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2019-04-17
Il primo allarme antincendio è scattato inutilmente. Si indaga per rogo colposo
Ansa
Il giorno dopo la catastrofe che ha distrutto il tetto della cattedrale di Notre Dame di Parigi, è il momento di iniziare a fare chiarezza sull'accaduto. Istituzioni civili, religiose e semplici cittadini si chiedono se si poteva evitare tutto ciò.
Una prima risposta (provvisoria) è arrivata ieri da Rémy Heitz, procuratore capo della capitale francese che ha dichiarato alla stampa che, lunedì sera, sono stati dati due allarmi: «Il primo alle 18.20, ma non è stato trovato alcun principio d'incendio» e «il secondo alle 18.43 e solo allora sono intervenuti» i pompieri, evacuando la cattedrale. Heitz ha chiarito subito che l'inchiesta, aperta per «danneggiamento colposo», sarà «lunga e complessa» e ha indicato che le cause accidentali sono l'ipotesi presa maggiormente in considerazione. Ma al di là delle questioni di procedura, la notizia del primo allarme inascoltato lascia perplessi. Anche perché, tra i due segnali di pericolo, sono rimaste ancora persone nella cattedrale. Lo sostiene il blog cattolico Raisongarder.com, curato da Hélène Bodénez, che ha raccolto le testimonianze di una donna che lunedi sera partecipava alla messa iniziata alle 18:15, come indica ancora il sito Web della cattedrale. La donna, della quale non viene citato il nome, ha raccontato che il celebrante «padre Georges Carrau non ha avuto il tempo di continuare la sua omelia quando una sorta di allarme ha fatto scattare una sirena e una voce molto forte che ripeteva un messaggio in più lingue ma che non si riusciva a sentire». Poi la donna ha spiegato che «attorno alle 18:35, la vigilanza è arrivata e ha fatto evacuare tutti. Anche i fedeli presenti alla messa». In seguito - secondo la testimone - è accaduto qualcosa che ha dell'incredibile. Una volta all'esterno di Notre Dame «non sapevamo cosa accadesse e questo valeva anche per la vigilanza», che successivamente ha chiuso i cancelli dell'edificio di culto. Ma ecco che «mentre i turisti non potevano più entrare, alcuni fedeli, tra cui c'ero anch'io», continua la donna, «sono stati autorizzati a rientrare per raggiungere il sacerdote e continuare la messa interrotta». Da questa ricostruzione sembra che tra il primo e il secondo allarme delle persone siano rimaste all'interno della cattedrale, perché la testimone citata dal blog ha detto di aver notato, al rientro nella chiesa, «delle persone dietro e attorno all'altare che si agitavano rumorosamente in una cattedrale ormai vuota e silenziosa». Pochi minuti dopo, una nuova interruzione: «Abbiamo sentito urla che ci intimavano di uscire. Abbiamo eseguito l'ordine immediatamente e ci siamo ritrovati nuovamente di fuori» e spefica che «erano circa le 18:50».
In una città che è stata vittima di sanguinosi attentati, che è al centro della protesta popolare dei gilet gialli, riuniti ogni settimana nelle strade, è davvero stato ignorato un allarme a Notre Dame? Perché è stato permesso a dei fedeli di rientrare? Gli inquirenti cercheranno di fornire risposte. Nel frattempo hanno iniziato a circolare alcune ipotesi riguardo l'origine dell'incendio. Intervenendo sul canale Lci, il capo architetto di Notre Dame, Benjamin Mouton, ha detto che il fuoco si è prodotto laddove non c'erano i lavori. Ma la sua opinione è molto criticata. Tuttavia, anche secondo altri esperti non bisogna escludere nessuna pista. Ad esempio per Serge Delhaye, esperto giudiziario specializzato nella prevenzione degli incendi, in questo caso «c'è una concordanza di fatti e di tempi. Ma non bisogna chiudere altre strade, come quelle di possibili cortocircuiti o mozziconi dimenticati». Un'altra possibile causa dell'incendio evocata è quella della pirolisi. In pratica del legno secco, come quello delle travi del tetto di Notre Dame, se ricoperto di metallo può riscaldarsi, ad esempio a causa di saldature. La combustione inizia all'interno del legno ma la si può constatare solo dopo che ha iniziato a prodursi fumo. Purtroppo però, in questi casi, ormai è troppo tardi. Di questa possibile causa ha parlato Jean-Michel Piedallu - segretario generale del sindacato dei pompieri professionisti - intervistato da Sud Radio.
Tornando all'inchiesta, ieri gli investigatori avevano già iniziato a sentire i dipendenti della società Europe Echaffaudage, che ha installato le impalcature. Un suo rappresentante, Julien Le Bras, ha dichiarato alla stampa che «all'inizio dell'incendio nessuno dei dipendenti era presente. Tutte le procedure di sicurezza sono state rispettate».
Sul fronte politico, si è assistito alla formazione di una sorta di unione nazionale, interrotta solo da Nicolas Dupont Aignan, leader del piccolo partito sovranista Debout La France, che ha chiesto l'apertura di una commissione d'inchiesta. Il governo ha annunciato che il Consiglio dei ministri di oggi sarà interamente dedicato a Notre Dame. Questo anche perché, come ha dichiarato Franck Riester - il ministro della Cultura francese - «ci vorrà tanto tempo e bilanci molto importanti» per restaurare la cattedrale parigina. Alcuni esperti hanno stimato che il restauro completo richiederà dai 10 ai 15 anni.
Nell'attesa di iniziare la ricostruzione della chiesa madre della capitale francese l'arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, in un messaggio pubblicato sul sito della diocesi ha invitato tutti i fedeli parigini alla messa crismale di oggi nella chiesa di Saint Sulpice. Questo per «manifestare la nostra unità, il nostro fervore e la nostra fiducia nell'avvenire. Sappiamo che non dovremo ricostruire solo la nostra cattedrale ma anche la nostra Chiesa, il cui viso è molto ferito».
In serata anche il presidente, Emmanuel Macron, ha voluto tenere il suo secondo discorso sul rogo della cattedrale: «Dopo ogni caduta ci siamo sempre rialzati», ha dichiarato alla nazione dal suo studio. «Ciò che credevamo indistruttibile può essere colpito. Ma noi siamo un popolo di costruttori e ricostruiremo Notre Dame entro 5 anni. Sarà ancora più bella di prima. E sarà il frutto di un progetto u mano, un'occasione per unirci».
L’impresa nell’occhio del ciclone aveva già restaurato Versailles
La Procura di Parigi indaga per «distruzione involontaria a mezzo di incendio». In altre parole, sotto accusa per il tragico rogo di Notre Dame è finita l'impresa incaricata della ristrutturazione della cattedrale, infatti le fiamme sono scaturite dalle impalcature montate per i lavori di restauro. Come si siano sviluppate è tutto da chiarire, anche perché a quell'ora il cantiere ufficialmente era chiuso e non avrebbero dovuto esserci operai presenti. Comunque si tratterebbe di un incidente e al momento è stata esclusa la pista dolosa.
La società incaricata della ristrutturazione, e che aveva la responsabilità del cantiere, si chiama Socra, di Marsac sur l'Isle in Dordogne, molto conosciuta anche a livello internazionale. Sono loro che hanno restaurato la fontana di Place della Concorde a Parigi, la cattedrale di Bordeaux, la reggia di Versailles, la facciata occidentale della cattedrale di Angers, l'arcangelo di Mont Saint Michel. Si tratta di una «società per azioni semplificata», quindi non quotata in Borsa, fondata nel 1963 da Claude Bassier e diretta da lui medesimo fino al 1994 e poi dalla sua famiglia che la cedette alla Vinci, colosso multinazionale delle costruzioni e dell'energia. Nell'ottobre 2018, quindi sei mesi fa, è stata acquisita dal Gruppo Mériguet, specializzato nelle decorazioni di lusso. Conta 35 dipendenti e ha un giro d'affari annuo intorno ai 3 milioni di euro. Il curriculum della Socra dovrebbe essere una garanzia: in oltre 50 anni d'esperienza nella conservazione del patrimonio artistico non si registrano incidenti o inchieste giudiziarie. La loro reputazione, presso gli esperti del settore, è altissima.
Eppure lunedì sera a Notre Dame qualcosa non ha funzionato. Forse una distrazione, l'ipotesi più accreditata è quella di un focolaio causato da lavori di saldatura sul telaio in legno. La ristrutturazione, iniziata mesi fa, era necessaria per far fronte ai danni sempre più gravi portati dalle piogge e dallo smog a una struttura vecchia di 856 anni a cui il restauro del 1844, con l'utilizzo di pietre di bassa qualità e cemento, non aveva portato i benefici sperati. Con i nuovi interventi si sarebbe dovuto sostituire il piombo del tetto e restaurare le grandi statue di rame collocate, un secolo e mezzo fa, a un'altezza di 120 metri, proprio la quota a cui è divampato il fuoco. Una situazione difficilissima da affrontare per i pompieri. Le opere erano stati rimosse con un'enorme gru giovedì scorso: un'operazione complessa, durata circa 10 ore, durante le quali le statue di Gesù, dei dodici apostoli e i simboli degli evangelisti (ognuna alta tre metri e 250 chili di peso) sono state prima «decapitate» e poi sospese dalla gru alla base del collo. Ora si trovano nei laboratori di Socra a Marsac sur l'Isle. Sono opera dell'architetto Geoffroy Dechaume, che si è raffigurato con le sembianze di San Tommaso, il patrono degli architetti. La rimozione delle statue (che avrebbero dovuto tornare al loro posto entro il 2022) rientrava nel vasto cantiere di ristrutturazione della guglia, crollata dopo un'ora e quindici minuti circa dall'inizio dell'incendio.
Da Socra, in attesa che si pronunci la magistratura, non giungono commenti. L'unico a parlare è Patrick Palem, direttore della società che però non entra nelle cause del rogo, ma parla del recupero della cattedrale: «Ora la priorità è un progetto su vasta scala, che potrebbe richiedere tra i quindici e i vent'anni, probabilmente per un costo di diverse centinaia di milioni di euro». Il resto dovrà presto spiegarlo ai giudici di Parigi.
Il web saluta la cattedrale utilizzando un modellino in tre dimensioni creato per un videogioco
Un videogioco per ricostruire Notre-Dame. A ventiquattro ore dall'incendio che a Parigi ne ha eroso la cattedrale simbolo, portandosi via, insieme alla guglia ottocentesca che per secoli l'ha sovrastata, il transetto, la copertura della navata e il coro, la questione più urgente è data dalla ricostruzione di Notre-Dame. Emmanuel Macron l'ha promessa. Il comune di Parigi ha stanziato un contributo di 50 milioni di euro. Ma capire come rimettere in piedi quel che la storia ha costruito non è cosa semplice. Notre-Dame non è il frutto lineare della mente di un solo architetto, ma il prodotto di rimaneggiamenti successivi l'uno all'altro. Rimaneggiamenti che Assassin's Creed, a suo tempo, si era premurato di annotare con minuzia.
Il videogame della Ubisoft, che di recente è stato portato al cinema in una pellicola con Michael Fassbender, è un gioco a tema. Uno di quelli che, di edizione in edizione, porta i propri utenti alla scoperta di un universo diverso, legato al precedente da un denominatore comune. Nel caso degli Assassin's Creed, questo è la storia. La saga, infatti, è ambientata in epoche e luoghi diversi tra loro, utili per chi giochi a mettere in scena la battaglia eterna tra la Confraternita degli Assassini e l'Ordine Templare. Negli anni, Assassin's Creed ha trasportato i propri utenti alla scoperta del mondo. E, nel 2014, li ha catapultati a Parigi.
Il gioco, chiamato Assassin's Creed Unit, è stato ambientato durante la Rivoluzione francese, quando Notre-Dame, ancora, non presentava l'aspetto odierno. La cattedrale, all'epoca, non aveva vetrate colorate né pinnacoli e le statue della facciata, insieme alla guglia sottilissima che tecnicismi vogliono si chiami flèche, furono distrutte. Tuttavia, la Ubisoft, casa produttrice di Assassin's Creed, nel riprodurre Notre-Dame per il proprio videogioco ha scelto di attenersi all'ultima versione della cattedrale, quella moderna.
Ci sono voluti due anni e mezzo perché la senior artist Caroline Miousse terminasse la propria opera: un modello 3D, identico fin nei più piccoli dettagli alla Notre-Dame originale. Quel modello, che oggi diversi utenti stanno condividendo sui propri profili Twitter per dare un ultimo saluto alla cattedrale francese, avrebbe dovuto rappresentare uno svago. Il terreno di gioco di clienti affezionati. Ma, a seguito dell'incendio, potrebbe trasformarsi in altro: in una guida tridimensionale, capace di condurre a buon fine i lavori di ristrutturazione della cattedrale parigiana, patrimonio dell'Unesco dal 1991.
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C'era stata un'allerta iniziale, però i fedeli hanno addirittura potuto tornare a messa. L'ipotesi è che sia nato tutto da una saldatura. Emmanuell Macron: «Ricostruiremo in 5 anni».L'impresa nell'occhio del ciclone aveva già restaurato Versailles. La Socra è famosa a livello globale e non aveva mai avuto incidenti seri. Ora è inquisita.Il web saluta la cattedrale postando sui social immagini della ricostruzione in tre dimensioni dell'opera architettonica che, nel 2014, era stata set per il videogame Assassin's Creed. Lo speciale comprende tre articoli. Il giorno dopo la catastrofe che ha distrutto il tetto della cattedrale di Notre Dame di Parigi, è il momento di iniziare a fare chiarezza sull'accaduto. Istituzioni civili, religiose e semplici cittadini si chiedono se si poteva evitare tutto ciò.Una prima risposta (provvisoria) è arrivata ieri da Rémy Heitz, procuratore capo della capitale francese che ha dichiarato alla stampa che, lunedì sera, sono stati dati due allarmi: «Il primo alle 18.20, ma non è stato trovato alcun principio d'incendio» e «il secondo alle 18.43 e solo allora sono intervenuti» i pompieri, evacuando la cattedrale. Heitz ha chiarito subito che l'inchiesta, aperta per «danneggiamento colposo», sarà «lunga e complessa» e ha indicato che le cause accidentali sono l'ipotesi presa maggiormente in considerazione. Ma al di là delle questioni di procedura, la notizia del primo allarme inascoltato lascia perplessi. Anche perché, tra i due segnali di pericolo, sono rimaste ancora persone nella cattedrale. Lo sostiene il blog cattolico Raisongarder.com, curato da Hélène Bodénez, che ha raccolto le testimonianze di una donna che lunedi sera partecipava alla messa iniziata alle 18:15, come indica ancora il sito Web della cattedrale. La donna, della quale non viene citato il nome, ha raccontato che il celebrante «padre Georges Carrau non ha avuto il tempo di continuare la sua omelia quando una sorta di allarme ha fatto scattare una sirena e una voce molto forte che ripeteva un messaggio in più lingue ma che non si riusciva a sentire». Poi la donna ha spiegato che «attorno alle 18:35, la vigilanza è arrivata e ha fatto evacuare tutti. Anche i fedeli presenti alla messa». In seguito - secondo la testimone - è accaduto qualcosa che ha dell'incredibile. Una volta all'esterno di Notre Dame «non sapevamo cosa accadesse e questo valeva anche per la vigilanza», che successivamente ha chiuso i cancelli dell'edificio di culto. Ma ecco che «mentre i turisti non potevano più entrare, alcuni fedeli, tra cui c'ero anch'io», continua la donna, «sono stati autorizzati a rientrare per raggiungere il sacerdote e continuare la messa interrotta». Da questa ricostruzione sembra che tra il primo e il secondo allarme delle persone siano rimaste all'interno della cattedrale, perché la testimone citata dal blog ha detto di aver notato, al rientro nella chiesa, «delle persone dietro e attorno all'altare che si agitavano rumorosamente in una cattedrale ormai vuota e silenziosa». Pochi minuti dopo, una nuova interruzione: «Abbiamo sentito urla che ci intimavano di uscire. Abbiamo eseguito l'ordine immediatamente e ci siamo ritrovati nuovamente di fuori» e spefica che «erano circa le 18:50». In una città che è stata vittima di sanguinosi attentati, che è al centro della protesta popolare dei gilet gialli, riuniti ogni settimana nelle strade, è davvero stato ignorato un allarme a Notre Dame? Perché è stato permesso a dei fedeli di rientrare? Gli inquirenti cercheranno di fornire risposte. Nel frattempo hanno iniziato a circolare alcune ipotesi riguardo l'origine dell'incendio. Intervenendo sul canale Lci, il capo architetto di Notre Dame, Benjamin Mouton, ha detto che il fuoco si è prodotto laddove non c'erano i lavori. Ma la sua opinione è molto criticata. Tuttavia, anche secondo altri esperti non bisogna escludere nessuna pista. Ad esempio per Serge Delhaye, esperto giudiziario specializzato nella prevenzione degli incendi, in questo caso «c'è una concordanza di fatti e di tempi. Ma non bisogna chiudere altre strade, come quelle di possibili cortocircuiti o mozziconi dimenticati». Un'altra possibile causa dell'incendio evocata è quella della pirolisi. In pratica del legno secco, come quello delle travi del tetto di Notre Dame, se ricoperto di metallo può riscaldarsi, ad esempio a causa di saldature. La combustione inizia all'interno del legno ma la si può constatare solo dopo che ha iniziato a prodursi fumo. Purtroppo però, in questi casi, ormai è troppo tardi. Di questa possibile causa ha parlato Jean-Michel Piedallu - segretario generale del sindacato dei pompieri professionisti - intervistato da Sud Radio.Tornando all'inchiesta, ieri gli investigatori avevano già iniziato a sentire i dipendenti della società Europe Echaffaudage, che ha installato le impalcature. Un suo rappresentante, Julien Le Bras, ha dichiarato alla stampa che «all'inizio dell'incendio nessuno dei dipendenti era presente. Tutte le procedure di sicurezza sono state rispettate».Sul fronte politico, si è assistito alla formazione di una sorta di unione nazionale, interrotta solo da Nicolas Dupont Aignan, leader del piccolo partito sovranista Debout La France, che ha chiesto l'apertura di una commissione d'inchiesta. Il governo ha annunciato che il Consiglio dei ministri di oggi sarà interamente dedicato a Notre Dame. Questo anche perché, come ha dichiarato Franck Riester - il ministro della Cultura francese - «ci vorrà tanto tempo e bilanci molto importanti» per restaurare la cattedrale parigina. Alcuni esperti hanno stimato che il restauro completo richiederà dai 10 ai 15 anni.Nell'attesa di iniziare la ricostruzione della chiesa madre della capitale francese l'arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, in un messaggio pubblicato sul sito della diocesi ha invitato tutti i fedeli parigini alla messa crismale di oggi nella chiesa di Saint Sulpice. Questo per «manifestare la nostra unità, il nostro fervore e la nostra fiducia nell'avvenire. Sappiamo che non dovremo ricostruire solo la nostra cattedrale ma anche la nostra Chiesa, il cui viso è molto ferito». In serata anche il presidente, Emmanuel Macron, ha voluto tenere il suo secondo discorso sul rogo della cattedrale: «Dopo ogni caduta ci siamo sempre rialzati», ha dichiarato alla nazione dal suo studio. «Ciò che credevamo indistruttibile può essere colpito. Ma noi siamo un popolo di costruttori e ricostruiremo Notre Dame entro 5 anni. Sarà ancora più bella di prima. E sarà il frutto di un progetto u mano, un'occasione per unirci». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-primo-allarme-antincendio-e-scattato-inutilmente-si-indaga-per-rogo-colposo-2634798818.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="limpresa-nellocchio-del-ciclone-aveva-gia-restaurato-versailles" data-post-id="2634798818" data-published-at="1779152914" data-use-pagination="False"> L’impresa nell’occhio del ciclone aveva già restaurato Versailles La Procura di Parigi indaga per «distruzione involontaria a mezzo di incendio». In altre parole, sotto accusa per il tragico rogo di Notre Dame è finita l'impresa incaricata della ristrutturazione della cattedrale, infatti le fiamme sono scaturite dalle impalcature montate per i lavori di restauro. Come si siano sviluppate è tutto da chiarire, anche perché a quell'ora il cantiere ufficialmente era chiuso e non avrebbero dovuto esserci operai presenti. Comunque si tratterebbe di un incidente e al momento è stata esclusa la pista dolosa. La società incaricata della ristrutturazione, e che aveva la responsabilità del cantiere, si chiama Socra, di Marsac sur l'Isle in Dordogne, molto conosciuta anche a livello internazionale. Sono loro che hanno restaurato la fontana di Place della Concorde a Parigi, la cattedrale di Bordeaux, la reggia di Versailles, la facciata occidentale della cattedrale di Angers, l'arcangelo di Mont Saint Michel. Si tratta di una «società per azioni semplificata», quindi non quotata in Borsa, fondata nel 1963 da Claude Bassier e diretta da lui medesimo fino al 1994 e poi dalla sua famiglia che la cedette alla Vinci, colosso multinazionale delle costruzioni e dell'energia. Nell'ottobre 2018, quindi sei mesi fa, è stata acquisita dal Gruppo Mériguet, specializzato nelle decorazioni di lusso. Conta 35 dipendenti e ha un giro d'affari annuo intorno ai 3 milioni di euro. Il curriculum della Socra dovrebbe essere una garanzia: in oltre 50 anni d'esperienza nella conservazione del patrimonio artistico non si registrano incidenti o inchieste giudiziarie. La loro reputazione, presso gli esperti del settore, è altissima. Eppure lunedì sera a Notre Dame qualcosa non ha funzionato. Forse una distrazione, l'ipotesi più accreditata è quella di un focolaio causato da lavori di saldatura sul telaio in legno. La ristrutturazione, iniziata mesi fa, era necessaria per far fronte ai danni sempre più gravi portati dalle piogge e dallo smog a una struttura vecchia di 856 anni a cui il restauro del 1844, con l'utilizzo di pietre di bassa qualità e cemento, non aveva portato i benefici sperati. Con i nuovi interventi si sarebbe dovuto sostituire il piombo del tetto e restaurare le grandi statue di rame collocate, un secolo e mezzo fa, a un'altezza di 120 metri, proprio la quota a cui è divampato il fuoco. Una situazione difficilissima da affrontare per i pompieri. Le opere erano stati rimosse con un'enorme gru giovedì scorso: un'operazione complessa, durata circa 10 ore, durante le quali le statue di Gesù, dei dodici apostoli e i simboli degli evangelisti (ognuna alta tre metri e 250 chili di peso) sono state prima «decapitate» e poi sospese dalla gru alla base del collo. Ora si trovano nei laboratori di Socra a Marsac sur l'Isle. Sono opera dell'architetto Geoffroy Dechaume, che si è raffigurato con le sembianze di San Tommaso, il patrono degli architetti. La rimozione delle statue (che avrebbero dovuto tornare al loro posto entro il 2022) rientrava nel vasto cantiere di ristrutturazione della guglia, crollata dopo un'ora e quindici minuti circa dall'inizio dell'incendio. Da Socra, in attesa che si pronunci la magistratura, non giungono commenti. L'unico a parlare è Patrick Palem, direttore della società che però non entra nelle cause del rogo, ma parla del recupero della cattedrale: «Ora la priorità è un progetto su vasta scala, che potrebbe richiedere tra i quindici e i vent'anni, probabilmente per un costo di diverse centinaia di milioni di euro». Il resto dovrà presto spiegarlo ai giudici di Parigi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-primo-allarme-antincendio-e-scattato-inutilmente-si-indaga-per-rogo-colposo-2634798818.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-web-saluta-la-cattedrale-utilizzando-un-modellino-in-tre-dimensioni-creato-per-un-videogioco" data-post-id="2634798818" data-published-at="1779152914" data-use-pagination="False"> Il web saluta la cattedrale utilizzando un modellino in tre dimensioni creato per un videogioco Un videogioco per ricostruire Notre-Dame. A ventiquattro ore dall'incendio che a Parigi ne ha eroso la cattedrale simbolo, portandosi via, insieme alla guglia ottocentesca che per secoli l'ha sovrastata, il transetto, la copertura della navata e il coro, la questione più urgente è data dalla ricostruzione di Notre-Dame. Emmanuel Macron l'ha promessa. Il comune di Parigi ha stanziato un contributo di 50 milioni di euro. Ma capire come rimettere in piedi quel che la storia ha costruito non è cosa semplice. Notre-Dame non è il frutto lineare della mente di un solo architetto, ma il prodotto di rimaneggiamenti successivi l'uno all'altro. Rimaneggiamenti che Assassin's Creed, a suo tempo, si era premurato di annotare con minuzia.Il videogame della Ubisoft, che di recente è stato portato al cinema in una pellicola con Michael Fassbender, è un gioco a tema. Uno di quelli che, di edizione in edizione, porta i propri utenti alla scoperta di un universo diverso, legato al precedente da un denominatore comune. Nel caso degli Assassin's Creed, questo è la storia. La saga, infatti, è ambientata in epoche e luoghi diversi tra loro, utili per chi giochi a mettere in scena la battaglia eterna tra la Confraternita degli Assassini e l'Ordine Templare. Negli anni, Assassin's Creed ha trasportato i propri utenti alla scoperta del mondo. E, nel 2014, li ha catapultati a Parigi.Il gioco, chiamato Assassin's Creed Unit, è stato ambientato durante la Rivoluzione francese, quando Notre-Dame, ancora, non presentava l'aspetto odierno. La cattedrale, all'epoca, non aveva vetrate colorate né pinnacoli e le statue della facciata, insieme alla guglia sottilissima che tecnicismi vogliono si chiami flèche, furono distrutte. Tuttavia, la Ubisoft, casa produttrice di Assassin's Creed, nel riprodurre Notre-Dame per il proprio videogioco ha scelto di attenersi all'ultima versione della cattedrale, quella moderna.Ci sono voluti due anni e mezzo perché la senior artist Caroline Miousse terminasse la propria opera: un modello 3D, identico fin nei più piccoli dettagli alla Notre-Dame originale. Quel modello, che oggi diversi utenti stanno condividendo sui propri profili Twitter per dare un ultimo saluto alla cattedrale francese, avrebbe dovuto rappresentare uno svago. Il terreno di gioco di clienti affezionati. Ma, a seguito dell'incendio, potrebbe trasformarsi in altro: in una guida tridimensionale, capace di condurre a buon fine i lavori di ristrutturazione della cattedrale parigiana, patrimonio dell'Unesco dal 1991.
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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