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2019-05-04
I 5 stelle avvisano i leghisti: «Per cacciare Siri bastano i nostri voti»
Ansa
Si va al muro contro muro: Armando Siri non si dimette, e così sarà il Consiglio dei ministri, il prossimo 8 o 9 maggio, a esaminare la proposta di revoca del sottosegretario leghista indagato per corruzione, annunciata dal premier Giuseppe Conte. Una situazione inedita, quella che si è creata, che porterà con ogni probabilità a una lacerante spaccatura in Consiglio dei ministri.
«Siri non si dimette», hanno fatto sapere ieri fonti del Carroccio, «e nella Lega nessuno lo molla. Siri non farà un passo indietro prima che il premier Giuseppe Conte ne proponga la revoca». Lo stesso Siri, ieri, ha deciso di intervenire con un post su Facebook per sgomberare il campo da ricostruzioni giornalistiche che lo dipingevano in contrasto con il suo stesso partito. «Da giorni», scrive il sottosegretario, «non rilascio alcuna dichiarazione né intervista agli organi di informazione, proprio per il rispetto che si deve in questi casi all'autorità giudiziaria, che è giusto che conduca le sue indagini e ascolti le parti interessate senza vizi di comunicazioni esterne. Leggo invece in queste ore dichiarazioni riportate a mio nome che, tengo a sottolineare, sono da ritenersi in assoluto destituite di ogni fondamento. Non esiste alcuna polemica con il mio partito che», aggiunge Siri, «anzi, ringrazio per tutte le manifestazioni di affetto, vicinanza e solidarietà dimostrate in questi giorni».
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, commenta: «Secondo me la vicenda Siri è stata trattata molto sui giornali, con molte dichiarazioni, e poco confronto diretto. Se si è in un governo bisogna parlarsi. Io sono un sottoposto, non sono un capo: quindi parlasse il capo. Questo governo è nato in circostanze strane, su un contratto in cui ci sono scritte delle cose da fare. Bisogna confrontarsi seriamente e serenamente per capire se quelle cose che sono scritte si possono fare e si vogliono fare. Se le tensioni nella maggioranza si dissolveranno? Bisogna avere fiducia», sospira l'esponente leghista, «se uno non ha fiducia pianta lì subito. Del resto se la fiducia non la si ha, la si deve trovare. Dopo Siri sarò io il prossimo? Non so, può darsi. A turno toccherà a tutti. Io sono tranquillissimo e il governo ha i suoi problemi, come potete vedere».
«A turno toccherà a tutti»: la profezia di Giorgetti non va sottovalutata, nella Lega serpeggia la convinzione che l'artiglieria propagandistica del M5s sia già puntata su altri bersagli. L'atteggiamento muscolare di Luigi Di Maio, del resto, non promette nulla di buono per i rapporti all'interno della maggioranza. «Se Armando Siri non si dimette», dice Di Maio a Sky Tg 24, «si andrà in Consiglio dei ministri e si voterà il decreto proposto dal presidente. Conti alla mano il M5s ha la maggioranza assoluta attorno a quel tavolo, ma spero che non si arrivi ad un voto. Credo che il presidente Conte abbia fatto una scelta di buon senso. Non stiamo parlando di schierarsi da una parte o dall'altra», aggiunge il capo politico pentastellato, «la corruzione non ha un colore politico, in questo momento c'era un'indagine che riguardava un sottosegretario che avrebbe presentato delle proposte di legge per aiutare un singolo e non un'intera categoria e un interesse collettivo. Giustamente il presidente Conte ha valutato bene di metterlo in panchina finché questa inchiesta non sarà chiara e non si saranno delineati i fatti in maniera corretta. La Lega e Salvini sono intelligenti», punge Di Maio, «far cadere il governo per un'inchiesta per corruzione su un sottosegretario leghista mi sembra azzardato, l'ultimo è stato Mastella sul governo Prodi sull'inchiesta che partì a Ceppaloni». Matteo Salvini, da parte sua, non deraglia dalla linea zen che si è imposto: «Se ho parlato di Siri con Conte? No. Parlo di cose importanti e vere», aggiunge il ministro dell'Interno, «non ho tempo per beghe e polemiche. Gli italiani mi chiedono meno tasse, la flat tax è un'emergenza nazionale, il Consiglio dei ministri adesso si deve occupare di riduzione delle tasse. Conte mi sfidi sulle tasse, su qualcosa che interessa gli italiani, non sulla fantasia. Non ho sentito Giuseppe Conte, vorrei sentire Antonio Conte, per sapere se viene al Milan».
La Verità ha chiesto un commento a Fabio Pinelli, avvocato difensore di Siri: «La cosa più grave, secondo me, è aver spiegato la necessità delle dimissioni sostenendo che il provvedimento non avesse contenuto generale e astratto. I provvedimenti che sono nell'interesse di talune categorie, come gli emendamenti in discussione, che avevano come destinatari i produttori di energia da minieolico», argomenta Pinelli, «il cui Consorzio è stato regolarmente accreditato al Mise, sono provvedimenti che hanno il carattere dei generalità e astrattezza. È come se dire che se c'è un provvedimento che prevede agevolazioni fiscali per chi ha un reddito inferiore a 30.000 euro, oppure per chi ha meno di 40 anni, oppure per gli anziani, allora non si rivolge a tutti gli italiani e quindi non ha il carattere di generalità e astrattezza. I provvedimenti sono per la maggior parte così». Intanto, a quanto si apprende, Armando Siri non sarà interrogato dai pm di Roma, ma fornirà spontanee dichiarazioni: la data non è stata fissata, gli inquirenti hanno «aperto l'agenda», come si dice in questi casi, dando piena disponibilità al sottosegretario. Sarà invece sottoposto a interrogatorio Paolo Arata, l'imprenditore indagato per corruzione con Siri.
Il costituzionalista: «La revoca? Non è detto che il Colle la firmi»

Il prossimo 8 o 9 maggio si riunirà il Consiglio dei ministri, e il premier Giuseppe Conte proporrà la revoca del sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, d'intesa con il ministro coadiuvato, Danilo Toninelli. Se non ci sarà unanimità, e quindi se la Lega si opporrà, si andrà al voto. Se la proposta di revoca di Siri sarà approvata, toccherà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, firmare il decreto di revoca. Una pura formalità, la firma di Mattarella? La Verità ha chiesto un parere a Mario Esposito, docente di diritto costituzionale all'Università del Salento oltre che docente dell'Università Luiss Guido Carli di Roma: «Ritengo di no. Non è un atto dovuto», spiega Esposito, «come non lo sono gli atti di nomina, perché uno spazio di sindacato del presidente della Repubblica c'è sempre. Direi di più: in questo caso la revoca viene motivata in base alla pendenza di indagini a carico di Siri. Una fattispecie delicatissima, perché, nel caso in cui il Consiglio dei ministri dovesse deliberare per la revoca, saremmo di fronte per così dire a una atipica misura cautelare, interdittiva, nei confronti di Siri; dall'altra sarebbe come dire che il sottosegretario non ha più i requisiti per restare in carica, ma i requisiti sono previsti dalla legge». Esposito evidenzia le differenze con il precedente di Vittorio Sgarbi, che fu revocato da sottosegretario ai Beni culturali del governo guidato da Silvio Berlusconi nel 2002, dopo essere entrato in rotta di collisione con il suo ministro, Giuliano Urbani: «Non stiamo parlando, come accaduto in passato, ad esempio nel caso di Vittorio Sgarbi, di una revoca per motivi puramente fiduciari. Si noti bene: nel decreto di revoca si era dato atto tra le altre cose della reiterazione delle posizioni di contrasto “con le decisioni collegiali del governo" . Di qui la proposta di revoca, di natura puramente politica. In un caso come quello di Sgarbi, gli spazi di sindacato», aggiunge Esposito, «anche quelli del presidente della Repubblica, sono molto ristretti. Viceversa, quando la revoca è motivata con riferimento alla circostanza che Siri sia sotto inchiesta, mettendone in discussione per ciò stesso e non per atti ivi o altrove accertati la permanenza del requisito della onorabilità, si crea una sorta di sovrapposizione rispetto alle prerogative dell'autorità giudiziaria, peraltro in fase di indagini preliminari. In questo caso, a mio parere, il presidente della Repubblica potrebbe, e forse dovrebbe, svolgere un controllo su quest'atto, perché è un atto che si propone espressamente di intervenire su fatti che sono ancora di competenza dell'autorità giudiziaria. C'è anche un rapporto tra poteri che viene messo in gioco. Sarebbe stato opportuno», sottolinea ancora Esposito, «prima di proporre la revoca in Consiglio dei ministri, di dare luogo a una vera e propria istruttoria per verificare se il sottosegretario nell'adempimento delle sue funzioni fosse venuto meno ai doveri di disciplina e di onore imposti dall'articolo 54 della Costituzione. Mi chiedo: se dopo qualche giorno la posizione di Siri venisse archiviata, verrebbe allora meno la causa della revoca. Che si fa a quel punto? L'atto di revoca perde efficacia? È un caso borderline».
Lega in comizio a Modena, sassi sulla polizia
Si sono raggruppati al presidio indetto dal centro sociale Spazio Guernica all'ingresso del parco Novi Sad e, sia prima sia dopo il comizio modenese del ministro dell'Interno Matteo Salvini in piazza Matteotti, hanno manifestato la loro idea di democrazia con un lancio di sassi contro le forze dell'ordine. E quando la celere si è accorta che alcuni manifestanti stavano cercando addirittura di sfondare il cordone, sono dovuti intervenire con una carica. Sono volate manganellate e un ragazzo è rimasto lievemente ferito. L'avvertimento, d'altra parte, era stampato su uno striscione: «Salvini scappa, Modena non ti vuole». E quando, per disturbare l'intervento del segretario leghista hanno intonato Bella ciao, Salvini, rivolgendosi ai militanti del Carroccio, ha alzato la voce: «Questa è la Modena vera, non quella di quattro zecche da centro sociale che vanno giù a fare casino». E ancora: «Non ci sono più i compagni di una volta. Hanno perso la voce, hanno fatto tardi ieri sera al centro sociale. Meno canne e più uovo sbattuto della nonna che state meglio».
Le contestazioni si sono fatte più dure alla fine del comizio. La piazza piena probabilmente ha contribuito a far salire la rabbia dei manifestanti. Due facinorosi sono stati portati in Questura per accertamenti. A manifestare in tre cortei, in tre punti diversi della città, c'erano anche la Cgil e gli anarchici di Ligéra. Nervi tesi soprattutto quando il leader leghista ha fatto riferimento alla leva militare: «Magari sei mesi di servizio negli alpini non farebbero male, una cosa per volta».
Il vicepremier ha poi cercato di smorzare i toni con qualche battuta, soprattutto per evitare che la situazione degenerasse. «Cari compagni, faremo un museo a Modena dopo il 26 maggio (giorno delle elezioni comunali nel capoluogo, ndr) a tutela del panda e dei comunisti. Sono esseri simpatici sia gli uni che gli altri». E a quel punto una sassaiola si è concentrata su una volante della polizia alla quale è stato sfondato il parabrezza. «Questi deficienti», ha commentato dopo la manifestazione Salvini, «hanno preso a sassate carabinieri e polizia. In un paese normale chi mette le mani addosso alle forze dell'ordine va in galera. Spero che accada così e che non ci sia un giudice che dica “poverini stavano manifestando pacificamente"».
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Luigi Di Maio mostra i muscoli: «Abbiamo la maggioranza nel Cdm». Matteo Salvini scherza sulla posizione del premier: «Conte? Al Milan».Il costituzionalista Mario Esposito (Luiss): «Non è una disputa politica. E se venisse sollevato e poi archiviato?».Contestazione violenta a Modena, il leader del Carroccio risponde dal palco: «Siete quattro zecche da centro sociale».Lo speciale contiene tre articoli. Si va al muro contro muro: Armando Siri non si dimette, e così sarà il Consiglio dei ministri, il prossimo 8 o 9 maggio, a esaminare la proposta di revoca del sottosegretario leghista indagato per corruzione, annunciata dal premier Giuseppe Conte. Una situazione inedita, quella che si è creata, che porterà con ogni probabilità a una lacerante spaccatura in Consiglio dei ministri. «Siri non si dimette», hanno fatto sapere ieri fonti del Carroccio, «e nella Lega nessuno lo molla. Siri non farà un passo indietro prima che il premier Giuseppe Conte ne proponga la revoca». Lo stesso Siri, ieri, ha deciso di intervenire con un post su Facebook per sgomberare il campo da ricostruzioni giornalistiche che lo dipingevano in contrasto con il suo stesso partito. «Da giorni», scrive il sottosegretario, «non rilascio alcuna dichiarazione né intervista agli organi di informazione, proprio per il rispetto che si deve in questi casi all'autorità giudiziaria, che è giusto che conduca le sue indagini e ascolti le parti interessate senza vizi di comunicazioni esterne. Leggo invece in queste ore dichiarazioni riportate a mio nome che, tengo a sottolineare, sono da ritenersi in assoluto destituite di ogni fondamento. Non esiste alcuna polemica con il mio partito che», aggiunge Siri, «anzi, ringrazio per tutte le manifestazioni di affetto, vicinanza e solidarietà dimostrate in questi giorni».Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, commenta: «Secondo me la vicenda Siri è stata trattata molto sui giornali, con molte dichiarazioni, e poco confronto diretto. Se si è in un governo bisogna parlarsi. Io sono un sottoposto, non sono un capo: quindi parlasse il capo. Questo governo è nato in circostanze strane, su un contratto in cui ci sono scritte delle cose da fare. Bisogna confrontarsi seriamente e serenamente per capire se quelle cose che sono scritte si possono fare e si vogliono fare. Se le tensioni nella maggioranza si dissolveranno? Bisogna avere fiducia», sospira l'esponente leghista, «se uno non ha fiducia pianta lì subito. Del resto se la fiducia non la si ha, la si deve trovare. Dopo Siri sarò io il prossimo? Non so, può darsi. A turno toccherà a tutti. Io sono tranquillissimo e il governo ha i suoi problemi, come potete vedere».«A turno toccherà a tutti»: la profezia di Giorgetti non va sottovalutata, nella Lega serpeggia la convinzione che l'artiglieria propagandistica del M5s sia già puntata su altri bersagli. L'atteggiamento muscolare di Luigi Di Maio, del resto, non promette nulla di buono per i rapporti all'interno della maggioranza. «Se Armando Siri non si dimette», dice Di Maio a Sky Tg 24, «si andrà in Consiglio dei ministri e si voterà il decreto proposto dal presidente. Conti alla mano il M5s ha la maggioranza assoluta attorno a quel tavolo, ma spero che non si arrivi ad un voto. Credo che il presidente Conte abbia fatto una scelta di buon senso. Non stiamo parlando di schierarsi da una parte o dall'altra», aggiunge il capo politico pentastellato, «la corruzione non ha un colore politico, in questo momento c'era un'indagine che riguardava un sottosegretario che avrebbe presentato delle proposte di legge per aiutare un singolo e non un'intera categoria e un interesse collettivo. Giustamente il presidente Conte ha valutato bene di metterlo in panchina finché questa inchiesta non sarà chiara e non si saranno delineati i fatti in maniera corretta. La Lega e Salvini sono intelligenti», punge Di Maio, «far cadere il governo per un'inchiesta per corruzione su un sottosegretario leghista mi sembra azzardato, l'ultimo è stato Mastella sul governo Prodi sull'inchiesta che partì a Ceppaloni». Matteo Salvini, da parte sua, non deraglia dalla linea zen che si è imposto: «Se ho parlato di Siri con Conte? No. Parlo di cose importanti e vere», aggiunge il ministro dell'Interno, «non ho tempo per beghe e polemiche. Gli italiani mi chiedono meno tasse, la flat tax è un'emergenza nazionale, il Consiglio dei ministri adesso si deve occupare di riduzione delle tasse. Conte mi sfidi sulle tasse, su qualcosa che interessa gli italiani, non sulla fantasia. Non ho sentito Giuseppe Conte, vorrei sentire Antonio Conte, per sapere se viene al Milan».La Verità ha chiesto un commento a Fabio Pinelli, avvocato difensore di Siri: «La cosa più grave, secondo me, è aver spiegato la necessità delle dimissioni sostenendo che il provvedimento non avesse contenuto generale e astratto. I provvedimenti che sono nell'interesse di talune categorie, come gli emendamenti in discussione, che avevano come destinatari i produttori di energia da minieolico», argomenta Pinelli, «il cui Consorzio è stato regolarmente accreditato al Mise, sono provvedimenti che hanno il carattere dei generalità e astrattezza. È come se dire che se c'è un provvedimento che prevede agevolazioni fiscali per chi ha un reddito inferiore a 30.000 euro, oppure per chi ha meno di 40 anni, oppure per gli anziani, allora non si rivolge a tutti gli italiani e quindi non ha il carattere di generalità e astrattezza. I provvedimenti sono per la maggior parte così». Intanto, a quanto si apprende, Armando Siri non sarà interrogato dai pm di Roma, ma fornirà spontanee dichiarazioni: la data non è stata fissata, gli inquirenti hanno «aperto l'agenda», come si dice in questi casi, dando piena disponibilità al sottosegretario. Sarà invece sottoposto a interrogatorio Paolo Arata, l'imprenditore indagato per corruzione con Siri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-m5s-avvisa-i-leghisti-per-cacciare-siri-bastano-i-nostri-voti-2636219168.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-costituzionalista-la-revoca-non-e-detto-che-il-colle-la-firmi" data-post-id="2636219168" data-published-at="1778867552" data-use-pagination="False"> Il costituzionalista: «La revoca? Non è detto che il Colle la firmi» Il prossimo 8 o 9 maggio si riunirà il Consiglio dei ministri, e il premier Giuseppe Conte proporrà la revoca del sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri, d'intesa con il ministro coadiuvato, Danilo Toninelli. Se non ci sarà unanimità, e quindi se la Lega si opporrà, si andrà al voto. Se la proposta di revoca di Siri sarà approvata, toccherà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, firmare il decreto di revoca. Una pura formalità, la firma di Mattarella? La Verità ha chiesto un parere a Mario Esposito, docente di diritto costituzionale all'Università del Salento oltre che docente dell'Università Luiss Guido Carli di Roma: «Ritengo di no. Non è un atto dovuto», spiega Esposito, «come non lo sono gli atti di nomina, perché uno spazio di sindacato del presidente della Repubblica c'è sempre. Direi di più: in questo caso la revoca viene motivata in base alla pendenza di indagini a carico di Siri. Una fattispecie delicatissima, perché, nel caso in cui il Consiglio dei ministri dovesse deliberare per la revoca, saremmo di fronte per così dire a una atipica misura cautelare, interdittiva, nei confronti di Siri; dall'altra sarebbe come dire che il sottosegretario non ha più i requisiti per restare in carica, ma i requisiti sono previsti dalla legge». Esposito evidenzia le differenze con il precedente di Vittorio Sgarbi, che fu revocato da sottosegretario ai Beni culturali del governo guidato da Silvio Berlusconi nel 2002, dopo essere entrato in rotta di collisione con il suo ministro, Giuliano Urbani: «Non stiamo parlando, come accaduto in passato, ad esempio nel caso di Vittorio Sgarbi, di una revoca per motivi puramente fiduciari. Si noti bene: nel decreto di revoca si era dato atto tra le altre cose della reiterazione delle posizioni di contrasto “con le decisioni collegiali del governo" . Di qui la proposta di revoca, di natura puramente politica. In un caso come quello di Sgarbi, gli spazi di sindacato», aggiunge Esposito, «anche quelli del presidente della Repubblica, sono molto ristretti. Viceversa, quando la revoca è motivata con riferimento alla circostanza che Siri sia sotto inchiesta, mettendone in discussione per ciò stesso e non per atti ivi o altrove accertati la permanenza del requisito della onorabilità, si crea una sorta di sovrapposizione rispetto alle prerogative dell'autorità giudiziaria, peraltro in fase di indagini preliminari. In questo caso, a mio parere, il presidente della Repubblica potrebbe, e forse dovrebbe, svolgere un controllo su quest'atto, perché è un atto che si propone espressamente di intervenire su fatti che sono ancora di competenza dell'autorità giudiziaria. C'è anche un rapporto tra poteri che viene messo in gioco. Sarebbe stato opportuno», sottolinea ancora Esposito, «prima di proporre la revoca in Consiglio dei ministri, di dare luogo a una vera e propria istruttoria per verificare se il sottosegretario nell'adempimento delle sue funzioni fosse venuto meno ai doveri di disciplina e di onore imposti dall'articolo 54 della Costituzione. Mi chiedo: se dopo qualche giorno la posizione di Siri venisse archiviata, verrebbe allora meno la causa della revoca. Che si fa a quel punto? L'atto di revoca perde efficacia? 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L'avvertimento, d'altra parte, era stampato su uno striscione: «Salvini scappa, Modena non ti vuole». E quando, per disturbare l'intervento del segretario leghista hanno intonato Bella ciao, Salvini, rivolgendosi ai militanti del Carroccio, ha alzato la voce: «Questa è la Modena vera, non quella di quattro zecche da centro sociale che vanno giù a fare casino». E ancora: «Non ci sono più i compagni di una volta. Hanno perso la voce, hanno fatto tardi ieri sera al centro sociale. Meno canne e più uovo sbattuto della nonna che state meglio». Le contestazioni si sono fatte più dure alla fine del comizio. La piazza piena probabilmente ha contribuito a far salire la rabbia dei manifestanti. Due facinorosi sono stati portati in Questura per accertamenti. A manifestare in tre cortei, in tre punti diversi della città, c'erano anche la Cgil e gli anarchici di Ligéra. Nervi tesi soprattutto quando il leader leghista ha fatto riferimento alla leva militare: «Magari sei mesi di servizio negli alpini non farebbero male, una cosa per volta». Il vicepremier ha poi cercato di smorzare i toni con qualche battuta, soprattutto per evitare che la situazione degenerasse. «Cari compagni, faremo un museo a Modena dopo il 26 maggio (giorno delle elezioni comunali nel capoluogo, ndr) a tutela del panda e dei comunisti. Sono esseri simpatici sia gli uni che gli altri». E a quel punto una sassaiola si è concentrata su una volante della polizia alla quale è stato sfondato il parabrezza. «Questi deficienti», ha commentato dopo la manifestazione Salvini, «hanno preso a sassate carabinieri e polizia. In un paese normale chi mette le mani addosso alle forze dell'ordine va in galera. Spero che accada così e che non ci sia un giudice che dica “poverini stavano manifestando pacificamente"».
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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