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2018-09-22
«Il dossier Viganò va preso sul serio. Roma chiarisca o niente più offerte»
Istockphoto
«Dal 1987, anno della nostra fondazione, abbiamo donato al Vaticano circa 18 milioni di dollari. Quest'anno la decima raccolta fra i nostri membri ammonta a 820.000 dollari, ma, come affermato dal nostro presidente Tom Monaghan, vogliamo capire come essa sarebbe utilizzata e se il Vaticano è in grado di rispondere finanziariamente a qualcuno per questi tipi di contributi caritatevoli». A parlare alla Verità è Stephen Henley, direttore esecutivo di Legatus, un'organizzazione di uomini d'affari cattolici che, con una decisione mai presa prima, ha congelato il contributo annuale che era solita versare a Roma.
Il provvedimento è stato annunciato il 6 settembre da una lettera del presidente ai circa tremila membri. Nella missiva, Monaghan, pur non citandolo espressamente, ha fatto riferimento al contenuto del memoriale Viganò avvisando gli aderenti che la decisione di stoppare l'erogazione è maturata in seguito alle «recenti rivelazioni» che angustiano la Chiesa cattolica, la quale sta vivendo un periodo «travagliato» e «di crisi» a causa delle ingiustizie subite dalle «vittime degli abusi».
Monaghan ha fatto anche esplicitamente cenno alle parole del cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, augurandosi che la sua richiesta di un «esame rapido e approfondito» sulle «carenze morali ed ecclesiastiche recentemente scoperte» sia accolta. Chiediamo dunque a Henley se il board di Legatus abbia ricevuto da Roma rassicurazioni in tal senso, così da poter sbloccare la donazione, ma la sua risposta è tra il laconico e l'evasivo: «Il nostro consiglio di amministrazione continua a discutere di questo problema nelle riunioni programmate». Insomma, no. E questo è un bel problema sia per i membri dell'organizzazione cattolica sia per il Vaticano. Per i primi perché la mancata dazione fa venire meno uno degli scopi principali dell'organizzazione, che è sostenere la Chiesa; per il secondo perché se altri benefattori cattolici statunitensi decidessero di seguire l'esempio di Legatus, per le casse di San Pietro si creerebbe un ammanco notevole.
A spingere a questo passo Legatus non sono state solo le rivelazioni dell'ex nunzio, spiega sempre Henley: «La lettera dell'arcivescovo Vigano è stata una delle tante questioni che hanno portato alla luce accuse inquietanti all'interno della Chiesa». I riferimenti principali di queste parole di Henley sono due: il primo caso, che negli Stati Uniti fece molto rumore, riguarda la richiesta che a inizio anno la Santa Sede rivolse a un'altra fondazione benefica americana, la Papal foundation. Per coprire il buco generato dall'Istituto dermopatico dell'Immacolata di Roma, il Vaticano chiese alla fondazione una donazione di 25 milioni di dollari. La richiesta non piacque oltreoceano, non solo per la consistenza della cifra, ma anche perché, nelle intenzioni dei filantropi a stelle e strisce, le donazioni dovrebbero servire ad aiutare i bisognosi, a costruire occasioni di diffusione della fede, a finanziare progetti culturali, non a tappare i buchi finanziari creati da amministratori inadeguati o disonesti. Se a questo poi si aggiunge il più recente rapporto del gran giurì della Pennsylvania che, a metà agosto, ha denunciato circa 300 sacerdoti accusandoli, nel corso di 70 anni, di molestie nei confronti di minori, si comprende l'ansia che attanaglia molti fedeli americani.
Negli Stati Uniti sono ancora vive e aperte le ferite vissute nei primi anni Duemila quando vennero alla luce i primi scandali sessuali riguardanti il clero. Ferite non solo morali, ma anche economiche per le richieste di risarcimento da parte delle vittime che misero finanziariamente in ginocchio molte diocesi. Ora, si capisce, il timore dei cattolici americani è di ritornare a vivere quei giorni da incubo. E questa è appunto la paura di Legatus, che non è un ente qualsiasi, anzi è considerata «l'organizzazione laica più influente della Chiesa americana». Fondata nel 1987 da Tom Monaghan, il miliardario oggi ottantunenne ideatore di Domino's pizza, raccoglie fra i suoi aderenti solo facoltosi capi d'azienda dal conto in banca a più zeri.
Come ci spiega sempre Henley, «per poter entrare in Legatus occorre essere proprietari, presidenti o amministratori delegati di un'azienda che deve vantare un minimo di 7 milioni di dollari di entrate annuali e deve avere almeno 49 dipendenti. La nostra missione è quella di vivere e diffondere la fede cattolica». Se questo sia possibile anche oggi per Henley non è in discussione: «Noi rimaniamo impegnati a diffondere il magistero della Chiesa». Al tempo stesso, «poiché essa si trova negli Stati Uniti in una situazione difficilissima, continueremo a pregare per la sua guarigione e perché si faccia chiarezza. Legatus e i suoi membri prendono molto sul serio le accuse dell'arcivescovo Viganò».
Emanuele Boffi
L’inedito di Benedetto XVI: «Ecco perché ho deciso di essere il Papa emerito»
La misteriosa lettera firmata da Benedetto XVI, e pubblicata per stralci dalla Bild giovedì, in realtà erano due. È stato lo stesso tabloid a offrire ieri i testi integrali di entrambe le missive del Papa emerito al cardinale Walter Brandmüller, tedesco come Ratzinger e suo amico di lunga data. La prima lettera porta la data del 9 novembre 2017, la seconda quella del 23 novembre dello stesso anno. Il contenuto è sempre la questione della rinuncia di Benedetto e del ruolo da lui assunto in seguito.
In un'intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung del 28 ottobre 2017, Brandmüller aveva messo in discussione la scelta di Ratzinger di farsi chiamare papa emerito, figura inedita nella storia della Chiesa. L'intervista era nel solco di uno studio che lo stesso porporato aveva pubblicato nell'estate 2016 e in cui concludeva che sarebbe stato necessario procedere a individuare «una legislazione che definisca e regoli» lo statuto di chi è stato papa e non lo è più. Questo per evitare la confusione dovuta a una sorta di ministero petrino «allargato» esercitato in modo «attivo» (Francesco) e in modo «contemplativo» (Benedetto XVI).
Ebbene, nella prima lettera Ratzinger risponde all'amico dicendo che dopo le dimissioni, previste dal diritto canonico, sarebbe stato inopportuno ridursi a semplice cardinale. «Lei sa benissimo», scrive, «che ci sono stati papi che si sono ritirati, anche se molto raramente. Cosa erano dopo? Papa emerito? O cosa invece?». Benedetto fa l'esempio di papa Pio XII che «lasciò istruzioni nel caso fosse stato catturato dai nazisti: dal momento della sua cattura non sarebbe più stato papa, ma cardinale. Non sappiamo se questo semplice ritorno al cardinalato sarebbe stato possibile. Nel mio caso, sicuramente non avrebbe avuto senso», perché - e questo è il punto decisivo per il Pontefice tedesco - «sarei stato costantemente esposto al pubblico come lo è un cardinale, anzi, ancora di più, perché in quel cardinale si sarebbe visto l'ex papa. Ciò avrebbe potuto portare, intenzionalmente o meno, in particolare nel contesto della situazione attuale, a conseguenze difficili. Con il Papa emerito ho cercato di creare una situazione in cui sono assolutamente inaccessibile ai media e in cui è del tutto chiaro che esiste un solo Papa». Il punto è dirimente, visto che i critici della soluzione del Papa emerito hanno sempre sottolineato come l'introduzione di tale figura sia accettabile a patto che non esista alcun ministero petrino «allargato», e che il Papa sia uno solo.
Nella seconda lettera, quella del 23 novembre 2017, Benedetto XVI risponde a Brandmüller che gli aveva scritto il giorno 15. Il Papa emerito ringrazia perché «in futuro non si desidera più commentare pubblicamente sulla questione della mie dimissioni», poi dice di «capire molto bene il dolore che la fine del mio pontificato ha causato in lei e in molti altri», e tuttavia rimprovera «una rabbia che non riguarda più solo la rinuncia, ma si estende sempre più anche alla mia persona e al mio pontificato nel suo insieme». In questo atteggiamento Ratzinger vede un rischio: che il suo magistero sia «svalutato e confuso con la tristezza sulla situazione della Chiesa oggi». Infine l'invito alla preghiera: «Il Signore possa venire in aiuto alla sua Chiesa».
Lo scambio di lettere quindi si riferisce strettamente alla questione della rinuncia e della forma assunta dal Pontefice dimissionario. Quella del papa emerito resta, infatti, una realtà certamente inedita e anche indefinita. Le obiezioni di Brandmüller sono le stesse di altri canonisti, e non è escluso che la Chiesa in futuro arrivi a chiarire una situazione non esente da ambiguità.
Per il resto, non c'è bisogno di chissà quali intenti strumentali per notare la preoccupazione del Papa emerito per la situazione della Chiesa. Già da cardinale Ratzinger aveva sviscerato in più occasioni le cause della crisi della Chiesa, e non stupisce che lo preoccupi anche la situazione attuale. Alla difficoltà di armonizzare una polarizzazione sempre più forte in ambito dottrinale e pastorale, si aggiungono il dramma dello scandalo abusi, il crollo delle vocazioni, la cattiva gestione del potere in molte curie e seminari. Benedetto XVI non può non vedere come molti dei problemi presenti al momento della sua rinuncia siano ancora sul tavolo. Oggi Francesco parte per il viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, ma proprio ieri altri due vescovi cileni si sono dimessi perché accusati di aver coperto abusi. Salgono così a 7 i presuli del Cile di cui Francesco ha accetto le dimissioni. Siamo alla vigilia di un sinodo sui giovani e negli Stati Uniti proseguono le indagini sul caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick, ma gli annunciati «chiarimenti» vaticani sul memoriale Viganò non si sono ancora visti.
Lorenzo Bertocchi
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Parla il direttore di Legatus, il club dei milionari cattolici americani che dopo gli ultimi scandali ha congelato le donazioni alla Chiesa (820.000 dollari solo per il 2018). «Ci dicano come usano i soldi e a chi rispondono».Pubblicate le lettere integrali di Ratzinger sulle sue dimissioni. Lasciano altri due vescovi cileni accusati di aver coperto abusi.Lo speciale contiene due articoli«Dal 1987, anno della nostra fondazione, abbiamo donato al Vaticano circa 18 milioni di dollari. Quest'anno la decima raccolta fra i nostri membri ammonta a 820.000 dollari, ma, come affermato dal nostro presidente Tom Monaghan, vogliamo capire come essa sarebbe utilizzata e se il Vaticano è in grado di rispondere finanziariamente a qualcuno per questi tipi di contributi caritatevoli». A parlare alla Verità è Stephen Henley, direttore esecutivo di Legatus, un'organizzazione di uomini d'affari cattolici che, con una decisione mai presa prima, ha congelato il contributo annuale che era solita versare a Roma. Il provvedimento è stato annunciato il 6 settembre da una lettera del presidente ai circa tremila membri. Nella missiva, Monaghan, pur non citandolo espressamente, ha fatto riferimento al contenuto del memoriale Viganò avvisando gli aderenti che la decisione di stoppare l'erogazione è maturata in seguito alle «recenti rivelazioni» che angustiano la Chiesa cattolica, la quale sta vivendo un periodo «travagliato» e «di crisi» a causa delle ingiustizie subite dalle «vittime degli abusi».Monaghan ha fatto anche esplicitamente cenno alle parole del cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, augurandosi che la sua richiesta di un «esame rapido e approfondito» sulle «carenze morali ed ecclesiastiche recentemente scoperte» sia accolta. Chiediamo dunque a Henley se il board di Legatus abbia ricevuto da Roma rassicurazioni in tal senso, così da poter sbloccare la donazione, ma la sua risposta è tra il laconico e l'evasivo: «Il nostro consiglio di amministrazione continua a discutere di questo problema nelle riunioni programmate». Insomma, no. E questo è un bel problema sia per i membri dell'organizzazione cattolica sia per il Vaticano. Per i primi perché la mancata dazione fa venire meno uno degli scopi principali dell'organizzazione, che è sostenere la Chiesa; per il secondo perché se altri benefattori cattolici statunitensi decidessero di seguire l'esempio di Legatus, per le casse di San Pietro si creerebbe un ammanco notevole. A spingere a questo passo Legatus non sono state solo le rivelazioni dell'ex nunzio, spiega sempre Henley: «La lettera dell'arcivescovo Vigano è stata una delle tante questioni che hanno portato alla luce accuse inquietanti all'interno della Chiesa». I riferimenti principali di queste parole di Henley sono due: il primo caso, che negli Stati Uniti fece molto rumore, riguarda la richiesta che a inizio anno la Santa Sede rivolse a un'altra fondazione benefica americana, la Papal foundation. Per coprire il buco generato dall'Istituto dermopatico dell'Immacolata di Roma, il Vaticano chiese alla fondazione una donazione di 25 milioni di dollari. La richiesta non piacque oltreoceano, non solo per la consistenza della cifra, ma anche perché, nelle intenzioni dei filantropi a stelle e strisce, le donazioni dovrebbero servire ad aiutare i bisognosi, a costruire occasioni di diffusione della fede, a finanziare progetti culturali, non a tappare i buchi finanziari creati da amministratori inadeguati o disonesti. Se a questo poi si aggiunge il più recente rapporto del gran giurì della Pennsylvania che, a metà agosto, ha denunciato circa 300 sacerdoti accusandoli, nel corso di 70 anni, di molestie nei confronti di minori, si comprende l'ansia che attanaglia molti fedeli americani.Negli Stati Uniti sono ancora vive e aperte le ferite vissute nei primi anni Duemila quando vennero alla luce i primi scandali sessuali riguardanti il clero. Ferite non solo morali, ma anche economiche per le richieste di risarcimento da parte delle vittime che misero finanziariamente in ginocchio molte diocesi. Ora, si capisce, il timore dei cattolici americani è di ritornare a vivere quei giorni da incubo. E questa è appunto la paura di Legatus, che non è un ente qualsiasi, anzi è considerata «l'organizzazione laica più influente della Chiesa americana». Fondata nel 1987 da Tom Monaghan, il miliardario oggi ottantunenne ideatore di Domino's pizza, raccoglie fra i suoi aderenti solo facoltosi capi d'azienda dal conto in banca a più zeri. Come ci spiega sempre Henley, «per poter entrare in Legatus occorre essere proprietari, presidenti o amministratori delegati di un'azienda che deve vantare un minimo di 7 milioni di dollari di entrate annuali e deve avere almeno 49 dipendenti. La nostra missione è quella di vivere e diffondere la fede cattolica». Se questo sia possibile anche oggi per Henley non è in discussione: «Noi rimaniamo impegnati a diffondere il magistero della Chiesa». Al tempo stesso, «poiché essa si trova negli Stati Uniti in una situazione difficilissima, continueremo a pregare per la sua guarigione e perché si faccia chiarezza. Legatus e i suoi membri prendono molto sul serio le accuse dell'arcivescovo Viganò».Emanuele Boffi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-dossier-vigano-va-preso-sul-serio-roma-chiarisca-o-niente-piu-offerte-2606853342.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="linedito-di-benedetto-xvi-ecco-perche-ho-deciso-di-essere-il-papa-emerito" data-post-id="2606853342" data-published-at="1767429958" data-use-pagination="False"> L’inedito di Benedetto XVI: «Ecco perché ho deciso di essere il Papa emerito» La misteriosa lettera firmata da Benedetto XVI, e pubblicata per stralci dalla Bild giovedì, in realtà erano due. È stato lo stesso tabloid a offrire ieri i testi integrali di entrambe le missive del Papa emerito al cardinale Walter Brandmüller, tedesco come Ratzinger e suo amico di lunga data. La prima lettera porta la data del 9 novembre 2017, la seconda quella del 23 novembre dello stesso anno. Il contenuto è sempre la questione della rinuncia di Benedetto e del ruolo da lui assunto in seguito. In un'intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung del 28 ottobre 2017, Brandmüller aveva messo in discussione la scelta di Ratzinger di farsi chiamare papa emerito, figura inedita nella storia della Chiesa. L'intervista era nel solco di uno studio che lo stesso porporato aveva pubblicato nell'estate 2016 e in cui concludeva che sarebbe stato necessario procedere a individuare «una legislazione che definisca e regoli» lo statuto di chi è stato papa e non lo è più. Questo per evitare la confusione dovuta a una sorta di ministero petrino «allargato» esercitato in modo «attivo» (Francesco) e in modo «contemplativo» (Benedetto XVI). Ebbene, nella prima lettera Ratzinger risponde all'amico dicendo che dopo le dimissioni, previste dal diritto canonico, sarebbe stato inopportuno ridursi a semplice cardinale. «Lei sa benissimo», scrive, «che ci sono stati papi che si sono ritirati, anche se molto raramente. Cosa erano dopo? Papa emerito? O cosa invece?». Benedetto fa l'esempio di papa Pio XII che «lasciò istruzioni nel caso fosse stato catturato dai nazisti: dal momento della sua cattura non sarebbe più stato papa, ma cardinale. Non sappiamo se questo semplice ritorno al cardinalato sarebbe stato possibile. Nel mio caso, sicuramente non avrebbe avuto senso», perché - e questo è il punto decisivo per il Pontefice tedesco - «sarei stato costantemente esposto al pubblico come lo è un cardinale, anzi, ancora di più, perché in quel cardinale si sarebbe visto l'ex papa. Ciò avrebbe potuto portare, intenzionalmente o meno, in particolare nel contesto della situazione attuale, a conseguenze difficili. Con il Papa emerito ho cercato di creare una situazione in cui sono assolutamente inaccessibile ai media e in cui è del tutto chiaro che esiste un solo Papa». Il punto è dirimente, visto che i critici della soluzione del Papa emerito hanno sempre sottolineato come l'introduzione di tale figura sia accettabile a patto che non esista alcun ministero petrino «allargato», e che il Papa sia uno solo. Nella seconda lettera, quella del 23 novembre 2017, Benedetto XVI risponde a Brandmüller che gli aveva scritto il giorno 15. Il Papa emerito ringrazia perché «in futuro non si desidera più commentare pubblicamente sulla questione della mie dimissioni», poi dice di «capire molto bene il dolore che la fine del mio pontificato ha causato in lei e in molti altri», e tuttavia rimprovera «una rabbia che non riguarda più solo la rinuncia, ma si estende sempre più anche alla mia persona e al mio pontificato nel suo insieme». In questo atteggiamento Ratzinger vede un rischio: che il suo magistero sia «svalutato e confuso con la tristezza sulla situazione della Chiesa oggi». Infine l'invito alla preghiera: «Il Signore possa venire in aiuto alla sua Chiesa». Lo scambio di lettere quindi si riferisce strettamente alla questione della rinuncia e della forma assunta dal Pontefice dimissionario. Quella del papa emerito resta, infatti, una realtà certamente inedita e anche indefinita. Le obiezioni di Brandmüller sono le stesse di altri canonisti, e non è escluso che la Chiesa in futuro arrivi a chiarire una situazione non esente da ambiguità. Per il resto, non c'è bisogno di chissà quali intenti strumentali per notare la preoccupazione del Papa emerito per la situazione della Chiesa. Già da cardinale Ratzinger aveva sviscerato in più occasioni le cause della crisi della Chiesa, e non stupisce che lo preoccupi anche la situazione attuale. Alla difficoltà di armonizzare una polarizzazione sempre più forte in ambito dottrinale e pastorale, si aggiungono il dramma dello scandalo abusi, il crollo delle vocazioni, la cattiva gestione del potere in molte curie e seminari. Benedetto XVI non può non vedere come molti dei problemi presenti al momento della sua rinuncia siano ancora sul tavolo. Oggi Francesco parte per il viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, ma proprio ieri altri due vescovi cileni si sono dimessi perché accusati di aver coperto abusi. Salgono così a 7 i presuli del Cile di cui Francesco ha accetto le dimissioni. Siamo alla vigilia di un sinodo sui giovani e negli Stati Uniti proseguono le indagini sul caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick, ma gli annunciati «chiarimenti» vaticani sul memoriale Viganò non si sono ancora visti. Lorenzo Bertocchi
Mentre la Borsa corre come un maratoneta finalmente allenato, lo spread fa una cosa rivoluzionaria per l’Italia. Sta lì, intorno ai 70 punti base, stabile, composto, educato. Niente crisi di nervi, niente scatti d’orgoglio, niente improvvisi ritorni di fiamma. Per anni è stato un incubo. L’indice della paura. Oggi è diventato quasi un rumore di fondo. E quando in Italia una cosa smette di fare notizia, vuol dire che non è più un’emergenza. Un evento raro, quasi commovente. Questo doppio movimento – Borsa su, spread giù – non è piovuto dal cielo, né è frutto di un allineamento benevolo dei pianeti. Ha una data precisa, che conviene segnare sul calendario per evitare le amnesie a intermittenza. Venerdì 23 settembre 2022, ultima seduta prima delle elezioni politiche. Il Ftse Mib chiudeva a 21.066 punti. Un livello che oggi sembra archeologia finanziaria. Da allora ha guadagnato il 115%. Più che raddoppiato. Altro che «Italia ferma». È da lì che parte la storia, dall’insediamento del governo Meloni. Non perché i mercati abbiano simpatie politiche – non ne hanno - ma perché parlano una lingua semplice e spietata: stabilità e conti. Meno ideologia, più numeri. Meno proclami, più disciplina di bilancio. La stabilità politica, concetto quasi esotico alle nostre latitudini, ha fatto il resto. I mercati non chiedono miracoli, chiedono prevedibilità. E quando vedono che la linea non cambia ogni tre mesi, tirano un sospiro di sollievo. Poi fanno quello che sanno fare meglio: comprano. Il risultato è che Piazza Affari ha cambiato narrazione. Da eterno malato d’Europa a sorpresa positiva. Da sorvegliato speciale a studente diligente. Lo spread, che per anni ci ha fatto sentire sotto esame permanente. Non siamo guariti. Ma almeno siamo usciti dalla terapia intensiva. C’è però un effetto ancora più rilevante, meno rumoroso ma molto concreto: la ricchezza degli italiani. Perché la Borsa non è solo un grafico che sale o scende nelle sale operative, è anche patrimonio che cresce. In tre anni la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di circa 1.250 miliardi. Dal 2022 il patrimonio complessivo è salito da 9.749 miliardi fino a sfiorare quota 11.000 miliardi (analisi Fondazione Fiba di First Cisl sui dati forniti dalla Bce). Un numero che impressiona, soprattutto se messo accanto alle litanie sull’impoverimento continuo. Merito anche del rally di Piazza Affari, che ha gonfiato – in senso buono – il valore di azioni, fondi, risparmi gestiti. A questo si è aggiunto il rialzo dei valori immobiliari, altro pilastro della ricchezza italiana. Il risultato è un balzo del 13% della ricchezza finanziaria delle famiglie in tre anni. Una crescita robusta, quasi inattesa, dopo un decennio di austerità, paure e narrazioni catastrofiste. Naturalmente non significa che tutti siano diventati improvvisamente più ricchi. La ricchezza cresce, ma non arriva in modo uniforme. E soprattutto c’è un nemico silenzioso che ha continuato a lavorare senza dare nell’occhio: l’inflazione. Quella non fa sconti. Ha eroso il potere d’acquisto come una tassa invisibile. Oggi cento euro del 2022 valgono 93. Sette euro evaporati senza ricevuta. Un colpo che pesa soprattutto sui salari, rimasti indietro come un treno regionale che guarda sfrecciare un Frecciarossa. E allora il quadro è questo, ed è più complesso di come spesso lo si racconta. La Borsa vola, lo spread è addomesticato, il patrimonio delle famiglie complessiva cresce. Ma il carrello della spesa costa di più e le buste paga arrancano. Non è il Paese delle meraviglie, ma nemmeno il disastro permanente che per anni ci siamo ripetuti. Forse la vera notizia è proprio questa: l’Italia non è più solo un caso clinico da analizzare con il sopracciglio alzato. È un Paese che i mercati guardano con rispetto. Con cautela, certo. Con diffidenza, quella non manca mai. Ma anche con una fiducia crescente. E quando la fiducia torna, succedono cose che sembravano impossibili: record che resistono per un quarto di secolo vengono agganciati, e obiettivi che parevano barzellette diventano ipotesi di lavoro. Quota 50 mila punti, insomma, non è più una battuta da bar. È un numero cerchiato in rosso. Poi la Borsa farà come sempre la Borsa: salirà, scenderà, si contraddirà. Ma una cosa è ormai chiara: l’Italia finanziaria non è più ferma al 2000. Ci è tornata solo per prendere la rincorsa.
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Christine Lagarde (Ansa)
Uno scandalo che, oltre a far vibrare di indignazione il grattacielo in cui ha sede la Banca centrale, rischia di spettinare un po’ anche la sempre perfetta acconciatura di madame Lagarde. Di lei, oltre alle lettere imbarazzanti spedite quando era ministro dell’Economia ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, sono note le molte prese di posizione contro l’aumento dei salari. «Stanno aumentando troppo velocemente», diceva agitando il foulard Hermes che è ormai parte integrante del suo abbigliamento insieme con i tailleur Chanel. «Non possiamo permettere che le aspettative inflazionistiche si disancorino o che i salari abbiano un effetto inflazionistico», spiegava fino all’altro ieri per giustificare il mancato taglio dei tassi d’interesse. Ma mentre dichiarava guerra agli aumenti di stipendio, la banchiera che ha preso il posto di Mario Draghi provvedeva a incrementare il suo. A suscitare reazioni disgustate è anche il fatto che, pur essendo alla guida di un’istituzione pubblica, Lagarde sui suoi emolumenti sia stata a dir poco reticente. Fabio De Masi, eurodeputato e presidente del partito di sinistra tedesco Bsw, infatti ha attaccato la presidente della Bce dicendo di trovare sorprendente che l’amministratore delegato della Deutsche Bank, istituto privato quotato in Borsa, fornisca al pubblico informazioni più dettagliate sulla sua retribuzione rispetto a madame Lagarde.
Di certo c’è che il solo stipendio base, cioè senza benefit e compensi per altre funzioni connesse, rende la numero uno della Banca centrale il funzionario più pagato della Ue, con un salario superiore di oltre il 20% rispetto a quello di Ursula von der Leyen. Secondo il Financial Times, ai 446.000 euro vanno aggiunti 135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese. Poi a questi si deve sommare la remunerazione per l’incarico di consigliere della Bri, vale a dire la Banca dei regolamenti internazionali, che in gergo è definita la banca delle banche centrali, ovvero una specie di succursale della Bce.
Occorre però chiarire che le somme riportate non sono lorde, come per i comuni mortali, ma nette, e che al conto complessivo mancano diverse voci. Infatti il quotidiano inglese, bibbia della finanza europea, non è riuscito ad alzare il velo sull’intero importo percepito da Lagarde, ma solo su ciò che ha potuto accertare spulciando atti ufficiali. Siccome la Bce ha rifiutato di rispondere alle richieste del Financial Times, i suoi giornalisti non sono riusciti ad appurare quale sia il valore dei contributi versati dalla Banca centrale per la pensione di Lagarde, né il costo del suo piano sanitario e delle assicurazioni stipulate a suo favore. Insomma, la sensazione è che il saldo sia molto più consistente. L’esborso totale per gli otto anni di presidenza Lagarde dovrebbe dunque assestarsi intorno ai 6,5 milioni, mentre dal 2030, quando andrà in pensione, la signora della moneta che vuole tenere bassi i salari per sconfiggere l’inflazione dovrebbe percepire 178.000 euro. Se Draghi è passato alla storia per una frase che prometteva di sostenere l’euro a qualunque costo, lei passerà alla storia per quanto ci costa.
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Zohran Mamdani (Ansa)
I dettami del Corano costituiscono infatti un sistema etico-giuridico a cui si deve attenere un buon musulmano - dalla morale alla sfera pubblica - incompatibile sia con le costituzioni occidentali che con il programma politico di Mamdani, che tra l’altro promette tolleranza, diritti civili (anche quelli attinenti la sfera sessuale), parità di genere e tutto l’armamentario woke caro ai progressisti. Giurare sul Corano di rendere gli uomini più liberi - nel senso occidentale del termine - è un ossimoro, perché il libro sacro dell’islam nega, a differenza delle sacre scritture cristiane, la dimensione della ragione. Nel Corano la donna è concepita come un essere inferiore da sottomettere all’uomo; il Corano condanna ebrei e cristiani come miscredenti e addirittura ne legittima la morte; il Corano sostiene che l’islam è l’unica vera religione che deve non solo diffondersi bensì imporsi sull’intera umanità.
Certamente qualcuno obietterà: attenzione, non è così, esiste un islam moderato. Certamente esiste, ma non è quello che porta il Corano a mo’ di Libretto rosso di Mao nel cuore delle istituzioni occidentali. Già nel 2000 non un reazionario, ma uno dei più prestigiosi politologi caro alla sinistra, Giovanni Sartori, aveva messo in guardia la sua parte politica su un distorto concetto di multiculturalismo: «Una società sana riconosce sì il valore della diversità, ma si dissolve se apre le porte a nemici culturali che ne rifiutano i principi, il primo dei quali è la separazione tra politica e religione».
Insomma, girala come ti pare ma una cosa è certa: l’Occidente o resterà cristiano o non sarà più il luogo degli uomini liberi. A farmi paura non è tanto il giuramento di Mamdani: sono quelli che anche da questi parti lo seguono come i topolini della famosa fiaba seguirono il suono suadente del pifferaio magico, chiamato dagli abitanti a liberare la città dai molesti roditori. Come noto i topi finirono nello stagno avvelenato, ma anche gli abitanti non fecero una bella fine.
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