Il raid Usa su Soleimani decapita i Pasdaran e frena l’espansionismo iraniano
  • Il capo delle forze d’élite era la mente delle operazioni degli sciiti in Medio Oriente. Mike Pompeo: «Il generale preparava un attacco, abbiamo salvato vite americane».
  • In migliaia protestano a Teheran, l’esercito giura vendetta. Washington annuncia l’invio di altri 3.500 soldati. Israele approva il blitz: «Autodifesa». Critiche dalla Russia, Emmanuel Macron incontrerà i rappresentanti dell’area.
  • All’Italia serve una diplomazia, ma Luigi Di Maio, anziché agli Esteri, pensa a Gian Luigi Paragone e al M5s, che gli si sta sbriciolando tra le mani.

Lo speciale contiene tre articoli.

Non era in missione. Era la missione, Qassem Soleimani, capo della divisione Qods dei Guardiani della rivoluzione iraniani, ucciso ieri dagli Stati Uniti in Iraq.

A tracciarne questo ritratto è Kim Ghattas, in una biografia di prossima pubblicazione. Era il signore dell’unità d’élite dei Pasdaran, l’uomo incaricato di alimentare ed espandere la rivoluzione islamica per conto dell’ayatollah Ali Khamenei, a cui rispondeva direttamente. Siria, Libano, Yemen e Iraq, i Paesi in cui il suo ruolo é stato cruciale per il regime di Teheran negli ultimi 20 anni. Soleimani, che il quotidiano britannico Times aveva inserito tra i venti volti del 2020 assieme a Giorgia Meloni, definendolo il «Machiavelli del Medio Oriente», è sempre rimasto nell’ombra, avvolto dal mistero e dall’oscurità dalla quale tesseva le sue trame e operava. Di nascosto, come nel caso della Siria, dove ha organizzato operazioni clandestine per reprimere il dissenso e salvare il regime di Bashar Al Assad. Era ritenuto, e probabilmente si riteneva anche lui stesso, un intoccabile. Pare che sia gli ex presidenti statunitensi George W. Bush e Barack Obama, sia il Mossad, abbiano in passato escluso il suo assassinio, temendo la reazione iraniana e riconoscendo a Soleimani un ruolo nella lotta allo Stato islamico e ad Al Qaeda.

Ma quell’immunità è saltata negli ultimi mesi. Proprio da quando alla Casa Bianca c’è stato un cambio a livello di consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Donald Trump: fuori il falco John Bolton, dentro Robert O’Brien, esperto in crisi di ostaggi. Si pensava che l’intesa tra Washington e Teheran fosse quindi più vicina. Anche perché il presidente Trump, a giugno, aveva bloccato una rappresaglia missilistica, dopo che l’Iran aveva abbattuto un drone. E in più occasioni aveva offerto un vertice al leader iraniano Hassan Rouhani.

Ma lo spazio per la diplomazia si è chiuso in fretta. La comunità internazionale, in primis l’Europa, ha ignorato gli appelli giunti dal dipartimento di Stato sulla corsa iraniana alla bomba atomica. E a quel punto è stato impossibile per la Casa Bianca e per Foggy Bottom frenare la frangia più dura del Partito repubblicano, forte delle informazioni dell’intelligence che hanno dimostrato il ruolo di Soleimani nella distruzione delle raffinerie saudite, negli attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz e perfino nell’assedio del 31 dicembre scorso all’ambasciata statunitense a Baghdad, in Iraq. A cui il presidente Trump aveva risposto puntando il dito l’Iran: «Difenderemo i nostri cittadini. Questo non è un avvertimento, è una minaccia». Così, non appena il generale ha tentato di uscire dall’ombra, Washington ha colpito.

Il generale aveva ceduto perfino ai social network. Nel novembre del 2018 il presidente Trump aveva pubblicato su Twitter il messaggio «Le sanzioni stanno arrivando» con un’immagine sullo stile dei poster della serie tv Il trono di spade. E via Instagram Soleimani rispose, replicando la scelta grafica, «Mi ergerò contro di te».

Ha provato a godersi i successi, ma Trump l’ha abbattuto colpendo con l’arma più amata dagli Stati Uniti dopo Obama: il drone. I cui missili ieri notte hanno colpito i due veicoli su cui si stava muovendo, nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Un convoglio davvero ridotto, che conferma la sensazione che Soleimani si sentisse al sicuro in Iraq, da cui era arrivato attorno alla mezzanotte in aereo dalla Siria o dal Libano. Assieme a lui è stato ucciso anche Abu Mahdi Al Mohandes, vicecomandante delle milizie irachene filoiraniane Pmu. Una morte che secondo l’esperto Ranj Alaaldin, della Brookings institution, avrà effetti nella regione maggiori di quella di Osama Bin Laden.

La spiegazione dal raid è in un tweet del segretario di Stato americano Mike Pompeo: «Gli Stati Uniti restano impegnati nella de-escalation». Il che per Washington significa contenere l’influenza dell’Iran all’estero. Soleimani, secondo Pompeo, che ha citato fonti di intelligence, preparava un attacco contro gli interessi Usa. Il radi, dunque, «ha salvato vite americane».

Sembra quindi suonata l’ora dei falchi a Washington, ma anche a Teheran. I primi avranno a che fare con i dubbi sul piano del diritto internazionale dell’uccisione di Soleimani e la polemica innescata dalla sinistra. Contro Trump si sono schierati il candidato democratico Joe Biden, già vice di Obama, e la speaker della Camera, Nancy Pelosi. Quest’ultima ha dichiarato: «Non possiamo mettere a rischio le vite dei nostri funzionari, dei nostri diplomatici, con queste provocazioni sproporzionate». Intanto, Washington ha invitato i suoi cittadini a lasciare l’Iraq.

Ma è proprio la reazione che la Casa Bianca dovrà fronteggiare la prima preoccupazione dei secondi. Javad Zarif, ministro degli Esteri del governo «riformista» di Rouhani, ha parlato di «atto di terrorismo internazionale». La Guida suprema Khamenei ha indetto tre giorni di lutto nazionale e giurato vendetta contro gli Stati Uniti e Israele. Il presidente Rouhani, che ha nominato Esmail Qaani nuovo capo della divisione Qods, ha definito gli Stati Uniti un «regime aggressivo». E un alto ufficiale dell’élite dei Pasdaran, Mohammad Reza Naghdi, ha giurato che la vendetta sarà sanguinosissima: ha detto che gli Stati Uniti «devono ritirare le loro forze o cominciare a comprare bare per i loro soldati» e ha puntato il dito, anche lui, contro il «regime sionista», cioè Israele.

Il presidente Trump ha dalla sua parte, per evitare l’escalation, alcuni elementi: il regime schiacciato dalle proteste e l’agenda elettorale iraniana. A febbraio si vota e se i «riformisti» di Rouhani non riusciranno a riprendere la via diplomatica per l’accordo nucleare, sarà facile che gli eredi di Mahmud Ahmadinejad riconquistare il potere sulla scia dell’uccisione di Soleimani, riportando le lancette delle relazioni tra Teheran e Washington al pre Obama.

Forse, più che della rappresaglia di un Paese in crisi, ridimensionato dalla perdita del suo numero due e con più da perdere che da guadagnare da una guerra, gli Stati Uniti dovrebbero preoccuparsi delle mire cinesi. Infatti, dopo il raid Pechino ha puntato il dito contro Washington e, dicendosi «fortemente preoccupata», appare pronta a soccorrere Teheran.


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