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2025-08-27
Il Perù in crisi profonda. Trionfano solo i cartelli della droga
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L’instabilità politica è ormai un problema endemico della Repubblica del Perù che da anni non ha più un governo o un presidente che possano dire di avere la fiducia del popolo. L’ultima crisi di governo era stata a maggio scorso quando il Primo ministro Gustavo Adrianzen si è dimesso per evitare la sfiducia che lo avrebbe fatto cadere. Da allora il paese andino è guidato dal tecnico Eduardo Arana Ysa, ma il ritorno alle urne appare sempre incombente. La presidenza è in una situazione ancora peggiore in una nazione che è una Repubblica Presidenziale e che ha storicamente avuto dei presidenti che hanno tenuto il paese con il pugno di ferro. Dal 2016 nessuno è riuscito a terminare un mandato tra inchieste della magistratura e vari tentativi di impeachment, a volte riusciti e a volte no, da parte del parlamento. Il presidente Pedro Pablo Kuczynski eletto nel 2016 si è dimesso nel 2018 per le accuse di voto di scambio con i deputati fujimoristi, seguaci di Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto, che per 10 anni ha dominato il Perù per poi essere condannato a 25 anni di carcere per crimini contro l’umanità. Kuczynski è stato accusato di aver concesso la grazia a Fujimori nel 2017 in cambio di una votazione a proprio favore, quando era incriminato per corruzione. Nel 2019 l’ormai ex presidente è stato arrestato per corruzione e riciclaggio di denaro e si trova ancora ai domiciliari. Il suo successore Martin Vizcarra è rimasto in carica fino al novembre del 2020 per poi essere destituito da un nuovo impeachment del parlamento, nonostante le forti proteste popolari a suo sostegno. Il presidente seguente, Manuel Merino, è rimasto in carica meno di una settimana, sostenuto soltanto dai militari, ma le violenze della polizia sui manifestanti lo hanno costretto alle dimissioni. Il presidente Francisco Sagasti si è limitato a traghettare il Perù alle elezioni del 2021, in un’atmosfera sempre più tesa. Il sindacalista Pedro Castillo, leader delle proteste di piazza, aveva trionfato sconfiggendo al secondo turno la solita Keiko Fujimori, eterna candidata per tre volte consecutive. Anche il “regno” di Pedro Castillo è durato appena un anno e mezzo quando al terzo tentativo di impeachment da parte del parlamento, dominato dai partiti conservatori, per la sua politica fortemente socialista, Castillo ha cercato di sciogliere il parlamento imponendo il coprifuoco. Quello che è stato definito come un colpo di Stato istituzionale è stato fermato ancora una volta dal parlamento che questa volta è riuscito ad ottenere le dimissioni il 7 dicembre del 2022, passando i poteri alla vicepresidente Dina Boularte. Pedro Castillo, dopo aver cercato di raggiungere l’ambasciata messicana e chiedere asilo politico è stato arrestato e si trova tuttora in carcere. Ma la situazione peruviana non è migliorata e stando ai sondaggi oggi la presidente Dina Boularte ha un gradimento di appena il 2%. Sia Adrianzen che la presidente sono accusati di non aver fatto abbastanza per contrastare la criminalità organizzata che sta dilagando nel paese, nonostante la recente decisione di schierare l’esercito nelle strade. La Boularte sta tentando con tutte le sue forze di restare al potere e nel maggio scorso ha anche annunciato una serie di misure d’emergenza nella provincia di Pataz, nel nord-ovest dello stato sudamericano, dopo il ritrovamento dei corpi di tredici impiegati di un’azienda mineraria che erano stati rapiti. L’attività mineraria, autentico motore dell’economia peruviana, è al centro di forti tensioni nella provincia, dove dal febbraio 2024 è in vigore uno stato d’eccezione per le violenze legate all’estrazione illegale dell’oro. Ma è indubbiamente la lotta al narcotraffico il primo punto di tutte le agende politiche peruviane. Lima si colloca infatti al primo posto a livello mondiale come produttore di cocaina e nel 2024 ha segnato il record di sequestri di sostanze stupefacenti con centosettanta tonnellate tra cocaina e marijuana. Sono state individuate oltre 100 piste di atterraggio clandestine, cinquanta approdi costieri e più di mille laboratori impiegati nella produzione e raffinazione di cocaina, con un aumento del 200% del territorio utilizzato per le piantagioni di coca. Il Perù si sta trasformando in un vero e proprio narco-stato, con legami con i cartelli della droga colombiani. Con la droga è esplosa la violenza con il numero di omicidi che è aumentato vertiginosamente, soprattutto nella capitale e nelle grandi città della costa pacifica con più di duemila omicidi l’anno. Il traffico di sostanze stupefacenti è in continuo aumento ed è destinato per l'80% al mercato europeo, per il 10% agli Stati Uniti e per il restante 10% ad altri Paesi latino-americani, al Sud Africa e all'Asia. I governi che si sono susseguiti sono apparsi inermi e la presidente Boularte ha proposto di reintrodurre la pena di morte per il narcotraffico. Ma la sfiducia della popolazione è totale e considerano i parlamentari responsabili della crescita della criminalità organizzata con metà del parlamento sotto inchiesta per corruzione. Nonostante gli enormi problemi interni, l’economia peruviana ha registrato la crescita più rapida del continente sudamericano nell’ultima decade. Lima possiede le maggiori riserve di argento del mondo, nonché le più ampie riserve d’oro, piombo e zinco del Sud America. La costa del Perù ha un grande potenziale grazie alle sue risorse marittime, mentre l’industria agricola esporta asparagi, mirtilli, uva da tavola, avocado, banane, paprika. L’Amazzonia, inoltre, ospita ricchi giacimenti di petrolio e gas naturali, oltre alle sue imponenti risorse forestali. Una situazione complicata in un paese allo sbando che avrebbe notevoli potenzialità, ma la corruzione e la criminalità lo stanno spengendo verso il baratro.
I Nikkei Perujin, da «campesinos» a imprenditori a nemici: la storia dell'emigrazione giapponese in Perù
Il Sol Levante e il Perù hanno un rapporto diplomatico nato sin dalle origini del Giappone moderno (coincidente con l’inizio dell’era Meiji nel 1868). Le prime relazioni ufficiali risalgono al 1873, in seguito a quello che è noto come un incidente diplomatico. Il 9 luglio 1872 la nave peruviana Maria Luz, carica di lavoratori cinesi in semi schiavitù, entrò nel porto franco di Yokohama per effettuare riparazioni dopo i danni subiti da una tempesta. Nel porto alcuni cinesi riuscirono a fuggire chiedendo asilo ai giapponesi. Ne nacque un caso diplomatico e giudiziario che travalicò i confini del Paese asiatico. Il Giappone, desideroso di dimostrare l’apertura al mondo, portò a casa la vittoria arbitrata dallo zar Alessandro II di Russia, dando il via ad una serie di riforme sociali che caratterizzeranno gli anni successivi. Il 21 agosto 1873 le relazioni tra Tokyo e Lima furono formalizzate nel Trattato di Pace, Amicizia, Commercio e Navigazione. Il Perù era la prima nazione latinoamericana a riconoscere il Giappone come Stato indipendente e cooperante. Nelle clausole, oltre all’equità commerciale, erano ratificate la libertà di movimento e di impresa dei cittadini di entrambi i Paesi.
Fu un’altra nave, questa volta seguendo una rotta inversa rispetto alla Maria Luz, a segnare l’inizio dell’emigrazione nipponica in Perù. Dal 3 aprile al 9 maggio 1899 la Sakura Maru (letteralmente la nave dei ciliegi in fiore) navigò il Pacifico portando i primi 790 emigranti giapponesi che avevano siglato un contratto con i proprietari peruviani di piantagioni di canna da zucchero, dopo che la fine del flusso di lavoranti forzati cinesi si era interrotto negli ultimi decenni del secolo XIX, generando una preoccupante mancanza di forza lavoro. Nei campi, la vita dei giapponesi si mostrò da subito durissima. Nei primi anni del nuovo secolo i migranti cominciarono a spostarsi nelle aree urbane allora in crescita, ed in particolare nella capitale Lima. Qui si specializzarono come barbieri (l’espressione El barbero japonès divenne diffusissima nella capitale), titolari di piccoli negozi e lavanderie, oltre che importatori di generi vari dalla madrepatria e, nel nord del Perù, pescatori. Negli anni tra le due guerre i Nikkei Perūjin (o giappo-peruviani) mantennero vive le tradizioni delle loro origini con la fondazione di scuole e centri religiosi, mentre crescevano le seconde e terze generazioni (in giapponese Nisei e Sansei) ormai peruviane ma molto legate alla cultura dei padri.
La rottura drammatica tra il Perù e la popolazione di origini giapponesi avvenne all’indomani dell’attacco giapponese a Pearl Harbour del 7 dicembre 1941, che determinò l’ingresso in guerra degli Stati Uniti, principale alleato del Perù allora guidato dal presidente Manuel Prado y Ugarteche. Lo scoppio della guerra fornì l’occasione per l’esplosione di episodi xenofobi nei confronti dei giappo-peruviani. La nuova condizione di «alieni nemici» portò a gravi episodi di violenza e saccheggio (600 casi nella sola Lima) contro le proprietà degli stranieri colpevoli di aver fatto fortuna in terra peruviana. Ad aggravare la situazione la posizione antigiapponese del presidente Prado, che appoggiò in toto la richiesta di Washington relativa alla deportazione dei giapponesi del Perù, nonostante Lima non fosse formalmente in guerra con il Sol Levante, cosa che avverrà soltanto verso la fine della guerra nel 1945. La maggior parte dei prigionieri fu deportata in campi di detenzione in Texas, mentre i beni materiali dei proprietari venivano sequestrati dalle autorità peruviane. In totale tra il 1941 e il 1945, i cittadini peruviani di origine nipponica espulsi dal Paese nel quale molti di loro erano nati furono circa 1.800, in maggioranza uomini. Durante il periodo bellico, l’ostilità verso i giapponesi fu alimentata anche da un falso memoriale del 1927, il cosiddetto Tanaka Memorial. Il documento, che più tardi fu considerato un falso redatto dalla propaganda cinese durante la guerra degli anni ’30 contro l’Impero giapponese, sarebbe stato concepito e presentato all’imperatore Hirohito dal premier Giichi Tanaka. Nel memoriale erano elencati immaginari piani di conquista del mondo, a partire dal Sudest asiatico per terminare con gli Stati Uniti passando dal Sudamerica compreso il Perù. Naturalmente, il falso fu usato dalla propaganda peruviana per giustificare le deportazioni dal periodo bellico e agitare lo spettro di una «quinta colonna» giapponese che nei fatti non vi fu mai. Il destino dei Nikkei Perūjin fu doppiamente amaro dopo il 1945. Alla maggior parte di questi, alla fine della guerra, fu impedito di rientrare in Perù, divieto che fu prolungato anche nel decennio successivo. Solo 80 cittadini peruviani di origine giapponese poterono tornare a ridosso della fine del conflitto, ma trovarono un ambiente alquanto ostile. Il resto dei prigionieri, tra cui molti nati in Perù e di lingua spagnola, fu rimpatriato forzatamente nel Giappone distrutto dalle atomiche e dalla depressione postbellica. Quelli che erano rimasti in Perù dovettero ricominciare tutto da capo, come ai tempi della prima immigrazione a bordo della Sakura Maru, partendo nuovamente dai lavori più umili nei campi. Soltanto tra gli anni ’60 e ’70 la comunità fu in grado di ritrovare spazi e relativa fortuna imprenditoriale. Oggi la comunità nippo-peruviana è la seconda più grande dopo quella degli Stati Uniti e conta circa 80-100.000 cittadini.
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Il Paese attraversa una grave crisi politica, sfiancato dalle continue crisi di governo. Anche la Presidenza da quasi un decennio è falcidiata dagli impeachment anche se il Pil è salito del 3,3% nel 2024. Trionfano i cartelli della droga, che hanno portato il Perù ad essere il primo produttore al mondo di cocaina.Il Perù è stato il primo Stato del Sudamerica a riconoscere l'Impero del Sol Levante post-isolazionista già nel 1873. Per questo è stato oggetto di un forte flusso di immigrati dal Giappone sin dal 1899. La parabola dei Nikkei Perujin, dal lavoro nelle piantagioni al successo in città, alla deportazione nei campi di prigionia negli Usa.Lo speciale contiene due articoli.L’instabilità politica è ormai un problema endemico della Repubblica del Perù che da anni non ha più un governo o un presidente che possano dire di avere la fiducia del popolo. L’ultima crisi di governo era stata a maggio scorso quando il Primo ministro Gustavo Adrianzen si è dimesso per evitare la sfiducia che lo avrebbe fatto cadere. Da allora il paese andino è guidato dal tecnico Eduardo Arana Ysa, ma il ritorno alle urne appare sempre incombente. La presidenza è in una situazione ancora peggiore in una nazione che è una Repubblica Presidenziale e che ha storicamente avuto dei presidenti che hanno tenuto il paese con il pugno di ferro. Dal 2016 nessuno è riuscito a terminare un mandato tra inchieste della magistratura e vari tentativi di impeachment, a volte riusciti e a volte no, da parte del parlamento. Il presidente Pedro Pablo Kuczynski eletto nel 2016 si è dimesso nel 2018 per le accuse di voto di scambio con i deputati fujimoristi, seguaci di Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto, che per 10 anni ha dominato il Perù per poi essere condannato a 25 anni di carcere per crimini contro l’umanità. Kuczynski è stato accusato di aver concesso la grazia a Fujimori nel 2017 in cambio di una votazione a proprio favore, quando era incriminato per corruzione. Nel 2019 l’ormai ex presidente è stato arrestato per corruzione e riciclaggio di denaro e si trova ancora ai domiciliari. Il suo successore Martin Vizcarra è rimasto in carica fino al novembre del 2020 per poi essere destituito da un nuovo impeachment del parlamento, nonostante le forti proteste popolari a suo sostegno. Il presidente seguente, Manuel Merino, è rimasto in carica meno di una settimana, sostenuto soltanto dai militari, ma le violenze della polizia sui manifestanti lo hanno costretto alle dimissioni. Il presidente Francisco Sagasti si è limitato a traghettare il Perù alle elezioni del 2021, in un’atmosfera sempre più tesa. Il sindacalista Pedro Castillo, leader delle proteste di piazza, aveva trionfato sconfiggendo al secondo turno la solita Keiko Fujimori, eterna candidata per tre volte consecutive. Anche il “regno” di Pedro Castillo è durato appena un anno e mezzo quando al terzo tentativo di impeachment da parte del parlamento, dominato dai partiti conservatori, per la sua politica fortemente socialista, Castillo ha cercato di sciogliere il parlamento imponendo il coprifuoco. Quello che è stato definito come un colpo di Stato istituzionale è stato fermato ancora una volta dal parlamento che questa volta è riuscito ad ottenere le dimissioni il 7 dicembre del 2022, passando i poteri alla vicepresidente Dina Boularte. Pedro Castillo, dopo aver cercato di raggiungere l’ambasciata messicana e chiedere asilo politico è stato arrestato e si trova tuttora in carcere. Ma la situazione peruviana non è migliorata e stando ai sondaggi oggi la presidente Dina Boularte ha un gradimento di appena il 2%. Sia Adrianzen che la presidente sono accusati di non aver fatto abbastanza per contrastare la criminalità organizzata che sta dilagando nel paese, nonostante la recente decisione di schierare l’esercito nelle strade. La Boularte sta tentando con tutte le sue forze di restare al potere e nel maggio scorso ha anche annunciato una serie di misure d’emergenza nella provincia di Pataz, nel nord-ovest dello stato sudamericano, dopo il ritrovamento dei corpi di tredici impiegati di un’azienda mineraria che erano stati rapiti. L’attività mineraria, autentico motore dell’economia peruviana, è al centro di forti tensioni nella provincia, dove dal febbraio 2024 è in vigore uno stato d’eccezione per le violenze legate all’estrazione illegale dell’oro. Ma è indubbiamente la lotta al narcotraffico il primo punto di tutte le agende politiche peruviane. Lima si colloca infatti al primo posto a livello mondiale come produttore di cocaina e nel 2024 ha segnato il record di sequestri di sostanze stupefacenti con centosettanta tonnellate tra cocaina e marijuana. Sono state individuate oltre 100 piste di atterraggio clandestine, cinquanta approdi costieri e più di mille laboratori impiegati nella produzione e raffinazione di cocaina, con un aumento del 200% del territorio utilizzato per le piantagioni di coca. Il Perù si sta trasformando in un vero e proprio narco-stato, con legami con i cartelli della droga colombiani. Con la droga è esplosa la violenza con il numero di omicidi che è aumentato vertiginosamente, soprattutto nella capitale e nelle grandi città della costa pacifica con più di duemila omicidi l’anno. Il traffico di sostanze stupefacenti è in continuo aumento ed è destinato per l'80% al mercato europeo, per il 10% agli Stati Uniti e per il restante 10% ad altri Paesi latino-americani, al Sud Africa e all'Asia. I governi che si sono susseguiti sono apparsi inermi e la presidente Boularte ha proposto di reintrodurre la pena di morte per il narcotraffico. Ma la sfiducia della popolazione è totale e considerano i parlamentari responsabili della crescita della criminalità organizzata con metà del parlamento sotto inchiesta per corruzione. Nonostante gli enormi problemi interni, l’economia peruviana ha registrato la crescita più rapida del continente sudamericano nell’ultima decade. Lima possiede le maggiori riserve di argento del mondo, nonché le più ampie riserve d’oro, piombo e zinco del Sud America. La costa del Perù ha un grande potenziale grazie alle sue risorse marittime, mentre l’industria agricola esporta asparagi, mirtilli, uva da tavola, avocado, banane, paprika. L’Amazzonia, inoltre, ospita ricchi giacimenti di petrolio e gas naturali, oltre alle sue imponenti risorse forestali. Una situazione complicata in un paese allo sbando che avrebbe notevoli potenzialità, ma la corruzione e la criminalità lo stanno spengendo verso il baratro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-peru-in-crisi-profonda-trionfano-solo-i-cartelli-della-droga-2673920483.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-nikkei-perujin-da-campesinos-a-imprenditori-a-nemici-la-storia-dell-emigrazione-giapponese-in-peru" data-post-id="2673920483" data-published-at="1756225341" data-use-pagination="False"> I Nikkei Perujin, da «campesinos» a imprenditori a nemici: la storia dell'emigrazione giapponese in Perù Il Sol Levante e il Perù hanno un rapporto diplomatico nato sin dalle origini del Giappone moderno (coincidente con l’inizio dell’era Meiji nel 1868). Le prime relazioni ufficiali risalgono al 1873, in seguito a quello che è noto come un incidente diplomatico. Il 9 luglio 1872 la nave peruviana Maria Luz, carica di lavoratori cinesi in semi schiavitù, entrò nel porto franco di Yokohama per effettuare riparazioni dopo i danni subiti da una tempesta. Nel porto alcuni cinesi riuscirono a fuggire chiedendo asilo ai giapponesi. Ne nacque un caso diplomatico e giudiziario che travalicò i confini del Paese asiatico. Il Giappone, desideroso di dimostrare l’apertura al mondo, portò a casa la vittoria arbitrata dallo zar Alessandro II di Russia, dando il via ad una serie di riforme sociali che caratterizzeranno gli anni successivi. Il 21 agosto 1873 le relazioni tra Tokyo e Lima furono formalizzate nel Trattato di Pace, Amicizia, Commercio e Navigazione. Il Perù era la prima nazione latinoamericana a riconoscere il Giappone come Stato indipendente e cooperante. Nelle clausole, oltre all’equità commerciale, erano ratificate la libertà di movimento e di impresa dei cittadini di entrambi i Paesi.Fu un’altra nave, questa volta seguendo una rotta inversa rispetto alla Maria Luz, a segnare l’inizio dell’emigrazione nipponica in Perù. Dal 3 aprile al 9 maggio 1899 la Sakura Maru (letteralmente la nave dei ciliegi in fiore) navigò il Pacifico portando i primi 790 emigranti giapponesi che avevano siglato un contratto con i proprietari peruviani di piantagioni di canna da zucchero, dopo che la fine del flusso di lavoranti forzati cinesi si era interrotto negli ultimi decenni del secolo XIX, generando una preoccupante mancanza di forza lavoro. Nei campi, la vita dei giapponesi si mostrò da subito durissima. Nei primi anni del nuovo secolo i migranti cominciarono a spostarsi nelle aree urbane allora in crescita, ed in particolare nella capitale Lima. Qui si specializzarono come barbieri (l’espressione El barbero japonès divenne diffusissima nella capitale), titolari di piccoli negozi e lavanderie, oltre che importatori di generi vari dalla madrepatria e, nel nord del Perù, pescatori. Negli anni tra le due guerre i Nikkei Perūjin (o giappo-peruviani) mantennero vive le tradizioni delle loro origini con la fondazione di scuole e centri religiosi, mentre crescevano le seconde e terze generazioni (in giapponese Nisei e Sansei) ormai peruviane ma molto legate alla cultura dei padri.La rottura drammatica tra il Perù e la popolazione di origini giapponesi avvenne all’indomani dell’attacco giapponese a Pearl Harbour del 7 dicembre 1941, che determinò l’ingresso in guerra degli Stati Uniti, principale alleato del Perù allora guidato dal presidente Manuel Prado y Ugarteche. Lo scoppio della guerra fornì l’occasione per l’esplosione di episodi xenofobi nei confronti dei giappo-peruviani. La nuova condizione di «alieni nemici» portò a gravi episodi di violenza e saccheggio (600 casi nella sola Lima) contro le proprietà degli stranieri colpevoli di aver fatto fortuna in terra peruviana. Ad aggravare la situazione la posizione antigiapponese del presidente Prado, che appoggiò in toto la richiesta di Washington relativa alla deportazione dei giapponesi del Perù, nonostante Lima non fosse formalmente in guerra con il Sol Levante, cosa che avverrà soltanto verso la fine della guerra nel 1945. La maggior parte dei prigionieri fu deportata in campi di detenzione in Texas, mentre i beni materiali dei proprietari venivano sequestrati dalle autorità peruviane. In totale tra il 1941 e il 1945, i cittadini peruviani di origine nipponica espulsi dal Paese nel quale molti di loro erano nati furono circa 1.800, in maggioranza uomini. Durante il periodo bellico, l’ostilità verso i giapponesi fu alimentata anche da un falso memoriale del 1927, il cosiddetto Tanaka Memorial. Il documento, che più tardi fu considerato un falso redatto dalla propaganda cinese durante la guerra degli anni ’30 contro l’Impero giapponese, sarebbe stato concepito e presentato all’imperatore Hirohito dal premier Giichi Tanaka. Nel memoriale erano elencati immaginari piani di conquista del mondo, a partire dal Sudest asiatico per terminare con gli Stati Uniti passando dal Sudamerica compreso il Perù. Naturalmente, il falso fu usato dalla propaganda peruviana per giustificare le deportazioni dal periodo bellico e agitare lo spettro di una «quinta colonna» giapponese che nei fatti non vi fu mai. Il destino dei Nikkei Perūjin fu doppiamente amaro dopo il 1945. Alla maggior parte di questi, alla fine della guerra, fu impedito di rientrare in Perù, divieto che fu prolungato anche nel decennio successivo. Solo 80 cittadini peruviani di origine giapponese poterono tornare a ridosso della fine del conflitto, ma trovarono un ambiente alquanto ostile. Il resto dei prigionieri, tra cui molti nati in Perù e di lingua spagnola, fu rimpatriato forzatamente nel Giappone distrutto dalle atomiche e dalla depressione postbellica. Quelli che erano rimasti in Perù dovettero ricominciare tutto da capo, come ai tempi della prima immigrazione a bordo della Sakura Maru, partendo nuovamente dai lavori più umili nei campi. Soltanto tra gli anni ’60 e ’70 la comunità fu in grado di ritrovare spazi e relativa fortuna imprenditoriale. Oggi la comunità nippo-peruviana è la seconda più grande dopo quella degli Stati Uniti e conta circa 80-100.000 cittadini.
Benjamin Netanyahu (Ansa)
E sul fronte libanese, le Idf hanno eliminato «per errore» pure Pierre Mouawad, ovvero l’esponente del Partito cristiano delle forze libanesi, apertamente contrario a Hezbollah. Le forze militari israeliane hanno ammesso alla Bbc di aver sbagliato. Pare che l’obiettivo fosse una figura chiave della milizia sciita, localizzata in un edificio residenziale a Est di Beirut in cui si trovava anche Mouawad per celebrare la Pasqua in famiglia. Gli attacchi israeliani hanno preso di mira anche Burj Rahal, nel Sud, Mashghara e Kfar Rumman, uccidendo nove persone secondo i media libanesi. Ma Israele deve far fronte anche alle proteste provenienti dalla Chiesa luterana in Terra Santa: uno studente della scuola evangelica di Beit Sahour, in Cisgiordania, è stato arrestato insieme al padre dall’esercito israeliano. Nella nota si afferma che «coloni israeliani stavano illegalmente allestendo un avamposto in un villaggio palestinese vicino a Beit Sahour, molestando i residenti e lanciando gas lacrimogeni contro di loro. Amir Jamal Al-Daraaw e suo padre, il signor Jamal, facevano parte di un gruppo di residenti locali accorsi per difendere le persone attaccate».
Nel principale teatro di guerra, quello iraniano, le forze israeliane hanno invece rivendicato di aver ucciso il comandante dell’intelligence dei pasdaran, Seyed Majid Khademi. La morte, annunciata dagli stessi Guardiani della rivoluzione, è stata poi confermata da Netanyahu e dal ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha avvertito: «Continueremo a dar loro la caccia uno per uno». Khademi era alla guida degli 007 iraniani da neanche un anno: aveva ottenuto l’incarico dopo che il predecessore, Mohammed Kazemi, era stato ucciso durante la guerra dei 12 giorni. Il premier israeliano ha anche celebrato l’uccisione del comandante della sezione 840 della forza Quds, Athar Bakri, considerato il «responsabile di attacchi contro ebrei e israeliani in tutto il mondo». Oltre alle figure chiave del regime, Israele ha sferrato altri attacchi contro l’impianto petrolchimico iraniano di Asaluyeh, che fa parte del giacimento di South Pars. Ma non solo. Stando a quanto riferito dall’agenzia iraniana Fars, è stato colpito un secondo impianto, quello di Marvdasht. Nella notte, sarebbero stati colpiti l’area Est di Teheran e soprattutto la regione centro-orientale del Baharestan, dove si contano almeno 17 vittime. Nel mirino dell’operazione Furia epica sarebbero rientrate anche le strutture energetiche dell’università di Sharif, situata a Nordest della Capitale, e tre aeroporti.
Intanto, continuano a emergere dettagli sul salvataggio del secondo pilota americano dopo l’abbattimento del caccia F-15 nei cieli iraniani. L’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, ha riferito che il Mossad ha condiviso le informazioni di intelligence con gli Stati Uniti. Secondo il Jerusalem Post, le Idf, per confondere Teheran, avrebbero lanciato diversi attacchi insieme agli Stati Uniti per allontanare i militari del regime dall’area in cui si trovava il pilota. E pare che le forze israeliane abbiano anche disturbato le ricerche iraniane, «accecando» i sistemi di rilevamento. La Cnn ha poi reso noto che nel blitz sono stati coinvolti centinaia di militari della Delta force dell’esercito e dei Navy seals team six della Marina, oltre agli agenti dell’intelligence.
Chi rimarca il fallimento americano è Teheran: secondo il regime l’amministrazione americana, anziché salvare il pilota, mirava a recuperare l’uranio. Intervenendo in merito, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha dichiarato che «il luogo in cui l’aereo americano era precipitato» era «a una distanza considerevole» da Isfahan, dove sarebbe stato ritrovato il militare americano. Da qui la considerazione che possa essere stata «un’operazione ingannevole per rubare l’uranio».
Dall’altra parte, con Teheran che continua a lanciare missili, gli allarmi sono scattati soprattutto nel centro di Israele e a Tel Aviv. Ad Haifa è salito a quattro il numero delle vittime all’indomani del raid iraniano contro un edificio residenziale. E Gerusalemme continua ad accusare il regime di aver sganciato bombe a grappolo sui civili. «Questo costituisce un crimine di guerra chiaro e reiterato, commesso con premeditazione», ha reso noto il colonnello Nadav Shoshani, portavoce internazionale delle Idf. I pasdaran hanno poi comunicato di aver colpito una nave portacontainer israeliana, la Sdn7, e una nave d’assalto anfibio americana Lha-7. Quest’ultima sarebbe stata costretta a ritirarsi nell’Oceano indiano meridionale.
E mentre negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait sono scattate le difese aeree per far fronte ai vettori iraniani, nello Stretto di Hormuz è stato segnalato un minimo traffico. Si tratterebbe però di imbarcazioni di Paesi «amici» che avrebbero pagato i pedaggi al regime, stando a quanto riferito da Al Jazeera. Ad aver ottenuto il permesso di attraversare il canale marittimo sarebbero navi francesi, pakistane, indiane e turche.
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Contadini altoatesini alla fine degli anni Quaranta (Getty Images)
Alla fine della Seconda guerra mondiale, il Sudtirolo (o Alto Adige, come fu obbligatorio chiamarlo durante il ventennio) era stretto in una morsa che rendeva il suo destino alquanto incerto. Dagli anni Trenta era stato sottoposto ad un processo di italianizzazione sia nella lingua (la scuola tedesca era stata vietata, così come i toponimi cambiati con nomi italiani) che nella composizione etnica, con l’immissione di migliaia di lavoratori italiani nelle nuove grandi fabbriche (come Falck e Lancia) costruite sul territorio altoatesino in quegli anni. La questione dell’appartenenza storica della regione a Sud del Brennero all’Austria, che la perse dopo gli accordi del 1919, riemerse dopo l’annessione di quest’ultima al Terzo Reich (Anschluss) nel 1938. Hitler e Mussolini giunsero ad un accordo nel 1939 che lasciava liberi gli altoatesini di lingua tedesca di scegliere se rimanere italiani e perdere lo status di minoranza oppure se trasferirsi in Germania entro un tempo limitato. Erano i cosiddetti «optanti». Al voto, oltre 166.000 sudtirolesi scelsero il Reich, spinti anche dalla propaganda sul territorio dell’organizzazione filonazista Vks (Völkischer Kampfring Südtirols). Dopo l’8 settembre l’Alto Adige fu invaso dalla Wehrmacht e annesso al Reich sotto la guida del Gauleiter Franz Hofer. Oltre 10.000 furono i sudtirolesi che combatterono per il Reich, in parte arruolandosi anche nelle Waffen-SS. A Bolzano era stato istituito un lager di transito verso i campi di sterminio, mentre per i cosiddetti Dableiber, cioè coloro che non avevano voluto lasciare il Sudtirolo per la Germania, iniziò il calvario: le autorità naziste, oltre a reclutare forzatamente gli uomini e a mobilitare le donne per il lavoro obbligatorio, perseguitarono quegli oppositori del Reich prevalentemente di matrice cattolica che, come il parroco Michael Gamper e il commerciante Erich Amonn, organizzarono un movimento di resistenza sotto la sigla di Andreas Hofer Bund, che rappresentava i Dableiber che si opponevano alla tirannia nazista. Un centinaio di membri furono deportati nei campi di sterminio.
Nel maggio del 1945 la guerra finì e sia il nazismo che il fascismo erano caduti. Gli altoatesini si trovarono così nel mezzo di una sorta di «anno zero», arbitrato di fatto dalle potenze vincitrici. L’Italia, pur sconfitta, si trovava però in vantaggio rispetto all’Austria: era stata una nazione co-belligerante e contava la presenza di un movimento di resistenza, mentre l’Austria annessa al Reich non poteva dimostrare altrettanto. Molti sudtirolesi, inoltre, erano stati fedeli nazisti e combattenti nella Wehrmacht e nelle SS. Dall’altra parte Vienna invocava la naturale etnia germanica del popolo altoatesino usurpata nel 1919 e repressa dal fascismo, portando avanti la tesi della propria posizione di vittima del nazismo in seguito all’Anschluss del 1938. Ma l’Italia era considerata già Stato sovrano, mentre l’Austria era sottoposta come la Germania all’amministrazione delle truppe di occupazione alleate. Le spinte alla riannessione all’Austria tra il 1945 e il 1946 furono molto forti nel primo anno di pace in Alto Adige. Già nel maggio del 1945, pochi giorni dopo la fine del conflitto, era nata la Südtiroler Völkspartei (Svp), nata dai Dableiber tra cui Erich Amonn. Il movimento si espresse subito per la riannessione all’Austria, mentre dall’altra parte del Brennero, ad Innsbruck, si assistette a manifestazioni di piazza per il ritorno ad un solo Tirolo. Lo stesso Karl Gruber, futuro ministro degli Esteri austriaco, inoltrò alle potenze vincitrici richiesta formale di riannessione. Anche a Bolzano, presso Castel Firmiano, si tenne una manifestazione di massa il 22 aprile 1946 che preannunciò l’iniziativa di una petizione per la riannessione che raccolse oltre 150.000 firme, consegnate poi al cancelliere austriaco Leopold Figl. Gli alleati la respinsero, non riconoscendo la richiesta di referendum e ribadendo che ogni decisione sulla questione altoatesina (e sulle altre come quella di Trieste) sarebbero state trattate unicamente per le vie diplomatiche alla conferenza di pace di Parigi. Anche a Roma le richieste di separazione furono fortemente respinte dai principali partiti: risolutamente contrario fu Togliatti, che riteneva il confine del Brennero violato dalle truppe tedesche e non provava alcuna simpatia per l’autonomia, rispecchiando l'assoluta ostilità di Mosca a qualunque concessione territoriale ai popoli tedeschi sconfitti. Più morbido, ma comunque risolutamente contrario alla riannessione fu Alcide De Gasperi (egli stesso trentino ed in gioventù suddito dell’Impero Austro-ungarico). Il leader democristiano e presidente del Consiglio sarà protagonista della risoluzione diplomatica della questione altoatesina durante lo stesso 1946, anno del suo secondo dicastero. Nel frattempo gli optanti, che avevano scelto di trasferirsi nella Germania nazista si erano venuti a trovare in un Paese in ginocchio, raso al suolo dai bombardamenti e sottoposto all’occupazione militare dei vincitori. Alcuni scelsero di rientrare clandestinamente già alcuni mesi dopo la fine della guerra, ma si trovarono paradossalmente stranieri in patria perché avevano scelto di abbandonare la cittadinanza italiana. In Alto Adige non avevano più diritti, erano di fatto stranieri. E molti neppure ritrovarono le proprietà lasciate pochi anni prima, occupate o assegnate ad altri dalle autorità italiane o confiscate direttamente dai restanti. Al di là del Brennero gli altoatesini cacciati dalla Germania occupata, dalla Boemia e dalla Polonia occupate dai sovietici finirono in campi profughi nei dintorni di Innsbruck in condizioni miserevoli, in attesa che la situazione si sbloccasse. Tra i giovani profughi, diverse centinaia si arruolarono per fame nella Legione straniera francese, in quanto il Tirolo settentrionale era sotto il controllo delle truppe di Parigi. Spediti in Indocina, rimasero fino alla battaglia di Diem Bien Phu del 1954, che costò la vita a diversi ex optanti.
Il conflitto sociale raggiunse dunque picchi altissimi nel 1946, nel momento in cui la palla della politica locale era passata a quegli altoatesini che avevano sofferto sotto l’occupazione nazista senza lasciare la propria terra e contemporaneamente dall’Austria giungeva una forte propaganda per l’annessione.
Una miscela così esplosiva indusse le potenze riunite a Parigi ad accelerare la risoluzione della questione, che si risolverà giuridicamente con la firma dell’Accordo tra Austria e Italia sull’Alto Adige, noto come «Accordo De Gasperi-Gruber» dal nome dei due premier. Era il 5 settembre del 1946 quando a Parigi fu siglato e consegnato agli alleati. Il testo conteneva le garanzie per la tutela linguistica delle comunità tedesche e la parità di diritti tra la popolazione tedesca, ladina e italiana. Riammetteva l’insegnamento del tedesco nelle scuole, che durante il ventennio si era svolto clandestinamente nelle Katakombenschule, le scuole organizzate nei sotterranei da Martin Gamper. Riconosceva l’autonomia amministrativa dell’Alto Adige (che con un abile mossa De Gasperi estese a livello regionale, includendo così anche il Trentino) e garantiva la nazionalità ed un passaporto valido anche per gli optanti in rientro e il riconoscimento dei titoli di studio. L’Austria avrebbe avuto il ruolo di controllore e garante dell’accordo.
Molti furono i delusi, che speravano in un ricongiungimento del Sudtirolo con l’Austria, ma i vincitori seduti al tavolo delle trattative postbelliche lo esclusero categoricamente. Volevano evitare una nuova area di tensioni etnico-geografiche in un periodo delicato in cui nascevano le premesse della Guerra fredda. Altri altoatesini tuttavia accettarono l’accordo, consolati dalle garanzie che avrebbero impedito una nuova italianizzazione forzata. Chi rientrò dalla Germania dovette ricominciare spesso tutto da capo, con lunghe trafile burocratiche e legali per riacquistare ciò che era stato lasciato all’atto della scelta di emigrare nel Reich.
La Costituzione del 1948 recepì l’accordo del 1946 e nel Decreto Legislativo n.23/1948 si trattò la regolarizzazione dello status degli optanti. Si apriva il capitolo difficile del pieno reintegro, non ultimo quello del ritorno delle proprietà o dell’assegnazione di abitazioni e terre vendute o confiscate negli anni delle opzioni dallo Stato italiano, dai Dableiber o assegnate ai lavoratori italiani di recente immigrazione in Alto Adige. Questo difficilissimo aspetto fu affidato ad un giovane Giulio Andreotti, che fu a fianco di De Gasperi il giorno degli accordi con Gruber. A lui fu affidata la gestione politica dell’Uzc, l’Ufficio governativo per le Zone di Confine, chiamato da una parte al reintegro degli altoatesini rientranti, dall’altro alla difesa della comunità degli italiani che risiedevano e lavoravano in Alto Adige. L’Uzc si trovò a gestire le richieste degli optanti di rientro e le pratiche di concessione della nuova cittadinanza italiana, scegliendo una politica di controbilanciamento delle due componenti etnico-linguistiche tramite progressivi finanziamenti, per evitare che il reintegro degli optanti finisse per minacciare gli italiani della regione. A partire dagli anni Cinquanta l’Uzc favorì in particolare lo sviluppo di chiese ed oratori, nonché il sostegno ad una stampa di lingua italiana, in particolare del quotidiano «L’Alto Adige», che mirava a creare una voce alternativa al germanofono «Dolomiten».
L’azione italiana tuttavia non riuscirà a placare le spinte secessioniste e le forti tensioni etniche dell’Alto Adige del dopoguerra. Nonostante la ripresa economica e l’inizio dello sviluppo di un turismo di massa unita alla ripresa industriale, il ritorno degli optanti significò anche una svolta all’interno del primo partito germanofono, l’Svp. Gestito nell’immediato dopoguerra da una maggioranza di cattolici antinazisti, il ricambio della classe politica altoatesina vide il ritorno di alcuni esponenti intransigenti e precedentemente compromessi con il defunto Terzo Reich. Molti, alla fine degli anni Cinquanta, furono gli episodi di segregazione e di separazione etnica attuate a livello locale in risposta alle politiche di Roma, accusata di favorire gli italiani. Inoltre l’Austria, divenuta repubblica dopo la fine di un lungo decennio di occupazione alleata, aveva ripreso le rivendicazioni sul Sudtirolo. A livello nazionale, la Svp allora guidata dall’ex soldato della Wermacht Silvius Magnago chiedeva l’autonomia non solo da Roma, ma anche da Trento, inclusa assieme all’Alto Adige dopo gli accordi del 1946. Queste forti tensioni porteranno al fenomeno del terrorismo del decennio successivo con la stagione degli attacchi dinamitardi dei separatisti. Il cammino verso un’autonomia bilanciata e un’integrazione vera sarebbe stato ancora molto lungo, passando dallo Statuto di autonomia del 1972 e fino alla ratifica del Pacchetto di autonomie del 1992, ratificato dai governi di Italia e Austria di fronte all’Onu.
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«The Testaments» (Disney+)
Il romanzo che Margaret Atwood ha scritto nel 2019, sulla carta, dovrebbe essere un sequel del suo più famoso, Il racconto dell'ancella. Di fatto, The Testaments è ambientato quindici anni dopo le vicende narrate in quel libro, che le ha dato fama. Eppure, non racconta molto oltre il finale noto.
The Testaments, da cui Disney+ ha tratto un'altra serie televisiva, pronta a debuttare sulla piattaforma mercoledì 8 aprile, usa un espediente narrativo per tornare alla fine del ventesimo secolo, nel mezzo della teocrazia totalitaria che ha sovvertito l'ordine degli Stati Uniti d'America. Allora, a fronte di un pianeta devastato dalle guerre e dalle successive difficoltà economiche, difficoltà che hanno portato ad una crescita zero, pochi uomini, pochi potenti hanno deciso di instaurare in America una Repubblica basata sulla religione. Non la religione così come la si è conosciuta, ma una sua lettura forzata e ortodossa, una sorta di fanatismo biblico che ha trasformato gli Usa, un tempo patria della libertà, nella Repubblica di Gilead: una società piramidale, governata da un'oligarchia di privilegiata e popolata, per lo più, di schiavi. Nessuna mobilità sociale, nessuna inclinazione personale. All'interno di Gilead, non ha trovato spazio nulla oltre l'applicazione maniacale dei dogmi ispirati alle sacre scritture. Un Medioevo nuovo ha preso il sopravvento, si è tornati a processore chiunque manifestasse dissenso, a punire la disobbedienza civile e il pensiero critico. Le donne sono state ridotte a macchine riproduttive, e a loro è stata proibita la gioia dell'amore. Per dare a Gilead dei figli e ripopolare così la Terra, gli oligarchi hanno deciso che si sarebbero accoppiati con donne fertili, tenute in cattività. Non sarebbero state mogli, ma incubatrici. Le altre, non più fertili o sterili, sarebbero state eliminate. Il racconto dell'ancella, celebrato urbi et orbi e poi adattato in una serie tv di successo planetario, ha raccontato la silenziosa insurrezione delle ancelle, la loro vita di prigioniere.
The Testaments, con lo stesso impianto produttivo, promette, invece, di raccontare tre storie diverse e interconnesse, storie nuove e vecchie capaci, soprattutto, di spiegare gli antefatti che hanno preceduto l’ascesa al potere degli oligarchi di Gilead. Cos'ha portato dove si è ora, quali alternative possono esistere oltre la costrizione, che costo ha l'obbedienza. Questo si chiedono le trame dello show, deciso a tener vivo l'universo della Atwood.
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L’idea che bastino buone leggi per uniformare popoli e culture diverse è il grande inganno del nostro tempo. Senza una popolazione storicamente e culturalmente coesa, la legge diventa impotente e lo Stato perde la sua funzione.