«Mai come oggi i leader mondiali dovrebbero ricordarsi della lezione di Silvio Berlusconi in politica estera. E rintracciare ciò che è ancora attuale dello spirito di Pratica di Mare: sapersi mettere nei panni dell’interlocutore, coltivare il dialogo senza pregiudizi è un prerequisito per il successo della diplomazia». Marco Carnelos è stato ambasciatore italiano in Iraq e inviato speciale in Siria. Ha scritto con Giovanni Castellaneta il libro Berlusconi, il mondo secondo lui. Una lezione di politica estera nell’attuale disordine globale (Guerini Associati).
A che punto è la notte in Iran?
«Domina l’incertezza e la volatilità economica e sociale. Le democrazie occidentali, con le loro fragilità nelle catene di approvvigionamento, nei sistemi economici e nella capacità delle opinioni pubbliche di sopportare privazioni prolungate, hanno una soglia di resistenza molto più bassa di quella della popolazione iraniana».
Un po’ come accadde nei primi giorni del conflitto in Ucraina, anche stavolta abbiamo il sospetto che il nemico sia più resistente alla sofferenza?
«L’Iran è sotto sanzioni da 47 anni e si è adattato a convivere con la privazione come condizione strutturale. Se misuriamo la capacità di resistenza a livello di opinioni pubbliche, quella iraniana è superiore. Detto questo, ci sono aspetti militari che non vanno sottovalutati».
L’uccisione di Khamenei non facilita le cose?
«Eliminare il leader supremo è stato un atto percepito come un affronto quasi religioso: e quando entra in gioco la dimensione religiosa, i compromessi diventano molto più difficili. Non c’è una strategia chiara da parte americana, e la capacità di risposta iraniana è stata sottovalutata».
Anche nel caso di Hezbollah?
«Sì, ce lo avevano descritto come degradato e decapitato, e invece sta dimostrando di avere ancora la capacità di attaccare efficacemente Israele e in modo addirittura sincronizzato con i lanci provenienti dall’Iran».
Ha parlato di «sottovalutazione» della risposta iraniana. Non è un’accusa da poco.
«La sottovalutazione sta diventando quasi un fardello cronico delle nostre capacità di intelligence. Pur disponendo di asset straordinari per la raccolta dati, molto spesso da questi strumenti vengono tratte conclusioni che non aderiscono alla realtà. Le spiegazioni sono due: o il metodo di analisi è sbagliato, oppure i Paesi avversari mettono in pratica azioni di dissimulazione che vanno a bersaglio».
Il rischio atomico esiste?
«Nel giugno scorso il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di aver cancellato completamente il programma nucleare iraniano, e appena otto mesi dopo i suoi negoziatori si recavano a Ginevra per negoziarne lo smantellamento. La contraddizione stride, e incrementa l’incertezza. Siamo in presenza di situazioni senza precedenti, e non mi sentirei più di escludere nulla».
È possibile che vi sia una strategia più profonda, volta a complicare la vita alla Cina sui rifornimenti energetici?
«La Cina aveva già parzialmente ridotto la propria esposizione ai rifornimenti dal Golfo. Alcuni Paesi stanno chiedendo all’Iran l’autorizzazione al passaggio nelle acque dello Stretto, e l’Iran la sta concedendo. La Cina, ad esempio, ha ottenuto il permesso di far transitare le proprie petroliere, non è ancora chiaro se la stessa concessione l’abbia ottenuta anche l’India».
Dunque?
«Dunque, l’impatto maggiore della scarsità di petrolio non lo sta registrando la Cina, bensì le economie europee: stiamo assistendo a un immenso innalzamento dei noli marittimi, soprattutto quelli garantiti dalle grandi compagnie assicurative occidentali. Una delle maggiori compagnie petrolifere europee ha già invocato la clausola di forza maggiore. Il temporaneo raffreddamento del prezzo del petrolio, legato alle dichiarazioni di Trump sulla fine imminente della guerra, è una cosa che può durare qualche giorno; ma se il conflitto continua, come sembra, il sistema non reggerà, e infatti negli ultimi giorni abbiamo registrato un nuovo rialzo».
Quindi la strategia iraniana è lasciar passare il tempo, strangolandoci con il caro-energia?
«L’Iran ha costruito una strategia secondo cui il colpo economico imporrà ai belligeranti di fermarsi. Il sistema economico internazionale è già stato messo a durissima prova da due fenomeni imprevisti - il Covid e la guerra in Ucraina - con i loro impatti sulle catene di approvvigionamento. Il conflitto in Iran rappresenta il terzo elemento destabilizzante. Se a questo, si aggiungesse un intervento attivo di russi e cinesi in tale schema di logoramento, le conseguenze potrebbero essere ancora più devastanti. Io la chiamo la strategia della “morte inflitta attraverso mille tagli”».
Ad oggi un regime change non sembra all’orizzonte.
«L’Iran è un Paese con ampie minoranze: azeri nel Nord, curdi nel Nord Ovest, arabi nel Sud Ovest, beluci nel Sud Est, tutti caratterizzati da movimenti più o meno irredentisti. Sembrerebbe ci siano tentativi di sobillare in particolare i curdi per creare instabilità interna. Ma vedo molta improvvisazione. Anche chi dispone delle migliori informazioni sul terreno - come gli israeliani - ha dimostrato di poter prendere cantonate colossali. Capita anche ai migliori».
Come sta rispondendo l’Europa di fronte alla più grande minaccia economica degli ultimi decenni?
«I leader europei sembrano in larga parte inadeguati, pallide ombre di quelli di un tempo. Basta leggere i loro comunicati sperduti, senza una direzione, e senza nemmeno un’apparente consapevolezza della gravità della situazione».
L’Unione europea, i cui vertici sono rimasti in ombra in questi giorni cruciali, dovrà necessariamente cambiare volto per non sparire?
«L’Unione europea ha un suo potere deterrente forte, che non è militare (e temo sia un miraggio inseguirlo oggi, sembra tardi) ma un soft power economico. Dispone di due strumenti di enorme influenza globale: primo, la forza del suo mercato - 500 milioni di consumatori - che teoricamente le permetterebbe di avere voce in capitolo su tutto. Secondo, il potere regolamentare, spesso usato in modo controproducente. Penso alle alte tecnologie e all’intelligenza artificiale: noi europei non abbiamo alcuna autonomia, e dipendiamo interamente da piattaforme americane o presto cinesi. Ci siamo consegnati allo straniero. Ne avremmo anche un terzo, dirompente, l’euro come valuta di riserva per gli scambi, ma non lo abbiamo voluto usare».
Occorre una riforma urgente?
«Per sopravvivere con dignità e una capacità d’azione incisiva nel contesto internazionale, la regola dell’unanimità deve essere abolita. E forse bisogna selezionare meglio la propria classe dirigente: abbiamo a che fare con figure imbarazzanti, da Merz che rilascia dichiarazioni a dir poco imbarazzanti, a Macron in preda a una bulimia di iniziative improduttive, per finire con Starmer in caduta libera. Sánchez sembra l’unico in grado di opporsi a certe prepotenze americane, mentre il nostro premier ha mantenuto finora un prudente silenzio strategico. In alcuni casi, non tutti, il silenzio è la migliore strategia».
Qual è l’insegnamento berlusconiano che conviene ricordare in questi tempi?
«Berlusconi aveva una caratteristica che manca agli attuali leader: l’empatia cognitiva. Significa avvicinarsi a un negoziato portando avanti i propri interessi, ma sforzandosi di capire le esigenze dell’altro. Se non si capisce cosa muove l’interlocutore, si finisce in un vicolo cieco e il negoziato non produce risultati».
Il principale successo della gestione berlusconiana fu il summit Bush-Putin a Pratica di Mare.
«Berlusconi riuscì nell’impresa. Eppure, appena sei mesi dopo la firma, la Nato annunciò il suo terzo allargamento a sette nuovi Paesi dell’Europa orientale. Berlusconi si chiese quale messaggio si stesse mandando a Putin, sottolineando l’incongruenza: da un lato si creava il Consiglio Nato-Russia, dall’altro si avanzava verso i confini dell’ex impero sovietico».
È possibile recuperare lo spirito di Pratica di Mare in un mondo completamente diverso?
«Riscoprire lo spirito di Pratica di Mare significa tenere aperti i canali di dialogo con tutti. Respingere le pregiudiziali e la deleteria logica del gioco a somma zero. Oggi Berlusconi avrebbe fatto questo sforzo sia verso la Russia che per le crisi in Medio Oriente. Avrebbe inoltre provato a moderare con gli Stati Uniti, anche se riconosco che interagire con un personaggio narcisistico, imprevedibile e volitivo come Trump sarebbe stato un compito arduo anche per lui».
Il premier Meloni ha sottolineato che l’Italia non vuole entrare in guerra. Come si sta muovendo il governo?
«L’Italia dovrebbe essere un ponte tra mondi diversi, e svolgere un ruolo di mediatore, possiede le migliori credenziali politico-culturali: per fare questo, però, occorre avere il coraggio di dire certe cose, interrompendo il silenzio strategico. Questo coraggio Meloni l’ha trovato in Parlamento, sebbene forse con qualche giorno di ritardo. Per me il minimo sindacale è la coerenza: se si condanna la Russia come aggressore in Ucraina, lo stesso metro di giudizio andrebbe applicato nei confronti di Usa e Israele in Iran. Senza questa coerenza, la credibilità come mediatori crolla».



