Passaporti facili e voti utili. La mano della sinistra sugli italiani all’estero
Quant’è bella la comunità degli italiani all’estero. Specialmente se va a votare. E in un’unica direzione, a quanto pare. La campagna per il No al referendum sulla giustizia che diversi patronati portano avanti da settimane, con soldi pubblici, sembra cosa «normale». Soprattutto oltre i confini nazionali dove dal 2006, anno del primo voto all’estero, domina il centrosinistra. Niente di cui stupirsi visto che uno dei principali organismi di rappresentanza, il Consiglio generale degli italiani all’estero, è caratterizzato da precise affinità elettive. Quelle che accomunano buona parte dei suoi 63 membri provenienti soprattutto da Pd, patronati e sindacati. Di questi, almeno 13 sono previsti da statuto, in rappresentanza di sigle sindacali, da Cisal a Cgil, Cisl e Uil. E poi ci sono le associazioni nazionali dell’emigrazione, da Acli, a Unaie, da Uim alla fondazione Migrantes della Cei. Sigle che però si ritrovano anche nei curriculum di buona parte degli altri componenti, portando gli appartenenti a gruppi di interessi a un buon 80% del totale.
Il physique du rôle non manca anche all’attuale segretaria generale, Maria Chiara Prodi, nipote di Romano. Militante del circolo Pd di Parigi da lei fondato, la Prodi è anche presidente delle Acli Francia. Patronato nella cui sede, per capirci, ha trovato posto anche ResQ, la Ong fondata dal magistrato Gherardo Colombo per soccorrere i migranti che partono dall’Africa. E quindi, anche se il Cgie dovrebbe occuparsi dei quasi 7 milioni di connazionali sparsi nel mondo, svolgendo un fondamentale ruolo di garanzia senza colori politici, attualmente si configura come un’enclave di area principalmente progressista in grado di egemonizzare la diaspora italiana e assicurarsi i voti. E che ben volentieri indulge in progetti a favore di sé stessa o della propria cerchia.
Come durante il periodo Covid con l’allora segretario generale Michele Schiavone, figura di riferimento della sinistra poi confluito nel Pd. Quando la pandemia mette uno stop a riunioni in presenza e costose trasferte transoceaniche, c’è un surplus di finanziamenti. Ma anziché restituirli al Mef come da prassi, decide di usarli fino all’ultimo centesimo imbastendo una serie di pubblicazioni sull’emigrazione italiana. E così, nel biennio 2020-2021 vengono stanziati circa 40.000 euro per una collana sulle diaspore italiane nel mondo a cura della consigliera del Cgie in quota Pd, Silvana Mangione. Altrettanti vanno a una serie speciale sulla Storia dell’emigrazione italiana in Europa diretta dall’esperto di migrazioni Toni Ricciardi, all’epoca segretario nazionale del Partito democratico Svizzera e oggi deputato pd e consigliere del Cgie. Quattro volumi di cui ad oggi ne risultano pubblicati metà. L’anno successivo è la volta di altri 4 volumi dedicati alle reti associative italiane all’estero: 35.464 euro che finiscono alla casa editrice Futura della Cgil «casualmente» quando nel Cgie, in rappresentanza dello stesso sindacato, c’è il consigliere Rodolfo Ricci, che ne cura la prefazione.
Almeno 106.000 euro spesi nel 2020 e 143.189 nel 2021, a fronte di soli 700 euro stanziati per le pubblicazioni nel 2016 e 1.000 nel 2018. Uno slancio editoriale senza precedenti per stanziamenti che non superano mai i 40.000 euro, così da procedere con affidamenti diretti. Come rilevato dall’Ufficio centrale di bilancio.
Unità d’intenti che deve aver ispirato anche l’ultima iniziativa sul tavolo del Cgie deciso a firmare un accordo con il Mei, Museo dell’emigrazione di Genova, «per portare la storia e l’attualità dell’emigrazione italiana nelle scuole». Il museo è presieduto da Paolo Masini, noto esponente del Pd romano e ideatore del progetto Migrarti rivolto alle comunità di immigrati in Italia, e già dal sito la filosofia è chiara. Passare da «emigranti» a «migranti italiani» è un attimo. Anche quando si parla di milioni di connazionali che nel 1800 andarono nelle Americhe. Perché «siamo tutti migranti», in linea con le politiche di Acli e Migrantes con cui il museo collabora.
Tra i pensieri dominanti c’è poi la battaglia per la cittadinanza italiana iure sanguinis, in chiave estensiva e dunque contraria alla stretta voluta dal ministro degli Esseri Antonio Tajani un anno fa, dopo la scoperta di una corsa al passaporto tricolore principalmente da parte di cittadini del Sudamerica. E non certo per nostalgia delle proprie radici o trasferirsi in Italia. Bensì per entrare negli Usa o in Europa senza visto. Non a caso, il passaporto italiano è uno dei più ambiti consentendo l’ingresso in 189 Paesi nel mondo. Basta rintracciare un avo italiano nel proprio albero genealogico e il gioco è fatto. Pensano a tutto le agenzie, in Italia o all’estero. Attivissime sui social nel promuovere la «cidadania italiana». E così che tra il 2020 e il 2024 sono emersi 247.000 nuovi cittadini italiani. Un business da miliardi di dollari, con tanto di truffe, infiltrazioni della criminalità organizzata e tribunali intasati di pratiche. E soprattutto, con 60 milioni di italo discendenti nel mondo, il rischio di creare uno Stato fuori dallo Stato, un bacino di potenziali elettori che incide sul quorum dei referendum. Che inevitabilmente si alza. Da Inca Cgil, da Ital Uil ad Enasco, c’è chi poi con le pratiche di cittadinanza ci lavora. E quando i servizi offerti non entrano nel sistema a punti del contributo previsto dal ministero del Lavoro, può subentrare una società di servizi che fattura pratiche ad hoc.
Un fenomeno che il governo ha cercato di contenere limitando l’ottenimento della cittadinanza di sangue a due generazioni, scelta che aveva scatenato l’ira del Cgie e di una parte dell’associazionismo degli italiani all’estero. Fino a parlare di una presunta «apertura»da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dopo che a un incontro dello scorso giugno con il Cgie aveva detto che occorreva seguire con attenzione la riflessione che si sarebbe aperta sul tema, «per favorire una meditata considerazione ed eventualmente riconsiderazione dei temi che si sono aperti». Parole più volte richiamate dalla stessa segretaria generale del Cgie e che erano state interpretate alla stregua di un implicito incoraggiamento a rimettere in discussione il «decreto della vergogna», come ribattezzato da una parte politica. Nonostante il presidente della Repubblica lo avesse regolarmente promulgato proprio qualche settimana prima.
Dubbi sulla legittimità del decreto che lo scorso 12 marzo sono stati del tutto respinti dalla Corte costituzionale. Con buona pace di chi puntava sull’allargamento della platea estera. Come i patronati, visto che se vogliono mantenere circa 375 milioni di finanziamenti all’anno da parte del ministero del Lavoro, tra invecchiamento della popolazione, e inverno demografico, devono garantirsi nuova clientela. E se in Italia più che puntare sul rientro degli emigrati si guarda a stranieri e migranti, all’estero si spera nei nuovi italiani. Poco importa che magari non sappiano nulla dell’Italia. Sono tutti potenziali clienti ed elettori.
Sempre nella direzione di un allargamento del bacino di connazionali all’estero, sono andate anche alcune iniziative che avrebbero dovuto favorirne il rientro in Italia, come il progetto Turismo delle radici, ideato dal Maeci nel governo Conte II con 20 milioni di euro del Pnrr. Stando a quanto riferito al Cgie dall’allora direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, Luigi Maria Vignali, almeno il 50% degli accessi alla piattaforma dedicata sarebbe servito a italo discendenti per organizzare viaggi finalizzati a ricostruire la propria genealogia. E quindi chiedere l’ambito passaporto italiano. Non certo per trasferirsi nel Bel Paese.





