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2021-07-03
Mattanza grillina: ne resteranno solo 80
Beppe Grillo (Getty images)
Arriva mentre l'Italia si gioca il quarto di finale contro il Belgio, l'agenzia che annuncia che Beppe Grillo apre alla mediazione chiesta dai parlamentari: «Istitutiamo un comitato per la riforma del Movimento». Dunque, sospeso il voto sul direttorio, dopo le ulteriori polemiche sulla consultazione.
Ieri, infatti, il leggendario Vito Crimi, per un verso ha ottemperato a quello che fino ad allora era l'ordine di Grillo di indire la votazione per un nuovo comitato direttivo, ma per altro verso, l'ha fatto su una piattaforma alternativa rispetto a Rousseau e addirittura su un altro sito Internet. Morale: ci sono due aspiranti capi (Giuseppe Conte e Grillo), due piattaforme (SkyVote e Rousseau) e due siti (movimento5stelle.eu e movimento5stelle.it). Una baraonda, un pandemonio.
Ecco la letterina di Crimi agli iscritti, burocratica ma implicitamente incendiaria: «Cari iscritti, come richiesto dal garante Beppe Grillo, è indetta la votazione per il comitato direttivo del M5s. Nei prossimi giorni saranno pubblicate le modalità e i tempi di presentazione delle candidature attraverso la nuova piattaforma di gestione degli iscritti e le date di svolgimento delle votazioni sulla nuova piattaforma di voto».
Né si capisce a che gioco giochi Crimi. L'altra sera, bene o male, i deputati, chiedendo di poter vedere lo statuto e di poter ascoltare sia Conte sia Grillo, avevano cercato di stemperare il clima, o almeno di guadagnare tempo. E invece l'indizione del voto con queste modalità da parte di Crimi aveva oggettivamente il sapore di un colpo di pistola che poteva far partire la corsa verso lo sfascio. O, più diabolicamente, addirittura riproporre lo scenario più insidioso dal punto di vista di Grillo: non una scissione, ma un impossessamento del partito - tramite la votazione per il comitato direttivo - da parte di una nuova maggioranza contiana, di fatto espropriando il fondatore e mettendolo in minoranza.
Comunque, ieri, 19 senatori pentastellati si sono attivati in senso pacifista, con una lettera-appello per andare «oltre le difficoltà attuali» e per augurarsi che «le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino, chiedendo ad entrambi un incontro».
Tornando al punto giuridico, la stessa giustificazione legale per il cambio di piattaforma appariva zoppicante (su questo Grillo sembra avere delle ragioni): il fatto che il Garante della privacy abbia imposto a Rousseau di consegnare al Movimento l'elenco degli iscritti non vieta al Movimento stesso di riaffidare proprio a Rousseau l'effettuazione di un'altra consultazione.
Morale: si rischiava un'ennesima contesa da azzeccagarbugli. Pane per i denti dell'avvocato Lorenzo Borrè, mitico legale spesso schierato contro i pentastellati e al fianco degli espulsi, che ieri ha già sparato a palle incatenate. Prima obiezione: «Gli associati che si sono iscritti (tutti) attraverso un altro sito, come fanno a sapere che movimento5stelle.eu è il “sito del Movimento", su cui - a norma di statuto - deve essere pubblicato l'avviso di convocazione delle consultazioni? Ah, saperlo…». E già questo fatto, secondo Borrè, apre la strada a una raffica di ricorsi. Non solo: c'è anche la seconda obiezione di Borrè, esplicitata in un colloquio con l'Adnkronos: «Il secondo inciampo è che l'indizione è stata fatta da un organo inesistente, il capo politico, quando avrebbe dovuto farla il garante. Quella di Crimi sostanzialmente è una non indizione». Conclusione di Borrè dagli effetti involontariamente tragicomici: «Si rischia una divaricazione delle consultazioni con conseguente costituzione di un comitato di papi e di un comitato di antipapi, visto che Grillo potrebbe a questo punto indire le consultazioni sul sito Rousseau utilizzando il regolamento a suo tempo promulgato dal comitato di garanzia». Pericolo, per ora, scongiurato dall'apertura dell'Elevato.
In questo caos, resta un altro interrogativo, tutto politico: che partita sta giocando Luigi Di Maio? La sensazione è che il ministro degli Esteri sia il più furbo di tutti e si tenga aperte diverse porte, riservandosi un posto in prima fila nello schema che alla fine risulterà ai suoi occhi il più solido. In pubblico e davanti ai militanti fa il paciere; contemporaneamente, ha aperto la trattativa con Conte; nel frattempo, tiene i contatti con Grillo, al quale sa di potersi proporre sia come alternativa a Conte, sia, in caso di tregua armata, come vice Conte per marcare a uomo e controllare l'ex premier. A rendere tutto più indecifrabile c'è l'intervista al Corriere di Vincenzo Spadafora, considerato vicino a Di Maio, e che ha sparato duramente contro Conte («Ci ha divisi, sarà difficile ricomporre»). Sul fronte governativo, intanto, fonti 5 stelle fanno sapere che soltanto Stefano Patuanelli sarebbe disposto a seguire Conte.
Ma una prima vittima del tafferuglio pare già acclarata, ed è il sindaco di Roma uscente, Virginia Raggi: già tutti i sondaggi la davano terza (dopo Enrico Michetti e Roberto Gualtieri e prima di Carlo Calenda), e dunque lontana dal ballottaggio. Conte ha avuto pure il coraggio di chiamarla, pare per chiederle di schierarsi con lui, dopo che nelle settimane precedenti alla ricandidatura veva lavorato per imporle un passo indietro e creare le condizioni per una convergenza Pd-M5s su un'ipotetica candidatura di Nicola Zingaretti per il Campidoglio. Ovvio che la Raggi, già nei guai, ora tutto voglia fare tranne che alienarsi uno dei due contendenti. E infatti ha democristianamente fatto sapere che tra Conte e Grillo «si può ricomporre: sono due persone ragionevoli». Intanto però quattro consiglieri comunali capitolini se ne sono andati: cattivo presagio per una sindaca malinconicamente al tramonto.
Panico per la strage di seggi. La lite tra Grillo e Conte brucerà oltre 100 poltrone
I conti contro Conte. La grande fuga dal neanche ancora nato nuovo partito di Giuseppe Conte è iniziata. Ieri, 19 senatori hanno rivolto un appello all'unità a Beppe Grillo e Conte, rompendo il fronte di Palazzo Madama che, secondo gli spin diffusi da Rocco Casalino, sarebbe stato un monolite granitico schierato con Giuseppi. Altro che: calcolatrice alla mano, i senatori hanno capito che andare appresso alle megalomanie dell'ex avvocato del popolo significa rinunciare a qualunque possibilità di rielezione. Tra taglio dei parlamentari (voluto dal M5s) e taglio dei consensi (voluto dagli italiani), infatti, alle prossime politiche, se ci si basa sui sondaggi di questi giorni, la pattuglia pentastellata sarà ridotta (per essere ottimisti) a meno della metà di quella attuale. Con la sforbiciata ai parlamentari approvata dagli italiani lo scorso settembre attraverso il referendum, è bene ricordarlo, i seggi alla Camera sono passati da 630 a 400, e quelli al Senato (esclusi i senatori a vita) da 315 a 200.
Abbiamo fatto anche noi un po' di conti, basandoci su alcune simulazioni di Youtrend e sulla ultima supermedia dei sondaggi dello stesso istituto, che risale all'altro ieri e colloca il M5s al 16,7% e il Pd al 19,2%. Visto che abbiamo estrema fiducia nella popolarità di Giuseppi, attribuiamo all'area M5s- ipotetica Lista Conte il 20%. Considerato che le rilevazioni su una futura lista dell'ex premier la collocano al 10%, avremo anche il M5s al 10%, quota che coincide alla perfezione con le rilevazioni statistiche effettuate negli ultimi giorni sull'ipotesi dei grillini separati da Giuseppi.
Partiamo dalla situazione attuale: i parlamentari del M5s, eletti nel 2018 furono 333 (221 alla Camera, 112 al Senato). Dopo le varie diaspore, fughe, espulsioni e mini-scissioni, sono rimasti 236: 161 deputati e 75 senatori. Se si andrà alle elezioni con l'attuale legge elettorale, con il taglio dei parlamentari, stando alle simulazioni, e considerando la ipotesi più ottimistica per i pentastellati, ovvero una competizione tra il centrodestra compatto da un lato e i giallorossi uniti dall'altro, compresa Italia viva, la coalizione Pd-M5s-Conte-Leu-Verdi-renziani otterrebbe circa 170 deputati e 85 senatori.
Escludendo gli eletti nei partiti più piccoli, avremmo alla Camera 80 deputati del Pd, 40 del M5s e 40 della Lista Conte. Attenzione però: Giuseppi ha già fatto sapere che solo un terzo delle liste elettorali del suo ipotetico nuovo partito sarà composto da ex grillini, mentre gli altri due terzi saranno esponenti del mondo accademico e delle professioni e imprenditori. Dunque, gli attuali deputati del M5s che verrebbero rieletti con la Lista Conte sarebbero un terzo di 40, ovvero tra i 13 e i 14 sui 161 attuali. Un bagno di sangue, che non a caso ha convinto i deputati a restare incollati a Beppe Grillo, a differenza dei senatori che, almeno fino a ieri, sembravano più propensi a collocarsi all'ombra del Grande Ciuffo.
Ieri, però, come dicevamo, si è aperta la prima crepa anche a Palazzo Madama, poiché i senatori hanno iniziato a usare la calcolatrice e a sudare freddo. Il motivo è semplice: sempre considerando una Lista Conte al 10%, quindi con un risultato lusinghiero, il Pd al 20% eleggerebbe 40 senatori, il M5s 20 e la Lista Conte altri 20. Considerata la regola dei due terzi di candidati nuovi, i grillini rieletti con il partito dell'ex premier sarebbero appena 7 sui 75 attuali. È bene sottolineare un altro dato: la Lista Conte viene collocata intorno al 10% nel caso in cui Giuseppi riesca a convincere anche Luigi Di Maio e Roberto Fico a passare con lui, abbandonando Grillo. In sostanza, e visto che la matematica non è un'opinione, su 236 parlamentari attuali del M5s, nella Lista Conte ci sarebbe spazio per la rielezione di 20/21 elementi tra Camera e Senato. Siamo anche in grado di proporvi la lista completa dei prescelti: Luigi Di Maio, Roberto Fico, Mario Turco, Paola Taverna, Stefano Patuanelli, Vito Crimi, Laura Castelli, Alfonso Bonafede, Ettore Licheri, Stanislao Di Piazza, Pierpaolo Sileri, Gianluca Perilli, Giuseppe Brescia, Lucia Azzolina, Riccardo Ricciardi, Dalila Nesci, Francesco D'Uva, Luca Carabetta, Barbara Floridia, Anna Macina. Il seggio di Rocco Casalino è al centro di un braccio di ferro: non è un parlamentare attuale, quindi gli ex grillini lo considerano nei due terzi di «quota Conte», mentre lui invece vorrebbe rientrare nella quota ex M5s per lasciare spazio a un altro fedelissimo di Giuseppi. Stando a indiscrezioni assai attendibili, se Conte restasse nel M5s avrebbe comunque diritto a una quota di candidati scelti da lui, ma lo spazio per i parlamentari attuali crescerebbe a dismisura. Ecco spiegata la nota dei 19 senatori, che chiedono unità, «nella consapevolezza che il Movimento ha necessità di innovarsi e ristrutturarsi, nella speranza che le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino».
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Il legale degli espulsi contro Vito Crimi, che aveva indetto la consultazione su un'altra piattaforma. Poi il garante apre al dialogo: «Un comitato per riformare il partito». Tra i ministri, solo Stefano Patuanelli seguirebbe l'ex premierDopo la scissione (e a causa del taglio dei parlamentari), alla luce dei sondaggi attuali, l'emorragia di posti in Aula sarà aggravata dall'orda di «civici» pretesi dall'avvocatoLo speciale contiene due articoliArriva mentre l'Italia si gioca il quarto di finale contro il Belgio, l'agenzia che annuncia che Beppe Grillo apre alla mediazione chiesta dai parlamentari: «Istitutiamo un comitato per la riforma del Movimento». Dunque, sospeso il voto sul direttorio, dopo le ulteriori polemiche sulla consultazione. Ieri, infatti, il leggendario Vito Crimi, per un verso ha ottemperato a quello che fino ad allora era l'ordine di Grillo di indire la votazione per un nuovo comitato direttivo, ma per altro verso, l'ha fatto su una piattaforma alternativa rispetto a Rousseau e addirittura su un altro sito Internet. Morale: ci sono due aspiranti capi (Giuseppe Conte e Grillo), due piattaforme (SkyVote e Rousseau) e due siti (movimento5stelle.eu e movimento5stelle.it). Una baraonda, un pandemonio. Ecco la letterina di Crimi agli iscritti, burocratica ma implicitamente incendiaria: «Cari iscritti, come richiesto dal garante Beppe Grillo, è indetta la votazione per il comitato direttivo del M5s. Nei prossimi giorni saranno pubblicate le modalità e i tempi di presentazione delle candidature attraverso la nuova piattaforma di gestione degli iscritti e le date di svolgimento delle votazioni sulla nuova piattaforma di voto». Né si capisce a che gioco giochi Crimi. L'altra sera, bene o male, i deputati, chiedendo di poter vedere lo statuto e di poter ascoltare sia Conte sia Grillo, avevano cercato di stemperare il clima, o almeno di guadagnare tempo. E invece l'indizione del voto con queste modalità da parte di Crimi aveva oggettivamente il sapore di un colpo di pistola che poteva far partire la corsa verso lo sfascio. O, più diabolicamente, addirittura riproporre lo scenario più insidioso dal punto di vista di Grillo: non una scissione, ma un impossessamento del partito - tramite la votazione per il comitato direttivo - da parte di una nuova maggioranza contiana, di fatto espropriando il fondatore e mettendolo in minoranza.Comunque, ieri, 19 senatori pentastellati si sono attivati in senso pacifista, con una lettera-appello per andare «oltre le difficoltà attuali» e per augurarsi che «le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino, chiedendo ad entrambi un incontro». Tornando al punto giuridico, la stessa giustificazione legale per il cambio di piattaforma appariva zoppicante (su questo Grillo sembra avere delle ragioni): il fatto che il Garante della privacy abbia imposto a Rousseau di consegnare al Movimento l'elenco degli iscritti non vieta al Movimento stesso di riaffidare proprio a Rousseau l'effettuazione di un'altra consultazione. Morale: si rischiava un'ennesima contesa da azzeccagarbugli. Pane per i denti dell'avvocato Lorenzo Borrè, mitico legale spesso schierato contro i pentastellati e al fianco degli espulsi, che ieri ha già sparato a palle incatenate. Prima obiezione: «Gli associati che si sono iscritti (tutti) attraverso un altro sito, come fanno a sapere che movimento5stelle.eu è il “sito del Movimento", su cui - a norma di statuto - deve essere pubblicato l'avviso di convocazione delle consultazioni? Ah, saperlo…». E già questo fatto, secondo Borrè, apre la strada a una raffica di ricorsi. Non solo: c'è anche la seconda obiezione di Borrè, esplicitata in un colloquio con l'Adnkronos: «Il secondo inciampo è che l'indizione è stata fatta da un organo inesistente, il capo politico, quando avrebbe dovuto farla il garante. Quella di Crimi sostanzialmente è una non indizione». Conclusione di Borrè dagli effetti involontariamente tragicomici: «Si rischia una divaricazione delle consultazioni con conseguente costituzione di un comitato di papi e di un comitato di antipapi, visto che Grillo potrebbe a questo punto indire le consultazioni sul sito Rousseau utilizzando il regolamento a suo tempo promulgato dal comitato di garanzia». Pericolo, per ora, scongiurato dall'apertura dell'Elevato.In questo caos, resta un altro interrogativo, tutto politico: che partita sta giocando Luigi Di Maio? La sensazione è che il ministro degli Esteri sia il più furbo di tutti e si tenga aperte diverse porte, riservandosi un posto in prima fila nello schema che alla fine risulterà ai suoi occhi il più solido. In pubblico e davanti ai militanti fa il paciere; contemporaneamente, ha aperto la trattativa con Conte; nel frattempo, tiene i contatti con Grillo, al quale sa di potersi proporre sia come alternativa a Conte, sia, in caso di tregua armata, come vice Conte per marcare a uomo e controllare l'ex premier. A rendere tutto più indecifrabile c'è l'intervista al Corriere di Vincenzo Spadafora, considerato vicino a Di Maio, e che ha sparato duramente contro Conte («Ci ha divisi, sarà difficile ricomporre»). Sul fronte governativo, intanto, fonti 5 stelle fanno sapere che soltanto Stefano Patuanelli sarebbe disposto a seguire Conte. Ma una prima vittima del tafferuglio pare già acclarata, ed è il sindaco di Roma uscente, Virginia Raggi: già tutti i sondaggi la davano terza (dopo Enrico Michetti e Roberto Gualtieri e prima di Carlo Calenda), e dunque lontana dal ballottaggio. Conte ha avuto pure il coraggio di chiamarla, pare per chiederle di schierarsi con lui, dopo che nelle settimane precedenti alla ricandidatura veva lavorato per imporle un passo indietro e creare le condizioni per una convergenza Pd-M5s su un'ipotetica candidatura di Nicola Zingaretti per il Campidoglio. Ovvio che la Raggi, già nei guai, ora tutto voglia fare tranne che alienarsi uno dei due contendenti. E infatti ha democristianamente fatto sapere che tra Conte e Grillo «si può ricomporre: sono due persone ragionevoli». Intanto però quattro consiglieri comunali capitolini se ne sono andati: cattivo presagio per una sindaca malinconicamente al tramonto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-movimento-rischia-la-secessione-e-lelevato-ferma-il-voto-sul-direttorio-2653636509.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="panico-per-la-strage-di-seggi-la-lite-tra-grillo-e-conte-brucera-oltre-100-poltrone" data-post-id="2653636509" data-published-at="1625265360" data-use-pagination="False"> Panico per la strage di seggi. La lite tra Grillo e Conte brucerà oltre 100 poltrone I conti contro Conte. La grande fuga dal neanche ancora nato nuovo partito di Giuseppe Conte è iniziata. Ieri, 19 senatori hanno rivolto un appello all'unità a Beppe Grillo e Conte, rompendo il fronte di Palazzo Madama che, secondo gli spin diffusi da Rocco Casalino, sarebbe stato un monolite granitico schierato con Giuseppi. Altro che: calcolatrice alla mano, i senatori hanno capito che andare appresso alle megalomanie dell'ex avvocato del popolo significa rinunciare a qualunque possibilità di rielezione. Tra taglio dei parlamentari (voluto dal M5s) e taglio dei consensi (voluto dagli italiani), infatti, alle prossime politiche, se ci si basa sui sondaggi di questi giorni, la pattuglia pentastellata sarà ridotta (per essere ottimisti) a meno della metà di quella attuale. Con la sforbiciata ai parlamentari approvata dagli italiani lo scorso settembre attraverso il referendum, è bene ricordarlo, i seggi alla Camera sono passati da 630 a 400, e quelli al Senato (esclusi i senatori a vita) da 315 a 200. Abbiamo fatto anche noi un po' di conti, basandoci su alcune simulazioni di Youtrend e sulla ultima supermedia dei sondaggi dello stesso istituto, che risale all'altro ieri e colloca il M5s al 16,7% e il Pd al 19,2%. Visto che abbiamo estrema fiducia nella popolarità di Giuseppi, attribuiamo all'area M5s- ipotetica Lista Conte il 20%. Considerato che le rilevazioni su una futura lista dell'ex premier la collocano al 10%, avremo anche il M5s al 10%, quota che coincide alla perfezione con le rilevazioni statistiche effettuate negli ultimi giorni sull'ipotesi dei grillini separati da Giuseppi. Partiamo dalla situazione attuale: i parlamentari del M5s, eletti nel 2018 furono 333 (221 alla Camera, 112 al Senato). Dopo le varie diaspore, fughe, espulsioni e mini-scissioni, sono rimasti 236: 161 deputati e 75 senatori. Se si andrà alle elezioni con l'attuale legge elettorale, con il taglio dei parlamentari, stando alle simulazioni, e considerando la ipotesi più ottimistica per i pentastellati, ovvero una competizione tra il centrodestra compatto da un lato e i giallorossi uniti dall'altro, compresa Italia viva, la coalizione Pd-M5s-Conte-Leu-Verdi-renziani otterrebbe circa 170 deputati e 85 senatori. Escludendo gli eletti nei partiti più piccoli, avremmo alla Camera 80 deputati del Pd, 40 del M5s e 40 della Lista Conte. Attenzione però: Giuseppi ha già fatto sapere che solo un terzo delle liste elettorali del suo ipotetico nuovo partito sarà composto da ex grillini, mentre gli altri due terzi saranno esponenti del mondo accademico e delle professioni e imprenditori. Dunque, gli attuali deputati del M5s che verrebbero rieletti con la Lista Conte sarebbero un terzo di 40, ovvero tra i 13 e i 14 sui 161 attuali. Un bagno di sangue, che non a caso ha convinto i deputati a restare incollati a Beppe Grillo, a differenza dei senatori che, almeno fino a ieri, sembravano più propensi a collocarsi all'ombra del Grande Ciuffo. Ieri, però, come dicevamo, si è aperta la prima crepa anche a Palazzo Madama, poiché i senatori hanno iniziato a usare la calcolatrice e a sudare freddo. Il motivo è semplice: sempre considerando una Lista Conte al 10%, quindi con un risultato lusinghiero, il Pd al 20% eleggerebbe 40 senatori, il M5s 20 e la Lista Conte altri 20. Considerata la regola dei due terzi di candidati nuovi, i grillini rieletti con il partito dell'ex premier sarebbero appena 7 sui 75 attuali. È bene sottolineare un altro dato: la Lista Conte viene collocata intorno al 10% nel caso in cui Giuseppi riesca a convincere anche Luigi Di Maio e Roberto Fico a passare con lui, abbandonando Grillo. In sostanza, e visto che la matematica non è un'opinione, su 236 parlamentari attuali del M5s, nella Lista Conte ci sarebbe spazio per la rielezione di 20/21 elementi tra Camera e Senato. Siamo anche in grado di proporvi la lista completa dei prescelti: Luigi Di Maio, Roberto Fico, Mario Turco, Paola Taverna, Stefano Patuanelli, Vito Crimi, Laura Castelli, Alfonso Bonafede, Ettore Licheri, Stanislao Di Piazza, Pierpaolo Sileri, Gianluca Perilli, Giuseppe Brescia, Lucia Azzolina, Riccardo Ricciardi, Dalila Nesci, Francesco D'Uva, Luca Carabetta, Barbara Floridia, Anna Macina. Il seggio di Rocco Casalino è al centro di un braccio di ferro: non è un parlamentare attuale, quindi gli ex grillini lo considerano nei due terzi di «quota Conte», mentre lui invece vorrebbe rientrare nella quota ex M5s per lasciare spazio a un altro fedelissimo di Giuseppi. Stando a indiscrezioni assai attendibili, se Conte restasse nel M5s avrebbe comunque diritto a una quota di candidati scelti da lui, ma lo spazio per i parlamentari attuali crescerebbe a dismisura. Ecco spiegata la nota dei 19 senatori, che chiedono unità, «nella consapevolezza che il Movimento ha necessità di innovarsi e ristrutturarsi, nella speranza che le posizioni di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte si riconcilino».
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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