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2019-09-02
Questo governo è una tassa
Ansa
Se qualcuno ancora dubita che il nascituro governo giallorosso è una creatura di Matteo Renzi, basterebbe che desse un'occhiata alle sue dichiarazioni di ieri. In un'intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore, il senatore di Rignano - autocelebrandosi come una sorta di Winston Churchill redivivo - si è intestato di fatto il «merito» della formazione di una maggioranza targata Pd e Movimento 5 stelle.
«Fino a un mese fa Matteo Salvini sembrava inarrestabile e per fermarlo occorreva un atto di coraggio. Nel mio piccolo l'ho compiuto», ha dichiarato. «All'Italia», ha proseguito, «oggi serve un governo che blocchi l'Iva e che ci tolga dall'isolamento europeo realizzato da Salvini. E io faccio ciò che serve all'Italia, non ciò che piace a me». Non pago, sottolineando - come suo solito - la prima persona singolare, Renzi ha poi dichiarato: «Per me questa legislatura va al 2023. Se ci arriverà questo governo dipenderà dalla qualità delle persone che ne faranno parte. Se i ministri saranno di livello durerà, se sarà una squadretta non durerà. Semplice, no?». Insomma, non soltanto il senatore rivendica totalmente un Conte bis come propria creatura. Ma non fa neppure troppo mistero di voler decidere su una sua eventuale durata. Se si dice formalmente aperto a un governo di legislatura, subordina comunque il tutto a una generica «qualità delle persone che ne faranno parte». Senza ovviamente specificare in che cosa questa qualità debba consistere. Così da poter magari innescare una crisi, quando gli torni più comodo (soprattutto non appena il lancio della sua formazione centrista sarà pronto).
Certo: Renzi ci tiene a precisare di non rivestire alcun peso. «Quanto al mio ruolo», ha detto, «sono un senatore della Repubblica che conta per sé e per qualche altro amico». Peccato che subito dopo se ne esca, ricordando le «meraviglie» da lui compiute quando era a Palazzo Chigi e lanciando qualche «discreto» avvertimento per il futuro. «Nel mio curriculum c'è l'abbassamento dell'Irap e dell'Ires, Industria 4.0, gli 80 euro, la fatturazione elettronica, il Jobs act, l'eliminazione dell'Imu, il welfare aziendale, il Sì alla Tav e al Tap. In questo curriculum non c'è posto per misure contro chi crea lavoro, contro chi produce ricchezza.»
Del resto, quanto il senatore consideri il nuovo governo un proprio affare, è testimoniato dalle parole dedicate a Luigi Di Maio e a Nicola Zingaretti. Interpellato su che cosa ne pensi di una vicepremiership per il capo politico del Movimento 5 stelle, Renzi replica: «Se il futuro dell'Italia dipende da cosa fa Di Maio, significa che siamo messi male. Facciano loro, decideranno Zingaretti e Di Maio. Poi passiamo alle cose serie». Parole rivelative di due elementi fondamentali. In primo luogo, Renzi sottolinea la scarsissima (o inesistente) stima nutrita verso il nuovo alleato di governo: un alleato considerato né più né meno che una pedina subordinata ai propri interessi politici. Fattore, quest'ultimo, che dovrebbe spingere i 5 stelle a riflettere bene sul passo che stanno intraprendendo. Perché non solo l'abbraccio governativo con il Pd costituisce una strada politicamente mortifera (il «suicidio della rivoluzione grillina», per parafrasare Augusto Del Noce). Ma tutto questo avverrebbe sotto la (neanche troppo) occulta regia di Renzi, che sta giocando una partita di natura prettamente personale. In secondo luogo, le parole sprezzanti del senatore di Rignano verso Zingaretti la dicono lunga sugli effettivi rapporti di forza che vigono all'interno del Pd. Il segretario dem, originariamente contrarissimo ad ogni possibile intesa con i 5 stelle, non ha avuto il coraggio di arginare la ribellione renziana. Pur di evitare spaccature plateali, Zingaretti è sceso a patti con il suo rivale interno, finendone tuttavia progressivamente fagocitato. Col risultato che, nell'intervista di ieri, Renzi ha di fatto celebrato la riconquista (per quanto ufficiosa) della leadership in seno al partito.
Non ancora soddisfatto, il senatore di Rignano ne ha avute anche per Carlo Calenda, che - in totale disaccordo con l'opzione giallorossa - ha recentemente dato il suo addio al Pd. «Quanto a Calenda: è un europarlamentare socialista, farà un buon lavoro a Bruxelles. L'ho voluto ambasciatore, ministro, candidato: adesso non condivido la sua decisione di sparare a zero con toni da ultrà sul governo istituzionale. Ma come già mi è accaduto con Pippo Civati qualche anno fa, anche se le strade politiche si dividono, spero che i rapporti personali restino buoni». Insomma, per Renzi, Calenda non solo è un ingrato ma - paragonandolo a Civati - gli sta fondamentalmente dicendo che, da solo, non arriverà da nessuna parte. Un'affermazione non poco velenosa, a metà strada tra il pronostico e l'anatema. Un'affermazione che va tuttavia al di là del solo astio personale e che paventa un rischio politico. Esattamente come Renzi, Calenda punta infatti ad assumere un posizionamento centrista. E il fatto di essersi chiamato coerentemente fuori dalle manovre del trasformismo giallorosso, potrebbe attirargli qualche significativo consenso dall'attuale base del Pd. A netto discapito di Renzi. I cui furbeschi tatticismi dovranno, un giorno o l'altro, passare tra le forche caudine del voto. E, come diceva Bettino Craxi, «prima o poi tutte le volpi finiscono in pellicceria».
Il premier si smarca dal suo partito: «Definirmi 5 stelle? Inappropriato»
È la prima intervista da quando ha ricevuto l'incarico da Sergio Mattarella di trovare una maggioranza pur di non andare a elezioni, ma in sostanza è un vero spot al «suo» governo che sta per nascere. Alla festa del Fatto Quotidiano in Versilia ieri Giuseppe Conte ha assicurato che la riserva sull'incarico verrà sciolta «al massimo mercoledì», solo dopo il voto della piattaforma Rousseau, e che tra Pd e M5s c'è «consonanza sui punti programmatici».
In diretta da Palazzo Chigi ha risposto alle domande di Marco Travaglio, Peter Gomez e Antonio Padellaro: «Lavoro al programma, le cose vanno bene», ha detto, chiarendo che non ci sarà un contratto, come nella precedente formula di governo M5s-Lega, bensì di un «programma condiviso nei principi da entrambe le forze politiche, dove sarà difficile distinguere una misura o un obiettivo che sta a cuore all'una o all'altra forza politica». E sull'ex vicepremier grillino: «Stiamo lavorando a un progetto, sono convinto che anche Luigi Di Maio stia lavorando a questo progetto con entusiasmo». E va oltre: «Confido che anche altre forze che hanno dato disponibilità potranno riconoscersi in questi punti programmatici».
Sostiene che il nome dei ministri non è una priorità mentre sarà indispensabile che siano tutti incensurati e inoltre lavorerà «per evitare una squadra tutta maschile e riconoscere al genere un adeguamento riconoscimento». Sulla discontinuità richiesta e in parte «rimangiata» dal segretario Pd, Conte commenta: «Cosa significa discontinuità? Aprire un'ampia stagione riformatrice per il Paese, mettere in primo piano una visione del Paese di economia sostenibile, economia circolare. Fare cose non stratosferiche ma che andavano fatte e non siamo riusciti e farle con la massima determinazione».
Sul suo ruolo, di certo non nel segno della discontinuità, Conte ha sottolineato: «L'ho dimostrato con i fatti che non sono un premier per tutte le stagioni, quando al Senato è stata ritirata la mozione di sfiducia, quindi concretamente mi è stata proposta una rinnovata stagione, l'ho rifiutata».
Non solo, ha anche chiarito di non essere un premier pentastellato, dando consistenza alle voci che parlavano di stallo nelle trattative proprio fra lui e Di Maio: «Non sono iscritto al M5s, non partecipo alle riunione del gruppo dirigente, non ho mai incontrato i gruppi parlamentari, e definirmi dei 5 stelle mi sembra una formula inappropriata. Rimane però il dato che c'è molta vicinanza, li conosco da tempo, lavoro con M5s molto bene e il Movimento e in particolare Di Maio, mi ha designato come presidente». Questo non gli ha impedito di condividere l'appello lanciato sabato da Beppe Grillo sul suo blog in cui si rivolge a M5s e Pd invitandoli a cogliere «questa occasione unica» e a «compattare i pensieri». «In quella carrellata fantastica ha disegnato il futuro e ci invita a guardare in avanti. È un'impostazione molto bella».
Il premier incaricato non ha però voluto parlare di Matteo Salvini, bollato come il «passato». In particolare a chi gli chiedeva quali fossero i rapporti con la Lega, ha risposto: «Mi costringe a fare un salto indietro, sono proteso al futuro e sono concentrato al futuro». Un futuro che dall'ottimismo di Conte sembra prossimo. Oggi intanto potrebbe tenersi un nuovo vertice tra il premier, Di Maio e Nicola Zingaretti per sciogliere il nodo dei vicepremier.
I dem: «Eliminiamo entrambi i vice»
Dario Franceschini va a braccetto con Beppe Grillo. E lo dimostra con un tweet sparato al culmine della trattativa per la formazione dell'inciucio giallorosso. «Serve generosità», scrive sulla sua pagina social all'orario del caffè dopo il pranzo domenicale di ieri, «Una sfida così importante per il futuro di tutti noi non si blocca per un problema di posti», sostiene derubricando il fuoco incrociato che da giorni si sta consumando tra dem e grillini per la scorpacciata di scranni a Palazzo Chigi e in particolare per il ruolo di vicepremier. E poi la soluzione dell'ex ministro Pd: «Per riuscire ad andare avanti cominciamo a eliminare entrambi i posti da vicepremier».
Gli fa subito da eco il segretario Nicola Zingaretti, che lo ritwitta definendo l'intervento di Franceschini, «un altro contributo per sbloccare la situazione e aiutare il governo a decollare». Parole a cui Carlo Calenda reagisce con sdegno definendo le uscite dei due ex compagni di partito «umilianti genuflessioni a Grillo», perché «chi rappresenta una comunità ne deve preservare prima di tutto la dignità».
A lui si aggiunge Matteo Richetti, che ricordiamo essere stato l'unico parlamentare dem, nell'ultima direzione del partito, a votare contro il tentativo di dar vita a un governo con i 5 stelle. Per vedere l'esito del botta e risposta, che ovviamente ha Luigi Di Maio come convitato di pietra, si dovrà aspettare le prossime ore.
Intanto il premier designato Giuseppe Conte sostiene di vedere «un buon clima» e pensa di tornare al Colle a riferire sul suo incarico «martedì» (domani) o «al massimo mercoledì». Ma il clima è tutt'altro che tranquillo, con Gianluigi Paragone dei 5 stelle che grida al complotto di Matteo Renzi e Franceschini: «Il primo fa capire chi comanda. Il secondo vuole far fuori Di Maio da Palazzo Chigi». Un'accusa che aggrava una situazione già tesa, se si immagina che Pd e Movimento a breve dovrebbero governare insieme.
Tra i litiganti gialli e rossi, la Lega riprende vigore: «No a governi truffa», Sergio Mattarella «restituisca parola agli italiani», ha ribadito il Carroccio. Matteo Salvini dice basta con il «mercato delle vacche» e preferisce passare la domenica tra la gente vicino Bergamo: «La sinistra cerca poltrone, io cerco funghi». La mossa più significativa di ieri, però, è stata quella di Roberto Calderoli, che prevede una durata brevissima dei giallorossi: «Facile metterli in difficoltà al Senato» con le commissioni parlamentari ancora a trazione Lega, che potranno dettare i tempi dei provvedimenti.
Sulla squadra di governo si sta ancora battagliando. Tra le novità del totoministri, Mattia Fantinati (M5s), sottosegretario uscente alla Pa, diventerebbe titolare. Leu vorrebbe un posto per Rossella Muroni o Vasco Errani e il Pd punta su Renato Balduzzi, già ministro della Salute, per un bis in quel dicastero. Laura Castelli andrebbe allo Sviluppo economico, Anna Ascani all'Istruzione, Lia Quartapelle agli Affari europei e Dario Franceschini alla Cultura. Elisabetta Trenta, Sergio Costa e Riccardo Fraccaro rimarrebbero al loro posto. Mentre Monica Cirinnà, che ha già detto che approverà adozioni gay e legalizzazione delle droghe leggere, è destinata alle Pari opportunità.
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Il Bullo ci vuole mettere la firma: «Il Conte bis? Una mia creatura». Matteo Renzi rivendica totalmente la paternità del governo. E non fa mistero di voler incidere sulla sua durata. Sprezzante con Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio: «Decidano la poltrona del pentastellato, poi passiamo a cose serie». Il premier si smarca dal suo partito: «Definirmi 5 stelle? Inappropriato». La prima intervista dalle dimissioni: «Entro metà settimana troveremo l'accordo». I dem: «Eliminiamo entrambi i vice». Dario Franceschini e il segretario danno ragione a Beppe Grillo. Nel totonomine salgono Mattia Fantinati alla Pa, Renato Balduzzi alla Sanità, Laura Castelli al Mise e Monica Cirinnà alle Pari opportunità. Lo speciale comprende tre articoli. Se qualcuno ancora dubita che il nascituro governo giallorosso è una creatura di Matteo Renzi, basterebbe che desse un'occhiata alle sue dichiarazioni di ieri. In un'intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore, il senatore di Rignano - autocelebrandosi come una sorta di Winston Churchill redivivo - si è intestato di fatto il «merito» della formazione di una maggioranza targata Pd e Movimento 5 stelle. «Fino a un mese fa Matteo Salvini sembrava inarrestabile e per fermarlo occorreva un atto di coraggio. Nel mio piccolo l'ho compiuto», ha dichiarato. «All'Italia», ha proseguito, «oggi serve un governo che blocchi l'Iva e che ci tolga dall'isolamento europeo realizzato da Salvini. E io faccio ciò che serve all'Italia, non ciò che piace a me». Non pago, sottolineando - come suo solito - la prima persona singolare, Renzi ha poi dichiarato: «Per me questa legislatura va al 2023. Se ci arriverà questo governo dipenderà dalla qualità delle persone che ne faranno parte. Se i ministri saranno di livello durerà, se sarà una squadretta non durerà. Semplice, no?». Insomma, non soltanto il senatore rivendica totalmente un Conte bis come propria creatura. Ma non fa neppure troppo mistero di voler decidere su una sua eventuale durata. Se si dice formalmente aperto a un governo di legislatura, subordina comunque il tutto a una generica «qualità delle persone che ne faranno parte». Senza ovviamente specificare in che cosa questa qualità debba consistere. Così da poter magari innescare una crisi, quando gli torni più comodo (soprattutto non appena il lancio della sua formazione centrista sarà pronto). Certo: Renzi ci tiene a precisare di non rivestire alcun peso. «Quanto al mio ruolo», ha detto, «sono un senatore della Repubblica che conta per sé e per qualche altro amico». Peccato che subito dopo se ne esca, ricordando le «meraviglie» da lui compiute quando era a Palazzo Chigi e lanciando qualche «discreto» avvertimento per il futuro. «Nel mio curriculum c'è l'abbassamento dell'Irap e dell'Ires, Industria 4.0, gli 80 euro, la fatturazione elettronica, il Jobs act, l'eliminazione dell'Imu, il welfare aziendale, il Sì alla Tav e al Tap. In questo curriculum non c'è posto per misure contro chi crea lavoro, contro chi produce ricchezza.» Del resto, quanto il senatore consideri il nuovo governo un proprio affare, è testimoniato dalle parole dedicate a Luigi Di Maio e a Nicola Zingaretti. Interpellato su che cosa ne pensi di una vicepremiership per il capo politico del Movimento 5 stelle, Renzi replica: «Se il futuro dell'Italia dipende da cosa fa Di Maio, significa che siamo messi male. Facciano loro, decideranno Zingaretti e Di Maio. Poi passiamo alle cose serie». Parole rivelative di due elementi fondamentali. In primo luogo, Renzi sottolinea la scarsissima (o inesistente) stima nutrita verso il nuovo alleato di governo: un alleato considerato né più né meno che una pedina subordinata ai propri interessi politici. Fattore, quest'ultimo, che dovrebbe spingere i 5 stelle a riflettere bene sul passo che stanno intraprendendo. Perché non solo l'abbraccio governativo con il Pd costituisce una strada politicamente mortifera (il «suicidio della rivoluzione grillina», per parafrasare Augusto Del Noce). Ma tutto questo avverrebbe sotto la (neanche troppo) occulta regia di Renzi, che sta giocando una partita di natura prettamente personale. In secondo luogo, le parole sprezzanti del senatore di Rignano verso Zingaretti la dicono lunga sugli effettivi rapporti di forza che vigono all'interno del Pd. Il segretario dem, originariamente contrarissimo ad ogni possibile intesa con i 5 stelle, non ha avuto il coraggio di arginare la ribellione renziana. Pur di evitare spaccature plateali, Zingaretti è sceso a patti con il suo rivale interno, finendone tuttavia progressivamente fagocitato. Col risultato che, nell'intervista di ieri, Renzi ha di fatto celebrato la riconquista (per quanto ufficiosa) della leadership in seno al partito. Non ancora soddisfatto, il senatore di Rignano ne ha avute anche per Carlo Calenda, che - in totale disaccordo con l'opzione giallorossa - ha recentemente dato il suo addio al Pd. «Quanto a Calenda: è un europarlamentare socialista, farà un buon lavoro a Bruxelles. L'ho voluto ambasciatore, ministro, candidato: adesso non condivido la sua decisione di sparare a zero con toni da ultrà sul governo istituzionale. Ma come già mi è accaduto con Pippo Civati qualche anno fa, anche se le strade politiche si dividono, spero che i rapporti personali restino buoni». Insomma, per Renzi, Calenda non solo è un ingrato ma - paragonandolo a Civati - gli sta fondamentalmente dicendo che, da solo, non arriverà da nessuna parte. Un'affermazione non poco velenosa, a metà strada tra il pronostico e l'anatema. Un'affermazione che va tuttavia al di là del solo astio personale e che paventa un rischio politico. Esattamente come Renzi, Calenda punta infatti ad assumere un posizionamento centrista. E il fatto di essersi chiamato coerentemente fuori dalle manovre del trasformismo giallorosso, potrebbe attirargli qualche significativo consenso dall'attuale base del Pd. A netto discapito di Renzi. I cui furbeschi tatticismi dovranno, un giorno o l'altro, passare tra le forche caudine del voto. E, come diceva Bettino Craxi, «prima o poi tutte le volpi finiscono in pellicceria». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-bullo-ci-vuole-mettere-la-firma-il-conte-bis-una-mia-creatura-2640153689.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-premier-si-smarca-dal-suo-partito-definirmi-5-stelle-inappropriato" data-post-id="2640153689" data-published-at="1767913039" data-use-pagination="False"> Il premier si smarca dal suo partito: «Definirmi 5 stelle? Inappropriato» È la prima intervista da quando ha ricevuto l'incarico da Sergio Mattarella di trovare una maggioranza pur di non andare a elezioni, ma in sostanza è un vero spot al «suo» governo che sta per nascere. Alla festa del Fatto Quotidiano in Versilia ieri Giuseppe Conte ha assicurato che la riserva sull'incarico verrà sciolta «al massimo mercoledì», solo dopo il voto della piattaforma Rousseau, e che tra Pd e M5s c'è «consonanza sui punti programmatici». In diretta da Palazzo Chigi ha risposto alle domande di Marco Travaglio, Peter Gomez e Antonio Padellaro: «Lavoro al programma, le cose vanno bene», ha detto, chiarendo che non ci sarà un contratto, come nella precedente formula di governo M5s-Lega, bensì di un «programma condiviso nei principi da entrambe le forze politiche, dove sarà difficile distinguere una misura o un obiettivo che sta a cuore all'una o all'altra forza politica». E sull'ex vicepremier grillino: «Stiamo lavorando a un progetto, sono convinto che anche Luigi Di Maio stia lavorando a questo progetto con entusiasmo». E va oltre: «Confido che anche altre forze che hanno dato disponibilità potranno riconoscersi in questi punti programmatici». Sostiene che il nome dei ministri non è una priorità mentre sarà indispensabile che siano tutti incensurati e inoltre lavorerà «per evitare una squadra tutta maschile e riconoscere al genere un adeguamento riconoscimento». Sulla discontinuità richiesta e in parte «rimangiata» dal segretario Pd, Conte commenta: «Cosa significa discontinuità? Aprire un'ampia stagione riformatrice per il Paese, mettere in primo piano una visione del Paese di economia sostenibile, economia circolare. Fare cose non stratosferiche ma che andavano fatte e non siamo riusciti e farle con la massima determinazione». Sul suo ruolo, di certo non nel segno della discontinuità, Conte ha sottolineato: «L'ho dimostrato con i fatti che non sono un premier per tutte le stagioni, quando al Senato è stata ritirata la mozione di sfiducia, quindi concretamente mi è stata proposta una rinnovata stagione, l'ho rifiutata». Non solo, ha anche chiarito di non essere un premier pentastellato, dando consistenza alle voci che parlavano di stallo nelle trattative proprio fra lui e Di Maio: «Non sono iscritto al M5s, non partecipo alle riunione del gruppo dirigente, non ho mai incontrato i gruppi parlamentari, e definirmi dei 5 stelle mi sembra una formula inappropriata. Rimane però il dato che c'è molta vicinanza, li conosco da tempo, lavoro con M5s molto bene e il Movimento e in particolare Di Maio, mi ha designato come presidente». Questo non gli ha impedito di condividere l'appello lanciato sabato da Beppe Grillo sul suo blog in cui si rivolge a M5s e Pd invitandoli a cogliere «questa occasione unica» e a «compattare i pensieri». «In quella carrellata fantastica ha disegnato il futuro e ci invita a guardare in avanti. È un'impostazione molto bella». Il premier incaricato non ha però voluto parlare di Matteo Salvini, bollato come il «passato». In particolare a chi gli chiedeva quali fossero i rapporti con la Lega, ha risposto: «Mi costringe a fare un salto indietro, sono proteso al futuro e sono concentrato al futuro». Un futuro che dall'ottimismo di Conte sembra prossimo. Oggi intanto potrebbe tenersi un nuovo vertice tra il premier, Di Maio e Nicola Zingaretti per sciogliere il nodo dei vicepremier. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-bullo-ci-vuole-mettere-la-firma-il-conte-bis-una-mia-creatura-2640153689.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-dem-eliminiamo-entrambi-i-vice" data-post-id="2640153689" data-published-at="1767913039" data-use-pagination="False"> I dem: «Eliminiamo entrambi i vice» Dario Franceschini va a braccetto con Beppe Grillo. E lo dimostra con un tweet sparato al culmine della trattativa per la formazione dell'inciucio giallorosso. «Serve generosità», scrive sulla sua pagina social all'orario del caffè dopo il pranzo domenicale di ieri, «Una sfida così importante per il futuro di tutti noi non si blocca per un problema di posti», sostiene derubricando il fuoco incrociato che da giorni si sta consumando tra dem e grillini per la scorpacciata di scranni a Palazzo Chigi e in particolare per il ruolo di vicepremier. E poi la soluzione dell'ex ministro Pd: «Per riuscire ad andare avanti cominciamo a eliminare entrambi i posti da vicepremier». Gli fa subito da eco il segretario Nicola Zingaretti, che lo ritwitta definendo l'intervento di Franceschini, «un altro contributo per sbloccare la situazione e aiutare il governo a decollare». Parole a cui Carlo Calenda reagisce con sdegno definendo le uscite dei due ex compagni di partito «umilianti genuflessioni a Grillo», perché «chi rappresenta una comunità ne deve preservare prima di tutto la dignità». A lui si aggiunge Matteo Richetti, che ricordiamo essere stato l'unico parlamentare dem, nell'ultima direzione del partito, a votare contro il tentativo di dar vita a un governo con i 5 stelle. Per vedere l'esito del botta e risposta, che ovviamente ha Luigi Di Maio come convitato di pietra, si dovrà aspettare le prossime ore. Intanto il premier designato Giuseppe Conte sostiene di vedere «un buon clima» e pensa di tornare al Colle a riferire sul suo incarico «martedì» (domani) o «al massimo mercoledì». Ma il clima è tutt'altro che tranquillo, con Gianluigi Paragone dei 5 stelle che grida al complotto di Matteo Renzi e Franceschini: «Il primo fa capire chi comanda. Il secondo vuole far fuori Di Maio da Palazzo Chigi». Un'accusa che aggrava una situazione già tesa, se si immagina che Pd e Movimento a breve dovrebbero governare insieme. Tra i litiganti gialli e rossi, la Lega riprende vigore: «No a governi truffa», Sergio Mattarella «restituisca parola agli italiani», ha ribadito il Carroccio. Matteo Salvini dice basta con il «mercato delle vacche» e preferisce passare la domenica tra la gente vicino Bergamo: «La sinistra cerca poltrone, io cerco funghi». La mossa più significativa di ieri, però, è stata quella di Roberto Calderoli, che prevede una durata brevissima dei giallorossi: «Facile metterli in difficoltà al Senato» con le commissioni parlamentari ancora a trazione Lega, che potranno dettare i tempi dei provvedimenti. Sulla squadra di governo si sta ancora battagliando. Tra le novità del totoministri, Mattia Fantinati (M5s), sottosegretario uscente alla Pa, diventerebbe titolare. Leu vorrebbe un posto per Rossella Muroni o Vasco Errani e il Pd punta su Renato Balduzzi, già ministro della Salute, per un bis in quel dicastero. Laura Castelli andrebbe allo Sviluppo economico, Anna Ascani all'Istruzione, Lia Quartapelle agli Affari europei e Dario Franceschini alla Cultura. Elisabetta Trenta, Sergio Costa e Riccardo Fraccaro rimarrebbero al loro posto. Mentre Monica Cirinnà, che ha già detto che approverà adozioni gay e legalizzazione delle droghe leggere, è destinata alle Pari opportunità.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».