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2018-12-29
Il patto Papa-lefebvriani isola i conservatori
Ansa
Si fanno sempre più insistenti le voci secondo le quali, a gennaio 2019, il Papa sopprimerà la commissione pontificia Ecclesia Dei, che verrebbe riassorbita dalla Congregazione per la dottrina della fede. Una decisione dietro cui potrebbe celarsi un nuovo atto della guerra vaticana tra progressisti e conservatori. Con questa mossa, infatti, Francesco vorrebbe sferrare un'altra offensiva ai suoi oppositori.
La commissione Ecclesia Dei, istituita nel 1988 da Giovanni Paolo II, si occupava del delicatissimo dossier lefebvriano. Come noto, la Fraternità sacerdotale San Pio X, all'epoca guidata da monsignor Marcel Lefebvre, in polemica con quella che giudicava la deriva modernista di Roma e con la soppressione della messa in latino, prese a ordinare vescovi senza il consenso del Pontefice. Questo provocò la scomunica di Lefebvre e lo scisma del suo gruppo tradizionalista. L'Ecclesia Dei doveva ricucire i rapporti tra Chiesa e Fraternità San Pio X, dando voce ai bisogni dei cattolici che «si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina».
Il segretario della commissione pontificia era l'arcivescovo Guido Pozzo. Pur non essendo un ultraconservatore, monsignor Pozzo stava lavorando a un'intesa per riportare i lefebvriani in comunione con Roma. In passato aveva redarguito i prelati che si opponevano alla messa tridentina, che celebra regolarmente, tanto da essere considerato un punto di riferimento da chi è ancora legato al rito antico.
Il provvedimento di Jorge Mario Bergoglio, dunque, colpirebbe anzitutto monsignor Pozzo: uno che pur celebrando la messa in latino non ha mai disobbedito alla Chiesa. Una figura che sarebbe invisa anche ai lefebvriani, i quali aspirerebbero a rappresentare l'unico baluardo del tradizionalismo cattolico e preferirebbero trattare direttamente con la Congregazione per la dottrina della fede piuttosto che con una sua «succursale», com'è l'Ecclesia Dei. Il Papa, che mal sopporta clero e fedeli legati alla messa preconciliare, avrebbe colto la palla al balzo assestando un colpo al fronte conservatore, isolando un arcivescovo che, senza estremismi, valorizzava la liturgia antica. Al contempo, Bergoglio appalterebbe la messa in latino a quello che reputa un gruppuscolo minoritario, bendisposto a scalzare la «concorrenza» degli altri tradizionalisti e sempre più pressato dalla necessità di trovare un accordo con la Santa Sede: ai lefebvriani, infatti, sono rimasti solo tre vescovi non scomunicati, tutti piuttosto anziani. Alla San Pio X, insomma, serve l'autorizzazione per nuove nomine episcopali.
A suffragio di questa lettura, bisogna evidenziare che gli ambienti tradizionalisti leggono la soppressione dell'Ecclesia Dei nel senso di un patto tra lefebvriani e Francesco, a detrimento degli altri gruppi conservatori. E pure altre fonti avallano tale interpretazione. Innanzitutto, è arcinoto che i progressisti aspirano a liberarsi da ogni rimasuglio di liturgia preconciliare, nonostante la messa tridentina attragga sempre più fedeli, a differenza dei molti riti sconclusionati e sciatti cui si assiste nelle nostre parrocchie. A novembre, ad esempio, il vescovo di Gorizia, monsignor Roberto Maria Redaelli, aveva addirittura affermato che il Summorum pontificum, il motu proprio di Benedetto XVI che «liberalizzava» la messa in latino, non poteva essere considerato valido ai sensi del diritto canonico. E in un'intervista a Rainews.it del 2017, il teologo progressista Andrea Grillo aveva evocato la possibilità di contenere il rito antico in «un settore specifico dell'esperienza ecclesiale, che per questo risulterebbe accuratamente circoscritto e controllato». Ossia, di appaltare la messa in latino al piccolo recinto lefebvriano: esattamente la strategia che, a quanto pare, sta perseguendo Bergoglio.
Ma perché tanta alacrità contro la messa tridentina? La Chiesa cattolica, sconvolta dagli scandali sessuali e dalla piaga dei preti omosessuali e pedofili, avrebbe ben altri guai di cui preoccuparsi. In Vaticano, invece, la priorità pare sia quella di punire i Pater noster, le talari e l'eucaristia in ginocchio.
L’ostia nelle mani resta una ferita per la tradizione
Scriveva Primo Levi: «La memoria è la storia di un popolo e un popolo senza memoria è un popolo senza identità destinato a scomparire». Fatte le debite distinzioni e tenuto conto delle possibili analogie, anche il popolo dei cattolici ha bisogno di salvaguardare la propria identità, fatta di riti, antiche tradizioni di culto e cultura, di secoli e secoli di spiritualità, liturgia e arte sacra.
Nessuno può negare, e ormai sono pochissimi a farlo, che la Chiesa cattolica abbia perso smalto, dinamismo e identità durante la seconda metà del XX secolo. Certo si tratta di un processo storico lungo e complesso, ma a a ben vedere, la vita spirituale e familiare dei cattolici, nell'epoca lunga e travagliata che va dalla Riforma di Martin Lutero agli anni Cinquanta, rappresentati emblematicamente da Pio XII (1939-1958), non era variata di molto. La messa alla domenica teneva e così pure i matrimoni e i funerali in chiesa, il battesimo ai neonati e il catechismo per i bambini. Tutto ciò non era poco per strutturare in modo omogeneo la vita sociale della collettività, e così fu per una gran fetta del nostro popolo nel secolo successivo all'Unità (1861-1961). In poco tempo però, i cambiamenti dottrinali e soprattutto liturgici, con la messa in italiano, il prete rivolto all'assemblea e vestito sempre meno come don Camillo e sempre più come don Luigi Ciotti, hanno minato il senso dell'identità e della tradizione, che era fortissimo invece nel cattolicesimo post tridentino.
Gli antropologi James Frazer e Julien Ries denotano che non esiste religione senza trascendenza e non esiste trascendenza senza distacco tra creatore e creatura. Il sacerdozio, anche presso i pagani e i primitivi, consisteva proprio nella funzione di mediazione sociale tra la divinità e l'umanità, e così ne era il punto di congiunzione, amato e al contempo temuto.
La messa cattolica, in latino o nelle lingue dette volgari, esprime questa sacra distanza in vari modi: solo il sacerdote può celebrare, confessare i fedeli, leggere il Vangelo e toccare l'ostia sacra con le proprie mani. Ma negli anni immediatamente successivi alla chiusura del Concilio Vaticano II, in certe zone della cristianità più toccate dal movimento liturgico, dei sacerdoti in via di aggiornamento iniziarono a corrompere i riti, a introdurre fanciulle nel servizio dell'altare e a deporre l'ostia consacrata sul palmo delle mani dei fedeli e non più direttamente in bocca.
Il lettore della Verità potrebbe trovare eccessivamente teologica la narrazione, ma sta di fatto che la secolarizzazione della società italiana, in cui è più facile sentire un bestemmia che una preghiera, e in cui i praticanti regolari sono ormai meno del 10% dei cittadini (da oltre il 60% che erano mezzo secolo fa), si è appoggiata anche su cambiamenti inauditi come questi.
La riforma liturgica iniziata da Paolo VI ha cambiato radicalmente molte cose nella Chiesa. Si pensi alla possibilità, prima esclusa, della lettura domenicale fatta da laici, alle chierichette, agli applausi, alla stessa estetica delle nuove parrocchie e dei più recenti santuari, agli strumenti e alla musica che hanno sostituito l'organo e il canto gregoriano, e ad altro ancora.
Che la comunione eucaristica ricevuta sulla mano non fosse un fatto banale lo dimostra lo stesso documento di papa Montini che avrebbe voluto vietarla. Infatti nell'istruzione Memoriale Domini del 1969, si afferma che il modo tradizionale di ricevere la comunione «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l'Eucaristia». La comunione in mano avrebbe portato «alla profanazione dello stesso sacramento» e «all'adulterazione della retta dottrina». Ed è ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti. Il documento di Paolo VI fu una diga che si rivelò fragile, poiché mentre ribadiva il valore della tradizione liturgica, ammetteva che le singole Conferenze episcopali potessero approvare ciò che fino ad allora era considerato un abuso.
Nel recente libro La distribuzione della Comunione sulla mano (Cantagalli) il teologo Federico Bortoli fa il punto sulla diffusione e la «legalizzazione» ecclesiastica della comunione sulla mano in Italia. Un abuso che veniva condannato ufficialmente dalle autorità della Chiesa divenne in pochi anni una possibilità pienamente autorizzata. Quindi un diritto, se non un dovere, visto che oggi in moltissime parrocchie nel mondo si fa di tutto per favorire la comunione in mano e in piedi, disapprovando la comunione orale e in ginocchio.
Molti libri in commercio difendono il latino, il folklore o l'arte, perché si sente una mancanza di quella omogeneità che fa sentire più sicuri, nel pubblico e nel privato. Anche dei cambiamenti apparentemente secondari, come quelli nelle celebrazioni e nelle liturgie della nostra cultura cristiana, hanno delle ricadute più generali. E ci dicono che continuità, retaggio e trasmissione sono i migliori antidoti alla depressione e all'ingannevole mito del progresso.
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Jorge Bergoglio abolirà la commissione che doveva ricucire con la Fraternità San Pio X. Agli ex scismatici verrà lasciata la messa in latino per alimentare le gelosie tra i gruppi tradizionalisti. Nonostante lo scandalo dei preti pedofili la priorità sembra la lotta al rito antico.Paolo VI voleva difendere la comunione dagli abusi. La Chiesa però ha ceduto.Lo speciale contiene due articoli.Si fanno sempre più insistenti le voci secondo le quali, a gennaio 2019, il Papa sopprimerà la commissione pontificia Ecclesia Dei, che verrebbe riassorbita dalla Congregazione per la dottrina della fede. Una decisione dietro cui potrebbe celarsi un nuovo atto della guerra vaticana tra progressisti e conservatori. Con questa mossa, infatti, Francesco vorrebbe sferrare un'altra offensiva ai suoi oppositori.La commissione Ecclesia Dei, istituita nel 1988 da Giovanni Paolo II, si occupava del delicatissimo dossier lefebvriano. Come noto, la Fraternità sacerdotale San Pio X, all'epoca guidata da monsignor Marcel Lefebvre, in polemica con quella che giudicava la deriva modernista di Roma e con la soppressione della messa in latino, prese a ordinare vescovi senza il consenso del Pontefice. Questo provocò la scomunica di Lefebvre e lo scisma del suo gruppo tradizionalista. L'Ecclesia Dei doveva ricucire i rapporti tra Chiesa e Fraternità San Pio X, dando voce ai bisogni dei cattolici che «si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina». Il segretario della commissione pontificia era l'arcivescovo Guido Pozzo. Pur non essendo un ultraconservatore, monsignor Pozzo stava lavorando a un'intesa per riportare i lefebvriani in comunione con Roma. In passato aveva redarguito i prelati che si opponevano alla messa tridentina, che celebra regolarmente, tanto da essere considerato un punto di riferimento da chi è ancora legato al rito antico. Il provvedimento di Jorge Mario Bergoglio, dunque, colpirebbe anzitutto monsignor Pozzo: uno che pur celebrando la messa in latino non ha mai disobbedito alla Chiesa. Una figura che sarebbe invisa anche ai lefebvriani, i quali aspirerebbero a rappresentare l'unico baluardo del tradizionalismo cattolico e preferirebbero trattare direttamente con la Congregazione per la dottrina della fede piuttosto che con una sua «succursale», com'è l'Ecclesia Dei. Il Papa, che mal sopporta clero e fedeli legati alla messa preconciliare, avrebbe colto la palla al balzo assestando un colpo al fronte conservatore, isolando un arcivescovo che, senza estremismi, valorizzava la liturgia antica. Al contempo, Bergoglio appalterebbe la messa in latino a quello che reputa un gruppuscolo minoritario, bendisposto a scalzare la «concorrenza» degli altri tradizionalisti e sempre più pressato dalla necessità di trovare un accordo con la Santa Sede: ai lefebvriani, infatti, sono rimasti solo tre vescovi non scomunicati, tutti piuttosto anziani. Alla San Pio X, insomma, serve l'autorizzazione per nuove nomine episcopali. A suffragio di questa lettura, bisogna evidenziare che gli ambienti tradizionalisti leggono la soppressione dell'Ecclesia Dei nel senso di un patto tra lefebvriani e Francesco, a detrimento degli altri gruppi conservatori. E pure altre fonti avallano tale interpretazione. Innanzitutto, è arcinoto che i progressisti aspirano a liberarsi da ogni rimasuglio di liturgia preconciliare, nonostante la messa tridentina attragga sempre più fedeli, a differenza dei molti riti sconclusionati e sciatti cui si assiste nelle nostre parrocchie. A novembre, ad esempio, il vescovo di Gorizia, monsignor Roberto Maria Redaelli, aveva addirittura affermato che il Summorum pontificum, il motu proprio di Benedetto XVI che «liberalizzava» la messa in latino, non poteva essere considerato valido ai sensi del diritto canonico. E in un'intervista a Rainews.it del 2017, il teologo progressista Andrea Grillo aveva evocato la possibilità di contenere il rito antico in «un settore specifico dell'esperienza ecclesiale, che per questo risulterebbe accuratamente circoscritto e controllato». Ossia, di appaltare la messa in latino al piccolo recinto lefebvriano: esattamente la strategia che, a quanto pare, sta perseguendo Bergoglio.Ma perché tanta alacrità contro la messa tridentina? La Chiesa cattolica, sconvolta dagli scandali sessuali e dalla piaga dei preti omosessuali e pedofili, avrebbe ben altri guai di cui preoccuparsi. In Vaticano, invece, la priorità pare sia quella di punire i Pater noster, le talari e l'eucaristia in ginocchio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-patto-papa-lefebvriani-isola-i-conservatori-2624604686.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lostia-nelle-mani-resta-una-ferita-per-la-tradizione" data-post-id="2624604686" data-published-at="1781425908" data-use-pagination="False"> L’ostia nelle mani resta una ferita per la tradizione Scriveva Primo Levi: «La memoria è la storia di un popolo e un popolo senza memoria è un popolo senza identità destinato a scomparire». Fatte le debite distinzioni e tenuto conto delle possibili analogie, anche il popolo dei cattolici ha bisogno di salvaguardare la propria identità, fatta di riti, antiche tradizioni di culto e cultura, di secoli e secoli di spiritualità, liturgia e arte sacra. Nessuno può negare, e ormai sono pochissimi a farlo, che la Chiesa cattolica abbia perso smalto, dinamismo e identità durante la seconda metà del XX secolo. Certo si tratta di un processo storico lungo e complesso, ma a a ben vedere, la vita spirituale e familiare dei cattolici, nell'epoca lunga e travagliata che va dalla Riforma di Martin Lutero agli anni Cinquanta, rappresentati emblematicamente da Pio XII (1939-1958), non era variata di molto. La messa alla domenica teneva e così pure i matrimoni e i funerali in chiesa, il battesimo ai neonati e il catechismo per i bambini. Tutto ciò non era poco per strutturare in modo omogeneo la vita sociale della collettività, e così fu per una gran fetta del nostro popolo nel secolo successivo all'Unità (1861-1961). In poco tempo però, i cambiamenti dottrinali e soprattutto liturgici, con la messa in italiano, il prete rivolto all'assemblea e vestito sempre meno come don Camillo e sempre più come don Luigi Ciotti, hanno minato il senso dell'identità e della tradizione, che era fortissimo invece nel cattolicesimo post tridentino. Gli antropologi James Frazer e Julien Ries denotano che non esiste religione senza trascendenza e non esiste trascendenza senza distacco tra creatore e creatura. Il sacerdozio, anche presso i pagani e i primitivi, consisteva proprio nella funzione di mediazione sociale tra la divinità e l'umanità, e così ne era il punto di congiunzione, amato e al contempo temuto. La messa cattolica, in latino o nelle lingue dette volgari, esprime questa sacra distanza in vari modi: solo il sacerdote può celebrare, confessare i fedeli, leggere il Vangelo e toccare l'ostia sacra con le proprie mani. Ma negli anni immediatamente successivi alla chiusura del Concilio Vaticano II, in certe zone della cristianità più toccate dal movimento liturgico, dei sacerdoti in via di aggiornamento iniziarono a corrompere i riti, a introdurre fanciulle nel servizio dell'altare e a deporre l'ostia consacrata sul palmo delle mani dei fedeli e non più direttamente in bocca. Il lettore della Verità potrebbe trovare eccessivamente teologica la narrazione, ma sta di fatto che la secolarizzazione della società italiana, in cui è più facile sentire un bestemmia che una preghiera, e in cui i praticanti regolari sono ormai meno del 10% dei cittadini (da oltre il 60% che erano mezzo secolo fa), si è appoggiata anche su cambiamenti inauditi come questi. La riforma liturgica iniziata da Paolo VI ha cambiato radicalmente molte cose nella Chiesa. Si pensi alla possibilità, prima esclusa, della lettura domenicale fatta da laici, alle chierichette, agli applausi, alla stessa estetica delle nuove parrocchie e dei più recenti santuari, agli strumenti e alla musica che hanno sostituito l'organo e il canto gregoriano, e ad altro ancora. Che la comunione eucaristica ricevuta sulla mano non fosse un fatto banale lo dimostra lo stesso documento di papa Montini che avrebbe voluto vietarla. Infatti nell'istruzione Memoriale Domini del 1969, si afferma che il modo tradizionale di ricevere la comunione «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l'Eucaristia». La comunione in mano avrebbe portato «alla profanazione dello stesso sacramento» e «all'adulterazione della retta dottrina». Ed è ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti. Il documento di Paolo VI fu una diga che si rivelò fragile, poiché mentre ribadiva il valore della tradizione liturgica, ammetteva che le singole Conferenze episcopali potessero approvare ciò che fino ad allora era considerato un abuso. Nel recente libro La distribuzione della Comunione sulla mano (Cantagalli) il teologo Federico Bortoli fa il punto sulla diffusione e la «legalizzazione» ecclesiastica della comunione sulla mano in Italia. Un abuso che veniva condannato ufficialmente dalle autorità della Chiesa divenne in pochi anni una possibilità pienamente autorizzata. Quindi un diritto, se non un dovere, visto che oggi in moltissime parrocchie nel mondo si fa di tutto per favorire la comunione in mano e in piedi, disapprovando la comunione orale e in ginocchio. Molti libri in commercio difendono il latino, il folklore o l'arte, perché si sente una mancanza di quella omogeneità che fa sentire più sicuri, nel pubblico e nel privato. Anche dei cambiamenti apparentemente secondari, come quelli nelle celebrazioni e nelle liturgie della nostra cultura cristiana, hanno delle ricadute più generali. E ci dicono che continuità, retaggio e trasmissione sono i migliori antidoti alla depressione e all'ingannevole mito del progresso.
La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
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Silvia Salis al Liguria Pride di Genova
E così mentre la città è assediata da bande di criminali, per lo più stranieri e quasi sempre giovanissimi, lei non trova niente di meglio che attaccare il politico del momento, Roberto Vannacci: «C’è chi parla di gusti, chi parla di persone non normali», chi lo fa «vuole smuovere sentimenti negativi, retrogradi, ma per fortuna sono una piccola minoranza», a cui non bisogna «dare attenzione». Ma intanto lei gliela dà. L’ex campionessa del lancio del martello ha sfilato con le associazioni Lgbtqia+ in questa edizione del gay pride intitolata «Ripensiamoci tempesta». A guidare il lungo corteo è stato il camion arcobaleno del coordinamento Liguria Rainbow.
Il prima fila anche l’avvocata Ilaria Gibelli, consulente del Comune di Genova per la tutela dei diritti delle persone Lgbtqia+, finita nella bufera ad aprile dopo aver dichiarato che «i partiti più cattolici sono quelli più omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi e maschilisti». La quale, ieri, ha dichiarato: «Credo molto nel significato di questo ufficio e penso che sia fondamentale che le persone della comunità entrino nelle istituzioni e collaborino con esse». E, a proposito delle ultime dichiarazioni di Vannacci, ha commentato: «Credo che sia facile parlare alla pancia delle persone facendole sentire una maggioranza, ma la differenza tra chi fa politica contro le persone e chi la fa a favore è evidente. E qui, a Genova, con Silvia Salis, siamo con tutte le persone». Presenti anche l’ex ministro Roberta Pinotti, il vicesindaco, un paio di deputati, diversi consiglieri della maggioranza progressista e almeno tre assessore, tra cui Rita Bruzzone (quella dell’educazione sessuo-affettiva all’asilo) e Arianna Viscoglioni, colei che dovrebbe occuparsi della sicurezza. Hanno sfilato anche rappresentanti di Cgil e Uil, del consolato dell’Ecuador e dell’Ordine degli psicologi. Il corteo ha attraversato il centro e si è sciolto ai giardini Luzzati, nella città vecchia, dove si è svolta una grande festa.
Purtroppo, a Genova, a questo clima di allegria fa da contraltare il bollettino della cronaca nera e dei disagi che i cittadini sono costretti a sopportare. Dopo l’omicidio del clochard, a cui il senegalese Cissé Camara avrebbe tranciato la giugulare, venerdì notte, anche Corso Italia, il lungomare della movida, ha pagato il suo tributo di sangue. Un ventottenne originario di Castelvetrano (Trapani) avrebbe fatto delle avance a una ragazza, da quest’ultima non gradite. Per questo sarebbero intervenuti gli amici della giovane che avrebbero cercato di malmenare l’autore dell’approccio. Il trentenne siciliano si sarebbe dato alla fuga e con la sua auto avrebbe travolto uno degli inseguitori. Quest’ultimo, gravemente ferito, è stato ricoverato in rianimazione. L’investitore, positivo all’alcoltest, è stato arrestato con l’accusa di lesioni gravissime. Ma non è finita. Nelle stesse ore un nordafricano, al termine di una colluttazione, è stato trasportato al Pronto soccorso. Qui l’uomo, ripresosi, ha estratto un coltello e ha minacciato militi e infermieri. Poco dopo altro giro (di ricoverati maghrebini), altra rissa e per sedare gli animi è servito l’intervento della polizia. In un’altra zona, sulle alture di San Fruttuoso, una studentessa è stata aggredita sessualmente da tre giovani stranieri, mentre portava a spasso il cane in pieno giorno. È riuscita a divincolarsi e a chiamare il 112. Un’altra ragazza, scesa al capolinea dell’autobus, ha evitato la violenza da parte di un altro giovane africano solo grazie alla prontezza dell’autista che stava riportando il mezzo in rimessa: ha aperto le porte e ha fatto salire la giovane. Nel Levante cittadino, invece, un sedicenne nordafricano, spalleggiato da un gruppo di coetanei, ha strappato una collana d’oro e un orecchino a un’ottantaduenne nei Parchi di Nervi. Quando il presunto rapinatore è stato identificato e fermato da un carabiniere, è scoppiato il parapiglia. Un gruppo di maranza ha soccorso il ladro. A questo punto è intervenuta una volante della Guardia di finanza che ha fatto salire a bordo il militare dell’Arma e il minorenne fermato. Fine della storia? Nient’affatto. Gli altri giovani nordafricani hanno provato a forzare le portiere dell’auto delle Fiamme gialle, venendo denunciati per resistenza e danneggiamento. Storie da banlieu francese che sempre più spesso si ripetono nel capoluogo ligure. Ma se la sicurezza a Genova è una nota dolente, il Comune dà ai suoi abitanti pure altri dispiaceri. Per esempio, battendo cassa, in versione sceriffo di Sherwood. La Lega, ieri, ha attaccato la giunta per l’annunciato (da indiscrezioni giornalistiche) aumento della tassa di soggiorno per B&B e appartamenti a uso turistico fino alla soglia massima di 5 euro per persona. «Davvero il Comune intende trattare l’ospitalità diffusa alla stregua degli hotel a 5 stelle?» hanno chiesto i consiglieri del Carroccio Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua. «Siamo convinti che i piccoli proprietari genovesi non possano essere considerati un bancomat da spremere per rimpinguare le casse comunali».
C’è, infine, l’emergenza trasporto pubblico. Se la municipalizzata Amt, sull’orlo del default, non pagherà entro domani i crediti accumulati dai fornitori privati dell’azienda, questi, per protesta, da lunedì, sospenderanno i servizi di autobus che collegano le zone collinari della Valbisagno e della Valpolcevera al resto della città. Andare a piedi al pride sarà pure divertente, ma farlo per raggiungere scuole e posti di lavoro è sicuramente meno eccitante.
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Il curatore di Fr*cinema Pietro Turano. Nel riquadro, la locandina dell'edizione 2026 (Getty Images)
Ai quali si sono aggiunti nel 2026 altri 300.000 euro da parte della Regione Lazio, anche questi erogati direttamente: il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità un emendamento che stanzia il contributo straordinario per l’anno 2026 a favore della Fondazione che ha promosso il Fr*cinema.
Si vola alto, nelle trame vincitrici del concorso, ideato per soggetti di «cortometraggi queer» e rivolto a film maker under-35: Vajassa, di Michela Mazzaferro, Giovanna De Luca, Leonardo Gaspa e Federico Politi per la regia di Andrea La Medica, è una storia ambientata a Napoli che racconta di una giovane artista trans che sogna di fare l’attrice e si scontra con un regista che la valuta soltanto come caricatura. Tra le ragioni del riconoscimento, «un linguaggio intelligente, ironico e furbo, una tragi-commedia che riporta in vita gli echi della cultura teatrale partenopea di Ruccello, Moscato o (nientemeno, ndr) De Filippo». Fr*cinema ha generosamente assegnato 15.000 euro di contributo produttivo a Vajassa e altri 10.000 euro al vincitore della sezione Documentario, il corto La stanza delle bambine di Federica Corti, Valentina Morricone, Pierpaolo Moscatello. Anche in questa produzione, sono i temi Lgbtiq+ dominare la scena, nella fattispecie i «diritti delle madri intenzionali in coppie omogenitoriali». Nei post dedicati al film Tomboy si parla invece della «espressione di genere nella dimensione del gioco e della ricerca» e del «racconto di un’infanzia queer che rivendica il diritto di sperimentare, lontano dall’obbligo degli adulti di doversi definire».
I fondi all’epoca (2023) concessi in affidamento diretto da Gualtieri furono contestati come «concorrenza sleale» da Fratelli d’Italia. Quest’anno però alla Fondazione Piccolo America, ideatrice del festival queer Fr*cinema, è andata meglio: lo stanziamento è stato inserito all’interno di una legge omnibus sui debiti fuori bilancio tramite un accordo politico trasversale e condiviso da tutte le forze d’Aula, dopo anni di tensione sulla Fondazione scoppiati nel 2023, anno dell’insediamento di Francesco Rocca (indipendente di area centrodestra) come governatore. Subito dopo la sua elezione, la nuova giunta aveva deciso di azzerare i contributi finanziari storici che la precedente amministrazione (guidata da Nicola Zingaretti, Pd) erogava regolarmente alla rassegna. I motivi ufficiali del taglio avanzati allora dalla Pisana facevano leva su un duro piano di rientro dal debito regionale e sulla volontà politica di cambiare i criteri di assegnazione dei fondi alla cultura, cancellando i canali preferenziali e gli affidamenti diretti alle singole associazioni, di cui usufruisce da sempre Piccolo America. Fratelli d’Italia, ad esempio, definì le spese di 130.000 euro alla voce «Gestione ospiti ed incontri con viaggi e alloggi» come fuori mercato.
Senza il polmone economico della Regione, la Fondazione si è trovata in grave affanno. Per mantenere del tutto gratuite le tre piazze romane che accolgono la manifestazione «Cinema in Piazza 2026», il fondatore della kermesse cinematografica, Valerio Carocci, si è inventato coperture alternative, come quella dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Carocci aveva accusato il centrodestra di voler soffocare «una delle rassegne culturali più amate e frequentate di Roma» per motivi puramente politici. Che davvero lo sia è tutto da vedere: fatto sta che soltanto nel 2026 le due parti hanno iniziato a imbastire una serie di trattative diplomatiche dietro le quinte. I due fattori chiave del riavvicinamento sono stati il superamento del «pregiudizio ideologico» e l’urgenza di riqualificare il tessuto sociale delle periferie romane, argomenti che a quanto pare hanno convinto la giunta Rocca del «valore istituzionale» del progetto. L’accordo siglato con la fondazione pro-queer prevede che, invece di richiedere finanziamenti last-minute per tamponare le emergenze dell’anno in corso, si dialoghi (addirittura) su una programmazione a lungo termine. Il voto all’unanimità dell’emendamento ha sancito formalmente la fine delle ostilità, trasformando quello che era un simbolo dell’opposizione giovanile di sinistra in un evento politically correct felicemente finanziato in modo bipartisan da tutte le istituzioni locali, sia comunali che regionali. E i cittadini ringraziano.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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