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2018-10-25
Il ministro nel rione dello scempio. «Matteo, salvaci da questa giungla»
ANSA
«Salvini contestato al quartiere San Lorenzo: sciacallo!». Il titolo sulla versione online di Repubblica ieri pomeriggio faceva pensare a una situazione vista e rivista: un politico si reca sul luogo dove è avvenuto un grave fatto di cronaca e su di lui i cittadini riversano la loro rabbia, insultandolo. Repubblica si riferiva alla visita al quartiere San Lorenzo di Roma (dove all'interno di un edificio abbandonato è stata stuprata e uccisa, probabilmente da immigrati, la sedicenne Desirée Mariottini). Non è stato necessario soffermarsi più di tanto per capire, rivedendo i video della visita di Matteo Salvini sul posto, che il titolo di Repubblica riportava solo una parte della verità. La contestazione c'è stata, ed è stata talmente rumorosa da suggerire al ministro dell'Interno di rinviare di qualche ora il gesto di deporre una rosa bianca in memoria di Desirée. Però le immagini e le voci di ieri mattina, registrate dalle decine di telecamere presenti, non erano solo di contestazione ma anche di sostegno verso Salvini. Tanto è vero che lo stesso sito di Repubblica, subito sotto al titolone su «Salvini contestato», scriveva poi, a corredo del video pubblicato: «La piazza divisa: fischi e applausi».
Perché di divisione si è trattato, come chiunque può verificare. Raccontiamola, questa mattinata di Salvini a San Lorenzo. Una mattinata di tensione, che inizia a salire prima dell'arrivo del ministro. Davanti allo stabile infatti, ben prima che Salvini si faccia vedere, un gruppo di femministe prepara la contestazione, con tanto di striscioni: «No alla strumentalizzazione sul corpo di Desirée» e «Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano». Alcune donne del quartiere si avvicinano alle femministe, le rimproverano di non vivere la zona, di essere lì solo perché sta per arrivare Salvini. «Avete fatto lo show», dice una donna, «prendetevi le bandiere e andatevene». Le ragazze del comitato femminista però non ci pensano nemmeno ad andare via: aspettano Salvini, insieme agli attivisti di due centri sociali della zona.
Al suo arrivo, il ministro dell'Interno è circondato, come sempre accade, da microfoni e telecamere. Salvini si sofferma a rilasciare qualche dichiarazione alla stampa: «Andiamo a chiedere conto», dice il vicepremier leghista, «a chi ha mal gestito Roma per anni. Chiedo ai cittadini di segnalare le situazioni a rischio. Ho chiesto al procuratore della repubblica di usare il pugno di ferro». Diversi cittadini avvicinano il ministro. Sono residenti della zona, c'è anche una donna che si qualifica come responsabile del comitato di quartiere. Tutti rivolgono a Salvini parole di apprezzamento. «Non ci abbandonare», «Ci fidiamo di te», «Siamo tutti con te», sono le frasi che vengono rivolte al ministro dalla gente del luogo. «Salvace da 'sta giungla», urla una donna, «da 'sti sciacalli, devi tornare». Sciacalli: l'insulto che viene urlato in coro da femministe e attivisti dei centri sociali, che scandiscono il coro «Sciacallo! Sciacallo!» verso Salvini, viene utilizzato dalla gente comune del quartiere per etichettare i contestatori. Il cortocircuito è totale: le persone che vivono i disagi di un quartiere ostaggio di spacciatori e delinquenti di ogni genere - un quartiere segnato dalla tragedia di Desirée - se la prendono con i contestatori, un gruppo organizzato, e «difendono» il ministro. Una donna si alza sul predellino di un'auto, riesce a rivolgersi direttamente a Salvini: «Questa non è una manifestazione politica», dice la signora, «noi stiamo con voi, perché non ce la facciamo più».
La contestazione alla contestazione: succede e non è la prima volta, succede perché le proteste ideologiche ormai lasciano costantemente il passo alle lamentele delle persone comuni, dei cittadini costretti a vivere in quartieri in condizioni disastrose. Era accaduta la stessa cosa a Napoli, poche settimane fa, quando il «nordista» Salvini era stato applaudito e incoraggiato dalla gente del Vasto, quartiere centralissimo e completamente in balia degli immigrati, mentre qualche decina di contestatori dei centri sociali insultava.
Salvini, in ogni caso, rinuncia ad entrare nello stabile abbandonato: «Se il buon Dio lo permette io torno», promette il ministro, che dopo poche ore, nel pomeriggio, riappare in via dei Lucani e depone una rosa bianca davanti all'ingresso dello stabile. «Non l'ho fatto stamattina per non creare altri problemi ai residenti perbene», spiega Salvini, in riferimento alle proteste dei centri sociali. «Si sta lavorando per mettere in galera questi vermi, queste bestie. La Procura e la questura hanno già le idee chiare, stanno facendo i riscontri del caso, temo che anche questa volta siano tutti cittadini stranieri. Tornerò qui», promette Salvini, «a incontrare i residenti, ma da ministro mi impegno a fare pulizia e a tornare con la ruspa. Ci sono 100 palazzine a Roma in queste condizioni, con delinquenti che difendono le occupazioni abusive e lo spaccio». Curiosità: ieri a San Lorenzo è andato anche il presidente del Pd, Matteo Orfini. Nessuno lo ha contestato, nessuno lo ha applaudito. Forse nessuno lo ha riconosciuto.
Le verità taciute sulla fine di Pamela Oseghale a giudizio tra un mese
Macerata si scopre una «piccola» capitale del crimine: cinquantaseiesima provincia per reati in Italia, a un passo dai luoghi di 'ndrangheta e mafia a sancire ciò che è stato già certificato sul versante economico da Banca d'Italia e Istao e cioè che le Marche da regione iperproduttiva sono scivolate nel limbo di un Mezzogiorno privo di prospettive di sviluppo. Uno choc, e ora ha fretta, forse troppa, di buttarsi alle spalle lo scorso terribile invero. Con insolita rapidità è stata fissata l'udienza per l'omicidio di Pamela Mastropietro e la parte civile si trova spiazzata. Come se non si volesse più parlare né far parlare di quell'orrendo delitto.
Macerata, che fu l'Atene delle Marche, ora è diventata una cattedrale delle associazioni a delinquere. Ma nel «conto» del Sole 24 Ore, che stila la classifica della criminalità, non ci sono la strage di Luca Traini (sei africani feriti il 3 febbraio scorso, lui condannato con il rito abbreviato a 12 anni), non ci sono cinque quintali di eroina sequestrati in sei mesi con più di cento arresti quasi tutti tra i nigeriani e non c'è l'orrendo delitto di Pamela Mastropietro, uccisa il 30 gennaio a soli 18 anni il cui cadavere è stato fatto a pezzi, scuoiato e fatto ritrovare in due trolley a Casette Verdini nelle campagne tra Pollenza e Macerata. Quel delitto, nonostante si sia fatto di tutto per dimenticarlo, oggi torna di stringente attualità.
Si è molto enfatizzato il modello Riace, anche Macerata per opera del Pd che la governa ininterrottamente da trent'anni a suo modo voleva essere un modello per i migranti. Si è inzeppata di progetti Sprar tutti appaltati al Gus - al cui vertice ci sono Giovanni Lattanzi, responsabile nazionale del Pd per le politiche dell'immigrazione con la segreteria di Matteo Renzi, e Paolo Bernabucci, sodale di Laura Boldrini, ex presidente della Camera che è di Macerata - si è riempita di Onlus che assistono i migranti e tra queste la Acsim gestita da un nigeriano, in Italia da lungo tempo, ha superato ogni limite di presenza di immigrati, tanto che il sindaco dem Romano Carancini, che ha favorito in tutti i modi questa massiccia immigrazione, ha dovuto chiedere suo malgrado la clausola di salvaguardia per diminuire il numero di richiedenti, profughi e clandestini presenti in città. E lo stesso ha dovuto chiedere che le scuole siano presidiate dalle forze dell'ordine per frenare lo spaccio.
Il delitto di Pamela Mastropietro è stato indicato come il motivo per cui il Pd nelle ultime elezioni politiche è crollato al minimo storico e la Lega è salita al massimo. Per l'uccisione, la violenza sessuale, il depezzamento e il vilipendio del cadavere di Pamela la Procura della Repubblica di Macerata ha chiesto e ottenuto due giorni fa dal gip il rinvio a giudizio di Innocent Oseghale, 29 anni nigeriano già arrestato per spaccio ospite del Gus (il Gruppo umana solidarietà, a sua volta rinviato a giudizio con l'accusa di una maxievasione fiscale sui proventi derivanti dall'attività di assistenza ai migranti: il Gus ha un bilancio che supera i 35 milioni di euro e conta 470 dipendenti, è la prima impresa di Macerata), che comparirà davanti al gup Claudio Bonifazi il 26 novembre. Oseghale è il solo imputato, e già questa è una stranezza perché altri due nigeriani che pure erano entrati nell'inchiesta sulla morte di Pamela, ne sono usciti. Lucky Awelima e Desmond Lucky (ospiti anche loro delle Onlus maceratesi), accusati di spaccio insieme a Oseghale, sono già comparsi davanti al gup. Con rito abbreviato Awelima è stato condannato a otto anni, gli è stata riconosciuta l'aggravante di aver spacciato davanti alle scuole anche se il pm non l'aveva chiesta. Lucky invece è stato condannato a sei anni. Ma questi due nigeriani sono collegati strettamente a Oseghale. Si è molto parlato della loro presenza nell'appartamento di via Spalato 35 a Macerata, dove Pamela è stata uccisa e fatta a pezzi, ma di tutto questo non c'è più traccia. Eppure esisterebbero delle intercettazioni in cui Awelima e Lucky affermano a proposito di Oseghale: doveva farla a pezzi piccoli, buttarla nel gabinetto e in parte mangiarla. Vedremo se nel fascicolo processuale c'è n'è traccia. Lo zio di Pamela, avvocato Marco Valerio Verri, che rappresenta sua sorella come parte civile, non ha mai avuto accesso agli atti e avrà meno di un mese per studiare un fascicolo di migliaia di pagine, quattro perizie tossicologiche e necroscopiche e cercare di sollevare in udienza i troppi interrogativi irrisolti e supportare il procuratore capo, Giovani Giorgio, che, a quanto si sa, avrebbe deciso di rappresentare l'accusa in aula.
Proviamo a riassumerli, sapendo che saranno quelli che animeranno il processo. Il primo e più pressante interrogativo è sapere perché Pamela è finita nelle man di Oseghale. C'è un sospetto tremendo: che sia stata adescata per diventare vittima di un rito tribale. Tra le domande ce ne sono due che potrebbero condurre a questa abominevole conclusione: perché il cadavere di Pamela è stato scuoiato? Nel congelatore della casa degli orrori sono stati trovati pezzi di carne. Era carne umana? Erano di Pamela? Ma ecco altre domande cruciali. Come e perché il 29 gennaio si è potuta allontanare dalla Pars, la comunità di recupero dove veniva curata, non avendo soldi in tasca? Ecco l'enigma dei tre tassisti. Si è detto che Pamela ha trascorso la notte con un uomo, un tassista, che in cambio di una prestazione sessuale le avrebbe dato 50 euro accompagnandola, la mattina del 30 gennaio, alla stazione di Macerata dove la ragazza voleva prendere un treno per tornare a Roma. Ma lo ha perso e si è fatta portare da un altro tassista (che con la sua testimonianza ha fatto risalire a Oseghale) ai giardini Diaz. Per la corsa ha pagato solo 5 euro perché non aveva altri soldi. E i cinquanta euro? Ma i soldi Pamela li aveva sì o no e perché il primo tassista non è entrato nell'inchiesta? C'è un terzo tassista: è quello (abusivo) che il 31 gennaio ha portato Oseghale a Casette Verdini dove ha abbandonato sulla strada i trolley con i resti della ragazza. Saprebbe lui rispondere a queste domande: perché Oseghale lascia visibili le due valige? È un avvertimento? È la cerimonia finale del rituale dei sacrifici umani della mafia nigeriana? C'è un altro mistero. La compagna di Oseghale dice di averlo chiamato nelle ore in cui Pamela veniva uccisa e di aver sentito distintamente che con lui c'erano nella casa di via Spalato altre persone. Se non erano Awelima e Lucky chi erano? Oseghale dice di non aver ucciso la ragazza, ma di averla «solo» fatta a pezzi perché si è spaventato dopo che lei è morta. Chi ha visto i resti di Pamela sostiene che sul corpo si è operato a lungo e con non comune abilità. Possibile che Oseghale si sia spaventato perché Pamela muore per droga (la perizia tossicologica lo esclude) e però abbia la freddezza di farla così chirurgicamente a pezzi? E vi è un'ultima domanda alla quale il processo dovrà rispondere: come mai il procuratore capo Giovanni Giorgio denunciò pubblicamente che gli interpreti nigeriani erano stati intimiditi al punto tale da rinunciare all'incarico compromettendo così gli interrogatori e non si è aperta un'inchiesta? Chi ha fatto pressioni e perché sugli interpreti? E come mai Daniel Amanze, il responsabile dell'Acsim, ovvero la Onlus dei nigeriani, all'indomani del rocambolesco arresto di Lucky Awelima (avvenne a Milano con dispiegamento di forze quando si sospettava che c'entrasse con la morte di Pamela) denunciò il furto dei computer della sua associazione e di quell'inchiesta non si è saputo più nulla? Cosa custodivano quei computer? Questi e molti altri sono gli interrogativi che anche Marco Valerio Veri è chiamato a dirimere. «Il tempo che ci hanno dato è pochissimo», sembra quasi denunciare, «per tre volte ho chiesto di avere accesso al fascicolo e per tre volte mi è stato negato. Ci sono molte incongruenze, vedremo di studiarle, certo è che mi è sembrato che vi fosse una gran voglia di chiudere il caso. Noi come parte civile faremo tutte le domande, ne stiano certi. Noi vogliamo tutta la verità, per quanto scomoda e orribile possa essere». Quale potrebbe essere questa orribile verità? Macerata forse teme di scoprirsi cattedrale della mafia nigeriana? Teme che la fine di Pamela sia stata un orribile atto tribale in un luogo in cui scorre un fiume di droga che alimenta traffici criminali?
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Matteo Salvini nel luogo dove Desirée è morta, un centinaio di no global lo ostacola al grido di «sciacallo». I residenti lo acclamano: «L'unico che fa pulizia». E lui parla dell'inchiesta: «Lavoro per mettere questi vermi in galera».Le verità taciute sulla fine di Pamela. Oseghale a giudizio tra un mese. Sull'omicidio Mastropietro restano molte ombre. Perché gli altri due nigeriani, Awelima e Lucky, sono usciti dall'inchiesta? Il corpo della ragazza è stato mutilato durante un rito tribale? Lo speciale comprende due articoli.«Salvini contestato al quartiere San Lorenzo: sciacallo!». Il titolo sulla versione online di Repubblica ieri pomeriggio faceva pensare a una situazione vista e rivista: un politico si reca sul luogo dove è avvenuto un grave fatto di cronaca e su di lui i cittadini riversano la loro rabbia, insultandolo. Repubblica si riferiva alla visita al quartiere San Lorenzo di Roma (dove all'interno di un edificio abbandonato è stata stuprata e uccisa, probabilmente da immigrati, la sedicenne Desirée Mariottini). Non è stato necessario soffermarsi più di tanto per capire, rivedendo i video della visita di Matteo Salvini sul posto, che il titolo di Repubblica riportava solo una parte della verità. La contestazione c'è stata, ed è stata talmente rumorosa da suggerire al ministro dell'Interno di rinviare di qualche ora il gesto di deporre una rosa bianca in memoria di Desirée. Però le immagini e le voci di ieri mattina, registrate dalle decine di telecamere presenti, non erano solo di contestazione ma anche di sostegno verso Salvini. Tanto è vero che lo stesso sito di Repubblica, subito sotto al titolone su «Salvini contestato», scriveva poi, a corredo del video pubblicato: «La piazza divisa: fischi e applausi».Perché di divisione si è trattato, come chiunque può verificare. Raccontiamola, questa mattinata di Salvini a San Lorenzo. Una mattinata di tensione, che inizia a salire prima dell'arrivo del ministro. Davanti allo stabile infatti, ben prima che Salvini si faccia vedere, un gruppo di femministe prepara la contestazione, con tanto di striscioni: «No alla strumentalizzazione sul corpo di Desirée» e «Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano». Alcune donne del quartiere si avvicinano alle femministe, le rimproverano di non vivere la zona, di essere lì solo perché sta per arrivare Salvini. «Avete fatto lo show», dice una donna, «prendetevi le bandiere e andatevene». Le ragazze del comitato femminista però non ci pensano nemmeno ad andare via: aspettano Salvini, insieme agli attivisti di due centri sociali della zona.Al suo arrivo, il ministro dell'Interno è circondato, come sempre accade, da microfoni e telecamere. Salvini si sofferma a rilasciare qualche dichiarazione alla stampa: «Andiamo a chiedere conto», dice il vicepremier leghista, «a chi ha mal gestito Roma per anni. Chiedo ai cittadini di segnalare le situazioni a rischio. Ho chiesto al procuratore della repubblica di usare il pugno di ferro». Diversi cittadini avvicinano il ministro. Sono residenti della zona, c'è anche una donna che si qualifica come responsabile del comitato di quartiere. Tutti rivolgono a Salvini parole di apprezzamento. «Non ci abbandonare», «Ci fidiamo di te», «Siamo tutti con te», sono le frasi che vengono rivolte al ministro dalla gente del luogo. «Salvace da 'sta giungla», urla una donna, «da 'sti sciacalli, devi tornare». Sciacalli: l'insulto che viene urlato in coro da femministe e attivisti dei centri sociali, che scandiscono il coro «Sciacallo! Sciacallo!» verso Salvini, viene utilizzato dalla gente comune del quartiere per etichettare i contestatori. Il cortocircuito è totale: le persone che vivono i disagi di un quartiere ostaggio di spacciatori e delinquenti di ogni genere - un quartiere segnato dalla tragedia di Desirée - se la prendono con i contestatori, un gruppo organizzato, e «difendono» il ministro. Una donna si alza sul predellino di un'auto, riesce a rivolgersi direttamente a Salvini: «Questa non è una manifestazione politica», dice la signora, «noi stiamo con voi, perché non ce la facciamo più». La contestazione alla contestazione: succede e non è la prima volta, succede perché le proteste ideologiche ormai lasciano costantemente il passo alle lamentele delle persone comuni, dei cittadini costretti a vivere in quartieri in condizioni disastrose. Era accaduta la stessa cosa a Napoli, poche settimane fa, quando il «nordista» Salvini era stato applaudito e incoraggiato dalla gente del Vasto, quartiere centralissimo e completamente in balia degli immigrati, mentre qualche decina di contestatori dei centri sociali insultava.Salvini, in ogni caso, rinuncia ad entrare nello stabile abbandonato: «Se il buon Dio lo permette io torno», promette il ministro, che dopo poche ore, nel pomeriggio, riappare in via dei Lucani e depone una rosa bianca davanti all'ingresso dello stabile. «Non l'ho fatto stamattina per non creare altri problemi ai residenti perbene», spiega Salvini, in riferimento alle proteste dei centri sociali. «Si sta lavorando per mettere in galera questi vermi, queste bestie. La Procura e la questura hanno già le idee chiare, stanno facendo i riscontri del caso, temo che anche questa volta siano tutti cittadini stranieri. Tornerò qui», promette Salvini, «a incontrare i residenti, ma da ministro mi impegno a fare pulizia e a tornare con la ruspa. Ci sono 100 palazzine a Roma in queste condizioni, con delinquenti che difendono le occupazioni abusive e lo spaccio». Curiosità: ieri a San Lorenzo è andato anche il presidente del Pd, Matteo Orfini. Nessuno lo ha contestato, nessuno lo ha applaudito. 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Con insolita rapidità è stata fissata l'udienza per l'omicidio di Pamela Mastropietro e la parte civile si trova spiazzata. Come se non si volesse più parlare né far parlare di quell'orrendo delitto. Macerata, che fu l'Atene delle Marche, ora è diventata una cattedrale delle associazioni a delinquere. Ma nel «conto» del Sole 24 Ore, che stila la classifica della criminalità, non ci sono la strage di Luca Traini (sei africani feriti il 3 febbraio scorso, lui condannato con il rito abbreviato a 12 anni), non ci sono cinque quintali di eroina sequestrati in sei mesi con più di cento arresti quasi tutti tra i nigeriani e non c'è l'orrendo delitto di Pamela Mastropietro, uccisa il 30 gennaio a soli 18 anni il cui cadavere è stato fatto a pezzi, scuoiato e fatto ritrovare in due trolley a Casette Verdini nelle campagne tra Pollenza e Macerata. Quel delitto, nonostante si sia fatto di tutto per dimenticarlo, oggi torna di stringente attualità. Si è molto enfatizzato il modello Riace, anche Macerata per opera del Pd che la governa ininterrottamente da trent'anni a suo modo voleva essere un modello per i migranti. Si è inzeppata di progetti Sprar tutti appaltati al Gus - al cui vertice ci sono Giovanni Lattanzi, responsabile nazionale del Pd per le politiche dell'immigrazione con la segreteria di Matteo Renzi, e Paolo Bernabucci, sodale di Laura Boldrini, ex presidente della Camera che è di Macerata - si è riempita di Onlus che assistono i migranti e tra queste la Acsim gestita da un nigeriano, in Italia da lungo tempo, ha superato ogni limite di presenza di immigrati, tanto che il sindaco dem Romano Carancini, che ha favorito in tutti i modi questa massiccia immigrazione, ha dovuto chiedere suo malgrado la clausola di salvaguardia per diminuire il numero di richiedenti, profughi e clandestini presenti in città. E lo stesso ha dovuto chiedere che le scuole siano presidiate dalle forze dell'ordine per frenare lo spaccio. Il delitto di Pamela Mastropietro è stato indicato come il motivo per cui il Pd nelle ultime elezioni politiche è crollato al minimo storico e la Lega è salita al massimo. Per l'uccisione, la violenza sessuale, il depezzamento e il vilipendio del cadavere di Pamela la Procura della Repubblica di Macerata ha chiesto e ottenuto due giorni fa dal gip il rinvio a giudizio di Innocent Oseghale, 29 anni nigeriano già arrestato per spaccio ospite del Gus (il Gruppo umana solidarietà, a sua volta rinviato a giudizio con l'accusa di una maxievasione fiscale sui proventi derivanti dall'attività di assistenza ai migranti: il Gus ha un bilancio che supera i 35 milioni di euro e conta 470 dipendenti, è la prima impresa di Macerata), che comparirà davanti al gup Claudio Bonifazi il 26 novembre. Oseghale è il solo imputato, e già questa è una stranezza perché altri due nigeriani che pure erano entrati nell'inchiesta sulla morte di Pamela, ne sono usciti. Lucky Awelima e Desmond Lucky (ospiti anche loro delle Onlus maceratesi), accusati di spaccio insieme a Oseghale, sono già comparsi davanti al gup. Con rito abbreviato Awelima è stato condannato a otto anni, gli è stata riconosciuta l'aggravante di aver spacciato davanti alle scuole anche se il pm non l'aveva chiesta. Lucky invece è stato condannato a sei anni. Ma questi due nigeriani sono collegati strettamente a Oseghale. Si è molto parlato della loro presenza nell'appartamento di via Spalato 35 a Macerata, dove Pamela è stata uccisa e fatta a pezzi, ma di tutto questo non c'è più traccia. Eppure esisterebbero delle intercettazioni in cui Awelima e Lucky affermano a proposito di Oseghale: doveva farla a pezzi piccoli, buttarla nel gabinetto e in parte mangiarla. Vedremo se nel fascicolo processuale c'è n'è traccia. Lo zio di Pamela, avvocato Marco Valerio Verri, che rappresenta sua sorella come parte civile, non ha mai avuto accesso agli atti e avrà meno di un mese per studiare un fascicolo di migliaia di pagine, quattro perizie tossicologiche e necroscopiche e cercare di sollevare in udienza i troppi interrogativi irrisolti e supportare il procuratore capo, Giovani Giorgio, che, a quanto si sa, avrebbe deciso di rappresentare l'accusa in aula. Proviamo a riassumerli, sapendo che saranno quelli che animeranno il processo. Il primo e più pressante interrogativo è sapere perché Pamela è finita nelle man di Oseghale. C'è un sospetto tremendo: che sia stata adescata per diventare vittima di un rito tribale. Tra le domande ce ne sono due che potrebbero condurre a questa abominevole conclusione: perché il cadavere di Pamela è stato scuoiato? Nel congelatore della casa degli orrori sono stati trovati pezzi di carne. Era carne umana? Erano di Pamela? Ma ecco altre domande cruciali. Come e perché il 29 gennaio si è potuta allontanare dalla Pars, la comunità di recupero dove veniva curata, non avendo soldi in tasca? Ecco l'enigma dei tre tassisti. Si è detto che Pamela ha trascorso la notte con un uomo, un tassista, che in cambio di una prestazione sessuale le avrebbe dato 50 euro accompagnandola, la mattina del 30 gennaio, alla stazione di Macerata dove la ragazza voleva prendere un treno per tornare a Roma. Ma lo ha perso e si è fatta portare da un altro tassista (che con la sua testimonianza ha fatto risalire a Oseghale) ai giardini Diaz. Per la corsa ha pagato solo 5 euro perché non aveva altri soldi. E i cinquanta euro? Ma i soldi Pamela li aveva sì o no e perché il primo tassista non è entrato nell'inchiesta? C'è un terzo tassista: è quello (abusivo) che il 31 gennaio ha portato Oseghale a Casette Verdini dove ha abbandonato sulla strada i trolley con i resti della ragazza. Saprebbe lui rispondere a queste domande: perché Oseghale lascia visibili le due valige? È un avvertimento? È la cerimonia finale del rituale dei sacrifici umani della mafia nigeriana? C'è un altro mistero. La compagna di Oseghale dice di averlo chiamato nelle ore in cui Pamela veniva uccisa e di aver sentito distintamente che con lui c'erano nella casa di via Spalato altre persone. Se non erano Awelima e Lucky chi erano? Oseghale dice di non aver ucciso la ragazza, ma di averla «solo» fatta a pezzi perché si è spaventato dopo che lei è morta. Chi ha visto i resti di Pamela sostiene che sul corpo si è operato a lungo e con non comune abilità. Possibile che Oseghale si sia spaventato perché Pamela muore per droga (la perizia tossicologica lo esclude) e però abbia la freddezza di farla così chirurgicamente a pezzi? E vi è un'ultima domanda alla quale il processo dovrà rispondere: come mai il procuratore capo Giovanni Giorgio denunciò pubblicamente che gli interpreti nigeriani erano stati intimiditi al punto tale da rinunciare all'incarico compromettendo così gli interrogatori e non si è aperta un'inchiesta? Chi ha fatto pressioni e perché sugli interpreti? E come mai Daniel Amanze, il responsabile dell'Acsim, ovvero la Onlus dei nigeriani, all'indomani del rocambolesco arresto di Lucky Awelima (avvenne a Milano con dispiegamento di forze quando si sospettava che c'entrasse con la morte di Pamela) denunciò il furto dei computer della sua associazione e di quell'inchiesta non si è saputo più nulla? Cosa custodivano quei computer? Questi e molti altri sono gli interrogativi che anche Marco Valerio Veri è chiamato a dirimere. «Il tempo che ci hanno dato è pochissimo», sembra quasi denunciare, «per tre volte ho chiesto di avere accesso al fascicolo e per tre volte mi è stato negato. Ci sono molte incongruenze, vedremo di studiarle, certo è che mi è sembrato che vi fosse una gran voglia di chiudere il caso. Noi come parte civile faremo tutte le domande, ne stiano certi. Noi vogliamo tutta la verità, per quanto scomoda e orribile possa essere». Quale potrebbe essere questa orribile verità? Macerata forse teme di scoprirsi cattedrale della mafia nigeriana? Teme che la fine di Pamela sia stata un orribile atto tribale in un luogo in cui scorre un fiume di droga che alimenta traffici criminali?
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi