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2020-11-27
Il Cavaliere convince Fdi e la Lega: il nuovo deficit passa all’unanimità
Silvio Berlusconi (Getty images)
L'unica cosa incontestabile sono i numeri d'Aula, nella loro fredda oggettività: la risoluzione della maggioranza per il via libera allo scostamento di bilancio di 8 miliardi è stata approvata alla Camera con 552 sì, 6 astenuti, nessun contrario, e al Senato con 278 sì, 4 astenuti e 4 contrari. Dunque, non solo è stata raggiunta la necessaria maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma si è praticamente sfiorata l'unanimità, con i voti favorevoli anche di Fi, Fdi e Lega, che si sono sommati a quelli del quadripartito giallorosso.
Su tutto il resto, però, molte e assai diverse interpretazioni sono possibili, e non tutto ciò che è apparso sulla scena (prima e dopo il voto) corrisponde alle tensioni e ai reali retropensieri dietro le quinte.
Naturalmente, a risultato portato a casa, i violini di governo hanno cominciato a suonare in direzione di Forza Italia. Ecco Dario Franceschini: «Una scelta di responsabilità di Silvio Berlusconi che ha politicamente costretto le altre forze di centrodestra a cambiare linea e ad adeguarsi. Chapeau». A ruota, il capogruppo Pd a Palazzo Madama Andrea Marcucci: «Lo segnalo come un fatto positivo, una sorta di “miracolo", visto il livello delle interlocuzioni avute finora. Le opposizioni, grazie alla spinta di Berlusconi, votano sì allo scostamento».
Inutilmente autocelebrativa la reazione di Giuseppe Conte: «Il voto che si è appena concluso è anche il segno che le linee di intervento programmate dal governo sono indirizzi che godono di ampio apprezzamento da parte di tutte le forze politiche, in quanto ritenute, evidentemente, rispondenti ai bisogni più urgenti della comunità nazionale». Training autogeno pure da parte di Luigi Di Maio: «Il voto sullo scostamento di bilancio è un grande segnale di unità e di lealtà istituzionale nei confronti del paese. Più volte questo governo ha ribadito la necessità di una collaborazione, chiesta anche dal presidente Mattarella, per dare una risposta concreta agli italiani».
In realtà, la maggioranza resta con tutte le sue contraddizioni assolutamente aperte e visibili, a partire dal rapporto tesissimo tra il Pd e Conte: tensioni che potrebbero manifestarsi in modo decisivo nelle prossime due settimane, con la mina del Mes.
Anche l'opposizione, tuttavia, non sta così bene come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. È la scansione cronologica della giornata a farlo intuire. In mattinata, in qualche misura dando la sensazione di superare l'impegno a procedere insieme con Lega e Fdi siglato il pomeriggio precedente, era stato il leader di Fi, in collegamento con i suoi parlamentari, a fare la prima mossa, annunciando un sì senza subordinate «perché il governo ha accolto tutte le proposte del centrodestra». E, con immediata uscita dell'indiscrezione sulle agenzie, l'ex premier aveva fatto sapere di aspettarsi analoga scelta da parte di tutto il centrodestra.
A seguire, più caute, fonti di Lega e Fdi: «Siamo pronti a votare sì, come correttamente spiegato da Berlusconi sulla base di un documento informale del governo che accoglieva le nostre proposte, ma attendiamo che l'esecutivo presenti il testo definitivo». Poi, in effetti, il voto d'Aula ha registrato il semaforo verde di tutte e tre le forze di centrodestra.
A seguire, in una conferenza stampa congiunta, ancora dichiarazioni all'insegna dell'unità. Ecco Matteo Salvini: «Si riavvicinano distanze che, per ideologia, il governo aveva allargato in questi giorni. Oggi ci hanno ascoltato perché hanno capito che da soli non vanno da nessuna parte». Ecco Antonio Tajani: «Di fronte alle promesse fatte dal governo abbiamo deciso di sostenere questo scostamento, che non ha nulla a che vedere con il sostegno al governo. Lo abbiamo fatto nell'interesse degli italiani. Ora speriamo che il governo mantenga gli impegni presi. Il presidente Berlusconi ha lavorato per tutelare una parte di Paese che fino a oggi non era stata tutelata». Anche Giorgia Meloni si è detta concorde: «Con un lavoro molto lungo di proposte, attenzione e disponibilità che ci ha visto protagonisti abbiamo costretto la maggioranza a rivedere le sue posizioni. Con questo voto dimostriamo che l'assenza di dialogo era responsabilità del governo e non dell'opposizione. Mentre la maggioranza per mesi ha pensato di chiudersi in sé stessa e ha notevoli problemi interni, noi siamo uniti e compatti».
Nel corso della conferenza, una nota di saggio scetticismo è venuta da Salvini, interpellato sulla legge di bilancio e sulle prospettive dopo questo voto: «Se ci ascoltano è un conto. Vedremo se questo di oggi è un singolo episodio dettato dal terrore di non farcela con i numeri o se è un convincimento al dialogo».
Tuttavia, a microfoni spenti, le reazioni di dirigenti autorevoli di Forza Italia da una parte, e di Lega e Fratelli d'Italia dall'altra, suonano piuttosto diverse. In casa azzurra, è assai differente lo stato d'animo tra chi vorrebbe comunque convergere verso il governo e allargare il solco con i sovranisti, e chi (specie al Senato) ha invece tirato un sospiro di sollievo per una dinamica parlamentare che, almeno ieri, non ha fatto esplodere il centrodestra. E dalle parti di Lega e Fratelli d'Italia c'è chi sottolinea la reazione paziente di Salvini e Meloni, ben al di là della risposta di merito del governo.
Dopo la prima uscita del Cav, se i leader di Lega e Fdi avessero reagito in modo rigido, avrebbero immediatamente «regalato» Forza Italia alla maggioranza, certificando la disarticolazione del centrodestra. Con la scelta di convergere tutti insieme, questo piano della sinistra è saltato, almeno per ora. Ma le incognite restano, e la vicenda Mes, già all'orizzonte, rischia di rimescolare le carte e mettere a dura prova un'unità non solo di facciata dell'opposizione.
Dalla pazienza di Giobbe alla pazienza di Giorgia: se il centrodestra ieri è rimasto, seppure solo provvisoriamente, unito e compatto, è solo e soltanto perché Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d'Italia, nelle ultime due settimane ha tentato in tutti i modi possibili di evitare, almeno per il momento, che la coalizione andasse in frantumi nella maniera più plateale. Le apparenze sono salve, la forma pure, la sostanza invece no: Matteo Salvini e Silvio Berlusconi viaggiano ormai ciascuno per conto suo, è un dato di fatto. Il leader della Lega ha dichiarato guerra a Berlusconi e ha tirato la corda fino a un millimetro dalla rottura definitiva: l'annessione dei tre deputati, Laura Ravetto, Federica Zanella e Maurizio Carrara e le accuse esplicite di «inciuci» con il governo sull'emendamento salva Mediaset sono state solo la punta dell'iceberg.
Così, mentre Salvini e Berlusconi si punzecchiavano, la Meloni, tre giorni fa, in commissione Bilancio alla Camera, ha deciso per l'astensione sullo scostamento, mentre la Lega votava contro e Forza Italia non partecipava al voto. Un'astensione che il giorno dopo, sempre in commissione ma al Senato, è diventata la posizione comune dei tre partiti di centrodestra. Ieri, infine, l'astensione è diventata voto favorevole in aula, consentendo a Berlusconi di cantare vittoria, e così il centrodestra si è compattato, in attesa di andare in frantumi alla prossima occasione, ad esempio se e quando ci sarà il voto sul Mes: Forza Italia voterà a favore, Lega e Fdi contro. Poi, c'è la manovra di Bilancio, altra grana non da poco, considerato che Fi potrebbe proseguire sulla strada del «dialogo». La verità è che Berlusconi, se fosse per lui, avrebbe già detto addio a Salvini: a frenarlo è la componente «filo leghista» di Forza Italia, che per ora regge, ma traballa assai, perché dall'altro lato la spinta dei parlamentari che sognano il proporzionale e non vedono l'ora di staccarsi dalla Lega è fortissima. La scena di ieri al Senato, raccontata dalla Dire, con Berlusconi che ha disertato il previsto collegamento on line con la conferenza stampa alla quale partecipavano Salvini, la Meloni e Antonio Tajani, è emblematica. «L'intero Parlamento», commenta Berlusconi, «ha scritto «una pagina finalmente positiva. Di fronte all'emergenza Covid, maggioranza e opposizione insieme, hanno dato delle risposte concrete alle drammatiche difficoltà di tanti italiani, lavoratori autonomi, commercianti, artigiani, professionisti che hanno visto il loro reddito compromesso dalla pandemia. Sono le proposte», aggiunge Berlusconi, «che Forza Italia aveva messo in campo da settimane e che sono state recepite dal governo e votate praticamente all'unanimità dalle Camere. Rivolgiamo pertanto i più sentiti complimenti e ringraziamenti ai nostri alleati della Lega e di Fratelli d'Italia, in particolare a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni, per il loro fattivo ed essenziale contributo al comportamento unitario del centro destra. È la strada che indicavamo parlando di collaborazione istituzionale e per la quale ci siamo battuti in questi mesi, recependo l'appello del capo dello Stato. Naturalmente», annuncia il Cav, quello di ieri «è solo un primo passo, ma è un passo sulla strada giusta: quella di unire le forze di fronte alla pandemia».
Da parte sua, il premier Giuseppe Conte sa perfettamente che i numeri della maggioranza al Senato sono risicatissimi, e che il sostegno dei parlamentari di Berlusconi potrebbe presto diventare determinante per la sua sopravvivenza a Palazzo Chigi: «La votazione sulla risoluzione di maggioranza», ha detto ieri Conte, «relativa allo scostamento di bilancio è un ottimo segnale in questo momento di particolare difficoltà che sta attraversando il paese. Tra le forze di opposizione prevale la via del dialogo e di un approccio costruttivo e per questo ringrazio, in particolare, quanti l'hanno voluta perseguire sin dall'inizio, con determinazione ma sempre nella chiarezza dei ruoli». Notate il passaggio: Conte ringrazia «in particolare», chi ha voluto il dialogo «fin dall'inizio»: ovvero Berlusconi. Le indiscrezioni raccolte dalla Verità segnalano un Conte che, attraverso il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, ha tenuto negli ultimi giorni un dialogo serrato con Berlusconi. Il Cav e Gualtieri si sarebbero sentiti telefonicamente più volte, per sciogliere i nodi relativi al sostegno ai lavoratori autonomi, alle imprese e alle famiglie che Forza Italia ha chiesto e ottenuto per dare il via libera allo scostamento di bilancio.
«Chi vocifera», fanno sapere fonti del M5s, «che la collaborazione dimostrata dalle opposizioni in parlamento sia l'antipasto a qualcos'altro si sbaglia o si illude. La collaborazione istituzionale è un dovere che diventa necessità in questa fase così critica, ma questo è quanto»
«Oggi (ieri, ndr)», ha detto in serata Conte al Tg5, «è stato dato un bel segnale, importante, da tutte le forze politiche. Oggi la politica nel suo complesso ha dato un segno di unità. Se ha rischiato più Conte o Berlusconi? Oggi non ha rischiato Conte», ha aggiunto il premier, «perché le forze di maggioranza son ben coese e salde, e non ha rischiato neppure il cavaliere Berlusconi a cui va riconosciuto di aver avuto sempre un approccio costruttivo. E il fatto che anche le altre forze di opposizione hanno convenuto è un segnale bello per il Paese».
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Dopo le febbrili trattative della vigilia, l'opposizione tende la mano al governo sullo scostamento di bilancio Il Pd blandisce Silvio Berlusconi, ma gli alleati restano cauti: «Vediamo se l'esecutivo continuerà ad ascoltarci»L'unità con Matteo Salvini e Giorgia Meloni è fragile, legge di Bilancio e Mes saranno i banchi di prova Ma le telefonate tra l'ex premier e il ministro dell'Economia inquietano anche Pd e M5sLo speciale contiene due articoliL'unica cosa incontestabile sono i numeri d'Aula, nella loro fredda oggettività: la risoluzione della maggioranza per il via libera allo scostamento di bilancio di 8 miliardi è stata approvata alla Camera con 552 sì, 6 astenuti, nessun contrario, e al Senato con 278 sì, 4 astenuti e 4 contrari. Dunque, non solo è stata raggiunta la necessaria maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma si è praticamente sfiorata l'unanimità, con i voti favorevoli anche di Fi, Fdi e Lega, che si sono sommati a quelli del quadripartito giallorosso. Su tutto il resto, però, molte e assai diverse interpretazioni sono possibili, e non tutto ciò che è apparso sulla scena (prima e dopo il voto) corrisponde alle tensioni e ai reali retropensieri dietro le quinte. Naturalmente, a risultato portato a casa, i violini di governo hanno cominciato a suonare in direzione di Forza Italia. Ecco Dario Franceschini: «Una scelta di responsabilità di Silvio Berlusconi che ha politicamente costretto le altre forze di centrodestra a cambiare linea e ad adeguarsi. Chapeau». A ruota, il capogruppo Pd a Palazzo Madama Andrea Marcucci: «Lo segnalo come un fatto positivo, una sorta di “miracolo", visto il livello delle interlocuzioni avute finora. Le opposizioni, grazie alla spinta di Berlusconi, votano sì allo scostamento». Inutilmente autocelebrativa la reazione di Giuseppe Conte: «Il voto che si è appena concluso è anche il segno che le linee di intervento programmate dal governo sono indirizzi che godono di ampio apprezzamento da parte di tutte le forze politiche, in quanto ritenute, evidentemente, rispondenti ai bisogni più urgenti della comunità nazionale». Training autogeno pure da parte di Luigi Di Maio: «Il voto sullo scostamento di bilancio è un grande segnale di unità e di lealtà istituzionale nei confronti del paese. Più volte questo governo ha ribadito la necessità di una collaborazione, chiesta anche dal presidente Mattarella, per dare una risposta concreta agli italiani».In realtà, la maggioranza resta con tutte le sue contraddizioni assolutamente aperte e visibili, a partire dal rapporto tesissimo tra il Pd e Conte: tensioni che potrebbero manifestarsi in modo decisivo nelle prossime due settimane, con la mina del Mes. Anche l'opposizione, tuttavia, non sta così bene come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. È la scansione cronologica della giornata a farlo intuire. In mattinata, in qualche misura dando la sensazione di superare l'impegno a procedere insieme con Lega e Fdi siglato il pomeriggio precedente, era stato il leader di Fi, in collegamento con i suoi parlamentari, a fare la prima mossa, annunciando un sì senza subordinate «perché il governo ha accolto tutte le proposte del centrodestra». E, con immediata uscita dell'indiscrezione sulle agenzie, l'ex premier aveva fatto sapere di aspettarsi analoga scelta da parte di tutto il centrodestra. A seguire, più caute, fonti di Lega e Fdi: «Siamo pronti a votare sì, come correttamente spiegato da Berlusconi sulla base di un documento informale del governo che accoglieva le nostre proposte, ma attendiamo che l'esecutivo presenti il testo definitivo». Poi, in effetti, il voto d'Aula ha registrato il semaforo verde di tutte e tre le forze di centrodestra.A seguire, in una conferenza stampa congiunta, ancora dichiarazioni all'insegna dell'unità. Ecco Matteo Salvini: «Si riavvicinano distanze che, per ideologia, il governo aveva allargato in questi giorni. Oggi ci hanno ascoltato perché hanno capito che da soli non vanno da nessuna parte». Ecco Antonio Tajani: «Di fronte alle promesse fatte dal governo abbiamo deciso di sostenere questo scostamento, che non ha nulla a che vedere con il sostegno al governo. Lo abbiamo fatto nell'interesse degli italiani. Ora speriamo che il governo mantenga gli impegni presi. Il presidente Berlusconi ha lavorato per tutelare una parte di Paese che fino a oggi non era stata tutelata». Anche Giorgia Meloni si è detta concorde: «Con un lavoro molto lungo di proposte, attenzione e disponibilità che ci ha visto protagonisti abbiamo costretto la maggioranza a rivedere le sue posizioni. Con questo voto dimostriamo che l'assenza di dialogo era responsabilità del governo e non dell'opposizione. Mentre la maggioranza per mesi ha pensato di chiudersi in sé stessa e ha notevoli problemi interni, noi siamo uniti e compatti».Nel corso della conferenza, una nota di saggio scetticismo è venuta da Salvini, interpellato sulla legge di bilancio e sulle prospettive dopo questo voto: «Se ci ascoltano è un conto. Vedremo se questo di oggi è un singolo episodio dettato dal terrore di non farcela con i numeri o se è un convincimento al dialogo».Tuttavia, a microfoni spenti, le reazioni di dirigenti autorevoli di Forza Italia da una parte, e di Lega e Fratelli d'Italia dall'altra, suonano piuttosto diverse. In casa azzurra, è assai differente lo stato d'animo tra chi vorrebbe comunque convergere verso il governo e allargare il solco con i sovranisti, e chi (specie al Senato) ha invece tirato un sospiro di sollievo per una dinamica parlamentare che, almeno ieri, non ha fatto esplodere il centrodestra. E dalle parti di Lega e Fratelli d'Italia c'è chi sottolinea la reazione paziente di Salvini e Meloni, ben al di là della risposta di merito del governo. Dopo la prima uscita del Cav, se i leader di Lega e Fdi avessero reagito in modo rigido, avrebbero immediatamente «regalato» Forza Italia alla maggioranza, certificando la disarticolazione del centrodestra. Con la scelta di convergere tutti insieme, questo piano della sinistra è saltato, almeno per ora. Ma le incognite restano, e la vicenda Mes, già all'orizzonte, rischia di rimescolare le carte e mettere a dura prova un'unità non solo di facciata dell'opposizione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cavaliere-convince-fdi-e-la-lega-il-nuovo-deficit-passa-allunanimita-2649054534.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2649054534" data-published-at="1606422715" data-use-pagination="False"> Dalla pazienza di Giobbe alla pazienza di Giorgia: se il centrodestra ieri è rimasto, seppure solo provvisoriamente, unito e compatto, è solo e soltanto perché Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d'Italia, nelle ultime due settimane ha tentato in tutti i modi possibili di evitare, almeno per il momento, che la coalizione andasse in frantumi nella maniera più plateale. Le apparenze sono salve, la forma pure, la sostanza invece no: Matteo Salvini e Silvio Berlusconi viaggiano ormai ciascuno per conto suo, è un dato di fatto. Il leader della Lega ha dichiarato guerra a Berlusconi e ha tirato la corda fino a un millimetro dalla rottura definitiva: l'annessione dei tre deputati, Laura Ravetto, Federica Zanella e Maurizio Carrara e le accuse esplicite di «inciuci» con il governo sull'emendamento salva Mediaset sono state solo la punta dell'iceberg. Così, mentre Salvini e Berlusconi si punzecchiavano, la Meloni, tre giorni fa, in commissione Bilancio alla Camera, ha deciso per l'astensione sullo scostamento, mentre la Lega votava contro e Forza Italia non partecipava al voto. Un'astensione che il giorno dopo, sempre in commissione ma al Senato, è diventata la posizione comune dei tre partiti di centrodestra. Ieri, infine, l'astensione è diventata voto favorevole in aula, consentendo a Berlusconi di cantare vittoria, e così il centrodestra si è compattato, in attesa di andare in frantumi alla prossima occasione, ad esempio se e quando ci sarà il voto sul Mes: Forza Italia voterà a favore, Lega e Fdi contro. Poi, c'è la manovra di Bilancio, altra grana non da poco, considerato che Fi potrebbe proseguire sulla strada del «dialogo». La verità è che Berlusconi, se fosse per lui, avrebbe già detto addio a Salvini: a frenarlo è la componente «filo leghista» di Forza Italia, che per ora regge, ma traballa assai, perché dall'altro lato la spinta dei parlamentari che sognano il proporzionale e non vedono l'ora di staccarsi dalla Lega è fortissima. La scena di ieri al Senato, raccontata dalla Dire, con Berlusconi che ha disertato il previsto collegamento on line con la conferenza stampa alla quale partecipavano Salvini, la Meloni e Antonio Tajani, è emblematica. «L'intero Parlamento», commenta Berlusconi, «ha scritto «una pagina finalmente positiva. Di fronte all'emergenza Covid, maggioranza e opposizione insieme, hanno dato delle risposte concrete alle drammatiche difficoltà di tanti italiani, lavoratori autonomi, commercianti, artigiani, professionisti che hanno visto il loro reddito compromesso dalla pandemia. Sono le proposte», aggiunge Berlusconi, «che Forza Italia aveva messo in campo da settimane e che sono state recepite dal governo e votate praticamente all'unanimità dalle Camere. Rivolgiamo pertanto i più sentiti complimenti e ringraziamenti ai nostri alleati della Lega e di Fratelli d'Italia, in particolare a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni, per il loro fattivo ed essenziale contributo al comportamento unitario del centro destra. È la strada che indicavamo parlando di collaborazione istituzionale e per la quale ci siamo battuti in questi mesi, recependo l'appello del capo dello Stato. Naturalmente», annuncia il Cav, quello di ieri «è solo un primo passo, ma è un passo sulla strada giusta: quella di unire le forze di fronte alla pandemia». Da parte sua, il premier Giuseppe Conte sa perfettamente che i numeri della maggioranza al Senato sono risicatissimi, e che il sostegno dei parlamentari di Berlusconi potrebbe presto diventare determinante per la sua sopravvivenza a Palazzo Chigi: «La votazione sulla risoluzione di maggioranza», ha detto ieri Conte, «relativa allo scostamento di bilancio è un ottimo segnale in questo momento di particolare difficoltà che sta attraversando il paese. Tra le forze di opposizione prevale la via del dialogo e di un approccio costruttivo e per questo ringrazio, in particolare, quanti l'hanno voluta perseguire sin dall'inizio, con determinazione ma sempre nella chiarezza dei ruoli». Notate il passaggio: Conte ringrazia «in particolare», chi ha voluto il dialogo «fin dall'inizio»: ovvero Berlusconi. Le indiscrezioni raccolte dalla Verità segnalano un Conte che, attraverso il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, ha tenuto negli ultimi giorni un dialogo serrato con Berlusconi. Il Cav e Gualtieri si sarebbero sentiti telefonicamente più volte, per sciogliere i nodi relativi al sostegno ai lavoratori autonomi, alle imprese e alle famiglie che Forza Italia ha chiesto e ottenuto per dare il via libera allo scostamento di bilancio. «Chi vocifera», fanno sapere fonti del M5s, «che la collaborazione dimostrata dalle opposizioni in parlamento sia l'antipasto a qualcos'altro si sbaglia o si illude. La collaborazione istituzionale è un dovere che diventa necessità in questa fase così critica, ma questo è quanto» «Oggi (ieri, ndr)», ha detto in serata Conte al Tg5, «è stato dato un bel segnale, importante, da tutte le forze politiche. Oggi la politica nel suo complesso ha dato un segno di unità. Se ha rischiato più Conte o Berlusconi? Oggi non ha rischiato Conte», ha aggiunto il premier, «perché le forze di maggioranza son ben coese e salde, e non ha rischiato neppure il cavaliere Berlusconi a cui va riconosciuto di aver avuto sempre un approccio costruttivo. E il fatto che anche le altre forze di opposizione hanno convenuto è un segnale bello per il Paese».
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
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Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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