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2020-07-20
Il «cartello» tra Novartis e Roche per raggirare il Sistema sanitario
Quella di Avastin e Lucentis è una storia lunga, fatta di processi, ricorsi, interessi e soldi. Tanti soldi. Soldi che il Sistema sanitario nazionale avrebbe potuto risparmiare. E che invece, secondo le accuse, sarebbero finiti a ingrossare i bilanci delle aziende farmaceutiche.
Due giganti: Roche e Novartis. Due big del settore che hanno come interesse legittimo quello di guadagnare. Eppure, a scorrere le parole della sesta sezione del Consiglio di Stato, sembra che in questo caso «la massimizzazione dei profitti» non sia avvenuta in maniera propriamente lecita.
Secondo i giudici amministrativi, che hanno confermato la multa di 180 milioni comminata dall'Antitrust, Roche e Novartis, anche attraverso le controllate italiane, avrebbero posto in essere «un'intesa orizzontale restrittiva della concorrenza». In sostanza, si sarebbero spartite il mercato al fine di spingere le vendite di un farmaco, il Lucentis, al posto di un altro, l'Avastin, che risultava undici volte più economico. L'obiettivo sarebbe stato raggiunto «generando e comunicando preoccupazioni per la sicurezza di Avastin, col ricorso a una complessa strategia mediatica comprensiva addirittura della produzione e diffusione di informazioni scientifiche tramite convegni, finanziamento di pubblicazioni, articoli».
Il Lucentis, prodotto da Novartis, è un farmaco specifico per le malattie degli occhi, in particolare la degenerazione maculare senile, prima causa di cecità nei paesi industrializzati e terza a livello mondiale. Il costo del trattamento a carico del Sistema sanitario nazionale è di 902 euro. Prima della sua introduzione, alcuni medici oculisti avevano scoperto che l'Avastin, prodotto da Roche e impiegato nel trattamento del tumore al colon, aveva un'ottima resa anche per le malattie oftalmiche, tanto da essere utilizzate off-label. Costo del trattamento: 82 euro.
Nonostante i buoni risultati, Roche non ha mai sviluppato il prodotto in ambito oftalmico. Per gli stessi esperti oftalmologi, era «di difficile comprensione la strategia commerciale di un'impresa che, pur disponendo di un farmaco che le evidenze scientifiche considerano sovrapponibile a un altro, non facesse richiesta di registrazione per nuove indicazioni terapeutiche tali da porlo nel mercato in competizione con la concorrente».
La competizione, probabilmente, non era l'interesse principale. Una volta entrato in commercio il Lucentis, infatti, è partita quella che i giudici amministrativi chiamano «attività di artificiosa differenziazione». I due gruppi si sarebbero attivati per «evidenziare profili di pericolosità dell'uso di Avastin, pur nel dubbio della significatività dei dati impiegati».
La «cooperazione orizzontale», secondo quanto ricostruito dall'Antitrust, avrebbe determinato «un immediato rallentamento della crescita di Avastin con un conseguente spostamento della domanda verso il più costoso Lucentis». L'intesa avrebbe «reso particolarmente difficoltoso l'accesso alle cure per i malati e prodotto sicuri effetti sul bilancio economico del Sistema sanitario». Nel solo 2012, il maggior costo sostenuto sfiorava i 45 milioni di euro.
Secondo i magistrati della Corte dei Conti il danno erariale si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro. «Le anomalie del sistema sono state lamentate sin dal 2007», spiega alla Verità l'avvocato Riccardo Salomone, che ha difeso la Soi (Società oftalmologica italiana) nel processo penale che si è chiuso l'8 luglio. I rappresentanti legali dei due gruppi sono stati prosciolti dalle accuse davanti al Tribunale di Roma, nonostante il pm avesse chiesto 6 mesi di condanna. «Dopo quasi dieci anni si chiude uno dei capitoli della vicenda. Restano comunque le evidenze documentali, i fatti che la Soi ha sostenuto fin dall'inizio, confermati anche dal Consiglio di Stato».
Restano i numeri, soprattutto. Quelli li snocciola il dottor Matteo Piovella, presidente di Soi, per cui ci sarebbero «200.000 pazienti in Italia che non hanno accesso alle cure o vi si sottopongono in maniera inadeguata». Con il rischio di perdere la vista per sempre.
Johnson & Johnson
«L'esposizione dei consumatori all'amianto, durata diversi decenni, è stata permessa con incosciente inosservanza della salute e della sicurezza altrui».
Secondo i giudici della Corte d'Appello del Missouri, che hanno confermato la sentenza di primo grado emessa da una giuria di St. Louis, alla Johnson & Johnson sarebbero stati «consapevoli del rischio che i prodotti venduti al pubblico – tra cui il talco - potessero contenere fibre di amianto». Eppure, avrebbero «evitato di adottare misure accurate per scovarne eventuali tracce e avrebbero tentato di screditare gli scienziati che pubblicavano studi contrari ai loro prodotti».
Per questo, la multinazionale statunitense è stata condannata a risarcire alcune donne che sostengono «di aver sviluppato il cancro alle ovaie dopo l'uso continuato di due diversi tipi di talco prodotti da Johnson & Johnson». Un danno da oltre 2 miliardi di dollari. Una cifra dimezzata rispetto alla sentenza di primo grado per un difetto di giurisdizione.
L'azienda sarebbe pronta a presentare ricorso, sostenendo la sicurezza del prodotto. A maggio, Johnson & Johnson ne ha bloccato la vendita negli Usa e in Canada. «La domanda è in calo per la disinformazione», hanno spiegato. «Le accuse sono infondate». Solo negli Usa, sarebbero più di 19.000 le cause intentate.
La truffa
«I prezzi dei farmaci generici sono raddoppiati, triplicati, cresciuti fino al 1.000%». Per i 51 procuratori generali Usa che hanno intentato la causa, si sarebbe trattato di «una cospirazione diffusa da parte delle case farmaceutiche per gonfiare i prezzi».
Nel mirino sono finite 26 gruppi, tra cui Sandoz (divisione di Novartis), Pfizer, Actavis pharma. Sarebbero stati alterati i prezzi di 80 farmaci generici, che hanno fruttato miliardi di dollari negli Usa, tra il 2009 e il 2016. Le società erano in stretto contatto tra loro «per frenare la concorrenza». Una frode da «miliardi di dollari».
È la terza causa che viene intentata contro le big dei generici: le altre due risalgono al 2016 e al 2019 e sono ancora pendenti.
Allergan
«Quelle protesi le ho impiantate cinque anni fa. Il mio chirurgo mi ha detto di stare tranquilla, ma se non ci sono rischi perché tutte le matrici sono state ritirate dal mercato?». Barbara è una delle tante donne a cui sono state impiantate le protesi mammarie a superficie macrotesturizzata tipo Biocell.
A produrle la multinazionale Allergan, acquisita lo scorso maggio da uno dei leader della biofarmaceutica, Abbvie. Nel luglio 2019, Allergan ne ha annunciato il ritiro dal mercato mondiale. «Quelle protesi hanno destato una certa preoccupazione: in alcuni Paesi come la Francia, sarebbero state riscontrate delle relazioni causali tra gli impianti e un tumore piuttosto raro, il linfoma anaplastico a grandi cellule», spiega l'avvocato Tiziana Sorriento, che ha raccolto svariate segnalazioni in tutta Italia.
Le protesi Allergan sono state usate in molti ospedali pubblici. Secondo il ministero, «non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l'insorgenza della patologia e il tipo di protesi». Eppure, molte donne continuano a farsi delle domande. Capire quante di loro le abbiano impiantate, non è semplice. Il registro nazionale delle protesi mammarie non è ancora a regime, anche se la legge che lo prevede risale al 2012. Interpellato, il ministero non ha risposto.
Finanziamenti ai medici
Per la Sec, l'Autorità di sorveglianza dei mercati negli Stati Uniti, lo schema era semplice: sponsorizzazioni, viaggi e benefit in cambio delle prescrizioni mediche. Obiettivo: incrementare la vendita dei farmaci. Nel mirino sono finiti il gigante farmaceutico Novartis e la sua ex filiale Alcon.
Secondo le accuse, gli agenti delle società controllate in Corea del sud, Grecia e Vietnam avrebbero finanziato in maniera indebita medici e operatori sanitari. Per evitare una causa civile, Novartis ha accettato di versare al dipartimento di Giustizia americano 234 milioni di dollari, più 113 milioni al Tesoro.
Nel caso di Novartis Grecia, i medici sarebbero stati classificati in base al ritorno sugli investimenti: «Chi dimostrava di avere un'alta propensione alla prescrizione dei farmaci riceveva “investimenti"; per gli altri, le sponsorizzazioni venivano progressivamente ridotte fino a essere eliminate». Secondo le accuse, i congressi internazionali erano le sedi privilegiate per influenzare i medici: «Novartis Grecia ne sosteneva i costi. Biglietti aerei, alberghi: per ogni operatore sanitario coinvolto, “l'investimento" poteva superare i 6.000 dollari».
Novartis era già finita nel mirino del pool anticorruzione in Grecia per un presunto giro di tangenti che avrebbe coinvolto non solo medici, ma anche il mondo politico.
Mediator
Il Mediator sarebbe la causa di 2.000 morti e moltissimi casi di disabilità. Le prime segnalazioni della pericolosità del farmaco arrivarono già negli anni '90, ma l'azienda continuò a venderlo fino al 2009, anno in cui lo ritirò dal mercato. È uno dei più grandi scandali sanitari della storia, non solo francese: il farmaco antidiabetico veniva usato come inibitore della fame anche in soggetti sani. Il processo, iniziato nel settembre 2019, avrebbe dovuto concludersi lo scorso aprile, ma è stato interrotto dalla pandemia.
A sollevare il caso, Irène Frachon: la pneumologa è stata la prima a denunciare il comportamento del colosso francese Servier. Introdotto sul mercato nel 1976, il Mediator è nato per aiutare pazienti diabetici in sovrappeso. Per la Servier, «non sarebbero stati individuati segnali di rischio prima del 2009».
La strage silenziosa
Stati, contee, città. Sarebbero più di 2.000 le azioni legali intentate negli Stati Uniti contro una serie di aziende farmaceutiche, ritenute responsabili della diffusione dell'epidemia di oppioidi nel Paese. Tra queste, Johnson & Johnson.
Uno degli ultimi ad aggiungersi alla lista è lo stato di Washington: per il procuratore generale, la multinazionale «avrebbe attuato strategie di marketing ingannevoli per informare che gli oppioidi erano efficaci nel trattamento del dolore e che probabilmente non avrebbero causato dipendenza».
Parole simili a quelle pronunciate dal giudice distrettuale della contea di Cleveland, che ha condannato per la prima volta Johnson & Johnson per l'epidemia di oppioidi in Oklahoma. Danni per 572 milioni di dollari, secondo il giudice, poi ridotti a 465 milioni. A leggere le parole della sentenza, «gli oppioidi non solo avrebbero creato dipendenza, ma sarebbero la causa principale delle 2.100 morti che si sono verificate tra il 2011 e il 2015 nello stato».
Nel 2015 sono state distribuite 326 milioni di pillole in Oklahoma. Praticamente, 110 pillole per ciascun abitante. Due anni più tardi, il 4,2% dei nuovi nati soffriva della sindrome di astinenza neonatale, causata da una cessazione improvvisa delle sostanze al momento del parto.
Continua a leggereRiduci
I due giganti si sono accordati per fare acquistare il Lucentis (902 euro) e non l'Avastin (82), validi per curare la stessa malattia. Il Consiglio di Stato conferma la multa dell'Antitrust, ma sotto il profilo penale tutti assolti.Quasi 20.000 cause negli Usa: «Sapeva del talco all'amianto».La truffa: «Gonfiavano fino al 1.000% il prezzo dei generici».Con le protesi mammarie si rischia il tumore: ritirate.Se prescrivi i farmaci «giusti» ricevi cospicui «investimenti».Mediator, la medicina che avrebbe ammazzato 2.000 persone.Oppioidi letali: in America migliaia di cause in corso.Lo speciale contiene sette articoli.Quella di Avastin e Lucentis è una storia lunga, fatta di processi, ricorsi, interessi e soldi. Tanti soldi. Soldi che il Sistema sanitario nazionale avrebbe potuto risparmiare. E che invece, secondo le accuse, sarebbero finiti a ingrossare i bilanci delle aziende farmaceutiche. Due giganti: Roche e Novartis. Due big del settore che hanno come interesse legittimo quello di guadagnare. Eppure, a scorrere le parole della sesta sezione del Consiglio di Stato, sembra che in questo caso «la massimizzazione dei profitti» non sia avvenuta in maniera propriamente lecita. Secondo i giudici amministrativi, che hanno confermato la multa di 180 milioni comminata dall'Antitrust, Roche e Novartis, anche attraverso le controllate italiane, avrebbero posto in essere «un'intesa orizzontale restrittiva della concorrenza». In sostanza, si sarebbero spartite il mercato al fine di spingere le vendite di un farmaco, il Lucentis, al posto di un altro, l'Avastin, che risultava undici volte più economico. L'obiettivo sarebbe stato raggiunto «generando e comunicando preoccupazioni per la sicurezza di Avastin, col ricorso a una complessa strategia mediatica comprensiva addirittura della produzione e diffusione di informazioni scientifiche tramite convegni, finanziamento di pubblicazioni, articoli».Il Lucentis, prodotto da Novartis, è un farmaco specifico per le malattie degli occhi, in particolare la degenerazione maculare senile, prima causa di cecità nei paesi industrializzati e terza a livello mondiale. Il costo del trattamento a carico del Sistema sanitario nazionale è di 902 euro. Prima della sua introduzione, alcuni medici oculisti avevano scoperto che l'Avastin, prodotto da Roche e impiegato nel trattamento del tumore al colon, aveva un'ottima resa anche per le malattie oftalmiche, tanto da essere utilizzate off-label. Costo del trattamento: 82 euro. Nonostante i buoni risultati, Roche non ha mai sviluppato il prodotto in ambito oftalmico. Per gli stessi esperti oftalmologi, era «di difficile comprensione la strategia commerciale di un'impresa che, pur disponendo di un farmaco che le evidenze scientifiche considerano sovrapponibile a un altro, non facesse richiesta di registrazione per nuove indicazioni terapeutiche tali da porlo nel mercato in competizione con la concorrente».La competizione, probabilmente, non era l'interesse principale. Una volta entrato in commercio il Lucentis, infatti, è partita quella che i giudici amministrativi chiamano «attività di artificiosa differenziazione». I due gruppi si sarebbero attivati per «evidenziare profili di pericolosità dell'uso di Avastin, pur nel dubbio della significatività dei dati impiegati». La «cooperazione orizzontale», secondo quanto ricostruito dall'Antitrust, avrebbe determinato «un immediato rallentamento della crescita di Avastin con un conseguente spostamento della domanda verso il più costoso Lucentis». L'intesa avrebbe «reso particolarmente difficoltoso l'accesso alle cure per i malati e prodotto sicuri effetti sul bilancio economico del Sistema sanitario». Nel solo 2012, il maggior costo sostenuto sfiorava i 45 milioni di euro. Secondo i magistrati della Corte dei Conti il danno erariale si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro. «Le anomalie del sistema sono state lamentate sin dal 2007», spiega alla Verità l'avvocato Riccardo Salomone, che ha difeso la Soi (Società oftalmologica italiana) nel processo penale che si è chiuso l'8 luglio. I rappresentanti legali dei due gruppi sono stati prosciolti dalle accuse davanti al Tribunale di Roma, nonostante il pm avesse chiesto 6 mesi di condanna. «Dopo quasi dieci anni si chiude uno dei capitoli della vicenda. Restano comunque le evidenze documentali, i fatti che la Soi ha sostenuto fin dall'inizio, confermati anche dal Consiglio di Stato».Restano i numeri, soprattutto. Quelli li snocciola il dottor Matteo Piovella, presidente di Soi, per cui ci sarebbero «200.000 pazienti in Italia che non hanno accesso alle cure o vi si sottopongono in maniera inadeguata». Con il rischio di perdere la vista per sempre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="johnson-johnson" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Johnson & Johnson «L'esposizione dei consumatori all'amianto, durata diversi decenni, è stata permessa con incosciente inosservanza della salute e della sicurezza altrui». Secondo i giudici della Corte d'Appello del Missouri, che hanno confermato la sentenza di primo grado emessa da una giuria di St. Louis, alla Johnson & Johnson sarebbero stati «consapevoli del rischio che i prodotti venduti al pubblico – tra cui il talco - potessero contenere fibre di amianto». Eppure, avrebbero «evitato di adottare misure accurate per scovarne eventuali tracce e avrebbero tentato di screditare gli scienziati che pubblicavano studi contrari ai loro prodotti». Per questo, la multinazionale statunitense è stata condannata a risarcire alcune donne che sostengono «di aver sviluppato il cancro alle ovaie dopo l'uso continuato di due diversi tipi di talco prodotti da Johnson & Johnson». Un danno da oltre 2 miliardi di dollari. Una cifra dimezzata rispetto alla sentenza di primo grado per un difetto di giurisdizione. L'azienda sarebbe pronta a presentare ricorso, sostenendo la sicurezza del prodotto. A maggio, Johnson & Johnson ne ha bloccato la vendita negli Usa e in Canada. «La domanda è in calo per la disinformazione», hanno spiegato. «Le accuse sono infondate». Solo negli Usa, sarebbero più di 19.000 le cause intentate. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-truffa" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> La truffa «I prezzi dei farmaci generici sono raddoppiati, triplicati, cresciuti fino al 1.000%». Per i 51 procuratori generali Usa che hanno intentato la causa, si sarebbe trattato di «una cospirazione diffusa da parte delle case farmaceutiche per gonfiare i prezzi». Nel mirino sono finite 26 gruppi, tra cui Sandoz (divisione di Novartis), Pfizer, Actavis pharma. Sarebbero stati alterati i prezzi di 80 farmaci generici, che hanno fruttato miliardi di dollari negli Usa, tra il 2009 e il 2016. Le società erano in stretto contatto tra loro «per frenare la concorrenza». Una frode da «miliardi di dollari». È la terza causa che viene intentata contro le big dei generici: le altre due risalgono al 2016 e al 2019 e sono ancora pendenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="allergan" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Allergan «Quelle protesi le ho impiantate cinque anni fa. Il mio chirurgo mi ha detto di stare tranquilla, ma se non ci sono rischi perché tutte le matrici sono state ritirate dal mercato?». Barbara è una delle tante donne a cui sono state impiantate le protesi mammarie a superficie macrotesturizzata tipo Biocell. A produrle la multinazionale Allergan, acquisita lo scorso maggio da uno dei leader della biofarmaceutica, Abbvie. Nel luglio 2019, Allergan ne ha annunciato il ritiro dal mercato mondiale. «Quelle protesi hanno destato una certa preoccupazione: in alcuni Paesi come la Francia, sarebbero state riscontrate delle relazioni causali tra gli impianti e un tumore piuttosto raro, il linfoma anaplastico a grandi cellule», spiega l'avvocato Tiziana Sorriento, che ha raccolto svariate segnalazioni in tutta Italia. Le protesi Allergan sono state usate in molti ospedali pubblici. Secondo il ministero, «non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l'insorgenza della patologia e il tipo di protesi». Eppure, molte donne continuano a farsi delle domande. Capire quante di loro le abbiano impiantate, non è semplice. Il registro nazionale delle protesi mammarie non è ancora a regime, anche se la legge che lo prevede risale al 2012. Interpellato, il ministero non ha risposto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="finanziamenti-ai-medici" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Finanziamenti ai medici Per la Sec, l'Autorità di sorveglianza dei mercati negli Stati Uniti, lo schema era semplice: sponsorizzazioni, viaggi e benefit in cambio delle prescrizioni mediche. Obiettivo: incrementare la vendita dei farmaci. Nel mirino sono finiti il gigante farmaceutico Novartis e la sua ex filiale Alcon. Secondo le accuse, gli agenti delle società controllate in Corea del sud, Grecia e Vietnam avrebbero finanziato in maniera indebita medici e operatori sanitari. Per evitare una causa civile, Novartis ha accettato di versare al dipartimento di Giustizia americano 234 milioni di dollari, più 113 milioni al Tesoro. Nel caso di Novartis Grecia, i medici sarebbero stati classificati in base al ritorno sugli investimenti: «Chi dimostrava di avere un'alta propensione alla prescrizione dei farmaci riceveva “investimenti"; per gli altri, le sponsorizzazioni venivano progressivamente ridotte fino a essere eliminate». Secondo le accuse, i congressi internazionali erano le sedi privilegiate per influenzare i medici: «Novartis Grecia ne sosteneva i costi. Biglietti aerei, alberghi: per ogni operatore sanitario coinvolto, “l'investimento" poteva superare i 6.000 dollari». Novartis era già finita nel mirino del pool anticorruzione in Grecia per un presunto giro di tangenti che avrebbe coinvolto non solo medici, ma anche il mondo politico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="mediator" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Mediator Il Mediator sarebbe la causa di 2.000 morti e moltissimi casi di disabilità. Le prime segnalazioni della pericolosità del farmaco arrivarono già negli anni '90, ma l'azienda continuò a venderlo fino al 2009, anno in cui lo ritirò dal mercato. È uno dei più grandi scandali sanitari della storia, non solo francese: il farmaco antidiabetico veniva usato come inibitore della fame anche in soggetti sani. Il processo, iniziato nel settembre 2019, avrebbe dovuto concludersi lo scorso aprile, ma è stato interrotto dalla pandemia. A sollevare il caso, Irène Frachon: la pneumologa è stata la prima a denunciare il comportamento del colosso francese Servier. Introdotto sul mercato nel 1976, il Mediator è nato per aiutare pazienti diabetici in sovrappeso. Per la Servier, «non sarebbero stati individuati segnali di rischio prima del 2009». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="la-strage-silenziosa" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> La strage silenziosa Stati, contee, città. Sarebbero più di 2.000 le azioni legali intentate negli Stati Uniti contro una serie di aziende farmaceutiche, ritenute responsabili della diffusione dell'epidemia di oppioidi nel Paese. Tra queste, Johnson & Johnson. Uno degli ultimi ad aggiungersi alla lista è lo stato di Washington: per il procuratore generale, la multinazionale «avrebbe attuato strategie di marketing ingannevoli per informare che gli oppioidi erano efficaci nel trattamento del dolore e che probabilmente non avrebbero causato dipendenza». Parole simili a quelle pronunciate dal giudice distrettuale della contea di Cleveland, che ha condannato per la prima volta Johnson & Johnson per l'epidemia di oppioidi in Oklahoma. Danni per 572 milioni di dollari, secondo il giudice, poi ridotti a 465 milioni. A leggere le parole della sentenza, «gli oppioidi non solo avrebbero creato dipendenza, ma sarebbero la causa principale delle 2.100 morti che si sono verificate tra il 2011 e il 2015 nello stato». Nel 2015 sono state distribuite 326 milioni di pillole in Oklahoma. Praticamente, 110 pillole per ciascun abitante. Due anni più tardi, il 4,2% dei nuovi nati soffriva della sindrome di astinenza neonatale, causata da una cessazione improvvisa delle sostanze al momento del parto.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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