True
2025-10-15
Sostituito l’avvocato showman. Sempio revoca il mandato a Lovati
Andrea Sempio. Nel riquadro, l'avvocato Massimo Lovati (Ansa)
Oscillante fra l’eccentrico e l’imprudente, aveva costruito il suo personaggio a colpi di interviste, accuse, ironie e teorie borderline. Ma ieri è arrivata la revoca dell’incarico. L’avvocato Massimo Lovati non è più il difensore di Andrea Sempio nel procedimento in cui il commesso di Voghera amico di Marco Poggi è indagato per concorso nell’omicidio di Chiara. Una scelta che appare come la risposta definitiva a quelli che Sempio deve aver valutato come eccessi pubblici del suo ormai ex difensore. L’indagato ha fatto anche sapere che venerdì ufficializzerà il nome dell’avvocato che subentrerà. Angela Taccia, che rimarrà al fianco di Sempio, ha spiegato: «Il mio cliente ha scelto di revocare il mandato all’avvocato Lovati alla luce degli ultimi comportamenti, non solo mediatici, del suo storico difensore». Perché, a quanto pare, sarebbe stata determinante anche la mancata condivisione di strategie difensive e alcune iniziative prese senza prima condividerle con l’assistito e con la collega. Lovati negli ultimi giorni aveva provato a resistere, dichiarando pubblicamente: «Io rimango fino a quando mi lasciano rimanere. Andrea secondo me sbaglierebbe a separarsi da me». Ora commenta: «Sono dispiaciuto e amareggiato. Il mio errore è il mio modo di pormi con la giustizia, con i media, con i clienti, con i miei colleghi e con i magistrati. Ho un modo tutto mio per pormi e questo non è piaciuto evidentemente al mio assistito». E rispondendo alle domande di Gianluigi Nuzzi nel corso di Dentro la notizia su Canale 5, ha spiegato: «Andrea mi ha chiamato a mezzogiorno comunicandomi che mi aveva revocato il mandato difensivo, le motivazioni non sono per Fabrizio Corona o per quello che ho detto, ma per le linee difensive che non gli piacciono più». Mentre, a Pino Rinaldi, su La 7, durante Ignoto X, ha prima detto di «essere rimasto sorpreso». Poi ha spiegato di aver avuto un colloquio anche con la collega Taccia, ma di essersi convinto che «la decisione l’ha presa Andrea». Ma ci ha tenuto comunque a far sapere di aver dato «un ultimo consiglio» per la difesa. Tutti ormai lo conoscono per le dichiarazioni sopra le righe durante le comparsate in tv. Affermazioni del tipo: «Offendere i miei clienti è una mia strategia difensiva». Una giustificazione a una precedente esclamazione durante la quale, riferendosi ai Sempio, aveva detto: «Sono ignoranti come delle capre». Poi c’è la clamorosa intervista con Corona per il format Falsissimo, che ha rappresentato probabilmente l’apice (o il baratro) della sua esposizione mediatica. Lovati ha parlato di fiction, di Gerry La Rana, ovvero un personaggio caricaturale, un avvocato senza scrupoli e alcolizzato. Ha detto che gli era stato chiesto di «parlare a ruota libera, di fare affermazioni volgari, di colpire per avere audience». «Quel maledetto Civardi…», aveva detto Lovati a proposito del procuratore aggiunto di Pavia Stefano Civardi, per poi aggiungere: «Quello dell’Opus Dei». E a proposito del capo della Procura di Pavia Fabio Napoleone gli era anche scappato che, secondo lui, «voleva chiedere l’archiviazione». Parole che hanno scatenato la reazione della Procura di Pavia, con Napoleone che si è visto costretto a precisare che si trattava di ricostruzioni «oggettivamente destituite di ogni fondamento». Pochi giorni dopo è arrivata anche una querela, firmata dagli avvocati Enrico e Fabio Giarda, i legali che avevano difeso Alberto Stasi. I due penalisti hanno denunciato Lovati per le affermazioni rilasciate in un’intervista televisiva del 13 marzo, quando l’avvocato aveva accusato lo studio Giarda di aver «clandestinamente prelevato il Dna» di Sempio e di aver orchestrato, nel 2017, una «macchinazione». La Procura ha aperto un fascicolo e lui ha commentato: «Mi difenderò da solo». Poco dopo l’Ordine degli avvocati ha fatto sapere che avrebbe valutato la sua posizione a livello disciplinare. E lui ha replicato mostrando una certa sicumera: «Non verrò radiato». Ma non è finita. Non ha risparmiato neppure l’ex procuratore aggiunto Mario Venditti: «Ho detto che Venditti giocava ai cavalli? In quel periodo andavo a San Siro, sono sempre stato appassionato di ippica, che problema c’è? Non so che cos’ho detto, a furia di bere». Mentre in un’altra dichiarazione ha rivendicato: «Bevo, ma reggo». Lo stesso Corona, che durante la chiacchierata con l’avvocato avrebbe continuato a riempire il suo bicchiere, è stato accusato da Lovati di tradimento: «Mi aveva avvicinato dicendomi che avremmo fatto un film con me protagonista… Mi ha tradito». E nel tentativo di spiegare l’origine di quelle dichiarazioni ha ribadito: «Corona è venuto a casa mia vestito da prete, mi ha versato da bere e mi ha convinto a fare un provino». A conti fatti, però, nonostante la revoca del mandato, Lovati si ritrova esattamente dove ha sempre voluto stare: al centro della scena. E c’è da scommettere sulla possibilità che ci resti ancora per molto tempo.
Venditti: «Ho la vita rovinata»
Da una parte l’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, indagato per corruzione in atti giudiziari, dall’altra il pubblico ministero della Procura di Brescia, Claudia Moregola, che lo ha fatto perquisire ipotizzando che avrebbe ricevuto denaro per chiedere, nel 2017, l’archiviazione della posizione di Andrea Sempio, l’amico di Marco Poggi indagato a Pavia per concorso nell’omicidio di Chiara. In mezzo, un’aula blindata, gli echi dei faldoni del «Sistema Pavia» e un conflitto giudiziario che ormai si gioca su più tavoli. Il primo scontro tra accusa e difesa si è consumato al tribunale del Riesame di Brescia. Ieri mattina, davanti al collegio presieduto da Giovanni Pagliuca, la tensione è salita subito. La difesa di Venditti, rappresentata dall’avvocato Domenico Aiello, ha chiesto di annullare il decreto di perquisizione e i sequestri eseguiti il 26 settembre dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e dalla Guardia di finanza di Pavia e di Brescia. «Non c’è prova della corruzione», ha detto il legale, precisando che «nel decreto avrebbero dovuto indicare almeno il corruttore». La Procura bresciana ha ribattuto. «Sono emersi sufficienti indizi per indagare sull’ipotesi di corruzione in atti giudiziari», ha spiegato il pm Moregola, aggiungendo: «Quello che è avvenuto non è una misura cautelare ma solo un’attività di perquisizione». L’udienza si è protratta fino alle 11.30, con scambi di tesi tra il pm e l’avvocato Aiello. Che uscendo dall’aula ha parlato di «senso di responsabilità» e ha annunciato un ricorso anche nel filone parallelo Clean 2, quello che ha già travolto alcuni carabinieri della «Squadretta» che lavorava con Venditti. Poi è toccato all’ex procuratore aggiunto. Ha preso la parola, brevemente ma con toni drammatici: «Ho la vita rovinata, non ho mai preso un euro al di fuori dello stipendio». L’ex magistrato ha definito le accuse «frutto di illazioni e suggestioni». Ai cronisti ha aggiunto: «Rifarei tutto quello che ho fatto. Tutto quello di cui sono accusato è frutto di illazioni, niente di concreto e di certo. Questa è la tragedia che mi sta colpendo». Sui dispositivi informatici sequestrati e sulle password non consegnate agli inquirenti, ha precisato: «Sono responsabilità del mio difensore. Ci dicano che cosa cercano e non ci sono problemi». Venditti infatti sarebbe stato pronto a consegnarle agli investigatori, ma leggendo il decreto di perquisizione e sequestro il suo difensore l’avrebbe stoppato. Per poi spiegare che si trattava di una investigazione troppo generica e che i pm avrebbero dovuto dettagliarla. Venditti ha anche negato di aver esercitato pressioni durante la sua carriera in Procura: «Io non ho mai esercitato pressioni, chiedevo soltanto, nel mio stile professionale, di avere le cose prima di subito (il riferimento, probabilmente, è alle affermazioni del carabiniere Giuseppe Spoto, che ha verbalizzato di aver dovuto consegnare le trascrizioni delle intercettazioni perché Venditti aveva fretta di scrivere la richiesta di archiviazione, ndr). I tempi della giustizia dovevano essere brevi, a me le lungaggini non piacevano e non piacciono». Venditti ha respinto anche le ipotesi di peculato (per l’automobile, un’Audi Q5, presa in leasing dalla Procura, che poi ha acquistato): «Il reato non mi è ancora stato contestato. Aspetto pure che mi si contesti il “Sistema Pavia”. Sistema significa associazione a delinquere, sono curioso che qualcuno mi accusi di essere stato a capo o partecipe di un’associazione finalizzata a che cosa? Dicono a pranzi, cene. E questa sarebbe un’associazione a delinquere?». Infine ha tirato fuori il piglio da magistrato, contestando alcuni passaggi a chi lo accusa: «Dicono che sono un corrotto ma non mi dicono chi è il corruttore, quando mi ha corrotto, come mi ha corrotto». Il collegio del Riesame si è riservato la decisione, che è attesa entro sabato. Ma nel frattempo si è aperto un altro fronte: quello della competenza territoriale. Tutto il fascicolo sull’omicidio di Chiara Poggi, su richiesta dell’avvocato Aiello, dovrebbe essere trasferito a Brescia. Il legale di Venditti ha presentato un’istanza alla gip pavese Daniela Garlaschelli, alle due Procure coinvolte e alle Procure generali dei distretti di Milano e di Brescia, ritenendo che ci sia una «connessione» tra i due fascicoli e che la magistratura competente a indagare sia quella titolata a farlo sui magistrati, quindi quella di Brescia. Ma sarà la Procura generale della Cassazione a decidere.
Continua a leggereRiduci
Alla base della decisione, la mancata condivisione di alcune strategie difensive ma soprattutto l’esuberanza mediatica del legale, che nelle ultime settimane aveva parlato a ruota libera su Garlasco. Lui: «Sono sorpreso».Ieri l’udienza davanti al tribunale del Riesame. Lo sfogo dell’ex procuratore Venditti: «Mai preso soldi». Sarà la Cassazione a decidere sul conflitto tra Pavia e Brescia.Lo speciale contiene due articoli.Oscillante fra l’eccentrico e l’imprudente, aveva costruito il suo personaggio a colpi di interviste, accuse, ironie e teorie borderline. Ma ieri è arrivata la revoca dell’incarico. L’avvocato Massimo Lovati non è più il difensore di Andrea Sempio nel procedimento in cui il commesso di Voghera amico di Marco Poggi è indagato per concorso nell’omicidio di Chiara. Una scelta che appare come la risposta definitiva a quelli che Sempio deve aver valutato come eccessi pubblici del suo ormai ex difensore. L’indagato ha fatto anche sapere che venerdì ufficializzerà il nome dell’avvocato che subentrerà. Angela Taccia, che rimarrà al fianco di Sempio, ha spiegato: «Il mio cliente ha scelto di revocare il mandato all’avvocato Lovati alla luce degli ultimi comportamenti, non solo mediatici, del suo storico difensore». Perché, a quanto pare, sarebbe stata determinante anche la mancata condivisione di strategie difensive e alcune iniziative prese senza prima condividerle con l’assistito e con la collega. Lovati negli ultimi giorni aveva provato a resistere, dichiarando pubblicamente: «Io rimango fino a quando mi lasciano rimanere. Andrea secondo me sbaglierebbe a separarsi da me». Ora commenta: «Sono dispiaciuto e amareggiato. Il mio errore è il mio modo di pormi con la giustizia, con i media, con i clienti, con i miei colleghi e con i magistrati. Ho un modo tutto mio per pormi e questo non è piaciuto evidentemente al mio assistito». E rispondendo alle domande di Gianluigi Nuzzi nel corso di Dentro la notizia su Canale 5, ha spiegato: «Andrea mi ha chiamato a mezzogiorno comunicandomi che mi aveva revocato il mandato difensivo, le motivazioni non sono per Fabrizio Corona o per quello che ho detto, ma per le linee difensive che non gli piacciono più». Mentre, a Pino Rinaldi, su La 7, durante Ignoto X, ha prima detto di «essere rimasto sorpreso». Poi ha spiegato di aver avuto un colloquio anche con la collega Taccia, ma di essersi convinto che «la decisione l’ha presa Andrea». Ma ci ha tenuto comunque a far sapere di aver dato «un ultimo consiglio» per la difesa. Tutti ormai lo conoscono per le dichiarazioni sopra le righe durante le comparsate in tv. Affermazioni del tipo: «Offendere i miei clienti è una mia strategia difensiva». Una giustificazione a una precedente esclamazione durante la quale, riferendosi ai Sempio, aveva detto: «Sono ignoranti come delle capre». Poi c’è la clamorosa intervista con Corona per il format Falsissimo, che ha rappresentato probabilmente l’apice (o il baratro) della sua esposizione mediatica. Lovati ha parlato di fiction, di Gerry La Rana, ovvero un personaggio caricaturale, un avvocato senza scrupoli e alcolizzato. Ha detto che gli era stato chiesto di «parlare a ruota libera, di fare affermazioni volgari, di colpire per avere audience». «Quel maledetto Civardi…», aveva detto Lovati a proposito del procuratore aggiunto di Pavia Stefano Civardi, per poi aggiungere: «Quello dell’Opus Dei». E a proposito del capo della Procura di Pavia Fabio Napoleone gli era anche scappato che, secondo lui, «voleva chiedere l’archiviazione». Parole che hanno scatenato la reazione della Procura di Pavia, con Napoleone che si è visto costretto a precisare che si trattava di ricostruzioni «oggettivamente destituite di ogni fondamento». Pochi giorni dopo è arrivata anche una querela, firmata dagli avvocati Enrico e Fabio Giarda, i legali che avevano difeso Alberto Stasi. I due penalisti hanno denunciato Lovati per le affermazioni rilasciate in un’intervista televisiva del 13 marzo, quando l’avvocato aveva accusato lo studio Giarda di aver «clandestinamente prelevato il Dna» di Sempio e di aver orchestrato, nel 2017, una «macchinazione». La Procura ha aperto un fascicolo e lui ha commentato: «Mi difenderò da solo». Poco dopo l’Ordine degli avvocati ha fatto sapere che avrebbe valutato la sua posizione a livello disciplinare. E lui ha replicato mostrando una certa sicumera: «Non verrò radiato». Ma non è finita. Non ha risparmiato neppure l’ex procuratore aggiunto Mario Venditti: «Ho detto che Venditti giocava ai cavalli? In quel periodo andavo a San Siro, sono sempre stato appassionato di ippica, che problema c’è? Non so che cos’ho detto, a furia di bere». Mentre in un’altra dichiarazione ha rivendicato: «Bevo, ma reggo». Lo stesso Corona, che durante la chiacchierata con l’avvocato avrebbe continuato a riempire il suo bicchiere, è stato accusato da Lovati di tradimento: «Mi aveva avvicinato dicendomi che avremmo fatto un film con me protagonista… Mi ha tradito». E nel tentativo di spiegare l’origine di quelle dichiarazioni ha ribadito: «Corona è venuto a casa mia vestito da prete, mi ha versato da bere e mi ha convinto a fare un provino». A conti fatti, però, nonostante la revoca del mandato, Lovati si ritrova esattamente dove ha sempre voluto stare: al centro della scena. E c’è da scommettere sulla possibilità che ci resti ancora per molto tempo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/garlasco-sempio-lovati-2674186386.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="venditti-ho-la-vita-rovinata" data-post-id="2674186386" data-published-at="1760531142" data-use-pagination="False"> Venditti: «Ho la vita rovinata» Da una parte l’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, indagato per corruzione in atti giudiziari, dall’altra il pubblico ministero della Procura di Brescia, Claudia Moregola, che lo ha fatto perquisire ipotizzando che avrebbe ricevuto denaro per chiedere, nel 2017, l’archiviazione della posizione di Andrea Sempio, l’amico di Marco Poggi indagato a Pavia per concorso nell’omicidio di Chiara. In mezzo, un’aula blindata, gli echi dei faldoni del «Sistema Pavia» e un conflitto giudiziario che ormai si gioca su più tavoli. Il primo scontro tra accusa e difesa si è consumato al tribunale del Riesame di Brescia. Ieri mattina, davanti al collegio presieduto da Giovanni Pagliuca, la tensione è salita subito. La difesa di Venditti, rappresentata dall’avvocato Domenico Aiello, ha chiesto di annullare il decreto di perquisizione e i sequestri eseguiti il 26 settembre dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e dalla Guardia di finanza di Pavia e di Brescia. «Non c’è prova della corruzione», ha detto il legale, precisando che «nel decreto avrebbero dovuto indicare almeno il corruttore». La Procura bresciana ha ribattuto. «Sono emersi sufficienti indizi per indagare sull’ipotesi di corruzione in atti giudiziari», ha spiegato il pm Moregola, aggiungendo: «Quello che è avvenuto non è una misura cautelare ma solo un’attività di perquisizione». L’udienza si è protratta fino alle 11.30, con scambi di tesi tra il pm e l’avvocato Aiello. Che uscendo dall’aula ha parlato di «senso di responsabilità» e ha annunciato un ricorso anche nel filone parallelo Clean 2, quello che ha già travolto alcuni carabinieri della «Squadretta» che lavorava con Venditti. Poi è toccato all’ex procuratore aggiunto. Ha preso la parola, brevemente ma con toni drammatici: «Ho la vita rovinata, non ho mai preso un euro al di fuori dello stipendio». L’ex magistrato ha definito le accuse «frutto di illazioni e suggestioni». Ai cronisti ha aggiunto: «Rifarei tutto quello che ho fatto. Tutto quello di cui sono accusato è frutto di illazioni, niente di concreto e di certo. Questa è la tragedia che mi sta colpendo». Sui dispositivi informatici sequestrati e sulle password non consegnate agli inquirenti, ha precisato: «Sono responsabilità del mio difensore. Ci dicano che cosa cercano e non ci sono problemi». Venditti infatti sarebbe stato pronto a consegnarle agli investigatori, ma leggendo il decreto di perquisizione e sequestro il suo difensore l’avrebbe stoppato. Per poi spiegare che si trattava di una investigazione troppo generica e che i pm avrebbero dovuto dettagliarla. Venditti ha anche negato di aver esercitato pressioni durante la sua carriera in Procura: «Io non ho mai esercitato pressioni, chiedevo soltanto, nel mio stile professionale, di avere le cose prima di subito (il riferimento, probabilmente, è alle affermazioni del carabiniere Giuseppe Spoto, che ha verbalizzato di aver dovuto consegnare le trascrizioni delle intercettazioni perché Venditti aveva fretta di scrivere la richiesta di archiviazione, ndr). I tempi della giustizia dovevano essere brevi, a me le lungaggini non piacevano e non piacciono». Venditti ha respinto anche le ipotesi di peculato (per l’automobile, un’Audi Q5, presa in leasing dalla Procura, che poi ha acquistato): «Il reato non mi è ancora stato contestato. Aspetto pure che mi si contesti il “Sistema Pavia”. Sistema significa associazione a delinquere, sono curioso che qualcuno mi accusi di essere stato a capo o partecipe di un’associazione finalizzata a che cosa? Dicono a pranzi, cene. E questa sarebbe un’associazione a delinquere?». Infine ha tirato fuori il piglio da magistrato, contestando alcuni passaggi a chi lo accusa: «Dicono che sono un corrotto ma non mi dicono chi è il corruttore, quando mi ha corrotto, come mi ha corrotto». Il collegio del Riesame si è riservato la decisione, che è attesa entro sabato. Ma nel frattempo si è aperto un altro fronte: quello della competenza territoriale. Tutto il fascicolo sull’omicidio di Chiara Poggi, su richiesta dell’avvocato Aiello, dovrebbe essere trasferito a Brescia. Il legale di Venditti ha presentato un’istanza alla gip pavese Daniela Garlaschelli, alle due Procure coinvolte e alle Procure generali dei distretti di Milano e di Brescia, ritenendo che ci sia una «connessione» tra i due fascicoli e che la magistratura competente a indagare sia quella titolata a farlo sui magistrati, quindi quella di Brescia. Ma sarà la Procura generale della Cassazione a decidere.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
Continua a leggereRiduci
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
Continua a leggereRiduci