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2018-06-06
L’Italia fa saltare il trappolone su Dublino
ANSA
Lo sport nazionale, negli ultimi giorni, è il tiro al Salvini. Non che prima i giornali ci andassero leggeri con il segretario della Lega. Ma da quando è diventato ministro dell'Interno l'assalto è totale e continuo. In particolare, gli viene rimproverato di essere sopra le righe, di utilizzare toni che non si addicono (a un rappresentante delle istituzioni italiane. Poi, ovviamente, c'è il consueto corollario di insulti pavloviani: fascista, razzista, estremista eccetera. Farsi largo nella montagna di sterco che i media hanno riversato su Salvini non è semplice, ma vale la pena tentare di fare un po' di chiarezza.
Tanto per cominciare, il neo inquilino del Viminale un primo successo l'ha ottenuto. «La riforma del regolamento di Dublino è morta», ha dovuto ammettere ieri, a Lussemburgo, il segretario di stato all'Asilo belga Theo Francken. Salvini non si è presentato di persona al vertice di ministri europei, ma ha fatto sapere chiaramente quale fosse la posizione dell'Italia. Nonostante le insistenze di Francia e Germania nelle settimane passate, la linea italiana ha trovato parecchi riscontri positivi. Spagna, Austria, Romania, Ungheria, Slovenia e Slovacchia si sono opposte al nuovo trattato. Persino la Germania - per motivi diversi dai nostri - ha dato parere contrario. Dunque è saltata una modifica che avrebbe parecchio danneggiato il nostro Paese, costringendolo a farsi carico per ben dieci anni di tutti gli stranieri arrivati via mare.
Certo, la questione non è ancora risolta. Bisognerà tornare ai tavoli europei e riprendere i negoziati. Ma un primo passo avanti è stato compiuto. L'atteggiamento è cambiato rispetto agli anni passati, quando i governi si limitavano a fare la voce grossa in patria e poi, in sede Ue, firmavano qualunque carta si trovassero sotto il naso.
Segno che, a volte, fare la voce grossa serve. Anche perché, in questi anni, i sorrisi, le pacche sulle spalle e i «rapporti cordiali» con gli alti papaveri europei non ha portato grandissimi risultati. Abbiamo assistito a una sfilza infinita di vertici da cui usciva sempre lo stesso invito rivolto agli italiani: arrangiatevi.
Adesso la musica deve cambiare, se non altro perché l'Italia, una volta tanto, non è da sola. Può contare sugli alleati del blocco di Visegrad e su un paio di altri Paesi non del tutto irrilevanti. E ciò è vitale, visto che, in Europa, chi non fa massa viene trattato a martellate nei denti.
Salvini è stato ferocemente attaccato anche per via delle parole pronunciate sulla Tunisia. «È un Paese libero e democratico», ha detto giorni fa, «che non sta esportando gentiluomini ma spesso e volentieri esporta galeotti». A leggere i giornali di ieri, sembrava che queste parole avrebbero scatenato la terza guerra mondiale. Cosa che, con tutta evidenza, non è accaduta. Il Corriere della Sera si disperava, spiegando che la scarsa diplomazia salviniana avrebbe causato «nuovi sbarchi» e avrebbe indotto i tunisini a rifiutare i circa 80 rimpatri settimanali che vengono attualmente effettuati. Beh, sinceramente tutto questo sono un po' strano. Forse, tra Italia e Tunisia, dovrebbe essere il nostro Paese a trovarsi in posizione di forza. Non dovremmo subire i ricatti dei nordafricani, semmai imporre la nostra linea.
Anche perché non risulta che i rapporti di amicizia costruiti dai precedenti governi abbiano fermato gli arrivi. Anzi, negli ultimi mesi i tunisini sono in cima alla lista degli immigrati giunti qui. Per la precisione, dall'inizio dell'anno a ieri ne sono arrivati 2.889. Magari è ora di far capire al governo tunisino che qualcosa non va, non credete? Tra l'altro, a dire che sulle coste italiane sarebbero giunti ex galeotti e perfino jihadisti sono state proprio, nell'ottobre scorso, le autorità tunisine. Le stesse che adesso simulano indignazione.
Infine, vale la pena di soffermarsi un momento su un'altra vicenda. Ovvero la morte di Soumayla Sacko, il ventinovenne bracciante del Mali ucciso a colpi di fucile sabato sera a San Calogero, in Calabria. C'è chi ha dato la colpa al «clima di odio» scatenato da questo governo. C'è chi ha crocifisso il solito Salvini, colpevole di avere detto che per i clandestini è finita la pacchia. In realtà, il ministro ha fatto bene a parlare a ragion veduta, poiché la situazione era decisamente poco chiara. Ora si sa che il razzismo non c'entra nulla. Gli investigatori stanno indagando su un calabrese di 43 anni, ma sembra che la pista da seguire non sia quella della criminalità organizzata. Sono mesi che i «barbari populisti» spiegano quanto l'immigrazione di massa stia arricchendo le mafie e stia creando un esercito di schiavi. Adesso ne abbiamo l'ennesima prova. «Gli ammassi, le baraccopoli e i ghetti portano inevitabilmente allo scontro sociale», ha detto Salvini, e ha ragione.
È per eliminare situazioni di questo tipo che servono, per esempio, i rimpatri, sui quali - come prevedibile - si è scatenata un'ulteriore bagarre. Forse nessuno ricorda che è stata l'Unione Europea a intimarci più volte di rimandare a casa loro gli immigrati irregolari. Persino il già citato belga Theo Francken, ieri, ha invitato il nostro esecutivo a «smettere di accettare le imbarcazioni di migranti» onde non favorire il traffico di esseri umani e impedire alle mafie «di arricchirsi».
Certo, accusare i nuovi governanti di essere schifosi razzisti - come fanno Vauro, Roberto Saviano e soci - è molto semplice. Ma la realtà dice che la famigerata «linea dura» salviniana può portare benefici non solo agli italiani, ma anche a quei migranti che lavorano come bestie nei campi. Solo che, per alcuni, ammetterlo è difficile: ci vuole troppa dignità per riconoscere di aver sbagliato.
Francesco Borgonovo
L’Italia diventa capofila del fronte anti Dublino. E convince pure la Merkel
Il Trattato di Dublino non piace a nessuno, ma per ora manca l'accordo per modificarlo. Fumata nera, perciò, dal vertice dei ministri dell'Interno europei svoltosi a Lussemburgo, dove si discuteva la proposta di revisione del Trattato formulata dalla presidenza bulgara del Consiglio Ue per gli Affari interni. Una bozza che non è piaciuta al gruppo di Visegrad, al fianco del quale si è schierato il neo-ministro italiano Matteo Salvini, insieme all'Austria, alla Spagna e, sorprendentemente, alla Germania. Il segretario di Stato tedesco Stephen Mayer, infatti, ieri ha fatto sapere che il suo Paese, pur aperto «a una discussione costruttiva», tuttavia non avrebbe accettato le modifiche suggerite dal Consiglio.
Il ministro dell'Interno austriaco Herbert Kickl, annunciando che a settembre realizzerà «una piccola rivoluzione copernicana» nel sistema dell'accoglienza, ci ha tenuto a sottolineare che l'Italia è ormai diventata «un alleato forte» nel contrasto all'invasione. Per il ministro svedese Helene Fritzon, invece, il naufragio della riforma, che il segretario all'asilo belga Theo Francken, esprimendo sostegno alla linea di Salvini, ha definito già «morta», va attribuito alle «elezioni delle destre in Europa», in cui si respira «un clima politico più duro». La verità è che le modifiche di Dublino valutate nel Granducato erano peggiorative, molto lontane da quelle avanzate dal Parlamento di Strasburgo (sulle quali, comunque, gli eurodeputati leghisti hanno scelto l'astensione in aula).
Il documento redatto dalla presidenza bulgara si basava sul concetto di «fair share», cioè di una «quota equa» di immigrati da ripartire fra i vari Stati europei, calcolata in relazione al Pil e al numero di abitanti della singola nazione. Per l'Italia, ad esempio, la fair share ammontava al 13.7% del totale delle richieste di asilo europee, un po' più della Spagna (11%), ma meno di Francia (18%) e Germania (25%). A questo conteggio bisognava aggiungere un meccanismo di riallocazione, volontario se il numero di arrivi avesse superato il 160% dell'anno precedente, obbligatorio se invece gli ingressi avessero sforato per più di due anni il 180%. Tuttavia, la riforma di Dublino concepita dal Consiglio per gli Affari interni prevedeva anche un sistema di compensazione per gli Stati che avessero rifiutato le quote: fino a 35.000 euro a migrante non accolto, un espediente che in teoria avrebbe consentito al gruppo di Visegrad di comprare letteralmente l'impermeabilità delle proprie frontiere.
Il vertice di Lussemburgo, inoltre, doveva affrontare il nodo dell'immigrazione interna all'Unione europea, problema sollevato dall'Olanda. Quest'ultima lamenta che il 95% dei migranti giunti nel Paese provenga da altri Stati dell'area Schengen. La revisione degli accordi di Dublino aumentava a 10 anni, dagli attuali 18 mesi, la cosiddetta «responsabilità stabile per la procedura di ingresso del cittadino di un Paese terzo»: in pratica, veniva prolungato il periodo in cui la nazione di approdo era tenuta ad occuparsi dell'accoglienza, in attesa che gli altri Paesi processassero le richieste d'asilo. Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta avevano chiesto un allungamento dei tempi non superiore ai due anni, mentre addirittura la Commissione Ue voleva che la responsabilità stabile diventasse permanente.
Si capisce perché la proposta della presidenza bulgara del Consiglio, nel tentativo di mediare tra le varie «anime» dell'Europa, abbia finito con lo scontentare tutti. Gli Stati dell'Est rimangono diffidenti verso il criterio delle quote. Quelli del Nord vorrebbero tutelarsi dall'immigrazione interna alla Ue. Il fronte mediterraneo è attanagliato dalla grana del primo approdo, ma non è compatto: un secco no alla riforma esposta nel granducato è arrivato da Italia e Spagna, mentre la Grecia e Cipro restano dialoganti.
Agli oneri dei Paesi di primo ingresso porrebbe quasi fine la proposta dell'Europarlamento, che si prefigge di far scattare la redistribuzione sin dal momento dello sbarco, anche se le quote permanenti non paiono adeguate a ovviare a eventuali emergenze, diversamente dagli scaglioni della bozza bulgara. Secondo il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, la formula ideata dall'aula di Strasburgo «è l'unica che mette insieme fermezza e solidarietà» e che, di conseguenza, può incontrare il favore dei vari Stati. Per questo, Tajani ieri ha indirizzato una missiva al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, chiedendogli di favorire uno «spirito di cooperazione» che permetta di «avviare un negoziato tra Consiglio ed Europarlamento ed avere una riforma» degli accordi di Dublino «basata sulla solidarietà».
Anche il contratto di governo gialloverde contiene spunti che piacciono all'Europa: l'allungamento del periodo di detenzione nei Centri di permanenza e l'accelerazione delle procedure di rimpatrio. Misure per cui è necessario stanziare cospicui fondi. Finora, però, a parte Salvini nessuno ha affrontato il vero tema: quello degli accordi bilaterali con i Paesi africani, il mezzo più efficace per ridurre le partenze e garantire protezione umanitaria a chi ne ha veramente diritto, ai sensi della Convenzione di Ginevra. Sulla diminuzione dei tempi di esame delle richieste d'asilo è stato lo stesso premier Conte, durante il suo discorso al Senato, ad assumere un impegno esplicito. Sul dossier immigrazione l'esecutivo, segnatamente la sua componente del Carroccio, si giocherà una partita cruciale dinanzi agli elettori.
Alessandro Rico
Ora la Tunisia gioca a fare l’offesa Ma i galeotti ce li ha inviati davvero
Si sono offesi, i tunisini. La frase di Matteo Salvini sulla esportazione di galeotti sembra aver indispettito le autorità di Tunisi, che in una nota hanno espresso il loro «profondo stupore per le dichiarazioni del ministro degli Interni italiano sul dossier immigrazione». All'ambasciatore italiano, Lorenzo Fanara, convocato subito dopo le esternazioni di Salvini, il governo nordafricano ha spiegato che tali dichiarazioni «non riflettono la cooperazione tra i due Paesi nel campo della gestione dell'immigrazione e indicano una conoscenza incompleta dei vari meccanismi di coordinamento esistenti tra i servizi tunisini e italiani per affrontare questo fenomeno». Il diplomatico ha replicato che le parole di Salvini sono state prese «fuori dal contesto».
Lo stesso ministro dell'Interno si è detto pronto a «organizzare un incontro nel più breve tempo possibile con il collega ministro dell'Interno tunisino per rafforzare e rinsaldare i rapporti sul fronte immigrazione». All'aeroporto di Fiumicino, tuttavia, parlando con i cronisti, il titolare del Viminale ha chiarito che nessun passo indietro è stato fatto: «Io guardando i numeri ho detto che ci arrivano persone perbene e persone meno per bene, qualcuno in Tunisia si è offeso: sbagliano. Io non ho detto che chiunque venga dalla Tunisia sia un galeotto, ho detto che la Tunisia esporta anche galeotti, ma detto questo il mio obiettivo e lavorare più e meglio con il governo tunisino, perché è il Paese con cui funziona meglio l'accordo di riammissione». Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli, gli ha fatto eco: «Chi arriva in Italia non scappa dalla guerra, insegue un sogno occidentale. Sono dati empirici. Dalla Tunisia partano molte persone fuggite dalle carceri, è un dato acquisito e lo dicono anche le carte dell'intelligence».
Certo non aiuta alla serenità del dibattito il fatto che, proprio mentre infuria la polemica sulla rotta tra Tunisia e Italia, proprio al largo delle coste del Paese nordafricano ci sia stato un naufragio che, secondo le ultime notizie dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, avrebbe visto annegare almeno 100 persone. L'imbarcazione affondata sabato sera trasportava circa 180 migranti, tra cui 80 di diverse nazionalità africane. Un'immane tragedia, su cui tuttavia non si capisce che responsabilità abbia Salvini e che di sicuro non può cancellare, sull'onda emotiva del dramma, le problematiche relative a un'immigrazione incontrollata che, proprio su quella rotta, sembra davvero nascondere qualcosa di più della mera «ricerca della felicità» da parte di disperati e affamati.
Gli immigrati tunisini irregolari in Italia sono attualmente circa 40.000. Proviene da quel Paese il 21% di coloro che sono arrivati quest'anno: in totale, secondo il ministero degli Interni, 2.889 persone, prima nazionalità dichiarata in assoluto. Tutti galeotti? Ovviamente no, come peraltro ha precisato lo stesso Salvini. Ma che il governo di Tunisi continui a svuotare le carceri e non faccia nulla per trattenere in patria chi ne esce non è una fantasia xenofoba, bensì un dato conclamato. Il 23 luglio 2017 sono stati liberati 1645 carcerati, altri 1027 il 13 ottobre. Sono usciti dalle carceri di Mournaguia, Borj Amri e Siliana. Nell'ottobre 2017 La Stampa pubblicava un reportage dal Paese nordafricano, in cui venivano intervistati i professionisti delle traversate. «In questo momento i viaggi costano poco perché la Guardia costiera ci fa passare», diceva uno di loro. «È un gioco politico. Lo sanno tutti. Noi facciamo la nostra parte. Sono loro che decidono se il mare è aperto o è chiuso. Adesso è aperto. E noi andiamo. Ogni dieci ragazzi che carico, due sono appena usciti di prigione». Poco dopo aggiungeva che la maggior parte di quelli che trasportava erano «ventenni. Quelli che escono dal carcere sono quasi tutti consumatori di droga. Nessuno li prende più a lavorare, per questo se ne vogliono andare».
Del resto, lo scorso ottobre, poco dopo aver operato l'ennesimo indulto, furono proprio le autorità di Tunisi a lanciare l'allarme terrorismo, affermando che erano stati fermati circa 5.000 immigrati pronti a partire per le coste italiane, tra questi potevano infatti nascondersi potenziali jihadisti. Sappiamo che la gran parte degli arrivi dalla Tunisia avvengono tramite «sbarchi fantasma»: arrivi in numero ridotto, di notte, su imbarcazioni veloci e sicure, con viaggi che costano molto di più di quelli «ordinari» ma sono anche organizzati in modo molto diverso, spesso con basisti sul luogo d'arrivo. Insomma, la modalità di viaggio ideale per chi ha qualcosa da nascondere o sta tramando qualche piano criminale. Anche questo non lo dice Salvini. Nell'ultima relazione al Parlamento, gli 007 hanno segnalato che «rispetto agli arrivi dalla Libia, quelli originati dalla Tunisia presentano caratteri peculiari: prevedono sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». Nello scorso febbraio, il Guardian, spiegò che l'Interpol aveva una lista con i nomi di 50 sospetti combattenti dell'Isis, tutti di nazionalità tunisina, arrivati di recente in Italia. Il Viminale smentì, ma che il Paese nordafricano sia un santuario del terrorismo non è certo una novità, come ben sanno, per esempio, i berlinesi colpiti dalla furia di Anis Amri, il tunisino che il 19 dicembre 2016 fece 12 morti scagliandosi su un mercatino di Natale.
Giova comunque ricordare che, ex galeotti o meno, gli immigrati che arrivano dalla Tunisia non hanno diritto alla protezione internazionale. E, dato che c'è un accordo con Tunisi per i rimpatri, rimandarli a casa è possibile. Anche se una fonte anonima del ministero degli Affari sociali tunisino ha detto al giornale Le Quotidien che «in concreto non abbiamo un piano preciso per far fronte ad un rimpatrio massiccio dei nostri emigrati». Costruire nuove carceri e dire basta agli indulti potrebbe essere un primo passo.
Adriano Scianca
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Stampa scatenata contro Matteo Salvini per le frasi sull'immigrazione e gli spari di San Calogero In Europa l'aria sembra essere cambiata: segno che, a volte, anche alzare la voce serve a qualcosa.Il Trattato non piace a nessuno, anche se manca ancora l'accordo per cambiarlo Roma si schiera con Visegrad e Austria, ma anche Berlino «aggancia» i populisti.Lo scorso anno, il Paese nordafricano ha liberato 1645 carcerati in un'occasione e altri 1027 in un secondo indulto Era stata la loro intelligence ad avvertirci di soggetti pericolosi pronti a partire,Lo speciale contiene tre articoli Lo sport nazionale, negli ultimi giorni, è il tiro al Salvini. Non che prima i giornali ci andassero leggeri con il segretario della Lega. Ma da quando è diventato ministro dell'Interno l'assalto è totale e continuo. In particolare, gli viene rimproverato di essere sopra le righe, di utilizzare toni che non si addicono (a un rappresentante delle istituzioni italiane. Poi, ovviamente, c'è il consueto corollario di insulti pavloviani: fascista, razzista, estremista eccetera. Farsi largo nella montagna di sterco che i media hanno riversato su Salvini non è semplice, ma vale la pena tentare di fare un po' di chiarezza. Tanto per cominciare, il neo inquilino del Viminale un primo successo l'ha ottenuto. «La riforma del regolamento di Dublino è morta», ha dovuto ammettere ieri, a Lussemburgo, il segretario di stato all'Asilo belga Theo Francken. Salvini non si è presentato di persona al vertice di ministri europei, ma ha fatto sapere chiaramente quale fosse la posizione dell'Italia. Nonostante le insistenze di Francia e Germania nelle settimane passate, la linea italiana ha trovato parecchi riscontri positivi. Spagna, Austria, Romania, Ungheria, Slovenia e Slovacchia si sono opposte al nuovo trattato. Persino la Germania - per motivi diversi dai nostri - ha dato parere contrario. Dunque è saltata una modifica che avrebbe parecchio danneggiato il nostro Paese, costringendolo a farsi carico per ben dieci anni di tutti gli stranieri arrivati via mare. Certo, la questione non è ancora risolta. Bisognerà tornare ai tavoli europei e riprendere i negoziati. Ma un primo passo avanti è stato compiuto. L'atteggiamento è cambiato rispetto agli anni passati, quando i governi si limitavano a fare la voce grossa in patria e poi, in sede Ue, firmavano qualunque carta si trovassero sotto il naso. Segno che, a volte, fare la voce grossa serve. Anche perché, in questi anni, i sorrisi, le pacche sulle spalle e i «rapporti cordiali» con gli alti papaveri europei non ha portato grandissimi risultati. Abbiamo assistito a una sfilza infinita di vertici da cui usciva sempre lo stesso invito rivolto agli italiani: arrangiatevi. Adesso la musica deve cambiare, se non altro perché l'Italia, una volta tanto, non è da sola. Può contare sugli alleati del blocco di Visegrad e su un paio di altri Paesi non del tutto irrilevanti. E ciò è vitale, visto che, in Europa, chi non fa massa viene trattato a martellate nei denti. Salvini è stato ferocemente attaccato anche per via delle parole pronunciate sulla Tunisia. «È un Paese libero e democratico», ha detto giorni fa, «che non sta esportando gentiluomini ma spesso e volentieri esporta galeotti». A leggere i giornali di ieri, sembrava che queste parole avrebbero scatenato la terza guerra mondiale. Cosa che, con tutta evidenza, non è accaduta. Il Corriere della Sera si disperava, spiegando che la scarsa diplomazia salviniana avrebbe causato «nuovi sbarchi» e avrebbe indotto i tunisini a rifiutare i circa 80 rimpatri settimanali che vengono attualmente effettuati. Beh, sinceramente tutto questo sono un po' strano. Forse, tra Italia e Tunisia, dovrebbe essere il nostro Paese a trovarsi in posizione di forza. Non dovremmo subire i ricatti dei nordafricani, semmai imporre la nostra linea. Anche perché non risulta che i rapporti di amicizia costruiti dai precedenti governi abbiano fermato gli arrivi. Anzi, negli ultimi mesi i tunisini sono in cima alla lista degli immigrati giunti qui. Per la precisione, dall'inizio dell'anno a ieri ne sono arrivati 2.889. Magari è ora di far capire al governo tunisino che qualcosa non va, non credete? Tra l'altro, a dire che sulle coste italiane sarebbero giunti ex galeotti e perfino jihadisti sono state proprio, nell'ottobre scorso, le autorità tunisine. Le stesse che adesso simulano indignazione. Infine, vale la pena di soffermarsi un momento su un'altra vicenda. Ovvero la morte di Soumayla Sacko, il ventinovenne bracciante del Mali ucciso a colpi di fucile sabato sera a San Calogero, in Calabria. C'è chi ha dato la colpa al «clima di odio» scatenato da questo governo. C'è chi ha crocifisso il solito Salvini, colpevole di avere detto che per i clandestini è finita la pacchia. In realtà, il ministro ha fatto bene a parlare a ragion veduta, poiché la situazione era decisamente poco chiara. Ora si sa che il razzismo non c'entra nulla. Gli investigatori stanno indagando su un calabrese di 43 anni, ma sembra che la pista da seguire non sia quella della criminalità organizzata. Sono mesi che i «barbari populisti» spiegano quanto l'immigrazione di massa stia arricchendo le mafie e stia creando un esercito di schiavi. Adesso ne abbiamo l'ennesima prova. «Gli ammassi, le baraccopoli e i ghetti portano inevitabilmente allo scontro sociale», ha detto Salvini, e ha ragione. È per eliminare situazioni di questo tipo che servono, per esempio, i rimpatri, sui quali - come prevedibile - si è scatenata un'ulteriore bagarre. Forse nessuno ricorda che è stata l'Unione Europea a intimarci più volte di rimandare a casa loro gli immigrati irregolari. Persino il già citato belga Theo Francken, ieri, ha invitato il nostro esecutivo a «smettere di accettare le imbarcazioni di migranti» onde non favorire il traffico di esseri umani e impedire alle mafie «di arricchirsi». Certo, accusare i nuovi governanti di essere schifosi razzisti - come fanno Vauro, Roberto Saviano e soci - è molto semplice. Ma la realtà dice che la famigerata «linea dura» salviniana può portare benefici non solo agli italiani, ma anche a quei migranti che lavorano come bestie nei campi. 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Una bozza che non è piaciuta al gruppo di Visegrad, al fianco del quale si è schierato il neo-ministro italiano Matteo Salvini, insieme all'Austria, alla Spagna e, sorprendentemente, alla Germania. Il segretario di Stato tedesco Stephen Mayer, infatti, ieri ha fatto sapere che il suo Paese, pur aperto «a una discussione costruttiva», tuttavia non avrebbe accettato le modifiche suggerite dal Consiglio. Il ministro dell'Interno austriaco Herbert Kickl, annunciando che a settembre realizzerà «una piccola rivoluzione copernicana» nel sistema dell'accoglienza, ci ha tenuto a sottolineare che l'Italia è ormai diventata «un alleato forte» nel contrasto all'invasione. Per il ministro svedese Helene Fritzon, invece, il naufragio della riforma, che il segretario all'asilo belga Theo Francken, esprimendo sostegno alla linea di Salvini, ha definito già «morta», va attribuito alle «elezioni delle destre in Europa», in cui si respira «un clima politico più duro». La verità è che le modifiche di Dublino valutate nel Granducato erano peggiorative, molto lontane da quelle avanzate dal Parlamento di Strasburgo (sulle quali, comunque, gli eurodeputati leghisti hanno scelto l'astensione in aula). Il documento redatto dalla presidenza bulgara si basava sul concetto di «fair share», cioè di una «quota equa» di immigrati da ripartire fra i vari Stati europei, calcolata in relazione al Pil e al numero di abitanti della singola nazione. Per l'Italia, ad esempio, la fair share ammontava al 13.7% del totale delle richieste di asilo europee, un po' più della Spagna (11%), ma meno di Francia (18%) e Germania (25%). A questo conteggio bisognava aggiungere un meccanismo di riallocazione, volontario se il numero di arrivi avesse superato il 160% dell'anno precedente, obbligatorio se invece gli ingressi avessero sforato per più di due anni il 180%. Tuttavia, la riforma di Dublino concepita dal Consiglio per gli Affari interni prevedeva anche un sistema di compensazione per gli Stati che avessero rifiutato le quote: fino a 35.000 euro a migrante non accolto, un espediente che in teoria avrebbe consentito al gruppo di Visegrad di comprare letteralmente l'impermeabilità delle proprie frontiere. Il vertice di Lussemburgo, inoltre, doveva affrontare il nodo dell'immigrazione interna all'Unione europea, problema sollevato dall'Olanda. Quest'ultima lamenta che il 95% dei migranti giunti nel Paese provenga da altri Stati dell'area Schengen. La revisione degli accordi di Dublino aumentava a 10 anni, dagli attuali 18 mesi, la cosiddetta «responsabilità stabile per la procedura di ingresso del cittadino di un Paese terzo»: in pratica, veniva prolungato il periodo in cui la nazione di approdo era tenuta ad occuparsi dell'accoglienza, in attesa che gli altri Paesi processassero le richieste d'asilo. Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta avevano chiesto un allungamento dei tempi non superiore ai due anni, mentre addirittura la Commissione Ue voleva che la responsabilità stabile diventasse permanente. Si capisce perché la proposta della presidenza bulgara del Consiglio, nel tentativo di mediare tra le varie «anime» dell'Europa, abbia finito con lo scontentare tutti. Gli Stati dell'Est rimangono diffidenti verso il criterio delle quote. Quelli del Nord vorrebbero tutelarsi dall'immigrazione interna alla Ue. Il fronte mediterraneo è attanagliato dalla grana del primo approdo, ma non è compatto: un secco no alla riforma esposta nel granducato è arrivato da Italia e Spagna, mentre la Grecia e Cipro restano dialoganti. Agli oneri dei Paesi di primo ingresso porrebbe quasi fine la proposta dell'Europarlamento, che si prefigge di far scattare la redistribuzione sin dal momento dello sbarco, anche se le quote permanenti non paiono adeguate a ovviare a eventuali emergenze, diversamente dagli scaglioni della bozza bulgara. Secondo il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, la formula ideata dall'aula di Strasburgo «è l'unica che mette insieme fermezza e solidarietà» e che, di conseguenza, può incontrare il favore dei vari Stati. Per questo, Tajani ieri ha indirizzato una missiva al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, chiedendogli di favorire uno «spirito di cooperazione» che permetta di «avviare un negoziato tra Consiglio ed Europarlamento ed avere una riforma» degli accordi di Dublino «basata sulla solidarietà». Anche il contratto di governo gialloverde contiene spunti che piacciono all'Europa: l'allungamento del periodo di detenzione nei Centri di permanenza e l'accelerazione delle procedure di rimpatrio. Misure per cui è necessario stanziare cospicui fondi. Finora, però, a parte Salvini nessuno ha affrontato il vero tema: quello degli accordi bilaterali con i Paesi africani, il mezzo più efficace per ridurre le partenze e garantire protezione umanitaria a chi ne ha veramente diritto, ai sensi della Convenzione di Ginevra. Sulla diminuzione dei tempi di esame delle richieste d'asilo è stato lo stesso premier Conte, durante il suo discorso al Senato, ad assumere un impegno esplicito. Sul dossier immigrazione l'esecutivo, segnatamente la sua componente del Carroccio, si giocherà una partita cruciale dinanzi agli elettori. 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All'ambasciatore italiano, Lorenzo Fanara, convocato subito dopo le esternazioni di Salvini, il governo nordafricano ha spiegato che tali dichiarazioni «non riflettono la cooperazione tra i due Paesi nel campo della gestione dell'immigrazione e indicano una conoscenza incompleta dei vari meccanismi di coordinamento esistenti tra i servizi tunisini e italiani per affrontare questo fenomeno». Il diplomatico ha replicato che le parole di Salvini sono state prese «fuori dal contesto». Lo stesso ministro dell'Interno si è detto pronto a «organizzare un incontro nel più breve tempo possibile con il collega ministro dell'Interno tunisino per rafforzare e rinsaldare i rapporti sul fronte immigrazione». All'aeroporto di Fiumicino, tuttavia, parlando con i cronisti, il titolare del Viminale ha chiarito che nessun passo indietro è stato fatto: «Io guardando i numeri ho detto che ci arrivano persone perbene e persone meno per bene, qualcuno in Tunisia si è offeso: sbagliano. Io non ho detto che chiunque venga dalla Tunisia sia un galeotto, ho detto che la Tunisia esporta anche galeotti, ma detto questo il mio obiettivo e lavorare più e meglio con il governo tunisino, perché è il Paese con cui funziona meglio l'accordo di riammissione». Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli, gli ha fatto eco: «Chi arriva in Italia non scappa dalla guerra, insegue un sogno occidentale. Sono dati empirici. Dalla Tunisia partano molte persone fuggite dalle carceri, è un dato acquisito e lo dicono anche le carte dell'intelligence». Certo non aiuta alla serenità del dibattito il fatto che, proprio mentre infuria la polemica sulla rotta tra Tunisia e Italia, proprio al largo delle coste del Paese nordafricano ci sia stato un naufragio che, secondo le ultime notizie dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, avrebbe visto annegare almeno 100 persone. L'imbarcazione affondata sabato sera trasportava circa 180 migranti, tra cui 80 di diverse nazionalità africane. Un'immane tragedia, su cui tuttavia non si capisce che responsabilità abbia Salvini e che di sicuro non può cancellare, sull'onda emotiva del dramma, le problematiche relative a un'immigrazione incontrollata che, proprio su quella rotta, sembra davvero nascondere qualcosa di più della mera «ricerca della felicità» da parte di disperati e affamati. Gli immigrati tunisini irregolari in Italia sono attualmente circa 40.000. Proviene da quel Paese il 21% di coloro che sono arrivati quest'anno: in totale, secondo il ministero degli Interni, 2.889 persone, prima nazionalità dichiarata in assoluto. Tutti galeotti? Ovviamente no, come peraltro ha precisato lo stesso Salvini. Ma che il governo di Tunisi continui a svuotare le carceri e non faccia nulla per trattenere in patria chi ne esce non è una fantasia xenofoba, bensì un dato conclamato. Il 23 luglio 2017 sono stati liberati 1645 carcerati, altri 1027 il 13 ottobre. Sono usciti dalle carceri di Mournaguia, Borj Amri e Siliana. Nell'ottobre 2017 La Stampa pubblicava un reportage dal Paese nordafricano, in cui venivano intervistati i professionisti delle traversate. «In questo momento i viaggi costano poco perché la Guardia costiera ci fa passare», diceva uno di loro. «È un gioco politico. Lo sanno tutti. Noi facciamo la nostra parte. Sono loro che decidono se il mare è aperto o è chiuso. Adesso è aperto. E noi andiamo. Ogni dieci ragazzi che carico, due sono appena usciti di prigione». Poco dopo aggiungeva che la maggior parte di quelli che trasportava erano «ventenni. Quelli che escono dal carcere sono quasi tutti consumatori di droga. Nessuno li prende più a lavorare, per questo se ne vogliono andare». Del resto, lo scorso ottobre, poco dopo aver operato l'ennesimo indulto, furono proprio le autorità di Tunisi a lanciare l'allarme terrorismo, affermando che erano stati fermati circa 5.000 immigrati pronti a partire per le coste italiane, tra questi potevano infatti nascondersi potenziali jihadisti. Sappiamo che la gran parte degli arrivi dalla Tunisia avvengono tramite «sbarchi fantasma»: arrivi in numero ridotto, di notte, su imbarcazioni veloci e sicure, con viaggi che costano molto di più di quelli «ordinari» ma sono anche organizzati in modo molto diverso, spesso con basisti sul luogo d'arrivo. Insomma, la modalità di viaggio ideale per chi ha qualcosa da nascondere o sta tramando qualche piano criminale. Anche questo non lo dice Salvini. Nell'ultima relazione al Parlamento, gli 007 hanno segnalato che «rispetto agli arrivi dalla Libia, quelli originati dalla Tunisia presentano caratteri peculiari: prevedono sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». Nello scorso febbraio, il Guardian, spiegò che l'Interpol aveva una lista con i nomi di 50 sospetti combattenti dell'Isis, tutti di nazionalità tunisina, arrivati di recente in Italia. Il Viminale smentì, ma che il Paese nordafricano sia un santuario del terrorismo non è certo una novità, come ben sanno, per esempio, i berlinesi colpiti dalla furia di Anis Amri, il tunisino che il 19 dicembre 2016 fece 12 morti scagliandosi su un mercatino di Natale. Giova comunque ricordare che, ex galeotti o meno, gli immigrati che arrivano dalla Tunisia non hanno diritto alla protezione internazionale. E, dato che c'è un accordo con Tunisi per i rimpatri, rimandarli a casa è possibile. Anche se una fonte anonima del ministero degli Affari sociali tunisino ha detto al giornale Le Quotidien che «in concreto non abbiamo un piano preciso per far fronte ad un rimpatrio massiccio dei nostri emigrati». Costruire nuove carceri e dire basta agli indulti potrebbe essere un primo passo. Adriano Scianca
Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
Nemmeno venti giorni fa, il Papa ha difeso il celibato dei sacerdoti. Ieri, il capo dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, capofila del cattoprogressismo bolognese, ha dato l’impressione di pensarla diversamente: al Salone del libro, intervistato da Aldo Cazzullo, ha sostenuto che «probabilmente sì», la Chiesa cattolica aprirà ai preti sposati. «Ci sono già», ha aggiunto. «Qualcuno sorride e dice: “Sì, però…”. No no, è tutto regolare. Ci sono nelle Chiese orientali cattoliche, nelle Chiese di rito bizantino, come gli ucraini cattolici, i rumeni cattolici, gli albanesi cattolici». Il presidente della Conferenza episcopale, qui, ha omesso un paio di dettagli cruciali. Il primo è che, in quelle comunità, tra cui i maroniti e i melchiti, si possono ordinare uomini già coniugati, ma dopo l’ordinazione nessuno è autorizzato a contrarre matrimonio; inoltre, i vescovi sono scelti quasi sempre tra i celibi. In più, la prassi non è una innovazione modernista - tale apparirebbe in Occidente - bensì una antica e consolidata usanza. Dopodiché, bisogna tenere conto che già prima dell’editto di Costantino del 313, con cui l’Impero romano pose fine alle persecuzioni, i concili proibirono ai ministri i rapporti con le mogli e la generazione dei figli. «Continenza» e «castità» vennero qualificate come virtù di ascendenza apostolica dal Concilio di Cartagine del 390. La regola del celibato - una regola, non un dogma - fu introdotta dal Concilio Lateranense IV, nel 1215, dopo una lunga lotta contro il concubinato, comportamento che turbava i fedeli e che era stato duramente contrastato già durante il pontificato di Gregorio VII.
Questa ricchezza e questa fecondità storiche vengono ridotte, nel ragionamento di Zuppi, a una questione di apertura e inclusività: «L’importante», ha predicato ieri il porporato, «è che la Chiesa non si chiuda, perché questa è la visione che papa Francesco ci ha trasmesso con forza: una Chiesa missionaria, che non vive per sé stessa. Non si tratta semplicemente di cambiare le regole del club, ma di capire che cosa sia meglio perché la Chiesa raggiunga tutti, comunichi il Vangelo e risponda alla domanda spirituale e umana delle persone». È il pretesto per aprire una breccia nel muro? Già dai tempi del Sinodo per l’Amazzonia ricordato ieri dal cardinale, si proponeva di utilizzare i «viri probati», cioè uomini sposati ma di condotta esemplare e fede matura, «per garantire l’Eucarestia dove non ci sono preti». Tipico metodo bergogliano: avviare un processo e lasciare che, da un fiocco di neve, pian piano si origini una valanga.
Solo che il Papa è cambiato. E quello americano ha le idee chiare. Il 26 aprile scorso, ai nuovi sacerdoti ordinati nella Basilica di San Pietro, ha trasmesso un messaggio difficilmente equivocabile: «Come l’amore degli sposi», ha detto Leone XIV, «così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato». Custodire, rinnovare. Zuppi, purtroppo, si infila nel ginepraio delle distinzioni tra «situazioni molto diverse dal Nord Europa all’Africa, dall’America Latina all’Asia»; e nelle formulette sentimentali, per cui «il problema è il dono di sé» e, quindi, basta andare dove porta il cuore. Il paradosso dello spirito progressista sta nella sua torsione finale: l’innovazione rischia di tramutarsi nel ritorno al passato più deteriore. Tipo quello di preti che giacevano con le donne e che scandalizzavano il popolo, inducendo il pontefice a intervenire.
Ieri, tra l’altro, il porporato ha pensato bene di mettersi anche a battere cassa: ha svelato che il Papa argentino era preoccupato «che noi non facessimo le cose perché avevamo pochi soldi. Cioè la Chiesa con l’8 per mille ha una sua… Poi non basta, davvero non basta». Cazzullo gli ha chiesto quanto guadagni un vescovo: «Millequattro e qualcosa», ha risposto lui. Chissà: vuol chiedere un adeguamento all’inflazione?
Fatto sta che la questione del celibato sacerdotale, nell’ultimo periodo, è diventata un tema pop. Alberto Ravagnani, il «don» noto per i dibattiti social con Fedez, ha abbandonato la tonaca, in polemica con il divieto di intrattenere relazioni sentimentali. Alla sua «scelta» ha dedicato pure un libro. Giovanni Gatto, parroco in una frazione dell’Aquila, era finito sulle cronache nazionali per l’annuncio rivolto al suo vescovo e al Papa in persona: «Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Leone, però, già a febbraio aveva spiegato come stanno le cose: «Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». Zuppi condivide?
Le veglie gay dividono l’episcopato
Oggi, i gruppi Lgbt del mondo intero celebrano l’ennesima Giornata internazionale contro l’omofobia, in attesa dei pride di giugno. Nel Belpaese, poi, già da alcuni anni, ogni maggio, il mese di Maria è anche il mese delle «veglie e dei culti contro l’omobitransfobia»: una locuzione che è divenuta uno slogan e una moralistica clava per i «cattolici arcobaleno» di Gionata, l’avanguardia catto-gay italiana. Secondo il loro conteggio, «sono oltre sessanta» le veglie che si terranno (o che si sono già tenute) durante questo mese in Europa, di cui ben 54 in Italia. La lista di parrocchie, conventi e santuari coinvolti è lunga: da Milano a Reggio Calabria, da Genova a Bolzano, da Catania a Cagliari, da Avellino a Padova e perfino a Bologna, nella diocesi di cui è ordinario il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. È utile indicare i nomi di quei vescovi che non solo hanno concesso dei luoghi di culto a queste discusse cerimonie - la cui cifra di fondo è l’ambiguità semantica e concettuale - ma si sono esposti in prima persona, presiedendo, approvando e omaggiando queste coloratissime manifestazioni.Si va da monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma, a monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; da monsignor Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze, a monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena; da monsignor Gero Marino, vescovo di Savona, a monsignor Andrea Andreozzi, vescovo di Fano; da monsignor Sandro Salvucci, arcivescovo di Pesaro, a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona; da monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari, a monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e a monsignor Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo. Pensare che, proprio per evitare «gravi fraintendimenti» dottrinali ed etici sul punto, papa Karol Woytjla chiese ai vescovi italiani di ritirare «ogni appoggio» a «qualunque organizzazione» che volesse «sovvertire l’insegnamento della Chiesa». Vietando espressamente l’uso degli «edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi» (Lettera ai vescovi sulla cura delle persone omosessuali, 1986, n. 17).Toni Brandi, il battagliero presidente di Pro vita e famiglia, ha scritto un’accorata lettera ai vescovi italiani, comunicando «sentimenti di confusione» dinnanzi alle «veglie arcobaleno», che in nome della lotta all’omofobia, sembrano «incentivare comportamenti contrari alla dottrina cristiana» e «ispirati ai princìpi dell’ideologia gender». «Con sentimenti di filiale devozione», Pro vita e famiglia «implora» dunque i vescovi affinché non si dia spazio nelle chiese cattoliche delle loro diocesi ad «alcuna iniziativa» contraria al Vangelo e ai chiari «insegnamenti di papa Francesco e di papa Leone». I vescovi delle diocesi di Venezia, Vicenza, Cuneo, Reggio Calabria, Parma, Bolzano e Latina hanno risposto (o hanno fatto rispondere) al presidente Brandi. Cercando di rassicurarlo sulla «non eterodossia» delle veglie di preghiera da loro presiedute e associandosi volentieri a Pro vita sia nella difesa della famiglia e della morale, sia nella disapprovazione netta della funesta «ideologia del gender». Ma il problema è lungi dall’essere risolto.
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