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2021-07-03
Mattanza grillina: ne resteranno solo 80
Beppe Grillo (Getty images)
Arriva mentre l'Italia si gioca il quarto di finale contro il Belgio, l'agenzia che annuncia che Beppe Grillo apre alla mediazione chiesta dai parlamentari: «Istitutiamo un comitato per la riforma del Movimento». Dunque, sospeso il voto sul direttorio, dopo le ulteriori polemiche sulla consultazione.
Ieri, infatti, il leggendario Vito Crimi, per un verso ha ottemperato a quello che fino ad allora era l'ordine di Grillo di indire la votazione per un nuovo comitato direttivo, ma per altro verso, l'ha fatto su una piattaforma alternativa rispetto a Rousseau e addirittura su un altro sito Internet. Morale: ci sono due aspiranti capi (Giuseppe Conte e Grillo), due piattaforme (SkyVote e Rousseau) e due siti (movimento5stelle.eu e movimento5stelle.it). Una baraonda, un pandemonio.
Ecco la letterina di Crimi agli iscritti, burocratica ma implicitamente incendiaria: «Cari iscritti, come richiesto dal garante Beppe Grillo, è indetta la votazione per il comitato direttivo del M5s. Nei prossimi giorni saranno pubblicate le modalità e i tempi di presentazione delle candidature attraverso la nuova piattaforma di gestione degli iscritti e le date di svolgimento delle votazioni sulla nuova piattaforma di voto».
Né si capisce a che gioco giochi Crimi. L'altra sera, bene o male, i deputati, chiedendo di poter vedere lo statuto e di poter ascoltare sia Conte sia Grillo, avevano cercato di stemperare il clima, o almeno di guadagnare tempo. E invece l'indizione del voto con queste modalità da parte di Crimi aveva oggettivamente il sapore di un colpo di pistola che poteva far partire la corsa verso lo sfascio. O, più diabolicamente, addirittura riproporre lo scenario più insidioso dal punto di vista di Grillo: non una scissione, ma un impossessamento del partito - tramite la votazione per il comitato direttivo - da parte di una nuova maggioranza contiana, di fatto espropriando il fondatore e mettendolo in minoranza.
Comunque, ieri, 19 senatori pentastellati si sono attivati in senso pacifista, con una lettera-appello per andare «oltre le difficoltà attuali» e per augurarsi che «le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino, chiedendo ad entrambi un incontro».
Tornando al punto giuridico, la stessa giustificazione legale per il cambio di piattaforma appariva zoppicante (su questo Grillo sembra avere delle ragioni): il fatto che il Garante della privacy abbia imposto a Rousseau di consegnare al Movimento l'elenco degli iscritti non vieta al Movimento stesso di riaffidare proprio a Rousseau l'effettuazione di un'altra consultazione.
Morale: si rischiava un'ennesima contesa da azzeccagarbugli. Pane per i denti dell'avvocato Lorenzo Borrè, mitico legale spesso schierato contro i pentastellati e al fianco degli espulsi, che ieri ha già sparato a palle incatenate. Prima obiezione: «Gli associati che si sono iscritti (tutti) attraverso un altro sito, come fanno a sapere che movimento5stelle.eu è il “sito del Movimento", su cui - a norma di statuto - deve essere pubblicato l'avviso di convocazione delle consultazioni? Ah, saperlo…». E già questo fatto, secondo Borrè, apre la strada a una raffica di ricorsi. Non solo: c'è anche la seconda obiezione di Borrè, esplicitata in un colloquio con l'Adnkronos: «Il secondo inciampo è che l'indizione è stata fatta da un organo inesistente, il capo politico, quando avrebbe dovuto farla il garante. Quella di Crimi sostanzialmente è una non indizione». Conclusione di Borrè dagli effetti involontariamente tragicomici: «Si rischia una divaricazione delle consultazioni con conseguente costituzione di un comitato di papi e di un comitato di antipapi, visto che Grillo potrebbe a questo punto indire le consultazioni sul sito Rousseau utilizzando il regolamento a suo tempo promulgato dal comitato di garanzia». Pericolo, per ora, scongiurato dall'apertura dell'Elevato.
In questo caos, resta un altro interrogativo, tutto politico: che partita sta giocando Luigi Di Maio? La sensazione è che il ministro degli Esteri sia il più furbo di tutti e si tenga aperte diverse porte, riservandosi un posto in prima fila nello schema che alla fine risulterà ai suoi occhi il più solido. In pubblico e davanti ai militanti fa il paciere; contemporaneamente, ha aperto la trattativa con Conte; nel frattempo, tiene i contatti con Grillo, al quale sa di potersi proporre sia come alternativa a Conte, sia, in caso di tregua armata, come vice Conte per marcare a uomo e controllare l'ex premier. A rendere tutto più indecifrabile c'è l'intervista al Corriere di Vincenzo Spadafora, considerato vicino a Di Maio, e che ha sparato duramente contro Conte («Ci ha divisi, sarà difficile ricomporre»). Sul fronte governativo, intanto, fonti 5 stelle fanno sapere che soltanto Stefano Patuanelli sarebbe disposto a seguire Conte.
Ma una prima vittima del tafferuglio pare già acclarata, ed è il sindaco di Roma uscente, Virginia Raggi: già tutti i sondaggi la davano terza (dopo Enrico Michetti e Roberto Gualtieri e prima di Carlo Calenda), e dunque lontana dal ballottaggio. Conte ha avuto pure il coraggio di chiamarla, pare per chiederle di schierarsi con lui, dopo che nelle settimane precedenti alla ricandidatura veva lavorato per imporle un passo indietro e creare le condizioni per una convergenza Pd-M5s su un'ipotetica candidatura di Nicola Zingaretti per il Campidoglio. Ovvio che la Raggi, già nei guai, ora tutto voglia fare tranne che alienarsi uno dei due contendenti. E infatti ha democristianamente fatto sapere che tra Conte e Grillo «si può ricomporre: sono due persone ragionevoli». Intanto però quattro consiglieri comunali capitolini se ne sono andati: cattivo presagio per una sindaca malinconicamente al tramonto.
Panico per la strage di seggi. La lite tra Grillo e Conte brucerà oltre 100 poltrone
I conti contro Conte. La grande fuga dal neanche ancora nato nuovo partito di Giuseppe Conte è iniziata. Ieri, 19 senatori hanno rivolto un appello all'unità a Beppe Grillo e Conte, rompendo il fronte di Palazzo Madama che, secondo gli spin diffusi da Rocco Casalino, sarebbe stato un monolite granitico schierato con Giuseppi. Altro che: calcolatrice alla mano, i senatori hanno capito che andare appresso alle megalomanie dell'ex avvocato del popolo significa rinunciare a qualunque possibilità di rielezione. Tra taglio dei parlamentari (voluto dal M5s) e taglio dei consensi (voluto dagli italiani), infatti, alle prossime politiche, se ci si basa sui sondaggi di questi giorni, la pattuglia pentastellata sarà ridotta (per essere ottimisti) a meno della metà di quella attuale. Con la sforbiciata ai parlamentari approvata dagli italiani lo scorso settembre attraverso il referendum, è bene ricordarlo, i seggi alla Camera sono passati da 630 a 400, e quelli al Senato (esclusi i senatori a vita) da 315 a 200.
Abbiamo fatto anche noi un po' di conti, basandoci su alcune simulazioni di Youtrend e sulla ultima supermedia dei sondaggi dello stesso istituto, che risale all'altro ieri e colloca il M5s al 16,7% e il Pd al 19,2%. Visto che abbiamo estrema fiducia nella popolarità di Giuseppi, attribuiamo all'area M5s- ipotetica Lista Conte il 20%. Considerato che le rilevazioni su una futura lista dell'ex premier la collocano al 10%, avremo anche il M5s al 10%, quota che coincide alla perfezione con le rilevazioni statistiche effettuate negli ultimi giorni sull'ipotesi dei grillini separati da Giuseppi.
Partiamo dalla situazione attuale: i parlamentari del M5s, eletti nel 2018 furono 333 (221 alla Camera, 112 al Senato). Dopo le varie diaspore, fughe, espulsioni e mini-scissioni, sono rimasti 236: 161 deputati e 75 senatori. Se si andrà alle elezioni con l'attuale legge elettorale, con il taglio dei parlamentari, stando alle simulazioni, e considerando la ipotesi più ottimistica per i pentastellati, ovvero una competizione tra il centrodestra compatto da un lato e i giallorossi uniti dall'altro, compresa Italia viva, la coalizione Pd-M5s-Conte-Leu-Verdi-renziani otterrebbe circa 170 deputati e 85 senatori.
Escludendo gli eletti nei partiti più piccoli, avremmo alla Camera 80 deputati del Pd, 40 del M5s e 40 della Lista Conte. Attenzione però: Giuseppi ha già fatto sapere che solo un terzo delle liste elettorali del suo ipotetico nuovo partito sarà composto da ex grillini, mentre gli altri due terzi saranno esponenti del mondo accademico e delle professioni e imprenditori. Dunque, gli attuali deputati del M5s che verrebbero rieletti con la Lista Conte sarebbero un terzo di 40, ovvero tra i 13 e i 14 sui 161 attuali. Un bagno di sangue, che non a caso ha convinto i deputati a restare incollati a Beppe Grillo, a differenza dei senatori che, almeno fino a ieri, sembravano più propensi a collocarsi all'ombra del Grande Ciuffo.
Ieri, però, come dicevamo, si è aperta la prima crepa anche a Palazzo Madama, poiché i senatori hanno iniziato a usare la calcolatrice e a sudare freddo. Il motivo è semplice: sempre considerando una Lista Conte al 10%, quindi con un risultato lusinghiero, il Pd al 20% eleggerebbe 40 senatori, il M5s 20 e la Lista Conte altri 20. Considerata la regola dei due terzi di candidati nuovi, i grillini rieletti con il partito dell'ex premier sarebbero appena 7 sui 75 attuali. È bene sottolineare un altro dato: la Lista Conte viene collocata intorno al 10% nel caso in cui Giuseppi riesca a convincere anche Luigi Di Maio e Roberto Fico a passare con lui, abbandonando Grillo. In sostanza, e visto che la matematica non è un'opinione, su 236 parlamentari attuali del M5s, nella Lista Conte ci sarebbe spazio per la rielezione di 20/21 elementi tra Camera e Senato. Siamo anche in grado di proporvi la lista completa dei prescelti: Luigi Di Maio, Roberto Fico, Mario Turco, Paola Taverna, Stefano Patuanelli, Vito Crimi, Laura Castelli, Alfonso Bonafede, Ettore Licheri, Stanislao Di Piazza, Pierpaolo Sileri, Gianluca Perilli, Giuseppe Brescia, Lucia Azzolina, Riccardo Ricciardi, Dalila Nesci, Francesco D'Uva, Luca Carabetta, Barbara Floridia, Anna Macina. Il seggio di Rocco Casalino è al centro di un braccio di ferro: non è un parlamentare attuale, quindi gli ex grillini lo considerano nei due terzi di «quota Conte», mentre lui invece vorrebbe rientrare nella quota ex M5s per lasciare spazio a un altro fedelissimo di Giuseppi. Stando a indiscrezioni assai attendibili, se Conte restasse nel M5s avrebbe comunque diritto a una quota di candidati scelti da lui, ma lo spazio per i parlamentari attuali crescerebbe a dismisura. Ecco spiegata la nota dei 19 senatori, che chiedono unità, «nella consapevolezza che il Movimento ha necessità di innovarsi e ristrutturarsi, nella speranza che le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino».
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Il legale degli espulsi contro Vito Crimi, che aveva indetto la consultazione su un'altra piattaforma. Poi il garante apre al dialogo: «Un comitato per riformare il partito». Tra i ministri, solo Stefano Patuanelli seguirebbe l'ex premierDopo la scissione (e a causa del taglio dei parlamentari), alla luce dei sondaggi attuali, l'emorragia di posti in Aula sarà aggravata dall'orda di «civici» pretesi dall'avvocatoLo speciale contiene due articoliArriva mentre l'Italia si gioca il quarto di finale contro il Belgio, l'agenzia che annuncia che Beppe Grillo apre alla mediazione chiesta dai parlamentari: «Istitutiamo un comitato per la riforma del Movimento». Dunque, sospeso il voto sul direttorio, dopo le ulteriori polemiche sulla consultazione. Ieri, infatti, il leggendario Vito Crimi, per un verso ha ottemperato a quello che fino ad allora era l'ordine di Grillo di indire la votazione per un nuovo comitato direttivo, ma per altro verso, l'ha fatto su una piattaforma alternativa rispetto a Rousseau e addirittura su un altro sito Internet. Morale: ci sono due aspiranti capi (Giuseppe Conte e Grillo), due piattaforme (SkyVote e Rousseau) e due siti (movimento5stelle.eu e movimento5stelle.it). Una baraonda, un pandemonio. Ecco la letterina di Crimi agli iscritti, burocratica ma implicitamente incendiaria: «Cari iscritti, come richiesto dal garante Beppe Grillo, è indetta la votazione per il comitato direttivo del M5s. Nei prossimi giorni saranno pubblicate le modalità e i tempi di presentazione delle candidature attraverso la nuova piattaforma di gestione degli iscritti e le date di svolgimento delle votazioni sulla nuova piattaforma di voto». Né si capisce a che gioco giochi Crimi. L'altra sera, bene o male, i deputati, chiedendo di poter vedere lo statuto e di poter ascoltare sia Conte sia Grillo, avevano cercato di stemperare il clima, o almeno di guadagnare tempo. E invece l'indizione del voto con queste modalità da parte di Crimi aveva oggettivamente il sapore di un colpo di pistola che poteva far partire la corsa verso lo sfascio. O, più diabolicamente, addirittura riproporre lo scenario più insidioso dal punto di vista di Grillo: non una scissione, ma un impossessamento del partito - tramite la votazione per il comitato direttivo - da parte di una nuova maggioranza contiana, di fatto espropriando il fondatore e mettendolo in minoranza.Comunque, ieri, 19 senatori pentastellati si sono attivati in senso pacifista, con una lettera-appello per andare «oltre le difficoltà attuali» e per augurarsi che «le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino, chiedendo ad entrambi un incontro». Tornando al punto giuridico, la stessa giustificazione legale per il cambio di piattaforma appariva zoppicante (su questo Grillo sembra avere delle ragioni): il fatto che il Garante della privacy abbia imposto a Rousseau di consegnare al Movimento l'elenco degli iscritti non vieta al Movimento stesso di riaffidare proprio a Rousseau l'effettuazione di un'altra consultazione. Morale: si rischiava un'ennesima contesa da azzeccagarbugli. Pane per i denti dell'avvocato Lorenzo Borrè, mitico legale spesso schierato contro i pentastellati e al fianco degli espulsi, che ieri ha già sparato a palle incatenate. Prima obiezione: «Gli associati che si sono iscritti (tutti) attraverso un altro sito, come fanno a sapere che movimento5stelle.eu è il “sito del Movimento", su cui - a norma di statuto - deve essere pubblicato l'avviso di convocazione delle consultazioni? Ah, saperlo…». E già questo fatto, secondo Borrè, apre la strada a una raffica di ricorsi. Non solo: c'è anche la seconda obiezione di Borrè, esplicitata in un colloquio con l'Adnkronos: «Il secondo inciampo è che l'indizione è stata fatta da un organo inesistente, il capo politico, quando avrebbe dovuto farla il garante. Quella di Crimi sostanzialmente è una non indizione». Conclusione di Borrè dagli effetti involontariamente tragicomici: «Si rischia una divaricazione delle consultazioni con conseguente costituzione di un comitato di papi e di un comitato di antipapi, visto che Grillo potrebbe a questo punto indire le consultazioni sul sito Rousseau utilizzando il regolamento a suo tempo promulgato dal comitato di garanzia». Pericolo, per ora, scongiurato dall'apertura dell'Elevato.In questo caos, resta un altro interrogativo, tutto politico: che partita sta giocando Luigi Di Maio? La sensazione è che il ministro degli Esteri sia il più furbo di tutti e si tenga aperte diverse porte, riservandosi un posto in prima fila nello schema che alla fine risulterà ai suoi occhi il più solido. In pubblico e davanti ai militanti fa il paciere; contemporaneamente, ha aperto la trattativa con Conte; nel frattempo, tiene i contatti con Grillo, al quale sa di potersi proporre sia come alternativa a Conte, sia, in caso di tregua armata, come vice Conte per marcare a uomo e controllare l'ex premier. A rendere tutto più indecifrabile c'è l'intervista al Corriere di Vincenzo Spadafora, considerato vicino a Di Maio, e che ha sparato duramente contro Conte («Ci ha divisi, sarà difficile ricomporre»). Sul fronte governativo, intanto, fonti 5 stelle fanno sapere che soltanto Stefano Patuanelli sarebbe disposto a seguire Conte. Ma una prima vittima del tafferuglio pare già acclarata, ed è il sindaco di Roma uscente, Virginia Raggi: già tutti i sondaggi la davano terza (dopo Enrico Michetti e Roberto Gualtieri e prima di Carlo Calenda), e dunque lontana dal ballottaggio. Conte ha avuto pure il coraggio di chiamarla, pare per chiederle di schierarsi con lui, dopo che nelle settimane precedenti alla ricandidatura veva lavorato per imporle un passo indietro e creare le condizioni per una convergenza Pd-M5s su un'ipotetica candidatura di Nicola Zingaretti per il Campidoglio. Ovvio che la Raggi, già nei guai, ora tutto voglia fare tranne che alienarsi uno dei due contendenti. E infatti ha democristianamente fatto sapere che tra Conte e Grillo «si può ricomporre: sono due persone ragionevoli». Intanto però quattro consiglieri comunali capitolini se ne sono andati: cattivo presagio per una sindaca malinconicamente al tramonto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-movimento-rischia-la-secessione-e-lelevato-ferma-il-voto-sul-direttorio-2653636509.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="panico-per-la-strage-di-seggi-la-lite-tra-grillo-e-conte-brucera-oltre-100-poltrone" data-post-id="2653636509" data-published-at="1625265360" data-use-pagination="False"> Panico per la strage di seggi. La lite tra Grillo e Conte brucerà oltre 100 poltrone I conti contro Conte. La grande fuga dal neanche ancora nato nuovo partito di Giuseppe Conte è iniziata. Ieri, 19 senatori hanno rivolto un appello all'unità a Beppe Grillo e Conte, rompendo il fronte di Palazzo Madama che, secondo gli spin diffusi da Rocco Casalino, sarebbe stato un monolite granitico schierato con Giuseppi. Altro che: calcolatrice alla mano, i senatori hanno capito che andare appresso alle megalomanie dell'ex avvocato del popolo significa rinunciare a qualunque possibilità di rielezione. Tra taglio dei parlamentari (voluto dal M5s) e taglio dei consensi (voluto dagli italiani), infatti, alle prossime politiche, se ci si basa sui sondaggi di questi giorni, la pattuglia pentastellata sarà ridotta (per essere ottimisti) a meno della metà di quella attuale. Con la sforbiciata ai parlamentari approvata dagli italiani lo scorso settembre attraverso il referendum, è bene ricordarlo, i seggi alla Camera sono passati da 630 a 400, e quelli al Senato (esclusi i senatori a vita) da 315 a 200. Abbiamo fatto anche noi un po' di conti, basandoci su alcune simulazioni di Youtrend e sulla ultima supermedia dei sondaggi dello stesso istituto, che risale all'altro ieri e colloca il M5s al 16,7% e il Pd al 19,2%. Visto che abbiamo estrema fiducia nella popolarità di Giuseppi, attribuiamo all'area M5s- ipotetica Lista Conte il 20%. Considerato che le rilevazioni su una futura lista dell'ex premier la collocano al 10%, avremo anche il M5s al 10%, quota che coincide alla perfezione con le rilevazioni statistiche effettuate negli ultimi giorni sull'ipotesi dei grillini separati da Giuseppi. Partiamo dalla situazione attuale: i parlamentari del M5s, eletti nel 2018 furono 333 (221 alla Camera, 112 al Senato). Dopo le varie diaspore, fughe, espulsioni e mini-scissioni, sono rimasti 236: 161 deputati e 75 senatori. Se si andrà alle elezioni con l'attuale legge elettorale, con il taglio dei parlamentari, stando alle simulazioni, e considerando la ipotesi più ottimistica per i pentastellati, ovvero una competizione tra il centrodestra compatto da un lato e i giallorossi uniti dall'altro, compresa Italia viva, la coalizione Pd-M5s-Conte-Leu-Verdi-renziani otterrebbe circa 170 deputati e 85 senatori. Escludendo gli eletti nei partiti più piccoli, avremmo alla Camera 80 deputati del Pd, 40 del M5s e 40 della Lista Conte. Attenzione però: Giuseppi ha già fatto sapere che solo un terzo delle liste elettorali del suo ipotetico nuovo partito sarà composto da ex grillini, mentre gli altri due terzi saranno esponenti del mondo accademico e delle professioni e imprenditori. Dunque, gli attuali deputati del M5s che verrebbero rieletti con la Lista Conte sarebbero un terzo di 40, ovvero tra i 13 e i 14 sui 161 attuali. Un bagno di sangue, che non a caso ha convinto i deputati a restare incollati a Beppe Grillo, a differenza dei senatori che, almeno fino a ieri, sembravano più propensi a collocarsi all'ombra del Grande Ciuffo. Ieri, però, come dicevamo, si è aperta la prima crepa anche a Palazzo Madama, poiché i senatori hanno iniziato a usare la calcolatrice e a sudare freddo. Il motivo è semplice: sempre considerando una Lista Conte al 10%, quindi con un risultato lusinghiero, il Pd al 20% eleggerebbe 40 senatori, il M5s 20 e la Lista Conte altri 20. Considerata la regola dei due terzi di candidati nuovi, i grillini rieletti con il partito dell'ex premier sarebbero appena 7 sui 75 attuali. È bene sottolineare un altro dato: la Lista Conte viene collocata intorno al 10% nel caso in cui Giuseppi riesca a convincere anche Luigi Di Maio e Roberto Fico a passare con lui, abbandonando Grillo. In sostanza, e visto che la matematica non è un'opinione, su 236 parlamentari attuali del M5s, nella Lista Conte ci sarebbe spazio per la rielezione di 20/21 elementi tra Camera e Senato. Siamo anche in grado di proporvi la lista completa dei prescelti: Luigi Di Maio, Roberto Fico, Mario Turco, Paola Taverna, Stefano Patuanelli, Vito Crimi, Laura Castelli, Alfonso Bonafede, Ettore Licheri, Stanislao Di Piazza, Pierpaolo Sileri, Gianluca Perilli, Giuseppe Brescia, Lucia Azzolina, Riccardo Ricciardi, Dalila Nesci, Francesco D'Uva, Luca Carabetta, Barbara Floridia, Anna Macina. Il seggio di Rocco Casalino è al centro di un braccio di ferro: non è un parlamentare attuale, quindi gli ex grillini lo considerano nei due terzi di «quota Conte», mentre lui invece vorrebbe rientrare nella quota ex M5s per lasciare spazio a un altro fedelissimo di Giuseppi. Stando a indiscrezioni assai attendibili, se Conte restasse nel M5s avrebbe comunque diritto a una quota di candidati scelti da lui, ma lo spazio per i parlamentari attuali crescerebbe a dismisura. Ecco spiegata la nota dei 19 senatori, che chiedono unità, «nella consapevolezza che il Movimento ha necessità di innovarsi e ristrutturarsi, nella speranza che le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino».
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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