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2020-07-20
Il «cartello» tra Novartis e Roche per raggirare il Sistema sanitario
Quella di Avastin e Lucentis è una storia lunga, fatta di processi, ricorsi, interessi e soldi. Tanti soldi. Soldi che il Sistema sanitario nazionale avrebbe potuto risparmiare. E che invece, secondo le accuse, sarebbero finiti a ingrossare i bilanci delle aziende farmaceutiche.
Due giganti: Roche e Novartis. Due big del settore che hanno come interesse legittimo quello di guadagnare. Eppure, a scorrere le parole della sesta sezione del Consiglio di Stato, sembra che in questo caso «la massimizzazione dei profitti» non sia avvenuta in maniera propriamente lecita.
Secondo i giudici amministrativi, che hanno confermato la multa di 180 milioni comminata dall'Antitrust, Roche e Novartis, anche attraverso le controllate italiane, avrebbero posto in essere «un'intesa orizzontale restrittiva della concorrenza». In sostanza, si sarebbero spartite il mercato al fine di spingere le vendite di un farmaco, il Lucentis, al posto di un altro, l'Avastin, che risultava undici volte più economico. L'obiettivo sarebbe stato raggiunto «generando e comunicando preoccupazioni per la sicurezza di Avastin, col ricorso a una complessa strategia mediatica comprensiva addirittura della produzione e diffusione di informazioni scientifiche tramite convegni, finanziamento di pubblicazioni, articoli».
Il Lucentis, prodotto da Novartis, è un farmaco specifico per le malattie degli occhi, in particolare la degenerazione maculare senile, prima causa di cecità nei paesi industrializzati e terza a livello mondiale. Il costo del trattamento a carico del Sistema sanitario nazionale è di 902 euro. Prima della sua introduzione, alcuni medici oculisti avevano scoperto che l'Avastin, prodotto da Roche e impiegato nel trattamento del tumore al colon, aveva un'ottima resa anche per le malattie oftalmiche, tanto da essere utilizzate off-label. Costo del trattamento: 82 euro.
Nonostante i buoni risultati, Roche non ha mai sviluppato il prodotto in ambito oftalmico. Per gli stessi esperti oftalmologi, era «di difficile comprensione la strategia commerciale di un'impresa che, pur disponendo di un farmaco che le evidenze scientifiche considerano sovrapponibile a un altro, non facesse richiesta di registrazione per nuove indicazioni terapeutiche tali da porlo nel mercato in competizione con la concorrente».
La competizione, probabilmente, non era l'interesse principale. Una volta entrato in commercio il Lucentis, infatti, è partita quella che i giudici amministrativi chiamano «attività di artificiosa differenziazione». I due gruppi si sarebbero attivati per «evidenziare profili di pericolosità dell'uso di Avastin, pur nel dubbio della significatività dei dati impiegati».
La «cooperazione orizzontale», secondo quanto ricostruito dall'Antitrust, avrebbe determinato «un immediato rallentamento della crescita di Avastin con un conseguente spostamento della domanda verso il più costoso Lucentis». L'intesa avrebbe «reso particolarmente difficoltoso l'accesso alle cure per i malati e prodotto sicuri effetti sul bilancio economico del Sistema sanitario». Nel solo 2012, il maggior costo sostenuto sfiorava i 45 milioni di euro.
Secondo i magistrati della Corte dei Conti il danno erariale si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro. «Le anomalie del sistema sono state lamentate sin dal 2007», spiega alla Verità l'avvocato Riccardo Salomone, che ha difeso la Soi (Società oftalmologica italiana) nel processo penale che si è chiuso l'8 luglio. I rappresentanti legali dei due gruppi sono stati prosciolti dalle accuse davanti al Tribunale di Roma, nonostante il pm avesse chiesto 6 mesi di condanna. «Dopo quasi dieci anni si chiude uno dei capitoli della vicenda. Restano comunque le evidenze documentali, i fatti che la Soi ha sostenuto fin dall'inizio, confermati anche dal Consiglio di Stato».
Restano i numeri, soprattutto. Quelli li snocciola il dottor Matteo Piovella, presidente di Soi, per cui ci sarebbero «200.000 pazienti in Italia che non hanno accesso alle cure o vi si sottopongono in maniera inadeguata». Con il rischio di perdere la vista per sempre.
Johnson & Johnson
«L'esposizione dei consumatori all'amianto, durata diversi decenni, è stata permessa con incosciente inosservanza della salute e della sicurezza altrui».
Secondo i giudici della Corte d'Appello del Missouri, che hanno confermato la sentenza di primo grado emessa da una giuria di St. Louis, alla Johnson & Johnson sarebbero stati «consapevoli del rischio che i prodotti venduti al pubblico – tra cui il talco - potessero contenere fibre di amianto». Eppure, avrebbero «evitato di adottare misure accurate per scovarne eventuali tracce e avrebbero tentato di screditare gli scienziati che pubblicavano studi contrari ai loro prodotti».
Per questo, la multinazionale statunitense è stata condannata a risarcire alcune donne che sostengono «di aver sviluppato il cancro alle ovaie dopo l'uso continuato di due diversi tipi di talco prodotti da Johnson & Johnson». Un danno da oltre 2 miliardi di dollari. Una cifra dimezzata rispetto alla sentenza di primo grado per un difetto di giurisdizione.
L'azienda sarebbe pronta a presentare ricorso, sostenendo la sicurezza del prodotto. A maggio, Johnson & Johnson ne ha bloccato la vendita negli Usa e in Canada. «La domanda è in calo per la disinformazione», hanno spiegato. «Le accuse sono infondate». Solo negli Usa, sarebbero più di 19.000 le cause intentate.
La truffa
«I prezzi dei farmaci generici sono raddoppiati, triplicati, cresciuti fino al 1.000%». Per i 51 procuratori generali Usa che hanno intentato la causa, si sarebbe trattato di «una cospirazione diffusa da parte delle case farmaceutiche per gonfiare i prezzi».
Nel mirino sono finite 26 gruppi, tra cui Sandoz (divisione di Novartis), Pfizer, Actavis pharma. Sarebbero stati alterati i prezzi di 80 farmaci generici, che hanno fruttato miliardi di dollari negli Usa, tra il 2009 e il 2016. Le società erano in stretto contatto tra loro «per frenare la concorrenza». Una frode da «miliardi di dollari».
È la terza causa che viene intentata contro le big dei generici: le altre due risalgono al 2016 e al 2019 e sono ancora pendenti.
Allergan
«Quelle protesi le ho impiantate cinque anni fa. Il mio chirurgo mi ha detto di stare tranquilla, ma se non ci sono rischi perché tutte le matrici sono state ritirate dal mercato?». Barbara è una delle tante donne a cui sono state impiantate le protesi mammarie a superficie macrotesturizzata tipo Biocell.
A produrle la multinazionale Allergan, acquisita lo scorso maggio da uno dei leader della biofarmaceutica, Abbvie. Nel luglio 2019, Allergan ne ha annunciato il ritiro dal mercato mondiale. «Quelle protesi hanno destato una certa preoccupazione: in alcuni Paesi come la Francia, sarebbero state riscontrate delle relazioni causali tra gli impianti e un tumore piuttosto raro, il linfoma anaplastico a grandi cellule», spiega l'avvocato Tiziana Sorriento, che ha raccolto svariate segnalazioni in tutta Italia.
Le protesi Allergan sono state usate in molti ospedali pubblici. Secondo il ministero, «non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l'insorgenza della patologia e il tipo di protesi». Eppure, molte donne continuano a farsi delle domande. Capire quante di loro le abbiano impiantate, non è semplice. Il registro nazionale delle protesi mammarie non è ancora a regime, anche se la legge che lo prevede risale al 2012. Interpellato, il ministero non ha risposto.
Finanziamenti ai medici
Per la Sec, l'Autorità di sorveglianza dei mercati negli Stati Uniti, lo schema era semplice: sponsorizzazioni, viaggi e benefit in cambio delle prescrizioni mediche. Obiettivo: incrementare la vendita dei farmaci. Nel mirino sono finiti il gigante farmaceutico Novartis e la sua ex filiale Alcon.
Secondo le accuse, gli agenti delle società controllate in Corea del sud, Grecia e Vietnam avrebbero finanziato in maniera indebita medici e operatori sanitari. Per evitare una causa civile, Novartis ha accettato di versare al dipartimento di Giustizia americano 234 milioni di dollari, più 113 milioni al Tesoro.
Nel caso di Novartis Grecia, i medici sarebbero stati classificati in base al ritorno sugli investimenti: «Chi dimostrava di avere un'alta propensione alla prescrizione dei farmaci riceveva “investimenti"; per gli altri, le sponsorizzazioni venivano progressivamente ridotte fino a essere eliminate». Secondo le accuse, i congressi internazionali erano le sedi privilegiate per influenzare i medici: «Novartis Grecia ne sosteneva i costi. Biglietti aerei, alberghi: per ogni operatore sanitario coinvolto, “l'investimento" poteva superare i 6.000 dollari».
Novartis era già finita nel mirino del pool anticorruzione in Grecia per un presunto giro di tangenti che avrebbe coinvolto non solo medici, ma anche il mondo politico.
Mediator
Il Mediator sarebbe la causa di 2.000 morti e moltissimi casi di disabilità. Le prime segnalazioni della pericolosità del farmaco arrivarono già negli anni '90, ma l'azienda continuò a venderlo fino al 2009, anno in cui lo ritirò dal mercato. È uno dei più grandi scandali sanitari della storia, non solo francese: il farmaco antidiabetico veniva usato come inibitore della fame anche in soggetti sani. Il processo, iniziato nel settembre 2019, avrebbe dovuto concludersi lo scorso aprile, ma è stato interrotto dalla pandemia.
A sollevare il caso, Irène Frachon: la pneumologa è stata la prima a denunciare il comportamento del colosso francese Servier. Introdotto sul mercato nel 1976, il Mediator è nato per aiutare pazienti diabetici in sovrappeso. Per la Servier, «non sarebbero stati individuati segnali di rischio prima del 2009».
La strage silenziosa
Stati, contee, città. Sarebbero più di 2.000 le azioni legali intentate negli Stati Uniti contro una serie di aziende farmaceutiche, ritenute responsabili della diffusione dell'epidemia di oppioidi nel Paese. Tra queste, Johnson & Johnson.
Uno degli ultimi ad aggiungersi alla lista è lo stato di Washington: per il procuratore generale, la multinazionale «avrebbe attuato strategie di marketing ingannevoli per informare che gli oppioidi erano efficaci nel trattamento del dolore e che probabilmente non avrebbero causato dipendenza».
Parole simili a quelle pronunciate dal giudice distrettuale della contea di Cleveland, che ha condannato per la prima volta Johnson & Johnson per l'epidemia di oppioidi in Oklahoma. Danni per 572 milioni di dollari, secondo il giudice, poi ridotti a 465 milioni. A leggere le parole della sentenza, «gli oppioidi non solo avrebbero creato dipendenza, ma sarebbero la causa principale delle 2.100 morti che si sono verificate tra il 2011 e il 2015 nello stato».
Nel 2015 sono state distribuite 326 milioni di pillole in Oklahoma. Praticamente, 110 pillole per ciascun abitante. Due anni più tardi, il 4,2% dei nuovi nati soffriva della sindrome di astinenza neonatale, causata da una cessazione improvvisa delle sostanze al momento del parto.
Continua a leggereRiduci
I due giganti si sono accordati per fare acquistare il Lucentis (902 euro) e non l'Avastin (82), validi per curare la stessa malattia. Il Consiglio di Stato conferma la multa dell'Antitrust, ma sotto il profilo penale tutti assolti.Quasi 20.000 cause negli Usa: «Sapeva del talco all'amianto».La truffa: «Gonfiavano fino al 1.000% il prezzo dei generici».Con le protesi mammarie si rischia il tumore: ritirate.Se prescrivi i farmaci «giusti» ricevi cospicui «investimenti».Mediator, la medicina che avrebbe ammazzato 2.000 persone.Oppioidi letali: in America migliaia di cause in corso.Lo speciale contiene sette articoli.Quella di Avastin e Lucentis è una storia lunga, fatta di processi, ricorsi, interessi e soldi. Tanti soldi. Soldi che il Sistema sanitario nazionale avrebbe potuto risparmiare. E che invece, secondo le accuse, sarebbero finiti a ingrossare i bilanci delle aziende farmaceutiche. Due giganti: Roche e Novartis. Due big del settore che hanno come interesse legittimo quello di guadagnare. Eppure, a scorrere le parole della sesta sezione del Consiglio di Stato, sembra che in questo caso «la massimizzazione dei profitti» non sia avvenuta in maniera propriamente lecita. Secondo i giudici amministrativi, che hanno confermato la multa di 180 milioni comminata dall'Antitrust, Roche e Novartis, anche attraverso le controllate italiane, avrebbero posto in essere «un'intesa orizzontale restrittiva della concorrenza». In sostanza, si sarebbero spartite il mercato al fine di spingere le vendite di un farmaco, il Lucentis, al posto di un altro, l'Avastin, che risultava undici volte più economico. L'obiettivo sarebbe stato raggiunto «generando e comunicando preoccupazioni per la sicurezza di Avastin, col ricorso a una complessa strategia mediatica comprensiva addirittura della produzione e diffusione di informazioni scientifiche tramite convegni, finanziamento di pubblicazioni, articoli».Il Lucentis, prodotto da Novartis, è un farmaco specifico per le malattie degli occhi, in particolare la degenerazione maculare senile, prima causa di cecità nei paesi industrializzati e terza a livello mondiale. Il costo del trattamento a carico del Sistema sanitario nazionale è di 902 euro. Prima della sua introduzione, alcuni medici oculisti avevano scoperto che l'Avastin, prodotto da Roche e impiegato nel trattamento del tumore al colon, aveva un'ottima resa anche per le malattie oftalmiche, tanto da essere utilizzate off-label. Costo del trattamento: 82 euro. Nonostante i buoni risultati, Roche non ha mai sviluppato il prodotto in ambito oftalmico. Per gli stessi esperti oftalmologi, era «di difficile comprensione la strategia commerciale di un'impresa che, pur disponendo di un farmaco che le evidenze scientifiche considerano sovrapponibile a un altro, non facesse richiesta di registrazione per nuove indicazioni terapeutiche tali da porlo nel mercato in competizione con la concorrente».La competizione, probabilmente, non era l'interesse principale. Una volta entrato in commercio il Lucentis, infatti, è partita quella che i giudici amministrativi chiamano «attività di artificiosa differenziazione». I due gruppi si sarebbero attivati per «evidenziare profili di pericolosità dell'uso di Avastin, pur nel dubbio della significatività dei dati impiegati». La «cooperazione orizzontale», secondo quanto ricostruito dall'Antitrust, avrebbe determinato «un immediato rallentamento della crescita di Avastin con un conseguente spostamento della domanda verso il più costoso Lucentis». L'intesa avrebbe «reso particolarmente difficoltoso l'accesso alle cure per i malati e prodotto sicuri effetti sul bilancio economico del Sistema sanitario». Nel solo 2012, il maggior costo sostenuto sfiorava i 45 milioni di euro. Secondo i magistrati della Corte dei Conti il danno erariale si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro. «Le anomalie del sistema sono state lamentate sin dal 2007», spiega alla Verità l'avvocato Riccardo Salomone, che ha difeso la Soi (Società oftalmologica italiana) nel processo penale che si è chiuso l'8 luglio. I rappresentanti legali dei due gruppi sono stati prosciolti dalle accuse davanti al Tribunale di Roma, nonostante il pm avesse chiesto 6 mesi di condanna. «Dopo quasi dieci anni si chiude uno dei capitoli della vicenda. Restano comunque le evidenze documentali, i fatti che la Soi ha sostenuto fin dall'inizio, confermati anche dal Consiglio di Stato».Restano i numeri, soprattutto. Quelli li snocciola il dottor Matteo Piovella, presidente di Soi, per cui ci sarebbero «200.000 pazienti in Italia che non hanno accesso alle cure o vi si sottopongono in maniera inadeguata». Con il rischio di perdere la vista per sempre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="johnson-johnson" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Johnson & Johnson «L'esposizione dei consumatori all'amianto, durata diversi decenni, è stata permessa con incosciente inosservanza della salute e della sicurezza altrui». Secondo i giudici della Corte d'Appello del Missouri, che hanno confermato la sentenza di primo grado emessa da una giuria di St. Louis, alla Johnson & Johnson sarebbero stati «consapevoli del rischio che i prodotti venduti al pubblico – tra cui il talco - potessero contenere fibre di amianto». Eppure, avrebbero «evitato di adottare misure accurate per scovarne eventuali tracce e avrebbero tentato di screditare gli scienziati che pubblicavano studi contrari ai loro prodotti». Per questo, la multinazionale statunitense è stata condannata a risarcire alcune donne che sostengono «di aver sviluppato il cancro alle ovaie dopo l'uso continuato di due diversi tipi di talco prodotti da Johnson & Johnson». Un danno da oltre 2 miliardi di dollari. Una cifra dimezzata rispetto alla sentenza di primo grado per un difetto di giurisdizione. L'azienda sarebbe pronta a presentare ricorso, sostenendo la sicurezza del prodotto. A maggio, Johnson & Johnson ne ha bloccato la vendita negli Usa e in Canada. «La domanda è in calo per la disinformazione», hanno spiegato. «Le accuse sono infondate». Solo negli Usa, sarebbero più di 19.000 le cause intentate. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-truffa" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> La truffa «I prezzi dei farmaci generici sono raddoppiati, triplicati, cresciuti fino al 1.000%». Per i 51 procuratori generali Usa che hanno intentato la causa, si sarebbe trattato di «una cospirazione diffusa da parte delle case farmaceutiche per gonfiare i prezzi». Nel mirino sono finite 26 gruppi, tra cui Sandoz (divisione di Novartis), Pfizer, Actavis pharma. Sarebbero stati alterati i prezzi di 80 farmaci generici, che hanno fruttato miliardi di dollari negli Usa, tra il 2009 e il 2016. Le società erano in stretto contatto tra loro «per frenare la concorrenza». Una frode da «miliardi di dollari». È la terza causa che viene intentata contro le big dei generici: le altre due risalgono al 2016 e al 2019 e sono ancora pendenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="allergan" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Allergan «Quelle protesi le ho impiantate cinque anni fa. Il mio chirurgo mi ha detto di stare tranquilla, ma se non ci sono rischi perché tutte le matrici sono state ritirate dal mercato?». Barbara è una delle tante donne a cui sono state impiantate le protesi mammarie a superficie macrotesturizzata tipo Biocell. A produrle la multinazionale Allergan, acquisita lo scorso maggio da uno dei leader della biofarmaceutica, Abbvie. Nel luglio 2019, Allergan ne ha annunciato il ritiro dal mercato mondiale. «Quelle protesi hanno destato una certa preoccupazione: in alcuni Paesi come la Francia, sarebbero state riscontrate delle relazioni causali tra gli impianti e un tumore piuttosto raro, il linfoma anaplastico a grandi cellule», spiega l'avvocato Tiziana Sorriento, che ha raccolto svariate segnalazioni in tutta Italia. Le protesi Allergan sono state usate in molti ospedali pubblici. Secondo il ministero, «non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l'insorgenza della patologia e il tipo di protesi». Eppure, molte donne continuano a farsi delle domande. Capire quante di loro le abbiano impiantate, non è semplice. Il registro nazionale delle protesi mammarie non è ancora a regime, anche se la legge che lo prevede risale al 2012. Interpellato, il ministero non ha risposto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="finanziamenti-ai-medici" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Finanziamenti ai medici Per la Sec, l'Autorità di sorveglianza dei mercati negli Stati Uniti, lo schema era semplice: sponsorizzazioni, viaggi e benefit in cambio delle prescrizioni mediche. Obiettivo: incrementare la vendita dei farmaci. Nel mirino sono finiti il gigante farmaceutico Novartis e la sua ex filiale Alcon. Secondo le accuse, gli agenti delle società controllate in Corea del sud, Grecia e Vietnam avrebbero finanziato in maniera indebita medici e operatori sanitari. Per evitare una causa civile, Novartis ha accettato di versare al dipartimento di Giustizia americano 234 milioni di dollari, più 113 milioni al Tesoro. Nel caso di Novartis Grecia, i medici sarebbero stati classificati in base al ritorno sugli investimenti: «Chi dimostrava di avere un'alta propensione alla prescrizione dei farmaci riceveva “investimenti"; per gli altri, le sponsorizzazioni venivano progressivamente ridotte fino a essere eliminate». Secondo le accuse, i congressi internazionali erano le sedi privilegiate per influenzare i medici: «Novartis Grecia ne sosteneva i costi. Biglietti aerei, alberghi: per ogni operatore sanitario coinvolto, “l'investimento" poteva superare i 6.000 dollari». Novartis era già finita nel mirino del pool anticorruzione in Grecia per un presunto giro di tangenti che avrebbe coinvolto non solo medici, ma anche il mondo politico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="mediator" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Mediator Il Mediator sarebbe la causa di 2.000 morti e moltissimi casi di disabilità. Le prime segnalazioni della pericolosità del farmaco arrivarono già negli anni '90, ma l'azienda continuò a venderlo fino al 2009, anno in cui lo ritirò dal mercato. È uno dei più grandi scandali sanitari della storia, non solo francese: il farmaco antidiabetico veniva usato come inibitore della fame anche in soggetti sani. Il processo, iniziato nel settembre 2019, avrebbe dovuto concludersi lo scorso aprile, ma è stato interrotto dalla pandemia. A sollevare il caso, Irène Frachon: la pneumologa è stata la prima a denunciare il comportamento del colosso francese Servier. Introdotto sul mercato nel 1976, il Mediator è nato per aiutare pazienti diabetici in sovrappeso. Per la Servier, «non sarebbero stati individuati segnali di rischio prima del 2009». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="la-strage-silenziosa" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> La strage silenziosa Stati, contee, città. Sarebbero più di 2.000 le azioni legali intentate negli Stati Uniti contro una serie di aziende farmaceutiche, ritenute responsabili della diffusione dell'epidemia di oppioidi nel Paese. Tra queste, Johnson & Johnson. Uno degli ultimi ad aggiungersi alla lista è lo stato di Washington: per il procuratore generale, la multinazionale «avrebbe attuato strategie di marketing ingannevoli per informare che gli oppioidi erano efficaci nel trattamento del dolore e che probabilmente non avrebbero causato dipendenza». Parole simili a quelle pronunciate dal giudice distrettuale della contea di Cleveland, che ha condannato per la prima volta Johnson & Johnson per l'epidemia di oppioidi in Oklahoma. Danni per 572 milioni di dollari, secondo il giudice, poi ridotti a 465 milioni. A leggere le parole della sentenza, «gli oppioidi non solo avrebbero creato dipendenza, ma sarebbero la causa principale delle 2.100 morti che si sono verificate tra il 2011 e il 2015 nello stato». Nel 2015 sono state distribuite 326 milioni di pillole in Oklahoma. Praticamente, 110 pillole per ciascun abitante. Due anni più tardi, il 4,2% dei nuovi nati soffriva della sindrome di astinenza neonatale, causata da una cessazione improvvisa delle sostanze al momento del parto.
iStock
Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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