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2018-09-22
«Il dossier Viganò va preso sul serio. Roma chiarisca o niente più offerte»
Istockphoto
«Dal 1987, anno della nostra fondazione, abbiamo donato al Vaticano circa 18 milioni di dollari. Quest'anno la decima raccolta fra i nostri membri ammonta a 820.000 dollari, ma, come affermato dal nostro presidente Tom Monaghan, vogliamo capire come essa sarebbe utilizzata e se il Vaticano è in grado di rispondere finanziariamente a qualcuno per questi tipi di contributi caritatevoli». A parlare alla Verità è Stephen Henley, direttore esecutivo di Legatus, un'organizzazione di uomini d'affari cattolici che, con una decisione mai presa prima, ha congelato il contributo annuale che era solita versare a Roma.
Il provvedimento è stato annunciato il 6 settembre da una lettera del presidente ai circa tremila membri. Nella missiva, Monaghan, pur non citandolo espressamente, ha fatto riferimento al contenuto del memoriale Viganò avvisando gli aderenti che la decisione di stoppare l'erogazione è maturata in seguito alle «recenti rivelazioni» che angustiano la Chiesa cattolica, la quale sta vivendo un periodo «travagliato» e «di crisi» a causa delle ingiustizie subite dalle «vittime degli abusi».
Monaghan ha fatto anche esplicitamente cenno alle parole del cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, augurandosi che la sua richiesta di un «esame rapido e approfondito» sulle «carenze morali ed ecclesiastiche recentemente scoperte» sia accolta. Chiediamo dunque a Henley se il board di Legatus abbia ricevuto da Roma rassicurazioni in tal senso, così da poter sbloccare la donazione, ma la sua risposta è tra il laconico e l'evasivo: «Il nostro consiglio di amministrazione continua a discutere di questo problema nelle riunioni programmate». Insomma, no. E questo è un bel problema sia per i membri dell'organizzazione cattolica sia per il Vaticano. Per i primi perché la mancata dazione fa venire meno uno degli scopi principali dell'organizzazione, che è sostenere la Chiesa; per il secondo perché se altri benefattori cattolici statunitensi decidessero di seguire l'esempio di Legatus, per le casse di San Pietro si creerebbe un ammanco notevole.
A spingere a questo passo Legatus non sono state solo le rivelazioni dell'ex nunzio, spiega sempre Henley: «La lettera dell'arcivescovo Vigano è stata una delle tante questioni che hanno portato alla luce accuse inquietanti all'interno della Chiesa». I riferimenti principali di queste parole di Henley sono due: il primo caso, che negli Stati Uniti fece molto rumore, riguarda la richiesta che a inizio anno la Santa Sede rivolse a un'altra fondazione benefica americana, la Papal foundation. Per coprire il buco generato dall'Istituto dermopatico dell'Immacolata di Roma, il Vaticano chiese alla fondazione una donazione di 25 milioni di dollari. La richiesta non piacque oltreoceano, non solo per la consistenza della cifra, ma anche perché, nelle intenzioni dei filantropi a stelle e strisce, le donazioni dovrebbero servire ad aiutare i bisognosi, a costruire occasioni di diffusione della fede, a finanziare progetti culturali, non a tappare i buchi finanziari creati da amministratori inadeguati o disonesti. Se a questo poi si aggiunge il più recente rapporto del gran giurì della Pennsylvania che, a metà agosto, ha denunciato circa 300 sacerdoti accusandoli, nel corso di 70 anni, di molestie nei confronti di minori, si comprende l'ansia che attanaglia molti fedeli americani.
Negli Stati Uniti sono ancora vive e aperte le ferite vissute nei primi anni Duemila quando vennero alla luce i primi scandali sessuali riguardanti il clero. Ferite non solo morali, ma anche economiche per le richieste di risarcimento da parte delle vittime che misero finanziariamente in ginocchio molte diocesi. Ora, si capisce, il timore dei cattolici americani è di ritornare a vivere quei giorni da incubo. E questa è appunto la paura di Legatus, che non è un ente qualsiasi, anzi è considerata «l'organizzazione laica più influente della Chiesa americana». Fondata nel 1987 da Tom Monaghan, il miliardario oggi ottantunenne ideatore di Domino's pizza, raccoglie fra i suoi aderenti solo facoltosi capi d'azienda dal conto in banca a più zeri.
Come ci spiega sempre Henley, «per poter entrare in Legatus occorre essere proprietari, presidenti o amministratori delegati di un'azienda che deve vantare un minimo di 7 milioni di dollari di entrate annuali e deve avere almeno 49 dipendenti. La nostra missione è quella di vivere e diffondere la fede cattolica». Se questo sia possibile anche oggi per Henley non è in discussione: «Noi rimaniamo impegnati a diffondere il magistero della Chiesa». Al tempo stesso, «poiché essa si trova negli Stati Uniti in una situazione difficilissima, continueremo a pregare per la sua guarigione e perché si faccia chiarezza. Legatus e i suoi membri prendono molto sul serio le accuse dell'arcivescovo Viganò».
Emanuele Boffi
L’inedito di Benedetto XVI: «Ecco perché ho deciso di essere il Papa emerito»
La misteriosa lettera firmata da Benedetto XVI, e pubblicata per stralci dalla Bild giovedì, in realtà erano due. È stato lo stesso tabloid a offrire ieri i testi integrali di entrambe le missive del Papa emerito al cardinale Walter Brandmüller, tedesco come Ratzinger e suo amico di lunga data. La prima lettera porta la data del 9 novembre 2017, la seconda quella del 23 novembre dello stesso anno. Il contenuto è sempre la questione della rinuncia di Benedetto e del ruolo da lui assunto in seguito.
In un'intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung del 28 ottobre 2017, Brandmüller aveva messo in discussione la scelta di Ratzinger di farsi chiamare papa emerito, figura inedita nella storia della Chiesa. L'intervista era nel solco di uno studio che lo stesso porporato aveva pubblicato nell'estate 2016 e in cui concludeva che sarebbe stato necessario procedere a individuare «una legislazione che definisca e regoli» lo statuto di chi è stato papa e non lo è più. Questo per evitare la confusione dovuta a una sorta di ministero petrino «allargato» esercitato in modo «attivo» (Francesco) e in modo «contemplativo» (Benedetto XVI).
Ebbene, nella prima lettera Ratzinger risponde all'amico dicendo che dopo le dimissioni, previste dal diritto canonico, sarebbe stato inopportuno ridursi a semplice cardinale. «Lei sa benissimo», scrive, «che ci sono stati papi che si sono ritirati, anche se molto raramente. Cosa erano dopo? Papa emerito? O cosa invece?». Benedetto fa l'esempio di papa Pio XII che «lasciò istruzioni nel caso fosse stato catturato dai nazisti: dal momento della sua cattura non sarebbe più stato papa, ma cardinale. Non sappiamo se questo semplice ritorno al cardinalato sarebbe stato possibile. Nel mio caso, sicuramente non avrebbe avuto senso», perché - e questo è il punto decisivo per il Pontefice tedesco - «sarei stato costantemente esposto al pubblico come lo è un cardinale, anzi, ancora di più, perché in quel cardinale si sarebbe visto l'ex papa. Ciò avrebbe potuto portare, intenzionalmente o meno, in particolare nel contesto della situazione attuale, a conseguenze difficili. Con il Papa emerito ho cercato di creare una situazione in cui sono assolutamente inaccessibile ai media e in cui è del tutto chiaro che esiste un solo Papa». Il punto è dirimente, visto che i critici della soluzione del Papa emerito hanno sempre sottolineato come l'introduzione di tale figura sia accettabile a patto che non esista alcun ministero petrino «allargato», e che il Papa sia uno solo.
Nella seconda lettera, quella del 23 novembre 2017, Benedetto XVI risponde a Brandmüller che gli aveva scritto il giorno 15. Il Papa emerito ringrazia perché «in futuro non si desidera più commentare pubblicamente sulla questione della mie dimissioni», poi dice di «capire molto bene il dolore che la fine del mio pontificato ha causato in lei e in molti altri», e tuttavia rimprovera «una rabbia che non riguarda più solo la rinuncia, ma si estende sempre più anche alla mia persona e al mio pontificato nel suo insieme». In questo atteggiamento Ratzinger vede un rischio: che il suo magistero sia «svalutato e confuso con la tristezza sulla situazione della Chiesa oggi». Infine l'invito alla preghiera: «Il Signore possa venire in aiuto alla sua Chiesa».
Lo scambio di lettere quindi si riferisce strettamente alla questione della rinuncia e della forma assunta dal Pontefice dimissionario. Quella del papa emerito resta, infatti, una realtà certamente inedita e anche indefinita. Le obiezioni di Brandmüller sono le stesse di altri canonisti, e non è escluso che la Chiesa in futuro arrivi a chiarire una situazione non esente da ambiguità.
Per il resto, non c'è bisogno di chissà quali intenti strumentali per notare la preoccupazione del Papa emerito per la situazione della Chiesa. Già da cardinale Ratzinger aveva sviscerato in più occasioni le cause della crisi della Chiesa, e non stupisce che lo preoccupi anche la situazione attuale. Alla difficoltà di armonizzare una polarizzazione sempre più forte in ambito dottrinale e pastorale, si aggiungono il dramma dello scandalo abusi, il crollo delle vocazioni, la cattiva gestione del potere in molte curie e seminari. Benedetto XVI non può non vedere come molti dei problemi presenti al momento della sua rinuncia siano ancora sul tavolo. Oggi Francesco parte per il viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, ma proprio ieri altri due vescovi cileni si sono dimessi perché accusati di aver coperto abusi. Salgono così a 7 i presuli del Cile di cui Francesco ha accetto le dimissioni. Siamo alla vigilia di un sinodo sui giovani e negli Stati Uniti proseguono le indagini sul caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick, ma gli annunciati «chiarimenti» vaticani sul memoriale Viganò non si sono ancora visti.
Lorenzo Bertocchi
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Parla il direttore di Legatus, il club dei milionari cattolici americani che dopo gli ultimi scandali ha congelato le donazioni alla Chiesa (820.000 dollari solo per il 2018). «Ci dicano come usano i soldi e a chi rispondono».Pubblicate le lettere integrali di Ratzinger sulle sue dimissioni. Lasciano altri due vescovi cileni accusati di aver coperto abusi.Lo speciale contiene due articoli«Dal 1987, anno della nostra fondazione, abbiamo donato al Vaticano circa 18 milioni di dollari. Quest'anno la decima raccolta fra i nostri membri ammonta a 820.000 dollari, ma, come affermato dal nostro presidente Tom Monaghan, vogliamo capire come essa sarebbe utilizzata e se il Vaticano è in grado di rispondere finanziariamente a qualcuno per questi tipi di contributi caritatevoli». A parlare alla Verità è Stephen Henley, direttore esecutivo di Legatus, un'organizzazione di uomini d'affari cattolici che, con una decisione mai presa prima, ha congelato il contributo annuale che era solita versare a Roma. Il provvedimento è stato annunciato il 6 settembre da una lettera del presidente ai circa tremila membri. Nella missiva, Monaghan, pur non citandolo espressamente, ha fatto riferimento al contenuto del memoriale Viganò avvisando gli aderenti che la decisione di stoppare l'erogazione è maturata in seguito alle «recenti rivelazioni» che angustiano la Chiesa cattolica, la quale sta vivendo un periodo «travagliato» e «di crisi» a causa delle ingiustizie subite dalle «vittime degli abusi».Monaghan ha fatto anche esplicitamente cenno alle parole del cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, augurandosi che la sua richiesta di un «esame rapido e approfondito» sulle «carenze morali ed ecclesiastiche recentemente scoperte» sia accolta. Chiediamo dunque a Henley se il board di Legatus abbia ricevuto da Roma rassicurazioni in tal senso, così da poter sbloccare la donazione, ma la sua risposta è tra il laconico e l'evasivo: «Il nostro consiglio di amministrazione continua a discutere di questo problema nelle riunioni programmate». Insomma, no. E questo è un bel problema sia per i membri dell'organizzazione cattolica sia per il Vaticano. Per i primi perché la mancata dazione fa venire meno uno degli scopi principali dell'organizzazione, che è sostenere la Chiesa; per il secondo perché se altri benefattori cattolici statunitensi decidessero di seguire l'esempio di Legatus, per le casse di San Pietro si creerebbe un ammanco notevole. A spingere a questo passo Legatus non sono state solo le rivelazioni dell'ex nunzio, spiega sempre Henley: «La lettera dell'arcivescovo Vigano è stata una delle tante questioni che hanno portato alla luce accuse inquietanti all'interno della Chiesa». I riferimenti principali di queste parole di Henley sono due: il primo caso, che negli Stati Uniti fece molto rumore, riguarda la richiesta che a inizio anno la Santa Sede rivolse a un'altra fondazione benefica americana, la Papal foundation. Per coprire il buco generato dall'Istituto dermopatico dell'Immacolata di Roma, il Vaticano chiese alla fondazione una donazione di 25 milioni di dollari. La richiesta non piacque oltreoceano, non solo per la consistenza della cifra, ma anche perché, nelle intenzioni dei filantropi a stelle e strisce, le donazioni dovrebbero servire ad aiutare i bisognosi, a costruire occasioni di diffusione della fede, a finanziare progetti culturali, non a tappare i buchi finanziari creati da amministratori inadeguati o disonesti. Se a questo poi si aggiunge il più recente rapporto del gran giurì della Pennsylvania che, a metà agosto, ha denunciato circa 300 sacerdoti accusandoli, nel corso di 70 anni, di molestie nei confronti di minori, si comprende l'ansia che attanaglia molti fedeli americani.Negli Stati Uniti sono ancora vive e aperte le ferite vissute nei primi anni Duemila quando vennero alla luce i primi scandali sessuali riguardanti il clero. Ferite non solo morali, ma anche economiche per le richieste di risarcimento da parte delle vittime che misero finanziariamente in ginocchio molte diocesi. Ora, si capisce, il timore dei cattolici americani è di ritornare a vivere quei giorni da incubo. E questa è appunto la paura di Legatus, che non è un ente qualsiasi, anzi è considerata «l'organizzazione laica più influente della Chiesa americana». Fondata nel 1987 da Tom Monaghan, il miliardario oggi ottantunenne ideatore di Domino's pizza, raccoglie fra i suoi aderenti solo facoltosi capi d'azienda dal conto in banca a più zeri. Come ci spiega sempre Henley, «per poter entrare in Legatus occorre essere proprietari, presidenti o amministratori delegati di un'azienda che deve vantare un minimo di 7 milioni di dollari di entrate annuali e deve avere almeno 49 dipendenti. La nostra missione è quella di vivere e diffondere la fede cattolica». Se questo sia possibile anche oggi per Henley non è in discussione: «Noi rimaniamo impegnati a diffondere il magistero della Chiesa». Al tempo stesso, «poiché essa si trova negli Stati Uniti in una situazione difficilissima, continueremo a pregare per la sua guarigione e perché si faccia chiarezza. Legatus e i suoi membri prendono molto sul serio le accuse dell'arcivescovo Viganò».Emanuele Boffi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-dossier-vigano-va-preso-sul-serio-roma-chiarisca-o-niente-piu-offerte-2606853342.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="linedito-di-benedetto-xvi-ecco-perche-ho-deciso-di-essere-il-papa-emerito" data-post-id="2606853342" data-published-at="1767160500" data-use-pagination="False"> L’inedito di Benedetto XVI: «Ecco perché ho deciso di essere il Papa emerito» La misteriosa lettera firmata da Benedetto XVI, e pubblicata per stralci dalla Bild giovedì, in realtà erano due. È stato lo stesso tabloid a offrire ieri i testi integrali di entrambe le missive del Papa emerito al cardinale Walter Brandmüller, tedesco come Ratzinger e suo amico di lunga data. La prima lettera porta la data del 9 novembre 2017, la seconda quella del 23 novembre dello stesso anno. Il contenuto è sempre la questione della rinuncia di Benedetto e del ruolo da lui assunto in seguito. In un'intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung del 28 ottobre 2017, Brandmüller aveva messo in discussione la scelta di Ratzinger di farsi chiamare papa emerito, figura inedita nella storia della Chiesa. L'intervista era nel solco di uno studio che lo stesso porporato aveva pubblicato nell'estate 2016 e in cui concludeva che sarebbe stato necessario procedere a individuare «una legislazione che definisca e regoli» lo statuto di chi è stato papa e non lo è più. Questo per evitare la confusione dovuta a una sorta di ministero petrino «allargato» esercitato in modo «attivo» (Francesco) e in modo «contemplativo» (Benedetto XVI). Ebbene, nella prima lettera Ratzinger risponde all'amico dicendo che dopo le dimissioni, previste dal diritto canonico, sarebbe stato inopportuno ridursi a semplice cardinale. «Lei sa benissimo», scrive, «che ci sono stati papi che si sono ritirati, anche se molto raramente. Cosa erano dopo? Papa emerito? O cosa invece?». Benedetto fa l'esempio di papa Pio XII che «lasciò istruzioni nel caso fosse stato catturato dai nazisti: dal momento della sua cattura non sarebbe più stato papa, ma cardinale. Non sappiamo se questo semplice ritorno al cardinalato sarebbe stato possibile. Nel mio caso, sicuramente non avrebbe avuto senso», perché - e questo è il punto decisivo per il Pontefice tedesco - «sarei stato costantemente esposto al pubblico come lo è un cardinale, anzi, ancora di più, perché in quel cardinale si sarebbe visto l'ex papa. Ciò avrebbe potuto portare, intenzionalmente o meno, in particolare nel contesto della situazione attuale, a conseguenze difficili. Con il Papa emerito ho cercato di creare una situazione in cui sono assolutamente inaccessibile ai media e in cui è del tutto chiaro che esiste un solo Papa». Il punto è dirimente, visto che i critici della soluzione del Papa emerito hanno sempre sottolineato come l'introduzione di tale figura sia accettabile a patto che non esista alcun ministero petrino «allargato», e che il Papa sia uno solo. Nella seconda lettera, quella del 23 novembre 2017, Benedetto XVI risponde a Brandmüller che gli aveva scritto il giorno 15. Il Papa emerito ringrazia perché «in futuro non si desidera più commentare pubblicamente sulla questione della mie dimissioni», poi dice di «capire molto bene il dolore che la fine del mio pontificato ha causato in lei e in molti altri», e tuttavia rimprovera «una rabbia che non riguarda più solo la rinuncia, ma si estende sempre più anche alla mia persona e al mio pontificato nel suo insieme». In questo atteggiamento Ratzinger vede un rischio: che il suo magistero sia «svalutato e confuso con la tristezza sulla situazione della Chiesa oggi». Infine l'invito alla preghiera: «Il Signore possa venire in aiuto alla sua Chiesa». Lo scambio di lettere quindi si riferisce strettamente alla questione della rinuncia e della forma assunta dal Pontefice dimissionario. Quella del papa emerito resta, infatti, una realtà certamente inedita e anche indefinita. Le obiezioni di Brandmüller sono le stesse di altri canonisti, e non è escluso che la Chiesa in futuro arrivi a chiarire una situazione non esente da ambiguità. Per il resto, non c'è bisogno di chissà quali intenti strumentali per notare la preoccupazione del Papa emerito per la situazione della Chiesa. Già da cardinale Ratzinger aveva sviscerato in più occasioni le cause della crisi della Chiesa, e non stupisce che lo preoccupi anche la situazione attuale. Alla difficoltà di armonizzare una polarizzazione sempre più forte in ambito dottrinale e pastorale, si aggiungono il dramma dello scandalo abusi, il crollo delle vocazioni, la cattiva gestione del potere in molte curie e seminari. Benedetto XVI non può non vedere come molti dei problemi presenti al momento della sua rinuncia siano ancora sul tavolo. Oggi Francesco parte per il viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, ma proprio ieri altri due vescovi cileni si sono dimessi perché accusati di aver coperto abusi. Salgono così a 7 i presuli del Cile di cui Francesco ha accetto le dimissioni. Siamo alla vigilia di un sinodo sui giovani e negli Stati Uniti proseguono le indagini sul caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick, ma gli annunciati «chiarimenti» vaticani sul memoriale Viganò non si sono ancora visti. Lorenzo Bertocchi
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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