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2019-02-05
Il giallo dei paletti sugli impegni sanitari che limiterebbero l’accesso al reddito
Ansa
Non solo la messa online del sito www.redditodicittadinanza.gov.it e la presentazione della prima card. Due altri temi (solo apparentemente più tecnici) sono sul tappeto dopo il recente varo del decretone sul sussidio e su quota 100, in attesa del percorso di conversione parlamentare. Vediamo subito il primo. In Rete (e in Parlamento) si è creata una certa fibrillazione a seguito della lettura dell'articolo 7 comma 9 del decretone. Com'è noto, il provvedimento prevede sanzioni e penalizzazioni (fino alla perdita del sussidio) per chi abbia una serie di comportamenti che non testimonino serietà di impegno: rifiuto delle tre offerte di lavoro, assenze reiterate ai corsi di formazione, e così via.
Ma c'è di più: si evoca anche il «mancato rispetto di impegni di prevenzione e cura della salute, individuati da professionisti sanitari». Molto dettagliata la casistica delle sanzioni: «decurtazione di due mensilità dopo un primo richiamo formale al rispetto degli impegni»; «decurtazione di tre mensilità al secondo richiamo formale»; «decurtazione di sei mensilità al terzo richiamo formale»; e infine «decadenza dal beneficio in caso di ulteriore richiamo».
Il fatto che poi, nello stesso comma 9, sia citato (sia pure a proposito dei corsi di istruzione) «un componente minorenne» della famiglia del titolare del reddito di cittadinanza, ha indotto alcuni osservatori all'associazione di idee con l'obbligo vaccinale, e quindi a concludere che vi sia una sorta di «scambio»: se vuoi il reddito di cittadinanza, dev'essere tutto a posto con gli obblighi vaccinali nella tua famiglia.
In effetti, comunque la si pensi in materia di vaccini, a prima vista la norma desta qualche interrogativo. Da un lato, si può sostenere che in ogni caso esiste la legge Lorenzin, cioè l'obbligo vaccinale, e quindi il nuovo decreto non introduce alcuno sconvolgimento particolare. Dall'altro, si può obiettare che un conto è il comportamento di un individuo rispetto all'obbligo vaccinale, altro conto è il suo stato di povertà, e che dunque è improprio sovrapporre sia pur indirettamente questi due piani, o - più in generale - dare l'impressione che lo Stato «etico» possa decidere di escludere da un sussidio in base all'aderenza o meno a indirizzi medico-scientifici.
Dal ministero, fonti tecniche di primo piano smentiscono però in modo assoluto ogni ricostruzione di questo tipo e tengono a rassicurare. «Con il reddito di cittadinanza», si fa sapere , «non è previsto e non sarà aggiunto in futuro alcun obbligo ulteriore. Il quadro, pertanto, può dirsi immutato non soltanto in riferimento alla precedente misura del reddito di inclusione, ma anche con riferimento all'ancora più risalente Sia (sostegno per l'inclusione attiva). Questo è confermato non solo dalle disposizioni, ma chiarito, in aggiunta, anche dalle relazioni allegate». E questo è a maggior ragione vero con riferimento ai vaccini, secondo il ministero: si precisa che «il reddito di cittadinanza non introduce né obblighi ulteriori né disposizioni differenziate per i suoi percettori. Con la sottoscrizione del patto, il cittadino percettore si impegna a tutelare la salute dei suoi familiari per cui lo Stato prevede una misura differenziata e calibrata sulle relative esigenze. Con ciò si fa riferimento alla necessità che il richiedente si prenda cura dei soggetti del proprio nucleo, affinché siano oggetto di specifici bisogni. L'obbligo vaccinale persiste oggi secondo le normative attualmente previste, e secondo i relativi limiti. Tali limiti e tali obblighi permangono pertanto anche in capo ai percettori del reddito di cittadinanza, che saranno tenuti a rispettarli, né più né meno come tutti gli altri cittadini». Così le fonti ministeriali direttamente interpellate dalla Verità. Ma un chiarimento in questo senso in sede di conversione parlamentare sarà probabilmente utile.
Veniamo al secondo punto. Su un altro piano, è necessario ricordare che entrambe le parti qualificanti del decreto (quota 100 e reddito di cittadinanza) richiederanno un congruo numero di ulteriori decreti attuativi. Secondo quanto La Verità ha appreso da fonte diretta governativa, non si tratterebbe di 24 (come si è letto nei giorni scorsi) ma di una quindicina di provvedimenti, il 60% dei quali riguarderà quota 100, mentre il restante 40% avrà ad oggetto il reddito di cittadinanza. Nell'80% dei casi, si tratterà di provvedimenti congiunti tra Mef e Ministero del Lavoro, nel restante 20% di atti del solo Mef.
Sul fronte pensionistico, il più importante è forse il punto relativo all'intesa tra Abi e ministeri interessati per l'erogazione anticipata della liquidazione. Sul versante del reddito di cittadinanza, serviranno diverse puntualizzazioni normative e procedurali, relative a svariati aspetti: il modello per la richiesta, l'accesso ai benefici per le imprese che assumeranno, i meccanismi di controllo delle spese effettuate attraverso la card, e così via.
Riscatto laurea, pensione più ricca. L’Inps però si è già messo di traverso
Il decreto legge numero 4 del 2019, meglio conosciuto come «decretone» perché contiene quota 100 e reddito di cittadinanza, se verrà convertito in legge potrebbe potenzialmente fare felici circa 7 milioni di italiani. Si tratta di tutti i laureati del nostro Paese dal 1996 in poi, circa 300.000 l'anno per 23 anni, che potrebbero avere la possibilità di riscattare la laurea in modo agevolato.
Il meccanismo di riscatto è lo stesso previsto per gli inoccupati (coloro che non hanno versato alcun contributo nella loro vita) ed è valido per gli anni di laurea successivi al 1996, quando cioè è entrato in vigore il sistema contributivo di calcolo della pensione, sostituendo dunque (o, per chi già lavorava, affiancando) quello retributivo.
In pratica, grazie al decreto (lo stesso che consentirebbe anche di colmare i «buchi» di versamento all'Inps) chi ha fino a 45 anni di età ed ha conseguito interamente a partire dal 1996 o parzialmente un corso di laurea o un dottorato (se non pagato dall'azienda per cui si lavora) potrà riscattare gli studi indipendentemente dal reddito attuale (dunque sia questo elevato o molto basso). L'importo sarà rateizzabile in un massimo di 10 anni, senza interessi e rappresenterà un onere deducibile nell'anno o negli anni di imposta in cui viene materialmente sostenuto. Il riscatto sarà pari al 33% del minimale di reddito della gestione dei lavoratori autonomi, cioè a un prezzo che dovrebbe aggirarsi intorno ai 5.240 euro per ogni anno riscattato.
Le buone notizie non finiscono qui: il riscatto agevolato non permetterà solo di aumentare l'anzianità contributiva, ma incrementerà anche il montante versato. In parole povere, la pensione si raggiungerà prima e sarà più alta perché si sarà versato di più.
Purtroppo però queste novità valgono solo per gli iscritti all'Inps e non per quelli alle casse professionali. C'è però forse una scappatoia grazie al cumulo contributivo potenziato dal 2017. Per tutti coloro che hanno almeno un contributo accantonato in una gestione Inps, si potrebbe fare affidamento sulla possibilità di riunire le contribuzioni come previsto dalla legge 228/2012.
Il problema è che il decreto deve essere ancora convertito in legge è c'è già chi, tra cui il presidente dell'Inps Tito Boeri e alcuni tecnici di Camera e Senato, solleva dubbi di incostituzionalità perché il limite temporale del 1996 non garantirebbe una parità di trattamento tra chi può godere delle agevolazioni e chi no. In particolare, i tecnici invitano a considerare che «secondo il principio costituzionale della parità di trattamento, le ragioni della diversità dei criteri di calcolo a seconda che il soggetto si trovi al di sotto o al di sopra di una certa soglia anagrafica» non sarebbero corrette. Senza tener conto che i vantaggi previdenziali varrebbero solo per le gestioni Inps, e i tecnici hanno evidenziato che nell'ordinamento vigente il riscatto è previsto anche per lavoratori diversi da quelli subordinati.
In realtà, però, anche per il sistema previdenziale quota 100 i vantaggi interessano solo gli iscritti all'Inps e non per i lavoratori delle casse professionali, ma non pare che la norma sia stata bloccata in Parlamento per questo motivo.
Che la norma passi senza modifiche o meno, viene però da chiedersi quale impatto potrebbe avere il riscatto agevolato sui conti pubblici.
Secondo la relazione tecnica del decreto, il riscatto agevolato non dovrebbe avere un peso eccessivo. Nel biennio tra il 2016 e il 2017 sono state 11.000 le persone che hanno fatto domanda per riscattare gli studi a cui si devono aggiungere un centinaio di domande da «inoccupati». Un numero esiguo che, però, potrebbe aumentare visti i benefici di un eventuale riscatto agevolato.
Con buona probabilità, però, il riscatto «light» sarebbe un vantaggio per i giovani, particolarmente per coloro che prima dei 45 anni hanno redditi più alti della media.
Secondo le simulazioni realizzate dal Sole 24 Ore, un giovane di 30 anni con un reddito di 17.000 euro l'anno che ha seguito un corso di studi di tre anni, pagherebbe 16.830 con il riscatto ordinario e 15.723 con quello agevolato. Il vantaggio sarebbe del 6,6% in questo caso. Con 4 anni di corso, 43 anni e un reddito di 20.000 euro, il risparmio sarebbe circa del 20,6% da 26.400 a 20.964 euro. Un lavoratore di 44 anni che ha fatto 5 anni di ingegneria e prende 60.000 euro l'anno avrebbe un vantaggio enorme. Con la versione light pagherebbe 26.205 euro, con quella ordinaria 99.645 euro. Il risparmio sarebbe del 73,7%.
È chiaro dunque che questa soluzione potrebbe rappresentare l'uovo di colombo per lavorare un po' meno e avere un montante previdenziale maggiore. Si tratta solo di capire se c'è la voglia di mettere in pratica una buona idea o meno.
Gianluca Baldini
Guerra dei beneficiari tra governo e Istat
«Tutti coloro che dicono che è impossibile dovrebbero lasciar stare chi ce la sta facendo». Orgoglioso ed emozionato, il vicepremier pentastellato Luigi Di Maio ha citato Einstein, ieri pomeriggio, alla presentazione della prima card e del sito online del reddito di cittadinanza, nuova misura di sostegno al reddito promossa dal M5s e approvata nel «decretone» dal governo gialloblù che partirà dal 1 aprile 2019. «È stato un grande lavoro di squadra, che continua in queste ore. Oggi teniamo fede a un'altra promessa: fra pochi secondi lancerò online il primo sito internet del reddito di cittadinanza. Da oggi tutti gli italiani con questo sito potranno conoscere quali documenti e adempimenti da compiere per arrivare preparati e accedere al reddito», ha detto il ministro dello Sviluppo e del Lavoro.
Il governo ieri ha annunciato che il sostegno andrà a 4,9 milioni di persone, cifra quasi dimezzata per l'Istat (2,7 milioni) e abbassata ulteriormente dall'Inps (2,4 milioni). L'importo annuo medio, per l'Istat, sarà di 5.045 euro, il maggior numero di beneficiari saranno invece le casalinghe, circa 600.000.
Il sito servirà per inviare telematicamente la richiesta per beneficiare del sussidio, la card, di colore giallo gestita da Poste italiane, è il mezzo attraverso cui spenderlo. Il sito, www.redditodicittadinanza.gov.it fornisce tutte le informazioni utili ed è il canale diretto per accedere al Rdc. A partire dal 6 marzo, oltre che al canale Web, per le domande ci si potrà rivolgere anche a tutti gli uffici postali, utilizzando l'apposito modulo predisposto dall'Inps, e ai Caf (in questo caso seguendo le istruzioni che nelle prossime settimane verranno rese note). Per poter utilizzare il sito occorre però essere in possesso delle credenziali Spid, ovvero la password che consente l'accesso a tutti i servizi pubblici on line. Per accedere al reddito di cittadinanza, sarà necessario avere un Isee inferiore a 9.360 euro (se si vive in una casa in affitto), un patrimonio immobiliare di non più di 30.000 euro, un patrimonio finanziario inferiore a 6.000 euro, ed essere residenti in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi due in maniera continuativa. Limiti che cambiano se il nucleo familiare è più numeroso.
Nessun familiare deve aver lasciato un lavoro volontariamente nei 12 mesi precedenti. Bisognerà avere un Isee aggiornato richiesto al Caf o all'Inps. Per tutte le richieste presentate, l'Inps verificherà l'esistenza dei requisiti. Se sarà accettata la domanda, si verrà contattati dai centri per l'impiego o dal Comune per valutare l'inserimento lavorativo o la formazione. Le domande devono essere presentate entro il 31 marzo per accedere al programma e avere la card ad aprile.
Di Maio ha anche sottolineato di aver costruito la misura «intorno alle imprese» che possono arrivare ad avere «fino a 18 mesi di sgravi, pari al reddito che stava prendendo la persona» che viene assunta. «Se le aziende vogliono assumere e vogliono risparmiare potranno farlo proponendo un patto di formazione e di inserimento lavorativo», ha ribadito. La domanda e l'offerta di lavoro «non si sono mai incrociate, noi istituiremo un software unico e un sistema di incentivi che creerà l'incrocio tra domanda e offerta».
All'uditorium Enel di Roma è intervenuto anche il premier Giuseppe Conte, che si è detto orgoglioso per «una riforma molto complessa, complimenti a Di Maio che ha coordinato il gruppo di lavoro. È una misura di equità sociale, fondata su un patto di lavoro, un patto di formazione e un meccanismo di inclusione sociale».
Sarina Biraghi
Continua a leggereRiduci
Nel decreto una frase tira in ballo il ruolo dei medici «controllori» Dal Mise: «I vaccini non c'entrano». Serve fare chiarezza in Aula.Opportunità per gli under 45: oltre a «ricomprare» il tempo degli studi a prezzo fisso (5.240 euro per ogni anno) potranno anche incrementare l'assegno. Ma l'ente alza le barricate per un presunto rischio incostituzionalità.Luigi Di Maio presenta misura e card. Per l'esecutivo ne usufruiranno in 4,9 milioni, l'istituto li riduce a 2,7 milioni.Lo speciale contiene tre articoliNon solo la messa online del sito www.redditodicittadinanza.gov.it e la presentazione della prima card. Due altri temi (solo apparentemente più tecnici) sono sul tappeto dopo il recente varo del decretone sul sussidio e su quota 100, in attesa del percorso di conversione parlamentare. Vediamo subito il primo. In Rete (e in Parlamento) si è creata una certa fibrillazione a seguito della lettura dell'articolo 7 comma 9 del decretone. Com'è noto, il provvedimento prevede sanzioni e penalizzazioni (fino alla perdita del sussidio) per chi abbia una serie di comportamenti che non testimonino serietà di impegno: rifiuto delle tre offerte di lavoro, assenze reiterate ai corsi di formazione, e così via. Ma c'è di più: si evoca anche il «mancato rispetto di impegni di prevenzione e cura della salute, individuati da professionisti sanitari». Molto dettagliata la casistica delle sanzioni: «decurtazione di due mensilità dopo un primo richiamo formale al rispetto degli impegni»; «decurtazione di tre mensilità al secondo richiamo formale»; «decurtazione di sei mensilità al terzo richiamo formale»; e infine «decadenza dal beneficio in caso di ulteriore richiamo». Il fatto che poi, nello stesso comma 9, sia citato (sia pure a proposito dei corsi di istruzione) «un componente minorenne» della famiglia del titolare del reddito di cittadinanza, ha indotto alcuni osservatori all'associazione di idee con l'obbligo vaccinale, e quindi a concludere che vi sia una sorta di «scambio»: se vuoi il reddito di cittadinanza, dev'essere tutto a posto con gli obblighi vaccinali nella tua famiglia. In effetti, comunque la si pensi in materia di vaccini, a prima vista la norma desta qualche interrogativo. Da un lato, si può sostenere che in ogni caso esiste la legge Lorenzin, cioè l'obbligo vaccinale, e quindi il nuovo decreto non introduce alcuno sconvolgimento particolare. Dall'altro, si può obiettare che un conto è il comportamento di un individuo rispetto all'obbligo vaccinale, altro conto è il suo stato di povertà, e che dunque è improprio sovrapporre sia pur indirettamente questi due piani, o - più in generale - dare l'impressione che lo Stato «etico» possa decidere di escludere da un sussidio in base all'aderenza o meno a indirizzi medico-scientifici.Dal ministero, fonti tecniche di primo piano smentiscono però in modo assoluto ogni ricostruzione di questo tipo e tengono a rassicurare. «Con il reddito di cittadinanza», si fa sapere , «non è previsto e non sarà aggiunto in futuro alcun obbligo ulteriore. Il quadro, pertanto, può dirsi immutato non soltanto in riferimento alla precedente misura del reddito di inclusione, ma anche con riferimento all'ancora più risalente Sia (sostegno per l'inclusione attiva). Questo è confermato non solo dalle disposizioni, ma chiarito, in aggiunta, anche dalle relazioni allegate». E questo è a maggior ragione vero con riferimento ai vaccini, secondo il ministero: si precisa che «il reddito di cittadinanza non introduce né obblighi ulteriori né disposizioni differenziate per i suoi percettori. Con la sottoscrizione del patto, il cittadino percettore si impegna a tutelare la salute dei suoi familiari per cui lo Stato prevede una misura differenziata e calibrata sulle relative esigenze. Con ciò si fa riferimento alla necessità che il richiedente si prenda cura dei soggetti del proprio nucleo, affinché siano oggetto di specifici bisogni. L'obbligo vaccinale persiste oggi secondo le normative attualmente previste, e secondo i relativi limiti. Tali limiti e tali obblighi permangono pertanto anche in capo ai percettori del reddito di cittadinanza, che saranno tenuti a rispettarli, né più né meno come tutti gli altri cittadini». Così le fonti ministeriali direttamente interpellate dalla Verità. Ma un chiarimento in questo senso in sede di conversione parlamentare sarà probabilmente utile.Veniamo al secondo punto. Su un altro piano, è necessario ricordare che entrambe le parti qualificanti del decreto (quota 100 e reddito di cittadinanza) richiederanno un congruo numero di ulteriori decreti attuativi. Secondo quanto La Verità ha appreso da fonte diretta governativa, non si tratterebbe di 24 (come si è letto nei giorni scorsi) ma di una quindicina di provvedimenti, il 60% dei quali riguarderà quota 100, mentre il restante 40% avrà ad oggetto il reddito di cittadinanza. Nell'80% dei casi, si tratterà di provvedimenti congiunti tra Mef e Ministero del Lavoro, nel restante 20% di atti del solo Mef. Sul fronte pensionistico, il più importante è forse il punto relativo all'intesa tra Abi e ministeri interessati per l'erogazione anticipata della liquidazione. Sul versante del reddito di cittadinanza, serviranno diverse puntualizzazioni normative e procedurali, relative a svariati aspetti: il modello per la richiesta, l'accesso ai benefici per le imprese che assumeranno, i meccanismi di controllo delle spese effettuate attraverso la card, e così via. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-giallo-dei-paletti-sugli-impegni-sanitari-che-limiterebbero-laccesso-al-reddito-2627989026.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="riscatto-laurea-pensione-piu-ricca-linps-pero-si-e-gia-messo-di-traverso" data-post-id="2627989026" data-published-at="1772364668" data-use-pagination="False"> Riscatto laurea, pensione più ricca. L’Inps però si è già messo di traverso Il decreto legge numero 4 del 2019, meglio conosciuto come «decretone» perché contiene quota 100 e reddito di cittadinanza, se verrà convertito in legge potrebbe potenzialmente fare felici circa 7 milioni di italiani. Si tratta di tutti i laureati del nostro Paese dal 1996 in poi, circa 300.000 l'anno per 23 anni, che potrebbero avere la possibilità di riscattare la laurea in modo agevolato. Il meccanismo di riscatto è lo stesso previsto per gli inoccupati (coloro che non hanno versato alcun contributo nella loro vita) ed è valido per gli anni di laurea successivi al 1996, quando cioè è entrato in vigore il sistema contributivo di calcolo della pensione, sostituendo dunque (o, per chi già lavorava, affiancando) quello retributivo. In pratica, grazie al decreto (lo stesso che consentirebbe anche di colmare i «buchi» di versamento all'Inps) chi ha fino a 45 anni di età ed ha conseguito interamente a partire dal 1996 o parzialmente un corso di laurea o un dottorato (se non pagato dall'azienda per cui si lavora) potrà riscattare gli studi indipendentemente dal reddito attuale (dunque sia questo elevato o molto basso). L'importo sarà rateizzabile in un massimo di 10 anni, senza interessi e rappresenterà un onere deducibile nell'anno o negli anni di imposta in cui viene materialmente sostenuto. Il riscatto sarà pari al 33% del minimale di reddito della gestione dei lavoratori autonomi, cioè a un prezzo che dovrebbe aggirarsi intorno ai 5.240 euro per ogni anno riscattato. Le buone notizie non finiscono qui: il riscatto agevolato non permetterà solo di aumentare l'anzianità contributiva, ma incrementerà anche il montante versato. In parole povere, la pensione si raggiungerà prima e sarà più alta perché si sarà versato di più. Purtroppo però queste novità valgono solo per gli iscritti all'Inps e non per quelli alle casse professionali. C'è però forse una scappatoia grazie al cumulo contributivo potenziato dal 2017. Per tutti coloro che hanno almeno un contributo accantonato in una gestione Inps, si potrebbe fare affidamento sulla possibilità di riunire le contribuzioni come previsto dalla legge 228/2012. Il problema è che il decreto deve essere ancora convertito in legge è c'è già chi, tra cui il presidente dell'Inps Tito Boeri e alcuni tecnici di Camera e Senato, solleva dubbi di incostituzionalità perché il limite temporale del 1996 non garantirebbe una parità di trattamento tra chi può godere delle agevolazioni e chi no. In particolare, i tecnici invitano a considerare che «secondo il principio costituzionale della parità di trattamento, le ragioni della diversità dei criteri di calcolo a seconda che il soggetto si trovi al di sotto o al di sopra di una certa soglia anagrafica» non sarebbero corrette. Senza tener conto che i vantaggi previdenziali varrebbero solo per le gestioni Inps, e i tecnici hanno evidenziato che nell'ordinamento vigente il riscatto è previsto anche per lavoratori diversi da quelli subordinati. In realtà, però, anche per il sistema previdenziale quota 100 i vantaggi interessano solo gli iscritti all'Inps e non per i lavoratori delle casse professionali, ma non pare che la norma sia stata bloccata in Parlamento per questo motivo. Che la norma passi senza modifiche o meno, viene però da chiedersi quale impatto potrebbe avere il riscatto agevolato sui conti pubblici. Secondo la relazione tecnica del decreto, il riscatto agevolato non dovrebbe avere un peso eccessivo. Nel biennio tra il 2016 e il 2017 sono state 11.000 le persone che hanno fatto domanda per riscattare gli studi a cui si devono aggiungere un centinaio di domande da «inoccupati». Un numero esiguo che, però, potrebbe aumentare visti i benefici di un eventuale riscatto agevolato. Con buona probabilità, però, il riscatto «light» sarebbe un vantaggio per i giovani, particolarmente per coloro che prima dei 45 anni hanno redditi più alti della media. Secondo le simulazioni realizzate dal Sole 24 Ore, un giovane di 30 anni con un reddito di 17.000 euro l'anno che ha seguito un corso di studi di tre anni, pagherebbe 16.830 con il riscatto ordinario e 15.723 con quello agevolato. Il vantaggio sarebbe del 6,6% in questo caso. Con 4 anni di corso, 43 anni e un reddito di 20.000 euro, il risparmio sarebbe circa del 20,6% da 26.400 a 20.964 euro. Un lavoratore di 44 anni che ha fatto 5 anni di ingegneria e prende 60.000 euro l'anno avrebbe un vantaggio enorme. Con la versione light pagherebbe 26.205 euro, con quella ordinaria 99.645 euro. Il risparmio sarebbe del 73,7%. È chiaro dunque che questa soluzione potrebbe rappresentare l'uovo di colombo per lavorare un po' meno e avere un montante previdenziale maggiore. Si tratta solo di capire se c'è la voglia di mettere in pratica una buona idea o meno. Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-giallo-dei-paletti-sugli-impegni-sanitari-che-limiterebbero-laccesso-al-reddito-2627989026.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="guerra-dei-beneficiari-tra-governo-e-istat" data-post-id="2627989026" data-published-at="1772364668" data-use-pagination="False"> Guerra dei beneficiari tra governo e Istat «Tutti coloro che dicono che è impossibile dovrebbero lasciar stare chi ce la sta facendo». Orgoglioso ed emozionato, il vicepremier pentastellato Luigi Di Maio ha citato Einstein, ieri pomeriggio, alla presentazione della prima card e del sito online del reddito di cittadinanza, nuova misura di sostegno al reddito promossa dal M5s e approvata nel «decretone» dal governo gialloblù che partirà dal 1 aprile 2019. «È stato un grande lavoro di squadra, che continua in queste ore. Oggi teniamo fede a un'altra promessa: fra pochi secondi lancerò online il primo sito internet del reddito di cittadinanza. Da oggi tutti gli italiani con questo sito potranno conoscere quali documenti e adempimenti da compiere per arrivare preparati e accedere al reddito», ha detto il ministro dello Sviluppo e del Lavoro. Il governo ieri ha annunciato che il sostegno andrà a 4,9 milioni di persone, cifra quasi dimezzata per l'Istat (2,7 milioni) e abbassata ulteriormente dall'Inps (2,4 milioni). L'importo annuo medio, per l'Istat, sarà di 5.045 euro, il maggior numero di beneficiari saranno invece le casalinghe, circa 600.000. Il sito servirà per inviare telematicamente la richiesta per beneficiare del sussidio, la card, di colore giallo gestita da Poste italiane, è il mezzo attraverso cui spenderlo. Il sito, www.redditodicittadinanza.gov.it fornisce tutte le informazioni utili ed è il canale diretto per accedere al Rdc. A partire dal 6 marzo, oltre che al canale Web, per le domande ci si potrà rivolgere anche a tutti gli uffici postali, utilizzando l'apposito modulo predisposto dall'Inps, e ai Caf (in questo caso seguendo le istruzioni che nelle prossime settimane verranno rese note). Per poter utilizzare il sito occorre però essere in possesso delle credenziali Spid, ovvero la password che consente l'accesso a tutti i servizi pubblici on line. Per accedere al reddito di cittadinanza, sarà necessario avere un Isee inferiore a 9.360 euro (se si vive in una casa in affitto), un patrimonio immobiliare di non più di 30.000 euro, un patrimonio finanziario inferiore a 6.000 euro, ed essere residenti in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi due in maniera continuativa. Limiti che cambiano se il nucleo familiare è più numeroso. Nessun familiare deve aver lasciato un lavoro volontariamente nei 12 mesi precedenti. Bisognerà avere un Isee aggiornato richiesto al Caf o all'Inps. Per tutte le richieste presentate, l'Inps verificherà l'esistenza dei requisiti. Se sarà accettata la domanda, si verrà contattati dai centri per l'impiego o dal Comune per valutare l'inserimento lavorativo o la formazione. Le domande devono essere presentate entro il 31 marzo per accedere al programma e avere la card ad aprile. Di Maio ha anche sottolineato di aver costruito la misura «intorno alle imprese» che possono arrivare ad avere «fino a 18 mesi di sgravi, pari al reddito che stava prendendo la persona» che viene assunta. «Se le aziende vogliono assumere e vogliono risparmiare potranno farlo proponendo un patto di formazione e di inserimento lavorativo», ha ribadito. La domanda e l'offerta di lavoro «non si sono mai incrociate, noi istituiremo un software unico e un sistema di incentivi che creerà l'incrocio tra domanda e offerta». All'uditorium Enel di Roma è intervenuto anche il premier Giuseppe Conte, che si è detto orgoglioso per «una riforma molto complessa, complimenti a Di Maio che ha coordinato il gruppo di lavoro. È una misura di equità sociale, fondata su un patto di lavoro, un patto di formazione e un meccanismo di inclusione sociale».Sarina Biraghi
Romano Prodi premier nel 2006 (Ansa)
L’editorialista di Repubblica ha citato Giuseppe Conte spiegando che la nuova norma sarebbe peggiore della legge truffa e della legge Acerbo del 1923 che concesse la maggioranza alla lista di Benito Mussolini. «Stiamo virando dalle democrazie rappresentative alle autocrazie elettive», ha affermato in diretta un preoccupatissimo Giannini. A suo dire, esiste un piano di Giorgia Meloni che coincide con quello di Donald Trump in cui la riforma della giustizia, il premierato e, appunto, la legge elettorale si incastrano quali tasselli di un mosaico eversivo. Il centrodestra sarebbe, dunque, alla «ricerca di pieni poteri» e usa la legge elettorale come «scorciatoia per raggiungerli il prima possibile». Tale norma, infatti, «consente alla maggioranza di prendere tutto, dove tutto significa non solo il Parlamento, ma anche le nomine e le elezioni di tutti gli organi di garanzia, la Corte costituzionale, il Csm e la presidenza della Repubblica».
Ed eccolo qui il vero problema. La sinistra accusa Meloni di voler mettere le mani sul Colle e questo è semplicemente inaccettabile per un sola, cristallina ragione: il Quirinale è prerogativa progressista, non sia mai che vi salga qualcuno su cui il Partito democratico non abbia fatto calare la sua entusiastica benedizione. Per questo motivo i dem dichiarano ai quattro venti che il testo di legge è «inaccettabile» e «irricevibile». Elly Schlein ripete che «può essere molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti. Quindi, da questo punto di vista», ribadisce il segretario del Pd, «rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica».
Ovviamente, queste grida scomposte e allarmate sono strumentali e piuttosto pretestuose. Posto che, come notava qualcuno, questa legge potrebbe persino giovare alla Schlein, garantendole, in mancanza di altri leader credibili, di inchiodarsi alla guida del suo partito, non è affatto detto che una nuova norma avvantaggi la destra. Anzi, la storia recente insegna che le leggi elettorali pensate da una maggioranza per assicurarsi maggiore stabilità non hanno mai funzionato granché, rivelandosi più spesso un boomerang.
In ogni caso, è bene rinfrescarsi un poco la memoria a proposito di alchimie elettorali, premi di maggioranza e pieni poteri, anche solo per svelare l’ipocrisia democratica sul tema. Quelli che ora berciano di deriva autoritaria e si struggono per il premio di maggioranza abbondante, in passato hanno profittato eccome dei premi offerti dalle leggi elettorali vigenti. Nel 2006, per dire, si andò a votare con il famigerato Porcellum di cui va riconosciuta la paternità a Roberto Calderoli. Quella norma prevedeva un premio di maggioranza su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato. Il partito più votato risultò essere Forza Italia, ma vinse l’Unione di Romano Prodi con un margine risicatissimo, grazie ai famigerati voti esteri. Alla Camera, il centrosinistra prese il 49,81% dei voti contro il 49,74% del centrodestra. Grazie al premio, la sinistra prese 67 seggi in più e tanti saluti. Romano Prodi divenne presidente del Consiglio e, a stretto giro, la sinistra elesse Giorgio Napolitano al Quirinale. Nessuno si fece scrupoli, non ci furono pianti sulla deriva autoritaria e la legge elettorale pensata a destra alla fine fu un bel regalo per la sinistra. Altro giro e altro regalo nel 2013, di nuovo con il Porcellum. Il partito più votato alla Camera risultò essere il Movimento 5 stelle, che si era sempre opposto al Porcellum giudicandolo addirittura immorale. Il centrosinistra prese il 29,54% dei voti, il centrodestra il 29,18%, i grillini arrivarono al 25,5%. Grazie al premio previsto dalla legge, la sinistra ottenne 220 seggi in più e, dunque, la maggioranza alla Camera e, dato che Pier Luigi Bersani non fu in grado di trovare un accordo con i pentastellati, nacque il governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Il Pd, insomma, si prese senza restarci troppo male la presidenza del Consiglio e di lì a un paio di anni circa si avviò serenamente a scegliere Sergio Mattarella quale presidente della Repubblica.
In buona sostanza, quando c’è stato da prendere il potere, il Partito democratico non si è mai fatto troppi scrupoli, e non si è dato gran pena per il rispetto delle decisioni degli elettori, la concentrazione dei poteri. Come al solito, la deriva autoritaria non è deriva e non è autoritaria se favorisce il Pd.
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Il Bitcoin è scivolato sotto la soglia psicologica dei 64.000 dollari, bruciando - secondo i dati riportati da Bloomberg - qualcosa come 128 miliardi di capitalizzazione in poche ore. Ethereum ha fatto anche peggio, con cadute vicine all’8%.
Gli analisti lo chiamano «risk-off». Vuol dire che quando iniziano a volare i missili gli investitori cambiamo spalla al fucile. Vista la situazione puntano sulla concretezza dell’oro, che comunque è salito molto.
Il punto non è tanto quanto petrolio produce l’Iran - circa 3,45 milioni di barili al giorno, meno del 3% dell’offerta globale secondo la International Energy Agency.
Il punto è dove passa il petrolio degli altri. Il collo di bottiglia si chiama Stretto di Hormuz di cui ieri i pasdaran iraniani hanno annunciato la chiusura. Da lì transita circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio: qualcosa come 21 milioni di barili al giorno provenienti da tutto il Golfo. Non è una rotta. È la rotta. Alternative? Poche, complicate e molto più costose. Tradotto: se Hormuz si inceppa, il prezzo dell’energia non sale. Vola.
Secondo Capital Economics, citata dal Wall Street Journal, il blocco del traffico nello stretto potrebbe spingere il greggio fino a 100 dollari al barile, trascinando anche il gas naturale.
Uno scenario che aggiungerebbe tra lo 0,6% e lo 0,7% all’inflazione globale media. In altre parole: proprio quello che le banche centrali non volevano vedere mentre iniziavano a sognare il taglio dei tassi. Il rischio - sottolinea ancora il giornale americano - è quello di mandare all’aria una convalescenza economica già fragile, rallentata da guerre commerciali e crescita asfittica. Paradossalmente, la perdita dei barili iraniani, da sola, sarebbe gestibile. Analisti di Ubs osservano che Arabia Saudita e altri produttori potrebbero compensare eventuali stop temporanei. In questo senso una prima risposta potrebbe arrivare dalla riunione dei Paesi Opec di oggi. Il vero problema è l’effetto domino: assicurazioni marittime che esplodono, navi che evitano l’area, traffico che rallenta anche senza un blocco formale. Negli anni Ottanta Teheran minò quelle acque: i mercati se lo ricordano benissimo. Un petrolio stabilmente a tre cifre significherebbe inflazione di ritorno, proprio quando sembrava sconfitta. Banche centrali costrette a fermare, o invertire, i tagli dei tassi. Crescita rallentata in Europa e Stati Uniti. Nuova pressione sui Paesi emergenti importatori di energia. In sintesi: la geopolitica che si trasforma immediatamente in macroeconomia.
La globalizzazione digitale, l’Intelligenza artificiale, la finanza algoritmica. Tutto modernissimo. Poi basta un tratto di mare tra Iran e Oman per ricordare che l’economia mondiale funziona ancora con logiche ottocentesche: navi, petrolio, strozzature fisiche. Le criptovalute dovevano essere il futuro senza confini. Alla prima crisi vera, hanno reagito come qualsiasi asset speculativo: scendendo. Il petrolio, invece, continua a fare quello che fa da un secolo: comanda. E oggi, più che nei palazzi della diplomazia, il destino dell’economia mondiale si decide lì, nello Stretto di Hormuz. Dove non passa solo il greggio. Passa il sangue dei mercati.
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Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer (Ansa)
«A seguito della situazione in corso in Iran, lunedì convocherò un collegio speciale dei commissari», ha scritto su X la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Nelle stesse ore, la numero uno dell’esecutivo comunitario ha sottolineato che «per la sicurezza e la stabilità regionale è di fondamentale importanza che non si verifichi un’ulteriore escalation attraverso gli attacchi ingiustificati dell’Iran contro i partner della regione». Dalla Commissione Ue e dal Servizio europeo per l’azione esterna è arrivato anche l’ormai rituale invito alla «massima moderazione», al «pieno rispetto del diritto internazionale» e alla protezione dei civili. Il lessico è quello tipico delle crisi internazionali: «grande preoccupazione», «stabilità regionale», «de-escalation». Nessuna iniziativa diplomatica autonoma, insomma, ma l’annuncio di un collegio straordinario e l’ennesimo appello alla prudenza.
Leggermente diverso, almeno nelle forme, l’atteggiamento dei cosiddetti «volenterosi». Germania, Francia e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui affermano di «condannare gli attacchi iraniani nella regione» e chiedono che Teheran «si astenga da ulteriori azioni destabilizzanti e torni al tavolo dei negoziati». I tre leader precisano di «non aver partecipato ai raid», ma di restare «in stretto coordinamento con gli alleati». È un ricompattamento che mira a dare un segnale politico, pur muovendosi dentro il perimetro atlantico e, di fatto, oltre Bruxelles, ancora una volta scavalcata. Il premier britannico Keir Starmer ha inoltre confermato che «jet britannici sono stati coinvolti in operazioni di difesa degli alleati», chiarendo che Londra non ha preso parte all’attacco. Anche Berlino si è mossa sul piano dei contatti diretti: il cancelliere Friedrich Merz ha parlato al telefono con il premier israeliano Benjamin Netanyahu nelle ore successive all’inizio dell’operazione, secondo quanto riferito da fonti del governo tedesco. Parigi, dal canto suo, ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il presidente Emmanuel Macron ha parlato di «gravi conseguenze per la pace e la sicurezza internazionali» e ha sollecitato una ripresa dei negoziati sul programma nucleare e sui missili iraniani, insistendo sulla necessità di «evitare un allargamento del conflitto» e di «privilegiare la via diplomatica».
Posizioni ritenute evidentemente morbide dal repubblicano Lindsey Graham, che ha definito «un eufemismo» dire di essere deluso dalla posizione europea, sostenendo che le democrazie occidentali «perdono la passione per la giustizia e il senso del bene e del male quanto più l’evento si svolge lontano dalle loro coste».
Ben diverse le reazioni di Mosca e Pechino. Il ministero degli Esteri russo ha definito i raid «un atto di aggressione armata non provocata», denunciando il rischio di una «pericolosa escalation» e chiedendo la convocazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Anche la Cina si è detta «fortemente preoccupata» e ha chiesto «l’immediata cessazione delle operazioni militari», richiamando al rispetto della «sovranità, sicurezza e integrità territoriale» dell’Iran. Pechino ha invitato tutte le parti a «evitare ulteriori escalation» e a tornare «al dialogo e ai negoziati» per salvaguardare pace e stabilità in Medio Oriente.
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