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2018-12-29
Il patto Papa-lefebvriani isola i conservatori
Ansa
Si fanno sempre più insistenti le voci secondo le quali, a gennaio 2019, il Papa sopprimerà la commissione pontificia Ecclesia Dei, che verrebbe riassorbita dalla Congregazione per la dottrina della fede. Una decisione dietro cui potrebbe celarsi un nuovo atto della guerra vaticana tra progressisti e conservatori. Con questa mossa, infatti, Francesco vorrebbe sferrare un'altra offensiva ai suoi oppositori.
La commissione Ecclesia Dei, istituita nel 1988 da Giovanni Paolo II, si occupava del delicatissimo dossier lefebvriano. Come noto, la Fraternità sacerdotale San Pio X, all'epoca guidata da monsignor Marcel Lefebvre, in polemica con quella che giudicava la deriva modernista di Roma e con la soppressione della messa in latino, prese a ordinare vescovi senza il consenso del Pontefice. Questo provocò la scomunica di Lefebvre e lo scisma del suo gruppo tradizionalista. L'Ecclesia Dei doveva ricucire i rapporti tra Chiesa e Fraternità San Pio X, dando voce ai bisogni dei cattolici che «si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina».
Il segretario della commissione pontificia era l'arcivescovo Guido Pozzo. Pur non essendo un ultraconservatore, monsignor Pozzo stava lavorando a un'intesa per riportare i lefebvriani in comunione con Roma. In passato aveva redarguito i prelati che si opponevano alla messa tridentina, che celebra regolarmente, tanto da essere considerato un punto di riferimento da chi è ancora legato al rito antico.
Il provvedimento di Jorge Mario Bergoglio, dunque, colpirebbe anzitutto monsignor Pozzo: uno che pur celebrando la messa in latino non ha mai disobbedito alla Chiesa. Una figura che sarebbe invisa anche ai lefebvriani, i quali aspirerebbero a rappresentare l'unico baluardo del tradizionalismo cattolico e preferirebbero trattare direttamente con la Congregazione per la dottrina della fede piuttosto che con una sua «succursale», com'è l'Ecclesia Dei. Il Papa, che mal sopporta clero e fedeli legati alla messa preconciliare, avrebbe colto la palla al balzo assestando un colpo al fronte conservatore, isolando un arcivescovo che, senza estremismi, valorizzava la liturgia antica. Al contempo, Bergoglio appalterebbe la messa in latino a quello che reputa un gruppuscolo minoritario, bendisposto a scalzare la «concorrenza» degli altri tradizionalisti e sempre più pressato dalla necessità di trovare un accordo con la Santa Sede: ai lefebvriani, infatti, sono rimasti solo tre vescovi non scomunicati, tutti piuttosto anziani. Alla San Pio X, insomma, serve l'autorizzazione per nuove nomine episcopali.
A suffragio di questa lettura, bisogna evidenziare che gli ambienti tradizionalisti leggono la soppressione dell'Ecclesia Dei nel senso di un patto tra lefebvriani e Francesco, a detrimento degli altri gruppi conservatori. E pure altre fonti avallano tale interpretazione. Innanzitutto, è arcinoto che i progressisti aspirano a liberarsi da ogni rimasuglio di liturgia preconciliare, nonostante la messa tridentina attragga sempre più fedeli, a differenza dei molti riti sconclusionati e sciatti cui si assiste nelle nostre parrocchie. A novembre, ad esempio, il vescovo di Gorizia, monsignor Roberto Maria Redaelli, aveva addirittura affermato che il Summorum pontificum, il motu proprio di Benedetto XVI che «liberalizzava» la messa in latino, non poteva essere considerato valido ai sensi del diritto canonico. E in un'intervista a Rainews.it del 2017, il teologo progressista Andrea Grillo aveva evocato la possibilità di contenere il rito antico in «un settore specifico dell'esperienza ecclesiale, che per questo risulterebbe accuratamente circoscritto e controllato». Ossia, di appaltare la messa in latino al piccolo recinto lefebvriano: esattamente la strategia che, a quanto pare, sta perseguendo Bergoglio.
Ma perché tanta alacrità contro la messa tridentina? La Chiesa cattolica, sconvolta dagli scandali sessuali e dalla piaga dei preti omosessuali e pedofili, avrebbe ben altri guai di cui preoccuparsi. In Vaticano, invece, la priorità pare sia quella di punire i Pater noster, le talari e l'eucaristia in ginocchio.
L’ostia nelle mani resta una ferita per la tradizione
Scriveva Primo Levi: «La memoria è la storia di un popolo e un popolo senza memoria è un popolo senza identità destinato a scomparire». Fatte le debite distinzioni e tenuto conto delle possibili analogie, anche il popolo dei cattolici ha bisogno di salvaguardare la propria identità, fatta di riti, antiche tradizioni di culto e cultura, di secoli e secoli di spiritualità, liturgia e arte sacra.
Nessuno può negare, e ormai sono pochissimi a farlo, che la Chiesa cattolica abbia perso smalto, dinamismo e identità durante la seconda metà del XX secolo. Certo si tratta di un processo storico lungo e complesso, ma a a ben vedere, la vita spirituale e familiare dei cattolici, nell'epoca lunga e travagliata che va dalla Riforma di Martin Lutero agli anni Cinquanta, rappresentati emblematicamente da Pio XII (1939-1958), non era variata di molto. La messa alla domenica teneva e così pure i matrimoni e i funerali in chiesa, il battesimo ai neonati e il catechismo per i bambini. Tutto ciò non era poco per strutturare in modo omogeneo la vita sociale della collettività, e così fu per una gran fetta del nostro popolo nel secolo successivo all'Unità (1861-1961). In poco tempo però, i cambiamenti dottrinali e soprattutto liturgici, con la messa in italiano, il prete rivolto all'assemblea e vestito sempre meno come don Camillo e sempre più come don Luigi Ciotti, hanno minato il senso dell'identità e della tradizione, che era fortissimo invece nel cattolicesimo post tridentino.
Gli antropologi James Frazer e Julien Ries denotano che non esiste religione senza trascendenza e non esiste trascendenza senza distacco tra creatore e creatura. Il sacerdozio, anche presso i pagani e i primitivi, consisteva proprio nella funzione di mediazione sociale tra la divinità e l'umanità, e così ne era il punto di congiunzione, amato e al contempo temuto.
La messa cattolica, in latino o nelle lingue dette volgari, esprime questa sacra distanza in vari modi: solo il sacerdote può celebrare, confessare i fedeli, leggere il Vangelo e toccare l'ostia sacra con le proprie mani. Ma negli anni immediatamente successivi alla chiusura del Concilio Vaticano II, in certe zone della cristianità più toccate dal movimento liturgico, dei sacerdoti in via di aggiornamento iniziarono a corrompere i riti, a introdurre fanciulle nel servizio dell'altare e a deporre l'ostia consacrata sul palmo delle mani dei fedeli e non più direttamente in bocca.
Il lettore della Verità potrebbe trovare eccessivamente teologica la narrazione, ma sta di fatto che la secolarizzazione della società italiana, in cui è più facile sentire un bestemmia che una preghiera, e in cui i praticanti regolari sono ormai meno del 10% dei cittadini (da oltre il 60% che erano mezzo secolo fa), si è appoggiata anche su cambiamenti inauditi come questi.
La riforma liturgica iniziata da Paolo VI ha cambiato radicalmente molte cose nella Chiesa. Si pensi alla possibilità, prima esclusa, della lettura domenicale fatta da laici, alle chierichette, agli applausi, alla stessa estetica delle nuove parrocchie e dei più recenti santuari, agli strumenti e alla musica che hanno sostituito l'organo e il canto gregoriano, e ad altro ancora.
Che la comunione eucaristica ricevuta sulla mano non fosse un fatto banale lo dimostra lo stesso documento di papa Montini che avrebbe voluto vietarla. Infatti nell'istruzione Memoriale Domini del 1969, si afferma che il modo tradizionale di ricevere la comunione «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l'Eucaristia». La comunione in mano avrebbe portato «alla profanazione dello stesso sacramento» e «all'adulterazione della retta dottrina». Ed è ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti. Il documento di Paolo VI fu una diga che si rivelò fragile, poiché mentre ribadiva il valore della tradizione liturgica, ammetteva che le singole Conferenze episcopali potessero approvare ciò che fino ad allora era considerato un abuso.
Nel recente libro La distribuzione della Comunione sulla mano (Cantagalli) il teologo Federico Bortoli fa il punto sulla diffusione e la «legalizzazione» ecclesiastica della comunione sulla mano in Italia. Un abuso che veniva condannato ufficialmente dalle autorità della Chiesa divenne in pochi anni una possibilità pienamente autorizzata. Quindi un diritto, se non un dovere, visto che oggi in moltissime parrocchie nel mondo si fa di tutto per favorire la comunione in mano e in piedi, disapprovando la comunione orale e in ginocchio.
Molti libri in commercio difendono il latino, il folklore o l'arte, perché si sente una mancanza di quella omogeneità che fa sentire più sicuri, nel pubblico e nel privato. Anche dei cambiamenti apparentemente secondari, come quelli nelle celebrazioni e nelle liturgie della nostra cultura cristiana, hanno delle ricadute più generali. E ci dicono che continuità, retaggio e trasmissione sono i migliori antidoti alla depressione e all'ingannevole mito del progresso.
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Jorge Bergoglio abolirà la commissione che doveva ricucire con la Fraternità San Pio X. Agli ex scismatici verrà lasciata la messa in latino per alimentare le gelosie tra i gruppi tradizionalisti. Nonostante lo scandalo dei preti pedofili la priorità sembra la lotta al rito antico.Paolo VI voleva difendere la comunione dagli abusi. La Chiesa però ha ceduto.Lo speciale contiene due articoli.Si fanno sempre più insistenti le voci secondo le quali, a gennaio 2019, il Papa sopprimerà la commissione pontificia Ecclesia Dei, che verrebbe riassorbita dalla Congregazione per la dottrina della fede. Una decisione dietro cui potrebbe celarsi un nuovo atto della guerra vaticana tra progressisti e conservatori. Con questa mossa, infatti, Francesco vorrebbe sferrare un'altra offensiva ai suoi oppositori.La commissione Ecclesia Dei, istituita nel 1988 da Giovanni Paolo II, si occupava del delicatissimo dossier lefebvriano. Come noto, la Fraternità sacerdotale San Pio X, all'epoca guidata da monsignor Marcel Lefebvre, in polemica con quella che giudicava la deriva modernista di Roma e con la soppressione della messa in latino, prese a ordinare vescovi senza il consenso del Pontefice. Questo provocò la scomunica di Lefebvre e lo scisma del suo gruppo tradizionalista. L'Ecclesia Dei doveva ricucire i rapporti tra Chiesa e Fraternità San Pio X, dando voce ai bisogni dei cattolici che «si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina». Il segretario della commissione pontificia era l'arcivescovo Guido Pozzo. Pur non essendo un ultraconservatore, monsignor Pozzo stava lavorando a un'intesa per riportare i lefebvriani in comunione con Roma. In passato aveva redarguito i prelati che si opponevano alla messa tridentina, che celebra regolarmente, tanto da essere considerato un punto di riferimento da chi è ancora legato al rito antico. Il provvedimento di Jorge Mario Bergoglio, dunque, colpirebbe anzitutto monsignor Pozzo: uno che pur celebrando la messa in latino non ha mai disobbedito alla Chiesa. Una figura che sarebbe invisa anche ai lefebvriani, i quali aspirerebbero a rappresentare l'unico baluardo del tradizionalismo cattolico e preferirebbero trattare direttamente con la Congregazione per la dottrina della fede piuttosto che con una sua «succursale», com'è l'Ecclesia Dei. Il Papa, che mal sopporta clero e fedeli legati alla messa preconciliare, avrebbe colto la palla al balzo assestando un colpo al fronte conservatore, isolando un arcivescovo che, senza estremismi, valorizzava la liturgia antica. Al contempo, Bergoglio appalterebbe la messa in latino a quello che reputa un gruppuscolo minoritario, bendisposto a scalzare la «concorrenza» degli altri tradizionalisti e sempre più pressato dalla necessità di trovare un accordo con la Santa Sede: ai lefebvriani, infatti, sono rimasti solo tre vescovi non scomunicati, tutti piuttosto anziani. Alla San Pio X, insomma, serve l'autorizzazione per nuove nomine episcopali. A suffragio di questa lettura, bisogna evidenziare che gli ambienti tradizionalisti leggono la soppressione dell'Ecclesia Dei nel senso di un patto tra lefebvriani e Francesco, a detrimento degli altri gruppi conservatori. E pure altre fonti avallano tale interpretazione. Innanzitutto, è arcinoto che i progressisti aspirano a liberarsi da ogni rimasuglio di liturgia preconciliare, nonostante la messa tridentina attragga sempre più fedeli, a differenza dei molti riti sconclusionati e sciatti cui si assiste nelle nostre parrocchie. A novembre, ad esempio, il vescovo di Gorizia, monsignor Roberto Maria Redaelli, aveva addirittura affermato che il Summorum pontificum, il motu proprio di Benedetto XVI che «liberalizzava» la messa in latino, non poteva essere considerato valido ai sensi del diritto canonico. E in un'intervista a Rainews.it del 2017, il teologo progressista Andrea Grillo aveva evocato la possibilità di contenere il rito antico in «un settore specifico dell'esperienza ecclesiale, che per questo risulterebbe accuratamente circoscritto e controllato». Ossia, di appaltare la messa in latino al piccolo recinto lefebvriano: esattamente la strategia che, a quanto pare, sta perseguendo Bergoglio.Ma perché tanta alacrità contro la messa tridentina? La Chiesa cattolica, sconvolta dagli scandali sessuali e dalla piaga dei preti omosessuali e pedofili, avrebbe ben altri guai di cui preoccuparsi. In Vaticano, invece, la priorità pare sia quella di punire i Pater noster, le talari e l'eucaristia in ginocchio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-patto-papa-lefebvriani-isola-i-conservatori-2624604686.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lostia-nelle-mani-resta-una-ferita-per-la-tradizione" data-post-id="2624604686" data-published-at="1779016076" data-use-pagination="False"> L’ostia nelle mani resta una ferita per la tradizione Scriveva Primo Levi: «La memoria è la storia di un popolo e un popolo senza memoria è un popolo senza identità destinato a scomparire». Fatte le debite distinzioni e tenuto conto delle possibili analogie, anche il popolo dei cattolici ha bisogno di salvaguardare la propria identità, fatta di riti, antiche tradizioni di culto e cultura, di secoli e secoli di spiritualità, liturgia e arte sacra. Nessuno può negare, e ormai sono pochissimi a farlo, che la Chiesa cattolica abbia perso smalto, dinamismo e identità durante la seconda metà del XX secolo. Certo si tratta di un processo storico lungo e complesso, ma a a ben vedere, la vita spirituale e familiare dei cattolici, nell'epoca lunga e travagliata che va dalla Riforma di Martin Lutero agli anni Cinquanta, rappresentati emblematicamente da Pio XII (1939-1958), non era variata di molto. La messa alla domenica teneva e così pure i matrimoni e i funerali in chiesa, il battesimo ai neonati e il catechismo per i bambini. Tutto ciò non era poco per strutturare in modo omogeneo la vita sociale della collettività, e così fu per una gran fetta del nostro popolo nel secolo successivo all'Unità (1861-1961). In poco tempo però, i cambiamenti dottrinali e soprattutto liturgici, con la messa in italiano, il prete rivolto all'assemblea e vestito sempre meno come don Camillo e sempre più come don Luigi Ciotti, hanno minato il senso dell'identità e della tradizione, che era fortissimo invece nel cattolicesimo post tridentino. Gli antropologi James Frazer e Julien Ries denotano che non esiste religione senza trascendenza e non esiste trascendenza senza distacco tra creatore e creatura. Il sacerdozio, anche presso i pagani e i primitivi, consisteva proprio nella funzione di mediazione sociale tra la divinità e l'umanità, e così ne era il punto di congiunzione, amato e al contempo temuto. La messa cattolica, in latino o nelle lingue dette volgari, esprime questa sacra distanza in vari modi: solo il sacerdote può celebrare, confessare i fedeli, leggere il Vangelo e toccare l'ostia sacra con le proprie mani. Ma negli anni immediatamente successivi alla chiusura del Concilio Vaticano II, in certe zone della cristianità più toccate dal movimento liturgico, dei sacerdoti in via di aggiornamento iniziarono a corrompere i riti, a introdurre fanciulle nel servizio dell'altare e a deporre l'ostia consacrata sul palmo delle mani dei fedeli e non più direttamente in bocca. Il lettore della Verità potrebbe trovare eccessivamente teologica la narrazione, ma sta di fatto che la secolarizzazione della società italiana, in cui è più facile sentire un bestemmia che una preghiera, e in cui i praticanti regolari sono ormai meno del 10% dei cittadini (da oltre il 60% che erano mezzo secolo fa), si è appoggiata anche su cambiamenti inauditi come questi. La riforma liturgica iniziata da Paolo VI ha cambiato radicalmente molte cose nella Chiesa. Si pensi alla possibilità, prima esclusa, della lettura domenicale fatta da laici, alle chierichette, agli applausi, alla stessa estetica delle nuove parrocchie e dei più recenti santuari, agli strumenti e alla musica che hanno sostituito l'organo e il canto gregoriano, e ad altro ancora. Che la comunione eucaristica ricevuta sulla mano non fosse un fatto banale lo dimostra lo stesso documento di papa Montini che avrebbe voluto vietarla. Infatti nell'istruzione Memoriale Domini del 1969, si afferma che il modo tradizionale di ricevere la comunione «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l'Eucaristia». La comunione in mano avrebbe portato «alla profanazione dello stesso sacramento» e «all'adulterazione della retta dottrina». Ed è ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti. Il documento di Paolo VI fu una diga che si rivelò fragile, poiché mentre ribadiva il valore della tradizione liturgica, ammetteva che le singole Conferenze episcopali potessero approvare ciò che fino ad allora era considerato un abuso. Nel recente libro La distribuzione della Comunione sulla mano (Cantagalli) il teologo Federico Bortoli fa il punto sulla diffusione e la «legalizzazione» ecclesiastica della comunione sulla mano in Italia. Un abuso che veniva condannato ufficialmente dalle autorità della Chiesa divenne in pochi anni una possibilità pienamente autorizzata. Quindi un diritto, se non un dovere, visto che oggi in moltissime parrocchie nel mondo si fa di tutto per favorire la comunione in mano e in piedi, disapprovando la comunione orale e in ginocchio. Molti libri in commercio difendono il latino, il folklore o l'arte, perché si sente una mancanza di quella omogeneità che fa sentire più sicuri, nel pubblico e nel privato. Anche dei cambiamenti apparentemente secondari, come quelli nelle celebrazioni e nelle liturgie della nostra cultura cristiana, hanno delle ricadute più generali. E ci dicono che continuità, retaggio e trasmissione sono i migliori antidoti alla depressione e all'ingannevole mito del progresso.
Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma (Ansa)
La pozza di sangue formatasi vicino al punto dell’aggressione avrebbe potuto crearsi in meno di tre minuti. Questo ridimensionò una delle ipotesi emerse nel primo processo, cioè quella di un’aggressione prolungata.
La relazione mise anche in discussione la possibilità che Stasi avesse attraversato la villetta senza sporcarsi di sangue. Gli esperti ritenevano, infatti, «marginali» le probabilità che qualcuno potesse percorrere quei punti senza intercettare tracce ematiche e, quindi, senza impregnare le scarpe di sangue. Oggi Roberto Testi, che nel curriculum vanta «circa 150 consulenze d’ufficio all’anno in ambito penale e civile», è commissario del Centro avanzato di diagnostica di Orbassano (Torino), uno dei poli più noti della genetica forense italiana (struttura che si occupa di analisi tossicologiche, genetico forensi e biochimico-cliniche). Nato principalmente per i controlli sportivi (infatti precedentemente si chiamava Centro regionale antidoping), negli anni, ha ampliato le proprie attività sino a diventare un laboratorio di riferimento per molte Procure italiane.
Ai tempi della consulenza, Testi era responsabile dell’Unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino. Nella documentazione del processo d’Appello bis contro Stasi, però, si fa ampio riferimento, a proposito della consulenza di Testi, ai laboratori di Orbassano. Alcune delle prove che in quel momento furono presentate come «sperimentali» (in particolare quelle sulle piastrelle) si tennero proprio nei laboratori orbassanesi. Si trattava della famose «prove di calpestio». Che ora si possono tranquillamente bollare come imprecise e decisamente sfavorevoli all’imputato, perché furono effettuate tramite un «soggetto sperimentatore» dal peso di 85 chili, ben superiore a quello di Stasi, che era di 60.
Nel 2016 Testi entrò nel Consiglio d’amministrazione del Cad. E oggi, del centro, è il commissario. Il direttore tecnico-scientifico dello stesso centro è il medico-legale Paolo Garofano. Il cognome dice già tutto. È il nipote del generale Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma. Fu protagonista della prima stagione investigativa di Garlasco, curò la Bpa (Bloodstain pattern analysis, l’analisi delle macchie di sangue) e nel 2016 è diventato consulente della difesa di Andrea Sempio. Si occupò, su incarico del pool difensivo di allora, di una perizia (l’unica consulenza peraltro fatturata ai familiari dell’indagato) sul Dna prelevato dalle unghie di Chiara Poggi mai depositata. Ma c’è ancora una coincidenza: nel dicembre 2016 il generale inviò al laboratorio di Orbassano diretto dal nipote il campione di saliva di Sempio per le analisi di parte, annotando sulla busta proprio «alla cortese attenzione del dottor Paolo Garofano».
Formalmente non c’è nulla di irrituale. Ma il quadro che emerge appare di certo come insolito: il perito dell’Appello bis Stasi guida il centro diretto dal nipote dell’ex generale del Ris che torna nel caso come consulente di Sempio. Questa rete riaffiora a Genova, nel processo per il «Delitto del trapano», un cold case riaperto dopo quasi 30 anni. La vittima è Luigia Borrelli, uccisa il 5 settembre 1995 in un basso dei caruggi dove si prostituiva. Era una insospettabile infermiera. Fu ritrovata con un trapano conficcato nel collo. Il pm Patrizia Petruzziello (la stessa che nel 1995 era di turno e che dall’inizio ha seguito le indagini) vorrebbe ora portare a giudizio un carrozziere, Fortunato Verduci, all’epoca trentacinquenne, oggi ultrasessantenne. Sulla placca di un interruttore del basso saltò fuori un profilo genetico completo, «perfettamente coincidente», secondo l’accusa, con uno repertato nel 1995. Una verifica nella banca dati del Dna ha portato poi verso il profilo genetico di un parente del carrozziere. E da quel match si è arrivati a Verduci (che si professa innocente).
Il consulente del pubblico ministero è Luciano Garofano. Il perito nominato dal giudice dell’udienza preliminare, Alberto Lippini, è Selena Cisana, medico-legale e biologa forense che lavora, coincidenza, nel laboratorio di Biologia e genetica forense del Centro di Orbassano diretto da Paolo Garofano, nipote del consulente del pm. Il difensore del carrozziere, l’avvocato Emanuele Canepa, che deve aver immediatamente percepito l’intreccio come un segno avverso, lo verbalizza davanti al giudice: «La dottoressa Cisana lavora presso il laboratorio ove il direttore responsabile Paolo Garofano è il nipote del consulente nominato dal pubblico ministero Luciano Garofano». Il pm afferma che «non era a conoscenza di questa circostanza» ma «ritiene comunque che non vi sia incompatibilità».
Il giudice rigetta l’eccezione con questa argomentazione: «Allo stato», ritiene, «non sussiste alcuna incompatibilità». Ma la questione centrale non è il codice. Nessuna norma vieta automaticamente queste relazioni professionali o familiari. Emerge però un circuito tecnico-forense talmente ristretto da rendere apparentemente difficile separare del tutto ruoli e relazioni. E quando questo groviglio finisce per sfiorare contemporaneamente il consulente dell’accusa e l’orbita del giudice terzo, è inevitabile che le difese percepiscano il terreno come in pendenza.
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