Il suicidio assistito in Italia tocca quota 16. A tante ammontano ora le morti on demand, l’ultima delle quali è stata resa nota ieri dall’associazione Luca Coscioni. Per protagonista ha Mariasole, nome di fantasia di una signora di 63 anni deceduta a casa sua il 4 maggio. La donna - che è il quarto caso di suicidio assistito nella Toscana di Eugenio Giani, la cui legge in materia è stata dichiarata parzialmente illegittima dalla Consulta con la sentenza n. 204 del 29 dicembre scorso - dal 2015 soffriva d’una forma severa di Parkinson, che l’aveva nel giro di pochi anni portata in una condizione di totale dipendenza da terzi; inoltre era affetta da grave disfagia e stipsi cronica, il che le rendeva necessaria un’assistenza continua.
Questo fino ad undici giorni fa, quando Mariasole - assistita dal medico di fiducia, Paolo Malacarne - s’è autosomministrata un farmaco letale fornito, unitamente alla strumentazione per darsi la morte, dal Servizio sanitario regionale. Mariasole ha lasciato un messaggio nel quale, anzitutto, ha elencato i vari motivi alla base della sua scelta: «L’impossibilità di vivere una vita che sia degna di questo nome, non poter vedere, non poter parlare e quindi l’impossibilità di comunicare, non avere la possibilità di muovermi in nessun modo, non poter mangiare, in pratica non vivere».
Prima di andarsene, la donna ha poi lamentato il «periodo di attesa» prima di potersi dare la morte. Aveva infatti inoltrato la prima richiesta all’Asl nel luglio 2025 e - seguita dal collegio legale della Luca Coscioni, coordinato da Filomena Gallo con anche Angelo Calandrini, Francesca Re e Alessia Cicatelli - ha dovuto aspettare nove mesi; questo perché, nonostante l’irreversibilità della patologia, le sofferenze intollerabili e la capacità di prendere decisioni consapevoli fossero state accertate, l’Asl le aveva negato l’accesso al suicidio assistito ritenendo insussistente il requisito del «trattamento di sostegno vitale», benché il parere del Comitato etico riconoscesse la sussistenza di tutti i requisiti.
Per questi mesi di attesa - nei quali è stata fatta una diffida, un ricorso d’urgenza presso il tribunale di Pisa e si era verificato l’ulteriore aggravamento delle sue condizioni cliniche - Mariasole ha detto di essersi «sentita defraudata di un diritto che dovrebbe essere inalienabile e la cosa più triste, che toglie dignità». Parole che, come il dolore vissuto da questa donna, meritano rispetto. Diverso è invece il registro che si può utilizzare verso il commento dato sulla vicenda dalla già citata Filomena Gallo e da Marco Cappato, che non hanno perso tempo per rivendere la tragica vicenda in chiave politica, poiché essa dimostrerebbe «quanto sia fondamentale l’interpretazione evolutiva del “sostegno vitale”: l’assistenza dei caregiver e il diritto di rifiutare trattamenti come la Peg sono parte integrante della libertà di scelta nel fine vita».
In realtà, andrebbe evidenziato come Mariasole soffrisse di Parkinson - condizione comune, di fatto, a 300.000 italiani - e dunque fosse non terminale. Inoltre, va detto che possono passare nove mesi, spesso anche di più, per molte visite e interventi per i quali ci sono pazienti sono in attesa. Forse chi chiede cure vale meno di chi vuol morire? La domanda non è campata per aria se si pensa che la sedicesima morte assistita arriva al settimo anno dalla sentenza della Consulta n. 242 del 2019, che ha aperto al suicidio assistito. Segno che tutta quest’esigenza di morire in Italia non c’è. E allora perché i tanti che - a norma di articolo 32 della Costituzione - chiedono cure possono attendere mentre i pochissimi che se ne vogliono andare dovrebbero essere assecondati «tempestivamente»? In attesa di capirlo, ieri Pro vita & famiglia ha commentato la vicenda di Mariasole tornando a chiedere più cure palliative anziché nuove norme sul fine vita.


