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2018-12-29
Il patto Papa-lefebvriani isola i conservatori
Ansa
Si fanno sempre più insistenti le voci secondo le quali, a gennaio 2019, il Papa sopprimerà la commissione pontificia Ecclesia Dei, che verrebbe riassorbita dalla Congregazione per la dottrina della fede. Una decisione dietro cui potrebbe celarsi un nuovo atto della guerra vaticana tra progressisti e conservatori. Con questa mossa, infatti, Francesco vorrebbe sferrare un'altra offensiva ai suoi oppositori.
La commissione Ecclesia Dei, istituita nel 1988 da Giovanni Paolo II, si occupava del delicatissimo dossier lefebvriano. Come noto, la Fraternità sacerdotale San Pio X, all'epoca guidata da monsignor Marcel Lefebvre, in polemica con quella che giudicava la deriva modernista di Roma e con la soppressione della messa in latino, prese a ordinare vescovi senza il consenso del Pontefice. Questo provocò la scomunica di Lefebvre e lo scisma del suo gruppo tradizionalista. L'Ecclesia Dei doveva ricucire i rapporti tra Chiesa e Fraternità San Pio X, dando voce ai bisogni dei cattolici che «si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina».
Il segretario della commissione pontificia era l'arcivescovo Guido Pozzo. Pur non essendo un ultraconservatore, monsignor Pozzo stava lavorando a un'intesa per riportare i lefebvriani in comunione con Roma. In passato aveva redarguito i prelati che si opponevano alla messa tridentina, che celebra regolarmente, tanto da essere considerato un punto di riferimento da chi è ancora legato al rito antico.
Il provvedimento di Jorge Mario Bergoglio, dunque, colpirebbe anzitutto monsignor Pozzo: uno che pur celebrando la messa in latino non ha mai disobbedito alla Chiesa. Una figura che sarebbe invisa anche ai lefebvriani, i quali aspirerebbero a rappresentare l'unico baluardo del tradizionalismo cattolico e preferirebbero trattare direttamente con la Congregazione per la dottrina della fede piuttosto che con una sua «succursale», com'è l'Ecclesia Dei. Il Papa, che mal sopporta clero e fedeli legati alla messa preconciliare, avrebbe colto la palla al balzo assestando un colpo al fronte conservatore, isolando un arcivescovo che, senza estremismi, valorizzava la liturgia antica. Al contempo, Bergoglio appalterebbe la messa in latino a quello che reputa un gruppuscolo minoritario, bendisposto a scalzare la «concorrenza» degli altri tradizionalisti e sempre più pressato dalla necessità di trovare un accordo con la Santa Sede: ai lefebvriani, infatti, sono rimasti solo tre vescovi non scomunicati, tutti piuttosto anziani. Alla San Pio X, insomma, serve l'autorizzazione per nuove nomine episcopali.
A suffragio di questa lettura, bisogna evidenziare che gli ambienti tradizionalisti leggono la soppressione dell'Ecclesia Dei nel senso di un patto tra lefebvriani e Francesco, a detrimento degli altri gruppi conservatori. E pure altre fonti avallano tale interpretazione. Innanzitutto, è arcinoto che i progressisti aspirano a liberarsi da ogni rimasuglio di liturgia preconciliare, nonostante la messa tridentina attragga sempre più fedeli, a differenza dei molti riti sconclusionati e sciatti cui si assiste nelle nostre parrocchie. A novembre, ad esempio, il vescovo di Gorizia, monsignor Roberto Maria Redaelli, aveva addirittura affermato che il Summorum pontificum, il motu proprio di Benedetto XVI che «liberalizzava» la messa in latino, non poteva essere considerato valido ai sensi del diritto canonico. E in un'intervista a Rainews.it del 2017, il teologo progressista Andrea Grillo aveva evocato la possibilità di contenere il rito antico in «un settore specifico dell'esperienza ecclesiale, che per questo risulterebbe accuratamente circoscritto e controllato». Ossia, di appaltare la messa in latino al piccolo recinto lefebvriano: esattamente la strategia che, a quanto pare, sta perseguendo Bergoglio.
Ma perché tanta alacrità contro la messa tridentina? La Chiesa cattolica, sconvolta dagli scandali sessuali e dalla piaga dei preti omosessuali e pedofili, avrebbe ben altri guai di cui preoccuparsi. In Vaticano, invece, la priorità pare sia quella di punire i Pater noster, le talari e l'eucaristia in ginocchio.
L’ostia nelle mani resta una ferita per la tradizione
Scriveva Primo Levi: «La memoria è la storia di un popolo e un popolo senza memoria è un popolo senza identità destinato a scomparire». Fatte le debite distinzioni e tenuto conto delle possibili analogie, anche il popolo dei cattolici ha bisogno di salvaguardare la propria identità, fatta di riti, antiche tradizioni di culto e cultura, di secoli e secoli di spiritualità, liturgia e arte sacra.
Nessuno può negare, e ormai sono pochissimi a farlo, che la Chiesa cattolica abbia perso smalto, dinamismo e identità durante la seconda metà del XX secolo. Certo si tratta di un processo storico lungo e complesso, ma a a ben vedere, la vita spirituale e familiare dei cattolici, nell'epoca lunga e travagliata che va dalla Riforma di Martin Lutero agli anni Cinquanta, rappresentati emblematicamente da Pio XII (1939-1958), non era variata di molto. La messa alla domenica teneva e così pure i matrimoni e i funerali in chiesa, il battesimo ai neonati e il catechismo per i bambini. Tutto ciò non era poco per strutturare in modo omogeneo la vita sociale della collettività, e così fu per una gran fetta del nostro popolo nel secolo successivo all'Unità (1861-1961). In poco tempo però, i cambiamenti dottrinali e soprattutto liturgici, con la messa in italiano, il prete rivolto all'assemblea e vestito sempre meno come don Camillo e sempre più come don Luigi Ciotti, hanno minato il senso dell'identità e della tradizione, che era fortissimo invece nel cattolicesimo post tridentino.
Gli antropologi James Frazer e Julien Ries denotano che non esiste religione senza trascendenza e non esiste trascendenza senza distacco tra creatore e creatura. Il sacerdozio, anche presso i pagani e i primitivi, consisteva proprio nella funzione di mediazione sociale tra la divinità e l'umanità, e così ne era il punto di congiunzione, amato e al contempo temuto.
La messa cattolica, in latino o nelle lingue dette volgari, esprime questa sacra distanza in vari modi: solo il sacerdote può celebrare, confessare i fedeli, leggere il Vangelo e toccare l'ostia sacra con le proprie mani. Ma negli anni immediatamente successivi alla chiusura del Concilio Vaticano II, in certe zone della cristianità più toccate dal movimento liturgico, dei sacerdoti in via di aggiornamento iniziarono a corrompere i riti, a introdurre fanciulle nel servizio dell'altare e a deporre l'ostia consacrata sul palmo delle mani dei fedeli e non più direttamente in bocca.
Il lettore della Verità potrebbe trovare eccessivamente teologica la narrazione, ma sta di fatto che la secolarizzazione della società italiana, in cui è più facile sentire un bestemmia che una preghiera, e in cui i praticanti regolari sono ormai meno del 10% dei cittadini (da oltre il 60% che erano mezzo secolo fa), si è appoggiata anche su cambiamenti inauditi come questi.
La riforma liturgica iniziata da Paolo VI ha cambiato radicalmente molte cose nella Chiesa. Si pensi alla possibilità, prima esclusa, della lettura domenicale fatta da laici, alle chierichette, agli applausi, alla stessa estetica delle nuove parrocchie e dei più recenti santuari, agli strumenti e alla musica che hanno sostituito l'organo e il canto gregoriano, e ad altro ancora.
Che la comunione eucaristica ricevuta sulla mano non fosse un fatto banale lo dimostra lo stesso documento di papa Montini che avrebbe voluto vietarla. Infatti nell'istruzione Memoriale Domini del 1969, si afferma che il modo tradizionale di ricevere la comunione «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l'Eucaristia». La comunione in mano avrebbe portato «alla profanazione dello stesso sacramento» e «all'adulterazione della retta dottrina». Ed è ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti. Il documento di Paolo VI fu una diga che si rivelò fragile, poiché mentre ribadiva il valore della tradizione liturgica, ammetteva che le singole Conferenze episcopali potessero approvare ciò che fino ad allora era considerato un abuso.
Nel recente libro La distribuzione della Comunione sulla mano (Cantagalli) il teologo Federico Bortoli fa il punto sulla diffusione e la «legalizzazione» ecclesiastica della comunione sulla mano in Italia. Un abuso che veniva condannato ufficialmente dalle autorità della Chiesa divenne in pochi anni una possibilità pienamente autorizzata. Quindi un diritto, se non un dovere, visto che oggi in moltissime parrocchie nel mondo si fa di tutto per favorire la comunione in mano e in piedi, disapprovando la comunione orale e in ginocchio.
Molti libri in commercio difendono il latino, il folklore o l'arte, perché si sente una mancanza di quella omogeneità che fa sentire più sicuri, nel pubblico e nel privato. Anche dei cambiamenti apparentemente secondari, come quelli nelle celebrazioni e nelle liturgie della nostra cultura cristiana, hanno delle ricadute più generali. E ci dicono che continuità, retaggio e trasmissione sono i migliori antidoti alla depressione e all'ingannevole mito del progresso.
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Jorge Bergoglio abolirà la commissione che doveva ricucire con la Fraternità San Pio X. Agli ex scismatici verrà lasciata la messa in latino per alimentare le gelosie tra i gruppi tradizionalisti. Nonostante lo scandalo dei preti pedofili la priorità sembra la lotta al rito antico.Paolo VI voleva difendere la comunione dagli abusi. La Chiesa però ha ceduto.Lo speciale contiene due articoli.Si fanno sempre più insistenti le voci secondo le quali, a gennaio 2019, il Papa sopprimerà la commissione pontificia Ecclesia Dei, che verrebbe riassorbita dalla Congregazione per la dottrina della fede. Una decisione dietro cui potrebbe celarsi un nuovo atto della guerra vaticana tra progressisti e conservatori. Con questa mossa, infatti, Francesco vorrebbe sferrare un'altra offensiva ai suoi oppositori.La commissione Ecclesia Dei, istituita nel 1988 da Giovanni Paolo II, si occupava del delicatissimo dossier lefebvriano. Come noto, la Fraternità sacerdotale San Pio X, all'epoca guidata da monsignor Marcel Lefebvre, in polemica con quella che giudicava la deriva modernista di Roma e con la soppressione della messa in latino, prese a ordinare vescovi senza il consenso del Pontefice. Questo provocò la scomunica di Lefebvre e lo scisma del suo gruppo tradizionalista. L'Ecclesia Dei doveva ricucire i rapporti tra Chiesa e Fraternità San Pio X, dando voce ai bisogni dei cattolici che «si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina». Il segretario della commissione pontificia era l'arcivescovo Guido Pozzo. Pur non essendo un ultraconservatore, monsignor Pozzo stava lavorando a un'intesa per riportare i lefebvriani in comunione con Roma. In passato aveva redarguito i prelati che si opponevano alla messa tridentina, che celebra regolarmente, tanto da essere considerato un punto di riferimento da chi è ancora legato al rito antico. Il provvedimento di Jorge Mario Bergoglio, dunque, colpirebbe anzitutto monsignor Pozzo: uno che pur celebrando la messa in latino non ha mai disobbedito alla Chiesa. Una figura che sarebbe invisa anche ai lefebvriani, i quali aspirerebbero a rappresentare l'unico baluardo del tradizionalismo cattolico e preferirebbero trattare direttamente con la Congregazione per la dottrina della fede piuttosto che con una sua «succursale», com'è l'Ecclesia Dei. Il Papa, che mal sopporta clero e fedeli legati alla messa preconciliare, avrebbe colto la palla al balzo assestando un colpo al fronte conservatore, isolando un arcivescovo che, senza estremismi, valorizzava la liturgia antica. Al contempo, Bergoglio appalterebbe la messa in latino a quello che reputa un gruppuscolo minoritario, bendisposto a scalzare la «concorrenza» degli altri tradizionalisti e sempre più pressato dalla necessità di trovare un accordo con la Santa Sede: ai lefebvriani, infatti, sono rimasti solo tre vescovi non scomunicati, tutti piuttosto anziani. Alla San Pio X, insomma, serve l'autorizzazione per nuove nomine episcopali. A suffragio di questa lettura, bisogna evidenziare che gli ambienti tradizionalisti leggono la soppressione dell'Ecclesia Dei nel senso di un patto tra lefebvriani e Francesco, a detrimento degli altri gruppi conservatori. E pure altre fonti avallano tale interpretazione. Innanzitutto, è arcinoto che i progressisti aspirano a liberarsi da ogni rimasuglio di liturgia preconciliare, nonostante la messa tridentina attragga sempre più fedeli, a differenza dei molti riti sconclusionati e sciatti cui si assiste nelle nostre parrocchie. A novembre, ad esempio, il vescovo di Gorizia, monsignor Roberto Maria Redaelli, aveva addirittura affermato che il Summorum pontificum, il motu proprio di Benedetto XVI che «liberalizzava» la messa in latino, non poteva essere considerato valido ai sensi del diritto canonico. E in un'intervista a Rainews.it del 2017, il teologo progressista Andrea Grillo aveva evocato la possibilità di contenere il rito antico in «un settore specifico dell'esperienza ecclesiale, che per questo risulterebbe accuratamente circoscritto e controllato». Ossia, di appaltare la messa in latino al piccolo recinto lefebvriano: esattamente la strategia che, a quanto pare, sta perseguendo Bergoglio.Ma perché tanta alacrità contro la messa tridentina? La Chiesa cattolica, sconvolta dagli scandali sessuali e dalla piaga dei preti omosessuali e pedofili, avrebbe ben altri guai di cui preoccuparsi. In Vaticano, invece, la priorità pare sia quella di punire i Pater noster, le talari e l'eucaristia in ginocchio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-patto-papa-lefebvriani-isola-i-conservatori-2624604686.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lostia-nelle-mani-resta-una-ferita-per-la-tradizione" data-post-id="2624604686" data-published-at="1776865288" data-use-pagination="False"> L’ostia nelle mani resta una ferita per la tradizione Scriveva Primo Levi: «La memoria è la storia di un popolo e un popolo senza memoria è un popolo senza identità destinato a scomparire». Fatte le debite distinzioni e tenuto conto delle possibili analogie, anche il popolo dei cattolici ha bisogno di salvaguardare la propria identità, fatta di riti, antiche tradizioni di culto e cultura, di secoli e secoli di spiritualità, liturgia e arte sacra. Nessuno può negare, e ormai sono pochissimi a farlo, che la Chiesa cattolica abbia perso smalto, dinamismo e identità durante la seconda metà del XX secolo. Certo si tratta di un processo storico lungo e complesso, ma a a ben vedere, la vita spirituale e familiare dei cattolici, nell'epoca lunga e travagliata che va dalla Riforma di Martin Lutero agli anni Cinquanta, rappresentati emblematicamente da Pio XII (1939-1958), non era variata di molto. La messa alla domenica teneva e così pure i matrimoni e i funerali in chiesa, il battesimo ai neonati e il catechismo per i bambini. Tutto ciò non era poco per strutturare in modo omogeneo la vita sociale della collettività, e così fu per una gran fetta del nostro popolo nel secolo successivo all'Unità (1861-1961). In poco tempo però, i cambiamenti dottrinali e soprattutto liturgici, con la messa in italiano, il prete rivolto all'assemblea e vestito sempre meno come don Camillo e sempre più come don Luigi Ciotti, hanno minato il senso dell'identità e della tradizione, che era fortissimo invece nel cattolicesimo post tridentino. Gli antropologi James Frazer e Julien Ries denotano che non esiste religione senza trascendenza e non esiste trascendenza senza distacco tra creatore e creatura. Il sacerdozio, anche presso i pagani e i primitivi, consisteva proprio nella funzione di mediazione sociale tra la divinità e l'umanità, e così ne era il punto di congiunzione, amato e al contempo temuto. La messa cattolica, in latino o nelle lingue dette volgari, esprime questa sacra distanza in vari modi: solo il sacerdote può celebrare, confessare i fedeli, leggere il Vangelo e toccare l'ostia sacra con le proprie mani. Ma negli anni immediatamente successivi alla chiusura del Concilio Vaticano II, in certe zone della cristianità più toccate dal movimento liturgico, dei sacerdoti in via di aggiornamento iniziarono a corrompere i riti, a introdurre fanciulle nel servizio dell'altare e a deporre l'ostia consacrata sul palmo delle mani dei fedeli e non più direttamente in bocca. Il lettore della Verità potrebbe trovare eccessivamente teologica la narrazione, ma sta di fatto che la secolarizzazione della società italiana, in cui è più facile sentire un bestemmia che una preghiera, e in cui i praticanti regolari sono ormai meno del 10% dei cittadini (da oltre il 60% che erano mezzo secolo fa), si è appoggiata anche su cambiamenti inauditi come questi. La riforma liturgica iniziata da Paolo VI ha cambiato radicalmente molte cose nella Chiesa. Si pensi alla possibilità, prima esclusa, della lettura domenicale fatta da laici, alle chierichette, agli applausi, alla stessa estetica delle nuove parrocchie e dei più recenti santuari, agli strumenti e alla musica che hanno sostituito l'organo e il canto gregoriano, e ad altro ancora. Che la comunione eucaristica ricevuta sulla mano non fosse un fatto banale lo dimostra lo stesso documento di papa Montini che avrebbe voluto vietarla. Infatti nell'istruzione Memoriale Domini del 1969, si afferma che il modo tradizionale di ricevere la comunione «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l'Eucaristia». La comunione in mano avrebbe portato «alla profanazione dello stesso sacramento» e «all'adulterazione della retta dottrina». Ed è ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti. Il documento di Paolo VI fu una diga che si rivelò fragile, poiché mentre ribadiva il valore della tradizione liturgica, ammetteva che le singole Conferenze episcopali potessero approvare ciò che fino ad allora era considerato un abuso. Nel recente libro La distribuzione della Comunione sulla mano (Cantagalli) il teologo Federico Bortoli fa il punto sulla diffusione e la «legalizzazione» ecclesiastica della comunione sulla mano in Italia. Un abuso che veniva condannato ufficialmente dalle autorità della Chiesa divenne in pochi anni una possibilità pienamente autorizzata. Quindi un diritto, se non un dovere, visto che oggi in moltissime parrocchie nel mondo si fa di tutto per favorire la comunione in mano e in piedi, disapprovando la comunione orale e in ginocchio. Molti libri in commercio difendono il latino, il folklore o l'arte, perché si sente una mancanza di quella omogeneità che fa sentire più sicuri, nel pubblico e nel privato. Anche dei cambiamenti apparentemente secondari, come quelli nelle celebrazioni e nelle liturgie della nostra cultura cristiana, hanno delle ricadute più generali. E ci dicono che continuità, retaggio e trasmissione sono i migliori antidoti alla depressione e all'ingannevole mito del progresso.
Giorgia Meloni e Nicola Procaccini (Ansa)
Non esiste un ecologista più convinto di un conservatore. Perché la parola «ecologia» deriva da quella greca oikos, che significa «casa». È il motivo per il quale, per i conservatori di ogni latitudine, la casa è sinonimo di Patria, è il luogo che custodisce la famiglia, il pilastro su cui si poggia il comune destino che ci lega.
Roger Scruton, uno dei maggiori filosofi del conservatorismo contemporaneo, ha definito questa visione del mondo con un termine estremamente efficace: oikophilia, cioè «l’amore per la propria casa». Difendere, curare e tramandare la nostra «casa» ai nostri figli rappresenta il punto di partenza dell’approccio dei conservatori alla vita. E, quindi, alla politica.
Ecco perché i conservatori proteggono le radici classiche e cristiane dell’Europa, difendono la vita, credono nella famiglia come nucleo fondamentale della società, vogliono costruire un’Europa fondata sulla libertà e sulla sovranità delle Nazioni, tutelano il lavoro e l’economia reale, difendono l’ambiente senza ideologismi. Perché non è possibile proteggere l’ambiente senza l’opera responsabile dell’uomo.
In queste pagine, Nicola Procaccini ci accompagna in un viaggio che parte dalla critica della narrazione dominante e arriva a presentare la proposta politica e culturale sostenuta dai conservatori italiani, europei e occidentali. Un’ecologia che nasce dal rispetto e dalla consapevolezza che l’essere umano non è il padrone del Creato, ma il suo custode. Che tiene insieme sviluppo e tutela, innovazione e tradizione, libertà e responsabilità. Che non pretende di riscrivere l’uomo e la natura secondo schemi astratti. Che non impone sacrifici inutili, ma promuove scelte consapevoli. E che non si fonda sulla paura, ma sul buon senso e sul la realtà.
Una proposta politica e culturale che, in questi anni, i conservatori non hanno mai confinato al di battito intellettuale ma che hanno declinato sempre nelle scelte concrete di ogni giorno. Come ha fatto il governo italiano che, fin dal suo insedia mento, ha rimesso in discussione il folle dogmatismo ideologico alla base del Green Deal europeo e ha lavorato per cambiarlo. Perché è un approccio sbagliato, che ha messo in ginocchio l’industria e i lavoratori europei e ha legato l’Europa a nuove dipendenze strategiche, per di più senza ottenere risultati sul fronte della riduzione delle emissioni globali. Anche grazie all’Italia, in questi anni, si sono raggiunti i primi risultati e si sono compiuti alcuni importanti passi avanti per arrivare a una transizione ecologica davvero sostenibile e compatibile con i nostri sistemi economici. Ma, ovviamente, non basta. Non ci accontentiamo e continueremo a lavorare in questa direzione, facendo ogni sforzo possibile per coniugare difesa dell’ambiente e produzione, cura del territorio e attenzione alle persone.
Parallelamente a questo lavoro, è necessario portarne avanti un altro. Che è quello di promuovere e far conoscere la visione conservatrice dell’ambiente, per renderla sempre di più protagonista del dibattito. Perché la battaglia per l’ambiente non è neutrale: è una battaglia culturale e, come tutte le battaglie culturali, richiede visione, impegno, pragmatismo.
Ecco perché ritengo che questo libro rappresenti un contributo prezioso, soprattutto in un tempo segnato da semplificazioni e sterili contrapposizioni. Non solo perché offre una sollecitazione politica, ma perché spinge alla riflessione e al confronto. E, soprattutto, perché non si limita a sottolineare gli errori e a dire ciò che funziona, ma punta a elaborare una visione alternativa. Concreta, chiara, coraggiosa.
Una visione che affonda le radici nella nostra storia, nella nostra tradizione, nella nostra idea di civiltà. Perché ogni conservatore è convinto che si debba ripartire da qui: dalla consapevolezza che la Terra non è un feticcio ideologico, ma la nostra casa. E che difendere la nostra casa significa custodire la nostra identità, e accompagnarla nel futuro.
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Poltrone e divani. No, non stiamo parlando di cariche pubbliche, stavolta, ma del Salone del mobile di Milano. Ieri il premier Giorgia Meloni, con aria rilassata e messa in piega fatta, ha inaugurato l’importante fiera del design indossando abiti casual, jeans, sneakers e giacca beige, scherzando con i cronisti: «Io giovane? Guardate come mi avete ridotto...».
Si siede su diversi divani per testarne la comodità cercando così di stemperare la tensione interna di questi giorni e quella di questo difficile momento internazionale: «Datemi tregua», dice cercando di respingere l’assalto dei cronisti. «Questo divano è più comodo di quelli della Casa Bianca e di Palazzo Chigi». Applausi ad ogni padiglione da parte del pubblico, selfie a raffica.
Meloni non evita di rispondere anche alle domande più scomode. Alle parole di Trump «non sono rimasta male. Penso che il coraggio sia dire quello che si pensa anche quando non si è d’accordo, l’amicizia sia dire quello che si pensa anche quando non si è d’accordo. Non cambia il mio convinto sostegno all’unità occidentale, non cambia i rapporti tra Italia e Stati Uniti. Ciò non toglie che sono una persona abituata a dire quello che pensa. Gli amici ti danno una mano anche e forse soprattutto quando ti dicono che non sono d’accordo».
La premier si è soffermata sul nodo del blocco del canale di Hormuz: «Noi siamo stati tra i primi a proporre che ci fosse una copertura Onu su una eventuale missione a Hormuz e questo non è stato possibile per un veto che c’è nel Consiglio di sicurezza da parte di Usa e Cina. Vedremo se nelle prossime settimane questo veto può essere superato. Se non dovesse essere superato, a condizioni date che abbiamo già chiarito, ci deve essere una cessazione delle ostilità e una ampissima adesione internazionale. La postura della missione deve essere solo difensiva. Io penso che l’Italia dovrebbe esserci ma deve essere il Parlamento a esprimersi».
Sulla proroga del taglio delle accise, la premier ha precisato: «Ci sono importantissimi negoziati in corso che sosteniamo, sia quello di Islamabad sia il negoziato diretto Israele-Libano per noi molto importante, vediamo sulla base di quello che uscirà da questi negoziati le priorità che ci dobbiamo dare». Quella dei prezzi dell’energia è una «grande questione che è stata oggetto di un decreto molto articolato recente del governo e oggetto anche di una battaglia che stiamo conducendo in Europa e che ci porterà fra qualche giorno al Consiglio europeo a riproporre alcune proposte che consideriamo fondamentali nell’attuale crisi». Circa l’amministratrice delegata di Terna spa, Giuseppina Di Foggia, il premier ha detto: «Penso che debba scegliere tra la presidenza dell’Eni e la buona uscita di Terna». E poche ore dopo dalla società hanno fatto sapere che la manager «ha manifestato la sua disponibilità alla sottoscrizione di un accordo finalizzato alla rinuncia dell’indennità di fine rapporto», chiudendo così la querelle.
Meloni, arrivata alle 13 con un’ora di ritardo, si è intrattenuta per più di due ore al Salone. Dopo pranzo ha incontrato per dieci minuti il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, occasione immortalata dal selfie che li ritrae abbracciati e sorridenti. Salvini, come Meloni, tocca il tasto dolente di Hormuz. «Se ci fosse una missione dell’Onu, è un altro paio di maniche, come ci siamo in Libano, come c’eravamo in Kosovo. Un conto è una missione internazionale che coinvolge tutti, un conto è qualcuno che va in ordine sparso. Nessuno al governo pensa di partire in ordine sparso. Quindi io, Crosetto, Meloni, la pensiamo assolutamente nella stessa maniera. O c’è una missione internazionale con tutte le protezioni e le tutele delle missioni internazionali, oppure noi non andiamo in guerra da nessuna parte».
Aria di festa e distensione rovinata dal giornalista vicino a Putin, Vladimir Solovyev, noto conduttore tv prossimo alle posizioni del Cremlino, potente megafono della propaganda russa. Ieri durante la sua trasmissione Full Contact ha pesantemente insultato, in italiano, la premier italiana, definendola, tra le altre cose, «vergogna della razza umana, bestia naturale, idiota patentata, una cattiva donnuccia» e apostrofandola come «PuttaMeloni».
Il vicepremier e titolare della Farnesina, Antonio Tajani, ha subito fatto convocare l’ambasciatore russo a Roma, Aleksej Vladimirovic Paramonov, «per esprimere formali proteste». In riferimento agli ultimi contrasti tra la premier italiana e il presidente Usa, Solovyev ha accusato Meloni di aver «tradito Trump»: «Questa Meloni, carogna fascista, che ha tradito i propri elettori candidandosi con slogan ben diversi... Ma il tradimento è il suo secondo nome. Ha tradito Trump al quale precedentemente aveva giurato fedeltà».
Immediata la reazione di tutta Fdi: «Dichiarazioni inammissibili che confermano l’atteggiamento ostile della Russia verso la nostra nazione». Vicinanza alla premier anche dai leader dalle opposizioni. «Inqualificabili e volgari offese personali», tuonano persino Elly Schlein e Giuseppe Conte che hanno dato solidarietà al premier.
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(Getty Images)
Oggi alle 11 Eurostat diffonderà i dati ufficiali sul deficit italiano nel 2025. Se centreremo il 3% usciremo dalla procedura d’infrazione, con tutto quello che ne consegue (in pratica: più soldi a disposizione). Se saremo al 3,1% non usciremo con tutto quello che ne consegue (in pratica: preparatevi a tirare ancor di più la cinghia). Bene: siamo al 3 oppure al 3,1? I bisbigli e i sussurri che escono dalle secrete stanze degli statistici dicono che l’Italia sta oscillando attorno a quota 3,04-3,05. Dove si fermerà l’asticella? Se si fermerà al 3,04, il numeretto verrà arrotondato al 3% e ce l’avremo fatta. Se si fermerà al 3,05, il numeretto verrà arrotondato al 3,1% e saremo fregati. Dunque basterà uno 0,01% a fare la differenza. Sapete quanto vale quello 0,01%? 23 milioni di euro. Ventitré milioni, rispetto a un prodotto interno lordo di 2.300 miliardi, per decidere la nostra vita. Ripeto la domanda: ma vi sembra normale?
Diceva Mark Twain che esistono tre tipi di bugie: le piccole, le grandi e le statistiche. Ora, io dico: possiamo affidare una decisione così rilevante per l’intero Paese (investimenti, welfare, sviluppo…) a un dettaglio statistico? Cioè a una simile piccineria tecnica? I dati saranno arrotondati a una sola cifra decimale, ma la differenza tra 3 e 3,1 potrebbe essere ancora più sottile. Poniamo, per esempio, che l’asticella si fermi al 3,044: nel caso il numeretto sarebbe arrotondato a 3,04 e, dunque, a 3, e saremmo salvi. Se, però, si fermasse al 3,045, verrebbe arrotondato a 3,05 e, dunque, 3,1, e saremmo spacciati. Quindi, potremmo essere appesi non allo 0,01 ma allo 0,001%, cioè non a 23 milioni ma a 2 milioni di euro, in pratica un terzo della buonuscita dell’ad di Terna, Giuseppina Di Foggia. E se volete andiamo avanti. Potremmo infatti essere appesi anche allo 0,0001% (cioè alla differenza tra 3,0444 e 3,0445), quindi a 200.000 euro, più o meno lo stipendio annuale di due commessi in Parlamento. Ma ci si può giocare il futuro dell’ottavo Paese del mondo per 200.000 euro?
A me non pare normale, eppure le regole europee sono inflessibili. Se sarà 3,0444%, dunque 3,4, dunque 3, usciremo dalla procedura d’infrazione, dunque risparmieremo di botto 6,4 miliardi (tra interessi e altri vincoli) e potremo accedere ai fondi Safe per la Difesa (15 miliardi). Se invece sarà 3,0445, per quello 0,0001% (200.000 euro) di differenza, tutto questo non accadrà e, dunque, ci saranno meno soldi e le spese della Difesa andranno finanziate (perché di finanziarle è stato deciso, ahinoi) con i soldi della sanità e delle pensioni. Ergo: siamo fregati. O quasi. E tutto questo ci dice due cose: la prima è che al Mef qualche ragioniere poteva stare un po’ più attento nel girare alla larga dalla soglia di sicurezza (perché rischiare di sprecare tanti sforzi per un’inezia?) La seconda è che le regole dell’Europa sono da buttare. E forse non solo le regole.
Da quanto siamo entrati nel girone infernale di Bruxelles, infatti, siamo inchiodati ai numeretti assurdi, dalle banane che non erano banane se non misuravano 14 centimetri (regolamento 2257/94) ai cavoli che non erano cavoli se non avevano un diametro di 10 millimetri (regolamento 730/1999). Ricordo ancora come un incubo il parametro europeo per lo sciacquone (giuro: è stato pubblicato nella Gazzetta Ue): Va=Vf+(3xVr)/4. In pratica, il teorema di Pitagora della perfetta pisciata. Abbiamo avuto il numeretto per il cetriolo («Deve disegnare un arco di 10 millimetri), quello della lattuga («Deve pesare 80 grammi») e quello del carciofo («Devono avere una sezione equatoriale di almeno 6 centimetri»). E poi il più assurdo di tutti i numeretti, quel 3 per cento del rapporto deficit/Pil che fu scelto a caso, in modo totalmente arbitrario, dopo qualche abbondante libagione a Maastricht, e che da allora tormenta le nostre vite senza che nessuno abbia mai capito perché. E ora potrebbe tormentarle ancora di più, e per colpa di uno 0,001%.
Appuntamento alle 11: l’Eurostat oggi dà i numeri. L’Europa, invece, li dà da un pezzo. E noi, tapini, continuiamo a subirli. Chissà quando troveremo la formula esatta per lo sciacquone europeo.
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