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2020-07-20
Il «cartello» tra Novartis e Roche per raggirare il Sistema sanitario
Quella di Avastin e Lucentis è una storia lunga, fatta di processi, ricorsi, interessi e soldi. Tanti soldi. Soldi che il Sistema sanitario nazionale avrebbe potuto risparmiare. E che invece, secondo le accuse, sarebbero finiti a ingrossare i bilanci delle aziende farmaceutiche.
Due giganti: Roche e Novartis. Due big del settore che hanno come interesse legittimo quello di guadagnare. Eppure, a scorrere le parole della sesta sezione del Consiglio di Stato, sembra che in questo caso «la massimizzazione dei profitti» non sia avvenuta in maniera propriamente lecita.
Secondo i giudici amministrativi, che hanno confermato la multa di 180 milioni comminata dall'Antitrust, Roche e Novartis, anche attraverso le controllate italiane, avrebbero posto in essere «un'intesa orizzontale restrittiva della concorrenza». In sostanza, si sarebbero spartite il mercato al fine di spingere le vendite di un farmaco, il Lucentis, al posto di un altro, l'Avastin, che risultava undici volte più economico. L'obiettivo sarebbe stato raggiunto «generando e comunicando preoccupazioni per la sicurezza di Avastin, col ricorso a una complessa strategia mediatica comprensiva addirittura della produzione e diffusione di informazioni scientifiche tramite convegni, finanziamento di pubblicazioni, articoli».
Il Lucentis, prodotto da Novartis, è un farmaco specifico per le malattie degli occhi, in particolare la degenerazione maculare senile, prima causa di cecità nei paesi industrializzati e terza a livello mondiale. Il costo del trattamento a carico del Sistema sanitario nazionale è di 902 euro. Prima della sua introduzione, alcuni medici oculisti avevano scoperto che l'Avastin, prodotto da Roche e impiegato nel trattamento del tumore al colon, aveva un'ottima resa anche per le malattie oftalmiche, tanto da essere utilizzate off-label. Costo del trattamento: 82 euro.
Nonostante i buoni risultati, Roche non ha mai sviluppato il prodotto in ambito oftalmico. Per gli stessi esperti oftalmologi, era «di difficile comprensione la strategia commerciale di un'impresa che, pur disponendo di un farmaco che le evidenze scientifiche considerano sovrapponibile a un altro, non facesse richiesta di registrazione per nuove indicazioni terapeutiche tali da porlo nel mercato in competizione con la concorrente».
La competizione, probabilmente, non era l'interesse principale. Una volta entrato in commercio il Lucentis, infatti, è partita quella che i giudici amministrativi chiamano «attività di artificiosa differenziazione». I due gruppi si sarebbero attivati per «evidenziare profili di pericolosità dell'uso di Avastin, pur nel dubbio della significatività dei dati impiegati».
La «cooperazione orizzontale», secondo quanto ricostruito dall'Antitrust, avrebbe determinato «un immediato rallentamento della crescita di Avastin con un conseguente spostamento della domanda verso il più costoso Lucentis». L'intesa avrebbe «reso particolarmente difficoltoso l'accesso alle cure per i malati e prodotto sicuri effetti sul bilancio economico del Sistema sanitario». Nel solo 2012, il maggior costo sostenuto sfiorava i 45 milioni di euro.
Secondo i magistrati della Corte dei Conti il danno erariale si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro. «Le anomalie del sistema sono state lamentate sin dal 2007», spiega alla Verità l'avvocato Riccardo Salomone, che ha difeso la Soi (Società oftalmologica italiana) nel processo penale che si è chiuso l'8 luglio. I rappresentanti legali dei due gruppi sono stati prosciolti dalle accuse davanti al Tribunale di Roma, nonostante il pm avesse chiesto 6 mesi di condanna. «Dopo quasi dieci anni si chiude uno dei capitoli della vicenda. Restano comunque le evidenze documentali, i fatti che la Soi ha sostenuto fin dall'inizio, confermati anche dal Consiglio di Stato».
Restano i numeri, soprattutto. Quelli li snocciola il dottor Matteo Piovella, presidente di Soi, per cui ci sarebbero «200.000 pazienti in Italia che non hanno accesso alle cure o vi si sottopongono in maniera inadeguata». Con il rischio di perdere la vista per sempre.
Johnson & Johnson
«L'esposizione dei consumatori all'amianto, durata diversi decenni, è stata permessa con incosciente inosservanza della salute e della sicurezza altrui».
Secondo i giudici della Corte d'Appello del Missouri, che hanno confermato la sentenza di primo grado emessa da una giuria di St. Louis, alla Johnson & Johnson sarebbero stati «consapevoli del rischio che i prodotti venduti al pubblico – tra cui il talco - potessero contenere fibre di amianto». Eppure, avrebbero «evitato di adottare misure accurate per scovarne eventuali tracce e avrebbero tentato di screditare gli scienziati che pubblicavano studi contrari ai loro prodotti».
Per questo, la multinazionale statunitense è stata condannata a risarcire alcune donne che sostengono «di aver sviluppato il cancro alle ovaie dopo l'uso continuato di due diversi tipi di talco prodotti da Johnson & Johnson». Un danno da oltre 2 miliardi di dollari. Una cifra dimezzata rispetto alla sentenza di primo grado per un difetto di giurisdizione.
L'azienda sarebbe pronta a presentare ricorso, sostenendo la sicurezza del prodotto. A maggio, Johnson & Johnson ne ha bloccato la vendita negli Usa e in Canada. «La domanda è in calo per la disinformazione», hanno spiegato. «Le accuse sono infondate». Solo negli Usa, sarebbero più di 19.000 le cause intentate.
La truffa
«I prezzi dei farmaci generici sono raddoppiati, triplicati, cresciuti fino al 1.000%». Per i 51 procuratori generali Usa che hanno intentato la causa, si sarebbe trattato di «una cospirazione diffusa da parte delle case farmaceutiche per gonfiare i prezzi».
Nel mirino sono finite 26 gruppi, tra cui Sandoz (divisione di Novartis), Pfizer, Actavis pharma. Sarebbero stati alterati i prezzi di 80 farmaci generici, che hanno fruttato miliardi di dollari negli Usa, tra il 2009 e il 2016. Le società erano in stretto contatto tra loro «per frenare la concorrenza». Una frode da «miliardi di dollari».
È la terza causa che viene intentata contro le big dei generici: le altre due risalgono al 2016 e al 2019 e sono ancora pendenti.
Allergan
«Quelle protesi le ho impiantate cinque anni fa. Il mio chirurgo mi ha detto di stare tranquilla, ma se non ci sono rischi perché tutte le matrici sono state ritirate dal mercato?». Barbara è una delle tante donne a cui sono state impiantate le protesi mammarie a superficie macrotesturizzata tipo Biocell.
A produrle la multinazionale Allergan, acquisita lo scorso maggio da uno dei leader della biofarmaceutica, Abbvie. Nel luglio 2019, Allergan ne ha annunciato il ritiro dal mercato mondiale. «Quelle protesi hanno destato una certa preoccupazione: in alcuni Paesi come la Francia, sarebbero state riscontrate delle relazioni causali tra gli impianti e un tumore piuttosto raro, il linfoma anaplastico a grandi cellule», spiega l'avvocato Tiziana Sorriento, che ha raccolto svariate segnalazioni in tutta Italia.
Le protesi Allergan sono state usate in molti ospedali pubblici. Secondo il ministero, «non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l'insorgenza della patologia e il tipo di protesi». Eppure, molte donne continuano a farsi delle domande. Capire quante di loro le abbiano impiantate, non è semplice. Il registro nazionale delle protesi mammarie non è ancora a regime, anche se la legge che lo prevede risale al 2012. Interpellato, il ministero non ha risposto.
Finanziamenti ai medici
Per la Sec, l'Autorità di sorveglianza dei mercati negli Stati Uniti, lo schema era semplice: sponsorizzazioni, viaggi e benefit in cambio delle prescrizioni mediche. Obiettivo: incrementare la vendita dei farmaci. Nel mirino sono finiti il gigante farmaceutico Novartis e la sua ex filiale Alcon.
Secondo le accuse, gli agenti delle società controllate in Corea del sud, Grecia e Vietnam avrebbero finanziato in maniera indebita medici e operatori sanitari. Per evitare una causa civile, Novartis ha accettato di versare al dipartimento di Giustizia americano 234 milioni di dollari, più 113 milioni al Tesoro.
Nel caso di Novartis Grecia, i medici sarebbero stati classificati in base al ritorno sugli investimenti: «Chi dimostrava di avere un'alta propensione alla prescrizione dei farmaci riceveva “investimenti"; per gli altri, le sponsorizzazioni venivano progressivamente ridotte fino a essere eliminate». Secondo le accuse, i congressi internazionali erano le sedi privilegiate per influenzare i medici: «Novartis Grecia ne sosteneva i costi. Biglietti aerei, alberghi: per ogni operatore sanitario coinvolto, “l'investimento" poteva superare i 6.000 dollari».
Novartis era già finita nel mirino del pool anticorruzione in Grecia per un presunto giro di tangenti che avrebbe coinvolto non solo medici, ma anche il mondo politico.
Mediator
Il Mediator sarebbe la causa di 2.000 morti e moltissimi casi di disabilità. Le prime segnalazioni della pericolosità del farmaco arrivarono già negli anni '90, ma l'azienda continuò a venderlo fino al 2009, anno in cui lo ritirò dal mercato. È uno dei più grandi scandali sanitari della storia, non solo francese: il farmaco antidiabetico veniva usato come inibitore della fame anche in soggetti sani. Il processo, iniziato nel settembre 2019, avrebbe dovuto concludersi lo scorso aprile, ma è stato interrotto dalla pandemia.
A sollevare il caso, Irène Frachon: la pneumologa è stata la prima a denunciare il comportamento del colosso francese Servier. Introdotto sul mercato nel 1976, il Mediator è nato per aiutare pazienti diabetici in sovrappeso. Per la Servier, «non sarebbero stati individuati segnali di rischio prima del 2009».
La strage silenziosa
Stati, contee, città. Sarebbero più di 2.000 le azioni legali intentate negli Stati Uniti contro una serie di aziende farmaceutiche, ritenute responsabili della diffusione dell'epidemia di oppioidi nel Paese. Tra queste, Johnson & Johnson.
Uno degli ultimi ad aggiungersi alla lista è lo stato di Washington: per il procuratore generale, la multinazionale «avrebbe attuato strategie di marketing ingannevoli per informare che gli oppioidi erano efficaci nel trattamento del dolore e che probabilmente non avrebbero causato dipendenza».
Parole simili a quelle pronunciate dal giudice distrettuale della contea di Cleveland, che ha condannato per la prima volta Johnson & Johnson per l'epidemia di oppioidi in Oklahoma. Danni per 572 milioni di dollari, secondo il giudice, poi ridotti a 465 milioni. A leggere le parole della sentenza, «gli oppioidi non solo avrebbero creato dipendenza, ma sarebbero la causa principale delle 2.100 morti che si sono verificate tra il 2011 e il 2015 nello stato».
Nel 2015 sono state distribuite 326 milioni di pillole in Oklahoma. Praticamente, 110 pillole per ciascun abitante. Due anni più tardi, il 4,2% dei nuovi nati soffriva della sindrome di astinenza neonatale, causata da una cessazione improvvisa delle sostanze al momento del parto.
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I due giganti si sono accordati per fare acquistare il Lucentis (902 euro) e non l'Avastin (82), validi per curare la stessa malattia. Il Consiglio di Stato conferma la multa dell'Antitrust, ma sotto il profilo penale tutti assolti.Quasi 20.000 cause negli Usa: «Sapeva del talco all'amianto».La truffa: «Gonfiavano fino al 1.000% il prezzo dei generici».Con le protesi mammarie si rischia il tumore: ritirate.Se prescrivi i farmaci «giusti» ricevi cospicui «investimenti».Mediator, la medicina che avrebbe ammazzato 2.000 persone.Oppioidi letali: in America migliaia di cause in corso.Lo speciale contiene sette articoli.Quella di Avastin e Lucentis è una storia lunga, fatta di processi, ricorsi, interessi e soldi. Tanti soldi. Soldi che il Sistema sanitario nazionale avrebbe potuto risparmiare. E che invece, secondo le accuse, sarebbero finiti a ingrossare i bilanci delle aziende farmaceutiche. Due giganti: Roche e Novartis. Due big del settore che hanno come interesse legittimo quello di guadagnare. Eppure, a scorrere le parole della sesta sezione del Consiglio di Stato, sembra che in questo caso «la massimizzazione dei profitti» non sia avvenuta in maniera propriamente lecita. Secondo i giudici amministrativi, che hanno confermato la multa di 180 milioni comminata dall'Antitrust, Roche e Novartis, anche attraverso le controllate italiane, avrebbero posto in essere «un'intesa orizzontale restrittiva della concorrenza». In sostanza, si sarebbero spartite il mercato al fine di spingere le vendite di un farmaco, il Lucentis, al posto di un altro, l'Avastin, che risultava undici volte più economico. L'obiettivo sarebbe stato raggiunto «generando e comunicando preoccupazioni per la sicurezza di Avastin, col ricorso a una complessa strategia mediatica comprensiva addirittura della produzione e diffusione di informazioni scientifiche tramite convegni, finanziamento di pubblicazioni, articoli».Il Lucentis, prodotto da Novartis, è un farmaco specifico per le malattie degli occhi, in particolare la degenerazione maculare senile, prima causa di cecità nei paesi industrializzati e terza a livello mondiale. Il costo del trattamento a carico del Sistema sanitario nazionale è di 902 euro. Prima della sua introduzione, alcuni medici oculisti avevano scoperto che l'Avastin, prodotto da Roche e impiegato nel trattamento del tumore al colon, aveva un'ottima resa anche per le malattie oftalmiche, tanto da essere utilizzate off-label. Costo del trattamento: 82 euro. Nonostante i buoni risultati, Roche non ha mai sviluppato il prodotto in ambito oftalmico. Per gli stessi esperti oftalmologi, era «di difficile comprensione la strategia commerciale di un'impresa che, pur disponendo di un farmaco che le evidenze scientifiche considerano sovrapponibile a un altro, non facesse richiesta di registrazione per nuove indicazioni terapeutiche tali da porlo nel mercato in competizione con la concorrente».La competizione, probabilmente, non era l'interesse principale. Una volta entrato in commercio il Lucentis, infatti, è partita quella che i giudici amministrativi chiamano «attività di artificiosa differenziazione». I due gruppi si sarebbero attivati per «evidenziare profili di pericolosità dell'uso di Avastin, pur nel dubbio della significatività dei dati impiegati». La «cooperazione orizzontale», secondo quanto ricostruito dall'Antitrust, avrebbe determinato «un immediato rallentamento della crescita di Avastin con un conseguente spostamento della domanda verso il più costoso Lucentis». L'intesa avrebbe «reso particolarmente difficoltoso l'accesso alle cure per i malati e prodotto sicuri effetti sul bilancio economico del Sistema sanitario». Nel solo 2012, il maggior costo sostenuto sfiorava i 45 milioni di euro. Secondo i magistrati della Corte dei Conti il danno erariale si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro. «Le anomalie del sistema sono state lamentate sin dal 2007», spiega alla Verità l'avvocato Riccardo Salomone, che ha difeso la Soi (Società oftalmologica italiana) nel processo penale che si è chiuso l'8 luglio. I rappresentanti legali dei due gruppi sono stati prosciolti dalle accuse davanti al Tribunale di Roma, nonostante il pm avesse chiesto 6 mesi di condanna. «Dopo quasi dieci anni si chiude uno dei capitoli della vicenda. Restano comunque le evidenze documentali, i fatti che la Soi ha sostenuto fin dall'inizio, confermati anche dal Consiglio di Stato».Restano i numeri, soprattutto. Quelli li snocciola il dottor Matteo Piovella, presidente di Soi, per cui ci sarebbero «200.000 pazienti in Italia che non hanno accesso alle cure o vi si sottopongono in maniera inadeguata». Con il rischio di perdere la vista per sempre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="johnson-johnson" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Johnson & Johnson «L'esposizione dei consumatori all'amianto, durata diversi decenni, è stata permessa con incosciente inosservanza della salute e della sicurezza altrui». Secondo i giudici della Corte d'Appello del Missouri, che hanno confermato la sentenza di primo grado emessa da una giuria di St. Louis, alla Johnson & Johnson sarebbero stati «consapevoli del rischio che i prodotti venduti al pubblico – tra cui il talco - potessero contenere fibre di amianto». Eppure, avrebbero «evitato di adottare misure accurate per scovarne eventuali tracce e avrebbero tentato di screditare gli scienziati che pubblicavano studi contrari ai loro prodotti». Per questo, la multinazionale statunitense è stata condannata a risarcire alcune donne che sostengono «di aver sviluppato il cancro alle ovaie dopo l'uso continuato di due diversi tipi di talco prodotti da Johnson & Johnson». Un danno da oltre 2 miliardi di dollari. Una cifra dimezzata rispetto alla sentenza di primo grado per un difetto di giurisdizione. L'azienda sarebbe pronta a presentare ricorso, sostenendo la sicurezza del prodotto. A maggio, Johnson & Johnson ne ha bloccato la vendita negli Usa e in Canada. «La domanda è in calo per la disinformazione», hanno spiegato. «Le accuse sono infondate». Solo negli Usa, sarebbero più di 19.000 le cause intentate. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-truffa" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> La truffa «I prezzi dei farmaci generici sono raddoppiati, triplicati, cresciuti fino al 1.000%». Per i 51 procuratori generali Usa che hanno intentato la causa, si sarebbe trattato di «una cospirazione diffusa da parte delle case farmaceutiche per gonfiare i prezzi». Nel mirino sono finite 26 gruppi, tra cui Sandoz (divisione di Novartis), Pfizer, Actavis pharma. Sarebbero stati alterati i prezzi di 80 farmaci generici, che hanno fruttato miliardi di dollari negli Usa, tra il 2009 e il 2016. Le società erano in stretto contatto tra loro «per frenare la concorrenza». Una frode da «miliardi di dollari». È la terza causa che viene intentata contro le big dei generici: le altre due risalgono al 2016 e al 2019 e sono ancora pendenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="allergan" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Allergan «Quelle protesi le ho impiantate cinque anni fa. Il mio chirurgo mi ha detto di stare tranquilla, ma se non ci sono rischi perché tutte le matrici sono state ritirate dal mercato?». Barbara è una delle tante donne a cui sono state impiantate le protesi mammarie a superficie macrotesturizzata tipo Biocell. A produrle la multinazionale Allergan, acquisita lo scorso maggio da uno dei leader della biofarmaceutica, Abbvie. Nel luglio 2019, Allergan ne ha annunciato il ritiro dal mercato mondiale. «Quelle protesi hanno destato una certa preoccupazione: in alcuni Paesi come la Francia, sarebbero state riscontrate delle relazioni causali tra gli impianti e un tumore piuttosto raro, il linfoma anaplastico a grandi cellule», spiega l'avvocato Tiziana Sorriento, che ha raccolto svariate segnalazioni in tutta Italia. Le protesi Allergan sono state usate in molti ospedali pubblici. Secondo il ministero, «non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l'insorgenza della patologia e il tipo di protesi». Eppure, molte donne continuano a farsi delle domande. Capire quante di loro le abbiano impiantate, non è semplice. Il registro nazionale delle protesi mammarie non è ancora a regime, anche se la legge che lo prevede risale al 2012. Interpellato, il ministero non ha risposto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="finanziamenti-ai-medici" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Finanziamenti ai medici Per la Sec, l'Autorità di sorveglianza dei mercati negli Stati Uniti, lo schema era semplice: sponsorizzazioni, viaggi e benefit in cambio delle prescrizioni mediche. Obiettivo: incrementare la vendita dei farmaci. Nel mirino sono finiti il gigante farmaceutico Novartis e la sua ex filiale Alcon. Secondo le accuse, gli agenti delle società controllate in Corea del sud, Grecia e Vietnam avrebbero finanziato in maniera indebita medici e operatori sanitari. Per evitare una causa civile, Novartis ha accettato di versare al dipartimento di Giustizia americano 234 milioni di dollari, più 113 milioni al Tesoro. Nel caso di Novartis Grecia, i medici sarebbero stati classificati in base al ritorno sugli investimenti: «Chi dimostrava di avere un'alta propensione alla prescrizione dei farmaci riceveva “investimenti"; per gli altri, le sponsorizzazioni venivano progressivamente ridotte fino a essere eliminate». Secondo le accuse, i congressi internazionali erano le sedi privilegiate per influenzare i medici: «Novartis Grecia ne sosteneva i costi. Biglietti aerei, alberghi: per ogni operatore sanitario coinvolto, “l'investimento" poteva superare i 6.000 dollari». Novartis era già finita nel mirino del pool anticorruzione in Grecia per un presunto giro di tangenti che avrebbe coinvolto non solo medici, ma anche il mondo politico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="mediator" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> Mediator Il Mediator sarebbe la causa di 2.000 morti e moltissimi casi di disabilità. Le prime segnalazioni della pericolosità del farmaco arrivarono già negli anni '90, ma l'azienda continuò a venderlo fino al 2009, anno in cui lo ritirò dal mercato. È uno dei più grandi scandali sanitari della storia, non solo francese: il farmaco antidiabetico veniva usato come inibitore della fame anche in soggetti sani. Il processo, iniziato nel settembre 2019, avrebbe dovuto concludersi lo scorso aprile, ma è stato interrotto dalla pandemia. A sollevare il caso, Irène Frachon: la pneumologa è stata la prima a denunciare il comportamento del colosso francese Servier. Introdotto sul mercato nel 1976, il Mediator è nato per aiutare pazienti diabetici in sovrappeso. Per la Servier, «non sarebbero stati individuati segnali di rischio prima del 2009». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cartello-tra-novartis-e-roche-per-raggirare-il-sistema-sanitario-2646435643.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="la-strage-silenziosa" data-post-id="2646435643" data-published-at="1595181685" data-use-pagination="False"> La strage silenziosa Stati, contee, città. Sarebbero più di 2.000 le azioni legali intentate negli Stati Uniti contro una serie di aziende farmaceutiche, ritenute responsabili della diffusione dell'epidemia di oppioidi nel Paese. Tra queste, Johnson & Johnson. Uno degli ultimi ad aggiungersi alla lista è lo stato di Washington: per il procuratore generale, la multinazionale «avrebbe attuato strategie di marketing ingannevoli per informare che gli oppioidi erano efficaci nel trattamento del dolore e che probabilmente non avrebbero causato dipendenza». Parole simili a quelle pronunciate dal giudice distrettuale della contea di Cleveland, che ha condannato per la prima volta Johnson & Johnson per l'epidemia di oppioidi in Oklahoma. Danni per 572 milioni di dollari, secondo il giudice, poi ridotti a 465 milioni. A leggere le parole della sentenza, «gli oppioidi non solo avrebbero creato dipendenza, ma sarebbero la causa principale delle 2.100 morti che si sono verificate tra il 2011 e il 2015 nello stato». Nel 2015 sono state distribuite 326 milioni di pillole in Oklahoma. Praticamente, 110 pillole per ciascun abitante. Due anni più tardi, il 4,2% dei nuovi nati soffriva della sindrome di astinenza neonatale, causata da una cessazione improvvisa delle sostanze al momento del parto.
Ansa
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
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Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
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La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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