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2019-11-23
Il pentolino di latta che ci salva dalla fame
Ansa
Il problema della conservazione del cibo fa parte della storia dell'uomo. Già i fenici, popolo di navigatori, sulle loro navi caricavano carne secca e pesce affumicato o sotto sale. I romani, dentro le anfore, conservavano molte derrate sottolio. Gabrio Apicio trattava svariati prodotti sotto aceto. L'affumicatura e la salagione conservano il cibo disidratandolo, cioè privandolo di acqua. L'olio protegge gli alimenti dal contatto con l'aria, mentre l'aceto, con la sua acidità, inattiva possibili microrganismi tossici. Nel corso del tempo varie tecniche si sono affinate, ma sempre su una base empirica. Stimolo alla ricerca furono le esigenze militari o le rotte oceaniche alla scoperta di nuovi mondi. Per i marinai alimentarsi solo di cibi conservati senza l'apporto di vitamine li esponeva al rischio di scorbuto, spesso letale. Gli eserciti, invece, depredavano terre e popolazioni teatro di guerra. Quando Napoleone, agli inizi del 1800, mise in campo truppe molto numerose per le sue campagne di guerra, creò un bando di concorso per chi fosse stato in grado di fornire cibi che, una volta preparati, potessero resistere anche a distanza di tempo. Il suo motto era «un esercito marcia con il suo stomaco».
Nicolas Appert, basandosi su studi di Lazzaro Spallanzani, posti gli alimenti in un contenitore di vetro e portati a ebollizione, li sigillava poi ermeticamente, così da eliminare anche i batteri presenti nell'aria. Vinse il premio di 12.000 franchi di Napoleone, ma non registrò il brevetto. Ne fece tesoro Pierre Durand, un britannico di origini francesi. Sostituì i contenitori di vetro con scatole di latta: più leggera, duttile, meno fragile e più economica del vetro. Registrato il brevetto lo vendette subito a due imprenditori inglesi, John Hall e Bryan Donkin che iniziarono a produrre cibo in scatola per l'esercito inglese. I primi studi sulla realizzazione delle celle frigorifero iniziarono nel 1851, grazie a John Gorrie. Con lo sviluppo delle nuove reti di trasporto, sia ferroviarie che di navigazione, lo scambio di merci divenne una nuova opportunità anche per il normale commercio alimentare. Nel frattempo Louis Pasteur aveva ulteriormente perfezionato il protocollo scientifico. La tecnologia si sviluppò in parallelo con varie invenzioni atte alla lavorazione del prodotto, premessa indispensabile per lo sviluppo di un'industria di settore. All'inizio uscivano dalle fabbriche in grosse scatole di metallo per arrivare ai commercianti che poi provvedevano alla distribuzione al dettaglio. Le scatolette come le conosciamo oggi iniziarono a diffondersi nella seconda metà dell'Ottocento.
In Italia tra i primi Giuseppe Lancia, padre di Vincenzo che poi fondò l'omonima fabbrica di automobili. Suo il cibo in scatola dell'esercito piemontese nella guerra di Crimea del 1853. Francesco Cirio era un commerciante piemontese che cominciò a produrre piselli in scatola nel 1856. Non ebbe subito grande fortuna. Poi si stabilì in Campania e, a partire dal 1875, cominciò a vendere le scatolette con pelati di pomodoro. Un grande pioniere è stato Pietro Sada, milanese. Rinomato per il suo bollito, decise di proporlo in scatola per la trasvolata del 1881 lungo le Alpi, in mongolfiera, organizzato dai Gondrand, facendo così diventare il suo prodotto ricercato e di moda. Nel 1923 il figlio Gino Alfonso fondò poi la Simmenthal. Durante la grande guerra il cibo in scatola fu fondamentale per l'alimentazione dei soldati in situazioni di emergenza. Ne furono preparate 200 milioni. Tra la seconda metà dell'800 e i primi del '900 queste confezioni si diffusero come normali abitudini di molte famiglie, andando oltre il consumo, anche come oggetti di uso quotidiano.La latta si prestava ad essere modellata in vari modi, decorata secondo il messaggio che le aziende volevano comunicare. Vennero incaricati famosi illustratori dell'epoca, quali Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello, Gino Boccasile. Era punto d'onore, per molte aziende, riportare le menzioni di qualità che venivano loro concesse. A esempio quali fornitori della Real Casa dei Savoia. In Italia ci sono due Musei che hanno collezioni di questi oggetti. La Casa delle scatole di latta, a Gerano, in provincia di Roma, e un Museo a Grumarone, nell'aquilano.
Un altro importante collezionista è il giornalista Paolo Stefanato. Nel Novecento si sono sviluppate molte altre tecnologie che hanno permesso di conciliare la conservazione del cibo con un consumo sempre più diffuso, svincolato dalla tradizionale produzione stagionale e dalla origine di raccolta. I prodotti surgelati derivano da una intuizione del canadese Clarence Birdseye, il quale applicò al pesce la stessa tecnica che aveva visto usare dagli eschimesi: uscito dall'acqua veniva immediatamente posto entro buche scavate nel ghiaccio. Nel 1928 creò dei primi freezer, precursori dei moderni congelatori, per poi iniziare la sua attività industriale con la commercializzazione di filetti di merluzzo, come spinaci, piselli e molto altro. Con questa catena del freddo si possono avere prodotti diversi lungo tutto l'arco dell'anno, con una ideale conservazione delle varie proprietà di ogni singolo alimento. I primi tentativi per confezionare le bevande all'interno delle lattine si ebbero agli inizi del Novecento, tuttavia vi furono diversi problemi. Si sviluppava anidride carbonica che faceva scoppiare la lattina, come il metallo all'interno del contenitore poteva alterare il gusto. Nel 1935, in America, venne proposta la prima lattina con il tappo avvitato. Le linguette arrivarono nel 1962, con successive modifiche che ne hanno ottimizzato non solo l'uso ma anche la dispersione dopo il consumo, con l'apertura e compressione verso l'interno del 1975. Le attuali lattine in commercio sono un piccolo gioiello sotto vari punti di vista. Sono leggerissime ma anche molto resistenti. Pochi sanno che sono utilissime come riciclo del materiale, con il 69% del prodotto riutilizzato, meglio di plastica e vetro. Con 640 lattine si può fare un cerchione d'auto, 37 per una caffettiera, 3 per un paio di occhiali. C'è un'azienda in Italia che, con 800 lattine, produce addirittura una bicicletta che, ovviamente, si chiama Ricicletta.
A metà del Novecento uno svedese, Ruben Rausing, mise a punto un prodotto in cui il rivestimento plastico della carta si rivelò ottimo contenitore per la commercializzazione del latte, superando quindi la fragilità delle tradizionali bottiglie di vetro. Nacque così il Tetrapak che, oramai, oltre al latte, fa da contenitore ai prodotti più diversi, come formaggi, bevande, gelati. Dalla collaborazione tra Rausing e un'azienda svizzera prese avvio il latte Uht, cioè a lunga conservazione. Sterilizzato ad alta temperatura, è in grado di mantenere poi a lungo le sue caratteristiche nutrizionali, molto simili al latte fresco. Un'altra tecnologia che, negli ultimi anni, ha trovato notevole sviluppo nel commercio al dettaglio è la cosiddetta Map, o atmosfera modificata, in cui viene valorizzata l'interazione di gas diversi (anidride carbonica, ossigeno, azoto) per ottimizzare al meglio la durata di svariati prodotti. Tutte queste innovazioni hanno permesso di migliorare in maniera enorme il rapporto tra l'uomo e il cibo. Eliminando i pericoli legati alla scarsa igiene. Permettendo di fornire una corretta alimentazione in situazioni difficili quali guerre, epidemie, povertà. Non va dimenticato, tuttavia, che la scienza può migliorare enormemente la qualità della vita dell'uomo, ma ciò non toglie che vada mantenuta intatta la curiosità per le svariate bellezze e curiosità che la natura ci può offrire, legati al mutare delle stagioni come alla diversità dei luoghi, delle tradizioni, delle trasformazioni alimentari di cui l'Italia, da sempre, è particolarmente ricca (e imitata nel mondo).
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Il problema della conservazione del cibo nasce fin dall'antichità per esigenze militari o di lunghe navigazioni. A metà Ottocento si iniziò a produrre alimenti in scatola per l'esercito inglese. In Italia i precursori furono Lancia (poi passato alle auto) e Cirio.Il problema della conservazione del cibo fa parte della storia dell'uomo. Già i fenici, popolo di navigatori, sulle loro navi caricavano carne secca e pesce affumicato o sotto sale. I romani, dentro le anfore, conservavano molte derrate sottolio. Gabrio Apicio trattava svariati prodotti sotto aceto. L'affumicatura e la salagione conservano il cibo disidratandolo, cioè privandolo di acqua. L'olio protegge gli alimenti dal contatto con l'aria, mentre l'aceto, con la sua acidità, inattiva possibili microrganismi tossici. Nel corso del tempo varie tecniche si sono affinate, ma sempre su una base empirica. Stimolo alla ricerca furono le esigenze militari o le rotte oceaniche alla scoperta di nuovi mondi. Per i marinai alimentarsi solo di cibi conservati senza l'apporto di vitamine li esponeva al rischio di scorbuto, spesso letale. Gli eserciti, invece, depredavano terre e popolazioni teatro di guerra. Quando Napoleone, agli inizi del 1800, mise in campo truppe molto numerose per le sue campagne di guerra, creò un bando di concorso per chi fosse stato in grado di fornire cibi che, una volta preparati, potessero resistere anche a distanza di tempo. Il suo motto era «un esercito marcia con il suo stomaco». Nicolas Appert, basandosi su studi di Lazzaro Spallanzani, posti gli alimenti in un contenitore di vetro e portati a ebollizione, li sigillava poi ermeticamente, così da eliminare anche i batteri presenti nell'aria. Vinse il premio di 12.000 franchi di Napoleone, ma non registrò il brevetto. Ne fece tesoro Pierre Durand, un britannico di origini francesi. Sostituì i contenitori di vetro con scatole di latta: più leggera, duttile, meno fragile e più economica del vetro. Registrato il brevetto lo vendette subito a due imprenditori inglesi, John Hall e Bryan Donkin che iniziarono a produrre cibo in scatola per l'esercito inglese. I primi studi sulla realizzazione delle celle frigorifero iniziarono nel 1851, grazie a John Gorrie. Con lo sviluppo delle nuove reti di trasporto, sia ferroviarie che di navigazione, lo scambio di merci divenne una nuova opportunità anche per il normale commercio alimentare. Nel frattempo Louis Pasteur aveva ulteriormente perfezionato il protocollo scientifico. La tecnologia si sviluppò in parallelo con varie invenzioni atte alla lavorazione del prodotto, premessa indispensabile per lo sviluppo di un'industria di settore. All'inizio uscivano dalle fabbriche in grosse scatole di metallo per arrivare ai commercianti che poi provvedevano alla distribuzione al dettaglio. Le scatolette come le conosciamo oggi iniziarono a diffondersi nella seconda metà dell'Ottocento. In Italia tra i primi Giuseppe Lancia, padre di Vincenzo che poi fondò l'omonima fabbrica di automobili. Suo il cibo in scatola dell'esercito piemontese nella guerra di Crimea del 1853. Francesco Cirio era un commerciante piemontese che cominciò a produrre piselli in scatola nel 1856. Non ebbe subito grande fortuna. Poi si stabilì in Campania e, a partire dal 1875, cominciò a vendere le scatolette con pelati di pomodoro. Un grande pioniere è stato Pietro Sada, milanese. Rinomato per il suo bollito, decise di proporlo in scatola per la trasvolata del 1881 lungo le Alpi, in mongolfiera, organizzato dai Gondrand, facendo così diventare il suo prodotto ricercato e di moda. Nel 1923 il figlio Gino Alfonso fondò poi la Simmenthal. Durante la grande guerra il cibo in scatola fu fondamentale per l'alimentazione dei soldati in situazioni di emergenza. Ne furono preparate 200 milioni. Tra la seconda metà dell'800 e i primi del '900 queste confezioni si diffusero come normali abitudini di molte famiglie, andando oltre il consumo, anche come oggetti di uso quotidiano.La latta si prestava ad essere modellata in vari modi, decorata secondo il messaggio che le aziende volevano comunicare. Vennero incaricati famosi illustratori dell'epoca, quali Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello, Gino Boccasile. Era punto d'onore, per molte aziende, riportare le menzioni di qualità che venivano loro concesse. A esempio quali fornitori della Real Casa dei Savoia. In Italia ci sono due Musei che hanno collezioni di questi oggetti. La Casa delle scatole di latta, a Gerano, in provincia di Roma, e un Museo a Grumarone, nell'aquilano. Un altro importante collezionista è il giornalista Paolo Stefanato. Nel Novecento si sono sviluppate molte altre tecnologie che hanno permesso di conciliare la conservazione del cibo con un consumo sempre più diffuso, svincolato dalla tradizionale produzione stagionale e dalla origine di raccolta. I prodotti surgelati derivano da una intuizione del canadese Clarence Birdseye, il quale applicò al pesce la stessa tecnica che aveva visto usare dagli eschimesi: uscito dall'acqua veniva immediatamente posto entro buche scavate nel ghiaccio. Nel 1928 creò dei primi freezer, precursori dei moderni congelatori, per poi iniziare la sua attività industriale con la commercializzazione di filetti di merluzzo, come spinaci, piselli e molto altro. Con questa catena del freddo si possono avere prodotti diversi lungo tutto l'arco dell'anno, con una ideale conservazione delle varie proprietà di ogni singolo alimento. I primi tentativi per confezionare le bevande all'interno delle lattine si ebbero agli inizi del Novecento, tuttavia vi furono diversi problemi. Si sviluppava anidride carbonica che faceva scoppiare la lattina, come il metallo all'interno del contenitore poteva alterare il gusto. Nel 1935, in America, venne proposta la prima lattina con il tappo avvitato. Le linguette arrivarono nel 1962, con successive modifiche che ne hanno ottimizzato non solo l'uso ma anche la dispersione dopo il consumo, con l'apertura e compressione verso l'interno del 1975. Le attuali lattine in commercio sono un piccolo gioiello sotto vari punti di vista. Sono leggerissime ma anche molto resistenti. Pochi sanno che sono utilissime come riciclo del materiale, con il 69% del prodotto riutilizzato, meglio di plastica e vetro. Con 640 lattine si può fare un cerchione d'auto, 37 per una caffettiera, 3 per un paio di occhiali. C'è un'azienda in Italia che, con 800 lattine, produce addirittura una bicicletta che, ovviamente, si chiama Ricicletta. A metà del Novecento uno svedese, Ruben Rausing, mise a punto un prodotto in cui il rivestimento plastico della carta si rivelò ottimo contenitore per la commercializzazione del latte, superando quindi la fragilità delle tradizionali bottiglie di vetro. Nacque così il Tetrapak che, oramai, oltre al latte, fa da contenitore ai prodotti più diversi, come formaggi, bevande, gelati. Dalla collaborazione tra Rausing e un'azienda svizzera prese avvio il latte Uht, cioè a lunga conservazione. Sterilizzato ad alta temperatura, è in grado di mantenere poi a lungo le sue caratteristiche nutrizionali, molto simili al latte fresco. Un'altra tecnologia che, negli ultimi anni, ha trovato notevole sviluppo nel commercio al dettaglio è la cosiddetta Map, o atmosfera modificata, in cui viene valorizzata l'interazione di gas diversi (anidride carbonica, ossigeno, azoto) per ottimizzare al meglio la durata di svariati prodotti. Tutte queste innovazioni hanno permesso di migliorare in maniera enorme il rapporto tra l'uomo e il cibo. Eliminando i pericoli legati alla scarsa igiene. Permettendo di fornire una corretta alimentazione in situazioni difficili quali guerre, epidemie, povertà. Non va dimenticato, tuttavia, che la scienza può migliorare enormemente la qualità della vita dell'uomo, ma ciò non toglie che vada mantenuta intatta la curiosità per le svariate bellezze e curiosità che la natura ci può offrire, legati al mutare delle stagioni come alla diversità dei luoghi, delle tradizioni, delle trasformazioni alimentari di cui l'Italia, da sempre, è particolarmente ricca (e imitata nel mondo).
Il caso Tortora è la storia del più clamoroso abbaglio della giustizia italiana. Insieme a Vittorio Pezzuto, autore di «Applausi e sputi», ripercorriamo l'arresto di Enzo Tortora, le bugie dei falsi pentiti e la gogna mediatica di un uomo che trasformò il proprio calvario in una battaglia di civiltà per tutti i cittadini.
Enrico Letta, Ursula Von der Leyen, Antonio Costa e Friedrich Merz al castello di Alden Biesen in Belgio (Ansa)
È del tutto naturale quindi che affiori scetticismo, sia negli osservatori che nell’opinione pubblica: ci si interroga su quante volte i leader si debbano riunire per dibattere sempre le stesse cose senza mai fare ciò che dovrebbero. Quante volte si assiste a queste liturgie autocelebrative che contrastano con la necessità di decisioni rapide e concrete?
Tra l’altro, se i risultati pratici latitano, non è che dal punto di vista dell’immagine le cose siano andate meglio: la scelta di tenere questi «ritiri informali» per discutere di economia deteriorata in contesti lussuosi, come i castelli di Alden Biesen o Egmont, risulta un vero e proprio paradosso. Evidenziano scenari di «spettacolo e sfarzo» evocando l’immagine di un’élite distaccata dai problemi reali, lontana dalla società civile e perfino dallo stesso Parlamento europeo.
Il dibattito, stretto tra «l’Europa a due velocità» e la «coalizione dei volenterosi», ha rivelato la natura divisiva della riunione. Peraltro, non tutti i Paesi erano presenti (mancavano Spagna, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Malta e i Paesi baltici) e ciò genera la percezione di un «pre-vertice» tra un gruppo ristretto, che potremmo definire poco elegante verso gli altri membri. L’impressione che se ne ricava è che le divisioni strategiche persistenti renderanno difficile qualsiasi percorso. Nonostante i tentativi di mostrare unità di Macron e Merz, permangono profondi disaccordi su come finanziare gli investimenti (joint debit/eurobond), con la Germania e i Paesi del nord scettici e preoccupati per il protezionismo o i saldi di bilancio. In definitiva quindi la cosiddetta «strategia del castello» pensata da António Costa che mira a recuperare terreno su Usa e Cina, manca ancora di solide basi sulle quali indirizzare la politica europea.
Sarà interessante invece vedere a quali sviluppi porterà il recente incontro tra la presidente del Consiglio e il cancelliere tedesco, tenutasi qualche giorno prima del vertice di Alden Biesen. Non molti osservatori hanno colto appieno il significato di questo bilaterale, nonostante i temi trattati intervengano direttamente sul complesso del disegno europeo. A ben guardare lo spirito delle soluzioni suggerite dall’intesa tra Meloni e Merz non si presentano come soggette alla normale dialettica decisionale delle istituzioni dell’Unione, ma, implicitamente e in qualche caso in modo proprio esplicito, configurano una specie di «tutela» da parte delle volontà politiche degli Stati sulle decisioni stesse. Quella immaginata dai leader di Germania e Italia, peraltro, si potrebbe definire come una sorta di «rivoluzione anti burocratica», anche se, in verità, il meccanismo in parte esiste già: una parte consistente delle politiche di Bruxelles è fortemente condizionata da «interessi nazionali» presentati e difesi come insopprimibili. Ciò vale in modo evidente per tutto il capitolo del «green deal» e anche per le decisioni sugli approvvigionamenti energetici, ma si può facilmente immaginare quali conflitti si innescherebbero quando si dovesse arrivare a prendere decisioni in materia di difesa o di scelte di politica internazionale. Non è un caso che proponendo il suo contestato piano di riarmo, Ursula von der Leyen abbia scelto di renderne protagonisti gli Stati nazionali piuttosto che l’Unione in quanto tale. È la dimostrazione plateale del fatto che la stessa titolare della massima autorità comunitaria si è arresa ai voleri e agli interessi dei governi, come peraltro è avvenuto in modo del tutto manifesto proprio con il Green deal.
In questo scenario, non si può certo accusare Giorgia Meloni per il suo posizionamento, dato che il suo governo ha sempre ribadito che gli interessi nazionali devono prevalere su quelli comunitari. Per cui è oggettivamente specioso e monotono chiedere, come spesso fanno alcuni osservatori e giornali in Italia, da che parte sta la Meloni. Semmai questa domanda dovrebbe essere rivolta alla sinistra italiana che vorrebbe candidarsi a governare il Paese. Provate a chiederle quali posizioni ha sull’Europa a due velocità, sul debito comune, sugli armamenti, sui rapporti con Mosca, insomma sull’insieme della politica estera e troverete una babele di linguaggi senza un minimo comune denominatore se non quello di essere contro il governo attuale.
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«Gli italiani hanno votato il centrodestra anche per questo, per ristabilire regole chiare e farle rispettare, e il governo lo sta facendo con determinazione nonostante una parte politicizzata della magistratura continui a ostacolare ogni azione volta a contrastare l’immigrazione illegale di massa, perché accogliere chi ha diritto è doveroso, rispettare le leggi italiane è indispensabile e chi non intende farlo non è benvenuto in Italia».
Così, in un video sui social, il presidente del Consiglio a proposito della vicenda di un «cittadino algerino, irregolare in Italia, che ha alle spalle 23 condanne, tra le quali lesioni per aver picchiato una donna a calci e pugni», che «non potrà essere trattenuto in un Cpr né trasferito in Albania per il rimpatrio. Per lui — dice il premier — alcuni giudici hanno stabilito addirittura non solo che non ci sarà un’espulsione, ma che il Ministero dell’Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione».
«Il governo — assicura Meloni nel video social — continuerà con determinazione il proprio lavoro per rafforzare i rimpatri, per rendere più efficaci gli strumenti di contrasto all’immigrazione irregolare, per garantire sicurezza e legalità ai cittadini, anche attraverso le iniziative che l’Italia sta portando avanti in Europa per procedure più rapide e rimpatri effettivi».
Nicola Zingaretti, Pasquale Tridico, Lucia Annunziata, Ilaria Salis e Mimmo Lucano (Ansa)
Il Parlamento europeo ha approvato una «raccomandazione» in vista della sessione delle Nazioni Unite che si terrà a New York il prossimo marzo. Il tema è serio: la condizione femminile. Lo svolgimento un po’ meno.
Dopo un lunghissimo preambolo, fatto di convenzioni, articoli e commi, ecco arrivare le raccomandazioni. La prima: «Sottolineare che la partecipazione e la leadership delle donne nei ruoli decisionali sono ancora carenti, anche nella politica estera e nella costruzione della pace; riconoscere che gli studi hanno dimostrato che gli accordi di pace raggiunti con la partecipazione attiva delle donne hanno maggiori possibilità di essere sostenibili ed efficaci». Ora, varrebbe la pena far notare come due delle più strenue oppositrici alla pace in Ucraina siano state, e continuino ad essere, proprio due donne, Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, che hanno fatto il possibile per sabotare il piano di Donald Trump. E che la Banca centrale europea, che non sta proprio andando a gonfie vele, è guidat da Christine Lagarde. Dettagli. Perché a contare non è tanto la realtà, quanto l’ideologia. Per cui, prosegue il documento, bisogna «assumere un ruolo guida nella lotta globale contro il regresso della parità di genere e condannare fermamente gli attacchi dei movimenti anti gender e anti diritti, che diffondono menzogne, minano la democrazia e prendono di mira i diritti delle donne e delle persone Lgbtiq+».
Perché la questione femminile, per Strasburgo, è intrinsecamente legata a quella delle minoranze omosessuali, come per esempio le trans, ovvero gli uomini che hanno fatto la transizione perché si sentivano donne e che ora il Parlamento europeo equipara ad esse. Per questo Strasburgo s’impegna a «sottolineare l’importanza del pieno riconoscimento delle donne trans come donne, osservando che la loro inclusione è essenziale per l’efficacia di qualsiasi politica di parità di genere e anti violenza». Per questo motivo, bisogna «chiedere il riconoscimento e la parità di accesso delle donne trans ai servizi di protezione e sostegno». Le prime a insorgere, di fronte a questo livellamento delle differenze sarebbero dovute essere le donne stesse, ma così non è stato. Anzi, sono state proprio loro, soprattutto a sinistra, a sottoscrivere queste raccomandazioni.
Il gruppo più compatto è stato Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, che ha potuto contare sui voti di Lucia Annunziata, Brando Benifei, Stefano Bonaccini, Annalisa Corrado, Giorgio Gori, Camilla Laureti, Giuseppe Lupo, Pierfrancesco Maran, Alessandra Moretti, Sandro Ruotolo, Cecilia Strada, Irene Tinagli, Raffaele Topo, Alessandro Zan, Nicola Zingaretti. Anche Left ha fatto la sua parte, facendo approvare la raccomandazione dall’immancabile Ilaria Salis, da Mimmo Lucano (e chi se no?), Mario Furore, Carolina Morace, Pasquale Tridico , Valentina Palmisano, Gaetano Pedullà e Danilo Della Valle. Non si sono sottratti neppure i Verdi con Cristina Guarda, Ignazio Marino e Benedetta Scuderi. Colpisce, ma forse nemmeno troppo, il voto favorevole di alcuni europarlamentari di Forza Italia come Salvatore De Meo, Marco Falcone, Giusi Princi e Flavio Tosi.
Il documento, inoltre, fissa alcuni punti cardine potenzialmente liberticidi. Tra questi il finanziamento per «le organizzazioni femministe e Lgbtiq+, in particolare i gruppi di base sotto attacco a causa di una riduzione dello spazio civico e di leggi che prendono di mira le organizzazioni non governative». E poi, ovviamente, il Parlamento Ue sottolinea che «la mancanza o la negazione dell’accesso alla salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, compreso l’aborto sicuro e legale, costituisce una forma di violenza di genere e di violazione dei diritti umani e fondamentali».
Le istituzioni europee dimenticano però come l’aborto, sia pure sicuro e legale, rappresenta in moltissimi casi una ferita che accompagna chi lo compie per tutta la vita. E che forse, per aiutare davvero le donne, bisognerebbe presentare delle alternative in grado di sostenerle in una decisione così complessa e irreversibile. Ma richiederebbe troppo tempo e impegno. L’Ue preferisce dedicarsi a lavorare per «una politica estera, di sviluppo e di sicurezza, inclusiva e intersezionale». Che cosa voglia dire, di preciso non lo sanno neanche dalle parti del Parlamento europeo. Ma va bene così.
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