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2020-11-27
Il Cavaliere convince Fdi e la Lega: il nuovo deficit passa all’unanimità
Silvio Berlusconi (Getty images)
L'unica cosa incontestabile sono i numeri d'Aula, nella loro fredda oggettività: la risoluzione della maggioranza per il via libera allo scostamento di bilancio di 8 miliardi è stata approvata alla Camera con 552 sì, 6 astenuti, nessun contrario, e al Senato con 278 sì, 4 astenuti e 4 contrari. Dunque, non solo è stata raggiunta la necessaria maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma si è praticamente sfiorata l'unanimità, con i voti favorevoli anche di Fi, Fdi e Lega, che si sono sommati a quelli del quadripartito giallorosso.
Su tutto il resto, però, molte e assai diverse interpretazioni sono possibili, e non tutto ciò che è apparso sulla scena (prima e dopo il voto) corrisponde alle tensioni e ai reali retropensieri dietro le quinte.
Naturalmente, a risultato portato a casa, i violini di governo hanno cominciato a suonare in direzione di Forza Italia. Ecco Dario Franceschini: «Una scelta di responsabilità di Silvio Berlusconi che ha politicamente costretto le altre forze di centrodestra a cambiare linea e ad adeguarsi. Chapeau». A ruota, il capogruppo Pd a Palazzo Madama Andrea Marcucci: «Lo segnalo come un fatto positivo, una sorta di “miracolo", visto il livello delle interlocuzioni avute finora. Le opposizioni, grazie alla spinta di Berlusconi, votano sì allo scostamento».
Inutilmente autocelebrativa la reazione di Giuseppe Conte: «Il voto che si è appena concluso è anche il segno che le linee di intervento programmate dal governo sono indirizzi che godono di ampio apprezzamento da parte di tutte le forze politiche, in quanto ritenute, evidentemente, rispondenti ai bisogni più urgenti della comunità nazionale». Training autogeno pure da parte di Luigi Di Maio: «Il voto sullo scostamento di bilancio è un grande segnale di unità e di lealtà istituzionale nei confronti del paese. Più volte questo governo ha ribadito la necessità di una collaborazione, chiesta anche dal presidente Mattarella, per dare una risposta concreta agli italiani».
In realtà, la maggioranza resta con tutte le sue contraddizioni assolutamente aperte e visibili, a partire dal rapporto tesissimo tra il Pd e Conte: tensioni che potrebbero manifestarsi in modo decisivo nelle prossime due settimane, con la mina del Mes.
Anche l'opposizione, tuttavia, non sta così bene come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. È la scansione cronologica della giornata a farlo intuire. In mattinata, in qualche misura dando la sensazione di superare l'impegno a procedere insieme con Lega e Fdi siglato il pomeriggio precedente, era stato il leader di Fi, in collegamento con i suoi parlamentari, a fare la prima mossa, annunciando un sì senza subordinate «perché il governo ha accolto tutte le proposte del centrodestra». E, con immediata uscita dell'indiscrezione sulle agenzie, l'ex premier aveva fatto sapere di aspettarsi analoga scelta da parte di tutto il centrodestra.
A seguire, più caute, fonti di Lega e Fdi: «Siamo pronti a votare sì, come correttamente spiegato da Berlusconi sulla base di un documento informale del governo che accoglieva le nostre proposte, ma attendiamo che l'esecutivo presenti il testo definitivo». Poi, in effetti, il voto d'Aula ha registrato il semaforo verde di tutte e tre le forze di centrodestra.
A seguire, in una conferenza stampa congiunta, ancora dichiarazioni all'insegna dell'unità. Ecco Matteo Salvini: «Si riavvicinano distanze che, per ideologia, il governo aveva allargato in questi giorni. Oggi ci hanno ascoltato perché hanno capito che da soli non vanno da nessuna parte». Ecco Antonio Tajani: «Di fronte alle promesse fatte dal governo abbiamo deciso di sostenere questo scostamento, che non ha nulla a che vedere con il sostegno al governo. Lo abbiamo fatto nell'interesse degli italiani. Ora speriamo che il governo mantenga gli impegni presi. Il presidente Berlusconi ha lavorato per tutelare una parte di Paese che fino a oggi non era stata tutelata». Anche Giorgia Meloni si è detta concorde: «Con un lavoro molto lungo di proposte, attenzione e disponibilità che ci ha visto protagonisti abbiamo costretto la maggioranza a rivedere le sue posizioni. Con questo voto dimostriamo che l'assenza di dialogo era responsabilità del governo e non dell'opposizione. Mentre la maggioranza per mesi ha pensato di chiudersi in sé stessa e ha notevoli problemi interni, noi siamo uniti e compatti».
Nel corso della conferenza, una nota di saggio scetticismo è venuta da Salvini, interpellato sulla legge di bilancio e sulle prospettive dopo questo voto: «Se ci ascoltano è un conto. Vedremo se questo di oggi è un singolo episodio dettato dal terrore di non farcela con i numeri o se è un convincimento al dialogo».
Tuttavia, a microfoni spenti, le reazioni di dirigenti autorevoli di Forza Italia da una parte, e di Lega e Fratelli d'Italia dall'altra, suonano piuttosto diverse. In casa azzurra, è assai differente lo stato d'animo tra chi vorrebbe comunque convergere verso il governo e allargare il solco con i sovranisti, e chi (specie al Senato) ha invece tirato un sospiro di sollievo per una dinamica parlamentare che, almeno ieri, non ha fatto esplodere il centrodestra. E dalle parti di Lega e Fratelli d'Italia c'è chi sottolinea la reazione paziente di Salvini e Meloni, ben al di là della risposta di merito del governo.
Dopo la prima uscita del Cav, se i leader di Lega e Fdi avessero reagito in modo rigido, avrebbero immediatamente «regalato» Forza Italia alla maggioranza, certificando la disarticolazione del centrodestra. Con la scelta di convergere tutti insieme, questo piano della sinistra è saltato, almeno per ora. Ma le incognite restano, e la vicenda Mes, già all'orizzonte, rischia di rimescolare le carte e mettere a dura prova un'unità non solo di facciata dell'opposizione.
Dalla pazienza di Giobbe alla pazienza di Giorgia: se il centrodestra ieri è rimasto, seppure solo provvisoriamente, unito e compatto, è solo e soltanto perché Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d'Italia, nelle ultime due settimane ha tentato in tutti i modi possibili di evitare, almeno per il momento, che la coalizione andasse in frantumi nella maniera più plateale. Le apparenze sono salve, la forma pure, la sostanza invece no: Matteo Salvini e Silvio Berlusconi viaggiano ormai ciascuno per conto suo, è un dato di fatto. Il leader della Lega ha dichiarato guerra a Berlusconi e ha tirato la corda fino a un millimetro dalla rottura definitiva: l'annessione dei tre deputati, Laura Ravetto, Federica Zanella e Maurizio Carrara e le accuse esplicite di «inciuci» con il governo sull'emendamento salva Mediaset sono state solo la punta dell'iceberg.
Così, mentre Salvini e Berlusconi si punzecchiavano, la Meloni, tre giorni fa, in commissione Bilancio alla Camera, ha deciso per l'astensione sullo scostamento, mentre la Lega votava contro e Forza Italia non partecipava al voto. Un'astensione che il giorno dopo, sempre in commissione ma al Senato, è diventata la posizione comune dei tre partiti di centrodestra. Ieri, infine, l'astensione è diventata voto favorevole in aula, consentendo a Berlusconi di cantare vittoria, e così il centrodestra si è compattato, in attesa di andare in frantumi alla prossima occasione, ad esempio se e quando ci sarà il voto sul Mes: Forza Italia voterà a favore, Lega e Fdi contro. Poi, c'è la manovra di Bilancio, altra grana non da poco, considerato che Fi potrebbe proseguire sulla strada del «dialogo». La verità è che Berlusconi, se fosse per lui, avrebbe già detto addio a Salvini: a frenarlo è la componente «filo leghista» di Forza Italia, che per ora regge, ma traballa assai, perché dall'altro lato la spinta dei parlamentari che sognano il proporzionale e non vedono l'ora di staccarsi dalla Lega è fortissima. La scena di ieri al Senato, raccontata dalla Dire, con Berlusconi che ha disertato il previsto collegamento on line con la conferenza stampa alla quale partecipavano Salvini, la Meloni e Antonio Tajani, è emblematica. «L'intero Parlamento», commenta Berlusconi, «ha scritto «una pagina finalmente positiva. Di fronte all'emergenza Covid, maggioranza e opposizione insieme, hanno dato delle risposte concrete alle drammatiche difficoltà di tanti italiani, lavoratori autonomi, commercianti, artigiani, professionisti che hanno visto il loro reddito compromesso dalla pandemia. Sono le proposte», aggiunge Berlusconi, «che Forza Italia aveva messo in campo da settimane e che sono state recepite dal governo e votate praticamente all'unanimità dalle Camere. Rivolgiamo pertanto i più sentiti complimenti e ringraziamenti ai nostri alleati della Lega e di Fratelli d'Italia, in particolare a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni, per il loro fattivo ed essenziale contributo al comportamento unitario del centro destra. È la strada che indicavamo parlando di collaborazione istituzionale e per la quale ci siamo battuti in questi mesi, recependo l'appello del capo dello Stato. Naturalmente», annuncia il Cav, quello di ieri «è solo un primo passo, ma è un passo sulla strada giusta: quella di unire le forze di fronte alla pandemia».
Da parte sua, il premier Giuseppe Conte sa perfettamente che i numeri della maggioranza al Senato sono risicatissimi, e che il sostegno dei parlamentari di Berlusconi potrebbe presto diventare determinante per la sua sopravvivenza a Palazzo Chigi: «La votazione sulla risoluzione di maggioranza», ha detto ieri Conte, «relativa allo scostamento di bilancio è un ottimo segnale in questo momento di particolare difficoltà che sta attraversando il paese. Tra le forze di opposizione prevale la via del dialogo e di un approccio costruttivo e per questo ringrazio, in particolare, quanti l'hanno voluta perseguire sin dall'inizio, con determinazione ma sempre nella chiarezza dei ruoli». Notate il passaggio: Conte ringrazia «in particolare», chi ha voluto il dialogo «fin dall'inizio»: ovvero Berlusconi. Le indiscrezioni raccolte dalla Verità segnalano un Conte che, attraverso il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, ha tenuto negli ultimi giorni un dialogo serrato con Berlusconi. Il Cav e Gualtieri si sarebbero sentiti telefonicamente più volte, per sciogliere i nodi relativi al sostegno ai lavoratori autonomi, alle imprese e alle famiglie che Forza Italia ha chiesto e ottenuto per dare il via libera allo scostamento di bilancio.
«Chi vocifera», fanno sapere fonti del M5s, «che la collaborazione dimostrata dalle opposizioni in parlamento sia l'antipasto a qualcos'altro si sbaglia o si illude. La collaborazione istituzionale è un dovere che diventa necessità in questa fase così critica, ma questo è quanto»
«Oggi (ieri, ndr)», ha detto in serata Conte al Tg5, «è stato dato un bel segnale, importante, da tutte le forze politiche. Oggi la politica nel suo complesso ha dato un segno di unità. Se ha rischiato più Conte o Berlusconi? Oggi non ha rischiato Conte», ha aggiunto il premier, «perché le forze di maggioranza son ben coese e salde, e non ha rischiato neppure il cavaliere Berlusconi a cui va riconosciuto di aver avuto sempre un approccio costruttivo. E il fatto che anche le altre forze di opposizione hanno convenuto è un segnale bello per il Paese».
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Dopo le febbrili trattative della vigilia, l'opposizione tende la mano al governo sullo scostamento di bilancio Il Pd blandisce Silvio Berlusconi, ma gli alleati restano cauti: «Vediamo se l'esecutivo continuerà ad ascoltarci»L'unità con Matteo Salvini e Giorgia Meloni è fragile, legge di Bilancio e Mes saranno i banchi di prova Ma le telefonate tra l'ex premier e il ministro dell'Economia inquietano anche Pd e M5sLo speciale contiene due articoliL'unica cosa incontestabile sono i numeri d'Aula, nella loro fredda oggettività: la risoluzione della maggioranza per il via libera allo scostamento di bilancio di 8 miliardi è stata approvata alla Camera con 552 sì, 6 astenuti, nessun contrario, e al Senato con 278 sì, 4 astenuti e 4 contrari. Dunque, non solo è stata raggiunta la necessaria maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma si è praticamente sfiorata l'unanimità, con i voti favorevoli anche di Fi, Fdi e Lega, che si sono sommati a quelli del quadripartito giallorosso. Su tutto il resto, però, molte e assai diverse interpretazioni sono possibili, e non tutto ciò che è apparso sulla scena (prima e dopo il voto) corrisponde alle tensioni e ai reali retropensieri dietro le quinte. Naturalmente, a risultato portato a casa, i violini di governo hanno cominciato a suonare in direzione di Forza Italia. Ecco Dario Franceschini: «Una scelta di responsabilità di Silvio Berlusconi che ha politicamente costretto le altre forze di centrodestra a cambiare linea e ad adeguarsi. Chapeau». A ruota, il capogruppo Pd a Palazzo Madama Andrea Marcucci: «Lo segnalo come un fatto positivo, una sorta di “miracolo", visto il livello delle interlocuzioni avute finora. Le opposizioni, grazie alla spinta di Berlusconi, votano sì allo scostamento». Inutilmente autocelebrativa la reazione di Giuseppe Conte: «Il voto che si è appena concluso è anche il segno che le linee di intervento programmate dal governo sono indirizzi che godono di ampio apprezzamento da parte di tutte le forze politiche, in quanto ritenute, evidentemente, rispondenti ai bisogni più urgenti della comunità nazionale». Training autogeno pure da parte di Luigi Di Maio: «Il voto sullo scostamento di bilancio è un grande segnale di unità e di lealtà istituzionale nei confronti del paese. Più volte questo governo ha ribadito la necessità di una collaborazione, chiesta anche dal presidente Mattarella, per dare una risposta concreta agli italiani».In realtà, la maggioranza resta con tutte le sue contraddizioni assolutamente aperte e visibili, a partire dal rapporto tesissimo tra il Pd e Conte: tensioni che potrebbero manifestarsi in modo decisivo nelle prossime due settimane, con la mina del Mes. Anche l'opposizione, tuttavia, non sta così bene come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. È la scansione cronologica della giornata a farlo intuire. In mattinata, in qualche misura dando la sensazione di superare l'impegno a procedere insieme con Lega e Fdi siglato il pomeriggio precedente, era stato il leader di Fi, in collegamento con i suoi parlamentari, a fare la prima mossa, annunciando un sì senza subordinate «perché il governo ha accolto tutte le proposte del centrodestra». E, con immediata uscita dell'indiscrezione sulle agenzie, l'ex premier aveva fatto sapere di aspettarsi analoga scelta da parte di tutto il centrodestra. A seguire, più caute, fonti di Lega e Fdi: «Siamo pronti a votare sì, come correttamente spiegato da Berlusconi sulla base di un documento informale del governo che accoglieva le nostre proposte, ma attendiamo che l'esecutivo presenti il testo definitivo». Poi, in effetti, il voto d'Aula ha registrato il semaforo verde di tutte e tre le forze di centrodestra.A seguire, in una conferenza stampa congiunta, ancora dichiarazioni all'insegna dell'unità. Ecco Matteo Salvini: «Si riavvicinano distanze che, per ideologia, il governo aveva allargato in questi giorni. Oggi ci hanno ascoltato perché hanno capito che da soli non vanno da nessuna parte». Ecco Antonio Tajani: «Di fronte alle promesse fatte dal governo abbiamo deciso di sostenere questo scostamento, che non ha nulla a che vedere con il sostegno al governo. Lo abbiamo fatto nell'interesse degli italiani. Ora speriamo che il governo mantenga gli impegni presi. Il presidente Berlusconi ha lavorato per tutelare una parte di Paese che fino a oggi non era stata tutelata». Anche Giorgia Meloni si è detta concorde: «Con un lavoro molto lungo di proposte, attenzione e disponibilità che ci ha visto protagonisti abbiamo costretto la maggioranza a rivedere le sue posizioni. Con questo voto dimostriamo che l'assenza di dialogo era responsabilità del governo e non dell'opposizione. Mentre la maggioranza per mesi ha pensato di chiudersi in sé stessa e ha notevoli problemi interni, noi siamo uniti e compatti».Nel corso della conferenza, una nota di saggio scetticismo è venuta da Salvini, interpellato sulla legge di bilancio e sulle prospettive dopo questo voto: «Se ci ascoltano è un conto. Vedremo se questo di oggi è un singolo episodio dettato dal terrore di non farcela con i numeri o se è un convincimento al dialogo».Tuttavia, a microfoni spenti, le reazioni di dirigenti autorevoli di Forza Italia da una parte, e di Lega e Fratelli d'Italia dall'altra, suonano piuttosto diverse. In casa azzurra, è assai differente lo stato d'animo tra chi vorrebbe comunque convergere verso il governo e allargare il solco con i sovranisti, e chi (specie al Senato) ha invece tirato un sospiro di sollievo per una dinamica parlamentare che, almeno ieri, non ha fatto esplodere il centrodestra. E dalle parti di Lega e Fratelli d'Italia c'è chi sottolinea la reazione paziente di Salvini e Meloni, ben al di là della risposta di merito del governo. Dopo la prima uscita del Cav, se i leader di Lega e Fdi avessero reagito in modo rigido, avrebbero immediatamente «regalato» Forza Italia alla maggioranza, certificando la disarticolazione del centrodestra. Con la scelta di convergere tutti insieme, questo piano della sinistra è saltato, almeno per ora. Ma le incognite restano, e la vicenda Mes, già all'orizzonte, rischia di rimescolare le carte e mettere a dura prova un'unità non solo di facciata dell'opposizione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cavaliere-convince-fdi-e-la-lega-il-nuovo-deficit-passa-allunanimita-2649054534.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2649054534" data-published-at="1606422715" data-use-pagination="False"> Dalla pazienza di Giobbe alla pazienza di Giorgia: se il centrodestra ieri è rimasto, seppure solo provvisoriamente, unito e compatto, è solo e soltanto perché Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d'Italia, nelle ultime due settimane ha tentato in tutti i modi possibili di evitare, almeno per il momento, che la coalizione andasse in frantumi nella maniera più plateale. Le apparenze sono salve, la forma pure, la sostanza invece no: Matteo Salvini e Silvio Berlusconi viaggiano ormai ciascuno per conto suo, è un dato di fatto. Il leader della Lega ha dichiarato guerra a Berlusconi e ha tirato la corda fino a un millimetro dalla rottura definitiva: l'annessione dei tre deputati, Laura Ravetto, Federica Zanella e Maurizio Carrara e le accuse esplicite di «inciuci» con il governo sull'emendamento salva Mediaset sono state solo la punta dell'iceberg. Così, mentre Salvini e Berlusconi si punzecchiavano, la Meloni, tre giorni fa, in commissione Bilancio alla Camera, ha deciso per l'astensione sullo scostamento, mentre la Lega votava contro e Forza Italia non partecipava al voto. Un'astensione che il giorno dopo, sempre in commissione ma al Senato, è diventata la posizione comune dei tre partiti di centrodestra. Ieri, infine, l'astensione è diventata voto favorevole in aula, consentendo a Berlusconi di cantare vittoria, e così il centrodestra si è compattato, in attesa di andare in frantumi alla prossima occasione, ad esempio se e quando ci sarà il voto sul Mes: Forza Italia voterà a favore, Lega e Fdi contro. Poi, c'è la manovra di Bilancio, altra grana non da poco, considerato che Fi potrebbe proseguire sulla strada del «dialogo». La verità è che Berlusconi, se fosse per lui, avrebbe già detto addio a Salvini: a frenarlo è la componente «filo leghista» di Forza Italia, che per ora regge, ma traballa assai, perché dall'altro lato la spinta dei parlamentari che sognano il proporzionale e non vedono l'ora di staccarsi dalla Lega è fortissima. La scena di ieri al Senato, raccontata dalla Dire, con Berlusconi che ha disertato il previsto collegamento on line con la conferenza stampa alla quale partecipavano Salvini, la Meloni e Antonio Tajani, è emblematica. «L'intero Parlamento», commenta Berlusconi, «ha scritto «una pagina finalmente positiva. Di fronte all'emergenza Covid, maggioranza e opposizione insieme, hanno dato delle risposte concrete alle drammatiche difficoltà di tanti italiani, lavoratori autonomi, commercianti, artigiani, professionisti che hanno visto il loro reddito compromesso dalla pandemia. Sono le proposte», aggiunge Berlusconi, «che Forza Italia aveva messo in campo da settimane e che sono state recepite dal governo e votate praticamente all'unanimità dalle Camere. Rivolgiamo pertanto i più sentiti complimenti e ringraziamenti ai nostri alleati della Lega e di Fratelli d'Italia, in particolare a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni, per il loro fattivo ed essenziale contributo al comportamento unitario del centro destra. È la strada che indicavamo parlando di collaborazione istituzionale e per la quale ci siamo battuti in questi mesi, recependo l'appello del capo dello Stato. Naturalmente», annuncia il Cav, quello di ieri «è solo un primo passo, ma è un passo sulla strada giusta: quella di unire le forze di fronte alla pandemia». Da parte sua, il premier Giuseppe Conte sa perfettamente che i numeri della maggioranza al Senato sono risicatissimi, e che il sostegno dei parlamentari di Berlusconi potrebbe presto diventare determinante per la sua sopravvivenza a Palazzo Chigi: «La votazione sulla risoluzione di maggioranza», ha detto ieri Conte, «relativa allo scostamento di bilancio è un ottimo segnale in questo momento di particolare difficoltà che sta attraversando il paese. Tra le forze di opposizione prevale la via del dialogo e di un approccio costruttivo e per questo ringrazio, in particolare, quanti l'hanno voluta perseguire sin dall'inizio, con determinazione ma sempre nella chiarezza dei ruoli». Notate il passaggio: Conte ringrazia «in particolare», chi ha voluto il dialogo «fin dall'inizio»: ovvero Berlusconi. Le indiscrezioni raccolte dalla Verità segnalano un Conte che, attraverso il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, ha tenuto negli ultimi giorni un dialogo serrato con Berlusconi. Il Cav e Gualtieri si sarebbero sentiti telefonicamente più volte, per sciogliere i nodi relativi al sostegno ai lavoratori autonomi, alle imprese e alle famiglie che Forza Italia ha chiesto e ottenuto per dare il via libera allo scostamento di bilancio. «Chi vocifera», fanno sapere fonti del M5s, «che la collaborazione dimostrata dalle opposizioni in parlamento sia l'antipasto a qualcos'altro si sbaglia o si illude. La collaborazione istituzionale è un dovere che diventa necessità in questa fase così critica, ma questo è quanto» «Oggi (ieri, ndr)», ha detto in serata Conte al Tg5, «è stato dato un bel segnale, importante, da tutte le forze politiche. Oggi la politica nel suo complesso ha dato un segno di unità. Se ha rischiato più Conte o Berlusconi? Oggi non ha rischiato Conte», ha aggiunto il premier, «perché le forze di maggioranza son ben coese e salde, e non ha rischiato neppure il cavaliere Berlusconi a cui va riconosciuto di aver avuto sempre un approccio costruttivo. E il fatto che anche le altre forze di opposizione hanno convenuto è un segnale bello per il Paese».
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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