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2019-04-17
Il primo allarme antincendio è scattato inutilmente. Si indaga per rogo colposo
Ansa
Il giorno dopo la catastrofe che ha distrutto il tetto della cattedrale di Notre Dame di Parigi, è il momento di iniziare a fare chiarezza sull'accaduto. Istituzioni civili, religiose e semplici cittadini si chiedono se si poteva evitare tutto ciò.
Una prima risposta (provvisoria) è arrivata ieri da Rémy Heitz, procuratore capo della capitale francese che ha dichiarato alla stampa che, lunedì sera, sono stati dati due allarmi: «Il primo alle 18.20, ma non è stato trovato alcun principio d'incendio» e «il secondo alle 18.43 e solo allora sono intervenuti» i pompieri, evacuando la cattedrale. Heitz ha chiarito subito che l'inchiesta, aperta per «danneggiamento colposo», sarà «lunga e complessa» e ha indicato che le cause accidentali sono l'ipotesi presa maggiormente in considerazione. Ma al di là delle questioni di procedura, la notizia del primo allarme inascoltato lascia perplessi. Anche perché, tra i due segnali di pericolo, sono rimaste ancora persone nella cattedrale. Lo sostiene il blog cattolico Raisongarder.com, curato da Hélène Bodénez, che ha raccolto le testimonianze di una donna che lunedi sera partecipava alla messa iniziata alle 18:15, come indica ancora il sito Web della cattedrale. La donna, della quale non viene citato il nome, ha raccontato che il celebrante «padre Georges Carrau non ha avuto il tempo di continuare la sua omelia quando una sorta di allarme ha fatto scattare una sirena e una voce molto forte che ripeteva un messaggio in più lingue ma che non si riusciva a sentire». Poi la donna ha spiegato che «attorno alle 18:35, la vigilanza è arrivata e ha fatto evacuare tutti. Anche i fedeli presenti alla messa». In seguito - secondo la testimone - è accaduto qualcosa che ha dell'incredibile. Una volta all'esterno di Notre Dame «non sapevamo cosa accadesse e questo valeva anche per la vigilanza», che successivamente ha chiuso i cancelli dell'edificio di culto. Ma ecco che «mentre i turisti non potevano più entrare, alcuni fedeli, tra cui c'ero anch'io», continua la donna, «sono stati autorizzati a rientrare per raggiungere il sacerdote e continuare la messa interrotta». Da questa ricostruzione sembra che tra il primo e il secondo allarme delle persone siano rimaste all'interno della cattedrale, perché la testimone citata dal blog ha detto di aver notato, al rientro nella chiesa, «delle persone dietro e attorno all'altare che si agitavano rumorosamente in una cattedrale ormai vuota e silenziosa». Pochi minuti dopo, una nuova interruzione: «Abbiamo sentito urla che ci intimavano di uscire. Abbiamo eseguito l'ordine immediatamente e ci siamo ritrovati nuovamente di fuori» e spefica che «erano circa le 18:50».
In una città che è stata vittima di sanguinosi attentati, che è al centro della protesta popolare dei gilet gialli, riuniti ogni settimana nelle strade, è davvero stato ignorato un allarme a Notre Dame? Perché è stato permesso a dei fedeli di rientrare? Gli inquirenti cercheranno di fornire risposte. Nel frattempo hanno iniziato a circolare alcune ipotesi riguardo l'origine dell'incendio. Intervenendo sul canale Lci, il capo architetto di Notre Dame, Benjamin Mouton, ha detto che il fuoco si è prodotto laddove non c'erano i lavori. Ma la sua opinione è molto criticata. Tuttavia, anche secondo altri esperti non bisogna escludere nessuna pista. Ad esempio per Serge Delhaye, esperto giudiziario specializzato nella prevenzione degli incendi, in questo caso «c'è una concordanza di fatti e di tempi. Ma non bisogna chiudere altre strade, come quelle di possibili cortocircuiti o mozziconi dimenticati». Un'altra possibile causa dell'incendio evocata è quella della pirolisi. In pratica del legno secco, come quello delle travi del tetto di Notre Dame, se ricoperto di metallo può riscaldarsi, ad esempio a causa di saldature. La combustione inizia all'interno del legno ma la si può constatare solo dopo che ha iniziato a prodursi fumo. Purtroppo però, in questi casi, ormai è troppo tardi. Di questa possibile causa ha parlato Jean-Michel Piedallu - segretario generale del sindacato dei pompieri professionisti - intervistato da Sud Radio.
Tornando all'inchiesta, ieri gli investigatori avevano già iniziato a sentire i dipendenti della società Europe Echaffaudage, che ha installato le impalcature. Un suo rappresentante, Julien Le Bras, ha dichiarato alla stampa che «all'inizio dell'incendio nessuno dei dipendenti era presente. Tutte le procedure di sicurezza sono state rispettate».
Sul fronte politico, si è assistito alla formazione di una sorta di unione nazionale, interrotta solo da Nicolas Dupont Aignan, leader del piccolo partito sovranista Debout La France, che ha chiesto l'apertura di una commissione d'inchiesta. Il governo ha annunciato che il Consiglio dei ministri di oggi sarà interamente dedicato a Notre Dame. Questo anche perché, come ha dichiarato Franck Riester - il ministro della Cultura francese - «ci vorrà tanto tempo e bilanci molto importanti» per restaurare la cattedrale parigina. Alcuni esperti hanno stimato che il restauro completo richiederà dai 10 ai 15 anni.
Nell'attesa di iniziare la ricostruzione della chiesa madre della capitale francese l'arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, in un messaggio pubblicato sul sito della diocesi ha invitato tutti i fedeli parigini alla messa crismale di oggi nella chiesa di Saint Sulpice. Questo per «manifestare la nostra unità, il nostro fervore e la nostra fiducia nell'avvenire. Sappiamo che non dovremo ricostruire solo la nostra cattedrale ma anche la nostra Chiesa, il cui viso è molto ferito».
In serata anche il presidente, Emmanuel Macron, ha voluto tenere il suo secondo discorso sul rogo della cattedrale: «Dopo ogni caduta ci siamo sempre rialzati», ha dichiarato alla nazione dal suo studio. «Ciò che credevamo indistruttibile può essere colpito. Ma noi siamo un popolo di costruttori e ricostruiremo Notre Dame entro 5 anni. Sarà ancora più bella di prima. E sarà il frutto di un progetto u mano, un'occasione per unirci».
L’impresa nell’occhio del ciclone aveva già restaurato Versailles
La Procura di Parigi indaga per «distruzione involontaria a mezzo di incendio». In altre parole, sotto accusa per il tragico rogo di Notre Dame è finita l'impresa incaricata della ristrutturazione della cattedrale, infatti le fiamme sono scaturite dalle impalcature montate per i lavori di restauro. Come si siano sviluppate è tutto da chiarire, anche perché a quell'ora il cantiere ufficialmente era chiuso e non avrebbero dovuto esserci operai presenti. Comunque si tratterebbe di un incidente e al momento è stata esclusa la pista dolosa.
La società incaricata della ristrutturazione, e che aveva la responsabilità del cantiere, si chiama Socra, di Marsac sur l'Isle in Dordogne, molto conosciuta anche a livello internazionale. Sono loro che hanno restaurato la fontana di Place della Concorde a Parigi, la cattedrale di Bordeaux, la reggia di Versailles, la facciata occidentale della cattedrale di Angers, l'arcangelo di Mont Saint Michel. Si tratta di una «società per azioni semplificata», quindi non quotata in Borsa, fondata nel 1963 da Claude Bassier e diretta da lui medesimo fino al 1994 e poi dalla sua famiglia che la cedette alla Vinci, colosso multinazionale delle costruzioni e dell'energia. Nell'ottobre 2018, quindi sei mesi fa, è stata acquisita dal Gruppo Mériguet, specializzato nelle decorazioni di lusso. Conta 35 dipendenti e ha un giro d'affari annuo intorno ai 3 milioni di euro. Il curriculum della Socra dovrebbe essere una garanzia: in oltre 50 anni d'esperienza nella conservazione del patrimonio artistico non si registrano incidenti o inchieste giudiziarie. La loro reputazione, presso gli esperti del settore, è altissima.
Eppure lunedì sera a Notre Dame qualcosa non ha funzionato. Forse una distrazione, l'ipotesi più accreditata è quella di un focolaio causato da lavori di saldatura sul telaio in legno. La ristrutturazione, iniziata mesi fa, era necessaria per far fronte ai danni sempre più gravi portati dalle piogge e dallo smog a una struttura vecchia di 856 anni a cui il restauro del 1844, con l'utilizzo di pietre di bassa qualità e cemento, non aveva portato i benefici sperati. Con i nuovi interventi si sarebbe dovuto sostituire il piombo del tetto e restaurare le grandi statue di rame collocate, un secolo e mezzo fa, a un'altezza di 120 metri, proprio la quota a cui è divampato il fuoco. Una situazione difficilissima da affrontare per i pompieri. Le opere erano stati rimosse con un'enorme gru giovedì scorso: un'operazione complessa, durata circa 10 ore, durante le quali le statue di Gesù, dei dodici apostoli e i simboli degli evangelisti (ognuna alta tre metri e 250 chili di peso) sono state prima «decapitate» e poi sospese dalla gru alla base del collo. Ora si trovano nei laboratori di Socra a Marsac sur l'Isle. Sono opera dell'architetto Geoffroy Dechaume, che si è raffigurato con le sembianze di San Tommaso, il patrono degli architetti. La rimozione delle statue (che avrebbero dovuto tornare al loro posto entro il 2022) rientrava nel vasto cantiere di ristrutturazione della guglia, crollata dopo un'ora e quindici minuti circa dall'inizio dell'incendio.
Da Socra, in attesa che si pronunci la magistratura, non giungono commenti. L'unico a parlare è Patrick Palem, direttore della società che però non entra nelle cause del rogo, ma parla del recupero della cattedrale: «Ora la priorità è un progetto su vasta scala, che potrebbe richiedere tra i quindici e i vent'anni, probabilmente per un costo di diverse centinaia di milioni di euro». Il resto dovrà presto spiegarlo ai giudici di Parigi.
Il web saluta la cattedrale utilizzando un modellino in tre dimensioni creato per un videogioco
Un videogioco per ricostruire Notre-Dame. A ventiquattro ore dall'incendio che a Parigi ne ha eroso la cattedrale simbolo, portandosi via, insieme alla guglia ottocentesca che per secoli l'ha sovrastata, il transetto, la copertura della navata e il coro, la questione più urgente è data dalla ricostruzione di Notre-Dame. Emmanuel Macron l'ha promessa. Il comune di Parigi ha stanziato un contributo di 50 milioni di euro. Ma capire come rimettere in piedi quel che la storia ha costruito non è cosa semplice. Notre-Dame non è il frutto lineare della mente di un solo architetto, ma il prodotto di rimaneggiamenti successivi l'uno all'altro. Rimaneggiamenti che Assassin's Creed, a suo tempo, si era premurato di annotare con minuzia.
Il videogame della Ubisoft, che di recente è stato portato al cinema in una pellicola con Michael Fassbender, è un gioco a tema. Uno di quelli che, di edizione in edizione, porta i propri utenti alla scoperta di un universo diverso, legato al precedente da un denominatore comune. Nel caso degli Assassin's Creed, questo è la storia. La saga, infatti, è ambientata in epoche e luoghi diversi tra loro, utili per chi giochi a mettere in scena la battaglia eterna tra la Confraternita degli Assassini e l'Ordine Templare. Negli anni, Assassin's Creed ha trasportato i propri utenti alla scoperta del mondo. E, nel 2014, li ha catapultati a Parigi.
Il gioco, chiamato Assassin's Creed Unit, è stato ambientato durante la Rivoluzione francese, quando Notre-Dame, ancora, non presentava l'aspetto odierno. La cattedrale, all'epoca, non aveva vetrate colorate né pinnacoli e le statue della facciata, insieme alla guglia sottilissima che tecnicismi vogliono si chiami flèche, furono distrutte. Tuttavia, la Ubisoft, casa produttrice di Assassin's Creed, nel riprodurre Notre-Dame per il proprio videogioco ha scelto di attenersi all'ultima versione della cattedrale, quella moderna.
Ci sono voluti due anni e mezzo perché la senior artist Caroline Miousse terminasse la propria opera: un modello 3D, identico fin nei più piccoli dettagli alla Notre-Dame originale. Quel modello, che oggi diversi utenti stanno condividendo sui propri profili Twitter per dare un ultimo saluto alla cattedrale francese, avrebbe dovuto rappresentare uno svago. Il terreno di gioco di clienti affezionati. Ma, a seguito dell'incendio, potrebbe trasformarsi in altro: in una guida tridimensionale, capace di condurre a buon fine i lavori di ristrutturazione della cattedrale parigiana, patrimonio dell'Unesco dal 1991.
Continua a leggereRiduci
C'era stata un'allerta iniziale, però i fedeli hanno addirittura potuto tornare a messa. L'ipotesi è che sia nato tutto da una saldatura. Emmanuell Macron: «Ricostruiremo in 5 anni».L'impresa nell'occhio del ciclone aveva già restaurato Versailles. La Socra è famosa a livello globale e non aveva mai avuto incidenti seri. Ora è inquisita.Il web saluta la cattedrale postando sui social immagini della ricostruzione in tre dimensioni dell'opera architettonica che, nel 2014, era stata set per il videogame Assassin's Creed. Lo speciale comprende tre articoli. Il giorno dopo la catastrofe che ha distrutto il tetto della cattedrale di Notre Dame di Parigi, è il momento di iniziare a fare chiarezza sull'accaduto. Istituzioni civili, religiose e semplici cittadini si chiedono se si poteva evitare tutto ciò.Una prima risposta (provvisoria) è arrivata ieri da Rémy Heitz, procuratore capo della capitale francese che ha dichiarato alla stampa che, lunedì sera, sono stati dati due allarmi: «Il primo alle 18.20, ma non è stato trovato alcun principio d'incendio» e «il secondo alle 18.43 e solo allora sono intervenuti» i pompieri, evacuando la cattedrale. Heitz ha chiarito subito che l'inchiesta, aperta per «danneggiamento colposo», sarà «lunga e complessa» e ha indicato che le cause accidentali sono l'ipotesi presa maggiormente in considerazione. Ma al di là delle questioni di procedura, la notizia del primo allarme inascoltato lascia perplessi. Anche perché, tra i due segnali di pericolo, sono rimaste ancora persone nella cattedrale. Lo sostiene il blog cattolico Raisongarder.com, curato da Hélène Bodénez, che ha raccolto le testimonianze di una donna che lunedi sera partecipava alla messa iniziata alle 18:15, come indica ancora il sito Web della cattedrale. La donna, della quale non viene citato il nome, ha raccontato che il celebrante «padre Georges Carrau non ha avuto il tempo di continuare la sua omelia quando una sorta di allarme ha fatto scattare una sirena e una voce molto forte che ripeteva un messaggio in più lingue ma che non si riusciva a sentire». Poi la donna ha spiegato che «attorno alle 18:35, la vigilanza è arrivata e ha fatto evacuare tutti. Anche i fedeli presenti alla messa». In seguito - secondo la testimone - è accaduto qualcosa che ha dell'incredibile. Una volta all'esterno di Notre Dame «non sapevamo cosa accadesse e questo valeva anche per la vigilanza», che successivamente ha chiuso i cancelli dell'edificio di culto. Ma ecco che «mentre i turisti non potevano più entrare, alcuni fedeli, tra cui c'ero anch'io», continua la donna, «sono stati autorizzati a rientrare per raggiungere il sacerdote e continuare la messa interrotta». Da questa ricostruzione sembra che tra il primo e il secondo allarme delle persone siano rimaste all'interno della cattedrale, perché la testimone citata dal blog ha detto di aver notato, al rientro nella chiesa, «delle persone dietro e attorno all'altare che si agitavano rumorosamente in una cattedrale ormai vuota e silenziosa». Pochi minuti dopo, una nuova interruzione: «Abbiamo sentito urla che ci intimavano di uscire. Abbiamo eseguito l'ordine immediatamente e ci siamo ritrovati nuovamente di fuori» e spefica che «erano circa le 18:50». In una città che è stata vittima di sanguinosi attentati, che è al centro della protesta popolare dei gilet gialli, riuniti ogni settimana nelle strade, è davvero stato ignorato un allarme a Notre Dame? Perché è stato permesso a dei fedeli di rientrare? Gli inquirenti cercheranno di fornire risposte. Nel frattempo hanno iniziato a circolare alcune ipotesi riguardo l'origine dell'incendio. Intervenendo sul canale Lci, il capo architetto di Notre Dame, Benjamin Mouton, ha detto che il fuoco si è prodotto laddove non c'erano i lavori. Ma la sua opinione è molto criticata. Tuttavia, anche secondo altri esperti non bisogna escludere nessuna pista. Ad esempio per Serge Delhaye, esperto giudiziario specializzato nella prevenzione degli incendi, in questo caso «c'è una concordanza di fatti e di tempi. Ma non bisogna chiudere altre strade, come quelle di possibili cortocircuiti o mozziconi dimenticati». Un'altra possibile causa dell'incendio evocata è quella della pirolisi. In pratica del legno secco, come quello delle travi del tetto di Notre Dame, se ricoperto di metallo può riscaldarsi, ad esempio a causa di saldature. La combustione inizia all'interno del legno ma la si può constatare solo dopo che ha iniziato a prodursi fumo. Purtroppo però, in questi casi, ormai è troppo tardi. Di questa possibile causa ha parlato Jean-Michel Piedallu - segretario generale del sindacato dei pompieri professionisti - intervistato da Sud Radio.Tornando all'inchiesta, ieri gli investigatori avevano già iniziato a sentire i dipendenti della società Europe Echaffaudage, che ha installato le impalcature. Un suo rappresentante, Julien Le Bras, ha dichiarato alla stampa che «all'inizio dell'incendio nessuno dei dipendenti era presente. Tutte le procedure di sicurezza sono state rispettate».Sul fronte politico, si è assistito alla formazione di una sorta di unione nazionale, interrotta solo da Nicolas Dupont Aignan, leader del piccolo partito sovranista Debout La France, che ha chiesto l'apertura di una commissione d'inchiesta. Il governo ha annunciato che il Consiglio dei ministri di oggi sarà interamente dedicato a Notre Dame. Questo anche perché, come ha dichiarato Franck Riester - il ministro della Cultura francese - «ci vorrà tanto tempo e bilanci molto importanti» per restaurare la cattedrale parigina. Alcuni esperti hanno stimato che il restauro completo richiederà dai 10 ai 15 anni.Nell'attesa di iniziare la ricostruzione della chiesa madre della capitale francese l'arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, in un messaggio pubblicato sul sito della diocesi ha invitato tutti i fedeli parigini alla messa crismale di oggi nella chiesa di Saint Sulpice. Questo per «manifestare la nostra unità, il nostro fervore e la nostra fiducia nell'avvenire. Sappiamo che non dovremo ricostruire solo la nostra cattedrale ma anche la nostra Chiesa, il cui viso è molto ferito». In serata anche il presidente, Emmanuel Macron, ha voluto tenere il suo secondo discorso sul rogo della cattedrale: «Dopo ogni caduta ci siamo sempre rialzati», ha dichiarato alla nazione dal suo studio. «Ciò che credevamo indistruttibile può essere colpito. Ma noi siamo un popolo di costruttori e ricostruiremo Notre Dame entro 5 anni. Sarà ancora più bella di prima. E sarà il frutto di un progetto u mano, un'occasione per unirci». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-primo-allarme-antincendio-e-scattato-inutilmente-si-indaga-per-rogo-colposo-2634798818.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="limpresa-nellocchio-del-ciclone-aveva-gia-restaurato-versailles" data-post-id="2634798818" data-published-at="1774135283" data-use-pagination="False"> L’impresa nell’occhio del ciclone aveva già restaurato Versailles La Procura di Parigi indaga per «distruzione involontaria a mezzo di incendio». In altre parole, sotto accusa per il tragico rogo di Notre Dame è finita l'impresa incaricata della ristrutturazione della cattedrale, infatti le fiamme sono scaturite dalle impalcature montate per i lavori di restauro. Come si siano sviluppate è tutto da chiarire, anche perché a quell'ora il cantiere ufficialmente era chiuso e non avrebbero dovuto esserci operai presenti. Comunque si tratterebbe di un incidente e al momento è stata esclusa la pista dolosa. La società incaricata della ristrutturazione, e che aveva la responsabilità del cantiere, si chiama Socra, di Marsac sur l'Isle in Dordogne, molto conosciuta anche a livello internazionale. Sono loro che hanno restaurato la fontana di Place della Concorde a Parigi, la cattedrale di Bordeaux, la reggia di Versailles, la facciata occidentale della cattedrale di Angers, l'arcangelo di Mont Saint Michel. Si tratta di una «società per azioni semplificata», quindi non quotata in Borsa, fondata nel 1963 da Claude Bassier e diretta da lui medesimo fino al 1994 e poi dalla sua famiglia che la cedette alla Vinci, colosso multinazionale delle costruzioni e dell'energia. Nell'ottobre 2018, quindi sei mesi fa, è stata acquisita dal Gruppo Mériguet, specializzato nelle decorazioni di lusso. Conta 35 dipendenti e ha un giro d'affari annuo intorno ai 3 milioni di euro. Il curriculum della Socra dovrebbe essere una garanzia: in oltre 50 anni d'esperienza nella conservazione del patrimonio artistico non si registrano incidenti o inchieste giudiziarie. La loro reputazione, presso gli esperti del settore, è altissima. Eppure lunedì sera a Notre Dame qualcosa non ha funzionato. Forse una distrazione, l'ipotesi più accreditata è quella di un focolaio causato da lavori di saldatura sul telaio in legno. La ristrutturazione, iniziata mesi fa, era necessaria per far fronte ai danni sempre più gravi portati dalle piogge e dallo smog a una struttura vecchia di 856 anni a cui il restauro del 1844, con l'utilizzo di pietre di bassa qualità e cemento, non aveva portato i benefici sperati. Con i nuovi interventi si sarebbe dovuto sostituire il piombo del tetto e restaurare le grandi statue di rame collocate, un secolo e mezzo fa, a un'altezza di 120 metri, proprio la quota a cui è divampato il fuoco. Una situazione difficilissima da affrontare per i pompieri. Le opere erano stati rimosse con un'enorme gru giovedì scorso: un'operazione complessa, durata circa 10 ore, durante le quali le statue di Gesù, dei dodici apostoli e i simboli degli evangelisti (ognuna alta tre metri e 250 chili di peso) sono state prima «decapitate» e poi sospese dalla gru alla base del collo. Ora si trovano nei laboratori di Socra a Marsac sur l'Isle. Sono opera dell'architetto Geoffroy Dechaume, che si è raffigurato con le sembianze di San Tommaso, il patrono degli architetti. La rimozione delle statue (che avrebbero dovuto tornare al loro posto entro il 2022) rientrava nel vasto cantiere di ristrutturazione della guglia, crollata dopo un'ora e quindici minuti circa dall'inizio dell'incendio. Da Socra, in attesa che si pronunci la magistratura, non giungono commenti. L'unico a parlare è Patrick Palem, direttore della società che però non entra nelle cause del rogo, ma parla del recupero della cattedrale: «Ora la priorità è un progetto su vasta scala, che potrebbe richiedere tra i quindici e i vent'anni, probabilmente per un costo di diverse centinaia di milioni di euro». Il resto dovrà presto spiegarlo ai giudici di Parigi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-primo-allarme-antincendio-e-scattato-inutilmente-si-indaga-per-rogo-colposo-2634798818.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-web-saluta-la-cattedrale-utilizzando-un-modellino-in-tre-dimensioni-creato-per-un-videogioco" data-post-id="2634798818" data-published-at="1774135283" data-use-pagination="False"> Il web saluta la cattedrale utilizzando un modellino in tre dimensioni creato per un videogioco Un videogioco per ricostruire Notre-Dame. A ventiquattro ore dall'incendio che a Parigi ne ha eroso la cattedrale simbolo, portandosi via, insieme alla guglia ottocentesca che per secoli l'ha sovrastata, il transetto, la copertura della navata e il coro, la questione più urgente è data dalla ricostruzione di Notre-Dame. Emmanuel Macron l'ha promessa. Il comune di Parigi ha stanziato un contributo di 50 milioni di euro. Ma capire come rimettere in piedi quel che la storia ha costruito non è cosa semplice. Notre-Dame non è il frutto lineare della mente di un solo architetto, ma il prodotto di rimaneggiamenti successivi l'uno all'altro. Rimaneggiamenti che Assassin's Creed, a suo tempo, si era premurato di annotare con minuzia.Il videogame della Ubisoft, che di recente è stato portato al cinema in una pellicola con Michael Fassbender, è un gioco a tema. Uno di quelli che, di edizione in edizione, porta i propri utenti alla scoperta di un universo diverso, legato al precedente da un denominatore comune. Nel caso degli Assassin's Creed, questo è la storia. La saga, infatti, è ambientata in epoche e luoghi diversi tra loro, utili per chi giochi a mettere in scena la battaglia eterna tra la Confraternita degli Assassini e l'Ordine Templare. Negli anni, Assassin's Creed ha trasportato i propri utenti alla scoperta del mondo. E, nel 2014, li ha catapultati a Parigi.Il gioco, chiamato Assassin's Creed Unit, è stato ambientato durante la Rivoluzione francese, quando Notre-Dame, ancora, non presentava l'aspetto odierno. La cattedrale, all'epoca, non aveva vetrate colorate né pinnacoli e le statue della facciata, insieme alla guglia sottilissima che tecnicismi vogliono si chiami flèche, furono distrutte. Tuttavia, la Ubisoft, casa produttrice di Assassin's Creed, nel riprodurre Notre-Dame per il proprio videogioco ha scelto di attenersi all'ultima versione della cattedrale, quella moderna.Ci sono voluti due anni e mezzo perché la senior artist Caroline Miousse terminasse la propria opera: un modello 3D, identico fin nei più piccoli dettagli alla Notre-Dame originale. Quel modello, che oggi diversi utenti stanno condividendo sui propri profili Twitter per dare un ultimo saluto alla cattedrale francese, avrebbe dovuto rappresentare uno svago. Il terreno di gioco di clienti affezionati. Ma, a seguito dell'incendio, potrebbe trasformarsi in altro: in una guida tridimensionale, capace di condurre a buon fine i lavori di ristrutturazione della cattedrale parigiana, patrimonio dell'Unesco dal 1991.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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