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2018-09-22
«Il dossier Viganò va preso sul serio. Roma chiarisca o niente più offerte»
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«Dal 1987, anno della nostra fondazione, abbiamo donato al Vaticano circa 18 milioni di dollari. Quest'anno la decima raccolta fra i nostri membri ammonta a 820.000 dollari, ma, come affermato dal nostro presidente Tom Monaghan, vogliamo capire come essa sarebbe utilizzata e se il Vaticano è in grado di rispondere finanziariamente a qualcuno per questi tipi di contributi caritatevoli». A parlare alla Verità è Stephen Henley, direttore esecutivo di Legatus, un'organizzazione di uomini d'affari cattolici che, con una decisione mai presa prima, ha congelato il contributo annuale che era solita versare a Roma.
Il provvedimento è stato annunciato il 6 settembre da una lettera del presidente ai circa tremila membri. Nella missiva, Monaghan, pur non citandolo espressamente, ha fatto riferimento al contenuto del memoriale Viganò avvisando gli aderenti che la decisione di stoppare l'erogazione è maturata in seguito alle «recenti rivelazioni» che angustiano la Chiesa cattolica, la quale sta vivendo un periodo «travagliato» e «di crisi» a causa delle ingiustizie subite dalle «vittime degli abusi».
Monaghan ha fatto anche esplicitamente cenno alle parole del cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, augurandosi che la sua richiesta di un «esame rapido e approfondito» sulle «carenze morali ed ecclesiastiche recentemente scoperte» sia accolta. Chiediamo dunque a Henley se il board di Legatus abbia ricevuto da Roma rassicurazioni in tal senso, così da poter sbloccare la donazione, ma la sua risposta è tra il laconico e l'evasivo: «Il nostro consiglio di amministrazione continua a discutere di questo problema nelle riunioni programmate». Insomma, no. E questo è un bel problema sia per i membri dell'organizzazione cattolica sia per il Vaticano. Per i primi perché la mancata dazione fa venire meno uno degli scopi principali dell'organizzazione, che è sostenere la Chiesa; per il secondo perché se altri benefattori cattolici statunitensi decidessero di seguire l'esempio di Legatus, per le casse di San Pietro si creerebbe un ammanco notevole.
A spingere a questo passo Legatus non sono state solo le rivelazioni dell'ex nunzio, spiega sempre Henley: «La lettera dell'arcivescovo Vigano è stata una delle tante questioni che hanno portato alla luce accuse inquietanti all'interno della Chiesa». I riferimenti principali di queste parole di Henley sono due: il primo caso, che negli Stati Uniti fece molto rumore, riguarda la richiesta che a inizio anno la Santa Sede rivolse a un'altra fondazione benefica americana, la Papal foundation. Per coprire il buco generato dall'Istituto dermopatico dell'Immacolata di Roma, il Vaticano chiese alla fondazione una donazione di 25 milioni di dollari. La richiesta non piacque oltreoceano, non solo per la consistenza della cifra, ma anche perché, nelle intenzioni dei filantropi a stelle e strisce, le donazioni dovrebbero servire ad aiutare i bisognosi, a costruire occasioni di diffusione della fede, a finanziare progetti culturali, non a tappare i buchi finanziari creati da amministratori inadeguati o disonesti. Se a questo poi si aggiunge il più recente rapporto del gran giurì della Pennsylvania che, a metà agosto, ha denunciato circa 300 sacerdoti accusandoli, nel corso di 70 anni, di molestie nei confronti di minori, si comprende l'ansia che attanaglia molti fedeli americani.
Negli Stati Uniti sono ancora vive e aperte le ferite vissute nei primi anni Duemila quando vennero alla luce i primi scandali sessuali riguardanti il clero. Ferite non solo morali, ma anche economiche per le richieste di risarcimento da parte delle vittime che misero finanziariamente in ginocchio molte diocesi. Ora, si capisce, il timore dei cattolici americani è di ritornare a vivere quei giorni da incubo. E questa è appunto la paura di Legatus, che non è un ente qualsiasi, anzi è considerata «l'organizzazione laica più influente della Chiesa americana». Fondata nel 1987 da Tom Monaghan, il miliardario oggi ottantunenne ideatore di Domino's pizza, raccoglie fra i suoi aderenti solo facoltosi capi d'azienda dal conto in banca a più zeri.
Come ci spiega sempre Henley, «per poter entrare in Legatus occorre essere proprietari, presidenti o amministratori delegati di un'azienda che deve vantare un minimo di 7 milioni di dollari di entrate annuali e deve avere almeno 49 dipendenti. La nostra missione è quella di vivere e diffondere la fede cattolica». Se questo sia possibile anche oggi per Henley non è in discussione: «Noi rimaniamo impegnati a diffondere il magistero della Chiesa». Al tempo stesso, «poiché essa si trova negli Stati Uniti in una situazione difficilissima, continueremo a pregare per la sua guarigione e perché si faccia chiarezza. Legatus e i suoi membri prendono molto sul serio le accuse dell'arcivescovo Viganò».
Emanuele Boffi
L’inedito di Benedetto XVI: «Ecco perché ho deciso di essere il Papa emerito»
La misteriosa lettera firmata da Benedetto XVI, e pubblicata per stralci dalla Bild giovedì, in realtà erano due. È stato lo stesso tabloid a offrire ieri i testi integrali di entrambe le missive del Papa emerito al cardinale Walter Brandmüller, tedesco come Ratzinger e suo amico di lunga data. La prima lettera porta la data del 9 novembre 2017, la seconda quella del 23 novembre dello stesso anno. Il contenuto è sempre la questione della rinuncia di Benedetto e del ruolo da lui assunto in seguito.
In un'intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung del 28 ottobre 2017, Brandmüller aveva messo in discussione la scelta di Ratzinger di farsi chiamare papa emerito, figura inedita nella storia della Chiesa. L'intervista era nel solco di uno studio che lo stesso porporato aveva pubblicato nell'estate 2016 e in cui concludeva che sarebbe stato necessario procedere a individuare «una legislazione che definisca e regoli» lo statuto di chi è stato papa e non lo è più. Questo per evitare la confusione dovuta a una sorta di ministero petrino «allargato» esercitato in modo «attivo» (Francesco) e in modo «contemplativo» (Benedetto XVI).
Ebbene, nella prima lettera Ratzinger risponde all'amico dicendo che dopo le dimissioni, previste dal diritto canonico, sarebbe stato inopportuno ridursi a semplice cardinale. «Lei sa benissimo», scrive, «che ci sono stati papi che si sono ritirati, anche se molto raramente. Cosa erano dopo? Papa emerito? O cosa invece?». Benedetto fa l'esempio di papa Pio XII che «lasciò istruzioni nel caso fosse stato catturato dai nazisti: dal momento della sua cattura non sarebbe più stato papa, ma cardinale. Non sappiamo se questo semplice ritorno al cardinalato sarebbe stato possibile. Nel mio caso, sicuramente non avrebbe avuto senso», perché - e questo è il punto decisivo per il Pontefice tedesco - «sarei stato costantemente esposto al pubblico come lo è un cardinale, anzi, ancora di più, perché in quel cardinale si sarebbe visto l'ex papa. Ciò avrebbe potuto portare, intenzionalmente o meno, in particolare nel contesto della situazione attuale, a conseguenze difficili. Con il Papa emerito ho cercato di creare una situazione in cui sono assolutamente inaccessibile ai media e in cui è del tutto chiaro che esiste un solo Papa». Il punto è dirimente, visto che i critici della soluzione del Papa emerito hanno sempre sottolineato come l'introduzione di tale figura sia accettabile a patto che non esista alcun ministero petrino «allargato», e che il Papa sia uno solo.
Nella seconda lettera, quella del 23 novembre 2017, Benedetto XVI risponde a Brandmüller che gli aveva scritto il giorno 15. Il Papa emerito ringrazia perché «in futuro non si desidera più commentare pubblicamente sulla questione della mie dimissioni», poi dice di «capire molto bene il dolore che la fine del mio pontificato ha causato in lei e in molti altri», e tuttavia rimprovera «una rabbia che non riguarda più solo la rinuncia, ma si estende sempre più anche alla mia persona e al mio pontificato nel suo insieme». In questo atteggiamento Ratzinger vede un rischio: che il suo magistero sia «svalutato e confuso con la tristezza sulla situazione della Chiesa oggi». Infine l'invito alla preghiera: «Il Signore possa venire in aiuto alla sua Chiesa».
Lo scambio di lettere quindi si riferisce strettamente alla questione della rinuncia e della forma assunta dal Pontefice dimissionario. Quella del papa emerito resta, infatti, una realtà certamente inedita e anche indefinita. Le obiezioni di Brandmüller sono le stesse di altri canonisti, e non è escluso che la Chiesa in futuro arrivi a chiarire una situazione non esente da ambiguità.
Per il resto, non c'è bisogno di chissà quali intenti strumentali per notare la preoccupazione del Papa emerito per la situazione della Chiesa. Già da cardinale Ratzinger aveva sviscerato in più occasioni le cause della crisi della Chiesa, e non stupisce che lo preoccupi anche la situazione attuale. Alla difficoltà di armonizzare una polarizzazione sempre più forte in ambito dottrinale e pastorale, si aggiungono il dramma dello scandalo abusi, il crollo delle vocazioni, la cattiva gestione del potere in molte curie e seminari. Benedetto XVI non può non vedere come molti dei problemi presenti al momento della sua rinuncia siano ancora sul tavolo. Oggi Francesco parte per il viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, ma proprio ieri altri due vescovi cileni si sono dimessi perché accusati di aver coperto abusi. Salgono così a 7 i presuli del Cile di cui Francesco ha accetto le dimissioni. Siamo alla vigilia di un sinodo sui giovani e negli Stati Uniti proseguono le indagini sul caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick, ma gli annunciati «chiarimenti» vaticani sul memoriale Viganò non si sono ancora visti.
Lorenzo Bertocchi
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Parla il direttore di Legatus, il club dei milionari cattolici americani che dopo gli ultimi scandali ha congelato le donazioni alla Chiesa (820.000 dollari solo per il 2018). «Ci dicano come usano i soldi e a chi rispondono».Pubblicate le lettere integrali di Ratzinger sulle sue dimissioni. Lasciano altri due vescovi cileni accusati di aver coperto abusi.Lo speciale contiene due articoli«Dal 1987, anno della nostra fondazione, abbiamo donato al Vaticano circa 18 milioni di dollari. Quest'anno la decima raccolta fra i nostri membri ammonta a 820.000 dollari, ma, come affermato dal nostro presidente Tom Monaghan, vogliamo capire come essa sarebbe utilizzata e se il Vaticano è in grado di rispondere finanziariamente a qualcuno per questi tipi di contributi caritatevoli». A parlare alla Verità è Stephen Henley, direttore esecutivo di Legatus, un'organizzazione di uomini d'affari cattolici che, con una decisione mai presa prima, ha congelato il contributo annuale che era solita versare a Roma. Il provvedimento è stato annunciato il 6 settembre da una lettera del presidente ai circa tremila membri. Nella missiva, Monaghan, pur non citandolo espressamente, ha fatto riferimento al contenuto del memoriale Viganò avvisando gli aderenti che la decisione di stoppare l'erogazione è maturata in seguito alle «recenti rivelazioni» che angustiano la Chiesa cattolica, la quale sta vivendo un periodo «travagliato» e «di crisi» a causa delle ingiustizie subite dalle «vittime degli abusi».Monaghan ha fatto anche esplicitamente cenno alle parole del cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, augurandosi che la sua richiesta di un «esame rapido e approfondito» sulle «carenze morali ed ecclesiastiche recentemente scoperte» sia accolta. Chiediamo dunque a Henley se il board di Legatus abbia ricevuto da Roma rassicurazioni in tal senso, così da poter sbloccare la donazione, ma la sua risposta è tra il laconico e l'evasivo: «Il nostro consiglio di amministrazione continua a discutere di questo problema nelle riunioni programmate». Insomma, no. E questo è un bel problema sia per i membri dell'organizzazione cattolica sia per il Vaticano. Per i primi perché la mancata dazione fa venire meno uno degli scopi principali dell'organizzazione, che è sostenere la Chiesa; per il secondo perché se altri benefattori cattolici statunitensi decidessero di seguire l'esempio di Legatus, per le casse di San Pietro si creerebbe un ammanco notevole. A spingere a questo passo Legatus non sono state solo le rivelazioni dell'ex nunzio, spiega sempre Henley: «La lettera dell'arcivescovo Vigano è stata una delle tante questioni che hanno portato alla luce accuse inquietanti all'interno della Chiesa». I riferimenti principali di queste parole di Henley sono due: il primo caso, che negli Stati Uniti fece molto rumore, riguarda la richiesta che a inizio anno la Santa Sede rivolse a un'altra fondazione benefica americana, la Papal foundation. Per coprire il buco generato dall'Istituto dermopatico dell'Immacolata di Roma, il Vaticano chiese alla fondazione una donazione di 25 milioni di dollari. La richiesta non piacque oltreoceano, non solo per la consistenza della cifra, ma anche perché, nelle intenzioni dei filantropi a stelle e strisce, le donazioni dovrebbero servire ad aiutare i bisognosi, a costruire occasioni di diffusione della fede, a finanziare progetti culturali, non a tappare i buchi finanziari creati da amministratori inadeguati o disonesti. Se a questo poi si aggiunge il più recente rapporto del gran giurì della Pennsylvania che, a metà agosto, ha denunciato circa 300 sacerdoti accusandoli, nel corso di 70 anni, di molestie nei confronti di minori, si comprende l'ansia che attanaglia molti fedeli americani.Negli Stati Uniti sono ancora vive e aperte le ferite vissute nei primi anni Duemila quando vennero alla luce i primi scandali sessuali riguardanti il clero. Ferite non solo morali, ma anche economiche per le richieste di risarcimento da parte delle vittime che misero finanziariamente in ginocchio molte diocesi. Ora, si capisce, il timore dei cattolici americani è di ritornare a vivere quei giorni da incubo. E questa è appunto la paura di Legatus, che non è un ente qualsiasi, anzi è considerata «l'organizzazione laica più influente della Chiesa americana». Fondata nel 1987 da Tom Monaghan, il miliardario oggi ottantunenne ideatore di Domino's pizza, raccoglie fra i suoi aderenti solo facoltosi capi d'azienda dal conto in banca a più zeri. Come ci spiega sempre Henley, «per poter entrare in Legatus occorre essere proprietari, presidenti o amministratori delegati di un'azienda che deve vantare un minimo di 7 milioni di dollari di entrate annuali e deve avere almeno 49 dipendenti. La nostra missione è quella di vivere e diffondere la fede cattolica». Se questo sia possibile anche oggi per Henley non è in discussione: «Noi rimaniamo impegnati a diffondere il magistero della Chiesa». Al tempo stesso, «poiché essa si trova negli Stati Uniti in una situazione difficilissima, continueremo a pregare per la sua guarigione e perché si faccia chiarezza. Legatus e i suoi membri prendono molto sul serio le accuse dell'arcivescovo Viganò».Emanuele Boffi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-dossier-vigano-va-preso-sul-serio-roma-chiarisca-o-niente-piu-offerte-2606853342.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="linedito-di-benedetto-xvi-ecco-perche-ho-deciso-di-essere-il-papa-emerito" data-post-id="2606853342" data-published-at="1774641151" data-use-pagination="False"> L’inedito di Benedetto XVI: «Ecco perché ho deciso di essere il Papa emerito» La misteriosa lettera firmata da Benedetto XVI, e pubblicata per stralci dalla Bild giovedì, in realtà erano due. È stato lo stesso tabloid a offrire ieri i testi integrali di entrambe le missive del Papa emerito al cardinale Walter Brandmüller, tedesco come Ratzinger e suo amico di lunga data. La prima lettera porta la data del 9 novembre 2017, la seconda quella del 23 novembre dello stesso anno. Il contenuto è sempre la questione della rinuncia di Benedetto e del ruolo da lui assunto in seguito. In un'intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung del 28 ottobre 2017, Brandmüller aveva messo in discussione la scelta di Ratzinger di farsi chiamare papa emerito, figura inedita nella storia della Chiesa. L'intervista era nel solco di uno studio che lo stesso porporato aveva pubblicato nell'estate 2016 e in cui concludeva che sarebbe stato necessario procedere a individuare «una legislazione che definisca e regoli» lo statuto di chi è stato papa e non lo è più. Questo per evitare la confusione dovuta a una sorta di ministero petrino «allargato» esercitato in modo «attivo» (Francesco) e in modo «contemplativo» (Benedetto XVI). Ebbene, nella prima lettera Ratzinger risponde all'amico dicendo che dopo le dimissioni, previste dal diritto canonico, sarebbe stato inopportuno ridursi a semplice cardinale. «Lei sa benissimo», scrive, «che ci sono stati papi che si sono ritirati, anche se molto raramente. Cosa erano dopo? Papa emerito? O cosa invece?». Benedetto fa l'esempio di papa Pio XII che «lasciò istruzioni nel caso fosse stato catturato dai nazisti: dal momento della sua cattura non sarebbe più stato papa, ma cardinale. Non sappiamo se questo semplice ritorno al cardinalato sarebbe stato possibile. Nel mio caso, sicuramente non avrebbe avuto senso», perché - e questo è il punto decisivo per il Pontefice tedesco - «sarei stato costantemente esposto al pubblico come lo è un cardinale, anzi, ancora di più, perché in quel cardinale si sarebbe visto l'ex papa. Ciò avrebbe potuto portare, intenzionalmente o meno, in particolare nel contesto della situazione attuale, a conseguenze difficili. Con il Papa emerito ho cercato di creare una situazione in cui sono assolutamente inaccessibile ai media e in cui è del tutto chiaro che esiste un solo Papa». Il punto è dirimente, visto che i critici della soluzione del Papa emerito hanno sempre sottolineato come l'introduzione di tale figura sia accettabile a patto che non esista alcun ministero petrino «allargato», e che il Papa sia uno solo. Nella seconda lettera, quella del 23 novembre 2017, Benedetto XVI risponde a Brandmüller che gli aveva scritto il giorno 15. Il Papa emerito ringrazia perché «in futuro non si desidera più commentare pubblicamente sulla questione della mie dimissioni», poi dice di «capire molto bene il dolore che la fine del mio pontificato ha causato in lei e in molti altri», e tuttavia rimprovera «una rabbia che non riguarda più solo la rinuncia, ma si estende sempre più anche alla mia persona e al mio pontificato nel suo insieme». In questo atteggiamento Ratzinger vede un rischio: che il suo magistero sia «svalutato e confuso con la tristezza sulla situazione della Chiesa oggi». Infine l'invito alla preghiera: «Il Signore possa venire in aiuto alla sua Chiesa». Lo scambio di lettere quindi si riferisce strettamente alla questione della rinuncia e della forma assunta dal Pontefice dimissionario. Quella del papa emerito resta, infatti, una realtà certamente inedita e anche indefinita. Le obiezioni di Brandmüller sono le stesse di altri canonisti, e non è escluso che la Chiesa in futuro arrivi a chiarire una situazione non esente da ambiguità. Per il resto, non c'è bisogno di chissà quali intenti strumentali per notare la preoccupazione del Papa emerito per la situazione della Chiesa. Già da cardinale Ratzinger aveva sviscerato in più occasioni le cause della crisi della Chiesa, e non stupisce che lo preoccupi anche la situazione attuale. Alla difficoltà di armonizzare una polarizzazione sempre più forte in ambito dottrinale e pastorale, si aggiungono il dramma dello scandalo abusi, il crollo delle vocazioni, la cattiva gestione del potere in molte curie e seminari. Benedetto XVI non può non vedere come molti dei problemi presenti al momento della sua rinuncia siano ancora sul tavolo. Oggi Francesco parte per il viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, ma proprio ieri altri due vescovi cileni si sono dimessi perché accusati di aver coperto abusi. Salgono così a 7 i presuli del Cile di cui Francesco ha accetto le dimissioni. Siamo alla vigilia di un sinodo sui giovani e negli Stati Uniti proseguono le indagini sul caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick, ma gli annunciati «chiarimenti» vaticani sul memoriale Viganò non si sono ancora visti. Lorenzo Bertocchi
«Jo Nesbø's Detective Hole» (Netflix)
Dopo il film con Michael Fassbender, il personaggio di Jo Nesbø arriva su Netflix con una serie che ne esplora fragilità e ossessioni. Basata su «La stella del diavolo», segue un’unica indagine tra i demoni personali del protagonista.
Harry Hole, al cinema, ha avuto il volto cupo di Michael Fassbender, i capelli ramati e un accenno di barba. Quando si è deciso di far delle sue gesta un film, si è scelto avesse le fattezze massicce dell'attore, così simile a quelle immaginate da Jo Nesbø. Poi, però, ci si è fermati. Harry Hole non ha avuto seguiti né adattamenti ulteriori. Eppure, Nesbø ha continuato a scrivere. E tanto ha prodotto da aver - finalmente - convinto una piattaforma a fare del suo detective il centro di una serie crime.
Jo Nesbø's Detective Hole, disponibile su Netflix da giovedì 26 marzo, prova a mettere insieme tutti i romanzi dello scrittore norvegese, costruendo su quel suo investigatore una narrazione capace di ricostruirne la complessità.Harry Hole, non più interpretato da Fassbender ma da Tobias Santelmann, è la copia carbone di quello che tanti detective prima di lui sono stati. Un genio preda di fantasmi e tormenti, l'intuitivo fuori scala inversamente proporzionale all'abilità di intessere relazioni umane soddisfacenti. Hole, pur noto ad Oslo come il più talentuoso fra gli investigatori, è vittima di una depressione cronica che, negli anni, lo ha indotto a sviluppare una forma altrettanto cronica di alcolismo. Beve fino a perdere conoscenza, Jim Beam, whiskey per lo più.
Eppure, il vizio non ha mai intaccato le sue capacità deduttive. Si è preso altro: il privato, le relazioni di Hole, monche e lacunose. Il detective, pur temuto e rispettato, ha amato una sola donna, senza riuscire a tenersela accanto. Rachel, un tempo amore, si è trasformata in tormento: tossica quanto e più del whiskey. Harry Hole non è mai riuscito a dirle addio. Rachel è sempre tornata, ondivaga e insicura. E con lei, puntuali, si sono fatti avanti i demoni. Gli stessi che l'investigatore sta goffamente cercando di combattere quando il candore di Oslo, sua città natale, si tinge di rosso. Una ragazza è stata trovata morta nel proprio appartamento, un dito le è stato reciso e, dietro una palpebra, il killer si è premurato di lasciarle un piccolo diamante a forma di stella. Una firma, un indizio, un peccato di vanità che, nella letteratura, ha dato il titolo ad uno dei romanzi di Nesbø.
Benché la serie Netflix ambisca ad essere un compendio di quanto prodotto dallo scrittore, Jo Nesbø's Detective Hole è basata per lo più su uno dei suoi tanti romanzi, il quinto, La stella del diavolo. Così ha voluto Nesbø, che per Netflix ha curato parte della sceneggiatura. Lo show, dunque, si trova a riavvolgere il filo per raccontare, intimamente, chi sia quest'uomo complesso. Poi, però, entra nel merito di un suo solo caso, un solo serial killer e una sola indagine, condotta - come da libro - insieme all'odiato e corretto collega Tom Waaler.
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Ford introduce le versioni BlueCruise Edition su Kuga e Puma, portando la guida assistita di livello 2 su modelli più diffusi. Il sistema è utilizzabile su oltre 135.000 chilometri di strade europee ed è incluso senza abbonamento.
Ford accelera sulla democratizzazione della guida assistita e introduce le nuove BlueCruise Edition su due dei modelli più apprezzati della gamma europea, Kuga e Puma. Le nuove versioni rappresentano un passo concreto verso una mobilità sempre più tecnologica e accessibile, portando su larga scala il sistema di assistenza alla guida di livello 2 che consente la modalità «mani libere, occhi puntati sulla strada».
Dopo il debutto europeo su Mustang Mach-E, primo sistema di questo tipo a ottenere l’approvazione normativa nel continente, BlueCruise amplia ora il proprio raggio d’azione. L’obiettivo è chiaro: offrire un’esperienza di guida più rilassata e sicura anche a un pubblico più ampio, andando oltre il segmento premium e integrandosi su modelli ad alta diffusione.
Le nuove Kuga e Puma BlueCruise Edition nascono infatti con una vocazione precisa: ridurre lo stress nei lunghi viaggi, soprattutto in autostrada. Grazie al Co-Pilot Pack di serie, il sistema consente la guida a mani libere su oltre 135.000 chilometri di arterie europee, le cosiddette «Blue Zones», distribuite in 16 Paesi. Un’estensione significativa che rende la tecnologia concretamente utilizzabile nella quotidianità.
Uno degli elementi più rilevanti dell’offerta è l’assenza di abbonamenti: BlueCruise è incluso senza costi aggiuntivi, insieme alla navigazione connessa basata su cloud, che fornisce aggiornamenti sul traffico in tempo reale e suggerisce percorsi ottimizzati. Una scelta strategica che punta a semplificare l’esperienza d’uso e a rafforzare il valore percepito del prodotto.
Non manca un’attenzione particolare al design. Le BlueCruise Edition si distinguono per dettagli esclusivi, a partire dalla livrea Vapor Blue abbinata al tetto a contrasto nero e agli specchietti coordinati. Completano il look i cerchi in lega dedicati, da 18 pollici su Puma e da 19 su Kuga. All’interno, l’ambiente si caratterizza per finiture Nordic Blue e inserti dei sedili lavorati, che conferiscono un tocco distintivo senza rinunciare alla sobrietà.
Ampia anche la gamma di motorizzazioni. Kuga è proposta in versione full hybrid e plug-in hybrid, mentre Puma affianca alle unità EcoBoost hybrid con cambio automatico anche la nuova declinazione completamente elettrica Gen-E. Una varietà che riflette la strategia multienergia del costruttore, orientata a soddisfare esigenze diverse in termini di utilizzo e sostenibilità.
Con le BlueCruise Edition, Ford compie dunque un passo deciso verso la diffusione capillare della guida assistita avanzata. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica, ma di un cambio di paradigma: la comodità e il supporto alla guida diventano elementi centrali dell’esperienza automobilistica, accessibili a un pubblico sempre più vasto.
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Ansa
La parabola di Plotino si rispecchia nel bacino Mediterraneo, è l’erede di quei mondi antichi, il maestro di quel passaggio e il crocevia del pensiero, dal Medio Oriente a Roma. Dopo di lui verrà Sant’Agostino, con la Patristica. Nel suo tempo cresce la Gnosi e si diffonde il Manicheismo. A lui si deve il platonismo a Roma, con una scuola frequentata anche dai politici e dalle donne. A lui si deve il grande sogno della città governata dai filosofi, Platonopoli, che sarebbe sorta a due passi da Napoli. A lui si deve il primo, grande pensiero che supera il dualismo, con la teoria dell’emanazione e la nostalgia del Ritorno: l’Uno emana il mondo, come i raggi del sole, e le anime avvertono il conato di tornare alle origini. In Plotino la vita come il pensiero sono percorsi dalla nostalgia dell’origine. Emanazione e Ritorno sono il respiro del mondo, L’Uno espira e dà fiato al mondo, il mondo inspira e torna all’Uno. A lui si deve la prima grande filosofia della bellezza che dal corpo scorre verso l’anima e dall’anima risale a Dio.
Il suo pensiero fecondò la dottrina cristiana e il pensiero arabo, soffiò nel platonismo medioevale e nell’alchimia, poi nell’Umanesimo e nel Rinascimento, l’idealismo e il romanticismo, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola fino a Schelling, e poi a raggiungere nel Novecento personalità eminenti di ambiti differenti come Jung e Florenskij, Yeats e Bergson, Hillmann e Hadot, Eliade e Sestov. Pure Leopardi s’innamorò di lui e a lui dedicò un dialogo, uno dei suoi pochi scritti in difesa della vita, quando Plotino riesce a dissuadere il suo allievo Porfirio, che sarà poi il suo biografo, dal desiderio di suicidarsi.
A lui si riferirono anche scrittori e poeti del secolo scorso: da Albert Camus, che scrisse la tesi di laurea su di lui a Ezra Pound che gli dedicò una poesia giovanile in A lume spento, fino a Borges che ne parlò agli esorti della sua Storia dell’eternità.
Sarebbe un esercizio curioso e intrigante rileggere alcune teorie di Plotino alla luce della tecno-scienza di oggi e della fisica quantica: il nesso tra microcosmo e macrocosmo, la connessione di ogni parte al tutto, la convinzione che ogni particella del cosmo, come una miniatura dell’universo, abbia in sé la totalità del mondo. Tutto ciò precorre su altri versanti le più recenti teorie della fisica, le particelle di Dio, le onde elettromagnetiche e gravitazionali, le vibrazioni cosmiche...
Per tutte queste ragioni, dopo tanti anni di passione per il pensiero di Plotino nel fatidico anno 2000, mi dedicai a lui, autore sommo nel mio pantheon personale. Lo scrissi in forma di autobiografia, in prima persona, riferendomi agli ultimi anni vissuti da Plotino nella campagna di Minturno, dove morì. Al testo letterario ho aggiunto un saggio su di lui e sul suo pensiero. Il testo è un bilancio della sua vita e del suo pensiero, attraverso i luoghi e i temi che li avevano scanditi. Gli impliciti modelli di scrittura erano Così parlò Zarathustra di Nietzsche e le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
Dietro l’apparenza di una fictio, i dettagli storici e teorici combaciavano con la realtà storica e col suo pensiero, con le fonti, i nomi e i luoghi. Dalla sua nascita e poi la sua infanzia sulle rive del basso Nilo - nei pressi dell’odierna Asyut - alla sua prima maturità ad Alessandria d’Egitto dove fu iniziato alla filosofia, poi il suo soggiorno ad Antiochia e la sua partecipazione in Siria alla guerra con i persiani, dove rischiò di essere ucciso, nel suo tentativo di spingersi verso Oriente fino a vagheggiare la meta dell’India per conoscere i sapienti. Quindi il suo viaggio verso Roma, dove fondò la sua scuola frequentata anche da senatori e patrizi, che tenne per vent’anni, le sue commemorazioni di Platone, Socrate e Aristotele, il suo sogno di fondare una città ideale a sud di Roma, Platonopoli e di convincere all’impresa l’imperatore Gallieno; il suo dialogo con l’allievo Porfirio per dissuaderlo dal proposito di togliersi la vita, quindi il suo ritiro nella campagna di Minturno, infine la sua morte intorno ai 68 anni.
È solo una congettura, invece, l’incontro con Mani e con Origene il cristiano, suoi contemporanei; autentico è invece il suo incontro fatale con Ammonio Sacca che lo iniziò alla sapienza. L’amore per Gemina è invece un’amorosa illazione su una amicizia effettiva del filosofo con una donna e con sua figlia che aveva lo stesso nome della madre, assidue della sua scuola e appartenenti al ceto nobiliare romano. Plotino aveva ritrosia a parlare e a scrivere di sé. Si vergognava di avere un corpo, fermò il suo allievo Amerio che voleva farlo ritrarre dal pittore Carterio; aveva perfino pudore di mangiare in presenza d’altri. Coltivava la vita incorporea del corpo.
Nella copertina dell’autobiografia appare il ritratto che ne fece Raffaello nella Scuola d’Atene. Immaginai che quella presunta autobiografia Plotino l’avesse poi gettata nel fiume del tempo, inabissandola nelle acque del fiume Lyris, come facevano coloro che attraversavano il fiume e per ingraziarsi l’impervio corso fluviale gettavano una moneta nelle sue acque. La moneta gettata da Plotino per ingraziarsi gli dei era la sua vita raccolta in uno scritto «sacrificale». Quel fiume Liri, oggi noto nella sua parte terminale come Garigliano, si ricongiungeva in una geografia poetica - avrebbe detto Vico - al fiume Nilo delle sue origini, ai fiumi Ilisso e Celari di Socrate, dei suoi allievi e dei suoi dialoghi platonici, poi ai fiumi della sua maturità, il Tigri e l’Eufrate, crinali d’Oriente e Occidente, e infine al Tevere alle cui sponde Plotino rimase per oltre un ventennio. Il libro finisce nei fondali del fiume e si perde ogni sua traccia; e dunque quel che i lettori hanno tra le mani in realtà non può esistere. Vissi la scrittura di quel libro nella primavera del 2000 in uno stato di grazia, felice di scrivere e di vivere in compagnia di Plotino. Spero che altrettanta gioia possa scaturire nella lettura di questo libro in compagnia di quel maestro di luce e di bellezza. Plotino ci indica la via del ritorno all’Uno, alla Casa, all’Origine e la bellezza divina dell’Essere. Come scrive Porfirio nella Vita di Plotino: «Io mi sforzo di ricondurre il divino che è in me al divino che è nell’universo».
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Päivi Räsänen (Ansa)
Poi le indagini a carico della politica cristiana si sono allargate a un opuscolo parrocchiale risalente al 2004, scritto sempre dalla Räsänen intitolato Maschio e femmina li creò - le relazioni omosessuali sfidano il concetto cristiano di umanità. Per quel documento è finito sotto indagine anche il vescovo luterano Juhana Pohjola, in quanto responsabile della sua pubblicazione e della sua diffusione. L’opuscolo è diventato materia processuale dopo l’avvio delle indagini preliminari nel 2019, dato che la Räsänen - indagata anche per delle affermazioni fatte lo stesso anno in un dibattito radiofonico - ha continuato a condividerlo sulle proprie pagine internet e sui social media tra il 2019 e il 2020, quando, appunto, era già sotto inchiesta.
Conseguentemente, la dottoressa e nonna di 12 nipoti è andata a processo prima all’inizio del 2022 poi nuovamente nel 2023. Nel 2022, il tribunale distrettuale di Helsinki aveva assolto da tutte le accuse sia l’ex ministro sia il vescovo Pohjola; nel 2023, la Corte d’Appello aveva poi confermato l’assoluzione. Tuttavia la faccenda si era nuovamente riaperta nel 2024 con la Corte Suprema che, dopo il ricorso della Procura di Stato - ricorso che aveva evitato di impugnare solo la citata accusa sul dibattito radiofonico -, aveva accettato di riesaminare il caso. Per la precisione, il riesame del caso, su due delle tre accuse originarie, da parte della Corte risale all’ottobre 2025. Si è così arrivati al giudizio di ieri, che come si diceva è risultato duplice: in parte assolutorio, in parte di condanna. L’assoluzione ha riguardato il citato tweet del 2019, con la Corte Suprema che ha assolto l’ex ministro all’unanimità.
Diverso, purtroppo, è stato l’esito relativamente all’opuscolo che, con una decisione di scarto minimo - tre voti a favore contro due di segno opposto -, ha visto la magistratura nordica dichiarare la Räsänen colpevole di «incitamento all’odio». L’ex ministro è stata condannata con Pohjola per aver, attraverso l’opuscolo, «messo a disposizione di tutti e mantenuto disponibili opinioni che insultano gli omosessuali come gruppo sulla base del loro orientamento sessuale». Va tuttavia detto che la Corte, pur infliggendo una sanzione di 1.800 euro alla donna e al vescovo e di 5.000 alla Fondazione di Lutero che aveva pubblicato l’opuscolo sul suo sito - e pur ordinando la rimozione e distruzione delle dichiarazioni incriminate nel documento - ha riconosciuto che il testo non conteneva incitamenti alla violenza o minacce dirette, concludendo che la condotta non era «particolarmente grave» in termini di natura del reato.
Questo però non dà alcun sollievo alla parlamentare. «Sono scioccata e profondamente delusa dal fatto che la corte non abbia riconosciuto il mio diritto umano fondamentale alla libertà di espressione», ha dichiarato, aggiungendo: «Rimango fedele agli insegnamenti della mia fede cristiana e continuerò a difendere il mio diritto e quello di ogni persona di condividere le proprie convinzioni nella sfera pubblica». Proprio per continuare ad affermare le sue ragioni, Räsänen ha fatto sapere di voler dare ancora battaglia rispetto alla condanna inflittale: «Mi sto consultando con un legale per valutare un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo». «Non si tratta», ha concluso, «solo della mia libertà di espressione, ma di quella di ogni persona in Finlandia. Una sentenza favorevole contribuirebbe a impedire che altre persone innocenti subiscano la stessa sorte per il semplice fatto di aver espresso le proprie opinioni».
Parole non diverse son giunte dal team legale che assiste l’ex parlamentare, coordinato da Adf International. «La libertà di parola è un pilastro della democrazia. È giusto che la Corte abbia assolto Päivi Räsänen per il suo tweet del 2019 contenente un versetto biblico», ha dichiarato Paul Coleman, direttore esecutivo di Adf, secondo cui, «tuttavia, la condanna per un semplice opuscolo religioso pubblicato decenni fa è un esempio oltraggioso di censura di Stato». Indignato dalla condanna è pure Markku Ruotsila, docente di storia della Chiesa, che ha parlato di «giornata vergognosa. Per molti versi, i peggiori timori si sono avverati. In questo Paese, ora esistono parole chiaramente proibite e reati di pensiero». Siamo nel 2026 ma sembra il 1984. Quello di Orwell ovviamente.
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