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2020-07-20
Il «cartello» tra Novartis e Roche per raggirare il Sistema sanitario
Quella di Avastin e Lucentis è una storia lunga, fatta di processi, ricorsi, interessi e soldi. Tanti soldi. Soldi che il Sistema sanitario nazionale avrebbe potuto risparmiare. E che invece, secondo le accuse, sarebbero finiti a ingrossare i bilanci delle aziende farmaceutiche.
Due giganti: Roche e Novartis. Due big del settore che hanno come interesse legittimo quello di guadagnare. Eppure, a scorrere le parole della sesta sezione del Consiglio di Stato, sembra che in questo caso «la massimizzazione dei profitti» non sia avvenuta in maniera propriamente lecita.
Secondo i giudici amministrativi, che hanno confermato la multa di 180 milioni comminata dall'Antitrust, Roche e Novartis, anche attraverso le controllate italiane, avrebbero posto in essere «un'intesa orizzontale restrittiva della concorrenza». In sostanza, si sarebbero spartite il mercato al fine di spingere le vendite di un farmaco, il Lucentis, al posto di un altro, l'Avastin, che risultava undici volte più economico. L'obiettivo sarebbe stato raggiunto «generando e comunicando preoccupazioni per la sicurezza di Avastin, col ricorso a una complessa strategia mediatica comprensiva addirittura della produzione e diffusione di informazioni scientifiche tramite convegni, finanziamento di pubblicazioni, articoli».
Il Lucentis, prodotto da Novartis, è un farmaco specifico per le malattie degli occhi, in particolare la degenerazione maculare senile, prima causa di cecità nei paesi industrializzati e terza a livello mondiale. Il costo del trattamento a carico del Sistema sanitario nazionale è di 902 euro. Prima della sua introduzione, alcuni medici oculisti avevano scoperto che l'Avastin, prodotto da Roche e impiegato nel trattamento del tumore al colon, aveva un'ottima resa anche per le malattie oftalmiche, tanto da essere utilizzate off-label. Costo del trattamento: 82 euro.
Nonostante i buoni risultati, Roche non ha mai sviluppato il prodotto in ambito oftalmico. Per gli stessi esperti oftalmologi, era «di difficile comprensione la strategia commerciale di un'impresa che, pur disponendo di un farmaco che le evidenze scientifiche considerano sovrapponibile a un altro, non facesse richiesta di registrazione per nuove indicazioni terapeutiche tali da porlo nel mercato in competizione con la concorrente».
La competizione, probabilmente, non era l'interesse principale. Una volta entrato in commercio il Lucentis, infatti, è partita quella che i giudici amministrativi chiamano «attività di artificiosa differenziazione». I due gruppi si sarebbero attivati per «evidenziare profili di pericolosità dell'uso di Avastin, pur nel dubbio della significatività dei dati impiegati».
La «cooperazione orizzontale», secondo quanto ricostruito dall'Antitrust, avrebbe determinato «un immediato rallentamento della crescita di Avastin con un conseguente spostamento della domanda verso il più costoso Lucentis». L'intesa avrebbe «reso particolarmente difficoltoso l'accesso alle cure per i malati e prodotto sicuri effetti sul bilancio economico del Sistema sanitario». Nel solo 2012, il maggior costo sostenuto sfiorava i 45 milioni di euro.
Secondo i magistrati della Corte dei Conti il danno erariale si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro. «Le anomalie del sistema sono state lamentate sin dal 2007», spiega alla Verità l'avvocato Riccardo Salomone, che ha difeso la Soi (Società oftalmologica italiana) nel processo penale che si è chiuso l'8 luglio. I rappresentanti legali dei due gruppi sono stati prosciolti dalle accuse davanti al Tribunale di Roma, nonostante il pm avesse chiesto 6 mesi di condanna. «Dopo quasi dieci anni si chiude uno dei capitoli della vicenda. Restano comunque le evidenze documentali, i fatti che la Soi ha sostenuto fin dall'inizio, confermati anche dal Consiglio di Stato».
Restano i numeri, soprattutto. Quelli li snocciola il dottor Matteo Piovella, presidente di Soi, per cui ci sarebbero «200.000 pazienti in Italia che non hanno accesso alle cure o vi si sottopongono in maniera inadeguata». Con il rischio di perdere la vista per sempre.
Johnson & Johnson
«L'esposizione dei consumatori all'amianto, durata diversi decenni, è stata permessa con incosciente inosservanza della salute e della sicurezza altrui».
Secondo i giudici della Corte d'Appello del Missouri, che hanno confermato la sentenza di primo grado emessa da una giuria di St. Louis, alla Johnson & Johnson sarebbero stati «consapevoli del rischio che i prodotti venduti al pubblico – tra cui il talco - potessero contenere fibre di amianto». Eppure, avrebbero «evitato di adottare misure accurate per scovarne eventuali tracce e avrebbero tentato di screditare gli scienziati che pubblicavano studi contrari ai loro prodotti».
Per questo, la multinazionale statunitense è stata condannata a risarcire alcune donne che sostengono «di aver sviluppato il cancro alle ovaie dopo l'uso continuato di due diversi tipi di talco prodotti da Johnson & Johnson». Un danno da oltre 2 miliardi di dollari. Una cifra dimezzata rispetto alla sentenza di primo grado per un difetto di giurisdizione.
L'azienda sarebbe pronta a presentare ricorso, sostenendo la sicurezza del prodotto. A maggio, Johnson & Johnson ne ha bloccato la vendita negli Usa e in Canada. «La domanda è in calo per la disinformazione», hanno spiegato. «Le accuse sono infondate». Solo negli Usa, sarebbero più di 19.000 le cause intentate.
La truffa
«I prezzi dei farmaci generici sono raddoppiati, triplicati, cresciuti fino al 1.000%». Per i 51 procuratori generali Usa che hanno intentato la causa, si sarebbe trattato di «una cospirazione diffusa da parte delle case farmaceutiche per gonfiare i prezzi».
Nel mirino sono finite 26 gruppi, tra cui Sandoz (divisione di Novartis), Pfizer, Actavis pharma. Sarebbero stati alterati i prezzi di 80 farmaci generici, che hanno fruttato miliardi di dollari negli Usa, tra il 2009 e il 2016. Le società erano in stretto contatto tra loro «per frenare la concorrenza». Una frode da «miliardi di dollari».
È la terza causa che viene intentata contro le big dei generici: le altre due risalgono al 2016 e al 2019 e sono ancora pendenti.
Allergan
«Quelle protesi le ho impiantate cinque anni fa. Il mio chirurgo mi ha detto di stare tranquilla, ma se non ci sono rischi perché tutte le matrici sono state ritirate dal mercato?». Barbara è una delle tante donne a cui sono state impiantate le protesi mammarie a superficie macrotesturizzata tipo Biocell.
A produrle la multinazionale Allergan, acquisita lo scorso maggio da uno dei leader della biofarmaceutica, Abbvie. Nel luglio 2019, Allergan ne ha annunciato il ritiro dal mercato mondiale. «Quelle protesi hanno destato una certa preoccupazione: in alcuni Paesi come la Francia, sarebbero state riscontrate delle relazioni causali tra gli impianti e un tumore piuttosto raro, il linfoma anaplastico a grandi cellule», spiega l'avvocato Tiziana Sorriento, che ha raccolto svariate segnalazioni in tutta Italia.
Le protesi Allergan sono state usate in molti ospedali pubblici. Secondo il ministero, «non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l'insorgenza della patologia e il tipo di protesi». Eppure, molte donne continuano a farsi delle domande. Capire quante di loro le abbiano impiantate, non è semplice. Il registro nazionale delle protesi mammarie non è ancora a regime, anche se la legge che lo prevede risale al 2012. Interpellato, il ministero non ha risposto.
Finanziamenti ai medici
Per la Sec, l'Autorità di sorveglianza dei mercati negli Stati Uniti, lo schema era semplice: sponsorizzazioni, viaggi e benefit in cambio delle prescrizioni mediche. Obiettivo: incrementare la vendita dei farmaci. Nel mirino sono finiti il gigante farmaceutico Novartis e la sua ex filiale Alcon.
Secondo le accuse, gli agenti delle società controllate in Corea del sud, Grecia e Vietnam avrebbero finanziato in maniera indebita medici e operatori sanitari. Per evitare una causa civile, Novartis ha accettato di versare al dipartimento di Giustizia americano 234 milioni di dollari, più 113 milioni al Tesoro.
Nel caso di Novartis Grecia, i medici sarebbero stati classificati in base al ritorno sugli investimenti: «Chi dimostrava di avere un'alta propensione alla prescrizione dei farmaci riceveva “investimenti"; per gli altri, le sponsorizzazioni venivano progressivamente ridotte fino a essere eliminate». Secondo le accuse, i congressi internazionali erano le sedi privilegiate per influenzare i medici: «Novartis Grecia ne sosteneva i costi. Biglietti aerei, alberghi: per ogni operatore sanitario coinvolto, “l'investimento" poteva superare i 6.000 dollari».
Novartis era già finita nel mirino del pool anticorruzione in Grecia per un presunto giro di tangenti che avrebbe coinvolto non solo medici, ma anche il mondo politico.
Mediator
Il Mediator sarebbe la causa di 2.000 morti e moltissimi casi di disabilità. Le prime segnalazioni della pericolosità del farmaco arrivarono già negli anni '90, ma l'azienda continuò a venderlo fino al 2009, anno in cui lo ritirò dal mercato. È uno dei più grandi scandali sanitari della storia, non solo francese: il farmaco antidiabetico veniva usato come inibitore della fame anche in soggetti sani. Il processo, iniziato nel settembre 2019, avrebbe dovuto concludersi lo scorso aprile, ma è stato interrotto dalla pandemia.
A sollevare il caso, Irène Frachon: la pneumologa è stata la prima a denunciare il comportamento del colosso francese Servier. Introdotto sul mercato nel 1976, il Mediator è nato per aiutare pazienti diabetici in sovrappeso. Per la Servier, «non sarebbero stati individuati segnali di rischio prima del 2009».
La strage silenziosa
Stati, contee, città. Sarebbero più di 2.000 le azioni legali intentate negli Stati Uniti contro una serie di aziende farmaceutiche, ritenute responsabili della diffusione dell'epidemia di oppioidi nel Paese. Tra queste, Johnson & Johnson.
Uno degli ultimi ad aggiungersi alla lista è lo stato di Washington: per il procuratore generale, la multinazionale «avrebbe attuato strategie di marketing ingannevoli per informare che gli oppioidi erano efficaci nel trattamento del dolore e che probabilmente non avrebbero causato dipendenza».
Parole simili a quelle pronunciate dal giudice distrettuale della contea di Cleveland, che ha condannato per la prima volta Johnson & Johnson per l'epidemia di oppioidi in Oklahoma. Danni per 572 milioni di dollari, secondo il giudice, poi ridotti a 465 milioni. A leggere le parole della sentenza, «gli oppioidi non solo avrebbero creato dipendenza, ma sarebbero la causa principale delle 2.100 morti che si sono verificate tra il 2011 e il 2015 nello stato».
Nel 2015 sono state distribuite 326 milioni di pillole in Oklahoma. Praticamente, 110 pillole per ciascun abitante. Due anni più tardi, il 4,2% dei nuovi nati soffriva della sindrome di astinenza neonatale, causata da una cessazione improvvisa delle sostanze al momento del parto.
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I due giganti si sono accordati per fare acquistare il Lucentis (902 euro) e non l'Avastin (82), validi per curare la stessa malattia. Il Consiglio di Stato conferma la multa dell'Antitrust, ma sotto il profilo penale tutti assolti.Quasi 20.000 cause negli Usa: «Sapeva del talco all'amianto».La truffa: «Gonfiavano fino al 1.000% il prezzo dei generici».Con le protesi mammarie si rischia il tumore: ritirate.Se prescrivi i farmaci «giusti» ricevi cospicui «investimenti».Mediator, la medicina che avrebbe ammazzato 2.000 persone.Oppioidi letali: in America migliaia di cause in corso.Lo speciale contiene sette articoli.Quella di Avastin e Lucentis è una storia lunga, fatta di processi, ricorsi, interessi e soldi. Tanti soldi. Soldi che il Sistema sanitario nazionale avrebbe potuto risparmiare. E che invece, secondo le accuse, sarebbero finiti a ingrossare i bilanci delle aziende farmaceutiche. Due giganti: Roche e Novartis. Due big del settore che hanno come interesse legittimo quello di guadagnare. Eppure, a scorrere le parole della sesta sezione del Consiglio di Stato, sembra che in questo caso «la massimizzazione dei profitti» non sia avvenuta in maniera propriamente lecita. Secondo i giudici amministrativi, che hanno confermato la multa di 180 milioni comminata dall'Antitrust, Roche e Novartis, anche attraverso le controllate italiane, avrebbero posto in essere «un'intesa orizzontale restrittiva della concorrenza». In sostanza, si sarebbero spartite il mercato al fine di spingere le vendite di un farmaco, il Lucentis, al posto di un altro, l'Avastin, che risultava undici volte più economico. L'obiettivo sarebbe stato raggiunto «generando e comunicando preoccupazioni per la sicurezza di Avastin, col ricorso a una complessa strategia mediatica comprensiva addirittura della produzione e diffusione di informazioni scientifiche tramite convegni, finanziamento di pubblicazioni, articoli».Il Lucentis, prodotto da Novartis, è un farmaco specifico per le malattie degli occhi, in particolare la degenerazione maculare senile, prima causa di cecità nei paesi industrializzati e terza a livello mondiale. Il costo del trattamento a carico del Sistema sanitario nazionale è di 902 euro. Prima della sua introduzione, alcuni medici oculisti avevano scoperto che l'Avastin, prodotto da Roche e impiegato nel trattamento del tumore al colon, aveva un'ottima resa anche per le malattie oftalmiche, tanto da essere utilizzate off-label. Costo del trattamento: 82 euro. Nonostante i buoni risultati, Roche non ha mai sviluppato il prodotto in ambito oftalmico. Per gli stessi esperti oftalmologi, era «di difficile comprensione la strategia commerciale di un'impresa che, pur disponendo di un farmaco che le evidenze scientifiche considerano sovrapponibile a un altro, non facesse richiesta di registrazione per nuove indicazioni terapeutiche tali da porlo nel mercato in competizione con la concorrente».La competizione, probabilmente, non era l'interesse principale. Una volta entrato in commercio il Lucentis, infatti, è partita quella che i giudici amministrativi chiamano «attività di artificiosa differenziazione». I due gruppi si sarebbero attivati per «evidenziare profili di pericolosità dell'uso di Avastin, pur nel dubbio della significatività dei dati impiegati». La «cooperazione orizzontale», secondo quanto ricostruito dall'Antitrust, avrebbe determinato «un immediato rallentamento della crescita di Avastin con un conseguente spostamento della domanda verso il più costoso Lucentis». L'intesa avrebbe «reso particolarmente difficoltoso l'accesso alle cure per i malati e prodotto sicuri effetti sul bilancio economico del Sistema sanitario». Nel solo 2012, il maggior costo sostenuto sfiorava i 45 milioni di euro. Secondo i magistrati della Corte dei Conti il danno erariale si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro. «Le anomalie del sistema sono state lamentate sin dal 2007», spiega alla Verità l'avvocato Riccardo Salomone, che ha difeso la Soi (Società oftalmologica italiana) nel processo penale che si è chiuso l'8 luglio. I rappresentanti legali dei due gruppi sono stati prosciolti dalle accuse davanti al Tribunale di Roma, nonostante il pm avesse chiesto 6 mesi di condanna. «Dopo quasi dieci anni si chiude uno dei capitoli della vicenda. Restano comunque le evidenze documentali, i fatti che la Soi ha sostenuto fin dall'inizio, confermati anche dal Consiglio di Stato».Restano i numeri, soprattutto. Quelli li snocciola il dottor Matteo Piovella, presidente di Soi, per cui ci sarebbero «200.000 pazienti in Italia che non hanno accesso alle cure o vi si sottopongono in maniera inadeguata». Con il rischio di perdere la vista per sempre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="johnson-johnson" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Johnson & Johnson «L'esposizione dei consumatori all'amianto, durata diversi decenni, è stata permessa con incosciente inosservanza della salute e della sicurezza altrui». Secondo i giudici della Corte d'Appello del Missouri, che hanno confermato la sentenza di primo grado emessa da una giuria di St. Louis, alla Johnson & Johnson sarebbero stati «consapevoli del rischio che i prodotti venduti al pubblico – tra cui il talco - potessero contenere fibre di amianto». Eppure, avrebbero «evitato di adottare misure accurate per scovarne eventuali tracce e avrebbero tentato di screditare gli scienziati che pubblicavano studi contrari ai loro prodotti». Per questo, la multinazionale statunitense è stata condannata a risarcire alcune donne che sostengono «di aver sviluppato il cancro alle ovaie dopo l'uso continuato di due diversi tipi di talco prodotti da Johnson & Johnson». Un danno da oltre 2 miliardi di dollari. Una cifra dimezzata rispetto alla sentenza di primo grado per un difetto di giurisdizione. L'azienda sarebbe pronta a presentare ricorso, sostenendo la sicurezza del prodotto. A maggio, Johnson & Johnson ne ha bloccato la vendita negli Usa e in Canada. «La domanda è in calo per la disinformazione», hanno spiegato. «Le accuse sono infondate». Solo negli Usa, sarebbero più di 19.000 le cause intentate. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-truffa" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> La truffa «I prezzi dei farmaci generici sono raddoppiati, triplicati, cresciuti fino al 1.000%». Per i 51 procuratori generali Usa che hanno intentato la causa, si sarebbe trattato di «una cospirazione diffusa da parte delle case farmaceutiche per gonfiare i prezzi». Nel mirino sono finite 26 gruppi, tra cui Sandoz (divisione di Novartis), Pfizer, Actavis pharma. Sarebbero stati alterati i prezzi di 80 farmaci generici, che hanno fruttato miliardi di dollari negli Usa, tra il 2009 e il 2016. Le società erano in stretto contatto tra loro «per frenare la concorrenza». Una frode da «miliardi di dollari». È la terza causa che viene intentata contro le big dei generici: le altre due risalgono al 2016 e al 2019 e sono ancora pendenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="allergan" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Allergan «Quelle protesi le ho impiantate cinque anni fa. Il mio chirurgo mi ha detto di stare tranquilla, ma se non ci sono rischi perché tutte le matrici sono state ritirate dal mercato?». Barbara è una delle tante donne a cui sono state impiantate le protesi mammarie a superficie macrotesturizzata tipo Biocell. A produrle la multinazionale Allergan, acquisita lo scorso maggio da uno dei leader della biofarmaceutica, Abbvie. Nel luglio 2019, Allergan ne ha annunciato il ritiro dal mercato mondiale. «Quelle protesi hanno destato una certa preoccupazione: in alcuni Paesi come la Francia, sarebbero state riscontrate delle relazioni causali tra gli impianti e un tumore piuttosto raro, il linfoma anaplastico a grandi cellule», spiega l'avvocato Tiziana Sorriento, che ha raccolto svariate segnalazioni in tutta Italia. Le protesi Allergan sono state usate in molti ospedali pubblici. Secondo il ministero, «non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l'insorgenza della patologia e il tipo di protesi». Eppure, molte donne continuano a farsi delle domande. Capire quante di loro le abbiano impiantate, non è semplice. Il registro nazionale delle protesi mammarie non è ancora a regime, anche se la legge che lo prevede risale al 2012. Interpellato, il ministero non ha risposto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="finanziamenti-ai-medici" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Finanziamenti ai medici Per la Sec, l'Autorità di sorveglianza dei mercati negli Stati Uniti, lo schema era semplice: sponsorizzazioni, viaggi e benefit in cambio delle prescrizioni mediche. Obiettivo: incrementare la vendita dei farmaci. Nel mirino sono finiti il gigante farmaceutico Novartis e la sua ex filiale Alcon. Secondo le accuse, gli agenti delle società controllate in Corea del sud, Grecia e Vietnam avrebbero finanziato in maniera indebita medici e operatori sanitari. Per evitare una causa civile, Novartis ha accettato di versare al dipartimento di Giustizia americano 234 milioni di dollari, più 113 milioni al Tesoro. Nel caso di Novartis Grecia, i medici sarebbero stati classificati in base al ritorno sugli investimenti: «Chi dimostrava di avere un'alta propensione alla prescrizione dei farmaci riceveva “investimenti"; per gli altri, le sponsorizzazioni venivano progressivamente ridotte fino a essere eliminate». Secondo le accuse, i congressi internazionali erano le sedi privilegiate per influenzare i medici: «Novartis Grecia ne sosteneva i costi. Biglietti aerei, alberghi: per ogni operatore sanitario coinvolto, “l'investimento" poteva superare i 6.000 dollari». Novartis era già finita nel mirino del pool anticorruzione in Grecia per un presunto giro di tangenti che avrebbe coinvolto non solo medici, ma anche il mondo politico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="mediator" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Mediator Il Mediator sarebbe la causa di 2.000 morti e moltissimi casi di disabilità. Le prime segnalazioni della pericolosità del farmaco arrivarono già negli anni '90, ma l'azienda continuò a venderlo fino al 2009, anno in cui lo ritirò dal mercato. È uno dei più grandi scandali sanitari della storia, non solo francese: il farmaco antidiabetico veniva usato come inibitore della fame anche in soggetti sani. Il processo, iniziato nel settembre 2019, avrebbe dovuto concludersi lo scorso aprile, ma è stato interrotto dalla pandemia. A sollevare il caso, Irène Frachon: la pneumologa è stata la prima a denunciare il comportamento del colosso francese Servier. Introdotto sul mercato nel 1976, il Mediator è nato per aiutare pazienti diabetici in sovrappeso. Per la Servier, «non sarebbero stati individuati segnali di rischio prima del 2009». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="la-strage-silenziosa" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> La strage silenziosa Stati, contee, città. Sarebbero più di 2.000 le azioni legali intentate negli Stati Uniti contro una serie di aziende farmaceutiche, ritenute responsabili della diffusione dell'epidemia di oppioidi nel Paese. Tra queste, Johnson & Johnson. Uno degli ultimi ad aggiungersi alla lista è lo stato di Washington: per il procuratore generale, la multinazionale «avrebbe attuato strategie di marketing ingannevoli per informare che gli oppioidi erano efficaci nel trattamento del dolore e che probabilmente non avrebbero causato dipendenza». Parole simili a quelle pronunciate dal giudice distrettuale della contea di Cleveland, che ha condannato per la prima volta Johnson & Johnson per l'epidemia di oppioidi in Oklahoma. Danni per 572 milioni di dollari, secondo il giudice, poi ridotti a 465 milioni. A leggere le parole della sentenza, «gli oppioidi non solo avrebbero creato dipendenza, ma sarebbero la causa principale delle 2.100 morti che si sono verificate tra il 2011 e il 2015 nello stato». Nel 2015 sono state distribuite 326 milioni di pillole in Oklahoma. Praticamente, 110 pillole per ciascun abitante. Due anni più tardi, il 4,2% dei nuovi nati soffriva della sindrome di astinenza neonatale, causata da una cessazione improvvisa delle sostanze al momento del parto.
Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz durante un incontro dello scorso 23 gennaio a Roma (Ansa)
Giorgia Meloni, a quanto apprende La Verità, parteciperà in presenza, oggi a Parigi, al vertice dei cosiddetti «volenterosi»: circa quaranta leader, molti collegati in videoconferenza, sono attesi alla riunione convocata dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer. Sul tavolo del summit, la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz. L’impegno dei «volenterosi», però, come più volte sottolineato dalla Verità a proposito di una eventuale partecipazione italiana alla missione, è subordinato alla stabilizzazione del cessate il fuoco tra Usa e Israele da una parte e Iran dall’altra. Fino a quando la guerra sarà pienamente in corso, e senza un mandato internazionale ad esempio dell’Onu, non se ne parla, perché ogni partecipazione a interventi anche di semplice sminamento delle acque dello Stretto sarebbe a tutti gli effetti un ingresso in guerra. Lo ha ribadito ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «La Germania», ha detto ieri Merz, come riporta Nova, «contribuirà alla futura salvaguardia della navigazione nello stretto di Hormuz ma solo a determinate condizioni. Ho coordinato questa posizione all’interno del governo tedesco. Una missione di questo genere richiederebbe un mandato internazionale, preferibilmente delle Nazioni Unite, una risoluzione del governo tedesco e un mandato del Parlamento tedesco. Siamo ancora lontani da questo obiettivo». La Germania potrebbe partecipare con navi sminatrici o da ricognizione.
Così come solo parole ascolteremo oggi dai «volenterosi»: le chiavi della soluzione del conflitto sono nelle mani di Donald Trump e Benjamin Netanyahu da un lato e del regime iraniano dall’altro. La situazione nello Stretto è, per usare un eufemismo, confusa: l’Iran ha minato le acque e chiede un pedaggio alle navi che vogliono attraversare Hormuz; gli Usa hanno disposto un blocco navale per le navi dirette verso porti iraniani o in uscita da essi.
Secondo alcune fonti, qualche nave ha comunque attraversato lo Stretto, ma il volume di traffico resta a livelli minimi: «Gli Stati Uniti», ha detto ieri Stephen Miller, stretto collaboratore di Trump, «potrebbero mantenere il blocco navale dei porti iraniani a tempo indeterminato.
La linea è chiara: gli Stati Uniti non accetteranno mai minacce da parte di un Iran dotato di armi nucleari, e l’embargo sta soffocando l’economia iraniana». Da Teheran arriva un altolà all’idea dei «volenterosi»: «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, «la sicurezza dello Stretto di Hormuz è garantita dall’Iran da decenni e, con l’aiuto degli Stati regionali, l’Iran è in grado di assicurare la sicurezza e la navigabilità della via, a condizione che cessino le interferenze e l’attuale guerra».
In sostanza, per ora i «volenterosi» sono allo stadio delle buone intenzioni. Detto ciò, l’Italia, se e quando la missione internazionale verrà effettivamente organizzata, potrà offrire un contributo di estremo rilievo: sono ben otto i cacciamine della Marina militare italiana in servizio e pronti all’impiego. Si tratta dei cacciamine della Classe Gaeta, che sono stati sottoposti a importanti lavori di ammodernamento per restare tecnologicamente competitivi. Dispongono di un completo sistema di apparecchiature specifiche fra le quali un sistema integrato di navigazione e tracciamento; apparati di radio-navigazione; un ecogoniometro cacciamine a profondità variabile; un sistema automatico per l’identificazione e distruzione di mine. Si trovano a Gaeta, Termoli, Alghero, Numana, Crotone, Viareggio, Chioggia e Rimini: il tempo di trasferimento verso Hormuz è valutato in circa 30 giorni. Individuare e far brillare in sicurezza le mine navali è una delle operazioni più complesse che ha di fronte una forza armata, e in questo genere di operazioni la nostra Marina militare è considerata una eccellenza a livello mondiale.
Da parte sua, un funzionario Usa ha detto al Wall Street Journal che è quasi pronto un programma statunitense per assicurare le petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, ma si stanno risolvendo alcune questioni di sicurezza con la Marina prima del suo avvio. Il programma, a quanto ha spiegato il responsabile degli investimenti Conor Coleman, assicurerà perdite fino a 40 miliardi di dollari per le navi disposte ad attraversare lo Stretto.
«Teheran rinuncerà al nucleare»
Donald Trump ha dichiarato che Teheran avrebbe accettato di consegnare la cosiddetta «polvere nucleare» in suo possesso e di sospendere l’arricchimento dell’uranio per un periodo indefinito. Parlando alla Casa Bianca, il presidente ha affermato che l’Iran starebbe mostrando una maggiore apertura negoziale rispetto al passato e che un accordo «molto probabile» escluderebbe lo sviluppo di armi nucleari. Secondo Trump, la consegna riguarderebbe materiale nucleare legato anche a precedenti attacchi e ai siti sotterranei iraniani. I colloqui proseguirebbero in un clima positivo, con nuovi incontri previsti nei prossimi giorni. Il 21 aprile scadrà il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.
Uno stretto alleato di Trump, come il capo delle forze di difesa pakistane Asim Munir, ha recentemente incontrato il presidente del parlamento della Repubblica islamica, Mohammad Bagher Qalibaf. Scopo del faccia a faccia è, in particolare, stato quello di organizzare un nuovo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran, dopo i colloqui finiti in stallo lo scorso sabato.
Se da una parte è aperta al dialogo, Washington, dall’altra, non sta rinunciando ad aumentare la pressione sul regime khomeinista. «Le nostre forze sono pronte a riprendere le operazioni di combattimento, qualora questo nuovo regime iraniano facesse una scelta sbagliata e non accettasse un accordo», ha affermato ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, che ha anche parlato del blocco americano a Hormuz. «Minacciare di lanciare missili e droni contro navi, navi commerciali che transitano legalmente in acque internazionali, non è controllo. Questa è pirateria. Questo è terrorismo. La Marina degli Stati Uniti controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di risorse e capacità reali, e stiamo attuando questo blocco», ha dichiarato. Al contempo, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha assicurato che Washington è pronta a «usare la forza» verso chi cerchi di forzare il blocco americano a Hormuz. E attenzione: la pressione americana non è soltanto di natura militare ma anche economica. Appena l’altro ieri, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha infatti minacciato di colpire l’Iran con delle sanzioni secondarie. L’obiettivo è chiaramente quello di mettere ulteriormente in ginocchio l’economia della Repubblica islamica, per costringere quest’ultima a negoziare da una posizione di debolezza. Al contempo, Trump è tornato a parlare di Leone XIV. «Deve capire che l’Iran non può avere un’arma nucleare», ha detto.
Nel frattempo, Teheran si è mostrata timidamente ottimista sul fronte diplomatico. «Nonostante la nostra profonda sfiducia negli Stati Uniti, derivante dai ripetuti tradimenti della diplomazia, abbiamo comunque intrapreso i negoziati in buona fede e restiamo cautamente ottimisti», ha affermato l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani. «Se Washington adotterà un approccio razionale e costruttivo, questi negoziati potranno portare a un risultato significativo», ha aggiunto. Questo ovviamente non significa che la strada sia del tutto in discesa: sempre ieri, un alto funzionario iraniano ha infatti sottolineato che la questione dell’uranio arricchito resta forse il principale nodo sul tavolo negoziale. Dall’altra parte, la medesima fonte ha però parlato di progressi. Ciò significa che lo stallo diplomatico, soprattutto dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Libano, potrebbe essere in procinto di essere superato.
In tutto questo, la Cina ha auspicato che Washington e Teheran tornino al tavolo negoziale, mentre anche Ankara sta spingendo per la diplomazia. «Continueremo a fornire il supporto necessario affinché il cessate il fuoco in corso si trasformi in una tregua permanente e, infine, in una pace duratura, senza che diventi più complesso e difficile da gestire», ha dichiarato il ministero della Difesa turco. Bisognerà infine vedere come si svilupperà il rapporto tra Trump e Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è sempre stato freddo verso il cessate il fuoco tra Usa e Iran. Tuttavia, ieri ha accettato la tregua libanese. Solo il tempo ci dirà se Gerusalemme si allineerà completamente alla Casa Bianca nei suoi sforzi diplomatici con Teheran. Un fattore, questo, che potrebbe rivelarsi decisivo per il destino della crisi iraniana: in un senso o nell’altro.
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