True
2018-12-29
Il patto Papa-lefebvriani isola i conservatori
Ansa
Si fanno sempre più insistenti le voci secondo le quali, a gennaio 2019, il Papa sopprimerà la commissione pontificia Ecclesia Dei, che verrebbe riassorbita dalla Congregazione per la dottrina della fede. Una decisione dietro cui potrebbe celarsi un nuovo atto della guerra vaticana tra progressisti e conservatori. Con questa mossa, infatti, Francesco vorrebbe sferrare un'altra offensiva ai suoi oppositori.
La commissione Ecclesia Dei, istituita nel 1988 da Giovanni Paolo II, si occupava del delicatissimo dossier lefebvriano. Come noto, la Fraternità sacerdotale San Pio X, all'epoca guidata da monsignor Marcel Lefebvre, in polemica con quella che giudicava la deriva modernista di Roma e con la soppressione della messa in latino, prese a ordinare vescovi senza il consenso del Pontefice. Questo provocò la scomunica di Lefebvre e lo scisma del suo gruppo tradizionalista. L'Ecclesia Dei doveva ricucire i rapporti tra Chiesa e Fraternità San Pio X, dando voce ai bisogni dei cattolici che «si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina».
Il segretario della commissione pontificia era l'arcivescovo Guido Pozzo. Pur non essendo un ultraconservatore, monsignor Pozzo stava lavorando a un'intesa per riportare i lefebvriani in comunione con Roma. In passato aveva redarguito i prelati che si opponevano alla messa tridentina, che celebra regolarmente, tanto da essere considerato un punto di riferimento da chi è ancora legato al rito antico.
Il provvedimento di Jorge Mario Bergoglio, dunque, colpirebbe anzitutto monsignor Pozzo: uno che pur celebrando la messa in latino non ha mai disobbedito alla Chiesa. Una figura che sarebbe invisa anche ai lefebvriani, i quali aspirerebbero a rappresentare l'unico baluardo del tradizionalismo cattolico e preferirebbero trattare direttamente con la Congregazione per la dottrina della fede piuttosto che con una sua «succursale», com'è l'Ecclesia Dei. Il Papa, che mal sopporta clero e fedeli legati alla messa preconciliare, avrebbe colto la palla al balzo assestando un colpo al fronte conservatore, isolando un arcivescovo che, senza estremismi, valorizzava la liturgia antica. Al contempo, Bergoglio appalterebbe la messa in latino a quello che reputa un gruppuscolo minoritario, bendisposto a scalzare la «concorrenza» degli altri tradizionalisti e sempre più pressato dalla necessità di trovare un accordo con la Santa Sede: ai lefebvriani, infatti, sono rimasti solo tre vescovi non scomunicati, tutti piuttosto anziani. Alla San Pio X, insomma, serve l'autorizzazione per nuove nomine episcopali.
A suffragio di questa lettura, bisogna evidenziare che gli ambienti tradizionalisti leggono la soppressione dell'Ecclesia Dei nel senso di un patto tra lefebvriani e Francesco, a detrimento degli altri gruppi conservatori. E pure altre fonti avallano tale interpretazione. Innanzitutto, è arcinoto che i progressisti aspirano a liberarsi da ogni rimasuglio di liturgia preconciliare, nonostante la messa tridentina attragga sempre più fedeli, a differenza dei molti riti sconclusionati e sciatti cui si assiste nelle nostre parrocchie. A novembre, ad esempio, il vescovo di Gorizia, monsignor Roberto Maria Redaelli, aveva addirittura affermato che il Summorum pontificum, il motu proprio di Benedetto XVI che «liberalizzava» la messa in latino, non poteva essere considerato valido ai sensi del diritto canonico. E in un'intervista a Rainews.it del 2017, il teologo progressista Andrea Grillo aveva evocato la possibilità di contenere il rito antico in «un settore specifico dell'esperienza ecclesiale, che per questo risulterebbe accuratamente circoscritto e controllato». Ossia, di appaltare la messa in latino al piccolo recinto lefebvriano: esattamente la strategia che, a quanto pare, sta perseguendo Bergoglio.
Ma perché tanta alacrità contro la messa tridentina? La Chiesa cattolica, sconvolta dagli scandali sessuali e dalla piaga dei preti omosessuali e pedofili, avrebbe ben altri guai di cui preoccuparsi. In Vaticano, invece, la priorità pare sia quella di punire i Pater noster, le talari e l'eucaristia in ginocchio.
L’ostia nelle mani resta una ferita per la tradizione
Scriveva Primo Levi: «La memoria è la storia di un popolo e un popolo senza memoria è un popolo senza identità destinato a scomparire». Fatte le debite distinzioni e tenuto conto delle possibili analogie, anche il popolo dei cattolici ha bisogno di salvaguardare la propria identità, fatta di riti, antiche tradizioni di culto e cultura, di secoli e secoli di spiritualità, liturgia e arte sacra.
Nessuno può negare, e ormai sono pochissimi a farlo, che la Chiesa cattolica abbia perso smalto, dinamismo e identità durante la seconda metà del XX secolo. Certo si tratta di un processo storico lungo e complesso, ma a a ben vedere, la vita spirituale e familiare dei cattolici, nell'epoca lunga e travagliata che va dalla Riforma di Martin Lutero agli anni Cinquanta, rappresentati emblematicamente da Pio XII (1939-1958), non era variata di molto. La messa alla domenica teneva e così pure i matrimoni e i funerali in chiesa, il battesimo ai neonati e il catechismo per i bambini. Tutto ciò non era poco per strutturare in modo omogeneo la vita sociale della collettività, e così fu per una gran fetta del nostro popolo nel secolo successivo all'Unità (1861-1961). In poco tempo però, i cambiamenti dottrinali e soprattutto liturgici, con la messa in italiano, il prete rivolto all'assemblea e vestito sempre meno come don Camillo e sempre più come don Luigi Ciotti, hanno minato il senso dell'identità e della tradizione, che era fortissimo invece nel cattolicesimo post tridentino.
Gli antropologi James Frazer e Julien Ries denotano che non esiste religione senza trascendenza e non esiste trascendenza senza distacco tra creatore e creatura. Il sacerdozio, anche presso i pagani e i primitivi, consisteva proprio nella funzione di mediazione sociale tra la divinità e l'umanità, e così ne era il punto di congiunzione, amato e al contempo temuto.
La messa cattolica, in latino o nelle lingue dette volgari, esprime questa sacra distanza in vari modi: solo il sacerdote può celebrare, confessare i fedeli, leggere il Vangelo e toccare l'ostia sacra con le proprie mani. Ma negli anni immediatamente successivi alla chiusura del Concilio Vaticano II, in certe zone della cristianità più toccate dal movimento liturgico, dei sacerdoti in via di aggiornamento iniziarono a corrompere i riti, a introdurre fanciulle nel servizio dell'altare e a deporre l'ostia consacrata sul palmo delle mani dei fedeli e non più direttamente in bocca.
Il lettore della Verità potrebbe trovare eccessivamente teologica la narrazione, ma sta di fatto che la secolarizzazione della società italiana, in cui è più facile sentire un bestemmia che una preghiera, e in cui i praticanti regolari sono ormai meno del 10% dei cittadini (da oltre il 60% che erano mezzo secolo fa), si è appoggiata anche su cambiamenti inauditi come questi.
La riforma liturgica iniziata da Paolo VI ha cambiato radicalmente molte cose nella Chiesa. Si pensi alla possibilità, prima esclusa, della lettura domenicale fatta da laici, alle chierichette, agli applausi, alla stessa estetica delle nuove parrocchie e dei più recenti santuari, agli strumenti e alla musica che hanno sostituito l'organo e il canto gregoriano, e ad altro ancora.
Che la comunione eucaristica ricevuta sulla mano non fosse un fatto banale lo dimostra lo stesso documento di papa Montini che avrebbe voluto vietarla. Infatti nell'istruzione Memoriale Domini del 1969, si afferma che il modo tradizionale di ricevere la comunione «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l'Eucaristia». La comunione in mano avrebbe portato «alla profanazione dello stesso sacramento» e «all'adulterazione della retta dottrina». Ed è ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti. Il documento di Paolo VI fu una diga che si rivelò fragile, poiché mentre ribadiva il valore della tradizione liturgica, ammetteva che le singole Conferenze episcopali potessero approvare ciò che fino ad allora era considerato un abuso.
Nel recente libro La distribuzione della Comunione sulla mano (Cantagalli) il teologo Federico Bortoli fa il punto sulla diffusione e la «legalizzazione» ecclesiastica della comunione sulla mano in Italia. Un abuso che veniva condannato ufficialmente dalle autorità della Chiesa divenne in pochi anni una possibilità pienamente autorizzata. Quindi un diritto, se non un dovere, visto che oggi in moltissime parrocchie nel mondo si fa di tutto per favorire la comunione in mano e in piedi, disapprovando la comunione orale e in ginocchio.
Molti libri in commercio difendono il latino, il folklore o l'arte, perché si sente una mancanza di quella omogeneità che fa sentire più sicuri, nel pubblico e nel privato. Anche dei cambiamenti apparentemente secondari, come quelli nelle celebrazioni e nelle liturgie della nostra cultura cristiana, hanno delle ricadute più generali. E ci dicono che continuità, retaggio e trasmissione sono i migliori antidoti alla depressione e all'ingannevole mito del progresso.
Continua a leggereRiduci
Jorge Bergoglio abolirà la commissione che doveva ricucire con la Fraternità San Pio X. Agli ex scismatici verrà lasciata la messa in latino per alimentare le gelosie tra i gruppi tradizionalisti. Nonostante lo scandalo dei preti pedofili la priorità sembra la lotta al rito antico.Paolo VI voleva difendere la comunione dagli abusi. La Chiesa però ha ceduto.Lo speciale contiene due articoli.Si fanno sempre più insistenti le voci secondo le quali, a gennaio 2019, il Papa sopprimerà la commissione pontificia Ecclesia Dei, che verrebbe riassorbita dalla Congregazione per la dottrina della fede. Una decisione dietro cui potrebbe celarsi un nuovo atto della guerra vaticana tra progressisti e conservatori. Con questa mossa, infatti, Francesco vorrebbe sferrare un'altra offensiva ai suoi oppositori.La commissione Ecclesia Dei, istituita nel 1988 da Giovanni Paolo II, si occupava del delicatissimo dossier lefebvriano. Come noto, la Fraternità sacerdotale San Pio X, all'epoca guidata da monsignor Marcel Lefebvre, in polemica con quella che giudicava la deriva modernista di Roma e con la soppressione della messa in latino, prese a ordinare vescovi senza il consenso del Pontefice. Questo provocò la scomunica di Lefebvre e lo scisma del suo gruppo tradizionalista. L'Ecclesia Dei doveva ricucire i rapporti tra Chiesa e Fraternità San Pio X, dando voce ai bisogni dei cattolici che «si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della tradizione latina». Il segretario della commissione pontificia era l'arcivescovo Guido Pozzo. Pur non essendo un ultraconservatore, monsignor Pozzo stava lavorando a un'intesa per riportare i lefebvriani in comunione con Roma. In passato aveva redarguito i prelati che si opponevano alla messa tridentina, che celebra regolarmente, tanto da essere considerato un punto di riferimento da chi è ancora legato al rito antico. Il provvedimento di Jorge Mario Bergoglio, dunque, colpirebbe anzitutto monsignor Pozzo: uno che pur celebrando la messa in latino non ha mai disobbedito alla Chiesa. Una figura che sarebbe invisa anche ai lefebvriani, i quali aspirerebbero a rappresentare l'unico baluardo del tradizionalismo cattolico e preferirebbero trattare direttamente con la Congregazione per la dottrina della fede piuttosto che con una sua «succursale», com'è l'Ecclesia Dei. Il Papa, che mal sopporta clero e fedeli legati alla messa preconciliare, avrebbe colto la palla al balzo assestando un colpo al fronte conservatore, isolando un arcivescovo che, senza estremismi, valorizzava la liturgia antica. Al contempo, Bergoglio appalterebbe la messa in latino a quello che reputa un gruppuscolo minoritario, bendisposto a scalzare la «concorrenza» degli altri tradizionalisti e sempre più pressato dalla necessità di trovare un accordo con la Santa Sede: ai lefebvriani, infatti, sono rimasti solo tre vescovi non scomunicati, tutti piuttosto anziani. Alla San Pio X, insomma, serve l'autorizzazione per nuove nomine episcopali. A suffragio di questa lettura, bisogna evidenziare che gli ambienti tradizionalisti leggono la soppressione dell'Ecclesia Dei nel senso di un patto tra lefebvriani e Francesco, a detrimento degli altri gruppi conservatori. E pure altre fonti avallano tale interpretazione. Innanzitutto, è arcinoto che i progressisti aspirano a liberarsi da ogni rimasuglio di liturgia preconciliare, nonostante la messa tridentina attragga sempre più fedeli, a differenza dei molti riti sconclusionati e sciatti cui si assiste nelle nostre parrocchie. A novembre, ad esempio, il vescovo di Gorizia, monsignor Roberto Maria Redaelli, aveva addirittura affermato che il Summorum pontificum, il motu proprio di Benedetto XVI che «liberalizzava» la messa in latino, non poteva essere considerato valido ai sensi del diritto canonico. E in un'intervista a Rainews.it del 2017, il teologo progressista Andrea Grillo aveva evocato la possibilità di contenere il rito antico in «un settore specifico dell'esperienza ecclesiale, che per questo risulterebbe accuratamente circoscritto e controllato». Ossia, di appaltare la messa in latino al piccolo recinto lefebvriano: esattamente la strategia che, a quanto pare, sta perseguendo Bergoglio.Ma perché tanta alacrità contro la messa tridentina? La Chiesa cattolica, sconvolta dagli scandali sessuali e dalla piaga dei preti omosessuali e pedofili, avrebbe ben altri guai di cui preoccuparsi. In Vaticano, invece, la priorità pare sia quella di punire i Pater noster, le talari e l'eucaristia in ginocchio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-patto-papa-lefebvriani-isola-i-conservatori-2624604686.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lostia-nelle-mani-resta-una-ferita-per-la-tradizione" data-post-id="2624604686" data-published-at="1772187150" data-use-pagination="False"> L’ostia nelle mani resta una ferita per la tradizione Scriveva Primo Levi: «La memoria è la storia di un popolo e un popolo senza memoria è un popolo senza identità destinato a scomparire». Fatte le debite distinzioni e tenuto conto delle possibili analogie, anche il popolo dei cattolici ha bisogno di salvaguardare la propria identità, fatta di riti, antiche tradizioni di culto e cultura, di secoli e secoli di spiritualità, liturgia e arte sacra. Nessuno può negare, e ormai sono pochissimi a farlo, che la Chiesa cattolica abbia perso smalto, dinamismo e identità durante la seconda metà del XX secolo. Certo si tratta di un processo storico lungo e complesso, ma a a ben vedere, la vita spirituale e familiare dei cattolici, nell'epoca lunga e travagliata che va dalla Riforma di Martin Lutero agli anni Cinquanta, rappresentati emblematicamente da Pio XII (1939-1958), non era variata di molto. La messa alla domenica teneva e così pure i matrimoni e i funerali in chiesa, il battesimo ai neonati e il catechismo per i bambini. Tutto ciò non era poco per strutturare in modo omogeneo la vita sociale della collettività, e così fu per una gran fetta del nostro popolo nel secolo successivo all'Unità (1861-1961). In poco tempo però, i cambiamenti dottrinali e soprattutto liturgici, con la messa in italiano, il prete rivolto all'assemblea e vestito sempre meno come don Camillo e sempre più come don Luigi Ciotti, hanno minato il senso dell'identità e della tradizione, che era fortissimo invece nel cattolicesimo post tridentino. Gli antropologi James Frazer e Julien Ries denotano che non esiste religione senza trascendenza e non esiste trascendenza senza distacco tra creatore e creatura. Il sacerdozio, anche presso i pagani e i primitivi, consisteva proprio nella funzione di mediazione sociale tra la divinità e l'umanità, e così ne era il punto di congiunzione, amato e al contempo temuto. La messa cattolica, in latino o nelle lingue dette volgari, esprime questa sacra distanza in vari modi: solo il sacerdote può celebrare, confessare i fedeli, leggere il Vangelo e toccare l'ostia sacra con le proprie mani. Ma negli anni immediatamente successivi alla chiusura del Concilio Vaticano II, in certe zone della cristianità più toccate dal movimento liturgico, dei sacerdoti in via di aggiornamento iniziarono a corrompere i riti, a introdurre fanciulle nel servizio dell'altare e a deporre l'ostia consacrata sul palmo delle mani dei fedeli e non più direttamente in bocca. Il lettore della Verità potrebbe trovare eccessivamente teologica la narrazione, ma sta di fatto che la secolarizzazione della società italiana, in cui è più facile sentire un bestemmia che una preghiera, e in cui i praticanti regolari sono ormai meno del 10% dei cittadini (da oltre il 60% che erano mezzo secolo fa), si è appoggiata anche su cambiamenti inauditi come questi. La riforma liturgica iniziata da Paolo VI ha cambiato radicalmente molte cose nella Chiesa. Si pensi alla possibilità, prima esclusa, della lettura domenicale fatta da laici, alle chierichette, agli applausi, alla stessa estetica delle nuove parrocchie e dei più recenti santuari, agli strumenti e alla musica che hanno sostituito l'organo e il canto gregoriano, e ad altro ancora. Che la comunione eucaristica ricevuta sulla mano non fosse un fatto banale lo dimostra lo stesso documento di papa Montini che avrebbe voluto vietarla. Infatti nell'istruzione Memoriale Domini del 1969, si afferma che il modo tradizionale di ricevere la comunione «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l'Eucaristia». La comunione in mano avrebbe portato «alla profanazione dello stesso sacramento» e «all'adulterazione della retta dottrina». Ed è ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti. Il documento di Paolo VI fu una diga che si rivelò fragile, poiché mentre ribadiva il valore della tradizione liturgica, ammetteva che le singole Conferenze episcopali potessero approvare ciò che fino ad allora era considerato un abuso. Nel recente libro La distribuzione della Comunione sulla mano (Cantagalli) il teologo Federico Bortoli fa il punto sulla diffusione e la «legalizzazione» ecclesiastica della comunione sulla mano in Italia. Un abuso che veniva condannato ufficialmente dalle autorità della Chiesa divenne in pochi anni una possibilità pienamente autorizzata. Quindi un diritto, se non un dovere, visto che oggi in moltissime parrocchie nel mondo si fa di tutto per favorire la comunione in mano e in piedi, disapprovando la comunione orale e in ginocchio. Molti libri in commercio difendono il latino, il folklore o l'arte, perché si sente una mancanza di quella omogeneità che fa sentire più sicuri, nel pubblico e nel privato. Anche dei cambiamenti apparentemente secondari, come quelli nelle celebrazioni e nelle liturgie della nostra cultura cristiana, hanno delle ricadute più generali. E ci dicono che continuità, retaggio e trasmissione sono i migliori antidoti alla depressione e all'ingannevole mito del progresso.
L'amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa (Ansa)
Le parole di ieri dell’amministratore delegato Antonio Filosa, subentrato lo scorso maggio al dimissionario Carlos Tavares, lo riconoscono con chiarezza: «I nostri risultati riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà dei clienti di scegliere all’interno di una gamma completa di tecnologie: elettrica, ibrida e a combustione interna».
La correzione di rotta sull’elettrico e la decisione di cambiare strategia hanno comportato un onere straordinario di 25,4 miliardi. Stellantis ha chiuso il 2025 con 153,3 miliardi di euro di ricavi, in calo del 2% rispetto all’anno prima, ma, ha detto Filosa, «nella seconda metà dell’anno abbiamo iniziato a vedere i primi segnali positivi di progresso, grazie ai risultati iniziali delle azioni intraprese per migliorare la qualità, alla solida esecuzione dei lanci della nostra nuova ondata di prodotti e al ritorno alla crescita del fatturato». Parole che hanno sospinto in Borsa il titolo, che ha chiuso a 6,778 euro, in rialzo del 4,24% (da inizio anno il titolo ha perso il 30%, negli ultimi 12 mesi il 50%).
Intanto però il gruppo ha deciso che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né bonus per i lavoratori, eccezion fatta per i dipendenti in Sudamerica, Nord Africa e Medio Oriente. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha commentato la Fiom, che vede in questa decisione una conferma della «chiara volontà» di Exor, azionista di riferimento di Stellantis, di «disimpegno delle attività industriali in Italia». In una nota unitaria, Fiom, Fim, Uilm e sigle sindacali minori hanno chiesto a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane», mentre hanno invitato l’Unione europea ad «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe».
Per i lavoratori italiani il mancato bonus, che negli scorsi anni ammontava in media a circa 2.000 euro, rappresenta un danno notevole, considerando anche che più di un dipendente su due si trova in cassa integrazione o con un contratto di solidarietà. Con in sovrappiù la beffa di aver visto premiato un anno fa Tavares, il grande sostenitore della scommessa sull’elettrico, con una buonuscita di 12 milioni di euro, che il manager portoghese ha intascato nel 2025. Ieri lo stabilimento di Pomigliano si è fermato per uno sciopero e altri scioperi sono annunciati per oggi.
Se la linea sull’elettrico è stata bruscamente rettificata dalla nuova dirigenza di Stellantis, rimane invece confermato l’approccio orientato alla stretta collaborazione con il partner cinese Leapmotor. «Quella con Leapmotor», ha sottolineato ieri Filosa, «è una partnership forte dal punto di vista commerciale, grazie alla quale abbiamo aumentato la nostra copertura del mercato ma anche una partnership tecnica che ci porta a livelli superiori in materia di elettrificazione». Una collaborazione, ha aggiunto l’amministratore delegato, che «verrà migliorata sul piano tecnologico». Molti hanno letto in queste parole una conferma alle indiscrezioni secondo cui Stellantis sarebbe intenzionata a utilizzare la tecnologia di Leapmotor per i motori elettrici dei propri marchi europei.
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
Continua a leggereRiduci
Christine Lagarde (Ansa)
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
Continua a leggereRiduci