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2021-09-20
Il referendum che dice sì all’omicidio
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La sera del 25 agosto, sulla spiaggia di Punta Grande, a metà strada tra Porto Empedocle e Realmonte, in provincia di Agrigento, un ragazzo di 26 anni, Mirko Antonio La Mendola, viene trovato senza vita. La causa del decesso: un colpo di pistola alla tempia sinistra. Il calibro 9x21 del grosso revolver Beretta non gli ha lasciato scampo. Accanto al corpo c'era l'arma che ha sparato e dalla quale, hanno accertato gli investigatori, è partito un solo colpo. Era detenuta legalmente dal ragazzo, per uso sportivo. La delusione per un concorso in polizia finito male, poi, sembrava essere il pesante movente che avrebbe permesso di chiudere subito il caso. D'altra parte i giornali avevano già titolato in modo preciso: «Non supera il concorso in polizia e si spara». Facendo esplicito riferimento al ritrovamento di un bigliettino in cui Mirko avrebbe spiegato che la scelta di togliersi la vita era proprio legata all'insoddisfazione per non essere riuscito a superare il concorso nel quale fino a qualche settimana prima aveva creduto. Per un sogno infranto, insomma. Quella che sembrava una sentenza inappellabile, però, era, forse, solo una ricostruzione troppo frettolosa. Un'incongruenza saltata fuori dalle informative ha stoppato gli investigatori e impedito che il fascicolo finisse in archivio: Mirko non era mancino. E, senza un aiuto, non avrebbe potuto spararsi alla tempia sinistra. Una chat di Whatsapp, poi, ha permesso agli inquirenti di accedere ai messaggi agghiaccianti che la vittima si era scambiata con un amico minorenne di soli 16 anni. Si è scoperto che i due avevano un piano. E che, forse, il sedicenne avrebbe aiutato l'amico più grande a togliersi la vita. Ora l'inchiesta ha preso una piega completamente diversa: si indaga per l'ipotesi di «omicidio del consenziente». Sempre se un referendum abrogativo proposto dall'associazione Luca Coscioni, che viene propagandato come una battaglia per i diritti umani e che scade a fine settembre, non spazzi via quel reato dal codice penale. Rimarrebbe in piedi, stando al referendum, solo la parte che tutela minorenni, infermi di mente e persone alle quali il consenso sia stato estorto. Gli altri, in nome dei diritti umani, saranno liberi di farsi assassinare. Anche chi non ha gravi problemi fisici e patologie legate a stati irreversibili o a dolori insopportabili. Basterebbe quindi anche solo un momento di sconforto per chiedere a qualcuno di togliere la vita senza che ciò configuri un reato. Con quel ritocco al codice penale, insomma, il minorenne che avrebbe aiutato Mirko a morire non sarebbe finito sotto inchiesta.
«Eutanasia», la chiamano quelli della propaganda referendaria. Ma finché la prima parte dell'articolo 579 non verrà abrogata, «chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui», è ancora scritto nel codice penale, «è punito con la reclusione da sei a 15 anni». Esattamente la pena che rischia chi ha aiutato Mirko a morire. Questa parte dell'inchiesta sembra essere ancora in una fase poco avanzata. La chat tra i due protagonisti pare contenga frasi che farebbero riferimento al coinvolgimento del minorenne che, per via dell'età, stando alle stesse valutazioni esplicitate dei due amici, non avrebbe rischiato nulla. Non solo: Mirko avrebbe perfino detto di riuscire a comprendere la situazione, qualora l'amico non se la fosse sentita di arrivare fino in fondo. Tutti aspetti che hanno aiutato gli inquirenti a costruire la nuova ipotesi: l'omicidio del consenziente, infatti, presuppone che il consenso della vittima sia «esplicito, non equivoco e perdurante sino al momento della commissione del fatto». Mirko avrebbe quindi dovuto esprimere la sua volontà di morire in modo chiaro e convincente. I due amici, tra uno smile e l'altro, conversavano sulla morte come se stessero commentando una partita di calcio. Con una naturalezza che, stando a quanto riportano i quotidiani locali, gli investigatori pare abbiano definito «sconvolgente». L'appuntamento per quella maledetta sera del 25 agosto era in spiaggia, con qualche birra. Ma si tratta sempre di dettagli saltati fuori da Whatsapp. Per ora non ci sono celle telefoniche né testimoni che provino in modo certo la presenza del ragazzino.
I magistrati della Procura per i minorenni e quelli della Procura di Agrigento, per circostanziare l'accusa, oltre a disporre uno studio balistico (che andrà a completare il quadro che emergerà dalla consulenza autoptica) e un approfondimento sulle impronte digitali da prelevare sulla pistola e poi da comparare con il sospettato, hanno dato ai carabinieri l'indicazione di verificare l'esistenza o meno di polvere da sparo sulle mani, sul corpo e sugli indumenti del giovane deceduto con un accertamento tecnico che in gergo giudiziario viene chiamato «stub». L'esito negativo, secondo gli inquirenti, avvalorerebbe a quel punto l'ipotesi che l'amico minorenne abbia sparato il colpo su richiesta della vittima. Proprio come da accordi presi in chat.
Macché eutanasia. «Questa è una frode da etichetta»
L'eutanasia è spesso presentata come una «dolce morte», l'atto di amore verso chi soffre. Questo è anche l'argomento principe dei promotori della proposta referendaria avanzata dall'associazione Luca Coscioni, ma il quesito solleva questioni giuridiche che a taluni fanno pensare addirittura allo sdoganamento dell'omicidio. «Siamo di fronte a una frode di etichetta», risponde Alfredo Mantovano, giudice di Cassazione e vicepresidente del Centro studi Livatino. «Viene denominato “referendum per l'eutanasia legale", ma in realtà il quesito, se approvato, renderebbe non punibile l'omicidio del consenziente, oggi sanzionato dall'art. 579 del codice penale»
Ritiene troppo larghe le maglie del referendum?
«Le sofferenze intollerabili e le malattie inguaribili sono fuori luogo: sono state alla base della sentenza del 2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato, ma qui non c'entrano nulla. In un ordinamento come il nostro in cui, con ragione, sono vietati gli atti di disposizione del proprio corpo, e le deroghe sono rigorosamente disciplinate - si pensi alla donazione di un rene fra vivi -, il quesito avrebbe della formalizzazione estrema della disponibilità della vita umana, a condizione che l'altro presti il consenso alla propria uccisione».
Il referendum è in attesa di passare il vaglio di ammissibilità della Corte costituzionale, che peraltro il quesito chiama in causa riferendosi alla famosa sentenza Cappato/dj Fabo, ma è corretto ricondurre la legittimità del quesito a questa sentenza?
«La Consulta ha dichiarato la parziale illegittimità dell'art. 580 cod. pen., e ritiene non punibile chi agevola l'esecuzione del suicidio purché il paziente abbia fruito di cure palliative, sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, sia affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili. La norma penale di riferimento è diversa da quella sottoposta a referendum e quest'ultimo, essendo abrogativo, ignora le già discutibili condizioni stabilite dalla sentenza del 2019».
Sull'eutanasia, al momento, sul tavolo ci sono due carte: non solo il referendum, ma anche il disegno di legge Bazoli. Una miscela esplosiva o una valida alternativa?
«Il “testo unificato" Bazoli si discosta in più punti dalla sentenza della Corte costituzionale, pur se i suoi sostenitori affermano di voler dare a essa puntuale attuazione: per esempio, fra i requisiti della morte medicalmente assistita, pone in alternativa alla “patologia irreversibile" di cui parla la Consulta, la “prognosi infausta", di cui invece la Consulta non parla. Ma una patologia a “prognosi infausta" non rinvia obbligatoriamente a condizioni terminali: vi sono pazienti oncologici con “prognosi infausta", ma le terapie loro praticate nei reparti di oncologia non costituiscono “accanimento terapeutico": permettono o di rendere tendenzialmente stabile la loro condizione, o comunque di guadagnare anni di vita, nella gran parte dei casi senza alterare in modo completo la qualità della vita. Altre differenze? Il ddl Bazoli non prevede come pre-requisito il ricorso alle cure palliative - ne fa cenno in termini vaghi - e non riconosce valore alla coscienza del medico che intenda sottrarsi a questa tipologia di pratiche, come la Corte impone. È dunque qualcosa di ulteriore rispetto alla sentenza, e sarebbe onesto ammetterlo».
Di fronte a questo panorama, dal punto di vista politico cosa ci si può attendere?
«Va sgombrato il campo da un equivoco. Il Parlamento non è vincolato a dare dettagliata esecuzione alla pronuncia della Consulta. Le norme sono l'esito di una valutazione politica che si svolge nelle aule di Camera e Senato: nulla formalmente impedisce di far seguire alla sentenza del 2019 una differente disciplina dell'art. 580 cod. pen., per esempio distinguendo fra la posizione di chi non ha alcun legame col paziente e coloro che invece da più tempo soffrono col paziente in virtù della costante vicinanza a lui; la seconda posizione è evidentemente diversa e tollera una sanzione meno grave, pur mantenendosi il giudizio negativo dell'ordinamento su ogni condotta di aiuto al suicidio».
Quindi?
«Niente preclude di adeguare le sanzioni alla diversità dei casi concreti, fermo restando il giudizio di disvalore verso la soppressione di una vita umana: è il senso della proposta di legge che reca come prima firma quella di Alessandro Pagano. La nuova disciplina dovrebbe poi rendere effettivo il ricorso alle cure palliative, come è richiesto dalla Consulta, con la presa in carico del paziente da parte del Servizio sanitario nazionale al fine di praticare un'appropriata terapia del dolore».
Se il combinato disposto del referendum e del ddl Bazoli finiscono per rendere la vita come un bene disponibile, cosa significa per la nostra civiltà?
«Significa questo: che ammiriamo i disabili che partecipano ai Giochi paralimpici, ma l'empatia si affievolisce se il disabile che non brilla nello sport, e quindi è meno attraente e più carico di problemi, si avvicina al cerchio di sicurezza che abbiamo tracciato attorno a noi. Prendiamo in parola l'anziano che, lasciato in compagnia della sua solitudine e della nostra indifferenza, vede accentuati i malanni dell'età e si chiede perché il Signore non lo lasci andare: ho il rimedio per te - gli rispondiamo -, che non è dedicarti qualche minuto di tempo, ma garantirti una fine indolore. Senza comprendere che quella domanda di morte esige in realtà la nostra attenzione e la nostra vicinanza vera, e retrocede se queste ci sono. Non leggiamo la disperazione del familiare che trascorre senza aiuto anni a fianco a quell'anziano, e per questo anche in tv è pronto - non sempre - a sollecitare strumenti che facciano cessare lo strazio: andrebbe allo stesso modo se avesse avuto o se avesse sostegni concreti? Referendum, sentenze e “testi unificati" sono gli strumenti di questa cultura dell'ipocrisia e dello scarto. È l'allontanamento da sé di ciò che vale, e per questo costa. È la rinuncia ad amare».
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Se la battaglia dei radicali va in porto, non sarà più considerato un reato l'uccisione del consenziente. Così chi offre un aiuto a morire non finirebbe nemmeno sotto inchiesta. Come mostra il caso esemplare di un ragazzo siciliano.Il giudice Luca Coscioni: «Si parla molto di dolce morte, ma non c'entra nulla Si usano strumenti simili per far passare la cultura dello scarto».Lo speciale contiene due articoli.La sera del 25 agosto, sulla spiaggia di Punta Grande, a metà strada tra Porto Empedocle e Realmonte, in provincia di Agrigento, un ragazzo di 26 anni, Mirko Antonio La Mendola, viene trovato senza vita. La causa del decesso: un colpo di pistola alla tempia sinistra. Il calibro 9x21 del grosso revolver Beretta non gli ha lasciato scampo. Accanto al corpo c'era l'arma che ha sparato e dalla quale, hanno accertato gli investigatori, è partito un solo colpo. Era detenuta legalmente dal ragazzo, per uso sportivo. La delusione per un concorso in polizia finito male, poi, sembrava essere il pesante movente che avrebbe permesso di chiudere subito il caso. D'altra parte i giornali avevano già titolato in modo preciso: «Non supera il concorso in polizia e si spara». Facendo esplicito riferimento al ritrovamento di un bigliettino in cui Mirko avrebbe spiegato che la scelta di togliersi la vita era proprio legata all'insoddisfazione per non essere riuscito a superare il concorso nel quale fino a qualche settimana prima aveva creduto. Per un sogno infranto, insomma. Quella che sembrava una sentenza inappellabile, però, era, forse, solo una ricostruzione troppo frettolosa. Un'incongruenza saltata fuori dalle informative ha stoppato gli investigatori e impedito che il fascicolo finisse in archivio: Mirko non era mancino. E, senza un aiuto, non avrebbe potuto spararsi alla tempia sinistra. Una chat di Whatsapp, poi, ha permesso agli inquirenti di accedere ai messaggi agghiaccianti che la vittima si era scambiata con un amico minorenne di soli 16 anni. Si è scoperto che i due avevano un piano. E che, forse, il sedicenne avrebbe aiutato l'amico più grande a togliersi la vita. Ora l'inchiesta ha preso una piega completamente diversa: si indaga per l'ipotesi di «omicidio del consenziente». Sempre se un referendum abrogativo proposto dall'associazione Luca Coscioni, che viene propagandato come una battaglia per i diritti umani e che scade a fine settembre, non spazzi via quel reato dal codice penale. Rimarrebbe in piedi, stando al referendum, solo la parte che tutela minorenni, infermi di mente e persone alle quali il consenso sia stato estorto. Gli altri, in nome dei diritti umani, saranno liberi di farsi assassinare. Anche chi non ha gravi problemi fisici e patologie legate a stati irreversibili o a dolori insopportabili. Basterebbe quindi anche solo un momento di sconforto per chiedere a qualcuno di togliere la vita senza che ciò configuri un reato. Con quel ritocco al codice penale, insomma, il minorenne che avrebbe aiutato Mirko a morire non sarebbe finito sotto inchiesta.«Eutanasia», la chiamano quelli della propaganda referendaria. Ma finché la prima parte dell'articolo 579 non verrà abrogata, «chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui», è ancora scritto nel codice penale, «è punito con la reclusione da sei a 15 anni». Esattamente la pena che rischia chi ha aiutato Mirko a morire. Questa parte dell'inchiesta sembra essere ancora in una fase poco avanzata. La chat tra i due protagonisti pare contenga frasi che farebbero riferimento al coinvolgimento del minorenne che, per via dell'età, stando alle stesse valutazioni esplicitate dei due amici, non avrebbe rischiato nulla. Non solo: Mirko avrebbe perfino detto di riuscire a comprendere la situazione, qualora l'amico non se la fosse sentita di arrivare fino in fondo. Tutti aspetti che hanno aiutato gli inquirenti a costruire la nuova ipotesi: l'omicidio del consenziente, infatti, presuppone che il consenso della vittima sia «esplicito, non equivoco e perdurante sino al momento della commissione del fatto». Mirko avrebbe quindi dovuto esprimere la sua volontà di morire in modo chiaro e convincente. I due amici, tra uno smile e l'altro, conversavano sulla morte come se stessero commentando una partita di calcio. Con una naturalezza che, stando a quanto riportano i quotidiani locali, gli investigatori pare abbiano definito «sconvolgente». L'appuntamento per quella maledetta sera del 25 agosto era in spiaggia, con qualche birra. Ma si tratta sempre di dettagli saltati fuori da Whatsapp. Per ora non ci sono celle telefoniche né testimoni che provino in modo certo la presenza del ragazzino.I magistrati della Procura per i minorenni e quelli della Procura di Agrigento, per circostanziare l'accusa, oltre a disporre uno studio balistico (che andrà a completare il quadro che emergerà dalla consulenza autoptica) e un approfondimento sulle impronte digitali da prelevare sulla pistola e poi da comparare con il sospettato, hanno dato ai carabinieri l'indicazione di verificare l'esistenza o meno di polvere da sparo sulle mani, sul corpo e sugli indumenti del giovane deceduto con un accertamento tecnico che in gergo giudiziario viene chiamato «stub». L'esito negativo, secondo gli inquirenti, avvalorerebbe a quel punto l'ipotesi che l'amico minorenne abbia sparato il colpo su richiesta della vittima. Proprio come da accordi presi in chat. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-referendum-che-dice-si-allomicidio-2655061465.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macche-eutanasia-questa-e-una-frode-da-etichetta" data-post-id="2655061465" data-published-at="1632078579" data-use-pagination="False"> Macché eutanasia. «Questa è una frode da etichetta» L'eutanasia è spesso presentata come una «dolce morte», l'atto di amore verso chi soffre. Questo è anche l'argomento principe dei promotori della proposta referendaria avanzata dall'associazione Luca Coscioni, ma il quesito solleva questioni giuridiche che a taluni fanno pensare addirittura allo sdoganamento dell'omicidio. «Siamo di fronte a una frode di etichetta», risponde Alfredo Mantovano, giudice di Cassazione e vicepresidente del Centro studi Livatino. «Viene denominato “referendum per l'eutanasia legale", ma in realtà il quesito, se approvato, renderebbe non punibile l'omicidio del consenziente, oggi sanzionato dall'art. 579 del codice penale» Ritiene troppo larghe le maglie del referendum? «Le sofferenze intollerabili e le malattie inguaribili sono fuori luogo: sono state alla base della sentenza del 2019 della Corte costituzionale sul caso Cappato, ma qui non c'entrano nulla. In un ordinamento come il nostro in cui, con ragione, sono vietati gli atti di disposizione del proprio corpo, e le deroghe sono rigorosamente disciplinate - si pensi alla donazione di un rene fra vivi -, il quesito avrebbe della formalizzazione estrema della disponibilità della vita umana, a condizione che l'altro presti il consenso alla propria uccisione». Il referendum è in attesa di passare il vaglio di ammissibilità della Corte costituzionale, che peraltro il quesito chiama in causa riferendosi alla famosa sentenza Cappato/dj Fabo, ma è corretto ricondurre la legittimità del quesito a questa sentenza? «La Consulta ha dichiarato la parziale illegittimità dell'art. 580 cod. pen., e ritiene non punibile chi agevola l'esecuzione del suicidio purché il paziente abbia fruito di cure palliative, sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, sia affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili. La norma penale di riferimento è diversa da quella sottoposta a referendum e quest'ultimo, essendo abrogativo, ignora le già discutibili condizioni stabilite dalla sentenza del 2019». Sull'eutanasia, al momento, sul tavolo ci sono due carte: non solo il referendum, ma anche il disegno di legge Bazoli. Una miscela esplosiva o una valida alternativa? «Il “testo unificato" Bazoli si discosta in più punti dalla sentenza della Corte costituzionale, pur se i suoi sostenitori affermano di voler dare a essa puntuale attuazione: per esempio, fra i requisiti della morte medicalmente assistita, pone in alternativa alla “patologia irreversibile" di cui parla la Consulta, la “prognosi infausta", di cui invece la Consulta non parla. Ma una patologia a “prognosi infausta" non rinvia obbligatoriamente a condizioni terminali: vi sono pazienti oncologici con “prognosi infausta", ma le terapie loro praticate nei reparti di oncologia non costituiscono “accanimento terapeutico": permettono o di rendere tendenzialmente stabile la loro condizione, o comunque di guadagnare anni di vita, nella gran parte dei casi senza alterare in modo completo la qualità della vita. Altre differenze? Il ddl Bazoli non prevede come pre-requisito il ricorso alle cure palliative - ne fa cenno in termini vaghi - e non riconosce valore alla coscienza del medico che intenda sottrarsi a questa tipologia di pratiche, come la Corte impone. È dunque qualcosa di ulteriore rispetto alla sentenza, e sarebbe onesto ammetterlo». Di fronte a questo panorama, dal punto di vista politico cosa ci si può attendere? «Va sgombrato il campo da un equivoco. Il Parlamento non è vincolato a dare dettagliata esecuzione alla pronuncia della Consulta. Le norme sono l'esito di una valutazione politica che si svolge nelle aule di Camera e Senato: nulla formalmente impedisce di far seguire alla sentenza del 2019 una differente disciplina dell'art. 580 cod. pen., per esempio distinguendo fra la posizione di chi non ha alcun legame col paziente e coloro che invece da più tempo soffrono col paziente in virtù della costante vicinanza a lui; la seconda posizione è evidentemente diversa e tollera una sanzione meno grave, pur mantenendosi il giudizio negativo dell'ordinamento su ogni condotta di aiuto al suicidio». Quindi? «Niente preclude di adeguare le sanzioni alla diversità dei casi concreti, fermo restando il giudizio di disvalore verso la soppressione di una vita umana: è il senso della proposta di legge che reca come prima firma quella di Alessandro Pagano. La nuova disciplina dovrebbe poi rendere effettivo il ricorso alle cure palliative, come è richiesto dalla Consulta, con la presa in carico del paziente da parte del Servizio sanitario nazionale al fine di praticare un'appropriata terapia del dolore». Se il combinato disposto del referendum e del ddl Bazoli finiscono per rendere la vita come un bene disponibile, cosa significa per la nostra civiltà? «Significa questo: che ammiriamo i disabili che partecipano ai Giochi paralimpici, ma l'empatia si affievolisce se il disabile che non brilla nello sport, e quindi è meno attraente e più carico di problemi, si avvicina al cerchio di sicurezza che abbiamo tracciato attorno a noi. Prendiamo in parola l'anziano che, lasciato in compagnia della sua solitudine e della nostra indifferenza, vede accentuati i malanni dell'età e si chiede perché il Signore non lo lasci andare: ho il rimedio per te - gli rispondiamo -, che non è dedicarti qualche minuto di tempo, ma garantirti una fine indolore. Senza comprendere che quella domanda di morte esige in realtà la nostra attenzione e la nostra vicinanza vera, e retrocede se queste ci sono. Non leggiamo la disperazione del familiare che trascorre senza aiuto anni a fianco a quell'anziano, e per questo anche in tv è pronto - non sempre - a sollecitare strumenti che facciano cessare lo strazio: andrebbe allo stesso modo se avesse avuto o se avesse sostegni concreti? Referendum, sentenze e “testi unificati" sono gli strumenti di questa cultura dell'ipocrisia e dello scarto. È l'allontanamento da sé di ciò che vale, e per questo costa. È la rinuncia ad amare».
Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
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Kaja Kallas (Getty Images)
Berlino e Parigi vorrebbero ridimensionare il servizio diplomatico Ue, Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), 5.000 dipendenti e budget di 1 miliardo d’euro l’anno, ponendolo sotto controllo della Commissione e licenziando la Kallas. Lei ha difeso il suo operato con una mail visionata dalla testata Politico e indirizzata allo staff Seae: «Rimarco quanto valore aggiunto abbiamo dato all’Europa come squadra, specie in un periodo di guerra in Europa». Guerra, quella fra Russia e Ucraina, in cui il fatto che la Kallas sia estone, assai meno disposta verso Mosca che le nazioni occidentali fondatrici dell’Ue, ostacola una trattativa.
Stando a fonti come Euractiv, la rappresentante Esteri, in colloqui a porte chiuse tenuti in Messico fra 20 e 22 maggio, ha paragonato Israele al Sudafrica dell’apartheid per la «politica razzista di Israele verso i palestinesi». Ma la reazione ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha nulla a che fare con un regime legislativo che fino al 1990 segregò i neri sudafricani. Che poi Israele e Sudafrica siano stati in passato vicini, ma per altre ragioni, come sviluppare insieme un programma nucleare, quando anche Pretoria inseguiva la «Bomba», ma a differenza di Tel Aviv vi rinunciò, sfociato nell’esplosione atomica sull’Oceano Indiano del 1979, è tutt’altra faccenda.
Ieri, presenziando a Parigi per la conferenza «Paris Call for the Two-State Solution, Peace and Regional Security», sulla pace israelo-palestinese, ha ribadito che «la soluzione a due Stati è l’unica via». La soluzione a due Stati è anche l’auspicio ufficiale del governo italiano e di altri governi occidentali. Anche le critiche ai coloni ebrei violenti in Cisgiordania, che la Kallas ha annunciato in agenda al vertice di lunedì dei ministri degli Esteri dell’Ue, son legittime. Ma dire che Israele applica un’apartheid è una gaffe fuori luogo. Non solo.
Il 28 maggio, al vertice dei ministri degli Esteri Ue a Limassol, a Cipro, Kallas ha incrinato i rapporti Bruxelles-Washington sostenendo che, a causa dei bombardamenti russi su Kiev, «i diplomatici americani se ne sono andati, quelli europei sono rimasti».
Non era vero, i diplomatici Usa sono rimasti a Kiev. Fonti Ue commentano: «Errori inaccettabili per un capo della politica estera Ue. Se un ministro degli Esteri nazionale dice cose non sagge e non diplomatiche, può essere ripreso dal suo primo ministro. Nel sistema Ue non funziona così. E Kallas parla a nome di 27 Stati membri». Ieri ha cercato di smorzare i toni la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, secondo cui Kallas e Seae avrebbero «l’appoggio della presidente Von der Leyen», ma può essere una cortina per celare dibattiti a porte chiuse.
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