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2020-11-18
Il grido di dolore dell’Oltrepò: «Questa politica uccide le vigne»
Pierangelo Boatti (Monsupello)
L'anno scorso furono 74 milioni le bottiglie di spumante - tra Prosecco, Metodo Classico e Champagne - stappate per le feste e quest'anno? Per chi si dedica con passione da un secolo a produrre vini col perlage sono giorni d'ansia. «Viviamo male con un futuro sempre più incerto e non è una bella sensazione per chi da una vita si dedica a coltivare la terra, a cercare di migliorare i prodotto, per chi come noi produce vino prima per dedizione e poi per mestiere». Chi parla è Pierangelo Boatti, erede con la sorella Laura di una cantina che è una sorta di pietra miliare nello sviluppo dell'Oltrepò pavese: Monsupello. Producono spumanti di alta classe: sono le bottiglie dei cenoni che non ci saranno, dei matrimoni che non ci sono stati, degli aperitivi cancellati. Anche loro sono contagiati dal virus cinese, ma per i vignaioli rischia di essere mortale e nessuno ha finora predisposto la rianimazione. La famiglia Boatti ha terra da più di un secolo, ma è stato il padre di Pierangelo e Laura, Carlo Boatti (i figli gli hanno dedicato una bottiglia mito) a cambiare il profilo dei vini del pavese. Ha puntato sulla qualità, sulle basse rese, ha capito che il Pinot Nero (l'Oltrepò è il più vaso giacimento d'Europa di quest'uva bizzarra e magnifica che ha fatto grande lo Champagne) andava trattato con i guanti bianchi per migliorare lo stile francese avvantaggiandosi dei sentori salmastri che risalgono dalla Liguria.
Oggi Pierangelo e Laura hanno fatto un altro passo verso la «rivoluzione» paterna con il loro Blanc de Blancs nature che nasce da uve Chardonnay, un nuovo stile di Oltrepò dedicato stavolta a mamma Carla che resta come «capostipite». Ci voglio cinque anni per produrlo. «Se uno facesse un ragionamento basato solo sul business sarebbe da chiedersi: chi te lo fa fare! Ma produrre vino», spiega Pierangelo, «è soprattutto questo: seguire una propria idea e metterla in sintonia col Creato, anche per questo noi facciamo solo vini nature». E allora perché lamentarsi? «Non mi lamento, soffro, che è cosa diversa. Soffro nel vedere che non siamo considerati nel momento del bisogno. Quando si tratta di farsi belli perché il made in Italy va forte, quando si tratta di venire a fare la passerella al Vinitaly o alle degustazioni sono tutti in prima fila, ma ora che ci hanno chiuso il mercato dove sono i politici? Mi piange il cuore a sapere che per smaltire le eccedenze col vino italiano si sono fatti i disinfettanti. Vorrei sapere da Tersa Bellanova (ministro dell'Agricoltura, ndr) se pensa che il vino italiano colpito dalla più grave crisi mai conosciuta dallo scandalo del metanolo si possa sostenere con gli spiccioli della distillazione di soccorso. Nessuno ha capito che la crisi da virus cinese la stanno pagando soprattutto i vini di alta qualità».
I numeri danno ragione a Pierangelo Boatti. Il vino italiano - che vale all'incirca 14 miliardi di fatturato, 6,2 dall'export, e oltre un milione di posti di lavoro diretti - da 20 anni è in crescita ma quest'anno ha sbattuto contro un muro. L'export fa già un meno 4%, si stima solo nel periodo delle feste una perdita di 1,2 miliardi, un altro miliardo se ne è andato in fumo con la crisi dell'enoturismo e circa il 40% del mercato interno è volato via con i ristoranti e wine bar chiusi e la morte dell'aperitivo. «Così non possiamo reggere. Se non riaprono i ristoranti per noi significa perdere il 70% del fatturato, per il vino in generale svanisce metà dei clienti. Mi sono difeso con l'on line dove però si vende un prodotto di prezzo mediamente più basso e con le enoteche finché le lasciano aperte, ma questo non mi garantisce né sviluppo né tenuta dei conti».
Per avere un'idea della contrazione del mercato Pierangelo Boatti si sbottona un po' sulle cifre: «Appena si è riparlato di zone arancioni e rosse a me sono spariti 100 ordini di spumanti dalla sera alla mattina, mi sono tornati indietro 200 cartoni di rosè, tutte le bottiglie di maggior prezzo sono state bloccate. Quest'anno ho rinunciato a imbottigliare 120.000 bottiglie, e non ho spumantizzato metà del mio vino. Lo tengo fermo considerando che per avere uno dei miei spumanti ho una rifermentazione di almeno tre anni. Aspetto tempi migliori. Mi domando però come fanno ristoratori, enoteche, piccole cantine a resistere. La situazione di mercato è tale che anche noi ora facciamo fatica a “finanziare" i clienti, non possiamo più permetterci di allungare i tempi d'incasso e c'è lungo tuta la filiera un urgente bisogno di liquidità. Faccio solo un esempio: l'uva Pinot nero si è comprata quest'anno 65 euro al quintale, produrla a me costa 110 euro al quintale. A queste condizioni rischiamo di perdere del tutto la coltivazione».
La strada per la ripresa? «Dovrebbero assicurarci liquidità, dovrebbero porre attenzione a chi coltiva, vanno riaperti i ristoranti, va promosso il nostro vino all'estero e poi va rilanciato l'enoturismo. Da me in cantina vengono dal Piemonte, dalla Liguria, ovviamente da Milano, ma arrivavano anche da Inghilterra, America e Germania. Quello che mi preoccupa e che non vedo consapevolezza della gravità della crisi. Si rischia di perdere la base produttiva, sta saltando per aria la filiera a cominciare dai coltivatori. E se perdi le vigne per tornare a produrre devi aspettare cinque anni. È un tempo che per la politica non conosce, per noi è il tempo su cui misuriamo la nostra esistenza. Vorrei ricordare a chi ci governa che un uomo ben che gli vada ha a disposizione 60 vendemmie. Se ce ne salta anche solo una è un pezzo di vita che ci portano via».
Tornano a crollare i consumi: -8%
Crollo dei consumi. Dopo la forte ripresa registrata nel terzo trimestre, a partire da ottobre la situazione congiunturale si è deteriorata. A lanciare l'allarme è stata Confcommercio che, con la sua nota mensile, sottolinea come la seconda ondata di Covid abbia fiaccato la debole ripresa dei mesi precedenti. «L'avvio delle prime misure di contenimento hanno determinato per molte filiere produttive l'interruzione del lento e faticoso processo di ritorno a una situazione meno emergenziale», si legge nel documento. Il peggioramento della crisi sanitaria, anche a livello internazionale, e le progressive restrizioni hanno dunque avuto una ricaduta negativa quasi immediata sui segmenti legati alle spese per la mobilità e per il tempo libero. Questi nonostante la ripresa registrata nel terzo trimestre, scontavano ancora ritardi significativi rispetto ai dati registrati l'anno scorso.
Stando alla nota continuano ad esserci criticità anche per i beni legati all'abbigliamento e alle calzature dato che risentono delle minori occasioni di socialità. A questi si aggiungono gli alberghi (-60%), i bar e ristoranti (-38%) e il mondo delle automobili. Ad ottobre sono infatti emersi rallentamenti anche nelle dinamiche della domanda verso molti beni durevoli. In particolare, per le autovetture vendute a privati.
Se si passa poi all'indicatore dei consumi Confcommercio (Icc) si nota come ad ottobre, in linea con l'emergere della seconda ondata, la fase di recupero della domanda, che aveva già mostrato segnali di minor vivacità a settembre, si è interrotta. Il peggioramento pur interessando in misura più significativa la componente relativa ai servizi ricreativi (-73%), appare piuttosto diffusa. L'indicatore dei consumi registra infatti nel confronto annuo, un calo dell'8,1%.
Il deterioramento del contesto economico porta però con se anche un rapido peggioramento del Pil. Stando ai dati di Confcommercio per il mese di novembre si stima una riduzione del 7,7% su ottobre e del 12,1% se lo si rapporta su base annua. Ma già nel mese di settembre, in linea con l'emergere dei primi segnali di una seconda ondata della pandemia in molti paesi, il quadro congiunturale aveva iniziato ad evidenziare i primi segnali di rallentamento. La produzione industriale ha mostrato un peggioramento del 5,6%, con una flessione del 5,2% su base annua. Il dato sugli occupati, pur risultando stabili, mostra una riduzione dell'1,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. E il sentiment delle imprese del commercio al dettaglio ha registrato, ad ottobre, un aumento dell'1,9% congiunturale, a fronte però di una riduzione tendenziale del 9,3%. «Considerando i provvedimenti susseguitisi nel mese di ottobre e le chiusure a macchia di leopardo iniziate ai primi di novembre, si stima per il mese in corso un calo congiunturale del Pil, al netto dei fattori stagionali, del 7,7%, dato che porterebbe ad una decrescita del 12,1% rispetto allo stesso mese del 2019» conclude la nota.
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Pierangelo Boatti, della cantina Monsupello: «L'immobilismo del governo rischia di far saltare la filiera dei coltivatori e per farla ripartire servirebbero 5 anni. Ci diano liquidità e riaprano presto i ristoranti».Confcommercio e gli effetti della seconda ondata. A picco il settore dei servizi ricreativi: -73%. Soffrono di più alberghi (-60%) e ristorazione (-38%). Male pure l'abbigliamento.Lo speciale contiene due articoli.L'anno scorso furono 74 milioni le bottiglie di spumante - tra Prosecco, Metodo Classico e Champagne - stappate per le feste e quest'anno? Per chi si dedica con passione da un secolo a produrre vini col perlage sono giorni d'ansia. «Viviamo male con un futuro sempre più incerto e non è una bella sensazione per chi da una vita si dedica a coltivare la terra, a cercare di migliorare i prodotto, per chi come noi produce vino prima per dedizione e poi per mestiere». Chi parla è Pierangelo Boatti, erede con la sorella Laura di una cantina che è una sorta di pietra miliare nello sviluppo dell'Oltrepò pavese: Monsupello. Producono spumanti di alta classe: sono le bottiglie dei cenoni che non ci saranno, dei matrimoni che non ci sono stati, degli aperitivi cancellati. Anche loro sono contagiati dal virus cinese, ma per i vignaioli rischia di essere mortale e nessuno ha finora predisposto la rianimazione. La famiglia Boatti ha terra da più di un secolo, ma è stato il padre di Pierangelo e Laura, Carlo Boatti (i figli gli hanno dedicato una bottiglia mito) a cambiare il profilo dei vini del pavese. Ha puntato sulla qualità, sulle basse rese, ha capito che il Pinot Nero (l'Oltrepò è il più vaso giacimento d'Europa di quest'uva bizzarra e magnifica che ha fatto grande lo Champagne) andava trattato con i guanti bianchi per migliorare lo stile francese avvantaggiandosi dei sentori salmastri che risalgono dalla Liguria. Oggi Pierangelo e Laura hanno fatto un altro passo verso la «rivoluzione» paterna con il loro Blanc de Blancs nature che nasce da uve Chardonnay, un nuovo stile di Oltrepò dedicato stavolta a mamma Carla che resta come «capostipite». Ci voglio cinque anni per produrlo. «Se uno facesse un ragionamento basato solo sul business sarebbe da chiedersi: chi te lo fa fare! Ma produrre vino», spiega Pierangelo, «è soprattutto questo: seguire una propria idea e metterla in sintonia col Creato, anche per questo noi facciamo solo vini nature». E allora perché lamentarsi? «Non mi lamento, soffro, che è cosa diversa. Soffro nel vedere che non siamo considerati nel momento del bisogno. Quando si tratta di farsi belli perché il made in Italy va forte, quando si tratta di venire a fare la passerella al Vinitaly o alle degustazioni sono tutti in prima fila, ma ora che ci hanno chiuso il mercato dove sono i politici? Mi piange il cuore a sapere che per smaltire le eccedenze col vino italiano si sono fatti i disinfettanti. Vorrei sapere da Tersa Bellanova (ministro dell'Agricoltura, ndr) se pensa che il vino italiano colpito dalla più grave crisi mai conosciuta dallo scandalo del metanolo si possa sostenere con gli spiccioli della distillazione di soccorso. Nessuno ha capito che la crisi da virus cinese la stanno pagando soprattutto i vini di alta qualità». I numeri danno ragione a Pierangelo Boatti. Il vino italiano - che vale all'incirca 14 miliardi di fatturato, 6,2 dall'export, e oltre un milione di posti di lavoro diretti - da 20 anni è in crescita ma quest'anno ha sbattuto contro un muro. L'export fa già un meno 4%, si stima solo nel periodo delle feste una perdita di 1,2 miliardi, un altro miliardo se ne è andato in fumo con la crisi dell'enoturismo e circa il 40% del mercato interno è volato via con i ristoranti e wine bar chiusi e la morte dell'aperitivo. «Così non possiamo reggere. Se non riaprono i ristoranti per noi significa perdere il 70% del fatturato, per il vino in generale svanisce metà dei clienti. Mi sono difeso con l'on line dove però si vende un prodotto di prezzo mediamente più basso e con le enoteche finché le lasciano aperte, ma questo non mi garantisce né sviluppo né tenuta dei conti». Per avere un'idea della contrazione del mercato Pierangelo Boatti si sbottona un po' sulle cifre: «Appena si è riparlato di zone arancioni e rosse a me sono spariti 100 ordini di spumanti dalla sera alla mattina, mi sono tornati indietro 200 cartoni di rosè, tutte le bottiglie di maggior prezzo sono state bloccate. Quest'anno ho rinunciato a imbottigliare 120.000 bottiglie, e non ho spumantizzato metà del mio vino. Lo tengo fermo considerando che per avere uno dei miei spumanti ho una rifermentazione di almeno tre anni. Aspetto tempi migliori. Mi domando però come fanno ristoratori, enoteche, piccole cantine a resistere. La situazione di mercato è tale che anche noi ora facciamo fatica a “finanziare" i clienti, non possiamo più permetterci di allungare i tempi d'incasso e c'è lungo tuta la filiera un urgente bisogno di liquidità. Faccio solo un esempio: l'uva Pinot nero si è comprata quest'anno 65 euro al quintale, produrla a me costa 110 euro al quintale. A queste condizioni rischiamo di perdere del tutto la coltivazione». La strada per la ripresa? «Dovrebbero assicurarci liquidità, dovrebbero porre attenzione a chi coltiva, vanno riaperti i ristoranti, va promosso il nostro vino all'estero e poi va rilanciato l'enoturismo. Da me in cantina vengono dal Piemonte, dalla Liguria, ovviamente da Milano, ma arrivavano anche da Inghilterra, America e Germania. Quello che mi preoccupa e che non vedo consapevolezza della gravità della crisi. Si rischia di perdere la base produttiva, sta saltando per aria la filiera a cominciare dai coltivatori. E se perdi le vigne per tornare a produrre devi aspettare cinque anni. È un tempo che per la politica non conosce, per noi è il tempo su cui misuriamo la nostra esistenza. Vorrei ricordare a chi ci governa che un uomo ben che gli vada ha a disposizione 60 vendemmie. Se ce ne salta anche solo una è un pezzo di vita che ci portano via». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-grido-di-dolore-delloltrepo-questa-politica-uccide-le-vigne-2648956103.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tornano-a-crollare-i-consumi-8" data-post-id="2648956103" data-published-at="1605639842" data-use-pagination="False"> Tornano a crollare i consumi: -8% Crollo dei consumi. Dopo la forte ripresa registrata nel terzo trimestre, a partire da ottobre la situazione congiunturale si è deteriorata. A lanciare l'allarme è stata Confcommercio che, con la sua nota mensile, sottolinea come la seconda ondata di Covid abbia fiaccato la debole ripresa dei mesi precedenti. «L'avvio delle prime misure di contenimento hanno determinato per molte filiere produttive l'interruzione del lento e faticoso processo di ritorno a una situazione meno emergenziale», si legge nel documento. Il peggioramento della crisi sanitaria, anche a livello internazionale, e le progressive restrizioni hanno dunque avuto una ricaduta negativa quasi immediata sui segmenti legati alle spese per la mobilità e per il tempo libero. Questi nonostante la ripresa registrata nel terzo trimestre, scontavano ancora ritardi significativi rispetto ai dati registrati l'anno scorso. Stando alla nota continuano ad esserci criticità anche per i beni legati all'abbigliamento e alle calzature dato che risentono delle minori occasioni di socialità. A questi si aggiungono gli alberghi (-60%), i bar e ristoranti (-38%) e il mondo delle automobili. Ad ottobre sono infatti emersi rallentamenti anche nelle dinamiche della domanda verso molti beni durevoli. In particolare, per le autovetture vendute a privati. Se si passa poi all'indicatore dei consumi Confcommercio (Icc) si nota come ad ottobre, in linea con l'emergere della seconda ondata, la fase di recupero della domanda, che aveva già mostrato segnali di minor vivacità a settembre, si è interrotta. Il peggioramento pur interessando in misura più significativa la componente relativa ai servizi ricreativi (-73%), appare piuttosto diffusa. L'indicatore dei consumi registra infatti nel confronto annuo, un calo dell'8,1%. Il deterioramento del contesto economico porta però con se anche un rapido peggioramento del Pil. Stando ai dati di Confcommercio per il mese di novembre si stima una riduzione del 7,7% su ottobre e del 12,1% se lo si rapporta su base annua. Ma già nel mese di settembre, in linea con l'emergere dei primi segnali di una seconda ondata della pandemia in molti paesi, il quadro congiunturale aveva iniziato ad evidenziare i primi segnali di rallentamento. La produzione industriale ha mostrato un peggioramento del 5,6%, con una flessione del 5,2% su base annua. Il dato sugli occupati, pur risultando stabili, mostra una riduzione dell'1,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. E il sentiment delle imprese del commercio al dettaglio ha registrato, ad ottobre, un aumento dell'1,9% congiunturale, a fronte però di una riduzione tendenziale del 9,3%. «Considerando i provvedimenti susseguitisi nel mese di ottobre e le chiusure a macchia di leopardo iniziate ai primi di novembre, si stima per il mese in corso un calo congiunturale del Pil, al netto dei fattori stagionali, del 7,7%, dato che porterebbe ad una decrescita del 12,1% rispetto allo stesso mese del 2019» conclude la nota.
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.