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2019-11-21
Il nuovo Mes spaventa le banche: «Non compriamo più titoli di Stato»
Getty
Se la riforma del Mes dovesse passare, da domani un sesto del debito pubblico italiano potrebbe non avere più un acquirente. È questa la minaccia, nero su bianco, lanciata ieri a margine di un evento svoltosi a Bruxelles da Antonio Patuelli, presidente dell'Associazione bancaria italiana. «Noi siamo liberi di comprare titoli sovrani, non abbiamo un vincolo di portafoglio», ha spiegato Patuelli, «il problema è che cosa fa la Repubblica italiana per tutelare il debito pubblico, non si tratta di debito delle banche e se le condizioni relative al debito pubblico alterano o per maggiori assorbimenti o per elementi che favoriscono sinistri è chiaro che le banche sottoscriveranno meno debito pubblico». Mica bruscolini: oggi i titoli pubblici in pancia agli istituti di credito del nostro Paese ammontano a circa 400 miliardi di euro (sui 2.400 miliardi totali), poco meno della somma di tutti gli investitori esteri.
«Non so niente, ho letto i giornali stamattina», sottolinea piccato il presidente dell'Abi. Che poi lancia uno strale nei confronti del governo: «Sono materie sulle quali il mondo bancario non è stato messo al corrente. Questo è un problema delle istituzioni della Repubblica, bisogna chiedere agli esponenti della Repubblica perché non ci hanno consultati. Io non mi intrometto nelle polemiche politiche. Chiedo solo: non hanno fatto un tavolo con i loro stakeholder, con i soggetti interessati? Le conseguenze adesso se le gestiscano da loro». Nei confronti della riforma del Meccanismo europeo di stabilità, dunque, quella che arriva da parte delle banche italiane è una bocciatura senza appello.
Nel corso delle audizioni che si sono svolte ieri in Commissione Bilancio alla Camera è stato Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa ricerche, a porre l'accento sulle possibili criticità innescate dall'introduzione della riforma: «Così come sono stati predisposti, gli strumenti di assistenza finanziaria sembrano perfetti per innescare una nuova crisi del debito, perseverando in tal modo nei gravi errori del 2011-12». Per il prossimo futuro il rischio, osserva poi Giacché, è quello di una «forte pressione al ribasso sui titoli di Stato».
Ma più che i giudizi tecnici, a infiammare l'agone sono i risvolti politici legati alla vicenda della riforma del Mes, con tanto di scazzottata a distanza tra il premier Giuseppe Conte e Matteo Salvini. Parlando a margine dell'assemblea dell'Anci ad Arezzo, Conte ha avuto da dire sul «delirio collettivo suscitato dal leader dell'opposizione, lo stesso che qualche mese fa partecipava ai tavoli discutendo di Mes, perché abbiamo avuto vertici di maggioranza con i massimi esponenti della Lega». L'avvocato del popolo se la prende con il Carroccio, «lo stesso partito che partecipava a vertici di maggioranza sul tema» e che ora «scopre l'esistenza del Mes e grida allo scandalo: questo è un atteggiamento irresponsabile».
La reazione di Matteo Salvini, ovviamente, non si è fatta attendere. Tramite una nota il leader della Lega ha replicato: «Il signor Conte è bugiardo o smemorato. Se fosse onesto direbbe che ai tavoli, così come a ogni dibattito pubblico, abbiamo sempre detto di no al Mes. Non è difficile da ammettere. Del resto, se necessario, ci sono numerose dichiarazioni che testimoniano la contrarietà espressa da tutti i componenti della Lega, ministri compresi, su questo argomento». La mente corre subito all'intervento del capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, in occasione del dibattito sulla fiducia al Conte 2 svoltosi il 9 settembre scorso. «Le abbiamo chiesto di dire “no" al nuovo Fondo salvastati: non c'è una riga nei verbali dell'Eurogruppo in cui lei o il ministro dell'Economia abbiate detto qualcosa sul Fondo salvastati», urlava pochi mesi il deputato del Carroccio dai banchi di Montecitorio. Inserendo dunque di diritto l'approvazione la riforma del Mes tra le cause del divorzio del governo gialloblù. «Cosa teme il presidente del Consiglio? Ha forse svenduto i risparmi degli italiani?», ha chiosato ieri un Salvini più sibillino del solito.
La nota diffusa in serata dal Mef difende la posizione del governo. «Si è ingenerata nel dibattito italiano molta confusione», spiega il ministro Roberto Gualtieri, «soprattutto è bene chiarire come la riforma del Mes non introduca in nessun modo la necessità di ristrutturare preventivamente il debito per accedere al sostegno finanziario». Anzi, è proprio «grazie alla ferma posizione assunta dall'Italia» che «queste posizioni sono state respinte». Conte riferirà in aula solo il 10 dicembre, appena tre giorni prima del Consiglio europeo in programma sull'argomento. Con il forte rischio che sia ormai davvero troppo tardi per riuscire a mettere una pezza.
Date e testi alla mano, non sta in piedi la versione di Giuseppi
Come era facilmente immaginabile, considerata l'importanza della posta in gioco, sale il livello dello scontro sull'iter di approvazione della riforma del Fondo salvastati che potrebbe portare conseguenze disastrose per il mercato dei nostri titoli di Stato. Con le ultime dichiarazioni di Salvini, Gualtieri e Conte è salita la tensione e purtroppo anche la confusione sul tema, con le dichiarazioni del premier che però trovano scarsa o nulla corrispondenza con i fatti e gli atti. L'atto fondamentale è stato quello del 13 giugno scorso, quando l'Eurogruppo comunicò l'esistenza di un «ampio consenso» sulla riforma del Mes e si propose di completare la documentazione legale per la sua definitiva approvazione entro dicembre, così da poter dare il via al processo di ratifica degli Stati. Nello stesso comunicato si parlava anche di unione bancaria e garanzia comune sui depositi, per la quale si diceva che c'era convergenza sui principi ma che non si era ancora pronti a procedere con i passi successivi e chiedeva al Gruppo di lavoro di alto livello (Hlwg), incaricato di seguire il progetto.
Il 15 giugno, il presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno comunicava al presidente del Consiglio europeo Tusk le conclusioni dei lavori del 13, riportando quasi per intero il precedente comunicato, ma stranamente omettendo, riguardo l'unione bancaria, la frase che non si era ancora pronti a procedere (…«Countries are not yet ready to take a decision on the next steps»). Ed è proprio questo che rende la difesa di Conte piuttosto debole. Il 19 giugno, il presidente Conte riferiva sui temi in discussione al Consiglio europeo ed Eurosummit del 20 e 21 giugno e venivano approvate due risoluzioni a firma Molinari, D'Uva, (Camera) e Patuanelli, Romeo (Senato), di identico contenuto, nelle quali, tra l'altro, si impegna il governo «a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale» e a «render note alle Camere le proposte di modifica al trattato Mes, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato».
Il 21 giugno, al termine dell'Eurosummit, il comunicato recitava: «Accogliamo con favore i progressi compiuti in sede di Eurogruppo sul rafforzamento dell'Unione economica e monetaria, come illustrato nella lettera inviata dal presidente dell'Eurogruppo il 15 giugno 2019, e invitiamo l'Eurogruppo in formato inclusivo a proseguire i lavori su tutti gli elementi di questo pacchetto globale». Qualcuno riesce a leggere anche una sola parola che faccia intravedere l'indirizzo ricevuto due giorni prima dalle Camere? Ma, soprattutto, la difesa di Conte, incentrata sul «pacchetto globale» (Mes e garanzia sui depositi), crolla di fronte al testo delle lettere di Centeno del 13 e 15 giugno che dimostrano che il pacchetto non c'è da un pezzo, a dicembre ci sarà solo da chiudere il Mes. Prendere o lasciare. Ma perché Conte portò a casa solo la promessa (farlocca) del pacchetto globale? Un'ipotesi interessante la avanza Giampaolo Galli che, in radio e sul suo sito, ha detto chiaramente che quei negoziati furono condotti col cappello in mano, sotto la minaccia della procedura d'infrazione e che il fatto di aver evitato la ristrutturazione automatica del debito, che invece sarà soggetto a valutazione di sostenibilità e su cui il Mes avrà l'ultima parola sulla Commissione, è invece un grande successo per il quale ringraziare Tria e Conte. Ma con tali parole Galli peggiora ulteriormente la posizione di Conte, confermando che l'accordo è già chiuso nelle sue parti fondamentali ed è stato chiuso in totale spregio dell'indirizzo fornito dalle Camere il 19 giugno. Altro che nessuno ha firmato nulla!
Non sarà facile ribaltare in sede di ratifica, dove non ci sono modifiche, un risultato ormai blindato, senza che i mercati ci saltino addosso. Il bail-in passò sotto le minacce di Schauble. Ma ora c'è un dibattito che all'epoca era pura utopia, speriamo che basti.
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Il presidente dell'Abi: «Non sapevamo nulla del trattato». Roberto Gualtieri minimizza: «Nessun automatismo». Giuseppe Conte riferirà in Senato, ma intanto attacca: «Delirio collettivo, la Lega era al tavolo a sua insaputa».Il «pacchetto» caro al presidente del Consiglio è già archiviato. Si teme che abbia detto sì per paura della procedura di infrazione.Lo speciale contiene due articoli.Se la riforma del Mes dovesse passare, da domani un sesto del debito pubblico italiano potrebbe non avere più un acquirente. È questa la minaccia, nero su bianco, lanciata ieri a margine di un evento svoltosi a Bruxelles da Antonio Patuelli, presidente dell'Associazione bancaria italiana. «Noi siamo liberi di comprare titoli sovrani, non abbiamo un vincolo di portafoglio», ha spiegato Patuelli, «il problema è che cosa fa la Repubblica italiana per tutelare il debito pubblico, non si tratta di debito delle banche e se le condizioni relative al debito pubblico alterano o per maggiori assorbimenti o per elementi che favoriscono sinistri è chiaro che le banche sottoscriveranno meno debito pubblico». Mica bruscolini: oggi i titoli pubblici in pancia agli istituti di credito del nostro Paese ammontano a circa 400 miliardi di euro (sui 2.400 miliardi totali), poco meno della somma di tutti gli investitori esteri. «Non so niente, ho letto i giornali stamattina», sottolinea piccato il presidente dell'Abi. Che poi lancia uno strale nei confronti del governo: «Sono materie sulle quali il mondo bancario non è stato messo al corrente. Questo è un problema delle istituzioni della Repubblica, bisogna chiedere agli esponenti della Repubblica perché non ci hanno consultati. Io non mi intrometto nelle polemiche politiche. Chiedo solo: non hanno fatto un tavolo con i loro stakeholder, con i soggetti interessati? Le conseguenze adesso se le gestiscano da loro». Nei confronti della riforma del Meccanismo europeo di stabilità, dunque, quella che arriva da parte delle banche italiane è una bocciatura senza appello. Nel corso delle audizioni che si sono svolte ieri in Commissione Bilancio alla Camera è stato Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa ricerche, a porre l'accento sulle possibili criticità innescate dall'introduzione della riforma: «Così come sono stati predisposti, gli strumenti di assistenza finanziaria sembrano perfetti per innescare una nuova crisi del debito, perseverando in tal modo nei gravi errori del 2011-12». Per il prossimo futuro il rischio, osserva poi Giacché, è quello di una «forte pressione al ribasso sui titoli di Stato».Ma più che i giudizi tecnici, a infiammare l'agone sono i risvolti politici legati alla vicenda della riforma del Mes, con tanto di scazzottata a distanza tra il premier Giuseppe Conte e Matteo Salvini. Parlando a margine dell'assemblea dell'Anci ad Arezzo, Conte ha avuto da dire sul «delirio collettivo suscitato dal leader dell'opposizione, lo stesso che qualche mese fa partecipava ai tavoli discutendo di Mes, perché abbiamo avuto vertici di maggioranza con i massimi esponenti della Lega». L'avvocato del popolo se la prende con il Carroccio, «lo stesso partito che partecipava a vertici di maggioranza sul tema» e che ora «scopre l'esistenza del Mes e grida allo scandalo: questo è un atteggiamento irresponsabile». La reazione di Matteo Salvini, ovviamente, non si è fatta attendere. Tramite una nota il leader della Lega ha replicato: «Il signor Conte è bugiardo o smemorato. Se fosse onesto direbbe che ai tavoli, così come a ogni dibattito pubblico, abbiamo sempre detto di no al Mes. Non è difficile da ammettere. Del resto, se necessario, ci sono numerose dichiarazioni che testimoniano la contrarietà espressa da tutti i componenti della Lega, ministri compresi, su questo argomento». La mente corre subito all'intervento del capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, in occasione del dibattito sulla fiducia al Conte 2 svoltosi il 9 settembre scorso. «Le abbiamo chiesto di dire “no" al nuovo Fondo salvastati: non c'è una riga nei verbali dell'Eurogruppo in cui lei o il ministro dell'Economia abbiate detto qualcosa sul Fondo salvastati», urlava pochi mesi il deputato del Carroccio dai banchi di Montecitorio. Inserendo dunque di diritto l'approvazione la riforma del Mes tra le cause del divorzio del governo gialloblù. «Cosa teme il presidente del Consiglio? Ha forse svenduto i risparmi degli italiani?», ha chiosato ieri un Salvini più sibillino del solito.La nota diffusa in serata dal Mef difende la posizione del governo. «Si è ingenerata nel dibattito italiano molta confusione», spiega il ministro Roberto Gualtieri, «soprattutto è bene chiarire come la riforma del Mes non introduca in nessun modo la necessità di ristrutturare preventivamente il debito per accedere al sostegno finanziario». Anzi, è proprio «grazie alla ferma posizione assunta dall'Italia» che «queste posizioni sono state respinte». Conte riferirà in aula solo il 10 dicembre, appena tre giorni prima del Consiglio europeo in programma sull'argomento. Con il forte rischio che sia ormai davvero troppo tardi per riuscire a mettere una pezza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nuovo-mes-spaventa-le-banche-non-compriamo-piu-titoli-di-stato-2641411817.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="date-e-testi-alla-mano-non-sta-in-piedi-la-versione-di-giuseppi" data-post-id="2641411817" data-published-at="1772970446" data-use-pagination="False"> Date e testi alla mano, non sta in piedi la versione di Giuseppi Come era facilmente immaginabile, considerata l'importanza della posta in gioco, sale il livello dello scontro sull'iter di approvazione della riforma del Fondo salvastati che potrebbe portare conseguenze disastrose per il mercato dei nostri titoli di Stato. Con le ultime dichiarazioni di Salvini, Gualtieri e Conte è salita la tensione e purtroppo anche la confusione sul tema, con le dichiarazioni del premier che però trovano scarsa o nulla corrispondenza con i fatti e gli atti. L'atto fondamentale è stato quello del 13 giugno scorso, quando l'Eurogruppo comunicò l'esistenza di un «ampio consenso» sulla riforma del Mes e si propose di completare la documentazione legale per la sua definitiva approvazione entro dicembre, così da poter dare il via al processo di ratifica degli Stati. Nello stesso comunicato si parlava anche di unione bancaria e garanzia comune sui depositi, per la quale si diceva che c'era convergenza sui principi ma che non si era ancora pronti a procedere con i passi successivi e chiedeva al Gruppo di lavoro di alto livello (Hlwg), incaricato di seguire il progetto. Il 15 giugno, il presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno comunicava al presidente del Consiglio europeo Tusk le conclusioni dei lavori del 13, riportando quasi per intero il precedente comunicato, ma stranamente omettendo, riguardo l'unione bancaria, la frase che non si era ancora pronti a procedere (…«Countries are not yet ready to take a decision on the next steps»). Ed è proprio questo che rende la difesa di Conte piuttosto debole. Il 19 giugno, il presidente Conte riferiva sui temi in discussione al Consiglio europeo ed Eurosummit del 20 e 21 giugno e venivano approvate due risoluzioni a firma Molinari, D'Uva, (Camera) e Patuanelli, Romeo (Senato), di identico contenuto, nelle quali, tra l'altro, si impegna il governo «a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale» e a «render note alle Camere le proposte di modifica al trattato Mes, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato». Il 21 giugno, al termine dell'Eurosummit, il comunicato recitava: «Accogliamo con favore i progressi compiuti in sede di Eurogruppo sul rafforzamento dell'Unione economica e monetaria, come illustrato nella lettera inviata dal presidente dell'Eurogruppo il 15 giugno 2019, e invitiamo l'Eurogruppo in formato inclusivo a proseguire i lavori su tutti gli elementi di questo pacchetto globale». Qualcuno riesce a leggere anche una sola parola che faccia intravedere l'indirizzo ricevuto due giorni prima dalle Camere? Ma, soprattutto, la difesa di Conte, incentrata sul «pacchetto globale» (Mes e garanzia sui depositi), crolla di fronte al testo delle lettere di Centeno del 13 e 15 giugno che dimostrano che il pacchetto non c'è da un pezzo, a dicembre ci sarà solo da chiudere il Mes. Prendere o lasciare. Ma perché Conte portò a casa solo la promessa (farlocca) del pacchetto globale? Un'ipotesi interessante la avanza Giampaolo Galli che, in radio e sul suo sito, ha detto chiaramente che quei negoziati furono condotti col cappello in mano, sotto la minaccia della procedura d'infrazione e che il fatto di aver evitato la ristrutturazione automatica del debito, che invece sarà soggetto a valutazione di sostenibilità e su cui il Mes avrà l'ultima parola sulla Commissione, è invece un grande successo per il quale ringraziare Tria e Conte. Ma con tali parole Galli peggiora ulteriormente la posizione di Conte, confermando che l'accordo è già chiuso nelle sue parti fondamentali ed è stato chiuso in totale spregio dell'indirizzo fornito dalle Camere il 19 giugno. Altro che nessuno ha firmato nulla! Non sarà facile ribaltare in sede di ratifica, dove non ci sono modifiche, un risultato ormai blindato, senza che i mercati ci saltino addosso. Il bail-in passò sotto le minacce di Schauble. Ma ora c'è un dibattito che all'epoca era pura utopia, speriamo che basti.
Il pianista Maurizio Baglini e la violoncellista Silvia Chiesa, che insieme formano un duo nella musica classica come nella vita, presentano la loro idea per abbattere la barriera tra artisti e pubblico. E ci regalano una meravigliosa pagina di Rachmaninoff.
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L’incubo è diventato realtà: benzina e gasolio a 2 euro e il rischio che se il conflitto dovesse continuare per altri 60 giorni possano arrivare fino a 2,5-3 euro come ha ipotizzato il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli.
Sono quotazioni ingiustificate poiché non esiste oggi in Italia una situazione di emergenza nelle forniture di petrolio o di combustibili fossili tale da giustificare rincari così rapidi e pesanti nei distributori. Eppure i cittadini stanno pagando oltre 1,70 euro al litro per la benzina e oltre 1,80 euro al litro per il gasolio, con punte che superano i 2 euro, soprattutto lungo la rete autostradale, come denunciato dalle associazioni dei consumatori. Aumenti che in pochi giorni hanno registrato anche 10 centesimi al litro in più, scaricando immediatamente sui consumatori le oscillazioni dei mercati. L’attenzione è puntata alle prossime mosse del governo. Al momento è stato messo in campo Mister Prezzi, il Garante per la sorveglianza dei prezzi per individuare fenomeni di speculazione, ma per frenare la spirale rialzista ci vuole ben altro. Il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, lancia messaggi rassicuranti. Su X scrive che «allo stato attuale, il prezzo medio dei carburanti è al di sotto dei 2 euro al litro, valori ben lontani dai picchi registrati nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ulteriori aumenti dipenderanno dall’evoluzione del conflitto». Intanto la Lega è al lavoro per preparare un «pacchetto energia» a favore di famiglie e imprese con una serie di emendamenti al decreto Bollette già in discussione, l’unico veicolo legislativo a disposizione per arginare possibili rincari. Tra le proposte anche di evitare la cessione di quote delle riserve energetiche. Il termine per presentare gli emendamenti è domani. Un’altra iniziativa, ventilata dal ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, è la convocazione delle compagnie petrolifere per chiedere informazioni ufficiali e avere rassicurazioni sulle potenziali ricadute sui trasporti. La Lega fa anche pressing sulla Commissione europea affinché si muova in linea con la Casa Bianca. «Considerato che gli Usa hanno allentato le sanzioni sul petrolio russo, annunciando la possibilità di aprire ulteriormente in questa direzione - scrive la Lega su X - sarebbe opportuno che anche l’Unione europea avesse un atteggiamento simile nel nome del realismo».
Il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha detto che gli Stati Uniti potrebbero revocare le sanzioni su ulteriori forniture di petrolio russo. Secondo Bessent «ci sono centinaia di milioni di barili di greggio sanzionato in mare aperto e, in sostanza, revocando le sanzioni, il Tesoro può creare offerta». Novità dovrebbero arrivare dal vertice del Consiglio europeo previsto per il 18-19 marzo al quale il premier Giorgia Meloni porterà la richiesta di sospendere il meccanismo dell’Ets, il sistema di scambio di quote di emissione che produce un costo aggiuntivo per le imprese energivore. La riunione potrebbe esaminare anche la proposta di separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas.
Le conseguenze degli aumenti energetici sulle imprese, sono stati valutati dalla Cgia di Mestre che prospetta un maggior costo di 10 miliardi nel 2026. Se le attuali tensioni dovessero tradursi in rincari strutturali dei costi energetici, le aziende italiane potrebbero trovarsi a pagare quest’anno 7,2 miliardi di euro in più per l’elettricità e altri 2,6 miliardi per il gas. Secondo un’analisi di Confartigianato, il conflitto espone a rischi 27,8 miliardi di euro di export manifatturiero italiano verso i mercati mediorientali e 15,9 miliardi di import di beni energetici, con possibili ripercussioni sulla crescita e sugli investimenti delle imprese.
Il M5s e il Pd propongono un meccanismo di accise mobili. «Quando il prezzo dei carburanti sale troppo, lo Stato riduce automaticamente le accise per abbassare il costo alla pompa. In altre parole, si restituisce ai cittadini quell’extragettito Iva che lo Stato incassa proprio a causa dell’aumento dei prezzi» afferma Chiara Appendino del M5s, ribadendo che su questo è d’accordo anche la segretaria del Pd, Elly Schlein.
«La proposta di Schlein sui carburanti? «È una norma che abbiamo introdotto noi già dal 2023, vedremo di adattarla», ha replicato Giorgetti, «Se ci sono margini? Li troveremo», ha aggiunto. Intenzione confermata dal premier Giorgia Meloni: «Siamo anche al lavoro per mitigare il più possibile le conseguenze del conflitto per i cittadini e la nostra nazione. In particolare, sulla benzina, stiamo valutando di attivare il meccanismo delle cosiddette accise mobili che questo governo ha reso più efficace con il provvedimento sui carburanti del 2023 nel caso in cui i prezzi aumentassero in modo stabile. Il meccanismo, la cui attivazione viene chiesta anche da parte di alcuni partiti dell’opposizione, consente di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento dei prezzi, per la riduzione delle accise. È lo strumento della sterilizzazione che avevamo scritto nel programma di governo e la sua attivazione è allo studio già da qualche giorno da parte del Mef».
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