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2020-11-18
Il grido di dolore dell’Oltrepò: «Questa politica uccide le vigne»
Pierangelo Boatti (Monsupello)
L'anno scorso furono 74 milioni le bottiglie di spumante - tra Prosecco, Metodo Classico e Champagne - stappate per le feste e quest'anno? Per chi si dedica con passione da un secolo a produrre vini col perlage sono giorni d'ansia. «Viviamo male con un futuro sempre più incerto e non è una bella sensazione per chi da una vita si dedica a coltivare la terra, a cercare di migliorare i prodotto, per chi come noi produce vino prima per dedizione e poi per mestiere». Chi parla è Pierangelo Boatti, erede con la sorella Laura di una cantina che è una sorta di pietra miliare nello sviluppo dell'Oltrepò pavese: Monsupello. Producono spumanti di alta classe: sono le bottiglie dei cenoni che non ci saranno, dei matrimoni che non ci sono stati, degli aperitivi cancellati. Anche loro sono contagiati dal virus cinese, ma per i vignaioli rischia di essere mortale e nessuno ha finora predisposto la rianimazione. La famiglia Boatti ha terra da più di un secolo, ma è stato il padre di Pierangelo e Laura, Carlo Boatti (i figli gli hanno dedicato una bottiglia mito) a cambiare il profilo dei vini del pavese. Ha puntato sulla qualità, sulle basse rese, ha capito che il Pinot Nero (l'Oltrepò è il più vaso giacimento d'Europa di quest'uva bizzarra e magnifica che ha fatto grande lo Champagne) andava trattato con i guanti bianchi per migliorare lo stile francese avvantaggiandosi dei sentori salmastri che risalgono dalla Liguria.
Oggi Pierangelo e Laura hanno fatto un altro passo verso la «rivoluzione» paterna con il loro Blanc de Blancs nature che nasce da uve Chardonnay, un nuovo stile di Oltrepò dedicato stavolta a mamma Carla che resta come «capostipite». Ci voglio cinque anni per produrlo. «Se uno facesse un ragionamento basato solo sul business sarebbe da chiedersi: chi te lo fa fare! Ma produrre vino», spiega Pierangelo, «è soprattutto questo: seguire una propria idea e metterla in sintonia col Creato, anche per questo noi facciamo solo vini nature». E allora perché lamentarsi? «Non mi lamento, soffro, che è cosa diversa. Soffro nel vedere che non siamo considerati nel momento del bisogno. Quando si tratta di farsi belli perché il made in Italy va forte, quando si tratta di venire a fare la passerella al Vinitaly o alle degustazioni sono tutti in prima fila, ma ora che ci hanno chiuso il mercato dove sono i politici? Mi piange il cuore a sapere che per smaltire le eccedenze col vino italiano si sono fatti i disinfettanti. Vorrei sapere da Tersa Bellanova (ministro dell'Agricoltura, ndr) se pensa che il vino italiano colpito dalla più grave crisi mai conosciuta dallo scandalo del metanolo si possa sostenere con gli spiccioli della distillazione di soccorso. Nessuno ha capito che la crisi da virus cinese la stanno pagando soprattutto i vini di alta qualità».
I numeri danno ragione a Pierangelo Boatti. Il vino italiano - che vale all'incirca 14 miliardi di fatturato, 6,2 dall'export, e oltre un milione di posti di lavoro diretti - da 20 anni è in crescita ma quest'anno ha sbattuto contro un muro. L'export fa già un meno 4%, si stima solo nel periodo delle feste una perdita di 1,2 miliardi, un altro miliardo se ne è andato in fumo con la crisi dell'enoturismo e circa il 40% del mercato interno è volato via con i ristoranti e wine bar chiusi e la morte dell'aperitivo. «Così non possiamo reggere. Se non riaprono i ristoranti per noi significa perdere il 70% del fatturato, per il vino in generale svanisce metà dei clienti. Mi sono difeso con l'on line dove però si vende un prodotto di prezzo mediamente più basso e con le enoteche finché le lasciano aperte, ma questo non mi garantisce né sviluppo né tenuta dei conti».
Per avere un'idea della contrazione del mercato Pierangelo Boatti si sbottona un po' sulle cifre: «Appena si è riparlato di zone arancioni e rosse a me sono spariti 100 ordini di spumanti dalla sera alla mattina, mi sono tornati indietro 200 cartoni di rosè, tutte le bottiglie di maggior prezzo sono state bloccate. Quest'anno ho rinunciato a imbottigliare 120.000 bottiglie, e non ho spumantizzato metà del mio vino. Lo tengo fermo considerando che per avere uno dei miei spumanti ho una rifermentazione di almeno tre anni. Aspetto tempi migliori. Mi domando però come fanno ristoratori, enoteche, piccole cantine a resistere. La situazione di mercato è tale che anche noi ora facciamo fatica a “finanziare" i clienti, non possiamo più permetterci di allungare i tempi d'incasso e c'è lungo tuta la filiera un urgente bisogno di liquidità. Faccio solo un esempio: l'uva Pinot nero si è comprata quest'anno 65 euro al quintale, produrla a me costa 110 euro al quintale. A queste condizioni rischiamo di perdere del tutto la coltivazione».
La strada per la ripresa? «Dovrebbero assicurarci liquidità, dovrebbero porre attenzione a chi coltiva, vanno riaperti i ristoranti, va promosso il nostro vino all'estero e poi va rilanciato l'enoturismo. Da me in cantina vengono dal Piemonte, dalla Liguria, ovviamente da Milano, ma arrivavano anche da Inghilterra, America e Germania. Quello che mi preoccupa e che non vedo consapevolezza della gravità della crisi. Si rischia di perdere la base produttiva, sta saltando per aria la filiera a cominciare dai coltivatori. E se perdi le vigne per tornare a produrre devi aspettare cinque anni. È un tempo che per la politica non conosce, per noi è il tempo su cui misuriamo la nostra esistenza. Vorrei ricordare a chi ci governa che un uomo ben che gli vada ha a disposizione 60 vendemmie. Se ce ne salta anche solo una è un pezzo di vita che ci portano via».
Tornano a crollare i consumi: -8%
Crollo dei consumi. Dopo la forte ripresa registrata nel terzo trimestre, a partire da ottobre la situazione congiunturale si è deteriorata. A lanciare l'allarme è stata Confcommercio che, con la sua nota mensile, sottolinea come la seconda ondata di Covid abbia fiaccato la debole ripresa dei mesi precedenti. «L'avvio delle prime misure di contenimento hanno determinato per molte filiere produttive l'interruzione del lento e faticoso processo di ritorno a una situazione meno emergenziale», si legge nel documento. Il peggioramento della crisi sanitaria, anche a livello internazionale, e le progressive restrizioni hanno dunque avuto una ricaduta negativa quasi immediata sui segmenti legati alle spese per la mobilità e per il tempo libero. Questi nonostante la ripresa registrata nel terzo trimestre, scontavano ancora ritardi significativi rispetto ai dati registrati l'anno scorso.
Stando alla nota continuano ad esserci criticità anche per i beni legati all'abbigliamento e alle calzature dato che risentono delle minori occasioni di socialità. A questi si aggiungono gli alberghi (-60%), i bar e ristoranti (-38%) e il mondo delle automobili. Ad ottobre sono infatti emersi rallentamenti anche nelle dinamiche della domanda verso molti beni durevoli. In particolare, per le autovetture vendute a privati.
Se si passa poi all'indicatore dei consumi Confcommercio (Icc) si nota come ad ottobre, in linea con l'emergere della seconda ondata, la fase di recupero della domanda, che aveva già mostrato segnali di minor vivacità a settembre, si è interrotta. Il peggioramento pur interessando in misura più significativa la componente relativa ai servizi ricreativi (-73%), appare piuttosto diffusa. L'indicatore dei consumi registra infatti nel confronto annuo, un calo dell'8,1%.
Il deterioramento del contesto economico porta però con se anche un rapido peggioramento del Pil. Stando ai dati di Confcommercio per il mese di novembre si stima una riduzione del 7,7% su ottobre e del 12,1% se lo si rapporta su base annua. Ma già nel mese di settembre, in linea con l'emergere dei primi segnali di una seconda ondata della pandemia in molti paesi, il quadro congiunturale aveva iniziato ad evidenziare i primi segnali di rallentamento. La produzione industriale ha mostrato un peggioramento del 5,6%, con una flessione del 5,2% su base annua. Il dato sugli occupati, pur risultando stabili, mostra una riduzione dell'1,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. E il sentiment delle imprese del commercio al dettaglio ha registrato, ad ottobre, un aumento dell'1,9% congiunturale, a fronte però di una riduzione tendenziale del 9,3%. «Considerando i provvedimenti susseguitisi nel mese di ottobre e le chiusure a macchia di leopardo iniziate ai primi di novembre, si stima per il mese in corso un calo congiunturale del Pil, al netto dei fattori stagionali, del 7,7%, dato che porterebbe ad una decrescita del 12,1% rispetto allo stesso mese del 2019» conclude la nota.
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Pierangelo Boatti, della cantina Monsupello: «L'immobilismo del governo rischia di far saltare la filiera dei coltivatori e per farla ripartire servirebbero 5 anni. Ci diano liquidità e riaprano presto i ristoranti».Confcommercio e gli effetti della seconda ondata. A picco il settore dei servizi ricreativi: -73%. Soffrono di più alberghi (-60%) e ristorazione (-38%). Male pure l'abbigliamento.Lo speciale contiene due articoli.L'anno scorso furono 74 milioni le bottiglie di spumante - tra Prosecco, Metodo Classico e Champagne - stappate per le feste e quest'anno? Per chi si dedica con passione da un secolo a produrre vini col perlage sono giorni d'ansia. «Viviamo male con un futuro sempre più incerto e non è una bella sensazione per chi da una vita si dedica a coltivare la terra, a cercare di migliorare i prodotto, per chi come noi produce vino prima per dedizione e poi per mestiere». Chi parla è Pierangelo Boatti, erede con la sorella Laura di una cantina che è una sorta di pietra miliare nello sviluppo dell'Oltrepò pavese: Monsupello. Producono spumanti di alta classe: sono le bottiglie dei cenoni che non ci saranno, dei matrimoni che non ci sono stati, degli aperitivi cancellati. Anche loro sono contagiati dal virus cinese, ma per i vignaioli rischia di essere mortale e nessuno ha finora predisposto la rianimazione. La famiglia Boatti ha terra da più di un secolo, ma è stato il padre di Pierangelo e Laura, Carlo Boatti (i figli gli hanno dedicato una bottiglia mito) a cambiare il profilo dei vini del pavese. Ha puntato sulla qualità, sulle basse rese, ha capito che il Pinot Nero (l'Oltrepò è il più vaso giacimento d'Europa di quest'uva bizzarra e magnifica che ha fatto grande lo Champagne) andava trattato con i guanti bianchi per migliorare lo stile francese avvantaggiandosi dei sentori salmastri che risalgono dalla Liguria. Oggi Pierangelo e Laura hanno fatto un altro passo verso la «rivoluzione» paterna con il loro Blanc de Blancs nature che nasce da uve Chardonnay, un nuovo stile di Oltrepò dedicato stavolta a mamma Carla che resta come «capostipite». Ci voglio cinque anni per produrlo. «Se uno facesse un ragionamento basato solo sul business sarebbe da chiedersi: chi te lo fa fare! Ma produrre vino», spiega Pierangelo, «è soprattutto questo: seguire una propria idea e metterla in sintonia col Creato, anche per questo noi facciamo solo vini nature». E allora perché lamentarsi? «Non mi lamento, soffro, che è cosa diversa. Soffro nel vedere che non siamo considerati nel momento del bisogno. Quando si tratta di farsi belli perché il made in Italy va forte, quando si tratta di venire a fare la passerella al Vinitaly o alle degustazioni sono tutti in prima fila, ma ora che ci hanno chiuso il mercato dove sono i politici? Mi piange il cuore a sapere che per smaltire le eccedenze col vino italiano si sono fatti i disinfettanti. Vorrei sapere da Tersa Bellanova (ministro dell'Agricoltura, ndr) se pensa che il vino italiano colpito dalla più grave crisi mai conosciuta dallo scandalo del metanolo si possa sostenere con gli spiccioli della distillazione di soccorso. Nessuno ha capito che la crisi da virus cinese la stanno pagando soprattutto i vini di alta qualità». I numeri danno ragione a Pierangelo Boatti. Il vino italiano - che vale all'incirca 14 miliardi di fatturato, 6,2 dall'export, e oltre un milione di posti di lavoro diretti - da 20 anni è in crescita ma quest'anno ha sbattuto contro un muro. L'export fa già un meno 4%, si stima solo nel periodo delle feste una perdita di 1,2 miliardi, un altro miliardo se ne è andato in fumo con la crisi dell'enoturismo e circa il 40% del mercato interno è volato via con i ristoranti e wine bar chiusi e la morte dell'aperitivo. «Così non possiamo reggere. Se non riaprono i ristoranti per noi significa perdere il 70% del fatturato, per il vino in generale svanisce metà dei clienti. Mi sono difeso con l'on line dove però si vende un prodotto di prezzo mediamente più basso e con le enoteche finché le lasciano aperte, ma questo non mi garantisce né sviluppo né tenuta dei conti». Per avere un'idea della contrazione del mercato Pierangelo Boatti si sbottona un po' sulle cifre: «Appena si è riparlato di zone arancioni e rosse a me sono spariti 100 ordini di spumanti dalla sera alla mattina, mi sono tornati indietro 200 cartoni di rosè, tutte le bottiglie di maggior prezzo sono state bloccate. Quest'anno ho rinunciato a imbottigliare 120.000 bottiglie, e non ho spumantizzato metà del mio vino. Lo tengo fermo considerando che per avere uno dei miei spumanti ho una rifermentazione di almeno tre anni. Aspetto tempi migliori. Mi domando però come fanno ristoratori, enoteche, piccole cantine a resistere. La situazione di mercato è tale che anche noi ora facciamo fatica a “finanziare" i clienti, non possiamo più permetterci di allungare i tempi d'incasso e c'è lungo tuta la filiera un urgente bisogno di liquidità. Faccio solo un esempio: l'uva Pinot nero si è comprata quest'anno 65 euro al quintale, produrla a me costa 110 euro al quintale. A queste condizioni rischiamo di perdere del tutto la coltivazione». La strada per la ripresa? «Dovrebbero assicurarci liquidità, dovrebbero porre attenzione a chi coltiva, vanno riaperti i ristoranti, va promosso il nostro vino all'estero e poi va rilanciato l'enoturismo. Da me in cantina vengono dal Piemonte, dalla Liguria, ovviamente da Milano, ma arrivavano anche da Inghilterra, America e Germania. Quello che mi preoccupa e che non vedo consapevolezza della gravità della crisi. Si rischia di perdere la base produttiva, sta saltando per aria la filiera a cominciare dai coltivatori. E se perdi le vigne per tornare a produrre devi aspettare cinque anni. È un tempo che per la politica non conosce, per noi è il tempo su cui misuriamo la nostra esistenza. Vorrei ricordare a chi ci governa che un uomo ben che gli vada ha a disposizione 60 vendemmie. Se ce ne salta anche solo una è un pezzo di vita che ci portano via». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-grido-di-dolore-delloltrepo-questa-politica-uccide-le-vigne-2648956103.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tornano-a-crollare-i-consumi-8" data-post-id="2648956103" data-published-at="1605639842" data-use-pagination="False"> Tornano a crollare i consumi: -8% Crollo dei consumi. Dopo la forte ripresa registrata nel terzo trimestre, a partire da ottobre la situazione congiunturale si è deteriorata. A lanciare l'allarme è stata Confcommercio che, con la sua nota mensile, sottolinea come la seconda ondata di Covid abbia fiaccato la debole ripresa dei mesi precedenti. «L'avvio delle prime misure di contenimento hanno determinato per molte filiere produttive l'interruzione del lento e faticoso processo di ritorno a una situazione meno emergenziale», si legge nel documento. Il peggioramento della crisi sanitaria, anche a livello internazionale, e le progressive restrizioni hanno dunque avuto una ricaduta negativa quasi immediata sui segmenti legati alle spese per la mobilità e per il tempo libero. Questi nonostante la ripresa registrata nel terzo trimestre, scontavano ancora ritardi significativi rispetto ai dati registrati l'anno scorso. Stando alla nota continuano ad esserci criticità anche per i beni legati all'abbigliamento e alle calzature dato che risentono delle minori occasioni di socialità. A questi si aggiungono gli alberghi (-60%), i bar e ristoranti (-38%) e il mondo delle automobili. Ad ottobre sono infatti emersi rallentamenti anche nelle dinamiche della domanda verso molti beni durevoli. In particolare, per le autovetture vendute a privati. Se si passa poi all'indicatore dei consumi Confcommercio (Icc) si nota come ad ottobre, in linea con l'emergere della seconda ondata, la fase di recupero della domanda, che aveva già mostrato segnali di minor vivacità a settembre, si è interrotta. Il peggioramento pur interessando in misura più significativa la componente relativa ai servizi ricreativi (-73%), appare piuttosto diffusa. L'indicatore dei consumi registra infatti nel confronto annuo, un calo dell'8,1%. Il deterioramento del contesto economico porta però con se anche un rapido peggioramento del Pil. Stando ai dati di Confcommercio per il mese di novembre si stima una riduzione del 7,7% su ottobre e del 12,1% se lo si rapporta su base annua. Ma già nel mese di settembre, in linea con l'emergere dei primi segnali di una seconda ondata della pandemia in molti paesi, il quadro congiunturale aveva iniziato ad evidenziare i primi segnali di rallentamento. La produzione industriale ha mostrato un peggioramento del 5,6%, con una flessione del 5,2% su base annua. Il dato sugli occupati, pur risultando stabili, mostra una riduzione dell'1,7% rispetto allo stesso periodo del 2019. E il sentiment delle imprese del commercio al dettaglio ha registrato, ad ottobre, un aumento dell'1,9% congiunturale, a fronte però di una riduzione tendenziale del 9,3%. «Considerando i provvedimenti susseguitisi nel mese di ottobre e le chiusure a macchia di leopardo iniziate ai primi di novembre, si stima per il mese in corso un calo congiunturale del Pil, al netto dei fattori stagionali, del 7,7%, dato che porterebbe ad una decrescita del 12,1% rispetto allo stesso mese del 2019» conclude la nota.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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