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2020-09-19
Il nuovo trattato di Dublino di Ursula è una fregatura come quello vecchio
Ursula Von der Leyen (Ansa)
Quando si tratta dell'Ue, essere buoni profeti è facile: basta prevedere il peggio, e si hanno ottime possibilità di azzeccare.
Appena due giorni fa, commentando la sortita all'Europarlamento di Ursula von der Leyen («Aboliremo il regolamento di Dublino. Lo rimpiazzeremo con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni. Avrà strutture comuni per l'asilo e i rimpatri», insieme a «un forte meccanismo di solidarietà»), La Verità chiosava: «La tedesca è rimasta nel vago, né si vede come potrà superare quel regime di volontarietà che, fino a oggi, ha consentito a molti Paesi di disimpegnarsi, lasciando il fardello sulle spalle dell'Italia».
È stato sufficiente attendere un paio di giorni per avere conferma dell'ennesima fregatura. Ufficialmente il pacchetto sarà svelato il 23 settembre, ma già le prime anticipazioni (ieri qualcosa è trapelato sul Corriere della Sera) fanno capire che aria tira.
Non sarà toccato il caposaldo dello status quo, e cioè il punto più sgradevole per l'Italia, ovvero la responsabilità unica a carico del Paese di primo ingresso sulle domande di asilo. Né si farà alcun passo sostanziale verso il ricollocamento obbligatorio in altri paesi. Il massimo che si prevede è un aiuto (anzi, un aiutino) economico, e cioè il fatto che i costi di gestione e rimpatrio (in caso di reiezione della domanda) potrebbero finire a carico di un altro Paese, che però si guarderebbe bene dall'aprire i suoi confini per accogliere il richiedente asilo. Come dire: cara Italia, ti paghiamo qualche spicciolo, ma continua tu a fare il campo profughi per tutti noi.
Quanto poi ai migranti economici (e quindi alla grande maggioranza di coloro che sbarcano, che non hanno diritto allo status di rifugiato), le bozze sono fumose: parlano di «rimpatri europei» e di accordi con i paesi terzi, legando gli aiuti economici Ue alla disponibilità a riprendersi i connazionali. Esattamente ciò che non si è riusciti a fare da anni e anni.
Quanto all'iter del pacchetto, si tratta come sempre di un cammino tortuoso e farraginoso. Il 23 viene presentata la bozza. Ma poi occorrerà trovare un'intesa in Consiglio: una vera e propria impresa, visto che nessuno vuole farsi carico del fardello dei ricollocamenti, meno che mai in forma obbligatoria. A chiacchiere, trattandosi del suo semestre di presidenza, la Germania spingerà per un qualche accordo, ma, su una materia elettoralmente tanto delicata, nessun governo sarà disposto a suicidarsi davanti alla propria opinione pubblica per fare un favore all'Italia.
Siamo insomma agli stessi nodi di sempre. A gennaio scorso, si era esibito sul tema Margaritis Schinas, il greco già portavoce della Commissione Juncker e protagonista di comunicati irridenti verso l'Italia quando il duo Moscovici-Dombrovskis imperversava contro l'allora governo gialloblù, e che ora vive una nuova vita nella Commissione guidata da Ursula von der Leyen.
È infatti uno degli otto vicepresidenti del nuovo esecutivo Ue, e coordina proprio il lavoro sul pacchetto immigrazione.
A gennaio, intervistato da Repubblica, recitò la consueta giaculatoria («L'Europa non può permettersi di fallire una seconda volta sui migranti») e proseguì con il preannuncio di un fantomatico «patto», cioè esattamente quello che ha impiegato ben nove mesi a partorire (una gravidanza politica, è il caso di dire).
Il guaio è che anche ora, come nove mesi fa, i contenuti del patto appaiono fumosi o addirittura surreali. Il primo esempio l'abbiamo fatto prima, e riguarda i paesi africani, a cui l'Ue proporrà dei «comprehensive partnership agreements» che dovrebbero includere «soldi, investimenti, scambi commerciali, visti, sanità e programmi Erasmus». A gennaio Schinas si guardò bene dal dire quanti soldi l'Ue intendesse stanziare: unico argomento convincente per gli interlocutori africani. A meno di bersi la favoletta secondo cui questi paesi frenerebbero le partenze e si riprenderebbero chi non ha diritto d'asilo. Senza dire che parlare di Erasmus ad esempio in Nord Africa, in situazioni disordinate, insicure, di conflitti latenti o addirittura in corso, appare ai confini della realtà.
Secondo esempio. Per «disincagliare la riforma del diritto d'asilo» Schinas preannunciò il lancio di «una serie di panieri ai quali tutti i governi dovranno contribuire scegliendone almeno uno». E quali sarebbero questi panieri? «Ricollocamenti, oppure soldi, mezzi, personale, o partecipazione attiva a singole missioni». Morale della favola: è scontato che la maggior parte dei paesi non opterà per i ricollocamenti, e l'Italia rimarrà con il suo problema.
Terzo e ultimo esempio. Schinas elogiò l'accordo di Malta («sta funzionando benissimo»). Ma dimenticò di dire alcune cose: che l'accordo era temporaneo («temporary arrangement»); che era su base volontaria, e non c'era modo di forzare i paesi Ue ad aderirvi; che riguardava i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati l'anno scorso in Italia); che la sperimentazione durava sei mesi, ma se i numeri fossero cresciuti troppo («substantially rise»), l'intero meccanismo sarebbe stato di fatto sospeso. E' la ragione per cui - senza pietà verso i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) fin dal primo giorno definiva l'accordo «revocable». Morale: a numeri bassi, come è accaduto l'inverno scorso, anche gli altri paesi hanno avuto tutto l'interesse a collaborare, a far bella figura a costo irrisorio. Ma con il ritorno dell'estate e dei numeri elevati, l'Italia si è ritrovata con i problemi di sempre. A settembre del 2020, siamo ancora a questo nodo irrisolto.
Il ricatto dei tuffi ha funzionato Open Arms sbarca tutti gli immigrati
Benché cosmopolite per vocazione, le Ong devono avere imparato in fretta un tradizionale detto italico: fatta la legge, trovato l'inganno. Che, nel loro caso, diventa: fatti i decreti, trovato il modo di aggirarli.
L'ultima usanza in voga sui barconi degli attivisti, per esempio, è quella di fare pressione sulle autorità italiane tramite tuffi di massa degli immigrati. La nuova, allarmante tendenza è stata sperimentata dalla nave Open Arms, da due giorni in rada davanti al porto di Palermo: giovedì era accaduto con 76 migranti buttatisi in mare, ieri mattina il copione si è ripetuto con altri 48. E alla fine l'Italia ha ceduto, autorizzando lo sbarco anche dei 140 che restavano a bordo, trasferiti sulla Gnv Allegra in porto a Palermo per la quarantena. «Finalmente sono stati fatti scendere», ha commentato Riccardo Gatti, capo missione e direttore italiano di Open Arms, «non sappiamo perché abbiano perso tutto questo tempo. Immaginiamo per svuotare la nave quarantena. Ma questi ritardi e le chiusure dei porti, creano un'emergenza sull'emergenza. A bordo non avevamo più cibo e la situazione era critica. Per fortuna questa attesa è finita». L'atmosfera da «fate presto» (uno slogan buone per tutte le occasioni e sempre prodromico delle peggiori fregature) era del resto stata creata già dalle ore precedenti. A cominciare dai social: «Un'altra mattina senza sbarco per i disperati della Open Arms. Altre 48 persone si tuffano in mare. Un'altra richiesta di assistenza dall'equipaggio di Sea Watch 4. Per quanto tempo giocheremo a questo gioco vergognoso e pericoloso, Europa?», twittava l'account di Sea-Watch International. E Open Arms It rilanciava: «Siamo ancora di fronte a Palermo senza poter sbarcare né avere alcuna indicazione. A bordo la sofferenza aumenta, degli ospiti e dell'equipaggio. Altre 48 persone si sono gettate in acqua. #Unportosicurosubito».
Il fondatore dell'Ong, lo spagnolo Oscar Camps, diffondeva anche un video con i migranti che dalla nave si tuffavano in acqua. Tutti dotati di giubbotto salvagente. Ed è una fortuna, ovviamente. Ma è anche una circostanza che forse merita qualche attenzione: a meno che i giubbotti di salvataggio non siano stati saccheggiati con la forza, infatti, c'è da pensare che a fornirli siano stati i volontari della Ong. Il tuffo in acqua era forse programmato a mo' di cinico strumento di pressione? Non lo sappiamo, anche se, come ha riportato ieri La Verità, il sospetto serpeggiante fra le autorità italiane parrebbe essere proprio questo. Lo stesso iter seguito dalla Open Arms sembrerebbe indicarlo, a cominciare da quanto visto a largo delle acque maltesi: dopo il solito diniego dalle autorità della Valletta allo sbarco, alcuni immigrati si sono buttati giù dalla nave. Ed è proprio a quel punto che Roma ha concesso alla nave spagnola di dirigersi verso Palermo, con l'ordine di tenersi ad almeno cinque miglia dalla costa, in attesa di successive indicazioni. Una volta che la Open Arms è giunta di fronte al porto siciliano, il copione si è ripetuto, stavolta in grande stile: 76 tuffi. Persone che ovviamente le autorità sono tenute a salvare, come è giusto che sia. A meno che, tuttavia, il gesto di apparente disperazione non sia un'arma di ricatto politico nei confronti di uno Stato sovrano che protegge, peraltro in maniera assai platonica, i propri confini.
Sta di fatto che ieri, come detto, altri 48 migranti, perfettamente equipaggiati, hanno tentato la «mossa della disperazione». Avendo, alla fine, ragione delle leggi italiane. E i social di Open Arms hanno festeggiato: «10 giorni dopo aver soccorso 276 persone in acque internazionali e dopo aver raggiunto una situazione limite a bordo, l'Italia autorizza sbarco dei 140 naufraghi, che trascorreranno la quarantena su nave Allegra». Una chiosa quasi stizzita, a dirla tutta.
Resta comunque da capire se ora la prassi del tuffo ricattatorio sia diventata la normalità con cui dovremo fare i conti da qui in avanti. E se i sospetti su di un'azione pianificata con qualcuno per forzare i confini italiani troveranno conferma.
Nel frattempo, per non farci mancare nulla, una settantina di clandestini sono stati rintracciati sul Carso triestino. Si tratta di migranti che hanno viaggiato lungo la cosiddetta «rotta balcanica». Tutte le persone rintracciate sono maschi, in parte di nazionalità afghana, in parte provenienti dal Bangladesh. I migranti irregolari sono stati portati in commissariato a Fernetti (vicino al confine con la Slovenia) dove sono in corso le procedure per l'identificazione. E senza neanche bisogno di un tuffo.
Una sentenza di Strasburgo ci indica la strada per proteggere i confini
Un qualsiasi governo italiano il quale concepisse l'idea di risolvere il problema dell'immigrazione irregolare mediante accordi con i Paesi di provenienza che consentissero il respingimento in massa di quanti tentassero di raggiungere, senza averne titolo, il territorio dello Stato (così come si era fatto a suo tempo con la Libia di Gheddafi), si troverebbe a fare i conti (oltre che con la prevedibile sollevazione di tutto il gallinaio, nazionale ed estero, degli invasati dal furore immigrazionista), anche con l'arcigna giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, quale rappresentata, in particolare, dalla nota sentenza Hirsi Jamaa c. Italia del 23 febbraio 2012. Con questa sentenza, infatti, la Corte di Strasburgo ritenne l'Italia responsabile di violazione del divieto, previsto da una specifica norma internazionale, delle «espulsioni collettive», equiparando ad esse i «respingimenti collettivi», tra i quali veniva fatto rientrare quello costituito, nel caso specifico, dal riaccompagnamento coattivo sulle coste della Libia, dalle quali erano partiti, di un gruppo di «migranti» raccolti in acque internazionali, a seguito di una richiesta di soccorso, da unità della marina militare italiana. In tal modo, secondo la Corte, sarebbe stata indebitamente preclusa, a quelli tra i «migranti» (nessuno dei quali identificato) che avessero avuto l'intenzione di chiedere l'ammissione ad una qualche forma di protezione internazionale, la possibilità di raggiungere il territorio italiano e quindi di presentare alla competenti autorità italiane la relativa richiesta.
Ora, appare evidente che alla luce (si fa per dire) di una tale pronuncia dovrebbe giungersi ad una conclusione palesemente assurda: quella, cioè, per cui ogni singolo Stato, pur avendo, teoricamente, in base ad un elementare ed indiscusso principio di diritto internazionale, il potere di vietare l'ingresso nel proprio territorio a chiunque non abbia valido titolo per esservi ammesso, dovrebbe, di fatto, rinunciarvi, astenendosi dal respingere tutti coloro che, in ipotesi, si presentassero in massa alla sua frontiera o addirittura venissero intercettati (come nel caso suindicato), nel tentativo di raggiungerla; e ciò sol perché tra di essi potrebbero esservene alcuni, pochi o molti che siano, intenzionati a presentare domanda di protezione internazionale e ad acquisire in tal modo, secondo la vigente normativa europea, il diritto a non essere allontanati fino a che sulla stessa domanda non sia stato provveduto dalla competente autorità.
Vi è però da dire che di questa assurdità ha mostrato, in qualche modo, di rendersi conto, pur senza confessarlo esplicitamente, la stessa Corte di Strasburgo, la quale, con una successiva sentenza del 13 febbraio 2020, N.D. ed N.T c. Spagna, ha respinto il ricorso proposto contro la Spagna da alcuni «migranti» i quali, avendo tentato, con numerosi altri, di superare di forza la recinzione posta a difesa delle città spagnole di Ceuta e Melilla, erano stati respinti in massa, «manu militari», dalla Guardia civile spagnola nel territorio marocchino, dal quale provenivano. A sostegno di tale decisione la Corte, pur confermando, in linea di principio, i presupposti in diritto della sentenza Hirsi (da ritenersi validi, a suo giudizio, anche nel caso in cui il confine che si vuole superare non sia quello di mare ma quello di terra), ha tuttavia aggiunto che, in sostanza, non può ritenersi illegittimo il respingimento collettivo quando siano stati gli stessi «migranti» ad avergli dato colpevolmente causa; il che avviene, in particolare, quando essi non abbiano inteso avvalersi delle possibilità che, in concreto, avrebbero avuto di presentare le loro eventuali richieste di protezione internazionale nei modi legali previsti dallo Stato al quale tali richieste avrebbero dovuto essere rivolte. Nel caso in discorso, sempre secondo la Corte, l'esistenza di quelle possibilità sarebbe stata da riconoscere, giacché i «migranti», oltre a presentare le richieste in questione al valico di frontiera esistente fra il territorio spagnolo e quello marocchino, avrebbero potuto validamente presentarle, in base alla legislazione spagnola, anche a qualsiasi rappresentanza diplomatica o consolare della Spagna nel mondo.
Ed è a quest'ultimo proposito che la pronuncia della Corte di Strasburgo potrebbe essere oggetto di interesse anche per il nostro Paese, considerando che la legislazione italiana, a differenza di quella spagnola, non prevede la possibilità che le richieste di protezione internazionale siano presentate presso le rappresentanze diplomatiche o consolari all'estero, ma impone (art. 6 del D.L.vo n. 25/2008) che la presentazione avvenga presso la polizia di frontiera all'atto dell'ingresso del richiedente nel territorio nazionale ovvero presso la questura del luogo di dimora, in Italia, dello stesso richiedente. In tali condizioni un eventuale respingimento di «migranti» intercettati o soccorsi in mare verso le coste del Paese di provenienza (anche se non fossero quelle della Libia, a ragione o a torto considerate «insicure») cadrebbe inesorabilmente sotto la mannaia della Corte di Strasburgo, in applicazione dei principi da essa affermati con la sentenza Hirsi e non contraddetti, come si è visto, con la successiva sentenza del 13 febbraio 2020. Ma la conclusione dovrebbe essere, a rigore, diametralmente opposta, sulla base di quanto aggiunto con detta ultima sentenza, se anche nella legislazione italiana, come in quella spagnola, fosse consentita la presentazione delle richieste di protezione internazionale presso la rappresentanze diplomatiche e consolari all'estero.
Sarebbe quindi ragionevole attendersi che di una semplice e indolore modifica in tal senso della vigente normativa italiana si facesse carico un governo che, al di là di ogni condizionamento ideologico, fosse realmente preoccupato di ricercare tutti i modi possibili per stroncare il fenomeno dell'immigrazione irregolare; il che significherebbe, al tempo stesso, stroncare la deprecata (a parole) ignobile attività degli organizzatori a pagamento dei «viaggi della speranza» dalle coste settentrionali dell'Africa al territorio italiano. Ma far conto, di questi tempi, sulla capacità di un governo come quello italiano di assumere iniziative ragionevoli, specialmente in tema di immigrazione, equivarrebbe, purtroppo, a credere nella Befana.
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Emergono indiscrezioni sulla riforma del patto europeo. E, sorpresa, a farsi carico dei nuovi arrivati dovrà essere sempre il Paese di primo approdo. Proprio la norma che ci ha reso il campo profughi dell'Unione.Ieri altri 48 ospiti della nave delle Ong si sono gettati in acqua per forzare la mano. Alla fine il trasbordo è stato autorizzatoLa Corte ha dato ragione alla Spagna, accusata di aver operato respingimenti «I clandestini potevano chiedere asilo nei consolati iberici dei loro Paesi» Un modello che andrebbe imitatoLo speciale contiene tre articoliQuando si tratta dell'Ue, essere buoni profeti è facile: basta prevedere il peggio, e si hanno ottime possibilità di azzeccare. Appena due giorni fa, commentando la sortita all'Europarlamento di Ursula von der Leyen («Aboliremo il regolamento di Dublino. Lo rimpiazzeremo con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni. Avrà strutture comuni per l'asilo e i rimpatri», insieme a «un forte meccanismo di solidarietà»), La Verità chiosava: «La tedesca è rimasta nel vago, né si vede come potrà superare quel regime di volontarietà che, fino a oggi, ha consentito a molti Paesi di disimpegnarsi, lasciando il fardello sulle spalle dell'Italia».È stato sufficiente attendere un paio di giorni per avere conferma dell'ennesima fregatura. Ufficialmente il pacchetto sarà svelato il 23 settembre, ma già le prime anticipazioni (ieri qualcosa è trapelato sul Corriere della Sera) fanno capire che aria tira. Non sarà toccato il caposaldo dello status quo, e cioè il punto più sgradevole per l'Italia, ovvero la responsabilità unica a carico del Paese di primo ingresso sulle domande di asilo. Né si farà alcun passo sostanziale verso il ricollocamento obbligatorio in altri paesi. Il massimo che si prevede è un aiuto (anzi, un aiutino) economico, e cioè il fatto che i costi di gestione e rimpatrio (in caso di reiezione della domanda) potrebbero finire a carico di un altro Paese, che però si guarderebbe bene dall'aprire i suoi confini per accogliere il richiedente asilo. Come dire: cara Italia, ti paghiamo qualche spicciolo, ma continua tu a fare il campo profughi per tutti noi. Quanto poi ai migranti economici (e quindi alla grande maggioranza di coloro che sbarcano, che non hanno diritto allo status di rifugiato), le bozze sono fumose: parlano di «rimpatri europei» e di accordi con i paesi terzi, legando gli aiuti economici Ue alla disponibilità a riprendersi i connazionali. Esattamente ciò che non si è riusciti a fare da anni e anni. Quanto all'iter del pacchetto, si tratta come sempre di un cammino tortuoso e farraginoso. Il 23 viene presentata la bozza. Ma poi occorrerà trovare un'intesa in Consiglio: una vera e propria impresa, visto che nessuno vuole farsi carico del fardello dei ricollocamenti, meno che mai in forma obbligatoria. A chiacchiere, trattandosi del suo semestre di presidenza, la Germania spingerà per un qualche accordo, ma, su una materia elettoralmente tanto delicata, nessun governo sarà disposto a suicidarsi davanti alla propria opinione pubblica per fare un favore all'Italia. Siamo insomma agli stessi nodi di sempre. A gennaio scorso, si era esibito sul tema Margaritis Schinas, il greco già portavoce della Commissione Juncker e protagonista di comunicati irridenti verso l'Italia quando il duo Moscovici-Dombrovskis imperversava contro l'allora governo gialloblù, e che ora vive una nuova vita nella Commissione guidata da Ursula von der Leyen. È infatti uno degli otto vicepresidenti del nuovo esecutivo Ue, e coordina proprio il lavoro sul pacchetto immigrazione. A gennaio, intervistato da Repubblica, recitò la consueta giaculatoria («L'Europa non può permettersi di fallire una seconda volta sui migranti») e proseguì con il preannuncio di un fantomatico «patto», cioè esattamente quello che ha impiegato ben nove mesi a partorire (una gravidanza politica, è il caso di dire).Il guaio è che anche ora, come nove mesi fa, i contenuti del patto appaiono fumosi o addirittura surreali. Il primo esempio l'abbiamo fatto prima, e riguarda i paesi africani, a cui l'Ue proporrà dei «comprehensive partnership agreements» che dovrebbero includere «soldi, investimenti, scambi commerciali, visti, sanità e programmi Erasmus». A gennaio Schinas si guardò bene dal dire quanti soldi l'Ue intendesse stanziare: unico argomento convincente per gli interlocutori africani. A meno di bersi la favoletta secondo cui questi paesi frenerebbero le partenze e si riprenderebbero chi non ha diritto d'asilo. Senza dire che parlare di Erasmus ad esempio in Nord Africa, in situazioni disordinate, insicure, di conflitti latenti o addirittura in corso, appare ai confini della realtà.Secondo esempio. Per «disincagliare la riforma del diritto d'asilo» Schinas preannunciò il lancio di «una serie di panieri ai quali tutti i governi dovranno contribuire scegliendone almeno uno». E quali sarebbero questi panieri? «Ricollocamenti, oppure soldi, mezzi, personale, o partecipazione attiva a singole missioni». Morale della favola: è scontato che la maggior parte dei paesi non opterà per i ricollocamenti, e l'Italia rimarrà con il suo problema. Terzo e ultimo esempio. Schinas elogiò l'accordo di Malta («sta funzionando benissimo»). Ma dimenticò di dire alcune cose: che l'accordo era temporaneo («temporary arrangement»); che era su base volontaria, e non c'era modo di forzare i paesi Ue ad aderirvi; che riguardava i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati l'anno scorso in Italia); che la sperimentazione durava sei mesi, ma se i numeri fossero cresciuti troppo («substantially rise»), l'intero meccanismo sarebbe stato di fatto sospeso. E' la ragione per cui - senza pietà verso i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) fin dal primo giorno definiva l'accordo «revocable». Morale: a numeri bassi, come è accaduto l'inverno scorso, anche gli altri paesi hanno avuto tutto l'interesse a collaborare, a far bella figura a costo irrisorio. Ma con il ritorno dell'estate e dei numeri elevati, l'Italia si è ritrovata con i problemi di sempre. 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La nuova, allarmante tendenza è stata sperimentata dalla nave Open Arms, da due giorni in rada davanti al porto di Palermo: giovedì era accaduto con 76 migranti buttatisi in mare, ieri mattina il copione si è ripetuto con altri 48. E alla fine l'Italia ha ceduto, autorizzando lo sbarco anche dei 140 che restavano a bordo, trasferiti sulla Gnv Allegra in porto a Palermo per la quarantena. «Finalmente sono stati fatti scendere», ha commentato Riccardo Gatti, capo missione e direttore italiano di Open Arms, «non sappiamo perché abbiano perso tutto questo tempo. Immaginiamo per svuotare la nave quarantena. Ma questi ritardi e le chiusure dei porti, creano un'emergenza sull'emergenza. A bordo non avevamo più cibo e la situazione era critica. Per fortuna questa attesa è finita». L'atmosfera da «fate presto» (uno slogan buone per tutte le occasioni e sempre prodromico delle peggiori fregature) era del resto stata creata già dalle ore precedenti. A cominciare dai social: «Un'altra mattina senza sbarco per i disperati della Open Arms. Altre 48 persone si tuffano in mare. Un'altra richiesta di assistenza dall'equipaggio di Sea Watch 4. Per quanto tempo giocheremo a questo gioco vergognoso e pericoloso, Europa?», twittava l'account di Sea-Watch International. E Open Arms It rilanciava: «Siamo ancora di fronte a Palermo senza poter sbarcare né avere alcuna indicazione. A bordo la sofferenza aumenta, degli ospiti e dell'equipaggio. Altre 48 persone si sono gettate in acqua. #Unportosicurosubito». Il fondatore dell'Ong, lo spagnolo Oscar Camps, diffondeva anche un video con i migranti che dalla nave si tuffavano in acqua. Tutti dotati di giubbotto salvagente. Ed è una fortuna, ovviamente. Ma è anche una circostanza che forse merita qualche attenzione: a meno che i giubbotti di salvataggio non siano stati saccheggiati con la forza, infatti, c'è da pensare che a fornirli siano stati i volontari della Ong. Il tuffo in acqua era forse programmato a mo' di cinico strumento di pressione? Non lo sappiamo, anche se, come ha riportato ieri La Verità, il sospetto serpeggiante fra le autorità italiane parrebbe essere proprio questo. Lo stesso iter seguito dalla Open Arms sembrerebbe indicarlo, a cominciare da quanto visto a largo delle acque maltesi: dopo il solito diniego dalle autorità della Valletta allo sbarco, alcuni immigrati si sono buttati giù dalla nave. Ed è proprio a quel punto che Roma ha concesso alla nave spagnola di dirigersi verso Palermo, con l'ordine di tenersi ad almeno cinque miglia dalla costa, in attesa di successive indicazioni. Una volta che la Open Arms è giunta di fronte al porto siciliano, il copione si è ripetuto, stavolta in grande stile: 76 tuffi. Persone che ovviamente le autorità sono tenute a salvare, come è giusto che sia. A meno che, tuttavia, il gesto di apparente disperazione non sia un'arma di ricatto politico nei confronti di uno Stato sovrano che protegge, peraltro in maniera assai platonica, i propri confini. Sta di fatto che ieri, come detto, altri 48 migranti, perfettamente equipaggiati, hanno tentato la «mossa della disperazione». Avendo, alla fine, ragione delle leggi italiane. E i social di Open Arms hanno festeggiato: «10 giorni dopo aver soccorso 276 persone in acque internazionali e dopo aver raggiunto una situazione limite a bordo, l'Italia autorizza sbarco dei 140 naufraghi, che trascorreranno la quarantena su nave Allegra». Una chiosa quasi stizzita, a dirla tutta. Resta comunque da capire se ora la prassi del tuffo ricattatorio sia diventata la normalità con cui dovremo fare i conti da qui in avanti. E se i sospetti su di un'azione pianificata con qualcuno per forzare i confini italiani troveranno conferma. Nel frattempo, per non farci mancare nulla, una settantina di clandestini sono stati rintracciati sul Carso triestino. Si tratta di migranti che hanno viaggiato lungo la cosiddetta «rotta balcanica». Tutte le persone rintracciate sono maschi, in parte di nazionalità afghana, in parte provenienti dal Bangladesh. I migranti irregolari sono stati portati in commissariato a Fernetti (vicino al confine con la Slovenia) dove sono in corso le procedure per l'identificazione. 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Italia del 23 febbraio 2012. Con questa sentenza, infatti, la Corte di Strasburgo ritenne l'Italia responsabile di violazione del divieto, previsto da una specifica norma internazionale, delle «espulsioni collettive», equiparando ad esse i «respingimenti collettivi», tra i quali veniva fatto rientrare quello costituito, nel caso specifico, dal riaccompagnamento coattivo sulle coste della Libia, dalle quali erano partiti, di un gruppo di «migranti» raccolti in acque internazionali, a seguito di una richiesta di soccorso, da unità della marina militare italiana. In tal modo, secondo la Corte, sarebbe stata indebitamente preclusa, a quelli tra i «migranti» (nessuno dei quali identificato) che avessero avuto l'intenzione di chiedere l'ammissione ad una qualche forma di protezione internazionale, la possibilità di raggiungere il territorio italiano e quindi di presentare alla competenti autorità italiane la relativa richiesta. Ora, appare evidente che alla luce (si fa per dire) di una tale pronuncia dovrebbe giungersi ad una conclusione palesemente assurda: quella, cioè, per cui ogni singolo Stato, pur avendo, teoricamente, in base ad un elementare ed indiscusso principio di diritto internazionale, il potere di vietare l'ingresso nel proprio territorio a chiunque non abbia valido titolo per esservi ammesso, dovrebbe, di fatto, rinunciarvi, astenendosi dal respingere tutti coloro che, in ipotesi, si presentassero in massa alla sua frontiera o addirittura venissero intercettati (come nel caso suindicato), nel tentativo di raggiungerla; e ciò sol perché tra di essi potrebbero esservene alcuni, pochi o molti che siano, intenzionati a presentare domanda di protezione internazionale e ad acquisire in tal modo, secondo la vigente normativa europea, il diritto a non essere allontanati fino a che sulla stessa domanda non sia stato provveduto dalla competente autorità. Vi è però da dire che di questa assurdità ha mostrato, in qualche modo, di rendersi conto, pur senza confessarlo esplicitamente, la stessa Corte di Strasburgo, la quale, con una successiva sentenza del 13 febbraio 2020, N.D. ed N.T c. Spagna, ha respinto il ricorso proposto contro la Spagna da alcuni «migranti» i quali, avendo tentato, con numerosi altri, di superare di forza la recinzione posta a difesa delle città spagnole di Ceuta e Melilla, erano stati respinti in massa, «manu militari», dalla Guardia civile spagnola nel territorio marocchino, dal quale provenivano. A sostegno di tale decisione la Corte, pur confermando, in linea di principio, i presupposti in diritto della sentenza Hirsi (da ritenersi validi, a suo giudizio, anche nel caso in cui il confine che si vuole superare non sia quello di mare ma quello di terra), ha tuttavia aggiunto che, in sostanza, non può ritenersi illegittimo il respingimento collettivo quando siano stati gli stessi «migranti» ad avergli dato colpevolmente causa; il che avviene, in particolare, quando essi non abbiano inteso avvalersi delle possibilità che, in concreto, avrebbero avuto di presentare le loro eventuali richieste di protezione internazionale nei modi legali previsti dallo Stato al quale tali richieste avrebbero dovuto essere rivolte. Nel caso in discorso, sempre secondo la Corte, l'esistenza di quelle possibilità sarebbe stata da riconoscere, giacché i «migranti», oltre a presentare le richieste in questione al valico di frontiera esistente fra il territorio spagnolo e quello marocchino, avrebbero potuto validamente presentarle, in base alla legislazione spagnola, anche a qualsiasi rappresentanza diplomatica o consolare della Spagna nel mondo. Ed è a quest'ultimo proposito che la pronuncia della Corte di Strasburgo potrebbe essere oggetto di interesse anche per il nostro Paese, considerando che la legislazione italiana, a differenza di quella spagnola, non prevede la possibilità che le richieste di protezione internazionale siano presentate presso le rappresentanze diplomatiche o consolari all'estero, ma impone (art. 6 del D.L.vo n. 25/2008) che la presentazione avvenga presso la polizia di frontiera all'atto dell'ingresso del richiedente nel territorio nazionale ovvero presso la questura del luogo di dimora, in Italia, dello stesso richiedente. In tali condizioni un eventuale respingimento di «migranti» intercettati o soccorsi in mare verso le coste del Paese di provenienza (anche se non fossero quelle della Libia, a ragione o a torto considerate «insicure») cadrebbe inesorabilmente sotto la mannaia della Corte di Strasburgo, in applicazione dei principi da essa affermati con la sentenza Hirsi e non contraddetti, come si è visto, con la successiva sentenza del 13 febbraio 2020. Ma la conclusione dovrebbe essere, a rigore, diametralmente opposta, sulla base di quanto aggiunto con detta ultima sentenza, se anche nella legislazione italiana, come in quella spagnola, fosse consentita la presentazione delle richieste di protezione internazionale presso la rappresentanze diplomatiche e consolari all'estero. Sarebbe quindi ragionevole attendersi che di una semplice e indolore modifica in tal senso della vigente normativa italiana si facesse carico un governo che, al di là di ogni condizionamento ideologico, fosse realmente preoccupato di ricercare tutti i modi possibili per stroncare il fenomeno dell'immigrazione irregolare; il che significherebbe, al tempo stesso, stroncare la deprecata (a parole) ignobile attività degli organizzatori a pagamento dei «viaggi della speranza» dalle coste settentrionali dell'Africa al territorio italiano. Ma far conto, di questi tempi, sulla capacità di un governo come quello italiano di assumere iniziative ragionevoli, specialmente in tema di immigrazione, equivarrebbe, purtroppo, a credere nella Befana.
Un piccolo reattore modulare sperimentale di Newcleo (Ansa). Nel riquadro Elisabeth Rizzotti, cofondatrice della società che progetta e sviluppa reattori di quarta generazione
Ha lanciato il sasso e riaperto il capitolo dell’energia atomica. Giorgia Meloni di fronte al mondo industriale italiano ha affermato che per il governo il nucleare è la soluzione più pulita ed efficace, tecnologia su cui investire e accelerare. E per capire come sarebbero le centrali di nuova generazione, lo abbiamo chiesto a Elisabeth Rizzotti, co-fondatrice di Newcleo, start up dell’energia atomica.
Per affrontare il problema energetico, la premier Meloni ha rilanciato il nucleare in tema di sicurezza nazionale e ha annunciato una legge delega entro l’estate. Un quadro normativo accelerato è possibile?
«Giorgia Meloni ha acceso un faro su un tema importantissimo. Il disegno di legge delega rappresenta un segnale importante per il nostro settore. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo perduto, rimediare agli errori passati e ogni settimana è importante per farlo. La vera prova sarà istituire rapidamente l’Autorità per la sicurezza nucleare: senza di essa nessun progetto può partire e nessun investitore privato può impegnarsi seriamente nel nostro Paese. Anche Newcleo è pronta a realizzare progetti concreti con partner italiani già coinvolti e non vediamo l’ora di poter richiedere le prime autorizzazioni».
Come cambierebbe concretamente la roadmap industriale in Italia nei prossimi due anni?
«Ci sono differenti step che vanno rispettati. Nel momento in cui ci sarà un’Autorità per la sicurezza nucleare pronta ad accogliere le domande per realizzare reattori in Italia, saremo tra i primi a presentare la documentazione necessaria ad avviare il processo di autorizzazione. È qualcosa che abbiamo già fatto in Francia e che ci stiamo preparando a fare anche negli Stati Uniti. Operare in più di un Paese ci consente di vedere come diverse autorità di regolamentazione affrontano l’approvazione dei progetti nucleari. In Italia, il processo autorizzativo accelerato - il cosiddetto fast track previsto dal disegno di legge delega - è una misura che accogliamo con entusiasmo: portare in Italia l’esperienza maturata all’estero ci consentirà di autorizzare i progetti nel minor tempo possibile».
L’Italia ha chiuso le centrali nel 1987 e ribadito il no nel 2011. Quali condizioni politiche, normative e industriali servirebbero per costruire un vostro reattore sul territorio italiano entro il 2035?
«L’Italia è, come ha riconosciuto Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, ovvero l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, il Paese più nucleare tra i Paesi non nucleari. Sembra un gioco di parole ma, invece, non lo è. Abbiamo una filiera che ha dimostrato eccellenza e resilienza, con oltre 70 aziende specializzate che coprono l’intera catena di valore e un forte posizionamento internazionale. Manca solo il quadro normativo: un’Autorità per la sicurezza nucleare e un processo autorizzativo snello che mantenga al centro la sicurezza degli impianti. Gli Stati Uniti sono esemplari in questo senso e hanno stabilito di autorizzare il disegno di un reattore in 18 mesi, garantendo tutti gli standard di sicurezza internazionali. Con questi strumenti, il 2035 non è affatto un target ambizioso, ma un obiettivo che l’Italia può e deve darsi».
E quanto tempo sarebbe necessario per godere di benefici economici sulle bollette e i conti degli italiani?
«Prima di quanto si pensi. Con la quarta generazione stiamo passando da un nucleare pagato dai contribuenti a un nucleare finanziato dai privati, ponendo al centro la sicurezza a lungo termine degli impianti, la loro sostenibilità finanziaria e i benefici per gli utenti finali – e quindi il costo per il consumatore. I nostri reattori sono intrinsecamente sicuri, più piccoli, meno costosi, e possono essere costruiti in circa tre anni. I numeri di Confindustria ci dicono già oggi qual è il costo dell’assenza del nucleare: nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato l’energia quasi il 30% in più della media europea. Un mix energetico senza nucleare è strutturalmente più costoso. Dotarsi di questa tecnologia è quindi una scelta che va ben oltre l’energia: è una questione di competitività industriale e di autonomia strategica per il nostro Paese».
Newcleo punta sui reattori a piombo fuso e sul combustibile da scorie riprocessate. Faccio l’avvocato del diavolo, perché questa tecnologia dovrebbe convincere chi oggi associa il nucleare alle tragedie di Chernobyl e Fukushima?
«I nostri reattori affrontano due sfide fondamentali per la percezione e l’immagine del nucleare: la sicurezza e il riciclo dei materiali radioattivi. Si tratta di una tecnologia passivamente sicura, che elimina il rischio di incidenti gravi. Semplificando, in caso di blackout, il piombo aumenta di temperatura e spegne il reattore senza intervento umano per la fisica stessa. In secondo luogo, sono reattori “veloci”, pensati per funzionare con combustibile prodotto a partire da materiali radioattivi riprocessati, vale a dire le cosiddette scorie. In questo modo possiamo non solo contribuire alla gestione efficace di questi materiali, ma gli diamo anche nuova vita riducendo il quantitativo di scorie da stoccare e, soprattutto, la loro radioattività nel tempo».
Ci spiega come funziona il vostro impianto?
«A parte per gli aspetti tecnologici legati all’utilizzo del piombo, un nostro reattore è simile ad altri reattori. Al centro si trova il combustibile nucleare che, attraverso la fissione degli atomi, si scalda. A sua volta, questo calore scalda il piombo liquido all’interno del reattore, che poi lo trasferisce ad un generatore che produce vapore veicolato successivamente in una turbina per produrre elettricità. In parole semplici, è come un grande bollitore collegato ad una dinamo che accende una lampadina».
Avete raccolto oltre un miliardo di euro da investitori privati. Che ruolo dovrebbe avere lo Stato - italiano o europeo - nel finanziare il nucleare di nuova generazione, e quanto pesano i ritardi burocratici rispetto a concorrenti cinesi e americani?
«La raccolta dimostra che il mercato crede in questa tecnologia. Il ruolo del pubblico rimane però essenziale per abilitare il privato, non per sostituirlo: per ogni euro ricevuto dal pubblico ne abbiamo raccolti 34 dai privati. L’Europa ha individuato i bisogni del settore, ma manca ancora un piano chiaro di policy e di finanziamento - la Strategia sui Piccoli Reattori Modulari prevede fino a 200 milioni in garanzie dal Fondo per l’innovazione entro il 2028 per tutti i progetti europei, inclusi quelli che guardano alla fusione, mentre Newcleo da sola ha raccolto oltre un miliardo. Capisce che la matematica non gira? Apprezziamo la determinazione del governo italiano su questo dossier, e mi aspetto ora lo stesso coraggio a Bruxelles: la burocrazia europea rischia di essere il nostro vero concorrente».
Perché la decisione di Newcleo di quotarsi negli Usa?
«Il Nasdaq è da sempre lo sbocco naturale per chi vuole fare innovazione. È il listino al mondo che raccoglie più capitali per lo sviluppo di tecnologie innovative. Basti pensare alle grandi aziende che lo hanno scelto: Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Google, Tesla. Negli Stati Uniti c’è una disponibilità di capitali per l’innovazione 100 volte maggiore rispetto all’Europa. Per la nostra ambizione il Nasdaq era l’unico listino adatto».
I critici sostengono che i piccoli reattori modulari non raggiungeranno mai costi competitivi con eolico e solare: l’esempio, sempre citato, è quello spagnolo dove l’energia alternativa copre il 20% del fabbisogno nazionale…
«È una domanda legittima, ma i dati ci dicono qualcosa di importante. Il vero costo dell’energia non è solo il prezzo di produzione, ma il costo di sistema: le rinnovabili richiedono accumuli, infrastrutture di bilanciamento e capacità di riserva che pesano su tutti i consumatori. Non si tratta di scegliere tra nucleare e rinnovabili: si tratta di costruire un sistema energetico completo, e il nucleare può integrare le rinnovabili rendendo il sistema più sostenibile e competitivo».
Cosa direbbe a chi pensa che il nucleare di quarta generazione sia l’ennesima illusione che arriverà troppo tardi e costerà troppo?
«Risponderei che la tecnologia esiste ed è già stata provata. Noi affrontiamo la sfida industriale e ingegneristica di combinare tecnologie esistenti per produrre energia a prezzi competitivi. All’inizio del Novecento c’era chi affermava che l’automobile sarebbe stata solo una moda passeggera. Negli anni Novanta pensare che tutti avremmo avuto un cellulare in grado di connettersi ad internet sembrava fantascienza. Eppure, la forza di chi ha avuto il coraggio di andare avanti anche di fronte alle sfide più grandi è ciò che oggi consente a tutti, detrattori originali inclusi, di godere dei vantaggi delle grandi innovazioni».
La Meloni ha legato nucleare e competitività delle imprese, puntando il dito contro l’Europa: è d’accordo?
«La presidente Meloni ha ragione: l’energia è competitività, e la competitività è sovranità. Accelerare sul nucleare significa restituire alle imprese italiane le condizioni per competere ad armi pari in Europa e nel mondo e questo governo sta finalmente dando i segnali giusti».
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Damiano Tommasi (Ansa)
Le siamo grati, caro sindaco, per aver voluto dare questo segnale forte. C’era stato qualche precedente, anni fa, in altre città, ma è adesso, e a Verona, che l’allarme democratico suona forte: chi non vede i manipoli di camicie nere che marciano compatti verso l’ufficio Passi Carrabili? Pugnale, fez e autorizzazione ministeriale: sono i nuovi arditi del divieto di sosta. Vanno fermati in ogni modo. Prima di tutto facendo loro firmare, per l’appunto, l’apposita dichiarazione: chi vuole transitare dal portone di casa deve «riconoscersi nei valori della Costituzione e ripudiare il fascismo». Altrimenti resta bloccato in cortile. A cantare Faccetta nera, aspetta e spera che il carro attrezzi s’avvicina.
Questa iniziativa ci conforta, caro sindaco, perché da un po’ di tempo non avevamo più sue notizie. Quando giocava a calcio lo chiamavano «Chierichetto» oppure «Anima candida», da quando è primo cittadino la chiamano «Fantasma». A parte una apparizione al Gay Pride, noto tempio dei valori cattolici a lei cari, e a parte il tentativo di trasformare in eroe Moussa Diarra, un immigrato ucciso mentre seminava il panico in stazione e cercava di aggredire i poliziotti, poco altro. Tanto che nell’ultima classifica di gradimento dei sindaci italiani è arrivato 91esimo su 96. Sestultimo. Un altro potrebbe dire anche «me ne frego», ma lei come fa? C’è il rischio che poi si debba vietare da solo di uscire dal portone di casa.
Nato a Negrar in Valpolicella, 52 anni, 6 figli, perito commerciale, ex calciatore professionista, dieci anni nella Roma, 25 presenze in Nazionale, già presidente del sindacato dei calciatori, lei ci ha inondato fino alla nausea con la sua retorica buonista: don Milani, il rifiuto della naja, il lavoro a Telepace... Però appena arrivato al potere si è dimostrato tutt’altro che Anima Candida: infatti ha subito cacciato gli amministratori della municipalizzata dell’energia che avevano come unica colpa quella di non essere di sinistra. E l’ha fatto così maldestramente che il Comune è stato condannato a risarcirli con 200.000 euro. Tanto che importa? Mica sono soldi suoi.
A proposito di soldi. Lei ama dichiararsi sempre solidale con gli immigrati. E un giorno ha confessato il perché: «So cosa vuol dire sono stato emigrante anch’io. Infatti sono stato il primo calciatore ad andare in Cina». Certo: si è dimenticato di dire che come emigrante in Cina la pagavano 40.000 dollari al mese, ma non si può avere tutto dalla vita. Ogni cosa va conquistata. Per esempio: da oggi a Verona il passo carrabile va conquistato dichiarandosi antifascisti. O bella ciao. Partigiano portami via. Ma soprattutto porta via la macchina in divieto di sosta.
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Nel riquadro Alberto Chierici, esperto di sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale (iStock)
Alberto Chierici, nato in Italia, vive e lavora a Sydney in un istituto che studia sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale. Come imprenditore, sta avviando una startup che si chiama Aqura (aqurastudio.com) e si propone di intercettare uno degli snodi più delicati: come far «avanzare» marchi, contenuti, idee, aziende nelle risposte dei chatbot e nella cosiddetta IA «agentica», cioè l’insieme di applicazioni che sempre più manderanno mail, comporranno agende, disporranno pagamenti, scriveranno documenti per noi.
In cosa consiste l’idea centrale di Aqura e chi c’è dietro?
«Il progetto nasce con un’amica italiana con 18 anni di esperienza in marketing e marchi globali e il nome sta per Adaptability quotient. Nelle enormi incertezze sul futuro del lavoro, una cosa è molto chiara: a tutti sarà chiesto un alto quoziente di adattabilità. A questa sigla, Aq, abbiamo aggiunto il suono della parola “cura”: vogliamo creare un servizio di marketing, automatizzato dove serve, ma dove manteniamo questo livello di “cura” perché l’IA non arriva a tutto. C’è sempre un 10% dove l’umano fa tutta la differenza».
Concretamente cosa fate?
«Prima un audit sulla visibilità online della persona o del marchio, poi suggerimenti per una strategia».
Che tipo di sforzo occorre fare per «sedurre» gli algoritmi di Chatgpt e soci?
«Ogni applicativo funziona in modo molto diverso, ma avendo algoritmi poco trasparenti si fa fatica a capire come: bisogna fondamentalmente usarli. Noi ci concentriamo su Chatgpt, Claude, Gemini, Google AI mode e Perplexity. Questi cinque citano fonti diverse e hanno motori di ricerca sottostanti diversi: l’opacità di funzionamento non permette visibilità piena ma solo valutazione dei risultati. Quello che è utile fare, quindi, è studiarli e vedere come cambia la narrazione di un marchio da sistema a sistema. A seconda di queste differenze, i contenuti vanno ottimizzati organizzandoli come risposta alla domanda che si suppone l’utente ponga ai chatbot o agli “agenti”».
Alla luce di questo, che futuro hanno motori di ricerca e i siti? Spariranno?
«Non penso. Ritengo più probabile lo sviluppo di due Internet paralleli: uno per agenti dell’IA e uno per gli utenti umani. Lo stesso sito dovrà avere sempre più una duplice fruibilità. A livello grafico e di interfaccia resteranno caratteristiche fruibili da uomini e donne, ma con un sottostante di codice invisibile all’utente ma decisivo per essere letto e utilizzato dall’IA agentica».
Può farci un esempio di come funzioni un’IA agentica?
«Ho appena sentito il racconto in prima persona di un imprenditore che stava provando Codex, un applicativo di OpenAI per scrivere in codice. Avendo necessità di assumere un manager nell’ambito Formazione e sviluppo dell’IA, ha provato a usare Codex chiedendo a questo “agente” di saltare i passaggi classici di ricerca del personale (apertura di una posizione, selezione curriculum, colloqui), trovandogli direttamente un profilo adatto alle necessità. In poco tempo ha avuto un nome e cognome, e dopo una cena questa persona è stata assunta. Credo spieghi bene quanto sarà sempre più necessario essere “raccontati” in maniera corretta e fedele online».
In che tipo di «rapporto» sono le IA con i social network? Ci sono social più utili o efficaci per “apparire” sui chatbot?
«Alcuni hanno un grado di affidabilità più alto: per esempio, Reddit è molto controllato dagli utenti rispetto al rischio di fake news. Linkedin ha incentivi a essere professionali e credibili più alti rispetto, per esempio, a Facebook. Anche Substack, dopo Wikipedia, sta emergendo come piattaforma interessante per lo “sguardo” dell’IA».
Che tipo scrittura «vince» da questo punto di vista rispetto a quella forgiata per i motori di ricerca con il Seo?
«Chi scrive deve chiedersi a che domanda risponda il suo articolo, esplicitandola nel testo. La firma deve sempre contenere una mini biografia, così si associano meglio contenuto ed esperienza dell’autore. Consiglio sempre di studiare le domande fatte dagli utenti nell’ambito di interesse. Un approccio pigro valuta le domande simulate dai LLM e modella le risposte in base a queste e non a quelle reali».
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Il ministro degli Affari Esteri canadese Anita Anand (a destra) dà il benvenuto al ministro degli Esteri cinese Wang Yi (a sinistra) prima del loro incontro a Ottawa (Ansa)
«Il rapporto economico tra Canada e Cina è significativo», ha aggiunto. Nell’occasione, ha anche asserito che il Canada punta ad aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro il 2030.
Insomma, il governo di Mark Carney conferma la sua linea di progressivo avvicinamento a Pechino: una strategia con cui il premier canadese punta a controbilanciare gli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca l'anno scorso, i rapporti tra Washington e Ottawa si sono fatti particolarmente tesi (soprattutto su commercio e fentanyl).
Certo, il premier dà a intendere di voler salvaguardare il rapporto con gli Usa. Appena giovedì scorso, parlando a New York, si è infatti detto favorevole a realizzare una «nuova partnership» con Washington. Tuttavia, è chiaro come Carney stia portando avanti una linea sempre più filocinese. Non a caso, a gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e firmare contestualmente un accordo di natura commerciale.
Ottawa sa del resto bene che, nella sua volontà di rilanciare la Dottrina Monroe, Trump punta ad arginare il più possibile l’influenza cinese sull’Emisfero occidentale. Sotto questo aspetto, Carney ha quindi intenzione di rompere le uova nel paniere all’inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, la linea del premier canadese sta creando delle fibrillazioni in politica interna. Il Partito conservatore sta infatti criticando l'eccessiva vicinanza a Pechino dell'esecutivo di Ottawa.
Insomma, non è escluso che le tensioni tra Carney e Trump possano presto riemergere. D’altronde, la riedizione della Dottrina Monroe rappresenta uno dei principali capisaldi della politica estera dell’attuale Casa Bianca, proprio perché chiama in causa la crescente competizione geopolitica e tecnologica di Washington nei confronti di Pechino.
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