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2020-11-18
Il grido di dolore dell’Oltrepò: «Questa politica uccide le vigne»
Pierangelo Boatti (Monsupello)
L'anno scorso furono 74 milioni le bottiglie di spumante - tra Prosecco, Metodo Classico e Champagne - stappate per le feste e quest'anno? Per chi si dedica con passione da un secolo a produrre vini col perlage sono giorni d'ansia. «Viviamo male con un futuro sempre più incerto e non è una bella sensazione per chi da una vita si dedica a coltivare la terra, a cercare di migliorare i prodotto, per chi come noi produce vino prima per dedizione e poi per mestiere». Chi parla è Pierangelo Boatti, erede con la sorella Laura di una cantina che è una sorta di pietra miliare nello sviluppo dell'Oltrepò pavese: Monsupello. Producono spumanti di alta classe: sono le bottiglie dei cenoni che non ci saranno, dei matrimoni che non ci sono stati, degli aperitivi cancellati. Anche loro sono contagiati dal virus cinese, ma per i vignaioli rischia di essere mortale e nessuno ha finora predisposto la rianimazione. La famiglia Boatti ha terra da più di un secolo, ma è stato il padre di Pierangelo e Laura, Carlo Boatti (i figli gli hanno dedicato una bottiglia mito) a cambiare il profilo dei vini del pavese. Ha puntato sulla qualità, sulle basse rese, ha capito che il Pinot Nero (l'Oltrepò è il più vaso giacimento d'Europa di quest'uva bizzarra e magnifica che ha fatto grande lo Champagne) andava trattato con i guanti bianchi per migliorare lo stile francese avvantaggiandosi dei sentori salmastri che risalgono dalla Liguria.
Oggi Pierangelo e Laura hanno fatto un altro passo verso la «rivoluzione» paterna con il loro Blanc de Blancs nature che nasce da uve Chardonnay, un nuovo stile di Oltrepò dedicato stavolta a mamma Carla che resta come «capostipite». Ci voglio cinque anni per produrlo. «Se uno facesse un ragionamento basato solo sul business sarebbe da chiedersi: chi te lo fa fare! Ma produrre vino», spiega Pierangelo, «è soprattutto questo: seguire una propria idea e metterla in sintonia col Creato, anche per questo noi facciamo solo vini nature». E allora perché lamentarsi? «Non mi lamento, soffro, che è cosa diversa. Soffro nel vedere che non siamo considerati nel momento del bisogno. Quando si tratta di farsi belli perché il made in Italy va forte, quando si tratta di venire a fare la passerella al Vinitaly o alle degustazioni sono tutti in prima fila, ma ora che ci hanno chiuso il mercato dove sono i politici? Mi piange il cuore a sapere che per smaltire le eccedenze col vino italiano si sono fatti i disinfettanti. Vorrei sapere da Tersa Bellanova (ministro dell'Agricoltura, ndr) se pensa che il vino italiano colpito dalla più grave crisi mai conosciuta dallo scandalo del metanolo si possa sostenere con gli spiccioli della distillazione di soccorso. Nessuno ha capito che la crisi da virus cinese la stanno pagando soprattutto i vini di alta qualità».
I numeri danno ragione a Pierangelo Boatti. Il vino italiano - che vale all'incirca 14 miliardi di fatturato, 6,2 dall'export, e oltre un milione di posti di lavoro diretti - da 20 anni è in crescita ma quest'anno ha sbattuto contro un muro. L'export fa già un meno 4%, si stima solo nel periodo delle feste una perdita di 1,2 miliardi, un altro miliardo se ne è andato in fumo con la crisi dell'enoturismo e circa il 40% del mercato interno è volato via con i ristoranti e wine bar chiusi e la morte dell'aperitivo. «Così non possiamo reggere. Se non riaprono i ristoranti per noi significa perdere il 70% del fatturato, per il vino in generale svanisce metà dei clienti. Mi sono difeso con l'on line dove però si vende un prodotto di prezzo mediamente più basso e con le enoteche finché le lasciano aperte, ma questo non mi garantisce né sviluppo né tenuta dei conti».
Per avere un'idea della contrazione del mercato Pierangelo Boatti si sbottona un po' sulle cifre: «Appena si è riparlato di zone arancioni e rosse a me sono spariti 100 ordini di spumanti dalla sera alla mattina, mi sono tornati indietro 200 cartoni di rosè, tutte le bottiglie di maggior prezzo sono state bloccate. Quest'anno ho rinunciato a imbottigliare 120.000 bottiglie, e non ho spumantizzato metà del mio vino. Lo tengo fermo considerando che per avere uno dei miei spumanti ho una rifermentazione di almeno tre anni. Aspetto tempi migliori. Mi domando però come fanno ristoratori, enoteche, piccole cantine a resistere. La situazione di mercato è tale che anche noi ora facciamo fatica a “finanziare" i clienti, non possiamo più permetterci di allungare i tempi d'incasso e c'è lungo tuta la filiera un urgente bisogno di liquidità. Faccio solo un esempio: l'uva Pinot nero si è comprata quest'anno 65 euro al quintale, produrla a me costa 110 euro al quintale. A queste condizioni rischiamo di perdere del tutto la coltivazione».
La strada per la ripresa? «Dovrebbero assicurarci liquidità, dovrebbero porre attenzione a chi coltiva, vanno riaperti i ristoranti, va promosso il nostro vino all'estero e poi va rilanciato l'enoturismo. Da me in cantina vengono dal Piemonte, dalla Liguria, ovviamente da Milano, ma arrivavano anche da Inghilterra, America e Germania. Quello che mi preoccupa e che non vedo consapevolezza della gravità della crisi. Si rischia di perdere la base produttiva, sta saltando per aria la filiera a cominciare dai coltivatori. E se perdi le vigne per tornare a produrre devi aspettare cinque anni. È un tempo che per la politica non conosce, per noi è il tempo su cui misuriamo la nostra esistenza. Vorrei ricordare a chi ci governa che un uomo ben che gli vada ha a disposizione 60 vendemmie. Se ce ne salta anche solo una è un pezzo di vita che ci portano via».
Tornano a crollare i consumi: -8%
Crollo dei consumi. Dopo la forte ripresa registrata nel terzo trimestre, a partire da ottobre la situazione congiunturale si è deteriorata. A lanciare l'allarme è stata Confcommercio che, con la sua nota mensile, sottolinea come la seconda ondata di Covid abbia fiaccato la debole ripresa dei mesi precedenti. «L'avvio delle prime misure di contenimento hanno determinato per molte filiere produttive l'interruzione del lento e faticoso processo di ritorno a una situazione meno emergenziale», si legge nel documento. Il peggioramento della crisi sanitaria, anche a livello internazionale, e le progressive restrizioni hanno dunque avuto una ricaduta negativa quasi immediata sui segmenti legati alle spese per la mobilità e per il tempo libero. Questi nonostante la ripresa registrata nel terzo trimestre, scontavano ancora ritardi significativi rispetto ai dati registrati l'anno scorso.
Stando alla nota continuano ad esserci criticità anche per i beni legati all'abbigliamento e alle calzature dato che risentono delle minori occasioni di socialità. A questi si aggiungono gli alberghi (-60%), i bar e ristoranti (-38%) e il mondo delle automobili. Ad ottobre sono infatti emersi rallentamenti anche nelle dinamiche della domanda verso molti beni durevoli. In particolare, per le autovetture vendute a privati.
Se si passa poi all'indicatore dei consumi Confcommercio (Icc) si nota come ad ottobre, in linea con l'emergere della seconda ondata, la fase di recupero della domanda, che aveva già mostrato segnali di minor vivacità a settembre, si è interrotta. Il peggioramento pur interessando in misura più significativa la componente relativa ai servizi ricreativi (-73%), appare piuttosto diffusa. L'indicatore dei consumi registra infatti nel confronto annuo, un calo dell'8,1%.
Il deterioramento del contesto economico porta però con se anche un rapido peggioramento del Pil. Stando ai dati di Confcommercio per il mese di novembre si stima una riduzione del 7,7% su ottobre e del 12,1% se lo si rapporta su base annua. Ma già nel mese di settembre, in linea con l'emergere dei primi segnali di una seconda ondata della pandemia in molti paesi, il quadro congiunturale aveva iniziato ad evidenziare i primi segnali di rallentamento. La produzione industriale ha mostrato un peggioramento del 5,6%, con una flessione del 5,2% su base annua. Il dato sugli occupati, pur risultando stabili, mostra una riduzione dell'1,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. E il sentiment delle imprese del commercio al dettaglio ha registrato, ad ottobre, un aumento dell'1,9% congiunturale, a fronte però di una riduzione tendenziale del 9,3%. «Considerando i provvedimenti susseguitisi nel mese di ottobre e le chiusure a macchia di leopardo iniziate ai primi di novembre, si stima per il mese in corso un calo congiunturale del Pil, al netto dei fattori stagionali, del 7,7%, dato che porterebbe ad una decrescita del 12,1% rispetto allo stesso mese del 2019» conclude la nota.
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Pierangelo Boatti, della cantina Monsupello: «L'immobilismo del governo rischia di far saltare la filiera dei coltivatori e per farla ripartire servirebbero 5 anni. Ci diano liquidità e riaprano presto i ristoranti».Confcommercio e gli effetti della seconda ondata. A picco il settore dei servizi ricreativi: -73%. Soffrono di più alberghi (-60%) e ristorazione (-38%). Male pure l'abbigliamento.Lo speciale contiene due articoli.L'anno scorso furono 74 milioni le bottiglie di spumante - tra Prosecco, Metodo Classico e Champagne - stappate per le feste e quest'anno? Per chi si dedica con passione da un secolo a produrre vini col perlage sono giorni d'ansia. «Viviamo male con un futuro sempre più incerto e non è una bella sensazione per chi da una vita si dedica a coltivare la terra, a cercare di migliorare i prodotto, per chi come noi produce vino prima per dedizione e poi per mestiere». Chi parla è Pierangelo Boatti, erede con la sorella Laura di una cantina che è una sorta di pietra miliare nello sviluppo dell'Oltrepò pavese: Monsupello. Producono spumanti di alta classe: sono le bottiglie dei cenoni che non ci saranno, dei matrimoni che non ci sono stati, degli aperitivi cancellati. Anche loro sono contagiati dal virus cinese, ma per i vignaioli rischia di essere mortale e nessuno ha finora predisposto la rianimazione. La famiglia Boatti ha terra da più di un secolo, ma è stato il padre di Pierangelo e Laura, Carlo Boatti (i figli gli hanno dedicato una bottiglia mito) a cambiare il profilo dei vini del pavese. Ha puntato sulla qualità, sulle basse rese, ha capito che il Pinot Nero (l'Oltrepò è il più vaso giacimento d'Europa di quest'uva bizzarra e magnifica che ha fatto grande lo Champagne) andava trattato con i guanti bianchi per migliorare lo stile francese avvantaggiandosi dei sentori salmastri che risalgono dalla Liguria. Oggi Pierangelo e Laura hanno fatto un altro passo verso la «rivoluzione» paterna con il loro Blanc de Blancs nature che nasce da uve Chardonnay, un nuovo stile di Oltrepò dedicato stavolta a mamma Carla che resta come «capostipite». Ci voglio cinque anni per produrlo. «Se uno facesse un ragionamento basato solo sul business sarebbe da chiedersi: chi te lo fa fare! Ma produrre vino», spiega Pierangelo, «è soprattutto questo: seguire una propria idea e metterla in sintonia col Creato, anche per questo noi facciamo solo vini nature». E allora perché lamentarsi? «Non mi lamento, soffro, che è cosa diversa. Soffro nel vedere che non siamo considerati nel momento del bisogno. Quando si tratta di farsi belli perché il made in Italy va forte, quando si tratta di venire a fare la passerella al Vinitaly o alle degustazioni sono tutti in prima fila, ma ora che ci hanno chiuso il mercato dove sono i politici? Mi piange il cuore a sapere che per smaltire le eccedenze col vino italiano si sono fatti i disinfettanti. Vorrei sapere da Tersa Bellanova (ministro dell'Agricoltura, ndr) se pensa che il vino italiano colpito dalla più grave crisi mai conosciuta dallo scandalo del metanolo si possa sostenere con gli spiccioli della distillazione di soccorso. Nessuno ha capito che la crisi da virus cinese la stanno pagando soprattutto i vini di alta qualità». I numeri danno ragione a Pierangelo Boatti. Il vino italiano - che vale all'incirca 14 miliardi di fatturato, 6,2 dall'export, e oltre un milione di posti di lavoro diretti - da 20 anni è in crescita ma quest'anno ha sbattuto contro un muro. L'export fa già un meno 4%, si stima solo nel periodo delle feste una perdita di 1,2 miliardi, un altro miliardo se ne è andato in fumo con la crisi dell'enoturismo e circa il 40% del mercato interno è volato via con i ristoranti e wine bar chiusi e la morte dell'aperitivo. «Così non possiamo reggere. Se non riaprono i ristoranti per noi significa perdere il 70% del fatturato, per il vino in generale svanisce metà dei clienti. Mi sono difeso con l'on line dove però si vende un prodotto di prezzo mediamente più basso e con le enoteche finché le lasciano aperte, ma questo non mi garantisce né sviluppo né tenuta dei conti». Per avere un'idea della contrazione del mercato Pierangelo Boatti si sbottona un po' sulle cifre: «Appena si è riparlato di zone arancioni e rosse a me sono spariti 100 ordini di spumanti dalla sera alla mattina, mi sono tornati indietro 200 cartoni di rosè, tutte le bottiglie di maggior prezzo sono state bloccate. Quest'anno ho rinunciato a imbottigliare 120.000 bottiglie, e non ho spumantizzato metà del mio vino. Lo tengo fermo considerando che per avere uno dei miei spumanti ho una rifermentazione di almeno tre anni. Aspetto tempi migliori. Mi domando però come fanno ristoratori, enoteche, piccole cantine a resistere. La situazione di mercato è tale che anche noi ora facciamo fatica a “finanziare" i clienti, non possiamo più permetterci di allungare i tempi d'incasso e c'è lungo tuta la filiera un urgente bisogno di liquidità. Faccio solo un esempio: l'uva Pinot nero si è comprata quest'anno 65 euro al quintale, produrla a me costa 110 euro al quintale. A queste condizioni rischiamo di perdere del tutto la coltivazione». La strada per la ripresa? «Dovrebbero assicurarci liquidità, dovrebbero porre attenzione a chi coltiva, vanno riaperti i ristoranti, va promosso il nostro vino all'estero e poi va rilanciato l'enoturismo. Da me in cantina vengono dal Piemonte, dalla Liguria, ovviamente da Milano, ma arrivavano anche da Inghilterra, America e Germania. Quello che mi preoccupa e che non vedo consapevolezza della gravità della crisi. Si rischia di perdere la base produttiva, sta saltando per aria la filiera a cominciare dai coltivatori. E se perdi le vigne per tornare a produrre devi aspettare cinque anni. È un tempo che per la politica non conosce, per noi è il tempo su cui misuriamo la nostra esistenza. Vorrei ricordare a chi ci governa che un uomo ben che gli vada ha a disposizione 60 vendemmie. Se ce ne salta anche solo una è un pezzo di vita che ci portano via». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-grido-di-dolore-delloltrepo-questa-politica-uccide-le-vigne-2648956103.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tornano-a-crollare-i-consumi-8" data-post-id="2648956103" data-published-at="1605639842" data-use-pagination="False"> Tornano a crollare i consumi: -8% Crollo dei consumi. Dopo la forte ripresa registrata nel terzo trimestre, a partire da ottobre la situazione congiunturale si è deteriorata. A lanciare l'allarme è stata Confcommercio che, con la sua nota mensile, sottolinea come la seconda ondata di Covid abbia fiaccato la debole ripresa dei mesi precedenti. «L'avvio delle prime misure di contenimento hanno determinato per molte filiere produttive l'interruzione del lento e faticoso processo di ritorno a una situazione meno emergenziale», si legge nel documento. Il peggioramento della crisi sanitaria, anche a livello internazionale, e le progressive restrizioni hanno dunque avuto una ricaduta negativa quasi immediata sui segmenti legati alle spese per la mobilità e per il tempo libero. Questi nonostante la ripresa registrata nel terzo trimestre, scontavano ancora ritardi significativi rispetto ai dati registrati l'anno scorso. Stando alla nota continuano ad esserci criticità anche per i beni legati all'abbigliamento e alle calzature dato che risentono delle minori occasioni di socialità. A questi si aggiungono gli alberghi (-60%), i bar e ristoranti (-38%) e il mondo delle automobili. Ad ottobre sono infatti emersi rallentamenti anche nelle dinamiche della domanda verso molti beni durevoli. In particolare, per le autovetture vendute a privati. Se si passa poi all'indicatore dei consumi Confcommercio (Icc) si nota come ad ottobre, in linea con l'emergere della seconda ondata, la fase di recupero della domanda, che aveva già mostrato segnali di minor vivacità a settembre, si è interrotta. Il peggioramento pur interessando in misura più significativa la componente relativa ai servizi ricreativi (-73%), appare piuttosto diffusa. L'indicatore dei consumi registra infatti nel confronto annuo, un calo dell'8,1%. Il deterioramento del contesto economico porta però con se anche un rapido peggioramento del Pil. Stando ai dati di Confcommercio per il mese di novembre si stima una riduzione del 7,7% su ottobre e del 12,1% se lo si rapporta su base annua. Ma già nel mese di settembre, in linea con l'emergere dei primi segnali di una seconda ondata della pandemia in molti paesi, il quadro congiunturale aveva iniziato ad evidenziare i primi segnali di rallentamento. La produzione industriale ha mostrato un peggioramento del 5,6%, con una flessione del 5,2% su base annua. Il dato sugli occupati, pur risultando stabili, mostra una riduzione dell'1,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. E il sentiment delle imprese del commercio al dettaglio ha registrato, ad ottobre, un aumento dell'1,9% congiunturale, a fronte però di una riduzione tendenziale del 9,3%. «Considerando i provvedimenti susseguitisi nel mese di ottobre e le chiusure a macchia di leopardo iniziate ai primi di novembre, si stima per il mese in corso un calo congiunturale del Pil, al netto dei fattori stagionali, del 7,7%, dato che porterebbe ad una decrescita del 12,1% rispetto allo stesso mese del 2019» conclude la nota.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara