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2020-07-20
Il «cartello» tra Novartis e Roche per raggirare il Sistema sanitario
Quella di Avastin e Lucentis è una storia lunga, fatta di processi, ricorsi, interessi e soldi. Tanti soldi. Soldi che il Sistema sanitario nazionale avrebbe potuto risparmiare. E che invece, secondo le accuse, sarebbero finiti a ingrossare i bilanci delle aziende farmaceutiche.
Due giganti: Roche e Novartis. Due big del settore che hanno come interesse legittimo quello di guadagnare. Eppure, a scorrere le parole della sesta sezione del Consiglio di Stato, sembra che in questo caso «la massimizzazione dei profitti» non sia avvenuta in maniera propriamente lecita.
Secondo i giudici amministrativi, che hanno confermato la multa di 180 milioni comminata dall'Antitrust, Roche e Novartis, anche attraverso le controllate italiane, avrebbero posto in essere «un'intesa orizzontale restrittiva della concorrenza». In sostanza, si sarebbero spartite il mercato al fine di spingere le vendite di un farmaco, il Lucentis, al posto di un altro, l'Avastin, che risultava undici volte più economico. L'obiettivo sarebbe stato raggiunto «generando e comunicando preoccupazioni per la sicurezza di Avastin, col ricorso a una complessa strategia mediatica comprensiva addirittura della produzione e diffusione di informazioni scientifiche tramite convegni, finanziamento di pubblicazioni, articoli».
Il Lucentis, prodotto da Novartis, è un farmaco specifico per le malattie degli occhi, in particolare la degenerazione maculare senile, prima causa di cecità nei paesi industrializzati e terza a livello mondiale. Il costo del trattamento a carico del Sistema sanitario nazionale è di 902 euro. Prima della sua introduzione, alcuni medici oculisti avevano scoperto che l'Avastin, prodotto da Roche e impiegato nel trattamento del tumore al colon, aveva un'ottima resa anche per le malattie oftalmiche, tanto da essere utilizzate off-label. Costo del trattamento: 82 euro.
Nonostante i buoni risultati, Roche non ha mai sviluppato il prodotto in ambito oftalmico. Per gli stessi esperti oftalmologi, era «di difficile comprensione la strategia commerciale di un'impresa che, pur disponendo di un farmaco che le evidenze scientifiche considerano sovrapponibile a un altro, non facesse richiesta di registrazione per nuove indicazioni terapeutiche tali da porlo nel mercato in competizione con la concorrente».
La competizione, probabilmente, non era l'interesse principale. Una volta entrato in commercio il Lucentis, infatti, è partita quella che i giudici amministrativi chiamano «attività di artificiosa differenziazione». I due gruppi si sarebbero attivati per «evidenziare profili di pericolosità dell'uso di Avastin, pur nel dubbio della significatività dei dati impiegati».
La «cooperazione orizzontale», secondo quanto ricostruito dall'Antitrust, avrebbe determinato «un immediato rallentamento della crescita di Avastin con un conseguente spostamento della domanda verso il più costoso Lucentis». L'intesa avrebbe «reso particolarmente difficoltoso l'accesso alle cure per i malati e prodotto sicuri effetti sul bilancio economico del Sistema sanitario». Nel solo 2012, il maggior costo sostenuto sfiorava i 45 milioni di euro.
Secondo i magistrati della Corte dei Conti il danno erariale si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro. «Le anomalie del sistema sono state lamentate sin dal 2007», spiega alla Verità l'avvocato Riccardo Salomone, che ha difeso la Soi (Società oftalmologica italiana) nel processo penale che si è chiuso l'8 luglio. I rappresentanti legali dei due gruppi sono stati prosciolti dalle accuse davanti al Tribunale di Roma, nonostante il pm avesse chiesto 6 mesi di condanna. «Dopo quasi dieci anni si chiude uno dei capitoli della vicenda. Restano comunque le evidenze documentali, i fatti che la Soi ha sostenuto fin dall'inizio, confermati anche dal Consiglio di Stato».
Restano i numeri, soprattutto. Quelli li snocciola il dottor Matteo Piovella, presidente di Soi, per cui ci sarebbero «200.000 pazienti in Italia che non hanno accesso alle cure o vi si sottopongono in maniera inadeguata». Con il rischio di perdere la vista per sempre.
Johnson & Johnson
«L'esposizione dei consumatori all'amianto, durata diversi decenni, è stata permessa con incosciente inosservanza della salute e della sicurezza altrui».
Secondo i giudici della Corte d'Appello del Missouri, che hanno confermato la sentenza di primo grado emessa da una giuria di St. Louis, alla Johnson & Johnson sarebbero stati «consapevoli del rischio che i prodotti venduti al pubblico – tra cui il talco - potessero contenere fibre di amianto». Eppure, avrebbero «evitato di adottare misure accurate per scovarne eventuali tracce e avrebbero tentato di screditare gli scienziati che pubblicavano studi contrari ai loro prodotti».
Per questo, la multinazionale statunitense è stata condannata a risarcire alcune donne che sostengono «di aver sviluppato il cancro alle ovaie dopo l'uso continuato di due diversi tipi di talco prodotti da Johnson & Johnson». Un danno da oltre 2 miliardi di dollari. Una cifra dimezzata rispetto alla sentenza di primo grado per un difetto di giurisdizione.
L'azienda sarebbe pronta a presentare ricorso, sostenendo la sicurezza del prodotto. A maggio, Johnson & Johnson ne ha bloccato la vendita negli Usa e in Canada. «La domanda è in calo per la disinformazione», hanno spiegato. «Le accuse sono infondate». Solo negli Usa, sarebbero più di 19.000 le cause intentate.
La truffa
«I prezzi dei farmaci generici sono raddoppiati, triplicati, cresciuti fino al 1.000%». Per i 51 procuratori generali Usa che hanno intentato la causa, si sarebbe trattato di «una cospirazione diffusa da parte delle case farmaceutiche per gonfiare i prezzi».
Nel mirino sono finite 26 gruppi, tra cui Sandoz (divisione di Novartis), Pfizer, Actavis pharma. Sarebbero stati alterati i prezzi di 80 farmaci generici, che hanno fruttato miliardi di dollari negli Usa, tra il 2009 e il 2016. Le società erano in stretto contatto tra loro «per frenare la concorrenza». Una frode da «miliardi di dollari».
È la terza causa che viene intentata contro le big dei generici: le altre due risalgono al 2016 e al 2019 e sono ancora pendenti.
Allergan
«Quelle protesi le ho impiantate cinque anni fa. Il mio chirurgo mi ha detto di stare tranquilla, ma se non ci sono rischi perché tutte le matrici sono state ritirate dal mercato?». Barbara è una delle tante donne a cui sono state impiantate le protesi mammarie a superficie macrotesturizzata tipo Biocell.
A produrle la multinazionale Allergan, acquisita lo scorso maggio da uno dei leader della biofarmaceutica, Abbvie. Nel luglio 2019, Allergan ne ha annunciato il ritiro dal mercato mondiale. «Quelle protesi hanno destato una certa preoccupazione: in alcuni Paesi come la Francia, sarebbero state riscontrate delle relazioni causali tra gli impianti e un tumore piuttosto raro, il linfoma anaplastico a grandi cellule», spiega l'avvocato Tiziana Sorriento, che ha raccolto svariate segnalazioni in tutta Italia.
Le protesi Allergan sono state usate in molti ospedali pubblici. Secondo il ministero, «non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l'insorgenza della patologia e il tipo di protesi». Eppure, molte donne continuano a farsi delle domande. Capire quante di loro le abbiano impiantate, non è semplice. Il registro nazionale delle protesi mammarie non è ancora a regime, anche se la legge che lo prevede risale al 2012. Interpellato, il ministero non ha risposto.
Finanziamenti ai medici
Per la Sec, l'Autorità di sorveglianza dei mercati negli Stati Uniti, lo schema era semplice: sponsorizzazioni, viaggi e benefit in cambio delle prescrizioni mediche. Obiettivo: incrementare la vendita dei farmaci. Nel mirino sono finiti il gigante farmaceutico Novartis e la sua ex filiale Alcon.
Secondo le accuse, gli agenti delle società controllate in Corea del sud, Grecia e Vietnam avrebbero finanziato in maniera indebita medici e operatori sanitari. Per evitare una causa civile, Novartis ha accettato di versare al dipartimento di Giustizia americano 234 milioni di dollari, più 113 milioni al Tesoro.
Nel caso di Novartis Grecia, i medici sarebbero stati classificati in base al ritorno sugli investimenti: «Chi dimostrava di avere un'alta propensione alla prescrizione dei farmaci riceveva “investimenti"; per gli altri, le sponsorizzazioni venivano progressivamente ridotte fino a essere eliminate». Secondo le accuse, i congressi internazionali erano le sedi privilegiate per influenzare i medici: «Novartis Grecia ne sosteneva i costi. Biglietti aerei, alberghi: per ogni operatore sanitario coinvolto, “l'investimento" poteva superare i 6.000 dollari».
Novartis era già finita nel mirino del pool anticorruzione in Grecia per un presunto giro di tangenti che avrebbe coinvolto non solo medici, ma anche il mondo politico.
Mediator
Il Mediator sarebbe la causa di 2.000 morti e moltissimi casi di disabilità. Le prime segnalazioni della pericolosità del farmaco arrivarono già negli anni '90, ma l'azienda continuò a venderlo fino al 2009, anno in cui lo ritirò dal mercato. È uno dei più grandi scandali sanitari della storia, non solo francese: il farmaco antidiabetico veniva usato come inibitore della fame anche in soggetti sani. Il processo, iniziato nel settembre 2019, avrebbe dovuto concludersi lo scorso aprile, ma è stato interrotto dalla pandemia.
A sollevare il caso, Irène Frachon: la pneumologa è stata la prima a denunciare il comportamento del colosso francese Servier. Introdotto sul mercato nel 1976, il Mediator è nato per aiutare pazienti diabetici in sovrappeso. Per la Servier, «non sarebbero stati individuati segnali di rischio prima del 2009».
La strage silenziosa
Stati, contee, città. Sarebbero più di 2.000 le azioni legali intentate negli Stati Uniti contro una serie di aziende farmaceutiche, ritenute responsabili della diffusione dell'epidemia di oppioidi nel Paese. Tra queste, Johnson & Johnson.
Uno degli ultimi ad aggiungersi alla lista è lo stato di Washington: per il procuratore generale, la multinazionale «avrebbe attuato strategie di marketing ingannevoli per informare che gli oppioidi erano efficaci nel trattamento del dolore e che probabilmente non avrebbero causato dipendenza».
Parole simili a quelle pronunciate dal giudice distrettuale della contea di Cleveland, che ha condannato per la prima volta Johnson & Johnson per l'epidemia di oppioidi in Oklahoma. Danni per 572 milioni di dollari, secondo il giudice, poi ridotti a 465 milioni. A leggere le parole della sentenza, «gli oppioidi non solo avrebbero creato dipendenza, ma sarebbero la causa principale delle 2.100 morti che si sono verificate tra il 2011 e il 2015 nello stato».
Nel 2015 sono state distribuite 326 milioni di pillole in Oklahoma. Praticamente, 110 pillole per ciascun abitante. Due anni più tardi, il 4,2% dei nuovi nati soffriva della sindrome di astinenza neonatale, causata da una cessazione improvvisa delle sostanze al momento del parto.
Continua a leggereRiduci
I due giganti si sono accordati per fare acquistare il Lucentis (902 euro) e non l'Avastin (82), validi per curare la stessa malattia. Il Consiglio di Stato conferma la multa dell'Antitrust, ma sotto il profilo penale tutti assolti.Quasi 20.000 cause negli Usa: «Sapeva del talco all'amianto».La truffa: «Gonfiavano fino al 1.000% il prezzo dei generici».Con le protesi mammarie si rischia il tumore: ritirate.Se prescrivi i farmaci «giusti» ricevi cospicui «investimenti».Mediator, la medicina che avrebbe ammazzato 2.000 persone.Oppioidi letali: in America migliaia di cause in corso.Lo speciale contiene sette articoli.Quella di Avastin e Lucentis è una storia lunga, fatta di processi, ricorsi, interessi e soldi. Tanti soldi. Soldi che il Sistema sanitario nazionale avrebbe potuto risparmiare. E che invece, secondo le accuse, sarebbero finiti a ingrossare i bilanci delle aziende farmaceutiche. Due giganti: Roche e Novartis. Due big del settore che hanno come interesse legittimo quello di guadagnare. Eppure, a scorrere le parole della sesta sezione del Consiglio di Stato, sembra che in questo caso «la massimizzazione dei profitti» non sia avvenuta in maniera propriamente lecita. Secondo i giudici amministrativi, che hanno confermato la multa di 180 milioni comminata dall'Antitrust, Roche e Novartis, anche attraverso le controllate italiane, avrebbero posto in essere «un'intesa orizzontale restrittiva della concorrenza». In sostanza, si sarebbero spartite il mercato al fine di spingere le vendite di un farmaco, il Lucentis, al posto di un altro, l'Avastin, che risultava undici volte più economico. L'obiettivo sarebbe stato raggiunto «generando e comunicando preoccupazioni per la sicurezza di Avastin, col ricorso a una complessa strategia mediatica comprensiva addirittura della produzione e diffusione di informazioni scientifiche tramite convegni, finanziamento di pubblicazioni, articoli».Il Lucentis, prodotto da Novartis, è un farmaco specifico per le malattie degli occhi, in particolare la degenerazione maculare senile, prima causa di cecità nei paesi industrializzati e terza a livello mondiale. Il costo del trattamento a carico del Sistema sanitario nazionale è di 902 euro. Prima della sua introduzione, alcuni medici oculisti avevano scoperto che l'Avastin, prodotto da Roche e impiegato nel trattamento del tumore al colon, aveva un'ottima resa anche per le malattie oftalmiche, tanto da essere utilizzate off-label. Costo del trattamento: 82 euro. Nonostante i buoni risultati, Roche non ha mai sviluppato il prodotto in ambito oftalmico. Per gli stessi esperti oftalmologi, era «di difficile comprensione la strategia commerciale di un'impresa che, pur disponendo di un farmaco che le evidenze scientifiche considerano sovrapponibile a un altro, non facesse richiesta di registrazione per nuove indicazioni terapeutiche tali da porlo nel mercato in competizione con la concorrente».La competizione, probabilmente, non era l'interesse principale. Una volta entrato in commercio il Lucentis, infatti, è partita quella che i giudici amministrativi chiamano «attività di artificiosa differenziazione». I due gruppi si sarebbero attivati per «evidenziare profili di pericolosità dell'uso di Avastin, pur nel dubbio della significatività dei dati impiegati». La «cooperazione orizzontale», secondo quanto ricostruito dall'Antitrust, avrebbe determinato «un immediato rallentamento della crescita di Avastin con un conseguente spostamento della domanda verso il più costoso Lucentis». L'intesa avrebbe «reso particolarmente difficoltoso l'accesso alle cure per i malati e prodotto sicuri effetti sul bilancio economico del Sistema sanitario». Nel solo 2012, il maggior costo sostenuto sfiorava i 45 milioni di euro. Secondo i magistrati della Corte dei Conti il danno erariale si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro. «Le anomalie del sistema sono state lamentate sin dal 2007», spiega alla Verità l'avvocato Riccardo Salomone, che ha difeso la Soi (Società oftalmologica italiana) nel processo penale che si è chiuso l'8 luglio. I rappresentanti legali dei due gruppi sono stati prosciolti dalle accuse davanti al Tribunale di Roma, nonostante il pm avesse chiesto 6 mesi di condanna. «Dopo quasi dieci anni si chiude uno dei capitoli della vicenda. Restano comunque le evidenze documentali, i fatti che la Soi ha sostenuto fin dall'inizio, confermati anche dal Consiglio di Stato».Restano i numeri, soprattutto. Quelli li snocciola il dottor Matteo Piovella, presidente di Soi, per cui ci sarebbero «200.000 pazienti in Italia che non hanno accesso alle cure o vi si sottopongono in maniera inadeguata». Con il rischio di perdere la vista per sempre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="johnson-johnson" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Johnson & Johnson «L'esposizione dei consumatori all'amianto, durata diversi decenni, è stata permessa con incosciente inosservanza della salute e della sicurezza altrui». Secondo i giudici della Corte d'Appello del Missouri, che hanno confermato la sentenza di primo grado emessa da una giuria di St. Louis, alla Johnson & Johnson sarebbero stati «consapevoli del rischio che i prodotti venduti al pubblico – tra cui il talco - potessero contenere fibre di amianto». Eppure, avrebbero «evitato di adottare misure accurate per scovarne eventuali tracce e avrebbero tentato di screditare gli scienziati che pubblicavano studi contrari ai loro prodotti». Per questo, la multinazionale statunitense è stata condannata a risarcire alcune donne che sostengono «di aver sviluppato il cancro alle ovaie dopo l'uso continuato di due diversi tipi di talco prodotti da Johnson & Johnson». Un danno da oltre 2 miliardi di dollari. Una cifra dimezzata rispetto alla sentenza di primo grado per un difetto di giurisdizione. L'azienda sarebbe pronta a presentare ricorso, sostenendo la sicurezza del prodotto. A maggio, Johnson & Johnson ne ha bloccato la vendita negli Usa e in Canada. «La domanda è in calo per la disinformazione», hanno spiegato. «Le accuse sono infondate». Solo negli Usa, sarebbero più di 19.000 le cause intentate. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-truffa" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> La truffa «I prezzi dei farmaci generici sono raddoppiati, triplicati, cresciuti fino al 1.000%». Per i 51 procuratori generali Usa che hanno intentato la causa, si sarebbe trattato di «una cospirazione diffusa da parte delle case farmaceutiche per gonfiare i prezzi». Nel mirino sono finite 26 gruppi, tra cui Sandoz (divisione di Novartis), Pfizer, Actavis pharma. Sarebbero stati alterati i prezzi di 80 farmaci generici, che hanno fruttato miliardi di dollari negli Usa, tra il 2009 e il 2016. Le società erano in stretto contatto tra loro «per frenare la concorrenza». Una frode da «miliardi di dollari». È la terza causa che viene intentata contro le big dei generici: le altre due risalgono al 2016 e al 2019 e sono ancora pendenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="allergan" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Allergan «Quelle protesi le ho impiantate cinque anni fa. Il mio chirurgo mi ha detto di stare tranquilla, ma se non ci sono rischi perché tutte le matrici sono state ritirate dal mercato?». Barbara è una delle tante donne a cui sono state impiantate le protesi mammarie a superficie macrotesturizzata tipo Biocell. A produrle la multinazionale Allergan, acquisita lo scorso maggio da uno dei leader della biofarmaceutica, Abbvie. Nel luglio 2019, Allergan ne ha annunciato il ritiro dal mercato mondiale. «Quelle protesi hanno destato una certa preoccupazione: in alcuni Paesi come la Francia, sarebbero state riscontrate delle relazioni causali tra gli impianti e un tumore piuttosto raro, il linfoma anaplastico a grandi cellule», spiega l'avvocato Tiziana Sorriento, che ha raccolto svariate segnalazioni in tutta Italia. Le protesi Allergan sono state usate in molti ospedali pubblici. Secondo il ministero, «non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l'insorgenza della patologia e il tipo di protesi». Eppure, molte donne continuano a farsi delle domande. Capire quante di loro le abbiano impiantate, non è semplice. Il registro nazionale delle protesi mammarie non è ancora a regime, anche se la legge che lo prevede risale al 2012. Interpellato, il ministero non ha risposto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="finanziamenti-ai-medici" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Finanziamenti ai medici Per la Sec, l'Autorità di sorveglianza dei mercati negli Stati Uniti, lo schema era semplice: sponsorizzazioni, viaggi e benefit in cambio delle prescrizioni mediche. Obiettivo: incrementare la vendita dei farmaci. Nel mirino sono finiti il gigante farmaceutico Novartis e la sua ex filiale Alcon. Secondo le accuse, gli agenti delle società controllate in Corea del sud, Grecia e Vietnam avrebbero finanziato in maniera indebita medici e operatori sanitari. Per evitare una causa civile, Novartis ha accettato di versare al dipartimento di Giustizia americano 234 milioni di dollari, più 113 milioni al Tesoro. Nel caso di Novartis Grecia, i medici sarebbero stati classificati in base al ritorno sugli investimenti: «Chi dimostrava di avere un'alta propensione alla prescrizione dei farmaci riceveva “investimenti"; per gli altri, le sponsorizzazioni venivano progressivamente ridotte fino a essere eliminate». Secondo le accuse, i congressi internazionali erano le sedi privilegiate per influenzare i medici: «Novartis Grecia ne sosteneva i costi. Biglietti aerei, alberghi: per ogni operatore sanitario coinvolto, “l'investimento" poteva superare i 6.000 dollari». Novartis era già finita nel mirino del pool anticorruzione in Grecia per un presunto giro di tangenti che avrebbe coinvolto non solo medici, ma anche il mondo politico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="mediator" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Mediator Il Mediator sarebbe la causa di 2.000 morti e moltissimi casi di disabilità. Le prime segnalazioni della pericolosità del farmaco arrivarono già negli anni '90, ma l'azienda continuò a venderlo fino al 2009, anno in cui lo ritirò dal mercato. È uno dei più grandi scandali sanitari della storia, non solo francese: il farmaco antidiabetico veniva usato come inibitore della fame anche in soggetti sani. Il processo, iniziato nel settembre 2019, avrebbe dovuto concludersi lo scorso aprile, ma è stato interrotto dalla pandemia. A sollevare il caso, Irène Frachon: la pneumologa è stata la prima a denunciare il comportamento del colosso francese Servier. Introdotto sul mercato nel 1976, il Mediator è nato per aiutare pazienti diabetici in sovrappeso. Per la Servier, «non sarebbero stati individuati segnali di rischio prima del 2009». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="la-strage-silenziosa" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> La strage silenziosa Stati, contee, città. Sarebbero più di 2.000 le azioni legali intentate negli Stati Uniti contro una serie di aziende farmaceutiche, ritenute responsabili della diffusione dell'epidemia di oppioidi nel Paese. Tra queste, Johnson & Johnson. Uno degli ultimi ad aggiungersi alla lista è lo stato di Washington: per il procuratore generale, la multinazionale «avrebbe attuato strategie di marketing ingannevoli per informare che gli oppioidi erano efficaci nel trattamento del dolore e che probabilmente non avrebbero causato dipendenza». Parole simili a quelle pronunciate dal giudice distrettuale della contea di Cleveland, che ha condannato per la prima volta Johnson & Johnson per l'epidemia di oppioidi in Oklahoma. Danni per 572 milioni di dollari, secondo il giudice, poi ridotti a 465 milioni. A leggere le parole della sentenza, «gli oppioidi non solo avrebbero creato dipendenza, ma sarebbero la causa principale delle 2.100 morti che si sono verificate tra il 2011 e il 2015 nello stato». Nel 2015 sono state distribuite 326 milioni di pillole in Oklahoma. Praticamente, 110 pillole per ciascun abitante. Due anni più tardi, il 4,2% dei nuovi nati soffriva della sindrome di astinenza neonatale, causata da una cessazione improvvisa delle sostanze al momento del parto.
iStock
Sono il 7,4% delle imprese ma generano oltre 102 miliardi di ricavi e quasi un quarto dell’Ebitda. L’Osservatorio Nomisma evidenzia il divario crescente tra aziende capaci di creare valore e un sistema che fatica a trasformare la crescita in marginalità.
C’è una parte della manifattura italiana che non solo regge l’urto delle difficoltà economiche, ma continua a crescere e a produrre valore. È quella delle cosiddette imprese «Controvento», una minoranza sempre più rilevante del tessuto produttivo nazionale.
Secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio realizzato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, queste aziende rappresentano oggi il 7,4% del totale del comparto manifatturiero. Una quota limitata, ma capace di concentrare il 10% dei ricavi complessivi, pari a 102,6 miliardi di euro, oltre a quasi un quarto dell’Ebitda e al 16% del valore aggiunto dell’intero settore.
Il dato più significativo è che non si tratta di un fenomeno temporaneo. Negli anni, infatti, si è consolidata una vera e propria frattura tra modelli produttivi: da un lato imprese in grado di trasformare la crescita in marginalità e solidità, dall’altro aziende che faticano a generare valore nonostante l’aumento dei volumi. Le imprese Controvento si distinguono per performance nettamente superiori alla media. Tra il 2019 e il 2024 il loro margine operativo lordo è passato dal 17% al 24,9%, mentre quello delle altre realtà è rimasto sostanzialmente fermo attorno all’8%. Un divario che in cinque anni è quasi raddoppiato, passando da 9 a 17 punti percentuali.
La distanza emerge con ancora più evidenza sul fronte della produttività: 171 mila euro per addetto nelle imprese Controvento contro meno di 89 mila nelle altre. Un gap che ribalta anche le gerarchie dimensionali: una piccola impresa Controvento risulta mediamente più produttiva di una grande azienda che non rientra nel cluster. Dal punto di vista geografico, la Lombardia si conferma la regione con il maggior volume di ricavi, oltre 33 miliardi di euro. Ma è l’Emilia-Romagna a far registrare la crescita più sostenuta, superando i 20 miliardi e accorciando le distanze. Segnali di dinamismo arrivano anche dal Mezzogiorno, dove aumenta la presenza di realtà capaci di distinguersi.
A trainare questo gruppo di imprese sono soprattutto alcune filiere chiave del made in Italy: automotive, farmaceutica, packaging e nautica. Settori che mostrano una maggiore capacità di mantenere nel tempo livelli elevati di competitività. Un elemento distintivo riguarda anche la solidità complessiva. Le imprese Controvento presentano infatti livelli di rischio più contenuti e una maggiore propensione all’innovazione e all’adozione delle tecnologie digitali. Caratteristiche che si traducono in resilienza, capacità di adattamento e un orientamento competitivo più marcato.
L’Osservatorio evidenzia inoltre come la continuità nel tempo faccia la differenza. Le aziende presenti da più edizioni nel cluster – le cosiddette «Super-Veterane» e «Star» – registrano risultati migliori rispetto a quelle entrate più recentemente. Non si tratta solo di stabilità, ma della capacità di consolidare nel tempo crescita e organizzazione. Le imprese al debutto, che rappresentano comunque la quota più ampia del gruppo, mostrano performance inferiori rispetto alle più consolidate, ma restano nettamente sopra la media del sistema manifatturiero. Un segnale della selettività dei criteri utilizzati. Anche sul piano territoriale emerge una geografia precisa: le regioni con una tradizione industriale più radicata concentrano la maggior parte delle aziende con maggiore continuità, con l’Emilia-Romagna che si distingue per equilibrio tra stabilità e capacità di creare valore.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo sempre più polarizzato. Da una parte un nucleo ristretto ma in crescita di imprese capaci di affrontare anche i contesti più complessi, dall’altra una fascia più ampia che fatica a tenere il passo.
Una trasformazione che, più che legata al ciclo economico, sembra riflettere un cambiamento strutturale nei modelli competitivi, dove innovazione, solidità finanziaria e capacità di adattamento diventano fattori decisivi per restare sul mercato.
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JD Vance insieme a Benjamin Netanyahu (Ansa)
Stando ad Axios, il vicepresidente americano assumerà infatti un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui che si terranno tra Washington e Teheran. D’altronde, il numero due della Casa Bianca ha già avuto vari contatti con Benjamin Netanyahu e ieri si è anche incontrato con il primo ministro del Qatar, Abdulrahman bin Jassim Al Thani. Il ritorno in auge di Vance è significativo, soprattutto alla luce del fatto che, durante le prime settimane di conflitto, il diretto interessato era fondamentalmente sparito dai radar. Non è del resto un mistero che il vicepresidente fosse scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Il fatto che Trump stia puntando su di lui per gli eventuali negoziati offre quindi alcuni interessanti spunti di analisi.
In primis, il presidente americano vuole (parzialmente) marginalizzare Steve Witkoff e Jared Kushner, che finora non hanno fatto grossi progressi sul dossier iraniano. Inoltre, Trump, secondo cui la guerra «sta andando alla grande», vuole far leva su Vance per portare Netanyahu ad allinearsi alla strategia di Washington. Senza dubbio il premier israeliano e il presidente americano sono accomunati dalla volontà di impedire all’Iran sia di acquisire l’atomica sia di continuare a sviluppare il proprio programma missilistico. Entrambi auspicano inoltre che il regime cessi di foraggiare i suoi pericolosi proxy regionali. Tra i due leader sono tuttavia emerse divergenze sulla durata del conflitto e sul futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran. Secondo il New York Times, il premier israeliano temerebbe che un cessate il fuoco troppo rapido impedisca allo Stato ebraico di debellare l’intera industria militare iraniana. Inoltre, Netanyahu propende per un regime change a Teheran, laddove Trump auspica una soluzione venezuelana: punta, cioè, a interloquire con un pezzo del vecchio regime, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Una linea, questa, con cui l’inquilino della Casa Bianca spera di conseguire due obiettivi: evitare di restare invischiato in costosi processi di nation building e avviare in futuro una cooperazione con l’Iran nel settore petrolifero. Di contro, Netanyahu teme che la soluzione venezuelana, evitando di smantellare totalmente il khomeinismo, non sia in grado di risolvere alla radice i problemi di sicurezza dello Stato ebraico.
Ebbene, schierando Vance, Trump mira a spingere il premier israeliano ad accettare la linea di Washington. Già a ottobre era emerso come, all’interno dell’amministrazione americana, il vicepresidente fosse la figura meno conciliante nei confronti di Netanyahu. Tra l’altro, proprio ieri, Axios ha riferito che, all’inizio di questa settimana, i due avrebbero avuto una telefonata piuttosto tesa, in cui Vance avrebbe rimproverato il premier israeliano per le sue previsioni troppo ottimistiche sull’esito della guerra all’Iran. In particolare, il vice di Trump si sarebbe riferito all’eventualità, ventilata da Netanyahu, di riuscire a fomentare una rivolta popolare contro il regime khomeinista. Non solo. Axios ha anche riferito che «i funzionari dell’amministrazione sospettano che agenti stranieri stiano diffondendo la notizia che l’Iran vuole negoziare con Vance». Infine, il vicepresidente, secondo cui la guerra durerà comunque ancora alcune settimane, è politicamente assai vicino ai colletti blu della Rust Belt: una quota elettorale che si è rivelata decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca nel 2024. Vance è quindi anche utile al presidente per tendere una mano a quella parte di base elettorale che si è mostrata fredda verso l’intervento militare contro l’Iran. Una dinamica, questa, che avrà delle ripercussioni anche sulle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Marco Rubio si era notevolmente rafforzato dopo la cattura di Nicolas Maduro. Adesso, Vance spera di usare la diplomazia iraniana per riacquisire peso e tornare in pista. E proprio Rubio ieri, dal G7 in Francia, ha detto di attendersi che il conflitto terminerà «entro poche settimane, non mesi», per poi auspicare che i Paesi del G7 stesso svolgano un ruolo a Hormuz dopo la fine della guerra. Oltre a ipotizzare di dirottare armi destinate a Kiev alle esigenze belliche in Iran, il segretario di Stato ha anche sottolineato che gli Usa contano di raggiungere i loro obiettivi «senza truppe di terra». Attenzione: Vance non è un isolazionista puro né Rubio, per quanto fautore di una politica estera più proattiva, un neocon esaltato (contrariamente a quanto spesso si è detto, secondo Politico, anche lui non era convinto di un attacco su vasta scala). I due collaborano (e sotto sotto competono) per intestarsi un ruolo nella conclusione del conflitto. Come detto, la posizione di Vance sta tornando a rafforzarsi. Ma Rubio farà prevedibilmente leva sul suo incarico di consigliere per la sicurezza nazionale ad interim per continuare ad avere un ascendente su Trump.
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