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2018-09-22
«Il dossier Viganò va preso sul serio. Roma chiarisca o niente più offerte»
Istockphoto
«Dal 1987, anno della nostra fondazione, abbiamo donato al Vaticano circa 18 milioni di dollari. Quest'anno la decima raccolta fra i nostri membri ammonta a 820.000 dollari, ma, come affermato dal nostro presidente Tom Monaghan, vogliamo capire come essa sarebbe utilizzata e se il Vaticano è in grado di rispondere finanziariamente a qualcuno per questi tipi di contributi caritatevoli». A parlare alla Verità è Stephen Henley, direttore esecutivo di Legatus, un'organizzazione di uomini d'affari cattolici che, con una decisione mai presa prima, ha congelato il contributo annuale che era solita versare a Roma.
Il provvedimento è stato annunciato il 6 settembre da una lettera del presidente ai circa tremila membri. Nella missiva, Monaghan, pur non citandolo espressamente, ha fatto riferimento al contenuto del memoriale Viganò avvisando gli aderenti che la decisione di stoppare l'erogazione è maturata in seguito alle «recenti rivelazioni» che angustiano la Chiesa cattolica, la quale sta vivendo un periodo «travagliato» e «di crisi» a causa delle ingiustizie subite dalle «vittime degli abusi».
Monaghan ha fatto anche esplicitamente cenno alle parole del cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, augurandosi che la sua richiesta di un «esame rapido e approfondito» sulle «carenze morali ed ecclesiastiche recentemente scoperte» sia accolta. Chiediamo dunque a Henley se il board di Legatus abbia ricevuto da Roma rassicurazioni in tal senso, così da poter sbloccare la donazione, ma la sua risposta è tra il laconico e l'evasivo: «Il nostro consiglio di amministrazione continua a discutere di questo problema nelle riunioni programmate». Insomma, no. E questo è un bel problema sia per i membri dell'organizzazione cattolica sia per il Vaticano. Per i primi perché la mancata dazione fa venire meno uno degli scopi principali dell'organizzazione, che è sostenere la Chiesa; per il secondo perché se altri benefattori cattolici statunitensi decidessero di seguire l'esempio di Legatus, per le casse di San Pietro si creerebbe un ammanco notevole.
A spingere a questo passo Legatus non sono state solo le rivelazioni dell'ex nunzio, spiega sempre Henley: «La lettera dell'arcivescovo Vigano è stata una delle tante questioni che hanno portato alla luce accuse inquietanti all'interno della Chiesa». I riferimenti principali di queste parole di Henley sono due: il primo caso, che negli Stati Uniti fece molto rumore, riguarda la richiesta che a inizio anno la Santa Sede rivolse a un'altra fondazione benefica americana, la Papal foundation. Per coprire il buco generato dall'Istituto dermopatico dell'Immacolata di Roma, il Vaticano chiese alla fondazione una donazione di 25 milioni di dollari. La richiesta non piacque oltreoceano, non solo per la consistenza della cifra, ma anche perché, nelle intenzioni dei filantropi a stelle e strisce, le donazioni dovrebbero servire ad aiutare i bisognosi, a costruire occasioni di diffusione della fede, a finanziare progetti culturali, non a tappare i buchi finanziari creati da amministratori inadeguati o disonesti. Se a questo poi si aggiunge il più recente rapporto del gran giurì della Pennsylvania che, a metà agosto, ha denunciato circa 300 sacerdoti accusandoli, nel corso di 70 anni, di molestie nei confronti di minori, si comprende l'ansia che attanaglia molti fedeli americani.
Negli Stati Uniti sono ancora vive e aperte le ferite vissute nei primi anni Duemila quando vennero alla luce i primi scandali sessuali riguardanti il clero. Ferite non solo morali, ma anche economiche per le richieste di risarcimento da parte delle vittime che misero finanziariamente in ginocchio molte diocesi. Ora, si capisce, il timore dei cattolici americani è di ritornare a vivere quei giorni da incubo. E questa è appunto la paura di Legatus, che non è un ente qualsiasi, anzi è considerata «l'organizzazione laica più influente della Chiesa americana». Fondata nel 1987 da Tom Monaghan, il miliardario oggi ottantunenne ideatore di Domino's pizza, raccoglie fra i suoi aderenti solo facoltosi capi d'azienda dal conto in banca a più zeri.
Come ci spiega sempre Henley, «per poter entrare in Legatus occorre essere proprietari, presidenti o amministratori delegati di un'azienda che deve vantare un minimo di 7 milioni di dollari di entrate annuali e deve avere almeno 49 dipendenti. La nostra missione è quella di vivere e diffondere la fede cattolica». Se questo sia possibile anche oggi per Henley non è in discussione: «Noi rimaniamo impegnati a diffondere il magistero della Chiesa». Al tempo stesso, «poiché essa si trova negli Stati Uniti in una situazione difficilissima, continueremo a pregare per la sua guarigione e perché si faccia chiarezza. Legatus e i suoi membri prendono molto sul serio le accuse dell'arcivescovo Viganò».
Emanuele Boffi
L’inedito di Benedetto XVI: «Ecco perché ho deciso di essere il Papa emerito»
La misteriosa lettera firmata da Benedetto XVI, e pubblicata per stralci dalla Bild giovedì, in realtà erano due. È stato lo stesso tabloid a offrire ieri i testi integrali di entrambe le missive del Papa emerito al cardinale Walter Brandmüller, tedesco come Ratzinger e suo amico di lunga data. La prima lettera porta la data del 9 novembre 2017, la seconda quella del 23 novembre dello stesso anno. Il contenuto è sempre la questione della rinuncia di Benedetto e del ruolo da lui assunto in seguito.
In un'intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung del 28 ottobre 2017, Brandmüller aveva messo in discussione la scelta di Ratzinger di farsi chiamare papa emerito, figura inedita nella storia della Chiesa. L'intervista era nel solco di uno studio che lo stesso porporato aveva pubblicato nell'estate 2016 e in cui concludeva che sarebbe stato necessario procedere a individuare «una legislazione che definisca e regoli» lo statuto di chi è stato papa e non lo è più. Questo per evitare la confusione dovuta a una sorta di ministero petrino «allargato» esercitato in modo «attivo» (Francesco) e in modo «contemplativo» (Benedetto XVI).
Ebbene, nella prima lettera Ratzinger risponde all'amico dicendo che dopo le dimissioni, previste dal diritto canonico, sarebbe stato inopportuno ridursi a semplice cardinale. «Lei sa benissimo», scrive, «che ci sono stati papi che si sono ritirati, anche se molto raramente. Cosa erano dopo? Papa emerito? O cosa invece?». Benedetto fa l'esempio di papa Pio XII che «lasciò istruzioni nel caso fosse stato catturato dai nazisti: dal momento della sua cattura non sarebbe più stato papa, ma cardinale. Non sappiamo se questo semplice ritorno al cardinalato sarebbe stato possibile. Nel mio caso, sicuramente non avrebbe avuto senso», perché - e questo è il punto decisivo per il Pontefice tedesco - «sarei stato costantemente esposto al pubblico come lo è un cardinale, anzi, ancora di più, perché in quel cardinale si sarebbe visto l'ex papa. Ciò avrebbe potuto portare, intenzionalmente o meno, in particolare nel contesto della situazione attuale, a conseguenze difficili. Con il Papa emerito ho cercato di creare una situazione in cui sono assolutamente inaccessibile ai media e in cui è del tutto chiaro che esiste un solo Papa». Il punto è dirimente, visto che i critici della soluzione del Papa emerito hanno sempre sottolineato come l'introduzione di tale figura sia accettabile a patto che non esista alcun ministero petrino «allargato», e che il Papa sia uno solo.
Nella seconda lettera, quella del 23 novembre 2017, Benedetto XVI risponde a Brandmüller che gli aveva scritto il giorno 15. Il Papa emerito ringrazia perché «in futuro non si desidera più commentare pubblicamente sulla questione della mie dimissioni», poi dice di «capire molto bene il dolore che la fine del mio pontificato ha causato in lei e in molti altri», e tuttavia rimprovera «una rabbia che non riguarda più solo la rinuncia, ma si estende sempre più anche alla mia persona e al mio pontificato nel suo insieme». In questo atteggiamento Ratzinger vede un rischio: che il suo magistero sia «svalutato e confuso con la tristezza sulla situazione della Chiesa oggi». Infine l'invito alla preghiera: «Il Signore possa venire in aiuto alla sua Chiesa».
Lo scambio di lettere quindi si riferisce strettamente alla questione della rinuncia e della forma assunta dal Pontefice dimissionario. Quella del papa emerito resta, infatti, una realtà certamente inedita e anche indefinita. Le obiezioni di Brandmüller sono le stesse di altri canonisti, e non è escluso che la Chiesa in futuro arrivi a chiarire una situazione non esente da ambiguità.
Per il resto, non c'è bisogno di chissà quali intenti strumentali per notare la preoccupazione del Papa emerito per la situazione della Chiesa. Già da cardinale Ratzinger aveva sviscerato in più occasioni le cause della crisi della Chiesa, e non stupisce che lo preoccupi anche la situazione attuale. Alla difficoltà di armonizzare una polarizzazione sempre più forte in ambito dottrinale e pastorale, si aggiungono il dramma dello scandalo abusi, il crollo delle vocazioni, la cattiva gestione del potere in molte curie e seminari. Benedetto XVI non può non vedere come molti dei problemi presenti al momento della sua rinuncia siano ancora sul tavolo. Oggi Francesco parte per il viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, ma proprio ieri altri due vescovi cileni si sono dimessi perché accusati di aver coperto abusi. Salgono così a 7 i presuli del Cile di cui Francesco ha accetto le dimissioni. Siamo alla vigilia di un sinodo sui giovani e negli Stati Uniti proseguono le indagini sul caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick, ma gli annunciati «chiarimenti» vaticani sul memoriale Viganò non si sono ancora visti.
Lorenzo Bertocchi
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Parla il direttore di Legatus, il club dei milionari cattolici americani che dopo gli ultimi scandali ha congelato le donazioni alla Chiesa (820.000 dollari solo per il 2018). «Ci dicano come usano i soldi e a chi rispondono».Pubblicate le lettere integrali di Ratzinger sulle sue dimissioni. Lasciano altri due vescovi cileni accusati di aver coperto abusi.Lo speciale contiene due articoli«Dal 1987, anno della nostra fondazione, abbiamo donato al Vaticano circa 18 milioni di dollari. Quest'anno la decima raccolta fra i nostri membri ammonta a 820.000 dollari, ma, come affermato dal nostro presidente Tom Monaghan, vogliamo capire come essa sarebbe utilizzata e se il Vaticano è in grado di rispondere finanziariamente a qualcuno per questi tipi di contributi caritatevoli». A parlare alla Verità è Stephen Henley, direttore esecutivo di Legatus, un'organizzazione di uomini d'affari cattolici che, con una decisione mai presa prima, ha congelato il contributo annuale che era solita versare a Roma. Il provvedimento è stato annunciato il 6 settembre da una lettera del presidente ai circa tremila membri. Nella missiva, Monaghan, pur non citandolo espressamente, ha fatto riferimento al contenuto del memoriale Viganò avvisando gli aderenti che la decisione di stoppare l'erogazione è maturata in seguito alle «recenti rivelazioni» che angustiano la Chiesa cattolica, la quale sta vivendo un periodo «travagliato» e «di crisi» a causa delle ingiustizie subite dalle «vittime degli abusi».Monaghan ha fatto anche esplicitamente cenno alle parole del cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, augurandosi che la sua richiesta di un «esame rapido e approfondito» sulle «carenze morali ed ecclesiastiche recentemente scoperte» sia accolta. Chiediamo dunque a Henley se il board di Legatus abbia ricevuto da Roma rassicurazioni in tal senso, così da poter sbloccare la donazione, ma la sua risposta è tra il laconico e l'evasivo: «Il nostro consiglio di amministrazione continua a discutere di questo problema nelle riunioni programmate». Insomma, no. E questo è un bel problema sia per i membri dell'organizzazione cattolica sia per il Vaticano. Per i primi perché la mancata dazione fa venire meno uno degli scopi principali dell'organizzazione, che è sostenere la Chiesa; per il secondo perché se altri benefattori cattolici statunitensi decidessero di seguire l'esempio di Legatus, per le casse di San Pietro si creerebbe un ammanco notevole. A spingere a questo passo Legatus non sono state solo le rivelazioni dell'ex nunzio, spiega sempre Henley: «La lettera dell'arcivescovo Vigano è stata una delle tante questioni che hanno portato alla luce accuse inquietanti all'interno della Chiesa». I riferimenti principali di queste parole di Henley sono due: il primo caso, che negli Stati Uniti fece molto rumore, riguarda la richiesta che a inizio anno la Santa Sede rivolse a un'altra fondazione benefica americana, la Papal foundation. Per coprire il buco generato dall'Istituto dermopatico dell'Immacolata di Roma, il Vaticano chiese alla fondazione una donazione di 25 milioni di dollari. La richiesta non piacque oltreoceano, non solo per la consistenza della cifra, ma anche perché, nelle intenzioni dei filantropi a stelle e strisce, le donazioni dovrebbero servire ad aiutare i bisognosi, a costruire occasioni di diffusione della fede, a finanziare progetti culturali, non a tappare i buchi finanziari creati da amministratori inadeguati o disonesti. Se a questo poi si aggiunge il più recente rapporto del gran giurì della Pennsylvania che, a metà agosto, ha denunciato circa 300 sacerdoti accusandoli, nel corso di 70 anni, di molestie nei confronti di minori, si comprende l'ansia che attanaglia molti fedeli americani.Negli Stati Uniti sono ancora vive e aperte le ferite vissute nei primi anni Duemila quando vennero alla luce i primi scandali sessuali riguardanti il clero. Ferite non solo morali, ma anche economiche per le richieste di risarcimento da parte delle vittime che misero finanziariamente in ginocchio molte diocesi. Ora, si capisce, il timore dei cattolici americani è di ritornare a vivere quei giorni da incubo. E questa è appunto la paura di Legatus, che non è un ente qualsiasi, anzi è considerata «l'organizzazione laica più influente della Chiesa americana». Fondata nel 1987 da Tom Monaghan, il miliardario oggi ottantunenne ideatore di Domino's pizza, raccoglie fra i suoi aderenti solo facoltosi capi d'azienda dal conto in banca a più zeri. Come ci spiega sempre Henley, «per poter entrare in Legatus occorre essere proprietari, presidenti o amministratori delegati di un'azienda che deve vantare un minimo di 7 milioni di dollari di entrate annuali e deve avere almeno 49 dipendenti. La nostra missione è quella di vivere e diffondere la fede cattolica». Se questo sia possibile anche oggi per Henley non è in discussione: «Noi rimaniamo impegnati a diffondere il magistero della Chiesa». Al tempo stesso, «poiché essa si trova negli Stati Uniti in una situazione difficilissima, continueremo a pregare per la sua guarigione e perché si faccia chiarezza. Legatus e i suoi membri prendono molto sul serio le accuse dell'arcivescovo Viganò».Emanuele Boffi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-dossier-vigano-va-preso-sul-serio-roma-chiarisca-o-niente-piu-offerte-2606853342.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="linedito-di-benedetto-xvi-ecco-perche-ho-deciso-di-essere-il-papa-emerito" data-post-id="2606853342" data-published-at="1773589218" data-use-pagination="False"> L’inedito di Benedetto XVI: «Ecco perché ho deciso di essere il Papa emerito» La misteriosa lettera firmata da Benedetto XVI, e pubblicata per stralci dalla Bild giovedì, in realtà erano due. È stato lo stesso tabloid a offrire ieri i testi integrali di entrambe le missive del Papa emerito al cardinale Walter Brandmüller, tedesco come Ratzinger e suo amico di lunga data. La prima lettera porta la data del 9 novembre 2017, la seconda quella del 23 novembre dello stesso anno. Il contenuto è sempre la questione della rinuncia di Benedetto e del ruolo da lui assunto in seguito. In un'intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung del 28 ottobre 2017, Brandmüller aveva messo in discussione la scelta di Ratzinger di farsi chiamare papa emerito, figura inedita nella storia della Chiesa. L'intervista era nel solco di uno studio che lo stesso porporato aveva pubblicato nell'estate 2016 e in cui concludeva che sarebbe stato necessario procedere a individuare «una legislazione che definisca e regoli» lo statuto di chi è stato papa e non lo è più. Questo per evitare la confusione dovuta a una sorta di ministero petrino «allargato» esercitato in modo «attivo» (Francesco) e in modo «contemplativo» (Benedetto XVI). Ebbene, nella prima lettera Ratzinger risponde all'amico dicendo che dopo le dimissioni, previste dal diritto canonico, sarebbe stato inopportuno ridursi a semplice cardinale. «Lei sa benissimo», scrive, «che ci sono stati papi che si sono ritirati, anche se molto raramente. Cosa erano dopo? Papa emerito? O cosa invece?». Benedetto fa l'esempio di papa Pio XII che «lasciò istruzioni nel caso fosse stato catturato dai nazisti: dal momento della sua cattura non sarebbe più stato papa, ma cardinale. Non sappiamo se questo semplice ritorno al cardinalato sarebbe stato possibile. Nel mio caso, sicuramente non avrebbe avuto senso», perché - e questo è il punto decisivo per il Pontefice tedesco - «sarei stato costantemente esposto al pubblico come lo è un cardinale, anzi, ancora di più, perché in quel cardinale si sarebbe visto l'ex papa. Ciò avrebbe potuto portare, intenzionalmente o meno, in particolare nel contesto della situazione attuale, a conseguenze difficili. Con il Papa emerito ho cercato di creare una situazione in cui sono assolutamente inaccessibile ai media e in cui è del tutto chiaro che esiste un solo Papa». Il punto è dirimente, visto che i critici della soluzione del Papa emerito hanno sempre sottolineato come l'introduzione di tale figura sia accettabile a patto che non esista alcun ministero petrino «allargato», e che il Papa sia uno solo. Nella seconda lettera, quella del 23 novembre 2017, Benedetto XVI risponde a Brandmüller che gli aveva scritto il giorno 15. Il Papa emerito ringrazia perché «in futuro non si desidera più commentare pubblicamente sulla questione della mie dimissioni», poi dice di «capire molto bene il dolore che la fine del mio pontificato ha causato in lei e in molti altri», e tuttavia rimprovera «una rabbia che non riguarda più solo la rinuncia, ma si estende sempre più anche alla mia persona e al mio pontificato nel suo insieme». In questo atteggiamento Ratzinger vede un rischio: che il suo magistero sia «svalutato e confuso con la tristezza sulla situazione della Chiesa oggi». Infine l'invito alla preghiera: «Il Signore possa venire in aiuto alla sua Chiesa». Lo scambio di lettere quindi si riferisce strettamente alla questione della rinuncia e della forma assunta dal Pontefice dimissionario. Quella del papa emerito resta, infatti, una realtà certamente inedita e anche indefinita. Le obiezioni di Brandmüller sono le stesse di altri canonisti, e non è escluso che la Chiesa in futuro arrivi a chiarire una situazione non esente da ambiguità. Per il resto, non c'è bisogno di chissà quali intenti strumentali per notare la preoccupazione del Papa emerito per la situazione della Chiesa. Già da cardinale Ratzinger aveva sviscerato in più occasioni le cause della crisi della Chiesa, e non stupisce che lo preoccupi anche la situazione attuale. Alla difficoltà di armonizzare una polarizzazione sempre più forte in ambito dottrinale e pastorale, si aggiungono il dramma dello scandalo abusi, il crollo delle vocazioni, la cattiva gestione del potere in molte curie e seminari. Benedetto XVI non può non vedere come molti dei problemi presenti al momento della sua rinuncia siano ancora sul tavolo. Oggi Francesco parte per il viaggio apostolico in Estonia, Lettonia e Lituania, ma proprio ieri altri due vescovi cileni si sono dimessi perché accusati di aver coperto abusi. Salgono così a 7 i presuli del Cile di cui Francesco ha accetto le dimissioni. Siamo alla vigilia di un sinodo sui giovani e negli Stati Uniti proseguono le indagini sul caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick, ma gli annunciati «chiarimenti» vaticani sul memoriale Viganò non si sono ancora visti. Lorenzo Bertocchi
Getty Images
È così? Per capirlo bisogna tornare indietro di qualche puntata, in una «serie» che ne ha già mandate in onda diverse. Tutto nasce infatti dal proliferare di siti pirata e accessi irregolari agli eventi, soprattutto le partite di calcio, a pagamento.
L’Autorità garante delle comunicazioni e la Lega Calcio avevano chiesto mesi fa a Cloudflare di deindicizzare i trasgressori e fornire i dati relativi ai clienti che le provano tutte per bypassare illegalmente gli abbonamenti. Insomma, stoppare le piattaforme abusive.
Detta così, può sembrare un’operazione banale e condivisibile, il punto è che bloccare o censurare un’applicazione non rientra tra le attività della società californiana che anzi preferisce tenersene ben lontana. Seguendo le indicazioni Agcom, sarebbero i provider stessi a fermare i contenuti segnalati da privati senza nessuna supervisione giudiziaria. Insomma si prenderebbero tutta la responsabilità della scelta. Cloudflare -così spiegano dal quartier generale di San Francisco - subirebbe, come altre aziende del settore, un potente disincentivo economico a investire in Italia: cosa che, si suppone, un governo sia interessato a evitare.
Senza contare che, se dovesse cedere al pressing dell’authority italiana, la piattaforma americana sarebbe sommersa da richieste analoghe in arrivo da mezzo mondo.
Non solo. C’è anche una questione tecnica dirimente. L’operazione chiesta a più ripresa dall’Agcom agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi mette a rischio anche siti e app che lavorano nel pieno rispetto delle regole. Come ne uscirebbe la reputazione di una delle azienda leader per la connettività globale?
Senza dimenticare che l’ammontare stesso della multa è considerato sproporzionato. In Italia, Cloudflare gestisce infrastrutture critiche per e-commerce, piattaforme di servizi digitali e siti istituzionali, certo, ma le entrate nel Belpaese non superano gli 8 milioni. Una sanzione pari all’1% del fatturato mondiale appare oggettivamente fuori scala.
Per questo a gennaio, a multa fresca, Prince aveva minacciato di interrompere i servizi di sicurezza informatica pro bono da diversi milioni di dollari assicurati all’Italia, compresi quelli per le allora imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina. Si era rischiato un incidente geopolitico con tanto di coinvolgimento di Elon Musk e del vicepresidente americano Vance. Ma poi i toni si sono placati. C’è stata una sorta di tregua olimpica che, adesso, a Giochi conclusi, termina ufficialmente con l’annuncio della presentazione del ricorso al Tar.
Oltre ai punti di merito visti prima la multinazionale Usa dovrebbe anche ricordare che a fine 2025, il Consiglio di Stato aveva ordinato all’Agcom di condividere i documenti su cui si basa il sistema Piracy Shield. Parliamo della piattaforma online gestita dalla stessa authority che ha l’obiettivo di bloccare in tempo reale i siti web e gli indirizzi IP che trasmettono illegalmente eventi sportivi in diretta. Quelli che Cloudflare, appunto, avrebbe dovuto segnalargli.
Ecco, secondo i manager sella società di San Francisco, quell’ordinanza non è mai stata rispettata. Anzi. Cloudflare avrebbe potuto consultare solo un numero assai limitato di atti esclusivamente attraverso legali esterni. Dove? Per la sede sarebbero stati scelti gli uffici distaccati dell’authority a Napoli e comunque con la supervisione di funzionari della stessa agenzia. Una sorta di corsa ad ostacoli.
Perché un comportamento così ostativo? Come è stata possibile una tale mancanza di trasparenza? Per giunta con la necessità di avere dei controllori all’atto della consultazione? Anche per questo in California, la decisione di fare ricorso al Tar è sembrata praticamente obbligata.
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Sea eye
Una frase che rovescia l’impianto della contestazione amministrativa. Ma solo in parte.
Per capire il senso della decisione bisogna partire da cosa veniva contestato alla nave. Nel ricorso contro il fermo, l’Ong elencava cinque contestazioni: la presunta illegittimità della procedura sanzionatoria, il difetto di motivazione e di proporzionalità del fermo, rivendicava il «mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche», confutava la contestazione di non avere fornito le informazioni richieste dall’autorità italiana e di non essersi uniformata alle indicazioni ricevute, e infine respingeva la violazione legata al fatto di non avere raggiunto «senza ritardo il porto di Taranto», indicato come place of safety. La sentenza non dà ragione alla Ong su tutta la linea. Il giudice ha rigettato la «violazione degli obblighi di motivazione» del fermo e del principio di proporzionalità della sanzione. Che risultano regolari. La sentenza boccia anche la tesi sulla carenza di giurisdizione italiana: «Il fatto […] pur avvenuto in alto mare, diviene rilevante per l’ordinamento giuridico italiano» e, una volta richiesto il porto di sbarco all’autorità italiana, «il comandante della nave si è assoggettato alle norme italiane». Poi però arriva il rovesciamento. Il giudice premette che l’opposizione è comunque fondata nel merito e spiega dove sarebbe crollato il provvedimento della Prefettura. Il perno è l’onere della prova. La sentenza richiama un principio definito come «unanimemente acquisito». Ed è questo: «Nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, l’onere di dimostrare l’effettiva consumazione dell’illecito amministrativo, ove il fatto sia contestato, grava integralmente sull’autorità amministrativa». E subito dopo cala la lama: «L’onere in questione non può dirsi assolto nel caso di specie». È qui che la decisione fa una giravolta. Lo Stato, per il tribunale, aveva titolo per intervenire, ma non ha portato in tribunale abbastanza prove. La prima contestazione affrontata nel merito riguarda il mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche per l’assegnazione del porto di sbarco. Dalla documentazione, scrive il tribunale, «si evince chiaramente che alle autorità libiche sono state inviate» delle «email» per segnalare l’evento. Era il 14 giugno 2025. Da Tripoli non arrivò alcuna risposta. La nave, secondo la Prefettura, non avrebbe quindi fornito le informazioni richieste dalle autorità italiane e non si sarebbe uniformata alle indicazioni ricevute. Inoltre, non avrebbe raggiunto senza ritardo Taranto, individuato come porto sicuro. Anche qui il giudice sta dalla parte della Sea Eye 5. Scrive che «il comandante ha sempre dato risposta ad ogni richiesta». Eccetto una. Che appare anche particolarmente grave: «Non è stato in grado» di selezionare «le persone maggiormente vulnerabili» a causa «dell’elevato numero delle persone a bordo (ben 62)» e delle «gravissime condizioni» in cui versavano. La sentenza richiama una mail del 15 giugno in cui il comandante segnalava «persone ustionate, disidratate, in ipotermia e con bruciature e inalazioni da carburante», aggiungendo che «i naufraghi si trovavano in mare da oltre 48 ore». Qui, però, a fronte dell’incapacità in capo al comandante, ci sarebbe un secondo gap della Prefettura: «L’amministrazione» non avrebbe «dato prova del fatto che le persone salvate, una volta sbarcate, non versavano nelle condizioni dichiarate». Sul porto di Taranto, il giudice scrive che la situazione era aggravata anche dalla «carenza d’acqua» e che questa circostanza contribuiva a rendere impossibile raggiungere Taranto, giudicato «troppo distante». Da qui il cambio di rotta: «È stato solo a seguito del dialogo intercorso tra le parti, a fronte delle difficoltà ed esigenze palesate dal comandante, che (l’autorità, ndr) provvedeva ad assegnare il più vicino porto di Pozzallo». La conseguenza è scolpita in una frase: «Il mancato raggiungimento del porto di Taranto non è stato frutto di una ingiustificata disobbedienza, bensì delle comunicazioni intercorse tra la nave e l’autorità italiana». La contestazione secondo cui la Sea Eye 5 non avrebbe fornito le informazioni richieste o si sarebbe rifiutata di uniformarsi alle indicazioni ricevute «non appare corretta». Sostenere il contrario, secondo il giudice, «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave», unico ad avere esperienza diretta della situazione di bordo, non avrebbe avuto «la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione» e sarebbe stato costretto a eseguire «passivamente» ordini che avrebbero potuto mettere in pericolo «la vita propria, dell’equipaggio e dei naufraghi salvati». Ed è così che il fermo cade. La Ong passa l’esame, ma non a pieni voti: «Sono ravvisabili delle ragioni sufficienti per l’accoglimento della proposta opposizione».
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Nel riquadro, l'istituto Sassetti-Peruzzi (Istock)
Una iniziativa che la scuola, nota in zona per il suo approccio multiculturale, aveva da subito rivendicato con orgoglio. «La scelta di rispondere positivamente alla richiesta degli studenti di poter usufruire di uno spazio quotidiano per il momento di preghiera nel periodo di Ramadan non è stata ideologica né tantomeno politica»: così il dirigente scolastico, Osvaldo Di Cuffa, in un comunicato pubblicato sull’account social dell’istituto. «Solo una risposta concreta a una esigenza di una parte degli studenti». Nessuna moschea o luogo di culto, aveva precisato, ma semplicemente uno spazio non utilizzato che la scuola ha deciso di dedicare a quanti volessero fare le loro preghiere. Questo perché una risposta negativa, aveva aggiunto Di Cuffa, «avrebbe potuto portare molti ragazzi ad assentarsi per parecchi giorni. Con questa soluzione, invece, si è inteso garantire il diritto allo studio in modo semplice e nel rispetto di tutti. Senza esibizionismi o clamori».
Poi però gli spazi sono diventati due, perché con l’islam ogni eccezione ne trascina con sé un’altra. Ragazze e ragazzi non possono certo pregare insieme quindi, oltre a consentire loro di restare fuori dall’aula dai 15 ai 30 minuti per pregare, e dici poco, la scuola ha dovuto organizzare non uno ma ben due spazi. Una scelta che ha sollevato nuove polemiche. «La cosa ancora più incredibile e surreale», scrivono in una nota, consiglieri regionali di Fratelli d’Italia Jacopo Cellai e Matteo Zoppini (componente della commissione Cultura), «è che lo sdoppiamento dell’aula non sarebbe nemmeno frutto di una richiesta diretta degli studenti, ma un’iniziativa autonoma dell’istituto per prevenire polemiche sulle discriminazioni di genere. Una decisione che fa capire a che punto si sia arrivati pur di compiacere certi ambienti e che testimonia la totale genuflessione alla cultura islamica da parte di chi dovrebbe invece rappresentare tutti».
La notizia arriva dopo che, un paio di settimane fa, il Comune di Firenze aveva detto no a una mozione partita da Noi moderati tesa a reintrodurre il presepe e il crocifisso nelle scuole. Una bocciatura decisa proprio in nome della laicità della scuola. Ma a chi rimbrotta il Sassetti-Peruzzi sul punto, chiedendo di rimettere il crocifisso, «integrare vuol dire aggiungere, non annullare una (religione) rispetto all’altra» scrive il capogruppo della Lega Guglielmo Mossuto, il dirigente ha la foto pronta. Eccolo lì il crocifisso, appeso sopra l’orologio nel corridoio. In attesa di capire come Palazzo Vecchio intenda conciliare la scelta dell’istituto con la recente battaglia a favore della laicità, se alcuni si schierano con il dirigente scolastico altri parlano di asservimento all’islam e di danno agli studenti di famiglie islamiche che non vogliono conformarsi al dogma.
«Se un ragazzo stava intraprendendo un percorso di laicizzazione o di adesione ai valori civili occidentali, l’istituzione scolastica, concedendo l’aula per la preghiera, lo ha tradito», scrive Francesco Gorini su La Firenze che vorrei. «Lo ha ricacciato forzatamente nell’alveo dell’appartenenza religiosa proprio nella scuola, che avrebbe dovuto essere lo spazio neutro della sua emancipazione».
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(Ansa)
Per gli altri cinque indagati sempre del reparto delle malattie infettive dell’ospedale di Ravenna (più, di recente, una dottoressa si è trasferita a Forlì), è scattato, anche in questo caso per 10 mesi, il divieto di occuparsi dei certificati per l’idoneità ai Cpr, centri di permanenza per i rimpatri.
Sulla base delle verifiche della polizia, i pm Daniele Barberini e Angela Scorza, titolari del fascicolo, avevano chiesto per tutti gli otto sanitari indagati (accusati di falso ideologico continuato e di interruzione di pubblico servizio) l’interdizione per un anno dalla professione. Anche se il gip ha disposto per cinque indagati una misura più lieve di quella richiesta, dalla decisione di emettere provvedimenti cautelari per tutti gli indagati emerge il fatto che la toga abbia fondato il quadro di gravi indizi e confermato il pericolo di reiterazione del reato.
A rafforzare la posizione dell’accusa è anche il fatto che il gip ha disposto i provvedimenti sebbene l’Ausl Romagna avesse fatto sapere, alla vigilia dell’interrogatorio di garanzia di giovedì mattina, di avere già escluso tutti i medici indagati dalla mansione di certificazione per i Cpr. Una sconfitta per la linea dei difensori, gli avvocati Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco, Salvatore Tesoriero e Maria Virgilio che, in una nota congiunta, avevano sottolineato come, secondo loro, «il provvedimento di esonero dell’Ausl dalle specifiche attività faceva venire meno «i presupposti per l’applicazione di una misura interdittiva che, in assenza di concrete esigenze cautelari, sarebbe inutilmente afflittiva e sproporzionata». Ma di fronte al gip, il pm Scorza aveva obiettato che l’esonero disposto dall’Ausl appariva essere generico e che il pericolo di reiterazione sussisteva in quanto il falso contestato è ideologico: potrebbe cioè riverberarsi anche su altri tipi di certificati oltre a quelli per i Cpr. Davanti al gip, tutti gli indagati si erano avvalsi della facoltà di non rispondere limitandosi ad alcune dichiarazioni sulla «totale correttezza» del loro operato svolto «con professionalità e dedizione, ponendo al centro la tutela della salute e della dignità delle persone, conformemente alla deontologia medica», avrebbero poi precisato i legali, che nei giorni scorsi avevano comunicato la rinuncia al ricorso al Riesame in relazione ai sequestri svolti durante le perquisizioni. I difensori dei sanitari indagati avevano presentato ricorso in relazione al sequestro del un computer aziendale e del telefonino di una delle indagate in quel momento non presente in Italia.
Sul tavolo poteva finire anche la complessa questione dell’acquisizione delle chat, ottenute degli investigatori senza sequestrare i telefonini degli altri sette sanitari coinvolti. Gli agenti che hanno effettuato la perquisizione hanno infatti filmato il contenuto delle chat con il proprietario del telefonino presente. Si tratta, dunque, di materiale informatico «virtuale», ma in alcuni casi la Cassazione lo considerato materia che può essere oggetto di ricorso al Riesame. Ma la rinuncia dei difensori ha messo la parola fine su tutti gli argomenti.
Sulla base delle informative di Sco e Squadra mobile e di parte delle chat sequestrate nella perquisizione informatica del 12 febbraio scorso, la Procura ha ipotizzato che gli otto, in maniera preordinata e ideologica, abbiano attestato false non idoneità alla detenzione amministrativa nei Cpr per diversi stranieri irregolari, perlopiù arrestati dopo avere commesso reati.
Durante l’indagine, partita nel luglio 2025 è emerso che, dei 64 stranieri accompagnati in reparto a Ravenna tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano stati ritenuti non idonei e 10 si erano rifiutati di sottoporsi a visita. E che, secondo il quadro accusatorio sottoposto dai pm al gip Lipovscek, dei 44 stranieri irregolari così tornati liberi, 10 avevano poi commesso una ventina di reati. Una decina di giorni fa una delle dottoresse indagate era stata soccorsa dai sanitari del 118 dopo che si era procurata alcune ferite compatibili con un tentativo di suicidio.
Secondo i quotidiani locali Il Resto del Carlino e Corriere di Romagna, la donna avrebbe detto ai soccorritori intervenuti presso la sua abitazione «dovete fare sapere ai media che ho fatto questo gesto perché mi hanno indagato».
Stando alle ricostruzioni trapelate dopo il fatto, a lanciare l’allarme sarebbe presumibilmente stata la stessa dottoressa, che già all’indomani della perquisizione informatica della Squadra mobile del 12 febbraio, aveva minacciato una prima volta un gesto estremo, chiamando in quell’occasione un collega che aveva poi allertato le forze dell’ordine di quanto stava accadendo.
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