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2021-07-03
Mattanza grillina: ne resteranno solo 80
Beppe Grillo (Getty images)
Arriva mentre l'Italia si gioca il quarto di finale contro il Belgio, l'agenzia che annuncia che Beppe Grillo apre alla mediazione chiesta dai parlamentari: «Istitutiamo un comitato per la riforma del Movimento». Dunque, sospeso il voto sul direttorio, dopo le ulteriori polemiche sulla consultazione.
Ieri, infatti, il leggendario Vito Crimi, per un verso ha ottemperato a quello che fino ad allora era l'ordine di Grillo di indire la votazione per un nuovo comitato direttivo, ma per altro verso, l'ha fatto su una piattaforma alternativa rispetto a Rousseau e addirittura su un altro sito Internet. Morale: ci sono due aspiranti capi (Giuseppe Conte e Grillo), due piattaforme (SkyVote e Rousseau) e due siti (movimento5stelle.eu e movimento5stelle.it). Una baraonda, un pandemonio.
Ecco la letterina di Crimi agli iscritti, burocratica ma implicitamente incendiaria: «Cari iscritti, come richiesto dal garante Beppe Grillo, è indetta la votazione per il comitato direttivo del M5s. Nei prossimi giorni saranno pubblicate le modalità e i tempi di presentazione delle candidature attraverso la nuova piattaforma di gestione degli iscritti e le date di svolgimento delle votazioni sulla nuova piattaforma di voto».
Né si capisce a che gioco giochi Crimi. L'altra sera, bene o male, i deputati, chiedendo di poter vedere lo statuto e di poter ascoltare sia Conte sia Grillo, avevano cercato di stemperare il clima, o almeno di guadagnare tempo. E invece l'indizione del voto con queste modalità da parte di Crimi aveva oggettivamente il sapore di un colpo di pistola che poteva far partire la corsa verso lo sfascio. O, più diabolicamente, addirittura riproporre lo scenario più insidioso dal punto di vista di Grillo: non una scissione, ma un impossessamento del partito - tramite la votazione per il comitato direttivo - da parte di una nuova maggioranza contiana, di fatto espropriando il fondatore e mettendolo in minoranza.
Comunque, ieri, 19 senatori pentastellati si sono attivati in senso pacifista, con una lettera-appello per andare «oltre le difficoltà attuali» e per augurarsi che «le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino, chiedendo ad entrambi un incontro».
Tornando al punto giuridico, la stessa giustificazione legale per il cambio di piattaforma appariva zoppicante (su questo Grillo sembra avere delle ragioni): il fatto che il Garante della privacy abbia imposto a Rousseau di consegnare al Movimento l'elenco degli iscritti non vieta al Movimento stesso di riaffidare proprio a Rousseau l'effettuazione di un'altra consultazione.
Morale: si rischiava un'ennesima contesa da azzeccagarbugli. Pane per i denti dell'avvocato Lorenzo Borrè, mitico legale spesso schierato contro i pentastellati e al fianco degli espulsi, che ieri ha già sparato a palle incatenate. Prima obiezione: «Gli associati che si sono iscritti (tutti) attraverso un altro sito, come fanno a sapere che movimento5stelle.eu è il “sito del Movimento", su cui - a norma di statuto - deve essere pubblicato l'avviso di convocazione delle consultazioni? Ah, saperlo…». E già questo fatto, secondo Borrè, apre la strada a una raffica di ricorsi. Non solo: c'è anche la seconda obiezione di Borrè, esplicitata in un colloquio con l'Adnkronos: «Il secondo inciampo è che l'indizione è stata fatta da un organo inesistente, il capo politico, quando avrebbe dovuto farla il garante. Quella di Crimi sostanzialmente è una non indizione». Conclusione di Borrè dagli effetti involontariamente tragicomici: «Si rischia una divaricazione delle consultazioni con conseguente costituzione di un comitato di papi e di un comitato di antipapi, visto che Grillo potrebbe a questo punto indire le consultazioni sul sito Rousseau utilizzando il regolamento a suo tempo promulgato dal comitato di garanzia». Pericolo, per ora, scongiurato dall'apertura dell'Elevato.
In questo caos, resta un altro interrogativo, tutto politico: che partita sta giocando Luigi Di Maio? La sensazione è che il ministro degli Esteri sia il più furbo di tutti e si tenga aperte diverse porte, riservandosi un posto in prima fila nello schema che alla fine risulterà ai suoi occhi il più solido. In pubblico e davanti ai militanti fa il paciere; contemporaneamente, ha aperto la trattativa con Conte; nel frattempo, tiene i contatti con Grillo, al quale sa di potersi proporre sia come alternativa a Conte, sia, in caso di tregua armata, come vice Conte per marcare a uomo e controllare l'ex premier. A rendere tutto più indecifrabile c'è l'intervista al Corriere di Vincenzo Spadafora, considerato vicino a Di Maio, e che ha sparato duramente contro Conte («Ci ha divisi, sarà difficile ricomporre»). Sul fronte governativo, intanto, fonti 5 stelle fanno sapere che soltanto Stefano Patuanelli sarebbe disposto a seguire Conte.
Ma una prima vittima del tafferuglio pare già acclarata, ed è il sindaco di Roma uscente, Virginia Raggi: già tutti i sondaggi la davano terza (dopo Enrico Michetti e Roberto Gualtieri e prima di Carlo Calenda), e dunque lontana dal ballottaggio. Conte ha avuto pure il coraggio di chiamarla, pare per chiederle di schierarsi con lui, dopo che nelle settimane precedenti alla ricandidatura veva lavorato per imporle un passo indietro e creare le condizioni per una convergenza Pd-M5s su un'ipotetica candidatura di Nicola Zingaretti per il Campidoglio. Ovvio che la Raggi, già nei guai, ora tutto voglia fare tranne che alienarsi uno dei due contendenti. E infatti ha democristianamente fatto sapere che tra Conte e Grillo «si può ricomporre: sono due persone ragionevoli». Intanto però quattro consiglieri comunali capitolini se ne sono andati: cattivo presagio per una sindaca malinconicamente al tramonto.
Panico per la strage di seggi. La lite tra Grillo e Conte brucerà oltre 100 poltrone
I conti contro Conte. La grande fuga dal neanche ancora nato nuovo partito di Giuseppe Conte è iniziata. Ieri, 19 senatori hanno rivolto un appello all'unità a Beppe Grillo e Conte, rompendo il fronte di Palazzo Madama che, secondo gli spin diffusi da Rocco Casalino, sarebbe stato un monolite granitico schierato con Giuseppi. Altro che: calcolatrice alla mano, i senatori hanno capito che andare appresso alle megalomanie dell'ex avvocato del popolo significa rinunciare a qualunque possibilità di rielezione. Tra taglio dei parlamentari (voluto dal M5s) e taglio dei consensi (voluto dagli italiani), infatti, alle prossime politiche, se ci si basa sui sondaggi di questi giorni, la pattuglia pentastellata sarà ridotta (per essere ottimisti) a meno della metà di quella attuale. Con la sforbiciata ai parlamentari approvata dagli italiani lo scorso settembre attraverso il referendum, è bene ricordarlo, i seggi alla Camera sono passati da 630 a 400, e quelli al Senato (esclusi i senatori a vita) da 315 a 200.
Abbiamo fatto anche noi un po' di conti, basandoci su alcune simulazioni di Youtrend e sulla ultima supermedia dei sondaggi dello stesso istituto, che risale all'altro ieri e colloca il M5s al 16,7% e il Pd al 19,2%. Visto che abbiamo estrema fiducia nella popolarità di Giuseppi, attribuiamo all'area M5s- ipotetica Lista Conte il 20%. Considerato che le rilevazioni su una futura lista dell'ex premier la collocano al 10%, avremo anche il M5s al 10%, quota che coincide alla perfezione con le rilevazioni statistiche effettuate negli ultimi giorni sull'ipotesi dei grillini separati da Giuseppi.
Partiamo dalla situazione attuale: i parlamentari del M5s, eletti nel 2018 furono 333 (221 alla Camera, 112 al Senato). Dopo le varie diaspore, fughe, espulsioni e mini-scissioni, sono rimasti 236: 161 deputati e 75 senatori. Se si andrà alle elezioni con l'attuale legge elettorale, con il taglio dei parlamentari, stando alle simulazioni, e considerando la ipotesi più ottimistica per i pentastellati, ovvero una competizione tra il centrodestra compatto da un lato e i giallorossi uniti dall'altro, compresa Italia viva, la coalizione Pd-M5s-Conte-Leu-Verdi-renziani otterrebbe circa 170 deputati e 85 senatori.
Escludendo gli eletti nei partiti più piccoli, avremmo alla Camera 80 deputati del Pd, 40 del M5s e 40 della Lista Conte. Attenzione però: Giuseppi ha già fatto sapere che solo un terzo delle liste elettorali del suo ipotetico nuovo partito sarà composto da ex grillini, mentre gli altri due terzi saranno esponenti del mondo accademico e delle professioni e imprenditori. Dunque, gli attuali deputati del M5s che verrebbero rieletti con la Lista Conte sarebbero un terzo di 40, ovvero tra i 13 e i 14 sui 161 attuali. Un bagno di sangue, che non a caso ha convinto i deputati a restare incollati a Beppe Grillo, a differenza dei senatori che, almeno fino a ieri, sembravano più propensi a collocarsi all'ombra del Grande Ciuffo.
Ieri, però, come dicevamo, si è aperta la prima crepa anche a Palazzo Madama, poiché i senatori hanno iniziato a usare la calcolatrice e a sudare freddo. Il motivo è semplice: sempre considerando una Lista Conte al 10%, quindi con un risultato lusinghiero, il Pd al 20% eleggerebbe 40 senatori, il M5s 20 e la Lista Conte altri 20. Considerata la regola dei due terzi di candidati nuovi, i grillini rieletti con il partito dell'ex premier sarebbero appena 7 sui 75 attuali. È bene sottolineare un altro dato: la Lista Conte viene collocata intorno al 10% nel caso in cui Giuseppi riesca a convincere anche Luigi Di Maio e Roberto Fico a passare con lui, abbandonando Grillo. In sostanza, e visto che la matematica non è un'opinione, su 236 parlamentari attuali del M5s, nella Lista Conte ci sarebbe spazio per la rielezione di 20/21 elementi tra Camera e Senato. Siamo anche in grado di proporvi la lista completa dei prescelti: Luigi Di Maio, Roberto Fico, Mario Turco, Paola Taverna, Stefano Patuanelli, Vito Crimi, Laura Castelli, Alfonso Bonafede, Ettore Licheri, Stanislao Di Piazza, Pierpaolo Sileri, Gianluca Perilli, Giuseppe Brescia, Lucia Azzolina, Riccardo Ricciardi, Dalila Nesci, Francesco D'Uva, Luca Carabetta, Barbara Floridia, Anna Macina. Il seggio di Rocco Casalino è al centro di un braccio di ferro: non è un parlamentare attuale, quindi gli ex grillini lo considerano nei due terzi di «quota Conte», mentre lui invece vorrebbe rientrare nella quota ex M5s per lasciare spazio a un altro fedelissimo di Giuseppi. Stando a indiscrezioni assai attendibili, se Conte restasse nel M5s avrebbe comunque diritto a una quota di candidati scelti da lui, ma lo spazio per i parlamentari attuali crescerebbe a dismisura. Ecco spiegata la nota dei 19 senatori, che chiedono unità, «nella consapevolezza che il Movimento ha necessità di innovarsi e ristrutturarsi, nella speranza che le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino».
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Il legale degli espulsi contro Vito Crimi, che aveva indetto la consultazione su un'altra piattaforma. Poi il garante apre al dialogo: «Un comitato per riformare il partito». Tra i ministri, solo Stefano Patuanelli seguirebbe l'ex premierDopo la scissione (e a causa del taglio dei parlamentari), alla luce dei sondaggi attuali, l'emorragia di posti in Aula sarà aggravata dall'orda di «civici» pretesi dall'avvocatoLo speciale contiene due articoliArriva mentre l'Italia si gioca il quarto di finale contro il Belgio, l'agenzia che annuncia che Beppe Grillo apre alla mediazione chiesta dai parlamentari: «Istitutiamo un comitato per la riforma del Movimento». Dunque, sospeso il voto sul direttorio, dopo le ulteriori polemiche sulla consultazione. Ieri, infatti, il leggendario Vito Crimi, per un verso ha ottemperato a quello che fino ad allora era l'ordine di Grillo di indire la votazione per un nuovo comitato direttivo, ma per altro verso, l'ha fatto su una piattaforma alternativa rispetto a Rousseau e addirittura su un altro sito Internet. Morale: ci sono due aspiranti capi (Giuseppe Conte e Grillo), due piattaforme (SkyVote e Rousseau) e due siti (movimento5stelle.eu e movimento5stelle.it). Una baraonda, un pandemonio. Ecco la letterina di Crimi agli iscritti, burocratica ma implicitamente incendiaria: «Cari iscritti, come richiesto dal garante Beppe Grillo, è indetta la votazione per il comitato direttivo del M5s. Nei prossimi giorni saranno pubblicate le modalità e i tempi di presentazione delle candidature attraverso la nuova piattaforma di gestione degli iscritti e le date di svolgimento delle votazioni sulla nuova piattaforma di voto». Né si capisce a che gioco giochi Crimi. L'altra sera, bene o male, i deputati, chiedendo di poter vedere lo statuto e di poter ascoltare sia Conte sia Grillo, avevano cercato di stemperare il clima, o almeno di guadagnare tempo. E invece l'indizione del voto con queste modalità da parte di Crimi aveva oggettivamente il sapore di un colpo di pistola che poteva far partire la corsa verso lo sfascio. O, più diabolicamente, addirittura riproporre lo scenario più insidioso dal punto di vista di Grillo: non una scissione, ma un impossessamento del partito - tramite la votazione per il comitato direttivo - da parte di una nuova maggioranza contiana, di fatto espropriando il fondatore e mettendolo in minoranza.Comunque, ieri, 19 senatori pentastellati si sono attivati in senso pacifista, con una lettera-appello per andare «oltre le difficoltà attuali» e per augurarsi che «le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino, chiedendo ad entrambi un incontro». Tornando al punto giuridico, la stessa giustificazione legale per il cambio di piattaforma appariva zoppicante (su questo Grillo sembra avere delle ragioni): il fatto che il Garante della privacy abbia imposto a Rousseau di consegnare al Movimento l'elenco degli iscritti non vieta al Movimento stesso di riaffidare proprio a Rousseau l'effettuazione di un'altra consultazione. Morale: si rischiava un'ennesima contesa da azzeccagarbugli. Pane per i denti dell'avvocato Lorenzo Borrè, mitico legale spesso schierato contro i pentastellati e al fianco degli espulsi, che ieri ha già sparato a palle incatenate. Prima obiezione: «Gli associati che si sono iscritti (tutti) attraverso un altro sito, come fanno a sapere che movimento5stelle.eu è il “sito del Movimento", su cui - a norma di statuto - deve essere pubblicato l'avviso di convocazione delle consultazioni? Ah, saperlo…». E già questo fatto, secondo Borrè, apre la strada a una raffica di ricorsi. Non solo: c'è anche la seconda obiezione di Borrè, esplicitata in un colloquio con l'Adnkronos: «Il secondo inciampo è che l'indizione è stata fatta da un organo inesistente, il capo politico, quando avrebbe dovuto farla il garante. Quella di Crimi sostanzialmente è una non indizione». Conclusione di Borrè dagli effetti involontariamente tragicomici: «Si rischia una divaricazione delle consultazioni con conseguente costituzione di un comitato di papi e di un comitato di antipapi, visto che Grillo potrebbe a questo punto indire le consultazioni sul sito Rousseau utilizzando il regolamento a suo tempo promulgato dal comitato di garanzia». Pericolo, per ora, scongiurato dall'apertura dell'Elevato.In questo caos, resta un altro interrogativo, tutto politico: che partita sta giocando Luigi Di Maio? La sensazione è che il ministro degli Esteri sia il più furbo di tutti e si tenga aperte diverse porte, riservandosi un posto in prima fila nello schema che alla fine risulterà ai suoi occhi il più solido. In pubblico e davanti ai militanti fa il paciere; contemporaneamente, ha aperto la trattativa con Conte; nel frattempo, tiene i contatti con Grillo, al quale sa di potersi proporre sia come alternativa a Conte, sia, in caso di tregua armata, come vice Conte per marcare a uomo e controllare l'ex premier. A rendere tutto più indecifrabile c'è l'intervista al Corriere di Vincenzo Spadafora, considerato vicino a Di Maio, e che ha sparato duramente contro Conte («Ci ha divisi, sarà difficile ricomporre»). Sul fronte governativo, intanto, fonti 5 stelle fanno sapere che soltanto Stefano Patuanelli sarebbe disposto a seguire Conte. Ma una prima vittima del tafferuglio pare già acclarata, ed è il sindaco di Roma uscente, Virginia Raggi: già tutti i sondaggi la davano terza (dopo Enrico Michetti e Roberto Gualtieri e prima di Carlo Calenda), e dunque lontana dal ballottaggio. Conte ha avuto pure il coraggio di chiamarla, pare per chiederle di schierarsi con lui, dopo che nelle settimane precedenti alla ricandidatura veva lavorato per imporle un passo indietro e creare le condizioni per una convergenza Pd-M5s su un'ipotetica candidatura di Nicola Zingaretti per il Campidoglio. Ovvio che la Raggi, già nei guai, ora tutto voglia fare tranne che alienarsi uno dei due contendenti. E infatti ha democristianamente fatto sapere che tra Conte e Grillo «si può ricomporre: sono due persone ragionevoli». Intanto però quattro consiglieri comunali capitolini se ne sono andati: cattivo presagio per una sindaca malinconicamente al tramonto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-movimento-rischia-la-secessione-e-lelevato-ferma-il-voto-sul-direttorio-2653636509.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="panico-per-la-strage-di-seggi-la-lite-tra-grillo-e-conte-brucera-oltre-100-poltrone" data-post-id="2653636509" data-published-at="1625265360" data-use-pagination="False"> Panico per la strage di seggi. La lite tra Grillo e Conte brucerà oltre 100 poltrone I conti contro Conte. La grande fuga dal neanche ancora nato nuovo partito di Giuseppe Conte è iniziata. Ieri, 19 senatori hanno rivolto un appello all'unità a Beppe Grillo e Conte, rompendo il fronte di Palazzo Madama che, secondo gli spin diffusi da Rocco Casalino, sarebbe stato un monolite granitico schierato con Giuseppi. Altro che: calcolatrice alla mano, i senatori hanno capito che andare appresso alle megalomanie dell'ex avvocato del popolo significa rinunciare a qualunque possibilità di rielezione. Tra taglio dei parlamentari (voluto dal M5s) e taglio dei consensi (voluto dagli italiani), infatti, alle prossime politiche, se ci si basa sui sondaggi di questi giorni, la pattuglia pentastellata sarà ridotta (per essere ottimisti) a meno della metà di quella attuale. Con la sforbiciata ai parlamentari approvata dagli italiani lo scorso settembre attraverso il referendum, è bene ricordarlo, i seggi alla Camera sono passati da 630 a 400, e quelli al Senato (esclusi i senatori a vita) da 315 a 200. Abbiamo fatto anche noi un po' di conti, basandoci su alcune simulazioni di Youtrend e sulla ultima supermedia dei sondaggi dello stesso istituto, che risale all'altro ieri e colloca il M5s al 16,7% e il Pd al 19,2%. Visto che abbiamo estrema fiducia nella popolarità di Giuseppi, attribuiamo all'area M5s- ipotetica Lista Conte il 20%. Considerato che le rilevazioni su una futura lista dell'ex premier la collocano al 10%, avremo anche il M5s al 10%, quota che coincide alla perfezione con le rilevazioni statistiche effettuate negli ultimi giorni sull'ipotesi dei grillini separati da Giuseppi. Partiamo dalla situazione attuale: i parlamentari del M5s, eletti nel 2018 furono 333 (221 alla Camera, 112 al Senato). Dopo le varie diaspore, fughe, espulsioni e mini-scissioni, sono rimasti 236: 161 deputati e 75 senatori. Se si andrà alle elezioni con l'attuale legge elettorale, con il taglio dei parlamentari, stando alle simulazioni, e considerando la ipotesi più ottimistica per i pentastellati, ovvero una competizione tra il centrodestra compatto da un lato e i giallorossi uniti dall'altro, compresa Italia viva, la coalizione Pd-M5s-Conte-Leu-Verdi-renziani otterrebbe circa 170 deputati e 85 senatori. Escludendo gli eletti nei partiti più piccoli, avremmo alla Camera 80 deputati del Pd, 40 del M5s e 40 della Lista Conte. Attenzione però: Giuseppi ha già fatto sapere che solo un terzo delle liste elettorali del suo ipotetico nuovo partito sarà composto da ex grillini, mentre gli altri due terzi saranno esponenti del mondo accademico e delle professioni e imprenditori. Dunque, gli attuali deputati del M5s che verrebbero rieletti con la Lista Conte sarebbero un terzo di 40, ovvero tra i 13 e i 14 sui 161 attuali. Un bagno di sangue, che non a caso ha convinto i deputati a restare incollati a Beppe Grillo, a differenza dei senatori che, almeno fino a ieri, sembravano più propensi a collocarsi all'ombra del Grande Ciuffo. Ieri, però, come dicevamo, si è aperta la prima crepa anche a Palazzo Madama, poiché i senatori hanno iniziato a usare la calcolatrice e a sudare freddo. Il motivo è semplice: sempre considerando una Lista Conte al 10%, quindi con un risultato lusinghiero, il Pd al 20% eleggerebbe 40 senatori, il M5s 20 e la Lista Conte altri 20. Considerata la regola dei due terzi di candidati nuovi, i grillini rieletti con il partito dell'ex premier sarebbero appena 7 sui 75 attuali. È bene sottolineare un altro dato: la Lista Conte viene collocata intorno al 10% nel caso in cui Giuseppi riesca a convincere anche Luigi Di Maio e Roberto Fico a passare con lui, abbandonando Grillo. In sostanza, e visto che la matematica non è un'opinione, su 236 parlamentari attuali del M5s, nella Lista Conte ci sarebbe spazio per la rielezione di 20/21 elementi tra Camera e Senato. Siamo anche in grado di proporvi la lista completa dei prescelti: Luigi Di Maio, Roberto Fico, Mario Turco, Paola Taverna, Stefano Patuanelli, Vito Crimi, Laura Castelli, Alfonso Bonafede, Ettore Licheri, Stanislao Di Piazza, Pierpaolo Sileri, Gianluca Perilli, Giuseppe Brescia, Lucia Azzolina, Riccardo Ricciardi, Dalila Nesci, Francesco D'Uva, Luca Carabetta, Barbara Floridia, Anna Macina. Il seggio di Rocco Casalino è al centro di un braccio di ferro: non è un parlamentare attuale, quindi gli ex grillini lo considerano nei due terzi di «quota Conte», mentre lui invece vorrebbe rientrare nella quota ex M5s per lasciare spazio a un altro fedelissimo di Giuseppi. Stando a indiscrezioni assai attendibili, se Conte restasse nel M5s avrebbe comunque diritto a una quota di candidati scelti da lui, ma lo spazio per i parlamentari attuali crescerebbe a dismisura. Ecco spiegata la nota dei 19 senatori, che chiedono unità, «nella consapevolezza che il Movimento ha necessità di innovarsi e ristrutturarsi, nella speranza che le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino».
Philippe Donnet (Ansa)
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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Il rischio da qui al 2035, dice il report, è di avere città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e un maggior degrado del tessuto urbano. Il fenomeno è il risultato di una tempesta perfetta di fattori economici e sociali. In primo luogo, il cambiamento profondo nei modelli di acquisto: tra il 2015 e il 2025, mentre le vendite totali al dettaglio sono cresciute del 14,4%, quelle delle piccole superfici sono rimaste al palo (0,0%). Al contrario, il commercio online è quasi triplicato (+187%), passando da un valore di 31,4 miliardi nel 2019 ai 62,3 miliardi previsti per il 2025. Oggi l’e-commerce incide per l’11,3% sui consumi di beni e per il 18,4% sui servizi. Ha grande impatto sulle chiusure dei negozi la «turistificazione» dei centri storici. Gli affitti brevi e i B&B sono aumentati del 184,4%. Questo boom è particolarmente evidente nelle località del Mezzogiorno, dove i B&B sono quasi quadruplicati. Se da un lato questo alimenta l’indotto turistico, dall’altro sottrae spazi alla residenzialità e ai servizi di prossimità, modificando l’identità dei quartieri. Questa mutazione si esprime anche con una modifica del tessuto imprenditoriale: calano le imprese a titolarità italiana (-290.000) e aumentano quelle straniere (+134.000), che svolgono una funzione di «supplenza» commerciale, pur rimanendo spesso piccole e frammentate. Si nota inoltre un processo di professionalizzazione: crescono le società di capitale (passate dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) mentre diminuiscono tutte le altre forme (ditte individuali, società di persone, cooperative, consorzi), segno che chi resta sul mercato cerca una struttura organizzativa più solida per resistere alla crisi. In molti casi la crescita degli alloggi turistici avviene a scapito delle strutture alberghiere tradizionali, mentre parte dei bar si riclassifica nella ristorazione.
Il fenomeno non colpisce l’Italia in modo uniforme. Il Nord è più sofferente, con perdite di negozi che in città come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria superano il 33%. Al contrario, il Sud mostra una maggiore resilienza, sebbene fortemente dipendente dalla spinta turistica. Tra le città che hanno perso più imprese spiccano Agrigento (-37,5%) e Ancona (-35,9%).
Il bilancio sullo stato di salute delle varie categorie merceologiche è impietoso. In forte calo le edicole (-51,9%), l’abbigliamento e le calzature (-36,9%), i mobili e ferramenta (-35,9%) e i libri e giocattoli (-32,6%). In crescita invece ristorazione (+35%), rosticcerie e pasticcerie (+14,4%), farmacie e negozi di tecnologia. Il comparto alloggio e ristorazione è l’unico con segno positivo (+19.000 imprese totali).
Confcommercio azzarda una stima al 2035 che è a tinte fosche: città meno illuminate, aumento del degrado urbano, quartieri che diventano «dormitori» e crescenti difficoltà per la popolazione anziana, che perderebbe i punti di riferimento per la spesa quotidiana.
Per contrastare questo scenario, l’associazione del commercio, attraverso il progetto Cities, sottolinea l’urgenza di provvedimenti di rigenerazione urbana. Non si tratta solo di sostenere il commercio, ma di ripensare l’equilibrio tra residenti, turisti e servizi. È necessario passare da una crescita disordinata a una pianificazione che valorizzi i negozi di vicinato come presidi di sicurezza, socialità e vivibilità delle città italiane.
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