True
2020-09-19
Il nuovo trattato di Dublino di Ursula è una fregatura come quello vecchio
Ursula Von der Leyen (Ansa)
Quando si tratta dell'Ue, essere buoni profeti è facile: basta prevedere il peggio, e si hanno ottime possibilità di azzeccare.
Appena due giorni fa, commentando la sortita all'Europarlamento di Ursula von der Leyen («Aboliremo il regolamento di Dublino. Lo rimpiazzeremo con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni. Avrà strutture comuni per l'asilo e i rimpatri», insieme a «un forte meccanismo di solidarietà»), La Verità chiosava: «La tedesca è rimasta nel vago, né si vede come potrà superare quel regime di volontarietà che, fino a oggi, ha consentito a molti Paesi di disimpegnarsi, lasciando il fardello sulle spalle dell'Italia».
È stato sufficiente attendere un paio di giorni per avere conferma dell'ennesima fregatura. Ufficialmente il pacchetto sarà svelato il 23 settembre, ma già le prime anticipazioni (ieri qualcosa è trapelato sul Corriere della Sera) fanno capire che aria tira.
Non sarà toccato il caposaldo dello status quo, e cioè il punto più sgradevole per l'Italia, ovvero la responsabilità unica a carico del Paese di primo ingresso sulle domande di asilo. Né si farà alcun passo sostanziale verso il ricollocamento obbligatorio in altri paesi. Il massimo che si prevede è un aiuto (anzi, un aiutino) economico, e cioè il fatto che i costi di gestione e rimpatrio (in caso di reiezione della domanda) potrebbero finire a carico di un altro Paese, che però si guarderebbe bene dall'aprire i suoi confini per accogliere il richiedente asilo. Come dire: cara Italia, ti paghiamo qualche spicciolo, ma continua tu a fare il campo profughi per tutti noi.
Quanto poi ai migranti economici (e quindi alla grande maggioranza di coloro che sbarcano, che non hanno diritto allo status di rifugiato), le bozze sono fumose: parlano di «rimpatri europei» e di accordi con i paesi terzi, legando gli aiuti economici Ue alla disponibilità a riprendersi i connazionali. Esattamente ciò che non si è riusciti a fare da anni e anni.
Quanto all'iter del pacchetto, si tratta come sempre di un cammino tortuoso e farraginoso. Il 23 viene presentata la bozza. Ma poi occorrerà trovare un'intesa in Consiglio: una vera e propria impresa, visto che nessuno vuole farsi carico del fardello dei ricollocamenti, meno che mai in forma obbligatoria. A chiacchiere, trattandosi del suo semestre di presidenza, la Germania spingerà per un qualche accordo, ma, su una materia elettoralmente tanto delicata, nessun governo sarà disposto a suicidarsi davanti alla propria opinione pubblica per fare un favore all'Italia.
Siamo insomma agli stessi nodi di sempre. A gennaio scorso, si era esibito sul tema Margaritis Schinas, il greco già portavoce della Commissione Juncker e protagonista di comunicati irridenti verso l'Italia quando il duo Moscovici-Dombrovskis imperversava contro l'allora governo gialloblù, e che ora vive una nuova vita nella Commissione guidata da Ursula von der Leyen.
È infatti uno degli otto vicepresidenti del nuovo esecutivo Ue, e coordina proprio il lavoro sul pacchetto immigrazione.
A gennaio, intervistato da Repubblica, recitò la consueta giaculatoria («L'Europa non può permettersi di fallire una seconda volta sui migranti») e proseguì con il preannuncio di un fantomatico «patto», cioè esattamente quello che ha impiegato ben nove mesi a partorire (una gravidanza politica, è il caso di dire).
Il guaio è che anche ora, come nove mesi fa, i contenuti del patto appaiono fumosi o addirittura surreali. Il primo esempio l'abbiamo fatto prima, e riguarda i paesi africani, a cui l'Ue proporrà dei «comprehensive partnership agreements» che dovrebbero includere «soldi, investimenti, scambi commerciali, visti, sanità e programmi Erasmus». A gennaio Schinas si guardò bene dal dire quanti soldi l'Ue intendesse stanziare: unico argomento convincente per gli interlocutori africani. A meno di bersi la favoletta secondo cui questi paesi frenerebbero le partenze e si riprenderebbero chi non ha diritto d'asilo. Senza dire che parlare di Erasmus ad esempio in Nord Africa, in situazioni disordinate, insicure, di conflitti latenti o addirittura in corso, appare ai confini della realtà.
Secondo esempio. Per «disincagliare la riforma del diritto d'asilo» Schinas preannunciò il lancio di «una serie di panieri ai quali tutti i governi dovranno contribuire scegliendone almeno uno». E quali sarebbero questi panieri? «Ricollocamenti, oppure soldi, mezzi, personale, o partecipazione attiva a singole missioni». Morale della favola: è scontato che la maggior parte dei paesi non opterà per i ricollocamenti, e l'Italia rimarrà con il suo problema.
Terzo e ultimo esempio. Schinas elogiò l'accordo di Malta («sta funzionando benissimo»). Ma dimenticò di dire alcune cose: che l'accordo era temporaneo («temporary arrangement»); che era su base volontaria, e non c'era modo di forzare i paesi Ue ad aderirvi; che riguardava i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati l'anno scorso in Italia); che la sperimentazione durava sei mesi, ma se i numeri fossero cresciuti troppo («substantially rise»), l'intero meccanismo sarebbe stato di fatto sospeso. E' la ragione per cui - senza pietà verso i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) fin dal primo giorno definiva l'accordo «revocable». Morale: a numeri bassi, come è accaduto l'inverno scorso, anche gli altri paesi hanno avuto tutto l'interesse a collaborare, a far bella figura a costo irrisorio. Ma con il ritorno dell'estate e dei numeri elevati, l'Italia si è ritrovata con i problemi di sempre. A settembre del 2020, siamo ancora a questo nodo irrisolto.
Il ricatto dei tuffi ha funzionato Open Arms sbarca tutti gli immigrati
Benché cosmopolite per vocazione, le Ong devono avere imparato in fretta un tradizionale detto italico: fatta la legge, trovato l'inganno. Che, nel loro caso, diventa: fatti i decreti, trovato il modo di aggirarli.
L'ultima usanza in voga sui barconi degli attivisti, per esempio, è quella di fare pressione sulle autorità italiane tramite tuffi di massa degli immigrati. La nuova, allarmante tendenza è stata sperimentata dalla nave Open Arms, da due giorni in rada davanti al porto di Palermo: giovedì era accaduto con 76 migranti buttatisi in mare, ieri mattina il copione si è ripetuto con altri 48. E alla fine l'Italia ha ceduto, autorizzando lo sbarco anche dei 140 che restavano a bordo, trasferiti sulla Gnv Allegra in porto a Palermo per la quarantena. «Finalmente sono stati fatti scendere», ha commentato Riccardo Gatti, capo missione e direttore italiano di Open Arms, «non sappiamo perché abbiano perso tutto questo tempo. Immaginiamo per svuotare la nave quarantena. Ma questi ritardi e le chiusure dei porti, creano un'emergenza sull'emergenza. A bordo non avevamo più cibo e la situazione era critica. Per fortuna questa attesa è finita». L'atmosfera da «fate presto» (uno slogan buone per tutte le occasioni e sempre prodromico delle peggiori fregature) era del resto stata creata già dalle ore precedenti. A cominciare dai social: «Un'altra mattina senza sbarco per i disperati della Open Arms. Altre 48 persone si tuffano in mare. Un'altra richiesta di assistenza dall'equipaggio di Sea Watch 4. Per quanto tempo giocheremo a questo gioco vergognoso e pericoloso, Europa?», twittava l'account di Sea-Watch International. E Open Arms It rilanciava: «Siamo ancora di fronte a Palermo senza poter sbarcare né avere alcuna indicazione. A bordo la sofferenza aumenta, degli ospiti e dell'equipaggio. Altre 48 persone si sono gettate in acqua. #Unportosicurosubito».
Il fondatore dell'Ong, lo spagnolo Oscar Camps, diffondeva anche un video con i migranti che dalla nave si tuffavano in acqua. Tutti dotati di giubbotto salvagente. Ed è una fortuna, ovviamente. Ma è anche una circostanza che forse merita qualche attenzione: a meno che i giubbotti di salvataggio non siano stati saccheggiati con la forza, infatti, c'è da pensare che a fornirli siano stati i volontari della Ong. Il tuffo in acqua era forse programmato a mo' di cinico strumento di pressione? Non lo sappiamo, anche se, come ha riportato ieri La Verità, il sospetto serpeggiante fra le autorità italiane parrebbe essere proprio questo. Lo stesso iter seguito dalla Open Arms sembrerebbe indicarlo, a cominciare da quanto visto a largo delle acque maltesi: dopo il solito diniego dalle autorità della Valletta allo sbarco, alcuni immigrati si sono buttati giù dalla nave. Ed è proprio a quel punto che Roma ha concesso alla nave spagnola di dirigersi verso Palermo, con l'ordine di tenersi ad almeno cinque miglia dalla costa, in attesa di successive indicazioni. Una volta che la Open Arms è giunta di fronte al porto siciliano, il copione si è ripetuto, stavolta in grande stile: 76 tuffi. Persone che ovviamente le autorità sono tenute a salvare, come è giusto che sia. A meno che, tuttavia, il gesto di apparente disperazione non sia un'arma di ricatto politico nei confronti di uno Stato sovrano che protegge, peraltro in maniera assai platonica, i propri confini.
Sta di fatto che ieri, come detto, altri 48 migranti, perfettamente equipaggiati, hanno tentato la «mossa della disperazione». Avendo, alla fine, ragione delle leggi italiane. E i social di Open Arms hanno festeggiato: «10 giorni dopo aver soccorso 276 persone in acque internazionali e dopo aver raggiunto una situazione limite a bordo, l'Italia autorizza sbarco dei 140 naufraghi, che trascorreranno la quarantena su nave Allegra». Una chiosa quasi stizzita, a dirla tutta.
Resta comunque da capire se ora la prassi del tuffo ricattatorio sia diventata la normalità con cui dovremo fare i conti da qui in avanti. E se i sospetti su di un'azione pianificata con qualcuno per forzare i confini italiani troveranno conferma.
Nel frattempo, per non farci mancare nulla, una settantina di clandestini sono stati rintracciati sul Carso triestino. Si tratta di migranti che hanno viaggiato lungo la cosiddetta «rotta balcanica». Tutte le persone rintracciate sono maschi, in parte di nazionalità afghana, in parte provenienti dal Bangladesh. I migranti irregolari sono stati portati in commissariato a Fernetti (vicino al confine con la Slovenia) dove sono in corso le procedure per l'identificazione. E senza neanche bisogno di un tuffo.
Una sentenza di Strasburgo ci indica la strada per proteggere i confini
Un qualsiasi governo italiano il quale concepisse l'idea di risolvere il problema dell'immigrazione irregolare mediante accordi con i Paesi di provenienza che consentissero il respingimento in massa di quanti tentassero di raggiungere, senza averne titolo, il territorio dello Stato (così come si era fatto a suo tempo con la Libia di Gheddafi), si troverebbe a fare i conti (oltre che con la prevedibile sollevazione di tutto il gallinaio, nazionale ed estero, degli invasati dal furore immigrazionista), anche con l'arcigna giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, quale rappresentata, in particolare, dalla nota sentenza Hirsi Jamaa c. Italia del 23 febbraio 2012. Con questa sentenza, infatti, la Corte di Strasburgo ritenne l'Italia responsabile di violazione del divieto, previsto da una specifica norma internazionale, delle «espulsioni collettive», equiparando ad esse i «respingimenti collettivi», tra i quali veniva fatto rientrare quello costituito, nel caso specifico, dal riaccompagnamento coattivo sulle coste della Libia, dalle quali erano partiti, di un gruppo di «migranti» raccolti in acque internazionali, a seguito di una richiesta di soccorso, da unità della marina militare italiana. In tal modo, secondo la Corte, sarebbe stata indebitamente preclusa, a quelli tra i «migranti» (nessuno dei quali identificato) che avessero avuto l'intenzione di chiedere l'ammissione ad una qualche forma di protezione internazionale, la possibilità di raggiungere il territorio italiano e quindi di presentare alla competenti autorità italiane la relativa richiesta.
Ora, appare evidente che alla luce (si fa per dire) di una tale pronuncia dovrebbe giungersi ad una conclusione palesemente assurda: quella, cioè, per cui ogni singolo Stato, pur avendo, teoricamente, in base ad un elementare ed indiscusso principio di diritto internazionale, il potere di vietare l'ingresso nel proprio territorio a chiunque non abbia valido titolo per esservi ammesso, dovrebbe, di fatto, rinunciarvi, astenendosi dal respingere tutti coloro che, in ipotesi, si presentassero in massa alla sua frontiera o addirittura venissero intercettati (come nel caso suindicato), nel tentativo di raggiungerla; e ciò sol perché tra di essi potrebbero esservene alcuni, pochi o molti che siano, intenzionati a presentare domanda di protezione internazionale e ad acquisire in tal modo, secondo la vigente normativa europea, il diritto a non essere allontanati fino a che sulla stessa domanda non sia stato provveduto dalla competente autorità.
Vi è però da dire che di questa assurdità ha mostrato, in qualche modo, di rendersi conto, pur senza confessarlo esplicitamente, la stessa Corte di Strasburgo, la quale, con una successiva sentenza del 13 febbraio 2020, N.D. ed N.T c. Spagna, ha respinto il ricorso proposto contro la Spagna da alcuni «migranti» i quali, avendo tentato, con numerosi altri, di superare di forza la recinzione posta a difesa delle città spagnole di Ceuta e Melilla, erano stati respinti in massa, «manu militari», dalla Guardia civile spagnola nel territorio marocchino, dal quale provenivano. A sostegno di tale decisione la Corte, pur confermando, in linea di principio, i presupposti in diritto della sentenza Hirsi (da ritenersi validi, a suo giudizio, anche nel caso in cui il confine che si vuole superare non sia quello di mare ma quello di terra), ha tuttavia aggiunto che, in sostanza, non può ritenersi illegittimo il respingimento collettivo quando siano stati gli stessi «migranti» ad avergli dato colpevolmente causa; il che avviene, in particolare, quando essi non abbiano inteso avvalersi delle possibilità che, in concreto, avrebbero avuto di presentare le loro eventuali richieste di protezione internazionale nei modi legali previsti dallo Stato al quale tali richieste avrebbero dovuto essere rivolte. Nel caso in discorso, sempre secondo la Corte, l'esistenza di quelle possibilità sarebbe stata da riconoscere, giacché i «migranti», oltre a presentare le richieste in questione al valico di frontiera esistente fra il territorio spagnolo e quello marocchino, avrebbero potuto validamente presentarle, in base alla legislazione spagnola, anche a qualsiasi rappresentanza diplomatica o consolare della Spagna nel mondo.
Ed è a quest'ultimo proposito che la pronuncia della Corte di Strasburgo potrebbe essere oggetto di interesse anche per il nostro Paese, considerando che la legislazione italiana, a differenza di quella spagnola, non prevede la possibilità che le richieste di protezione internazionale siano presentate presso le rappresentanze diplomatiche o consolari all'estero, ma impone (art. 6 del D.L.vo n. 25/2008) che la presentazione avvenga presso la polizia di frontiera all'atto dell'ingresso del richiedente nel territorio nazionale ovvero presso la questura del luogo di dimora, in Italia, dello stesso richiedente. In tali condizioni un eventuale respingimento di «migranti» intercettati o soccorsi in mare verso le coste del Paese di provenienza (anche se non fossero quelle della Libia, a ragione o a torto considerate «insicure») cadrebbe inesorabilmente sotto la mannaia della Corte di Strasburgo, in applicazione dei principi da essa affermati con la sentenza Hirsi e non contraddetti, come si è visto, con la successiva sentenza del 13 febbraio 2020. Ma la conclusione dovrebbe essere, a rigore, diametralmente opposta, sulla base di quanto aggiunto con detta ultima sentenza, se anche nella legislazione italiana, come in quella spagnola, fosse consentita la presentazione delle richieste di protezione internazionale presso la rappresentanze diplomatiche e consolari all'estero.
Sarebbe quindi ragionevole attendersi che di una semplice e indolore modifica in tal senso della vigente normativa italiana si facesse carico un governo che, al di là di ogni condizionamento ideologico, fosse realmente preoccupato di ricercare tutti i modi possibili per stroncare il fenomeno dell'immigrazione irregolare; il che significherebbe, al tempo stesso, stroncare la deprecata (a parole) ignobile attività degli organizzatori a pagamento dei «viaggi della speranza» dalle coste settentrionali dell'Africa al territorio italiano. Ma far conto, di questi tempi, sulla capacità di un governo come quello italiano di assumere iniziative ragionevoli, specialmente in tema di immigrazione, equivarrebbe, purtroppo, a credere nella Befana.
Continua a leggereRiduci
Emergono indiscrezioni sulla riforma del patto europeo. E, sorpresa, a farsi carico dei nuovi arrivati dovrà essere sempre il Paese di primo approdo. Proprio la norma che ci ha reso il campo profughi dell'Unione.Ieri altri 48 ospiti della nave delle Ong si sono gettati in acqua per forzare la mano. Alla fine il trasbordo è stato autorizzatoLa Corte ha dato ragione alla Spagna, accusata di aver operato respingimenti «I clandestini potevano chiedere asilo nei consolati iberici dei loro Paesi» Un modello che andrebbe imitatoLo speciale contiene tre articoliQuando si tratta dell'Ue, essere buoni profeti è facile: basta prevedere il peggio, e si hanno ottime possibilità di azzeccare. Appena due giorni fa, commentando la sortita all'Europarlamento di Ursula von der Leyen («Aboliremo il regolamento di Dublino. Lo rimpiazzeremo con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni. Avrà strutture comuni per l'asilo e i rimpatri», insieme a «un forte meccanismo di solidarietà»), La Verità chiosava: «La tedesca è rimasta nel vago, né si vede come potrà superare quel regime di volontarietà che, fino a oggi, ha consentito a molti Paesi di disimpegnarsi, lasciando il fardello sulle spalle dell'Italia».È stato sufficiente attendere un paio di giorni per avere conferma dell'ennesima fregatura. Ufficialmente il pacchetto sarà svelato il 23 settembre, ma già le prime anticipazioni (ieri qualcosa è trapelato sul Corriere della Sera) fanno capire che aria tira. Non sarà toccato il caposaldo dello status quo, e cioè il punto più sgradevole per l'Italia, ovvero la responsabilità unica a carico del Paese di primo ingresso sulle domande di asilo. Né si farà alcun passo sostanziale verso il ricollocamento obbligatorio in altri paesi. Il massimo che si prevede è un aiuto (anzi, un aiutino) economico, e cioè il fatto che i costi di gestione e rimpatrio (in caso di reiezione della domanda) potrebbero finire a carico di un altro Paese, che però si guarderebbe bene dall'aprire i suoi confini per accogliere il richiedente asilo. Come dire: cara Italia, ti paghiamo qualche spicciolo, ma continua tu a fare il campo profughi per tutti noi. Quanto poi ai migranti economici (e quindi alla grande maggioranza di coloro che sbarcano, che non hanno diritto allo status di rifugiato), le bozze sono fumose: parlano di «rimpatri europei» e di accordi con i paesi terzi, legando gli aiuti economici Ue alla disponibilità a riprendersi i connazionali. Esattamente ciò che non si è riusciti a fare da anni e anni. Quanto all'iter del pacchetto, si tratta come sempre di un cammino tortuoso e farraginoso. Il 23 viene presentata la bozza. Ma poi occorrerà trovare un'intesa in Consiglio: una vera e propria impresa, visto che nessuno vuole farsi carico del fardello dei ricollocamenti, meno che mai in forma obbligatoria. A chiacchiere, trattandosi del suo semestre di presidenza, la Germania spingerà per un qualche accordo, ma, su una materia elettoralmente tanto delicata, nessun governo sarà disposto a suicidarsi davanti alla propria opinione pubblica per fare un favore all'Italia. Siamo insomma agli stessi nodi di sempre. A gennaio scorso, si era esibito sul tema Margaritis Schinas, il greco già portavoce della Commissione Juncker e protagonista di comunicati irridenti verso l'Italia quando il duo Moscovici-Dombrovskis imperversava contro l'allora governo gialloblù, e che ora vive una nuova vita nella Commissione guidata da Ursula von der Leyen. È infatti uno degli otto vicepresidenti del nuovo esecutivo Ue, e coordina proprio il lavoro sul pacchetto immigrazione. A gennaio, intervistato da Repubblica, recitò la consueta giaculatoria («L'Europa non può permettersi di fallire una seconda volta sui migranti») e proseguì con il preannuncio di un fantomatico «patto», cioè esattamente quello che ha impiegato ben nove mesi a partorire (una gravidanza politica, è il caso di dire).Il guaio è che anche ora, come nove mesi fa, i contenuti del patto appaiono fumosi o addirittura surreali. Il primo esempio l'abbiamo fatto prima, e riguarda i paesi africani, a cui l'Ue proporrà dei «comprehensive partnership agreements» che dovrebbero includere «soldi, investimenti, scambi commerciali, visti, sanità e programmi Erasmus». A gennaio Schinas si guardò bene dal dire quanti soldi l'Ue intendesse stanziare: unico argomento convincente per gli interlocutori africani. A meno di bersi la favoletta secondo cui questi paesi frenerebbero le partenze e si riprenderebbero chi non ha diritto d'asilo. Senza dire che parlare di Erasmus ad esempio in Nord Africa, in situazioni disordinate, insicure, di conflitti latenti o addirittura in corso, appare ai confini della realtà.Secondo esempio. Per «disincagliare la riforma del diritto d'asilo» Schinas preannunciò il lancio di «una serie di panieri ai quali tutti i governi dovranno contribuire scegliendone almeno uno». E quali sarebbero questi panieri? «Ricollocamenti, oppure soldi, mezzi, personale, o partecipazione attiva a singole missioni». Morale della favola: è scontato che la maggior parte dei paesi non opterà per i ricollocamenti, e l'Italia rimarrà con il suo problema. Terzo e ultimo esempio. Schinas elogiò l'accordo di Malta («sta funzionando benissimo»). Ma dimenticò di dire alcune cose: che l'accordo era temporaneo («temporary arrangement»); che era su base volontaria, e non c'era modo di forzare i paesi Ue ad aderirvi; che riguardava i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati l'anno scorso in Italia); che la sperimentazione durava sei mesi, ma se i numeri fossero cresciuti troppo («substantially rise»), l'intero meccanismo sarebbe stato di fatto sospeso. E' la ragione per cui - senza pietà verso i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) fin dal primo giorno definiva l'accordo «revocable». Morale: a numeri bassi, come è accaduto l'inverno scorso, anche gli altri paesi hanno avuto tutto l'interesse a collaborare, a far bella figura a costo irrisorio. Ma con il ritorno dell'estate e dei numeri elevati, l'Italia si è ritrovata con i problemi di sempre. A settembre del 2020, siamo ancora a questo nodo irrisolto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nuovo-trattato-di-dublino-di-ursula-e-una-fregatura-come-quello-vecchio-2647713222.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ricatto-dei-tuffi-ha-funzionato-open-arms-sbarca-tutti-gli-immigrati" data-post-id="2647713222" data-published-at="1600465836" data-use-pagination="False"> Il ricatto dei tuffi ha funzionato Open Arms sbarca tutti gli immigrati Benché cosmopolite per vocazione, le Ong devono avere imparato in fretta un tradizionale detto italico: fatta la legge, trovato l'inganno. Che, nel loro caso, diventa: fatti i decreti, trovato il modo di aggirarli. L'ultima usanza in voga sui barconi degli attivisti, per esempio, è quella di fare pressione sulle autorità italiane tramite tuffi di massa degli immigrati. La nuova, allarmante tendenza è stata sperimentata dalla nave Open Arms, da due giorni in rada davanti al porto di Palermo: giovedì era accaduto con 76 migranti buttatisi in mare, ieri mattina il copione si è ripetuto con altri 48. E alla fine l'Italia ha ceduto, autorizzando lo sbarco anche dei 140 che restavano a bordo, trasferiti sulla Gnv Allegra in porto a Palermo per la quarantena. «Finalmente sono stati fatti scendere», ha commentato Riccardo Gatti, capo missione e direttore italiano di Open Arms, «non sappiamo perché abbiano perso tutto questo tempo. Immaginiamo per svuotare la nave quarantena. Ma questi ritardi e le chiusure dei porti, creano un'emergenza sull'emergenza. A bordo non avevamo più cibo e la situazione era critica. Per fortuna questa attesa è finita». L'atmosfera da «fate presto» (uno slogan buone per tutte le occasioni e sempre prodromico delle peggiori fregature) era del resto stata creata già dalle ore precedenti. A cominciare dai social: «Un'altra mattina senza sbarco per i disperati della Open Arms. Altre 48 persone si tuffano in mare. Un'altra richiesta di assistenza dall'equipaggio di Sea Watch 4. Per quanto tempo giocheremo a questo gioco vergognoso e pericoloso, Europa?», twittava l'account di Sea-Watch International. E Open Arms It rilanciava: «Siamo ancora di fronte a Palermo senza poter sbarcare né avere alcuna indicazione. A bordo la sofferenza aumenta, degli ospiti e dell'equipaggio. Altre 48 persone si sono gettate in acqua. #Unportosicurosubito». Il fondatore dell'Ong, lo spagnolo Oscar Camps, diffondeva anche un video con i migranti che dalla nave si tuffavano in acqua. Tutti dotati di giubbotto salvagente. Ed è una fortuna, ovviamente. Ma è anche una circostanza che forse merita qualche attenzione: a meno che i giubbotti di salvataggio non siano stati saccheggiati con la forza, infatti, c'è da pensare che a fornirli siano stati i volontari della Ong. Il tuffo in acqua era forse programmato a mo' di cinico strumento di pressione? Non lo sappiamo, anche se, come ha riportato ieri La Verità, il sospetto serpeggiante fra le autorità italiane parrebbe essere proprio questo. Lo stesso iter seguito dalla Open Arms sembrerebbe indicarlo, a cominciare da quanto visto a largo delle acque maltesi: dopo il solito diniego dalle autorità della Valletta allo sbarco, alcuni immigrati si sono buttati giù dalla nave. Ed è proprio a quel punto che Roma ha concesso alla nave spagnola di dirigersi verso Palermo, con l'ordine di tenersi ad almeno cinque miglia dalla costa, in attesa di successive indicazioni. Una volta che la Open Arms è giunta di fronte al porto siciliano, il copione si è ripetuto, stavolta in grande stile: 76 tuffi. Persone che ovviamente le autorità sono tenute a salvare, come è giusto che sia. A meno che, tuttavia, il gesto di apparente disperazione non sia un'arma di ricatto politico nei confronti di uno Stato sovrano che protegge, peraltro in maniera assai platonica, i propri confini. Sta di fatto che ieri, come detto, altri 48 migranti, perfettamente equipaggiati, hanno tentato la «mossa della disperazione». Avendo, alla fine, ragione delle leggi italiane. E i social di Open Arms hanno festeggiato: «10 giorni dopo aver soccorso 276 persone in acque internazionali e dopo aver raggiunto una situazione limite a bordo, l'Italia autorizza sbarco dei 140 naufraghi, che trascorreranno la quarantena su nave Allegra». Una chiosa quasi stizzita, a dirla tutta. Resta comunque da capire se ora la prassi del tuffo ricattatorio sia diventata la normalità con cui dovremo fare i conti da qui in avanti. E se i sospetti su di un'azione pianificata con qualcuno per forzare i confini italiani troveranno conferma. Nel frattempo, per non farci mancare nulla, una settantina di clandestini sono stati rintracciati sul Carso triestino. Si tratta di migranti che hanno viaggiato lungo la cosiddetta «rotta balcanica». Tutte le persone rintracciate sono maschi, in parte di nazionalità afghana, in parte provenienti dal Bangladesh. I migranti irregolari sono stati portati in commissariato a Fernetti (vicino al confine con la Slovenia) dove sono in corso le procedure per l'identificazione. E senza neanche bisogno di un tuffo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nuovo-trattato-di-dublino-di-ursula-e-una-fregatura-come-quello-vecchio-2647713222.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="una-sentenza-di-strasburgo-ci-indica-la-strada-per-proteggere-i-confini" data-post-id="2647713222" data-published-at="1600465836" data-use-pagination="False"> Una sentenza di Strasburgo ci indica la strada per proteggere i confini Un qualsiasi governo italiano il quale concepisse l'idea di risolvere il problema dell'immigrazione irregolare mediante accordi con i Paesi di provenienza che consentissero il respingimento in massa di quanti tentassero di raggiungere, senza averne titolo, il territorio dello Stato (così come si era fatto a suo tempo con la Libia di Gheddafi), si troverebbe a fare i conti (oltre che con la prevedibile sollevazione di tutto il gallinaio, nazionale ed estero, degli invasati dal furore immigrazionista), anche con l'arcigna giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, quale rappresentata, in particolare, dalla nota sentenza Hirsi Jamaa c. Italia del 23 febbraio 2012. Con questa sentenza, infatti, la Corte di Strasburgo ritenne l'Italia responsabile di violazione del divieto, previsto da una specifica norma internazionale, delle «espulsioni collettive», equiparando ad esse i «respingimenti collettivi», tra i quali veniva fatto rientrare quello costituito, nel caso specifico, dal riaccompagnamento coattivo sulle coste della Libia, dalle quali erano partiti, di un gruppo di «migranti» raccolti in acque internazionali, a seguito di una richiesta di soccorso, da unità della marina militare italiana. In tal modo, secondo la Corte, sarebbe stata indebitamente preclusa, a quelli tra i «migranti» (nessuno dei quali identificato) che avessero avuto l'intenzione di chiedere l'ammissione ad una qualche forma di protezione internazionale, la possibilità di raggiungere il territorio italiano e quindi di presentare alla competenti autorità italiane la relativa richiesta. Ora, appare evidente che alla luce (si fa per dire) di una tale pronuncia dovrebbe giungersi ad una conclusione palesemente assurda: quella, cioè, per cui ogni singolo Stato, pur avendo, teoricamente, in base ad un elementare ed indiscusso principio di diritto internazionale, il potere di vietare l'ingresso nel proprio territorio a chiunque non abbia valido titolo per esservi ammesso, dovrebbe, di fatto, rinunciarvi, astenendosi dal respingere tutti coloro che, in ipotesi, si presentassero in massa alla sua frontiera o addirittura venissero intercettati (come nel caso suindicato), nel tentativo di raggiungerla; e ciò sol perché tra di essi potrebbero esservene alcuni, pochi o molti che siano, intenzionati a presentare domanda di protezione internazionale e ad acquisire in tal modo, secondo la vigente normativa europea, il diritto a non essere allontanati fino a che sulla stessa domanda non sia stato provveduto dalla competente autorità. Vi è però da dire che di questa assurdità ha mostrato, in qualche modo, di rendersi conto, pur senza confessarlo esplicitamente, la stessa Corte di Strasburgo, la quale, con una successiva sentenza del 13 febbraio 2020, N.D. ed N.T c. Spagna, ha respinto il ricorso proposto contro la Spagna da alcuni «migranti» i quali, avendo tentato, con numerosi altri, di superare di forza la recinzione posta a difesa delle città spagnole di Ceuta e Melilla, erano stati respinti in massa, «manu militari», dalla Guardia civile spagnola nel territorio marocchino, dal quale provenivano. A sostegno di tale decisione la Corte, pur confermando, in linea di principio, i presupposti in diritto della sentenza Hirsi (da ritenersi validi, a suo giudizio, anche nel caso in cui il confine che si vuole superare non sia quello di mare ma quello di terra), ha tuttavia aggiunto che, in sostanza, non può ritenersi illegittimo il respingimento collettivo quando siano stati gli stessi «migranti» ad avergli dato colpevolmente causa; il che avviene, in particolare, quando essi non abbiano inteso avvalersi delle possibilità che, in concreto, avrebbero avuto di presentare le loro eventuali richieste di protezione internazionale nei modi legali previsti dallo Stato al quale tali richieste avrebbero dovuto essere rivolte. Nel caso in discorso, sempre secondo la Corte, l'esistenza di quelle possibilità sarebbe stata da riconoscere, giacché i «migranti», oltre a presentare le richieste in questione al valico di frontiera esistente fra il territorio spagnolo e quello marocchino, avrebbero potuto validamente presentarle, in base alla legislazione spagnola, anche a qualsiasi rappresentanza diplomatica o consolare della Spagna nel mondo. Ed è a quest'ultimo proposito che la pronuncia della Corte di Strasburgo potrebbe essere oggetto di interesse anche per il nostro Paese, considerando che la legislazione italiana, a differenza di quella spagnola, non prevede la possibilità che le richieste di protezione internazionale siano presentate presso le rappresentanze diplomatiche o consolari all'estero, ma impone (art. 6 del D.L.vo n. 25/2008) che la presentazione avvenga presso la polizia di frontiera all'atto dell'ingresso del richiedente nel territorio nazionale ovvero presso la questura del luogo di dimora, in Italia, dello stesso richiedente. In tali condizioni un eventuale respingimento di «migranti» intercettati o soccorsi in mare verso le coste del Paese di provenienza (anche se non fossero quelle della Libia, a ragione o a torto considerate «insicure») cadrebbe inesorabilmente sotto la mannaia della Corte di Strasburgo, in applicazione dei principi da essa affermati con la sentenza Hirsi e non contraddetti, come si è visto, con la successiva sentenza del 13 febbraio 2020. Ma la conclusione dovrebbe essere, a rigore, diametralmente opposta, sulla base di quanto aggiunto con detta ultima sentenza, se anche nella legislazione italiana, come in quella spagnola, fosse consentita la presentazione delle richieste di protezione internazionale presso la rappresentanze diplomatiche e consolari all'estero. Sarebbe quindi ragionevole attendersi che di una semplice e indolore modifica in tal senso della vigente normativa italiana si facesse carico un governo che, al di là di ogni condizionamento ideologico, fosse realmente preoccupato di ricercare tutti i modi possibili per stroncare il fenomeno dell'immigrazione irregolare; il che significherebbe, al tempo stesso, stroncare la deprecata (a parole) ignobile attività degli organizzatori a pagamento dei «viaggi della speranza» dalle coste settentrionali dell'Africa al territorio italiano. Ma far conto, di questi tempi, sulla capacità di un governo come quello italiano di assumere iniziative ragionevoli, specialmente in tema di immigrazione, equivarrebbe, purtroppo, a credere nella Befana.
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
Continua a leggereRiduci
Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
Continua a leggereRiduci
L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
Continua a leggereRiduci