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2018-04-05
Il Pd ridotto a pezzi sale sul Colle. Mentre i grillini vogliono fare i «responsabili»
ANSA
C'era una volta il partito fatto di apparato, acciaio e politica, che si contrapponeva orgoglioso al «partito di plastica», effimero, televisivo e berlusconiano. C'era una volta e non c'è più: oggi c'è un partito nuovo e imperscrutabile, un partito evanescente che sale sul Colle con una delegazione quattro per quattro, non per le ruote motrici ma perché ci sono quattro dirigenti in una squadra dove ognuno - piuttosto che accompagnarlo - vigila sull'altro. Il Pd sale al Quirinale, oggi, con una delegazione dove c'è il falco-renziano Andrea Marcucci, che sorveglia il presidente turco-renziano Matteo Orfini, che a sua volta sorveglia la colomba renziana Graziano Delrio, che a sua volta sorveglia il reggente ex-renziano (oggi anti-renziano) Maurizio Martina. Il reggente è reggente (ieri sera si è pure candidato per la segreteria dopo aver convocato l'assemblea per il 21 aprile), ma resta anche vigilato speciale. Il ministro della «squadra di governo più bella del mondo» oggi è diventato improvvisamente un traditore, al pari dell'altro ministro «infido» (Renzi dixit), Dario Franceschini, accusato dal presidente-vigilante di essere un traffichino. Anche il capo del governo - «Gentiloni è una risorsa» - è oggi un apostata che racconta incredulo le telefonate in cui Matteo gli grida «Sei diventato un inciucista» e sospira: «Vi rendente conto? Lui a me!». È bastato che Martina dicesse «Ascolteremo quello che ci dice il Capo dello Stato», per farlo entrare tra i sospetti.
Dopotutto sono passati un quarto di secolo, sette segretari e un cataclisma elettorale, poi la bussola della storia ha incominciato a girare impazzita: pare incredibile, ma il Pd di oggi sembra il più fragile dei partiti che sale sul Colle. Il più antico, la Lega, è diventato uno dei più nuovi. Il più nuovo - il M5s - è il più votato e imperscrutabile. Il più piccolo dei grandi, Fratelli d'Italia, ha quintuplicato la sua rappresentanza parlamentare, mentre il Pd si è ridotto alla Camera a un terzo di quello che era, passando dal massimo storico di Bersani (290 seggi) al minimo storico di Renzi (111), realizzando il peggior risultato del centrosinistra dal dopoguerra ad oggi.
Il Pd è diventato un partito provvisorio, in crisi, «un partito Ztl» che vince solo nei centri storici delle città, l'unico partito che vuole restare fuori dai giochi per definizione (persino Leu sarebbe disposta a entrare in un governo!), un partito che si presenta davanti a Sergio Mattarella in stato conflittuale e gassoso.
Il partito evanescente vive su una serie incredibile di paradossi: ha un leader - Matteo Renzi - che ha le truppe ma non ha più una carica, che si è dimesso ma vuole tornare. Ha un reggente che (per ora) non regge perché ha la carica ma non ha le truppe. Può vantare un premier - Paolo Gentiloni - che non ha più un mandato pieno, un dimissionario che cura gli affari correnti (potrebbe farlo per anni, visto che gli altri hanno i numeri ma non ancora una maggioranza). Il Pd ha un presidente della Repubblica emerito - Giorgio Napolitano - che lancia moniti presidenziali, e un presidente in carica che, al contrario del Pd, vuole a tutti i costi che nasca un governo. Persino il candidato leader sfidante - Nicola Zingaretti - per adesso è un candidato non-candidato, che si è autoiscritto alle primarie convocate dal segretario e sostanzialmente disdette dal reggente. Delle primarie senza data, in un partito di ex renziani che guardano negli occhi i renziani per capire se sono ancora renziani, e con un gruppo parlamentare ultra renziano, che domani potrebbe diventare gattopardo-zingarettiano, come nella scorsa legislatura era bulgaro-bersaniano, ma destinato a diventare gattopardo-renziano (attraverso un'operazione trasformistica a denominata «congiura dei 101»). Ma Zingaretti - per ora - è anche un presidente di regione eletto che ha una carica ma non una maggioranza, mentre Debora Serracchiani è una ex presidente di regione che non si ricandida, ma anche una ex vicesegretaria che si è dimessa, così come Gianni Cuperlo è un ex sfidante oggi assai lucido che però è diventato per sua scelta ex deputato, dopo aver lasciato il posto (collegio di Sassuolo, un tempo sicuro) a Claudio De Vincenti, un ex ministro che è stato trombato a sorpresa in quello stesso collegio (oggi ex sicuro). Il vicepresidente della Camera del Pd Ettore Rosato - d'altra parte - è il padre della legge grazie a cui è stato trombato nel collegio, e ripescato sul proporzionale. Mentre l'ex sottosegretaria del Giglio magico - Maria Elena Boschi - è stata eletta con i voti della Svp, con cui aveva stretto un patto perché ottenesse più collegi sicuri di quelli che aveva. In questo partito strano che era famoso per le analisi elettorali collettive, e che aveva elevato a scienza il rito salvifico dell'autocritica (storica e meravigliosa vignetta del Male su Enrico Berlinguer: «Compagni, dove avete sbagliato?»), non si è fatto nessun dibattito sulla sconfitta politica, come non si era fatto nessun dibattito sulla sconfitta amministrativa, come non si è fatto nessun dibattito sulla sconfitta elettorale.
Nel vuoto pneumatico la corrente più forte del Pd è un hashtag di twitter, #senzadime. L'uomo che ha portato il partito nell'internazionale socialista, è lo stesso che vorrebbe portare fuori, l'uomo che lo ha portato al minimo storico, vorrebbe riportarlo alla vittoria con rito macroniano. Il Pd è un partito evanescente perché sale oggi sul Colle con una delegazione in cui i convitati si sorvegliano come frati, e chattano in diretta con il fantasma di Rignano, l'uno per dire quello che l'altro dice al Capo dello stato. Un partito che ha un piccolo-grande problema irrisolto: non riesce a stare più né con Renzi, né senza di Renzi.
Grillini pronti a fare i "responsabili". Ma solo esterni
L'ultima frontiera del Movimento 5 stelle si chiama «appoggio esterno». Ma solo dopo un appello del presidente Sergio Mattarella a tutti i partiti, con richiesta di «responsabilità massima», per non lasciare il Paese nel limbo. Invece «in un governo guidato da un non politico, noi non entriamo, al massimo ci limitiamo a non farlo cadere per il tempo necessario a tornare alle urne», spiega uno degli esponenti più rodati del Movimento. Tutto il resto è manfrina.
Chi conosce la pancia di M5s sa che la base è largamente a favore di un'alleanza con la Lega di Matteo Salvini, percepita come un movimento «cugino», non di sistema, lontano dai poteri forti, a lungo avversato dai giornali e non insensibile alla questione morale, anche se proprio ieri due dirigenti locali sono finiti ai domiciliari in Sicilia. Al presidente Mattarella, il Movimento (ultimo a salire al Colle oggi alle 16.30) chiederà che venga affidato l'incarico di formare un nuovo governo a Luigi Di Maio, sulla base del ragionamento per cui «il centrodestra non è neppure una vera coalizione» e M5s è il primo partito d'Italia. Ma non farà troppe storie se l'incombenza dovesse toccare Salvini o, ancor meglio, a un moderato come Giancarlo Giorgetti. Mentre l'ipotesi che i leader dei primi due partiti si mettano attorno a un tavolo e giochino la carta del cosiddetto papa straniero è data per altamente improbabile.
Il punto che unifica tanto Beppe Grillo quanto Davide Casaleggio, Roberto Di Battista e Di Maio è che «non bisogna assolutamente farsi infinocchiare dal tecnico di turno». «Poteri forti, tutti bravissimi a infilarti un professore, o un giurista, che poi viene trasformato da tecnico in politico nel giro di poche settimane», spiega un grillino. Ma che fare se Mattarella, vista l'impossibilità di trovare una maggioranza, rivolgesse un appello al senso di responsabilità di tutti i partiti e formasse «un governo del presidente»? Ecco, per chi ancora ritiene M5s una forza intransigente, la risposta che si raccoglie è sorprendente: davanti a un ex presidente della Corte costituzionale sarebbe difficile dire di no e allora scatterebbe l'appoggio esterno. I nomi che ricorrono sono quelli di Giuseppe Tesauro, attualmente impegnato nella presidenza della Carige, e di Giovanni Maria Flick. Non sono personaggi che entusiasmano Grillo e compagni, va detto, ma in casi estremi M5s sarebbe pronto a sostenerli per il tempo necessario a cambiare la legge elettorale e tornare alle urne. E se in un esecutivo del genere ci fossero ministri di Forza Italia? «Sarebbe molto, ma molto dura», ammette una fonte grillina.
Tuttavia, anche tra gli ex presidenti della Consulta c'è nome e nome. Per esempio, in casa pentastellata non dispiace uno come Ugo De Siervo, sponsorizzato dal fiorentino Alfonso Bonafede. Savonese, allievo di Paolo Barile, classe 1942, De Siervo ha sì fama di giurista liberal, ma soprattutto di «hombre vertical», capace di opporsi alla riforma costituzionale di Matteo Renzi, nonostante il figlio Luigi (manager tv) fosse amico proprio dell'ex Rottamatore. In ogni caso da qua all'inizio dell'estate, ovvero nei due mesi che secondo M5s ci vorranno per formare un governo, ci vogliono tanta pazienza, nervi saldi e tutta una serie di passi formali che testimonino, a futura memoria, che «il Movimento ci ha provato».
Ieri Di Maio ha postato sul blog delle Stelle una lunga riflessione, partendo ovviamente dal fatto che i suoi 11 milioni di voti devono pesare. Ma ha escluso «inciuci e manovre sottobanco» di vario tipo. «Spero di incontrare presto i leader del Pd e della Lega, vogliamo mettere al centro i temi, cioè le soluzioni per risolvere i problemi del Paese», spiega il candidato premier, e per questo propone una soluzione alla tedesca, ovvero un contratto «alla tedesca» ben preciso con l'elenco delle cose da fare. Di Maio sottolinea che «non è un accordo, né un'alleanza, è un impegno che forze politiche alternative, e anche distanti, assumono davanti ai cittadini, prendendosi la responsabilità di lavorare insieme per il bene degli italiani. Proponiamo di scrivere insieme questo contratto di governo alla Lega o al Partito democratico». Una proposta generosa, ma con un piccolo «ma»: i due partiti devono prima scaricare Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Che da ieri, sono ancora più vicini.
Francesco Bonazzi
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La delegazione dem è composta da quattro persone che non si fidano l'una dell'altra. Specchio di un partito dilaniato, ostaggio di un ex segretario che medita di disfarsene. E costretto ad aspettare le mosse degli altri. Lo speciale contiene due articoli. C'era una volta il partito fatto di apparato, acciaio e politica, che si contrapponeva orgoglioso al «partito di plastica», effimero, televisivo e berlusconiano. C'era una volta e non c'è più: oggi c'è un partito nuovo e imperscrutabile, un partito evanescente che sale sul Colle con una delegazione quattro per quattro, non per le ruote motrici ma perché ci sono quattro dirigenti in una squadra dove ognuno - piuttosto che accompagnarlo - vigila sull'altro. Il Pd sale al Quirinale, oggi, con una delegazione dove c'è il falco-renziano Andrea Marcucci, che sorveglia il presidente turco-renziano Matteo Orfini, che a sua volta sorveglia la colomba renziana Graziano Delrio, che a sua volta sorveglia il reggente ex-renziano (oggi anti-renziano) Maurizio Martina. Il reggente è reggente (ieri sera si è pure candidato per la segreteria dopo aver convocato l'assemblea per il 21 aprile), ma resta anche vigilato speciale. Il ministro della «squadra di governo più bella del mondo» oggi è diventato improvvisamente un traditore, al pari dell'altro ministro «infido» (Renzi dixit), Dario Franceschini, accusato dal presidente-vigilante di essere un traffichino. Anche il capo del governo - «Gentiloni è una risorsa» - è oggi un apostata che racconta incredulo le telefonate in cui Matteo gli grida «Sei diventato un inciucista» e sospira: «Vi rendente conto? Lui a me!». È bastato che Martina dicesse «Ascolteremo quello che ci dice il Capo dello Stato», per farlo entrare tra i sospetti.Dopotutto sono passati un quarto di secolo, sette segretari e un cataclisma elettorale, poi la bussola della storia ha incominciato a girare impazzita: pare incredibile, ma il Pd di oggi sembra il più fragile dei partiti che sale sul Colle. Il più antico, la Lega, è diventato uno dei più nuovi. Il più nuovo - il M5s - è il più votato e imperscrutabile. Il più piccolo dei grandi, Fratelli d'Italia, ha quintuplicato la sua rappresentanza parlamentare, mentre il Pd si è ridotto alla Camera a un terzo di quello che era, passando dal massimo storico di Bersani (290 seggi) al minimo storico di Renzi (111), realizzando il peggior risultato del centrosinistra dal dopoguerra ad oggi. Il Pd è diventato un partito provvisorio, in crisi, «un partito Ztl» che vince solo nei centri storici delle città, l'unico partito che vuole restare fuori dai giochi per definizione (persino Leu sarebbe disposta a entrare in un governo!), un partito che si presenta davanti a Sergio Mattarella in stato conflittuale e gassoso. Il partito evanescente vive su una serie incredibile di paradossi: ha un leader - Matteo Renzi - che ha le truppe ma non ha più una carica, che si è dimesso ma vuole tornare. Ha un reggente che (per ora) non regge perché ha la carica ma non ha le truppe. Può vantare un premier - Paolo Gentiloni - che non ha più un mandato pieno, un dimissionario che cura gli affari correnti (potrebbe farlo per anni, visto che gli altri hanno i numeri ma non ancora una maggioranza). Il Pd ha un presidente della Repubblica emerito - Giorgio Napolitano - che lancia moniti presidenziali, e un presidente in carica che, al contrario del Pd, vuole a tutti i costi che nasca un governo. Persino il candidato leader sfidante - Nicola Zingaretti - per adesso è un candidato non-candidato, che si è autoiscritto alle primarie convocate dal segretario e sostanzialmente disdette dal reggente. Delle primarie senza data, in un partito di ex renziani che guardano negli occhi i renziani per capire se sono ancora renziani, e con un gruppo parlamentare ultra renziano, che domani potrebbe diventare gattopardo-zingarettiano, come nella scorsa legislatura era bulgaro-bersaniano, ma destinato a diventare gattopardo-renziano (attraverso un'operazione trasformistica a denominata «congiura dei 101»). Ma Zingaretti - per ora - è anche un presidente di regione eletto che ha una carica ma non una maggioranza, mentre Debora Serracchiani è una ex presidente di regione che non si ricandida, ma anche una ex vicesegretaria che si è dimessa, così come Gianni Cuperlo è un ex sfidante oggi assai lucido che però è diventato per sua scelta ex deputato, dopo aver lasciato il posto (collegio di Sassuolo, un tempo sicuro) a Claudio De Vincenti, un ex ministro che è stato trombato a sorpresa in quello stesso collegio (oggi ex sicuro). Il vicepresidente della Camera del Pd Ettore Rosato - d'altra parte - è il padre della legge grazie a cui è stato trombato nel collegio, e ripescato sul proporzionale. Mentre l'ex sottosegretaria del Giglio magico - Maria Elena Boschi - è stata eletta con i voti della Svp, con cui aveva stretto un patto perché ottenesse più collegi sicuri di quelli che aveva. In questo partito strano che era famoso per le analisi elettorali collettive, e che aveva elevato a scienza il rito salvifico dell'autocritica (storica e meravigliosa vignetta del Male su Enrico Berlinguer: «Compagni, dove avete sbagliato?»), non si è fatto nessun dibattito sulla sconfitta politica, come non si era fatto nessun dibattito sulla sconfitta amministrativa, come non si è fatto nessun dibattito sulla sconfitta elettorale. Nel vuoto pneumatico la corrente più forte del Pd è un hashtag di twitter, #senzadime. L'uomo che ha portato il partito nell'internazionale socialista, è lo stesso che vorrebbe portare fuori, l'uomo che lo ha portato al minimo storico, vorrebbe riportarlo alla vittoria con rito macroniano. Il Pd è un partito evanescente perché sale oggi sul Colle con una delegazione in cui i convitati si sorvegliano come frati, e chattano in diretta con il fantasma di Rignano, l'uno per dire quello che l'altro dice al Capo dello stato. Un partito che ha un piccolo-grande problema irrisolto: non riesce a stare più né con Renzi, né senza di Renzi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-ridotto-a-pezzi-sale-sul-colle-ma-non-sa-nemmeno-lui-a-fare-cosa-2556273647.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grillini-pronti-a-fare-i-responsabili-ma-solo-esterni" data-post-id="2556273647" data-published-at="1774135197" data-use-pagination="False"> Grillini pronti a fare i "responsabili". Ma solo esterni L'ultima frontiera del Movimento 5 stelle si chiama «appoggio esterno». Ma solo dopo un appello del presidente Sergio Mattarella a tutti i partiti, con richiesta di «responsabilità massima», per non lasciare il Paese nel limbo. Invece «in un governo guidato da un non politico, noi non entriamo, al massimo ci limitiamo a non farlo cadere per il tempo necessario a tornare alle urne», spiega uno degli esponenti più rodati del Movimento. Tutto il resto è manfrina. Chi conosce la pancia di M5s sa che la base è largamente a favore di un'alleanza con la Lega di Matteo Salvini, percepita come un movimento «cugino», non di sistema, lontano dai poteri forti, a lungo avversato dai giornali e non insensibile alla questione morale, anche se proprio ieri due dirigenti locali sono finiti ai domiciliari in Sicilia. Al presidente Mattarella, il Movimento (ultimo a salire al Colle oggi alle 16.30) chiederà che venga affidato l'incarico di formare un nuovo governo a Luigi Di Maio, sulla base del ragionamento per cui «il centrodestra non è neppure una vera coalizione» e M5s è il primo partito d'Italia. Ma non farà troppe storie se l'incombenza dovesse toccare Salvini o, ancor meglio, a un moderato come Giancarlo Giorgetti. Mentre l'ipotesi che i leader dei primi due partiti si mettano attorno a un tavolo e giochino la carta del cosiddetto papa straniero è data per altamente improbabile. Il punto che unifica tanto Beppe Grillo quanto Davide Casaleggio, Roberto Di Battista e Di Maio è che «non bisogna assolutamente farsi infinocchiare dal tecnico di turno». «Poteri forti, tutti bravissimi a infilarti un professore, o un giurista, che poi viene trasformato da tecnico in politico nel giro di poche settimane», spiega un grillino. Ma che fare se Mattarella, vista l'impossibilità di trovare una maggioranza, rivolgesse un appello al senso di responsabilità di tutti i partiti e formasse «un governo del presidente»? Ecco, per chi ancora ritiene M5s una forza intransigente, la risposta che si raccoglie è sorprendente: davanti a un ex presidente della Corte costituzionale sarebbe difficile dire di no e allora scatterebbe l'appoggio esterno. I nomi che ricorrono sono quelli di Giuseppe Tesauro, attualmente impegnato nella presidenza della Carige, e di Giovanni Maria Flick. Non sono personaggi che entusiasmano Grillo e compagni, va detto, ma in casi estremi M5s sarebbe pronto a sostenerli per il tempo necessario a cambiare la legge elettorale e tornare alle urne. E se in un esecutivo del genere ci fossero ministri di Forza Italia? «Sarebbe molto, ma molto dura», ammette una fonte grillina. Tuttavia, anche tra gli ex presidenti della Consulta c'è nome e nome. Per esempio, in casa pentastellata non dispiace uno come Ugo De Siervo, sponsorizzato dal fiorentino Alfonso Bonafede. Savonese, allievo di Paolo Barile, classe 1942, De Siervo ha sì fama di giurista liberal, ma soprattutto di «hombre vertical», capace di opporsi alla riforma costituzionale di Matteo Renzi, nonostante il figlio Luigi (manager tv) fosse amico proprio dell'ex Rottamatore. In ogni caso da qua all'inizio dell'estate, ovvero nei due mesi che secondo M5s ci vorranno per formare un governo, ci vogliono tanta pazienza, nervi saldi e tutta una serie di passi formali che testimonino, a futura memoria, che «il Movimento ci ha provato». Ieri Di Maio ha postato sul blog delle Stelle una lunga riflessione, partendo ovviamente dal fatto che i suoi 11 milioni di voti devono pesare. Ma ha escluso «inciuci e manovre sottobanco» di vario tipo. «Spero di incontrare presto i leader del Pd e della Lega, vogliamo mettere al centro i temi, cioè le soluzioni per risolvere i problemi del Paese», spiega il candidato premier, e per questo propone una soluzione alla tedesca, ovvero un contratto «alla tedesca» ben preciso con l'elenco delle cose da fare. Di Maio sottolinea che «non è un accordo, né un'alleanza, è un impegno che forze politiche alternative, e anche distanti, assumono davanti ai cittadini, prendendosi la responsabilità di lavorare insieme per il bene degli italiani. Proponiamo di scrivere insieme questo contratto di governo alla Lega o al Partito democratico». Una proposta generosa, ma con un piccolo «ma»: i due partiti devono prima scaricare Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Che da ieri, sono ancora più vicini. Francesco Bonazzi
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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