se stessero commentando una partita di calcio. Con una naturalezza che, stando a quanto riportano i quotidiani locali, gli investigatori pare abbiano definito «sconvolgente». L'appuntamento per quella maledetta sera del 25 agosto era in spiaggia, con qualche birra. Ma si tratta sempre di dettagli saltati fuori da Whatsapp. Per ora non ci sono celle telefoniche né testimoni che provino in modo certo la presenza del ragazzino.
I magistrati della Procura per i minorenni e quelli della Procura di Agrigento, per circostanziare l'accusa, oltre a disporre uno studio balistico (che andrà a completare il quadro che emergerà dalla consulenza autoptica) e un approfondimento sulle impronte digitali da prelevare sulla pistola e poi da comparare con il sospettato, hanno dato ai carabinieri l'indicazione di verificare l'esistenza o meno di polvere da sparo sulle mani, sul corpo e sugli indumenti del giovane deceduto con un accertamento tecnico che in gergo giudiziario viene chiamato «stub». L'esito negativo, secondo gli inquirenti, avvalorerebbe a quel punto l'ipotesi che l'amico minorenne abbia sparato il colpo su richiesta della vittima. Proprio come da accordi presi in chat.
Macché eutanasia. «Questa è una frode da etichetta»
L'eutanasia è spesso presentata come una «dolce morte», l'atto di amore verso chi soffre. Questo è anche l'argomento principe dei promotori della proposta referendaria avanzata dall'associazione Luca Coscioni, ma il quesito solleva questioni giuridiche che a taluni fanno pensare addirittura allo sdoganamento dell'omicidio. «Siamo di fronte a una frode di etichetta», risponde Alfredo Mantovano, giudice di Cassazione e vicepresidente del Centro studi Livatino. «Viene denominato “referendum per l'eutanasia legale", ma in realtà il quesito, se approvato, renderebbe non punibile l'omicidio del consenziente, oggi sanzionato dall'art. 579 del codice penale»
Ritiene troppo larghe le maglie del referendum?
«Le sofferenze intollerabili e le malattie inguaribili sono fuori luogo: sono state alla base della sentenza del 2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato, ma qui non c'entrano nulla. In un ordinamento come il nostro in cui, con ragione, sono vietati gli atti di disposizione del proprio corpo, e le deroghe sono rigorosamente disciplinate - si pensi alla donazione di un rene fra vivi -, il quesito avrebbe della formalizzazione estrema della disponibilità della vita umana, a condizione che l'altro presti il consenso alla propria uccisione».
Il referendum è in attesa di passare il vaglio di ammissibilità della Corte costituzionale, che peraltro il quesito chiama in causa riferendosi alla famosa sentenza Cappato/dj Fabo, ma è corretto ricondurre la legittimità del quesito a questa sentenza?
«La Consulta ha dichiarato la parziale illegittimità dell'art. 580 cod. pen., e ritiene non punibile chi agevola l'esecuzione del suicidio purché il paziente abbia fruito di cure palliative, sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, sia affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili. La norma penale di riferimento è diversa da quella sottoposta a referendum e quest'ultimo, essendo abrogativo, ignora le già discutibili condizioni stabilite dalla sentenza del 2019».
Sull'eutanasia, al momento, sul tavolo ci sono due carte: non solo il referendum, ma anche il disegno di legge Bazoli. Una miscela esplosiva o una valida alternativa?
«Il “testo unificato" Bazoli si discosta in più punti dalla sentenza della Corte costituzionale, pur se i suoi sostenitori affermano di voler dare a essa puntuale attuazione: per esempio, fra i requisiti della morte medicalmente assistita, pone in alternativa alla “patologia irreversibile" di cui parla la Consulta, la “prognosi infausta", di cui invece la Consulta non parla. Ma una patologia a “prognosi infausta" non rinvia obbligatoriamente a condizioni terminali: vi sono pazienti oncologici con “prognosi infausta", ma le terapie loro praticate nei reparti di oncologia non costituiscono “accanimento terapeutico": permettono o di rendere tendenzialmente stabile la loro condizione, o comunque di guadagnare anni di vita, nella gran parte dei casi senza alterare in modo completo la qualità della vita. Altre differenze? Il ddl Bazoli non prevede come pre-requisito il ricorso alle cure palliative - ne fa cenno in termini vaghi - e non riconosce valore alla coscienza del medico che intenda sottrarsi a questa tipologia di pratiche, come la Corte impone. È dunque qualcosa di ulteriore rispetto alla sentenza, e sarebbe onesto ammetterlo».
Di fronte a questo panorama, dal punto di vista politico cosa ci si può attendere?
«Va sgombrato il campo da un equivoco. Il Parlamento non è vincolato a dare dettagliata esecuzione alla pronuncia della Consulta. Le norme sono l'esito di una valutazione politica che si svolge nelle aule di Camera e Senato: nulla formalmente impedisce di far seguire alla sentenza del 2019 una differente disciplina dell'art. 580 cod. pen., per esempio distinguendo fra la posizione di chi non ha alcun legame col paziente e coloro che invece da più tempo soffrono col paziente in virtù della costante vicinanza a lui; la seconda posizione è evidentemente diversa e tollera una sanzione meno grave, pur mantenendosi il giudizio negativo dell'ordinamento su ogni condotta di aiuto al suicidio».
Quindi?
«Niente preclude di adeguare le sanzioni alla diversità dei casi concreti, fermo restando il giudizio di disvalore verso la soppressione di una vita umana: è il senso della proposta di legge che reca come prima firma quella di Alessandro Pagano. La nuova disciplina dovrebbe poi rendere effettivo il ricorso alle cure palliative, come è richiesto dalla Consulta, con la presa in carico del paziente da parte del Servizio sanitario nazionale al fine di praticare un'appropriata terapia del dolore».
Se il combinato disposto del referendum e del ddl Bazoli finiscono per rendere la vita come un bene disponibile, cosa significa per la nostra civiltà?
«Significa questo: che ammiriamo i disabili che partecipano ai Giochi paralimpici, ma l'empatia si affievolisce se il disabile che non brilla nello sport, e quindi è meno attraente e più carico di problemi, si avvicina al cerchio di sicurezza che abbiamo tracciato attorno a noi. Prendiamo in parola l'anziano che, lasciato in compagnia della sua solitudine e della nostra indifferenza, vede accentuati i malanni dell'età e si chiede perché il Signore non lo lasci andare: ho il rimedio per te - gli rispondiamo -, che non è dedicarti qualche minuto di tempo, ma garantirti una fine indolore. Senza comprendere che quella domanda di morte esige in realtà la nostra attenzione e la nostra vicinanza vera, e retrocede se queste ci sono. Non leggiamo la disperazione del familiare che trascorre senza aiuto anni a fianco a quell'anziano, e per questo anche in tv è pronto - non sempre - a sollecitare strumenti che facciano cessare lo strazio: andrebbe allo stesso modo se avesse avuto o se avesse sostegni concreti? Referendum, sentenze e “testi unificati" sono gli strumenti di questa cultura dell'ipocrisia e dello scarto. È l'allontanamento da sé di ciò che vale, e per questo costa. È la rinuncia ad amare».
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Se la battaglia dei radicali va in porto, non sarà più considerato un reato l'uccisione del consenziente. Così chi offre un aiuto a morire non finirebbe nemmeno sotto inchiesta. Come mostra il caso esemplare di un ragazzo siciliano.Il giudice Luca Coscioni: «Si parla molto di dolce morte, ma non c'entra nulla Si usano strumenti simili per far passare la cultura dello scarto».Lo speciale contiene due articoli.La sera del 25 agosto, sulla spiaggia di Punta Grande, a metà strada tra Porto Empedocle e Realmonte, in provincia di Agrigento, un ragazzo di 26 anni, Mirko Antonio La Mendola, viene trovato senza vita. La causa del decesso: un colpo di pistola alla tempia sinistra. Il calibro 9x21 del grosso revolver Beretta non gli ha lasciato scampo. Accanto al corpo c'era l'arma che ha sparato e dalla quale, hanno accertato gli investigatori, è partito un solo colpo. Era detenuta legalmente dal ragazzo, per uso sportivo. La delusione per un concorso in polizia finito male, poi, sembrava essere il pesante movente che avrebbe permesso di chiudere subito il caso. D'altra parte i giornali avevano già titolato in modo preciso: «Non supera il concorso in polizia e si spara». Facendo esplicito riferimento al ritrovamento di un bigliettino in cui Mirko avrebbe spiegato che la scelta di togliersi la vita era proprio legata all'insoddisfazione per non essere riuscito a superare il concorso nel quale fino a qualche settimana prima aveva creduto. Per un sogno infranto, insomma. Quella che sembrava una sentenza inappellabile, però, era, forse, solo una ricostruzione troppo frettolosa. Un'incongruenza saltata fuori dalle informative ha stoppato gli investigatori e impedito che il fascicolo finisse in archivio: Mirko non era mancino. E, senza un aiuto, non avrebbe potuto spararsi alla tempia sinistra. Una chat di Whatsapp, poi, ha permesso agli inquirenti di accedere ai messaggi agghiaccianti che la vittima si era scambiata con un amico minorenne di soli 16 anni. Si è scoperto che i due avevano un piano. E che, forse, il sedicenne avrebbe aiutato l'amico più grande a togliersi la vita. Ora l'inchiesta ha preso una piega completamente diversa: si indaga per l'ipotesi di «omicidio del consenziente». Sempre se un referendum abrogativo proposto dall'associazione Luca Coscioni, che viene propagandato come una battaglia per i diritti umani e che scade a fine settembre, non spazzi via quel reato dal codice penale. Rimarrebbe in piedi, stando al referendum, solo la parte che tutela minorenni, infermi di mente e persone alle quali il consenso sia stato estorto. Gli altri, in nome dei diritti umani, saranno liberi di farsi assassinare. Anche chi non ha gravi problemi fisici e patologie legate a stati irreversibili o a dolori insopportabili. Basterebbe quindi anche solo un momento di sconforto per chiedere a qualcuno di togliere la vita senza che ciò configuri un reato. Con quel ritocco al codice penale, insomma, il minorenne che avrebbe aiutato Mirko a morire non sarebbe finito sotto inchiesta.«Eutanasia», la chiamano quelli della propaganda referendaria. Ma finché la prima parte dell'articolo 579 non verrà abrogata, «chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui», è ancora scritto nel codice penale, «è punito con la reclusione da sei a 15 anni». Esattamente la pena che rischia chi ha aiutato Mirko a morire. Questa parte dell'inchiesta sembra essere ancora in una fase poco avanzata. La chat tra i due protagonisti pare contenga frasi che farebbero riferimento al coinvolgimento del minorenne che, per via dell'età, stando alle stesse valutazioni esplicitate dei due amici, non avrebbe rischiato nulla. Non solo: Mirko avrebbe perfino detto di riuscire a comprendere la situazione, qualora l'amico non se la fosse sentita di arrivare fino in fondo. Tutti aspetti che hanno aiutato gli inquirenti a costruire la nuova ipotesi: l'omicidio del consenziente, infatti, presuppone che il consenso della vittima sia «esplicito, non equivoco e perdurante sino al momento della commissione del fatto». Mirko avrebbe quindi dovuto esprimere la sua volontà di morire in modo chiaro e convincente. I due amici, tra uno smile e l'altro, conversavano sulla morte come se stessero commentando una partita di calcio. Con una naturalezza che, stando a quanto riportano i quotidiani locali, gli investigatori pare abbiano definito «sconvolgente». L'appuntamento per quella maledetta sera del 25 agosto era in spiaggia, con qualche birra. Ma si tratta sempre di dettagli saltati fuori da Whatsapp. Per ora non ci sono celle telefoniche né testimoni che provino in modo certo la presenza del ragazzino.I magistrati della Procura per i minorenni e quelli della Procura di Agrigento, per circostanziare l'accusa, oltre a disporre uno studio balistico (che andrà a completare il quadro che emergerà dalla consulenza autoptica) e un approfondimento sulle impronte digitali da prelevare sulla pistola e poi da comparare con il sospettato, hanno dato ai carabinieri l'indicazione di verificare l'esistenza o meno di polvere da sparo sulle mani, sul corpo e sugli indumenti del giovane deceduto con un accertamento tecnico che in gergo giudiziario viene chiamato «stub». L'esito negativo, secondo gli inquirenti, avvalorerebbe a quel punto l'ipotesi che l'amico minorenne abbia sparato il colpo su richiesta della vittima. Proprio come da accordi presi in chat. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-referendum-che-dice-si-allomicidio-2655061465.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macche-eutanasia-questa-e-una-frode-da-etichetta" data-post-id="2655061465" data-published-at="1632078579" data-use-pagination="False"> Macché eutanasia. «Questa è una frode da etichetta» L'eutanasia è spesso presentata come una «dolce morte», l'atto di amore verso chi soffre. Questo è anche l'argomento principe dei promotori della proposta referendaria avanzata dall'associazione Luca Coscioni, ma il quesito solleva questioni giuridiche che a taluni fanno pensare addirittura allo sdoganamento dell'omicidio. «Siamo di fronte a una frode di etichetta», risponde Alfredo Mantovano, giudice di Cassazione e vicepresidente del Centro studi Livatino. «Viene denominato “referendum per l'eutanasia legale", ma in realtà il quesito, se approvato, renderebbe non punibile l'omicidio del consenziente, oggi sanzionato dall'art. 579 del codice penale» Ritiene troppo larghe le maglie del referendum? «Le sofferenze intollerabili e le malattie inguaribili sono fuori luogo: sono state alla base della sentenza del 2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato, ma qui non c'entrano nulla. In un ordinamento come il nostro in cui, con ragione, sono vietati gli atti di disposizione del proprio corpo, e le deroghe sono rigorosamente disciplinate - si pensi alla donazione di un rene fra vivi -, il quesito avrebbe della formalizzazione estrema della disponibilità della vita umana, a condizione che l'altro presti il consenso alla propria uccisione». Il referendum è in attesa di passare il vaglio di ammissibilità della Corte costituzionale, che peraltro il quesito chiama in causa riferendosi alla famosa sentenza Cappato/dj Fabo, ma è corretto ricondurre la legittimità del quesito a questa sentenza? «La Consulta ha dichiarato la parziale illegittimità dell'art. 580 cod. pen., e ritiene non punibile chi agevola l'esecuzione del suicidio purché il paziente abbia fruito di cure palliative, sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, sia affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili. La norma penale di riferimento è diversa da quella sottoposta a referendum e quest'ultimo, essendo abrogativo, ignora le già discutibili condizioni stabilite dalla sentenza del 2019». Sull'eutanasia, al momento, sul tavolo ci sono due carte: non solo il referendum, ma anche il disegno di legge Bazoli. Una miscela esplosiva o una valida alternativa? «Il “testo unificato" Bazoli si discosta in più punti dalla sentenza della Corte costituzionale, pur se i suoi sostenitori affermano di voler dare a essa puntuale attuazione: per esempio, fra i requisiti della morte medicalmente assistita, pone in alternativa alla “patologia irreversibile" di cui parla la Consulta, la “prognosi infausta", di cui invece la Consulta non parla. Ma una patologia a “prognosi infausta" non rinvia obbligatoriamente a condizioni terminali: vi sono pazienti oncologici con “prognosi infausta", ma le terapie loro praticate nei reparti di oncologia non costituiscono “accanimento terapeutico": permettono o di rendere tendenzialmente stabile la loro condizione, o comunque di guadagnare anni di vita, nella gran parte dei casi senza alterare in modo completo la qualità della vita. Altre differenze? Il ddl Bazoli non prevede come pre-requisito il ricorso alle cure palliative - ne fa cenno in termini vaghi - e non riconosce valore alla coscienza del medico che intenda sottrarsi a questa tipologia di pratiche, come la Corte impone. È dunque qualcosa di ulteriore rispetto alla sentenza, e sarebbe onesto ammetterlo». Di fronte a questo panorama, dal punto di vista politico cosa ci si può attendere? «Va sgombrato il campo da un equivoco. Il Parlamento non è vincolato a dare dettagliata esecuzione alla pronuncia della Consulta. Le norme sono l'esito di una valutazione politica che si svolge nelle aule di Camera e Senato: nulla formalmente impedisce di far seguire alla sentenza del 2019 una differente disciplina dell'art. 580 cod. pen., per esempio distinguendo fra la posizione di chi non ha alcun legame col paziente e coloro che invece da più tempo soffrono col paziente in virtù della costante vicinanza a lui; la seconda posizione è evidentemente diversa e tollera una sanzione meno grave, pur mantenendosi il giudizio negativo dell'ordinamento su ogni condotta di aiuto al suicidio». Quindi? «Niente preclude di adeguare le sanzioni alla diversità dei casi concreti, fermo restando il giudizio di disvalore verso la soppressione di una vita umana: è il senso della proposta di legge che reca come prima firma quella di Alessandro Pagano. La nuova disciplina dovrebbe poi rendere effettivo il ricorso alle cure palliative, come è richiesto dalla Consulta, con la presa in carico del paziente da parte del Servizio sanitario nazionale al fine di praticare un'appropriata terapia del dolore». Se il combinato disposto del referendum e del ddl Bazoli finiscono per rendere la vita come un bene disponibile, cosa significa per la nostra civiltà? «Significa questo: che ammiriamo i disabili che partecipano ai Giochi paralimpici, ma l'empatia si affievolisce se il disabile che non brilla nello sport, e quindi è meno attraente e più carico di problemi, si avvicina al cerchio di sicurezza che abbiamo tracciato attorno a noi. Prendiamo in parola l'anziano che, lasciato in compagnia della sua solitudine e della nostra indifferenza, vede accentuati i malanni dell'età e si chiede perché il Signore non lo lasci andare: ho il rimedio per te - gli rispondiamo -, che non è dedicarti qualche minuto di tempo, ma garantirti una fine indolore. Senza comprendere che quella domanda di morte esige in realtà la nostra attenzione e la nostra vicinanza vera, e retrocede se queste ci sono. Non leggiamo la disperazione del familiare che trascorre senza aiuto anni a fianco a quell'anziano, e per questo anche in tv è pronto - non sempre - a sollecitare strumenti che facciano cessare lo strazio: andrebbe allo stesso modo se avesse avuto o se avesse sostegni concreti? Referendum, sentenze e “testi unificati" sono gli strumenti di questa cultura dell'ipocrisia e dello scarto. È l'allontanamento da sé di ciò che vale, e per questo costa. È la rinuncia ad amare».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».