«Potremmo cominciare così: eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Ma il mondo, purtroppo, ha fatto da solo e in peggio». Una punta d’amarezza c’è in fondo al ragionamento di Fabio Brescacin, ’55 classe di ferro, ma anche di soavità come quella dei sogni. Si affida a una celeberrima strofa di Gino Paoli per tracciare la sua traiettoria di studioso, imprenditore e «militante a fianco della natura e per i contadini». Un impegno culturale che si è fatto disegno imprenditoriale e che oggi con EcorNaturaSì è divenuto protagonismo su tre fronti: produzione agricola, distribuzione alimentare, divulgazione di corrette linee guida nutrizionali. «L’ho voluto indicare nella nostra ultima campagna di informazione: fa’ che il cibo sia la tua medicina. Il copyright è di Ippocrate, l’impegno è nostro al servizio dei consumatori, a sostegno degli agricoltori».
E i quattro amici al bar?
«È una storia lunga ed esaltante. Mi ero appena laureato in agraria: si sentivano ancora gli echi del ‘77. Ma io con dei miei compagni di corso che poi sono diventati soci nella prima avventura imprenditoriale avvertivo che la vera rivoluzione stava nel tornare alla terra, alla buona terra. Partii per l’Inghilterra per un anno di ulteriore studio e al mio ritorno con gli amici del bar abbiano fondato Ariele, che è stata la prima bottega biologica d’Italia. Da lì è cominciato il percorso che oggi si è fatto NaturaSì con una precisa idea: coltivare naturalmente, per vendere equamente offrendo a chi consuma un’alternativa salutare facendo del bene alle persone e alla terra. Ancora oggi questo è il paradigma di NaturaSì».
Che però è ben altra cosa…
«Dimensionalmente sì, ma nella filosofia produttiva no. Mi piacerebbe molto parlare ai nostri clienti di Rudolf Steiner, dell’antroposofia che ci ha portato a Treviso a fondare un circolo ispirato alle teorie steineriane applicate all’agricoltura. Strano no? In questo mondo tutto orientato al profitto NaturaSì è retta da una fondazione non profit, la Libera Fondazione Antroposofica Rudolf Steiner, che può nominare 7 dei 12 membri del consiglio di amministrazione».
E Brescacin è ancora u no dei quattro del bar?
«Beh di anni ne sono passati, ma sì: credo ancora in ciò che ho perseguito per tutta la vita. Amo la terra, chi la lavora con l’intento di sostentare gli uomini. Il mondo attorno a me è cambiato e noi dobbiamo stare al passo con i tempi però senza perdere la nostra identità. Senza farsi influenzare. Io per evitare interferenze non ho nemmeno la televisione a casa».
A quanti negozi siete arrivati?
«Abbiamo più di 350 negozi di cui 120 gestiti direttamente; fanno metà del nostro fatturato che si aggira sul mezzo miliardo di euro. Fondamentale per noi è il rapporto diretto con le aziende agricole. Alcune sono socie o sono da noi partecipate - l’Azienda agricola San Michele nel veneziano, la Fattoria Di Vaira in Molise, le Cascine Orsine nel pavese, l’Azienda Agricola Biodinamica La Decima nel vicentino - altre sono fornitori abituali e ormai sono più di 300 tutte a coltivazione biologica, molte biodinamiche. È da questi campi che traiamo gran parte dei prodotti che vengono commercializzati nei nostri punti vendita e che ci fanno essere il più consistente e importante operatore nel biologico in Italia e tra i primi in Europa».
Sicuro che il biologico funziona ancora? Non è troppo caro per le tasche degli italiani?
«Funziona, eccome se funziona. Da quando siamo nati siamo sempre cresciuti. Le tappe di avvicinamento ai traguardi di oggi sono state scandite da scelte e momenti precisi. Dopo Ariele fondammo Ecor, poi nel ’92 nasce NaturaSì per dare vita a una rete di supermercati dove si vendeva solo bio. Poi nel 2009 c’è stata la fusione tra Ecor e NaturaSì e ora siamo qui con sempre nuovi progetti. Uno a cui teniamo molto è la libera Scuola Steiner Waldorf “Novalis” in provincia di Treviso: accoglie bambini e ragazzi dalla scuola d’infanzia fino al termine del percorso superiore, è la prima in Italia a rilasciare un diploma in agricoltura biologica biodinamica. Che è la vocazione della San Michele, l’azienda biodinamica che abbiamo in provincia di Venezia. Queste e molte altre sono le ragioni per cui il biologico funziona. Quanto al prezzo, su questo abbiamo impostato una recentissima campagna di comunicazione che parte da questo slogan: se paghi un prezzo del cibo troppo basso qualcuno lo paga per te».
Domanda scontata: chi paga?
«Tutti noi con le tasse, con la sanità che va in crisi perché nutrirsi troppo e male ci porta a intasare gli ospedali. Le statistiche sulle malattie non trasmissibili derivanti da alimentazione scorretta sono devastanti. Con le tasse dobbiamo fare fronte ai disastri ambientali, dobbiamo trovare dei rimedi ai terreni che vengono progressivamente abbandonati e ci costringono a importare la qualunque e non si sa cosa. Ma i primi a pagare sono i contadini. La nostra campagna si chiama: il giusto prezzo del cibo per la salute dell’uomo e della terra. Noi esponiamo sui cartellini dei prezzi non solo il costo del prodotto, ma quanto va remunerato il lavoro, starei per dire sociale, che svolge l’agricoltore che è la prima sentinella e il primo tutore dell’ambiente. Nella nostra campagna abbiamo messo una foto di un finocchio a 1,80 euro di costo che spiega come un euro e venticinque centesimi vanno a remunerare il costo del prodotto stesso e 55 centesimi remunerano i cosiddetti servizi ecosistemici, dalla tutela della biodiversità a quella del paesaggio, che l’agricoltore svolge. Se si guarda così il biologico è proprio a buon mercato. E ora c’è la guerra che ci dà una mano».
Ma come la guerra? Da uno come lei ci si spetterebbe una condanna della guerra…
«Proprio per ciò che penso e per ciò che ho fatto mi posso permettere di ridicolizzare la guerra e dire che ci dà una mano. Sia chiaro: io sono contro la guerra! Con l’aumento vertiginoso che subiranno i fertilizzanti e i costi energetici che schizzano in alto, i prezzi dell’agricoltura convenzionale subiranno un’impennata mentre i prezzi delle produzioni biologiche proprio perché sono di prossimità, perché vengono coltivate con fertilizzanti organici nel pieno rispetto del ciclo naturale resteranno stabili. E finalmente il consumatore si accorgerà che bio conviene. E poi conviene perché protegge la terra che è la nostra unica casa, che quelli che fanno le guerre non mi pare abbiamo così tanto a cuore».
Come fa l’agricoltura biologica a proteggere il pianeta?
«Ci sono precisi indicatori scientifici. Un dato a me pare clamoroso: l’agricoltura convenzionale e l’uso del suolo emettono 12 gigatonnellate (una gigatonnellata è pari a un miliardo di tonnellate, ndr), l’agricoltura biologica è in grado di catturare e assorbire 18 gigatonnellate di C02, vuol dire contribuire grandemente a risanare l’ambiente. Un altro dato: ogni albero cattura 33 chili di C02 e una tonnellata di composto organico fa risparmiare sei quintali di anidride carbonica. Si vede così quanto sia fondamentale considerare il rapporto costo beneficio dei sistemi agroalimentari quando si parla complessivamente di tutela ambientale. L’agricoltore che coltiva in biologico è un attore reale e concreto della salvaguardia del pianeta».
D’accordo, ma gli agricoltori se la sono presa tanto col Green deal. Come se lo spiega?
«Premesso che abbandonare il Green deal è un errore, rispondo che est modus in rebus. Il progetto europeo è stato mal concepito, mal raccontato e ancora peggio implementato, Bisogna fare leva sull’alleanza agricoltore-consumatore per far percepire i vantaggi di politiche e di pratiche orientate alla tutela ambientale. Se si impongono troppe regole sovente inefficaci si produce l’effetto opposto. L’Europa per molto tempo ha dato l’idea di considerare l’agricoltura nemica dell’ambiente e invece è l’esatto opposto».
Per questo NaturaSì sta lanciando la campagna sui benefici del biologico?
«Cerchiamo di coinvolgere il consumatore in una gestione responsabile dei suoi acquisti. Non mi stancherò mai di ripetere che l’atto alimentare è culturale, sociale, economico e politico. A secondo di cosa si consuma si determinano il corso e gli obbiettivi dei cicli economici. Dunque se è vero com’è vero che la tutela ambientale è, almeno a pelle, un patrimonio comune bisogna tradurre questa aspirazione in comportamento consapevole anche nell’acquisto alimentare».
Quindi i giovani sono i vostri primi clienti…
«No, mi viene da dire purtroppo no. Non hanno la percezione dell’acquisto responsabile. I nostri migliori clienti sono le famiglie con bambini piccoli che stanno molto attente ai valori nutrizionali, alla salubrità e provenienza del cibo. E poi ci sono gli anziani. Consumano poco, dovrebbero avere più reddito, ma quando possono fanno scelte che li avvicinano alla campagna, alla natura. Credo che si debbano condurre campagne di sensibilizzazione sul valore culturale del cibo e sul suo valore nutrizionale. Mi viene da rimpiangere il Regimen Sanitatis della scuola medica salernitana che indica come da mille anni sia nostro patrimonio di civiltà comprendere la relazione tra cibo e salute».
Quali sono dunque le scelte più consapevoli?
«Cibo da coltivazione biologica di prossimità. Il chilometro zero è diventato un modo di dire, ma deve continuare a essere un modo di fare e di proporre cibi freschi che arrivano a tempo zero sulla tavola. Noi abbiamo un centro logistica che in 24 ore porta nei mercati di tutta Italia ogni prodotto. Qualcosa dobbiamo importare, ma è sempre da coltivazione biologica certificata. E poi c’è il terzo elemento indispensabile: la stagionalità. Per mangiare secondo natura e stare in salute bisogna andare a tempo con la natura».



