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La Schlein si lamenta perché «6 milioni di cittadini non riescono a curarsi nella sanità pubblica». Invece di proporre soluzioni, specie nelle regioni a guida Pd, spinge per un presunto diritto non previsto nella Costituzione e che interessa qualche centinaio di persone.
«Ci sono 6 milioni di italiani che non riescono a curarsi nella sanità pubblica». Lo ha detto Elly Schlein nell’intervista di ieri al Corriere della Sera. E dopo aver giurato che, quando nel 2027 sarà eletta presidente del Consiglio, penserà lei a risolvere il problema, la segretaria del Pd si dedica al suicidio assistito. Non so se il disegno di legge patrocinato dal Partito democratico faccia parte di una qualche strategia per ridurre le liste d’attesa, sta di fatto che di proposte concrete della sinistra, per consentire a 6 milioni di italiani di curarsi con la sanità pubblica, al momento non se ne vedono. Mentre si vede benissimo che l’opposizione vuole far approvare una legge che estenda la possibilità di togliersi la vita con l’aiuto dello Stato. Al momento, approfittando di una sentenza della Corte costituzionale che ha creato un vuoto normativo, alcune Regioni già consentono di ricevere assistenza per suicidarsi. Ma la sinistra vorrebbe che questa pratica divenisse legge nazionale e che dunque tutte, senza alcun distinguo sulle condizioni del paziente, fossero obbligate a somministrare quella che un po’ ipocritamente qualcuno chiama «la dolce morte».
Si tratta di una battaglia che i radicali portano avanti da anni e di cui l’associazione Luca Coscioni si è fatta portabandiera. Un suo esponente, l’ex eurodeputato Marco Cappato, per evidenziare l’arretratezza della legislazione italiana ha anche accompagnato in Svizzera, nel viaggio verso la fine, un uomo tetraplegico. Per questo il Comune di Milano lo ha insignito dell’Ambrogino d’oro, onorificenza concessa a personalità che per impegno civico, sociale, culturale o scientifico hanno contribuito a rendere migliore la città. Non si sa come Cappato, aiutando un uomo a suicidarsi, abbia potuto rendere migliore la metropoli lombarda, ma a sinistra - che a Milano è maggioranza - probabilmente non si fanno queste domande o, forse, ritengono che contribuire al decesso di una persona che intenda togliersi la vita sia un passo verso la civiltà. Sta di fatto che il Pd ha sposato la battaglia dei radicali e vuole che il suicidio assistito sia passato dalla mutua, come gli antibiotici, il vaccino e la pastiglia per la pressione.
Lo ha chiarito bene Francesco Boccia, capogruppo del Partito democratico in Senato, dove il 3 giugno si voterà sulla materia. Per lui e per la sua parte politica la «dolce morte» deve essere a cura del Servizio sanitario nazionale, ovvero se ne deve fare carico il contribuente, con l’istituzione di apposite sale all’interno degli ospedali. Immaginate un po’ come dovrebbero essere organizzate le corsie: se si gira a destra si va verso il reparto di neonatologia, mentre a sinistra si finisce in quello di tanatologia, dove si somministra il veleno che deve porre fine a una vita. Tutto ciò all’insegna della civiltà, dove chiunque intenda porre fine alla propria esistenza non ha che da fare domanda e sottoporsi a visita medica, per poi essere instradato verso la sala dell’addio.
È una battaglia in difesa dei diritti, spiegano a sinistra. Sarà, ma l’opposizione è specialista nel fare campagne per le minoranze ignorando le maggioranze. Ci sono, come dice Schlein, 6 milioni di italiani che fanno la fila per curarsi e magari aspettano anni per sottoporsi a un esame o a un intervento? Invece di occuparsene, l’argomento è rinviato a quando la compagna segretaria sarà a Palazzo Chigi. In pratica, al posto di occuparsi del diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, la sinistra si agita per garantire il diritto alla morte, che nella Carta non trova alcun cenno nonostante i giudici della legge dicano il contrario. Il suicidio assistito, invece che 6 milioni di italiani, come dice Elly, riguarda poche centinaia se non decine di persone? Non importa: il Parlamento ha l’obbligo di occuparsene, perché - come sostiene Ilaria Cucchi di Alleanza Verdi e Sinistra - «il Paese ha bisogno di una legge sul fine vita che garantisca uguali diritti a tutti i cittadini e a tutte le cittadine». E di qualche misura che assicuri assistenza sanitaria a chiunque, quando ne parlerà? Quando saremo al governo, è la risposta. Come spiega la segretaria del Pd, «abbiamo tutto in testa e la sanità è al primo posto». C’è da preoccuparsi.
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Riduci
L'ex pm Antonio Rinaudo (Ansa)
L’ex pm di Torino Antonio Rinaudo commenta l’atto amministrativo, voluto dall’assessore lombardo Guido Bertolaso, che coinvolge il servizio sanitario nella morte medicalmente assistita: «È stato aggirato il voto del Consiglio regionale».
Clicca qui sotto per consultare per intero il protocollo «Bertolaso».
«È lecito chiedersi se l’assessore Guido Bertolaso abbia allargato un po’ troppo il suo campo d’azione». Antonio Rinaudo, celebre ex pm di Torino, non è certo una figura ideologicamente ostile alla regolamentazione del fine vita: uomo di legge, è anzi presidente del comitato etico che in Piemonte si occupa, in ottemperanza alle sentenze della Corte costituzionale, di valutare i casi di chi faccia domanda per accedere al suicidio assistito. La Verità lo intervista a proposito del protocollo applicativo diramato, con tanto di forti malumori in Consiglio regionale, dall’assessore al Welfare lombardo e anticipato su queste colonne l’altro ieri. Tale protocollo prevede l’impegno - su base volontaria - dei dipendenti del sistema sanitario regionale nella fornitura di stanza, farmaco, strumenti e assistenza per chi intenda porre fine alle proprie sofferenze, secondo i criteri stabiliti dalla Consulta stessa. Ieri il governatore Attilio Fontana ha difeso il documento parlando della necessità di «tutelare i dirigenti».
Rinaudo, anzitutto da ex pubblico ministero che valutazione di merito dà del protocollo di cui si è parlato?
«Senza dubbio esso prende spunto esplicito dai contenuti delle quattro sentenze che la Consulta ha scritto dal cosiddetto caso Cappato in poi. Quello che a mio avviso può creare perplessità è il fatto che vada a toccare temi che sono esclusivamente di competenza di una legislazione statale, invadendo cioè i campi riservati allo Stato».
In che modo?
«Ritengo non sia possibile dare, ad esempio, termini procedurali espliciti come i 145 giorni previsti per gestire le pratiche di richieste di suicidio assistito: a me pare contro quello che dice la Corte. Senza contare che l’esplicito riferimento ai requisiti fissati dalla Consulta rischia di essere superato sia da eventuali altre sentenze, sia da una legge scritta dal Parlamento».
Ma questo chi potrebbe stabilirlo? Un protocollo proveniente dalla Direzione generale Welfare di una Regione potrebbe finire davanti alla Corte costituzionale per un eventuale vaglio?
«No. Non si può impugnare in quella sede un atto amministrativo. Casomai potrebbe essere impugnato avanti, appunto, a un Tar, dove - a differenza di quanto avverrebbe alla Consulta - non c’è un paradigma interpretativo precedente, e quindi si aprirebbero territori inesplorati».
La Regione Lombardia a fine 2024 aveva approvato in Consiglio una pregiudiziale di costituzionalità che sanciva che un ente regionale non potesse occuparsi della materia del fine vita. Come valuta il protocollo alla luce di questo?
«Direi che surrettiziamente i fautori della legge regionale hanno aggirato il “divieto”, chiamiamolo così, posto dal Consiglio. Di fatto si tratta di un atto amministrativo emanato dall’assessorato che apre una sorta di conflitto istituzionale tra Giunta e Consiglio. Il senso di tale protocollo è incoerente rispetto al mandato politico. Può essere che Bertolaso sia stato mal consigliato dagli organismi tecnici che ha scelto per questo percorso: di certo è lecito chiedersi se l’assessore abbia allargato un po’ troppo il suo campo d’azione».
Facciamo un esercizio teorico: qualora lo stesso identico protocollo fosse stato approvato non come atto amministrativo ma sotto forma di provvedimento legislativo regionale votato dal Consiglio, sarebbe incostituzionale?
«Sarebbe a grosso rischio, per i motivi detti all’inizio del colloquio. Vedo punti di dolenza costituzionale».
Alla luce del fatto che è - appunto - un protocollo e non una legge, cosa rischia un dirigente, un medico, un infermiere che non ottemperi alle prescrizioni?
«A livello di responsabilità, nulla, per i motivi contenuti nella domanda. Del resto, c’è sempre l’obiezione di coscienza: si potrebbero non trovare persone che si prestino. Poi certo qualcuno, per esempio il richiedente, potrebbe fare causa civile o muovere denuncia penale per omissione d’atti d’ufficio. Questo aprirebbe in sede processuale una potenziale discussione sulla validità dell’atto stesso».
Il parlamento si appresta a porre ai voti una legge proprio su questi temi. Il dibattito è molto complesso, ma qualora si trovasse una maggioranza sul testo attualmente depositato, che esclude qualsiasi ruolo del servizio sanitario nell’erogazione della morte medicalmente assistita, cosa accadrebbe al protocollo di Bertolaso, che invece la prevede - fatta salva come noto la somministrazione del farmaco?
«Quantomeno, visto che nella premessa richiama l’assenza di una legge nazionale, il protocollo andrebbe profondamente aggiornato. Poi ovviamente bisognerebbe vedere se la legge da lei descritta superasse un eventuale verdetto di costituzionalità, ma questo è un altro discorso».
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Riduci
Quarto in Toscana, questa volta una donna col Parkinson. «Usata» dai soliti attivisti...
Il suicidio assistito in Italia tocca quota 16. A tante ammontano ora le morti on demand, l’ultima delle quali è stata resa nota ieri dall’associazione Luca Coscioni. Per protagonista ha Mariasole, nome di fantasia di una signora di 63 anni deceduta a casa sua il 4 maggio. La donna - che è il quarto caso di suicidio assistito nella Toscana di Eugenio Giani, la cui legge in materia è stata dichiarata parzialmente illegittima dalla Consulta con la sentenza n. 204 del 29 dicembre scorso - dal 2015 soffriva d’una forma severa di Parkinson, che l’aveva nel giro di pochi anni portata in una condizione di totale dipendenza da terzi; inoltre era affetta da grave disfagia e stipsi cronica, il che le rendeva necessaria un’assistenza continua.
Questo fino ad undici giorni fa, quando Mariasole - assistita dal medico di fiducia, Paolo Malacarne - s’è autosomministrata un farmaco letale fornito, unitamente alla strumentazione per darsi la morte, dal Servizio sanitario regionale. Mariasole ha lasciato un messaggio nel quale, anzitutto, ha elencato i vari motivi alla base della sua scelta: «L’impossibilità di vivere una vita che sia degna di questo nome, non poter vedere, non poter parlare e quindi l’impossibilità di comunicare, non avere la possibilità di muovermi in nessun modo, non poter mangiare, in pratica non vivere».
Prima di andarsene, la donna ha poi lamentato il «periodo di attesa» prima di potersi dare la morte. Aveva infatti inoltrato la prima richiesta all’Asl nel luglio 2025 e - seguita dal collegio legale della Luca Coscioni, coordinato da Filomena Gallo con anche Angelo Calandrini, Francesca Re e Alessia Cicatelli - ha dovuto aspettare nove mesi; questo perché, nonostante l’irreversibilità della patologia, le sofferenze intollerabili e la capacità di prendere decisioni consapevoli fossero state accertate, l’Asl le aveva negato l’accesso al suicidio assistito ritenendo insussistente il requisito del «trattamento di sostegno vitale», benché il parere del Comitato etico riconoscesse la sussistenza di tutti i requisiti.
Per questi mesi di attesa - nei quali è stata fatta una diffida, un ricorso d’urgenza presso il tribunale di Pisa e si era verificato l’ulteriore aggravamento delle sue condizioni cliniche - Mariasole ha detto di essersi «sentita defraudata di un diritto che dovrebbe essere inalienabile e la cosa più triste, che toglie dignità». Parole che, come il dolore vissuto da questa donna, meritano rispetto. Diverso è invece il registro che si può utilizzare verso il commento dato sulla vicenda dalla già citata Filomena Gallo e da Marco Cappato, che non hanno perso tempo per rivendere la tragica vicenda in chiave politica, poiché essa dimostrerebbe «quanto sia fondamentale l’interpretazione evolutiva del “sostegno vitale”: l’assistenza dei caregiver e il diritto di rifiutare trattamenti come la Peg sono parte integrante della libertà di scelta nel fine vita».
In realtà, andrebbe evidenziato come Mariasole soffrisse di Parkinson - condizione comune, di fatto, a 300.000 italiani - e dunque fosse non terminale. Inoltre, va detto che possono passare nove mesi, spesso anche di più, per molte visite e interventi per i quali ci sono pazienti sono in attesa. Forse chi chiede cure vale meno di chi vuol morire? La domanda non è campata per aria se si pensa che la sedicesima morte assistita arriva al settimo anno dalla sentenza della Consulta n. 242 del 2019, che ha aperto al suicidio assistito. Segno che tutta quest’esigenza di morire in Italia non c’è. E allora perché i tanti che - a norma di articolo 32 della Costituzione - chiedono cure possono attendere mentre i pochissimi che se ne vogliono andare dovrebbero essere assecondati «tempestivamente»? In attesa di capirlo, ieri Pro vita & famiglia ha commentato la vicenda di Mariasole tornando a chiedere più cure palliative anziché nuove norme sul fine vita.
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Riduci
La nave da crociera olandese MV Hondius è ancorata al largo della città di Praia, sull’isola di Santiago, a Capo Verde, il 4 maggio 2026, dopo che tre persone erano morte a bordo a causa di una sindrome respiratoria acuta (Ansa)
- «Repubblica» scrive che i medici sono preoccupati. Insomma, tira aria di vaccino. Che per lo scopritore cileno del ceppo Andes, «oggi non è né utile né necessario». Incredibilmente, la pensa uguale persino la virostar Andrea Crisanti: «Non ci sono le basi per farlo».
- Gli episodi registrati nel mondo restano undici. Il ministro Orazio Schillaci predica calma.
Lo speciale contiene due articoli
L’allarme non è mai esistito, ma i titoli allarmistici continuano a sbocciare sulle prime pagine. C’è chi ha soffiato sul fuoco e ora se la prende con presunti complottisti; chi, come Repubblica, insiste a scrivere che i medici sono preoccupati. La verità la dice Juan Bertoglio, internista immunologo cileno con esperienza quarantennale che diversi decenni fa si trovò alle prese con il primo caso di virus Andes. «Il problema principale, qui, è quella che io chiamo disinfodemia. Una epidemia o pandemia di disinformazione. Una propaganda che evidentemente serve a creare un mercato».
In effetti, a beneficiare della tormenta mediatica finora sono state soltanto società come Moderna, a cui è bastato annunciare di essere al lavoro su un possibile vaccino per aumentare i profitti in Borsa. «Parlare di vaccini è come parlare di automobili», sorride Bertoglio. «Sono tanti, sono diversi. Oggi ne abbiamo di due classi: quelli naturali, con il patogeno inattivato, oppure mRna sintetici. Questi ultimi sono farmaci perché sono assolutamente artificiali. Io sono un ottimista prudente con i vaccini. Penso che abbiano fatto molto bene, qui da noi hanno salvato tante vite, 50 anni fa le malattie infettive erano al primo posto come causa di morte, adesso sono al ventesimo. Però, se parliamo di virus Andes, un vaccino non è utile né necessario. Un vaccino mRna avrebbe tutti i problemi della biotecnologia mRna senza, però, alcun vantaggio. Mentre un vaccino naturale noi ce l’abbiamo, è stato sviluppato in Cile, lo utilizziamo adesso per ottenere anticorpi negli animali per sperimentazione biologica, per fare il test diagnostico e come antidoto per la infezione acuta nei pazienti gravi».
L’idea, però, di un vaccino su larga scala di cui molto si è discusso in questi giorni, secondo Bertoglio è assurda. «Quante sono le persone a rischio?», dice. «In Argentina, nel Sud della Bolivia, in Cile ci sono 80/90 milioni di persone. E quanti casi abbiamo all’anno? 80-90 casi e 90 milioni di persone, uno per milione, tutti sparsi in un grande territorio. Come si fa a vaccinare la popolazione a rischio? Si dovrebbero vaccinare almeno 10 milioni di persone che sono sparse dappertutto, lavoratori che stanno nella foresta, gente così». Anche il focolaio sulla ormai famigerata nave da crociera Hondius, spiega l’esperto, non dovrebbe generare allarmi. «La contagiosità del virus è molto bassa nonostante la patogenicità. La virulenza del virus è molto alta, 40% di mortalità, ma ha una trasmissibilità che dopo 45 anni di studi non siamo riusciti a confermare virologicamente, infettivologicamente. Si trasmette o no tra le persone? C’è evidenza e correlazione epidemiologica ma non c’è una conferma infettivologica precisa: correlazione non significa necessariamente un nesso di causalità». Tradotto: non sappiamo nemmeno se questo virus passa da uomo a uomo, ci sono pochi casi e parlare di vaccino sostanzialmente non ha senso.
Il bello è che sembra pensarla così anche Andrea Crisanti, esponente del Pd e virostar di chiara fama. Gli chiediamo se sia vero che i medici, come sostiene Repubblica, sono preoccupati. Risposta: «Io non so preoccupato. Questo è un virus che conosciamo da tantissimo tempo. È chiaro che i contatti vanno seguiti, vanno controllati. Ma bisogna distinguere tra contatti e contagiati. Guardi, questa è una cosa che io continuo a leggere, ed è frutto di un’ignoranza totale. Un conto è una persona che è entrata in contatto con il virus, un altro conto è una persona contagiata. Contagiato è chi si è ammalato. Contatto è chi, in qualche modo, ha passato del tempo insieme alla persona malata».
Secondo Crisanti, «è evidente che i passeggeri quel virus se lo sono presi sulla nave. Che è un ecosistema estremamente fragile. Ci saranno dentro 7-8.000 persone che condividono tutta una serie di servizi, le cucine, i sistemi di scarico, le piscine... È una struttura, dal punto di vista epidemiologico, estremamente fragile. Quindi non bisogna fare parecchia attenzione». Nonostante ciò, Crisanti ripete che allarmarsi è assurdo. «Questo virus ha diverse varianti. Il virus europeo non si trasmette mai da uomo a uomo perché colpisce l’apparato urinario, punto. Quello americano più o meno è la stessa cosa. Quello sudamericano colpisce i polmoni, si moltiplica nelle fasi finali della malattia, il paziente tossisce ed emette delle goccioline in cui c’è il virus. Però, anche in quel caso, il virus è fragilissimo, non resiste nell’ambiente. Come lo dobbiamo dire?».
Incredibilmente, Crisanti è ancora più duro riguardo alle discussioni sul vaccino. «Guardi, il vaccino non è possibile da fare, cominciamo a chiarire subito questa cosa», taglia corto. «Perché un conto è realizzare una molecola, un conto è dimostrare che la molecola funziona. Ora, lei mi spiega come - con 200 casi all’anno - si riesca a fare un vaccino e quali controlli possano essere fatti? Veramente sono sconcertato quando sento queste stupidaggini, veramente». Tuttavia Moderna un vaccino lo ha annunciato. «Penso che sia più un effetto notizia che un vero e propro investimento. Io non credo che ci siano case che investano per fare un vaccino per una malattia che colpisce 200 persone all’anno e che ha una trasmessibilità umana bassissima, a meno che non si voglia fare un vaccino per curare i topi. Guardi, mi creda, sviluppare un vaccino è un’impresa costosissima e qui non ci sono proprio le basi né economiche né scientifiche né di sanità pubblica che la giustifichino». Insomma, a parlare non sono i presunti complottisti e pericolosi no vax evocati da alcuni giornali. Sono esperti molto autorevoli e pure medici prestati alla politica. I quali dall’Hantavirus non sono preoccupati nemmeno per scherzo.
Restano tre domande. Prima: perché certi media ancora alzano i toni? Seconda: perché qualcuno parla di vaccino se non ha alcun senso? Terza: secondo voi, tra le prima e la seconda c’è qualche correlazione?
Negativi tutti i test sui casi sospetti in Italia
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha comunicato che i casi segnalati di possibili contatti con l’Hantavirus sono undici, dei quali otto confermati, due probabili e uno non conclusivo; che i decessi restano i tre iniziali e che il rischio per la popolazione rimane «molto basso». In Italia, il test dell’Hantavirus è risultato negativo nelle persone sotto osservazione e che rimangono in isolamento: non c’è alcun nuovo caso.
Negative anche le 26 persone in quarantena ospedaliera in Francia, per aver viaggiato sulla nave da crociera olandese Mv Hondius o sul volo Klm dove uno dei passeggeri era stato, seppur per pochi minuti, Mirjam Schilperoord, 69 anni, deceduta poi a Johannesburg per Hantavirus come il marito Leo, di 72 anni, il paziente «zero» morto l’11 aprile per il virus dei ratti. Negativi pure il passeggero greco ricoverato ad Atene e lo statunitense che inizialmente era risultato «debolmente positivo». Tutto è sotto controllo al momento, pare, e il ministro della Salute, Orazio Schillaci, va ripetendo: «Nessun allarmismo». Nella sua circolare dell’11 maggio ha richiamato l’attenzione sulla necessità di gestire eventuali casi sospetti, probabili, confermati o contatti ad alto o basso rischio «seguendo le misure di protezione quali l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale (Dpi) basati sulle precauzioni per la trasmissione, inclusi respiratore (ad esempio, Ffp2), guanti, camice e protezione oculare, e di prevenzione e controllo idonei». Misure eccessive? Qualcuno si è soffermato su eccessi di provvedimenti e incoerenza nella loro applicazione, come ha fatto ieri Peter A. McCullough, segnalando su X proprio una situazione italiana. Il cardiologo, epidemiologo, esperto statunitense di Covid 19 e sindromi da danno vaccinale postava: «Immagini di “Biosicurezza”», sopra la foto pubblicata dal Daily Mail del prelievo al B&b di Milano del sessantenne inglese venuto a contatto con due persone contagiate dall’Hantavirus.
McCullough scriveva: «Mostrano un uso iperbolico e incoerente delle tute anticontaminazione. L’uomo sulla barella non ha l’Hantavirus, è stato un contatto casuale […] l’Hantavirus non si trasmette tramite contatto casuale P2P (da persona a persona, ndr)». Il medico, commentando la presenza a meno di un metro di una persona con il solo giubbotto di sicurezza giallo, chiedeva: «Perché le immagini dei lavoratori sembrano sempre mostrare qualcuno vicino alla scena senza Dpi?».
Già, come avevano suscitato proteste le immagini pubblicate da Abc durante le operazioni di sbarco a Tenerife degli ultimi passeggeri della Mv Hondius. In un video si vedeva uno psichiatra, incaricato di fornire supporto psicologico, mentre scendeva da uno degli autobus dell’Unità di emergenza militare con in mano il camice che avrebbe dovuto proteggerlo e senza mascherina. Apriti cielo, era iniziato il processo all’untore. Dimenticando quanta approssimazione ci sia nello stabilire misure di contenimento.
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