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2024-09-23
Un mondo malvagio da rifare. Dietro l’ideologia woke l’eterno ritorno della gnosi
(Getty Images)
Non è più molto difficile sentire parlare di «ideologia woke». Da qualche anno se ne discute ossessivamente negli Stati Uniti, e inevitabilmente il dibattito è rimbalzato anche dalle nostre parti. Più difficile è capire che cosa davvero significhi il termine woke, come sia nato e come si sia evoluto nel tempo. A fornire una serie di possibili risposte provvede un libro molto interessante intitolato La trappola identitaria (Feltrinelli). A firmarlo è Yascha Mounk, docente alla Johns Hopkins University di Washington e commentatore per il New York Times. Uno studioso dalle idee estremamente discutibili: è liberal fino al midollo e pieno di pregiudizi sui movimenti sovranisti e identitari, e il più delle volte appare come un megafono del pensiero unico, solo appena più raffinato della media.
A maggior ragione, è molto suggestivo leggere quel che Mounk scrive a proposito del wokismo, che lui preferisce chiamare «sintesi identitaria». Per prima cosa, la sua è una critica «da sinistra», quindi impermeabile alle consuete accuse che si muovono alle destre quando si occupano delle derive astiose della cultura della cancellazione. Mounk mette in evidenza tutti i pericoli dell’approccio woke, a partire ovviamente dalla minaccia alla libertà di espressione. E coglie quella che forse è la principale conseguenza dell’affermazione di questa ideologia: la frammentazione e l’aumento della tensione sociale. Nei fatti, il wokismo produce microidentità in feroce conflitto tra loro, e distoglie l’attenzione da problemi più ampi. «Certi approcci pedagogici, come l’esortazione ad “abbracciare la razza” che va tanto di moda oggi», scrive Mounk, «incoraggiano i giovani a definirsi nei termini dei vari gruppi razziali, religiosi e sessuali in cui sono nati. Dal canto loro, politiche pubbliche come i protocolli di triage “sensibili alla razza” incentivano fortemente i cittadini a lottare per gli interessi collettivi del proprio gruppo. Insieme, norme e politiche di questo tipo rischiano di creare una società composta da tribù in guerra tra loro, anziché da compatrioti pronti a collaborare, in cui ciascun gruppo è impegnato in una competizione a somma zero con tutti gli altri».
Fin qui, tuttavia, c’è poco di inedito: non è la prima volta che dal versante liberal arrivano questo tipo di intemerate contro la nuova sinistra microidentitaria. Mounk tenta qualcosa di più ambizioso: prova a ricostruire la genesi del pensiero woke, scavando fino a raggiungerne le fondamenta intellettuali.
Questo lavoro di trivellazione del sostrato culturale porta inevitabilmente al postmoderno, al filosofo francese Michel Foucault, e alla sua idea di demolizione di tutte le «grandi narrazioni». In effetti, è esattamente lì che si sviluppa in embrione l’idea di modificare il linguaggio per cambiare i rapporti di potere all’interno della società. Autori come Edward Said proseguiranno su questa linea, cercando - come nota Mounk - di «rimodellare i discorsi dominanti in modi che potessero aiutare gli oppressi». Come sia andata a finire è noto: sono queste le basi su cui si sviluppano la teoria critica della razza e quella del genere, nascono i concetti di «intersezionalità» (la concezione secondo cui i membri delle minoranze sono discriminati a vari livelli che in qualche modo si intersecano) e di «razzismo sistemico». Nasce qui anche un’altra pericolosissima convinzione: l’idea che l’esperienza individuale sia sovrana. Come scrive Mounk: «Io ho la mia verità; una verità che tu non hai il diritto di mettere in discussione o criticare sulla base di dati teoricamente oggettivi, soprattutto se non appartieni allo stesso gruppo identitario emarginato».
Questo viaggio nella storia delle idee è estremamente affascinante e davvero molto utile. Ma presenta difetti e lacune di cui conviene dare conto. Innanzitutto, Mounk sembra voler gettare il bambino con l’acqua sporca. Se è vero che Foucault e i postmoderni hanno pervertito alcune visioni di Nietzsche e hanno contribuito a stabilire la legge secondo cui nulla è vero e dunque tutto è permesso, è anche vero che la critica della scienza e delle istituzioni portata avanti dagli autori postmoderni ha fornito un controcanto essenziale allo strapotere della ragione tecnica e all’ottimismo del progresso a tutti i costi. La sensazione è che a tratti Mounk - come tanti altri liberal - cerchi di scaricare la paternità del wokismo su una corrente di pensiero eterodossa per assolvere il pensiero progressista più tradizionale. Positivismo, marxismo e pure liberalismo hanno fatto la loro parte, eccome, contribuendo all’emergere della nuova tendenza censoria e liberticida.
Per rendersene conto, tuttavia, bisogna considerare un aspetto della questione che nel lavoro di Mounk manca totalmente, ovvero l’elemento religioso. Il wokismo, come il progressismo in precedenza, è una forma di gnosi. Si basa, cioè, su una visione pessimistica della creazione, e sulla possibilità di correggere quest’ultima tramite una «conoscenza segreta» di cui pochi eletti sono in possesso, attraverso la quale è possibile riscrivere tutte le regole fondamentali del vivere civile oltre che del linguaggio e perfino della biologia.
In fondo, il progressismo a cui lo stesso Mounk si richiama non era poi troppo diverso: pretendeva di rimodellare il mondo tramite la propria geometrica potenza. I woke fanno lo stesso, solo con metodi diversi. Lo ha rimarcato di recente il filosofo Alfonso Lanzieri. «La filosofia woke è permeata di gnosticismo», ha scritto. «Se per lo gnostico il mondo e quanto contiene sono un immenso inganno costruito da un dio maligno, e la missione dell’iniziato consiste nello smascherare la truffa grazie alla conoscenza liberatrice, analogamente per gli odierni illuminati dell’universo woke, la società tutta è solo matrice di oppressioni visibili e invisibili: si tratta di risvegliarsi a tale verità. […] Tutto ciò si chiama anticosmismo, vale a dire la convinzione che questo mondo sia cattivo, che nello gnosticismo è accompagnato dall’antisomatismo, cioè la convinzione che il corpo sia cattivo: difatti, sia detto di passaggio, nella produzione di Judith Butler e altre voci simili, fa capolino un certo androginismo escatologico. Chiaramente, per l’universo woke, il cosmo fonte di sofferenza e angoscia per l’anima che vi è precipitata, non è più quello cui pensavano gli ellenisti, ma è rappresentato dal mondo forgiato dalla società occidentale, democratica-liberale, capitalistica, maschiocentrica ecc. È questo il mondo da cui evadere».
In fondo, ci troviamo di fronte a sostitutivi della religione. La matrice del wokismo è la stessa del marxismo e del liberalismo oggi imperante. È la stessa che ha prodotto la liberazione sessuale e la rivoluzione digitale. Comprenderlo è fondamentale per evitare un errore grave, ovvero il tentativo di sostituire una gnosi con un’altra. Combattere gli illuminati woke in nome della ragione progressista è più che inutile: è dannoso. Ciò che deve preoccupare è il tentativo, comune a tutte queste visioni, di trasformare l’uomo in un dio, attribuendogli il potere di plasmare la realtà a suo piacimento. La storia ci ha insegnato come tutti questi progetti di creazione del paradiso in terra finiscano allo stesso modo: con una poco simpatica gita all’inferno.
«Dal leninismo alla Silicon Valley, il mito di una élite che ci salverà»
Giovanni Filoramo è uno dei maggiori storici della religione europei, forte di una imponente bibliografia. Per l’editore Mimesis esce il satgio Le vie del sacro. Modernità e religione, che dedica alcuni robusti capitoli alla gnosi e alle sue declinazioni contemporanee.
Lei sostiene che la gnosi sia una forma religiosa molto adatta alla modernità. Per quale motivo?
«Semplificando, la forma religiosa della gnosi si contrappone alla fede, è una contrapposizione secolare. Si vede già nel cristianesimo antico: gnosi significa conoscenza e lo gnostico pretende - attraverso vari strumenti - di avere una conoscenza assoluta della verità e questa conoscenza è diversa dalla fede».
In che modo?
«Il paradigma della fede nella tradizione ebraica, poi ebraico-cristiana, è la figura di Abramo. Il suo Dio dice di sacrificare il figlio e lui è pronto a sacrificare il figlio: non c’è nessuna forma di conoscenza in questo caso, c’è una accettazione. In questo senso succede un po’ come nell’islam, che è più vicino all’ebraismo di quanto possa apparire a prima vista».
Quindi c’è una contrapposizione tra fede e conoscenza.
«La gnosi è un tipo di conoscenza che, differenziandosi dalla fede, è disponibile a cercare un dialogo con la ragione, trovando delle mediazioni. Si vede già nel Quattrocento e Cinquecento, agli inizi del mondo moderno e poi nelle tradizioni esoteriche».
A me pare che la questione essenziale sia la centralità dell’individuo. Lo gnostico si salva da solo tramite una conoscenza segreta, non ha bisogno di altre mediazioni. Questa idea mi sembra molto adatta all’individualismo moderno.
«Certo. Qui potrei fare ancora un confronto con la tradizione ebraico-cristiana. Parliamo di Abramo: Abramo è la storia del popolo eletto, non è solo l’individuo Abramo che si confronta con Dio e si riconosce in questo Dio attraverso la fede. Abramo è il capostipite di un popolo, dunque sta in una dimensione comunitaria, collettiva. La gnosi è una forma di religione più individualistica. Ovviamente il concetto di individuo, se pensiamo allo gnosticismo cristiano del secondo o terzo secolo, è radicalmente diverso da quello moderno. Però, certamente, nella storia delle correnti gnostiche la dimensione individuale è decisiva».
Al di là dell’aspetto religioso, esiste anche una sorta di approdo politico della gnosi, che è stato approfondito da studiosi come Luciano Pellicani. Esistono secondo lei gnosi politiche? E quali?
«Dietro la visione di Pellicani c’è uno studioso, Eric Voegelin, un autore molto interessante, che cercava di rileggere la storia di tutta una serie di tradizioni politiche in chiave gnostica. Per Voegelin la gnosi era un elemento pericoloso. Già del 1938 studiava la religioni politiche e per lui il caso classico era quello del leninismo. In che cosa consisteva l’elemento gnostico? Nell’idea di essere un gruppo di salvati in vita grazie alla chiave politica che, in questo caso, Lenin portava avanti. E, di conseguenza, questo elemento collettivo più che individuale era un elemento fortemente politico. È una lettura interessante: qui è il gruppo che possiede una conoscenza assoluta che può portare alla salvezza, attraverso una determinata idea politica e una determinata lotta».
Questo elemento gnostico sembra essere molto presente anche in altri fenomeni. Ad esempio nella cosiddetta rivoluzione tecnologica. A tale riguardo esiste un bel saggio di Erik Davis intitolato Techgnosis, appena ripubblicato in Italia da Nero edizioni. La sua idea è che la rivoluzione tecnologica sia una forma di gnosi, di conoscenza che permette la salvezza attraverso la tecnica.
«Davis ripercorre la storia della tecnologia per secoli. Egli trova in questa conoscenza tecnologica una chiave decisiva per dominare il mondo».
Lei ha studiato molto la cosiddetta New Age. È suggestivo il fatto che la cosiddetta rivoluzione tecnologica si manifesti proprio nella Silicon Valley, in California, cioè proprio dove la New Age - in fondo una forma di gnosi - è fiorita.
«Certamente ci sono degli incroci. Alcune figure fondamentali della rivoluzione tecnologica sono state molto interessate alla mistica orientale, un filone che è centrale nella New Age. Questo è interessante perché la spiritualità orientale - il buddismo, per esempio - si è dimostrato molto aperto all’incontro con la scienza. In Occidente, la tradizione cristiana è stata a lungo in conflitto con la scienza, e la scienza è stata in conflitto con la Chiesa. Le cose sono cambiate solo recentemente, direi dopo il Concilio Vaticano II. La New Age era aperta a una mistica che poteva favorire una lettura in chiave tecnologico-scientifica del rapporto scienza-religione. Abbiamo esempi anche recenti».
Quali?
«Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google, ha fondato una sorta di Chiesa dell’algoritmo. Ma ci sono tante alternative mistiche fondate nella spiritualità orientale che si possono sposare bene con la mentalità moderno-tecnologica. Pensi al Tao della Fisica di Capra, un libro uscito ormai tanti anni fa».
Mi pare di capire che al cuore di tutto ci sia l’idea che l’uomo basti a sé stesso, o meglio che egli possa diventare dio.
«Questa è la grande revisione dell’umanità, introdotta da Comte due secoli fa, che ritorna continuamente. Ho citato prima Voegelin. Nel suo libro sulle religioni politiche la teoria di fondo è che i totalitarismi - che hanno uno sfondo gnostico per Voegelin negativo - siano religioni dell’uomo. La gnosi è una forma di religione incentrata essenzialmente sull’uomo: l’uomo Dio però, l’uomo divinizzato».
«È qui la radice dell’ecologismo»
Paolo Riberi ha dedicato gran parte della sua produzione saggistica allo studio dello gnosticismo e della gnosi. Fra i suoi ultimi lavori c'è I profeti dell'apocalisse (Lindau) scritto con Giancarlo Genta, dedicato all'influenza della gnosi sull'ecologismo contemporaneo.
Che definizione daresti della gnosi?
«Gnosis, in greco antico, significava “conoscenza”. Per la precisione, una conoscenza iniziatica, riservata a un ristretto numero di eletti. Tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo, in Medio Oriente fiorirono numerose correnti “gnostiche” cristiane e pagane, che rivendicavano di essere detentrici della gnosis, la conoscenza ultraterrena. Non si trattava, come potremmo pensare oggi, del semplice possesso di un’informazione o di una nozione: la gnosis era una conoscenza salvifica, una sorta di “terzo occhio” che consentiva una comunione diretta e immediata con il regno divino. La gnosis non era un semplice bagaglio di informazioni ed esperienze, bensì una condizione acquisita e permanente: lo gnostico beneficiava della capacità di vedere oltre il confine del mondo, e pertanto possedeva una conoscenza assoluta che sorgeva dal suo legame diretto con Dio, senza intermediari».
In che modo la gnosi passa dal piano religioso a quello politico?
«A occuparsi di gnosi e di gnostici sono gli storici delle religioni, quindi il fenomeno viene fisiologicamente classificato come una realtà spirituale e filosofica. In realtà, la gnosi ha sempre avuto anche una dimensione politica molto marcata, fin dai primi inizi: le sette gnostiche nascono in aperto conflitto con uno status quo che non condividono, e che intendono sovvertire. Come ci confermano le fonti storiche, gli gnostici sono eredi diretti delle frange giudaiche radicali che si erano ribellate all’autorità di Roma, fallendo nel loro intento. Venuto meno il terreno dell’affermazione politico-militare, e vedendosi precluse le vie democratiche, gli gnostici inaugurano un’altra via: quella della verità rivelata, che ha valore di per sé a prescindere dai numeri. Per gli gnostici, essere in minoranza è fisiologico: la stragrande maggioranza del genere umano è considerata “dormiente”, un po’ come i prigionieri della caverna di Platone».
Quali sono esempi di movimenti politici gnostici contemporanei?
«Ne I profeti dell’apocalisse io e Giancarlo Genta proviamo a tracciare una mappa della resurrezione contemporanea di questi fenomeni, ritornati quantomai attuali. Oggi ovviamente il terreno non è più ammantato di spiritualità, ma le forme restano le medesime: si pensi al mondo della cosiddetta cultura woke, o alla cancel culture. Certo, l’idea di politically correct esiste da decenni, ma queste nuove ideologie hanno riformulato la questione in termini marcatamente gnostici, assolutizzandola. Il mondo del cinema e dello spettacolo sono emblematici: come si determina se un individuo debba essere o meno moralmente “censurato”, o se un prodotto di intrattenimento sia “corretto” o meno? A decidere non sono più i giudici o gli esperti della settima arte, bensì i guru della cultura woke: alla lettera, i “risvegliati” del nuovo millennio. Per costoro, poco importa se il resto del mondo è “dormiente”: è il fascino carismatico e autenticamente profetico di influencer e opinion maker a dettare l’agenda politica, a prescindere da ogni contenuto. È il tema su cui si sofferma anche la serie-evento Disclaimer di Alfonso Cuaron, di prossima uscita su Apple Tv+: quand’è che una “verità” costruita a tavolino diventa “la Verità”? Per me e Giancarlo Genta, quando entra di mezzo il carisma dei moderni “profeti dell’Apocalisse”. Nel nostro libro proviamo a offrire una confutazione ragionata delle loro tesi più ricorrenti, che rinnegano completamente l’identità dell’Occidente fin dalle sue radici più antiche».
Il vostro libro è dedicato soprattutto all’ambientalismo. Esiste una gnosi ecologista? Che caratteristiche ha?
«Mai come nell’ambito dell’ecologismo - fenomeno distante anni luce dalla sana ecologia - si può percepire in maniera evidente l’affermarsi delle dinamiche neo-gnostiche. In un contesto fortemente secolarizzato, dove Dio è scomparso dallo scenario, il suo posto viene preso dalla Natura: un’entità impersonale, aliena e del tutto idealizzata. Non è questione di evitare gli eccessi: per la cosiddetta Deep Ecology, la Natura è un bene assoluto, un valore da tutelare a prescindere, di fronte al quale qualsiasi diritto del genere umano deve cedere il passo. Gli antichi gnostici contestavano la realtà materiale, ritenendola uno specchio distorto del mondo reale, ultraterreno. I nuovi gnostici fanno altrettanto, e nel mirino hanno il cosiddetto Antropocene: al suo posto, deve sorgere “un’età della terra”, lo Cthulucene, in cui l’uomo dovrà limitarsi a essere grato di sopravvivere, cercando di ridurre a zero il proprio “impatto”. Dall’antispecismo si passa così a un vero e proprio antiumanesimo: non soltanto l’uomo non è più il centro dell’universo, ma diviene un microbo la cui sopravvivenza non è assicurata, e non ha alcuna importanza. Una prospettiva inquietante, che cancella con un colpo di spugna l’intera storia occidentale».
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La cancel culture preoccupa sempre più anche la sinistra. Che però non ne coglie la natura religiosa: l’uomo che vuol farsi dio per «correggere» la creazione.Lo storico Giovanni Filoramo: «Questa forma di spiritualità contrappone la propria conoscenza alla fede tradizionale. E ripudia i legami comunitari in nome dell’individualismo: ecco perché è adatta alla modernità».Il saggista Paolo Riberi: «Gli attivisti vogliono togliere l’umanità dal centro dell’universo per fare spazio a una nuova «età della terra». Così si stravolge l’identità dell’Occidente».Lo speciale contiene tre articoli.Non è più molto difficile sentire parlare di «ideologia woke». Da qualche anno se ne discute ossessivamente negli Stati Uniti, e inevitabilmente il dibattito è rimbalzato anche dalle nostre parti. Più difficile è capire che cosa davvero significhi il termine woke, come sia nato e come si sia evoluto nel tempo. A fornire una serie di possibili risposte provvede un libro molto interessante intitolato La trappola identitaria (Feltrinelli). A firmarlo è Yascha Mounk, docente alla Johns Hopkins University di Washington e commentatore per il New York Times. Uno studioso dalle idee estremamente discutibili: è liberal fino al midollo e pieno di pregiudizi sui movimenti sovranisti e identitari, e il più delle volte appare come un megafono del pensiero unico, solo appena più raffinato della media. A maggior ragione, è molto suggestivo leggere quel che Mounk scrive a proposito del wokismo, che lui preferisce chiamare «sintesi identitaria». Per prima cosa, la sua è una critica «da sinistra», quindi impermeabile alle consuete accuse che si muovono alle destre quando si occupano delle derive astiose della cultura della cancellazione. Mounk mette in evidenza tutti i pericoli dell’approccio woke, a partire ovviamente dalla minaccia alla libertà di espressione. E coglie quella che forse è la principale conseguenza dell’affermazione di questa ideologia: la frammentazione e l’aumento della tensione sociale. Nei fatti, il wokismo produce microidentità in feroce conflitto tra loro, e distoglie l’attenzione da problemi più ampi. «Certi approcci pedagogici, come l’esortazione ad “abbracciare la razza” che va tanto di moda oggi», scrive Mounk, «incoraggiano i giovani a definirsi nei termini dei vari gruppi razziali, religiosi e sessuali in cui sono nati. Dal canto loro, politiche pubbliche come i protocolli di triage “sensibili alla razza” incentivano fortemente i cittadini a lottare per gli interessi collettivi del proprio gruppo. Insieme, norme e politiche di questo tipo rischiano di creare una società composta da tribù in guerra tra loro, anziché da compatrioti pronti a collaborare, in cui ciascun gruppo è impegnato in una competizione a somma zero con tutti gli altri». Fin qui, tuttavia, c’è poco di inedito: non è la prima volta che dal versante liberal arrivano questo tipo di intemerate contro la nuova sinistra microidentitaria. Mounk tenta qualcosa di più ambizioso: prova a ricostruire la genesi del pensiero woke, scavando fino a raggiungerne le fondamenta intellettuali. Questo lavoro di trivellazione del sostrato culturale porta inevitabilmente al postmoderno, al filosofo francese Michel Foucault, e alla sua idea di demolizione di tutte le «grandi narrazioni». In effetti, è esattamente lì che si sviluppa in embrione l’idea di modificare il linguaggio per cambiare i rapporti di potere all’interno della società. Autori come Edward Said proseguiranno su questa linea, cercando - come nota Mounk - di «rimodellare i discorsi dominanti in modi che potessero aiutare gli oppressi». Come sia andata a finire è noto: sono queste le basi su cui si sviluppano la teoria critica della razza e quella del genere, nascono i concetti di «intersezionalità» (la concezione secondo cui i membri delle minoranze sono discriminati a vari livelli che in qualche modo si intersecano) e di «razzismo sistemico». Nasce qui anche un’altra pericolosissima convinzione: l’idea che l’esperienza individuale sia sovrana. Come scrive Mounk: «Io ho la mia verità; una verità che tu non hai il diritto di mettere in discussione o criticare sulla base di dati teoricamente oggettivi, soprattutto se non appartieni allo stesso gruppo identitario emarginato». Questo viaggio nella storia delle idee è estremamente affascinante e davvero molto utile. Ma presenta difetti e lacune di cui conviene dare conto. Innanzitutto, Mounk sembra voler gettare il bambino con l’acqua sporca. Se è vero che Foucault e i postmoderni hanno pervertito alcune visioni di Nietzsche e hanno contribuito a stabilire la legge secondo cui nulla è vero e dunque tutto è permesso, è anche vero che la critica della scienza e delle istituzioni portata avanti dagli autori postmoderni ha fornito un controcanto essenziale allo strapotere della ragione tecnica e all’ottimismo del progresso a tutti i costi. La sensazione è che a tratti Mounk - come tanti altri liberal - cerchi di scaricare la paternità del wokismo su una corrente di pensiero eterodossa per assolvere il pensiero progressista più tradizionale. Positivismo, marxismo e pure liberalismo hanno fatto la loro parte, eccome, contribuendo all’emergere della nuova tendenza censoria e liberticida. Per rendersene conto, tuttavia, bisogna considerare un aspetto della questione che nel lavoro di Mounk manca totalmente, ovvero l’elemento religioso. Il wokismo, come il progressismo in precedenza, è una forma di gnosi. Si basa, cioè, su una visione pessimistica della creazione, e sulla possibilità di correggere quest’ultima tramite una «conoscenza segreta» di cui pochi eletti sono in possesso, attraverso la quale è possibile riscrivere tutte le regole fondamentali del vivere civile oltre che del linguaggio e perfino della biologia. In fondo, il progressismo a cui lo stesso Mounk si richiama non era poi troppo diverso: pretendeva di rimodellare il mondo tramite la propria geometrica potenza. I woke fanno lo stesso, solo con metodi diversi. Lo ha rimarcato di recente il filosofo Alfonso Lanzieri. «La filosofia woke è permeata di gnosticismo», ha scritto. «Se per lo gnostico il mondo e quanto contiene sono un immenso inganno costruito da un dio maligno, e la missione dell’iniziato consiste nello smascherare la truffa grazie alla conoscenza liberatrice, analogamente per gli odierni illuminati dell’universo woke, la società tutta è solo matrice di oppressioni visibili e invisibili: si tratta di risvegliarsi a tale verità. […] Tutto ciò si chiama anticosmismo, vale a dire la convinzione che questo mondo sia cattivo, che nello gnosticismo è accompagnato dall’antisomatismo, cioè la convinzione che il corpo sia cattivo: difatti, sia detto di passaggio, nella produzione di Judith Butler e altre voci simili, fa capolino un certo androginismo escatologico. Chiaramente, per l’universo woke, il cosmo fonte di sofferenza e angoscia per l’anima che vi è precipitata, non è più quello cui pensavano gli ellenisti, ma è rappresentato dal mondo forgiato dalla società occidentale, democratica-liberale, capitalistica, maschiocentrica ecc. È questo il mondo da cui evadere». In fondo, ci troviamo di fronte a sostitutivi della religione. La matrice del wokismo è la stessa del marxismo e del liberalismo oggi imperante. È la stessa che ha prodotto la liberazione sessuale e la rivoluzione digitale. Comprenderlo è fondamentale per evitare un errore grave, ovvero il tentativo di sostituire una gnosi con un’altra. Combattere gli illuminati woke in nome della ragione progressista è più che inutile: è dannoso. Ciò che deve preoccupare è il tentativo, comune a tutte queste visioni, di trasformare l’uomo in un dio, attribuendogli il potere di plasmare la realtà a suo piacimento. La storia ci ha insegnato come tutti questi progetti di creazione del paradiso in terra finiscano allo stesso modo: con una poco simpatica gita all’inferno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ideologia-woke-sinistra-2669252904.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dal-leninismo-alla-silicon-valley-il-mito-di-una-elite-che-ci-salvera" data-post-id="2669252904" data-published-at="1727085087" data-use-pagination="False"> «Dal leninismo alla Silicon Valley, il mito di una élite che ci salverà» Giovanni Filoramo è uno dei maggiori storici della religione europei, forte di una imponente bibliografia. Per l’editore Mimesis esce il satgio Le vie del sacro. Modernità e religione, che dedica alcuni robusti capitoli alla gnosi e alle sue declinazioni contemporanee. Lei sostiene che la gnosi sia una forma religiosa molto adatta alla modernità. Per quale motivo? «Semplificando, la forma religiosa della gnosi si contrappone alla fede, è una contrapposizione secolare. Si vede già nel cristianesimo antico: gnosi significa conoscenza e lo gnostico pretende - attraverso vari strumenti - di avere una conoscenza assoluta della verità e questa conoscenza è diversa dalla fede». In che modo? «Il paradigma della fede nella tradizione ebraica, poi ebraico-cristiana, è la figura di Abramo. Il suo Dio dice di sacrificare il figlio e lui è pronto a sacrificare il figlio: non c’è nessuna forma di conoscenza in questo caso, c’è una accettazione. In questo senso succede un po’ come nell’islam, che è più vicino all’ebraismo di quanto possa apparire a prima vista». Quindi c’è una contrapposizione tra fede e conoscenza. «La gnosi è un tipo di conoscenza che, differenziandosi dalla fede, è disponibile a cercare un dialogo con la ragione, trovando delle mediazioni. Si vede già nel Quattrocento e Cinquecento, agli inizi del mondo moderno e poi nelle tradizioni esoteriche». A me pare che la questione essenziale sia la centralità dell’individuo. Lo gnostico si salva da solo tramite una conoscenza segreta, non ha bisogno di altre mediazioni. Questa idea mi sembra molto adatta all’individualismo moderno. «Certo. Qui potrei fare ancora un confronto con la tradizione ebraico-cristiana. Parliamo di Abramo: Abramo è la storia del popolo eletto, non è solo l’individuo Abramo che si confronta con Dio e si riconosce in questo Dio attraverso la fede. Abramo è il capostipite di un popolo, dunque sta in una dimensione comunitaria, collettiva. La gnosi è una forma di religione più individualistica. Ovviamente il concetto di individuo, se pensiamo allo gnosticismo cristiano del secondo o terzo secolo, è radicalmente diverso da quello moderno. Però, certamente, nella storia delle correnti gnostiche la dimensione individuale è decisiva». Al di là dell’aspetto religioso, esiste anche una sorta di approdo politico della gnosi, che è stato approfondito da studiosi come Luciano Pellicani. Esistono secondo lei gnosi politiche? E quali? «Dietro la visione di Pellicani c’è uno studioso, Eric Voegelin, un autore molto interessante, che cercava di rileggere la storia di tutta una serie di tradizioni politiche in chiave gnostica. Per Voegelin la gnosi era un elemento pericoloso. Già del 1938 studiava la religioni politiche e per lui il caso classico era quello del leninismo. In che cosa consisteva l’elemento gnostico? Nell’idea di essere un gruppo di salvati in vita grazie alla chiave politica che, in questo caso, Lenin portava avanti. E, di conseguenza, questo elemento collettivo più che individuale era un elemento fortemente politico. È una lettura interessante: qui è il gruppo che possiede una conoscenza assoluta che può portare alla salvezza, attraverso una determinata idea politica e una determinata lotta». Questo elemento gnostico sembra essere molto presente anche in altri fenomeni. Ad esempio nella cosiddetta rivoluzione tecnologica. A tale riguardo esiste un bel saggio di Erik Davis intitolato Techgnosis, appena ripubblicato in Italia da Nero edizioni. La sua idea è che la rivoluzione tecnologica sia una forma di gnosi, di conoscenza che permette la salvezza attraverso la tecnica. «Davis ripercorre la storia della tecnologia per secoli. Egli trova in questa conoscenza tecnologica una chiave decisiva per dominare il mondo». Lei ha studiato molto la cosiddetta New Age. È suggestivo il fatto che la cosiddetta rivoluzione tecnologica si manifesti proprio nella Silicon Valley, in California, cioè proprio dove la New Age - in fondo una forma di gnosi - è fiorita. «Certamente ci sono degli incroci. Alcune figure fondamentali della rivoluzione tecnologica sono state molto interessate alla mistica orientale, un filone che è centrale nella New Age. Questo è interessante perché la spiritualità orientale - il buddismo, per esempio - si è dimostrato molto aperto all’incontro con la scienza. In Occidente, la tradizione cristiana è stata a lungo in conflitto con la scienza, e la scienza è stata in conflitto con la Chiesa. Le cose sono cambiate solo recentemente, direi dopo il Concilio Vaticano II. La New Age era aperta a una mistica che poteva favorire una lettura in chiave tecnologico-scientifica del rapporto scienza-religione. Abbiamo esempi anche recenti». Quali? «Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google, ha fondato una sorta di Chiesa dell’algoritmo. Ma ci sono tante alternative mistiche fondate nella spiritualità orientale che si possono sposare bene con la mentalità moderno-tecnologica. Pensi al Tao della Fisica di Capra, un libro uscito ormai tanti anni fa». Mi pare di capire che al cuore di tutto ci sia l’idea che l’uomo basti a sé stesso, o meglio che egli possa diventare dio. «Questa è la grande revisione dell’umanità, introdotta da Comte due secoli fa, che ritorna continuamente. Ho citato prima Voegelin. Nel suo libro sulle religioni politiche la teoria di fondo è che i totalitarismi - che hanno uno sfondo gnostico per Voegelin negativo - siano religioni dell’uomo. La gnosi è una forma di religione incentrata essenzialmente sull’uomo: l’uomo Dio però, l’uomo divinizzato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ideologia-woke-sinistra-2669252904.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-qui-la-radice-dellecologismo" data-post-id="2669252904" data-published-at="1727085087" data-use-pagination="False"> «È qui la radice dell’ecologismo» Paolo Riberi ha dedicato gran parte della sua produzione saggistica allo studio dello gnosticismo e della gnosi. Fra i suoi ultimi lavori c'è I profeti dell'apocalisse (Lindau) scritto con Giancarlo Genta, dedicato all'influenza della gnosi sull'ecologismo contemporaneo. Che definizione daresti della gnosi? «Gnosis, in greco antico, significava “conoscenza”. Per la precisione, una conoscenza iniziatica, riservata a un ristretto numero di eletti. Tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo, in Medio Oriente fiorirono numerose correnti “gnostiche” cristiane e pagane, che rivendicavano di essere detentrici della gnosis, la conoscenza ultraterrena. Non si trattava, come potremmo pensare oggi, del semplice possesso di un’informazione o di una nozione: la gnosis era una conoscenza salvifica, una sorta di “terzo occhio” che consentiva una comunione diretta e immediata con il regno divino. La gnosis non era un semplice bagaglio di informazioni ed esperienze, bensì una condizione acquisita e permanente: lo gnostico beneficiava della capacità di vedere oltre il confine del mondo, e pertanto possedeva una conoscenza assoluta che sorgeva dal suo legame diretto con Dio, senza intermediari». In che modo la gnosi passa dal piano religioso a quello politico? «A occuparsi di gnosi e di gnostici sono gli storici delle religioni, quindi il fenomeno viene fisiologicamente classificato come una realtà spirituale e filosofica. In realtà, la gnosi ha sempre avuto anche una dimensione politica molto marcata, fin dai primi inizi: le sette gnostiche nascono in aperto conflitto con uno status quo che non condividono, e che intendono sovvertire. Come ci confermano le fonti storiche, gli gnostici sono eredi diretti delle frange giudaiche radicali che si erano ribellate all’autorità di Roma, fallendo nel loro intento. Venuto meno il terreno dell’affermazione politico-militare, e vedendosi precluse le vie democratiche, gli gnostici inaugurano un’altra via: quella della verità rivelata, che ha valore di per sé a prescindere dai numeri. Per gli gnostici, essere in minoranza è fisiologico: la stragrande maggioranza del genere umano è considerata “dormiente”, un po’ come i prigionieri della caverna di Platone». Quali sono esempi di movimenti politici gnostici contemporanei? «Ne I profeti dell’apocalisse io e Giancarlo Genta proviamo a tracciare una mappa della resurrezione contemporanea di questi fenomeni, ritornati quantomai attuali. Oggi ovviamente il terreno non è più ammantato di spiritualità, ma le forme restano le medesime: si pensi al mondo della cosiddetta cultura woke, o alla cancel culture. Certo, l’idea di politically correct esiste da decenni, ma queste nuove ideologie hanno riformulato la questione in termini marcatamente gnostici, assolutizzandola. Il mondo del cinema e dello spettacolo sono emblematici: come si determina se un individuo debba essere o meno moralmente “censurato”, o se un prodotto di intrattenimento sia “corretto” o meno? A decidere non sono più i giudici o gli esperti della settima arte, bensì i guru della cultura woke: alla lettera, i “risvegliati” del nuovo millennio. Per costoro, poco importa se il resto del mondo è “dormiente”: è il fascino carismatico e autenticamente profetico di influencer e opinion maker a dettare l’agenda politica, a prescindere da ogni contenuto. È il tema su cui si sofferma anche la serie-evento Disclaimer di Alfonso Cuaron, di prossima uscita su Apple Tv+: quand’è che una “verità” costruita a tavolino diventa “la Verità”? Per me e Giancarlo Genta, quando entra di mezzo il carisma dei moderni “profeti dell’Apocalisse”. Nel nostro libro proviamo a offrire una confutazione ragionata delle loro tesi più ricorrenti, che rinnegano completamente l’identità dell’Occidente fin dalle sue radici più antiche». Il vostro libro è dedicato soprattutto all’ambientalismo. Esiste una gnosi ecologista? Che caratteristiche ha? «Mai come nell’ambito dell’ecologismo - fenomeno distante anni luce dalla sana ecologia - si può percepire in maniera evidente l’affermarsi delle dinamiche neo-gnostiche. In un contesto fortemente secolarizzato, dove Dio è scomparso dallo scenario, il suo posto viene preso dalla Natura: un’entità impersonale, aliena e del tutto idealizzata. Non è questione di evitare gli eccessi: per la cosiddetta Deep Ecology, la Natura è un bene assoluto, un valore da tutelare a prescindere, di fronte al quale qualsiasi diritto del genere umano deve cedere il passo. Gli antichi gnostici contestavano la realtà materiale, ritenendola uno specchio distorto del mondo reale, ultraterreno. I nuovi gnostici fanno altrettanto, e nel mirino hanno il cosiddetto Antropocene: al suo posto, deve sorgere “un’età della terra”, lo Cthulucene, in cui l’uomo dovrà limitarsi a essere grato di sopravvivere, cercando di ridurre a zero il proprio “impatto”. Dall’antispecismo si passa così a un vero e proprio antiumanesimo: non soltanto l’uomo non è più il centro dell’universo, ma diviene un microbo la cui sopravvivenza non è assicurata, e non ha alcuna importanza. Una prospettiva inquietante, che cancella con un colpo di spugna l’intera storia occidentale».
(IStock)
Come quella di Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), pubblicata ieri su Repubblica. «I vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario», ha sostenuto il già responsabile dell’area vaccini e prevenzione delle malattie infettive dell’agenzia europea.
Un’affermazione in netto contrasto con la ricerca di coorte pubblicata su The Lancet nel febbraio 2022 e basata sui registri dell’intera popolazione svedese, che dimostrò come l’efficacia pratica dei vaccini Covid contro l’infezione sintomatica fosse svanita nel tempo, passando dal 92% nei giorni da 15 a 30 dopo la 2° dose fino alla perdita di efficacia significativa a partire dai 7 mesi.
In Italia, una pubblicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul British Medical Journal (BMJ) nel febbraio 2022, mostrava come nell’arco di 8-9 mesi anche nella media della popolazione italiana di età 40-59 anni la protezione dei vaccinati con 2 dosi scendeva appena sopra al livello dei non vaccinati, e dai 60 anni in poi addirittura sotto a quel livello. Un declino anche maggiore si è avuto nella popolazione ad alto rischio, con una discesa di un significativo -44% sotto al livello dei non vaccinati, a 8-9 mesi dalla 2° dose.
Nel Regno Unito, prendendo in esame le settimane dalla 36° del 2021 alla 13° 2022, la crescita di infezioni tra i vaccinati è stata impressionante, fino al +275% degli ultimi sette giorni resi disponibili. Poi, la Uk Health Security Agency comunicò di non pubblicare più questa tabella; però intanto, per chi voleva capire, era evidente che la protezione non solo calava ma diventava negativa.
La Commissione medico-scientifica indipendente (Cmsi) ha cercato di comprendere il perché di questa inversione, non certo addebitabile a un allentamento delle precauzioni individuali, e l’ipotesi ritenuta più plausibile è che sia dovuta a un deterioramento del sistema immunitario. Un deterioramento che «andrebbe incluso tra gli effetti avversi molto gravi di queste vaccinazioni ripetute», fa notare da anni la Cmsi.
Pure in Italia, secondo i dati dell’Iss, ad esempio con 3 dosi i vaccinati tra 40 e 59 anni si infettarono rapidamente di più, fino a superare le infezioni dei non vaccinati entro aprile 2022, e arrivare alla prima settimana del 2023 a +70% di casi positivi rispetto ai non vaccinati. Quindi, già a gennaio-marzo 2022 era chiaro che i vaccini non riducevano affatto la trasmissione, anzi. Dopo poche settimane dall’ultima dose trasmettevano l’infezione più dei non vaccinati. Altro che vaccinazione che riduce un po’ la trasmissione del virus, come ha dichiarato in audizione l’ex dg dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini.
Quindi, come si fa a proporre oggi ancora la narrazione che «i vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario»? Non solo. Nell’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta di Eugenio Serravalle, presidente dell’Associazione di studi e informazioni sulla salute, il medico ha evidenziato i danni provocati alla popolazione in età pediatrica con la vaccinazione Covid.
Eppure, i segnali non mancavano. Nell’analisi retrospettiva nazionale su dati individuali di tutti i bambini italiani (3,6 milioni) pubblicata su The Lancet e relativa all’efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da Sars-CoV-2 e il Covid-19 grave, con il monitoraggio dal 17 gennaio al 13 aprile 2022 si ammetteva che in fascia 5-11 anni i vaccini hanno efficacia pratica (Ve) inferiore rispetto ad altre età, e che la protezione dall’infezione scende al 38,7% tra 0 e 14 giorni dal completamento del ciclo primario, per calare al 21,2% «tra 43 e 84 giorni».
Serviva almeno a proteggere dal Covid grave? Niente affatto, si fermava al 41,1%. Invece, nel report esteso dell’Iss del 6 aprile 2022, i bambini tra 5-11 anni si infettavano il 21,6 % in più rispetto ai non vaccinati, non 21,2% in meno come si è fatto credere su Lancet. Se la vaccinazione Covid per i giovanissimi era inutile, mai abbastanza si parla degli eventi avversi che ha prodotto. Il dottor Serravalle ha citato diversi studi, ma soprattutto ha insistito sulla non attendibilità della farmacovigilanza passiva dell’Aifa che riporta una frequenza di segnalazioni più di 1.000 volte inferiore al sistema di monitoraggio v-safe gestito dai Cdc statunitensi.
«Serravalle ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus era molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall’allora governo», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ricordando che «attraverso il super green pass fu impedito a ragazzi molto giovani, “colpevoli” di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive […] questa politica sproporzionata rispetto al beneficio atteso fu estremamente grave».
Intanto, il gup di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed ex direttore generale del ministero della Salute Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giuseppe Ruocco e per la dirigente del ministero della Salute Maria Grazia Pompa. La decisione riguarda lo stralcio delle indagini, trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella capitale, relative al piano pandemico e alla gestione dell’emergenza Covid.
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Barbara Berlusconi (Ansa)
La terzogenita di Silvio Berlusconi esce dalla compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea con sedi a Milano e Londra. Continuerà a occuparsi di cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
Dopo diciassette anni, Barbara Berlusconi lascia la compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea guidata dal gallerista Nicolò Cardi.
La terzogenita di Silvio Berlusconi era entrata nella società nel 2009, affiancando il progetto artistico della galleria fondata a Milano nel 1972 da Renato Cardi. Nel corso degli anni, la Cardi Gallery si è affermata nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, partecipando alle principali fiere di settore in Asia, Europa e Nord America, oltre a organizzare mostre museali e attività espositive tra Milano e Londra. L’uscita di Barbara Berlusconi dalla società non segna però un allontanamento dal mondo culturale. Come spiegato in una nota, continuerà infatti a occuparsi di arte e cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
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Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms (Ansa)
Ma guarda chi si rivede, Walter Ricciardi, docente di Igiene alla Cattolica, già consulente di Roberto Speranza durante il Covid. Pure lui partecipa al revival delle virostar di cui, sinceramente, nessuno sentiva il bisogno. E come praticamente tutti i suoi colleghi si comporta come nel tempo che fu, ripetendo a pappagallo le opinioni prevalenti non della scienza ma della politica. Ricciardi lamenta il fatto che gli Stati Uniti siano usciti dalla Organizzazione mondiale della sanità e punta il dito contro Donald Trump: «Le sue scelte sanitarie pesano sul mondo intero», dichiara. Da che pulpito, verrebbe da dire. Forse ce lo siamo dimenticati, ma a pontificare oggi sono gli stessi che scelsero i lockdown come misura dettata da «cieca disperazione» al tempo del Covid. Tanto basterebbe per capire quanto poco ci sia da fidarsi. Eppure sono ancora lì, i virologi in grande spolvero, a suonare la grancassa, a ripetere che ora vengono al pettine i disastri causati dalla fuoriuscita degli Usa. Con una Oms debole, insistono, succedono disastri.
In realtà, con il Covid i disastri sono accaduti per lo più grazie all’Organizzazione guidata dal prode Tedros, riconfermato al vertice dell’istituzione per mancanza di concorrenti. Giova ricordare che l’Oms non fu nemmeno in grado di indagare seriamente sull’origine del coronavirus in Cina per via degli smisurati conflitti d’interessi degli esperti che inviò sul campo. E questa fu solo una minima parte del problema. Giusto per restringere il campo alla sola Italia potremmo rammentare che cosa accadde con Francesco Zambon, il ricercatore che curò il primo e finora unico report sulla gestione nostrana della prima fase di pandemia: il suo lavoro fu censurato per non indispettire il governo italiano e lui fu costretto a dimettersi.
Ma anche se l’Oms non fosse stata - come è stata - responsabile di censure, ritardi, errori marchiani e stupidaggini in cattiva fede, ci sarebbe comunque da notare che ogni nazione si trovò a gestire la pandemia in modo diverso. Fu la politica a decidere su restrizioni, obblighi e vaccinazioni, non l’istituzione sanitaria. Infatti l’Italia applicò misure draconiane quasi peggiori di quelle cinesi, cosa che nessuno al mondo si sognò di imitare. Se ne deduce che è semplicemente ridicolo, ora, sostenere che l’hantavirus possa diffondersi a macchia d’olio perché l’Oms è in difficoltà causa assenza degli Stati Uniti. Primo perché le nazioni potrebbero serenamente accordarsi sulla gestione delle emergenze anche in assenza di un ente sovranazionale. Secondo perché da quell’ente finora non è giunto alcun beneficio.
Un esempio concreto lo fornisce proprio l’hantavirus. Per quale motivo, ci si domanda, dalla nave su cui è divampato il focolaio sono state fatte scendere delle persone? Che senso ha una scelta del genere? Se si verificano dei contagi, la cosa migliore da fare era semmai organizzare una quarantena a bordo. E invece no. I geni che hanno spinto per rinchiuderci in casa quando circolava una malattia respiratoria (e che in questo modo hanno probabilmente fatto aumentare contagi e morti) ora lasciano andare in giro gente che potrebbe ammalarsi e diffondere la malattia? A nessuno dell’Oms è venuto in mente di alzare il telefono e consigliare un comportamento diverso? Delle due l’una: o l’istituzione è inutile se non dannosa perché ha sbagliato a dare indicazioni, oppure ha dato i giusti consigli ma nessuno li ha seguiti, cosa che la rende ancora una volta inutile e dannosa.
Sono considerazioni banali, forse persino stupide. Ma non sembrano balenare nella mente di medici e cronisti che alimentano l’ansia sull’hantavirus e si comportano esattamente come si comportarono al tempo del Covid, anzi peggio perché ora sono recidivi. Costoro, di fatto, stanno usando l’hantavirus per spingere l’opinione pubblica a sostenere il delirante accordo pandemico globale dell’Oms, da cui l’Italia si è ritirata lo scorso anno. Benché teoricamente approvato, in realtà quel testo è ancora bloccato per una serie di divergenze sul cosiddetto allegato Pabs (Pathogen Access and Benefit-Sharing). Nuove discussioni in merito sono previste per luglio, e può darsi che la pratica sia rinviata al 2027. La psicosi da hantavirus giunge quasi a fagiuolo, perché consente di montare la panna sul tema e permette ai virofanatici di chiedere a gran voce che l’Italia ammetta di avere clamorosamente sbagliato a non sott oscrivere l’accordo.
Per carità, non stupisce. In fondo il circolino mediatico-sanitario è sempre lo stesso. E, Stati Uniti a parte, sono sempre gli stessi i poteri tragici che dominano l’Oms. I cui principali sostenitori sono la Fondazione Gates e Gavi Alliance, cioè la principale lobby globale a sostegno dei vaccini, che da tempo collabora con le maggiori case farmaceutiche e che è a sua volta partecipata da Gates (l’Italia, poco tempo fa, grazie ad Antonio Tajani ha deciso di versare a questa opera pia ben 250 milioni di euro). Alcune delle Big Pharma, guarda caso, hanno già guadagnato grazie alla nuova malattia. Secondo alcune fonti le azioni di Moderna sono cresciute notevolmente, con guadagni tra l’8% e il 16%, non appena si è saputo che l’azienda stava sviluppando un vaccino per l’hantavirus. È facile comprendere, dunque, perché in queste ore ci sia gente in giro che si dispera chiedendo che all’Oms sia dato più potere: qualcuno ci guadagna, gli altri sono i soliti gonzi.
Negativi gli italiani in isolamento. Schillaci ribadisce: «Nessun rischio»
Saranno tutti processati allo Spallanzani di Roma i campioni biologici dei quattro italiani attualmente in quarantena per aver viaggiato su un volo della Klm dove è salita, solo per pochi minuti, la donna poi deceduta a causa dell’Hantavirus contratto, probabilmente, nel fare birdwatching in una discarica argentina, con il marito, il primo a morire per l’infezione.
Il giovane marittimo italiano, residente in Calabria, ha smentito di avere sintomi sospetti. «Federico sta bene». Il prelievo che verrà fatto «dall’Asp di Reggio Calabria sarà poi inviato per essere processato allo Spallanzani», ha assicurato il sindaco di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, che ha sentito il venticinquenne al telefono. La procedura è quella contenuta nella circolare del ministero della Salute firmata lunedì sera che prevede, «anche in assenza di un chiaro collegamento epidemiologico noto con il focolaio della nave Mv Hondius o con casi confermati/probabili di infezione da virus Andes in aree endemiche», di considerare, «dopo attenta valutazione infettivologica, l’esecuzione di indagini diagnostiche specifiche nei pazienti con quadro clinico compatibile, o non altrimenti spiegabile, e risultato negativo agli accertamenti microbiologici routinari», per «favorire l’identificazione precoce di eventuali casi sporadici o secondari e ad assicurare la tempestiva attivazione delle misure di sanità pubblica previste». Intanto è negativo il test del sudafricano in isolamento in Veneto, come ha confermato Maria Rosaria Campitello, capo del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute. «Questo non significa che non si potrebbe un domani positivizzarsi», ha spiegato ieri a Rai Radio 1, «ma ci lascia ben sperare: è asintomatico e ha un test negativo». La situazione, in merito al virus, per il ministro della Salute, Orazio Schillaci, è di «assoluta tranquillità», attualmente «non c’è alcun pericolo», ha assicurato. La stessa Organizzazione mondiale della Sanità - informando che degli 11 casi sospetti (compresi i 3 deceduti) tra le 120 persone che hanno viaggiato nella nave focolaio dell’infezione e che sono sbarcate a Tenerife, nove sono risultati positivi all’Hantavirus - ribadisce, attraverso il direttore generale, Tedros Adhanom, che «il rischio per la salute globale è basso» e raccomanda la «quarantena fino al 21 giugno».
Nel frattempo, 12 membri dello staff di un ospedale olandese, che ha in cura un paziente positivo all’hantavirus evacuato dalla nave MV Hondius, sono finiti in isolamento a causa di procedure non correttamente seguite. All’ospedale militare Gómez Ulla di Madrid, è in quarantena uno dei croceristi spagnoli: risultato positivo all’hantavirus, è «attualmente asintomatico e in buone condizioni», ha dichiarato il ministero della Salute iberico aggiungendo che «i risultati definitivi saranno disponibili nelle prossime ore» e che gli altri 13 spagnoli sono risultati negativi. Dei cinque francesi che erano a bordo della nave, una donna è risultata positiva ad hantavirus «ed è attualmente in terapia intensiva in condizioni gravi», ha riferito la ministra francese della Salute, Stéphanie Rist, aggiungendo che «in totale in Francia sono stati individuati 22 casi di contatto». L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta «monitorando attivamente l’epidemia» in concerto con «il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che classifica il rischio per la popolazione generale in Europa come molto basso». In assenza di «trattamenti antivirali o vaccini autorizzati contro l’hantavirus», l’Ema «si tiene pronta a supportare lo sviluppo e la valutazione regolatoria di vaccini e terapie per gli hantavirus». Non sorprende che l’agenzia abbia «mappato i produttori di farmaci, in particolare antivirali, anticorpi monoclonali e vaccini contro gli hantavirus».
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Guido Bertolaso (Ansa)
Il nodo del protocollo (divulgato informalmente ai capigruppo di maggioranza regionale) è tutto politico e, prima di descriverne il contenuto per come è stato raccontato alla Verità da fonti vicine alla pratica, occorre citare alcune tappe della complessa vicenda. Il Consiglio lombardo infatti ha votato a fine 2024 una pregiudiziale di costituzionalità che stabiliva come la materia fosse di ambito nazionale, dunque non trattabile sul piano regionale. Nello stesso anno, però, un decreto firmato dalla Direzione generale welfare ha istituito un «tavolo regionale» (presieduto dall’ex presidente di Cassazione Giovanni Canzio) per lo studio e l’approfondimento dei temi posti in essere dalle sentenze della Consulta. Tra i compiti di questo tavolo, come spiegato su queste colonne l’anno scorso, c’è stata la stesura di una bozza di protocollo d’azione comune per tutte le Aziende socio sanitarie territoriali lombarde. Passaggio ora giunto al dunque, senza che la rappresentanza politica abbia avuto significativa voce in capitolo: da qui il nervosismo palese in Consiglio ieri, con i tre partiti principali di maggioranza che sono parsi quasi isolare Bertolaso e il governatore Attilio Fontana.
Ma cosa c’è nel protocollo atteso dalla firma finale per l’entrata in vigore? La carta, in modo eccentrico rispetto alla citata pregiudiziale di costituzionalità, «recepisce» le quattro sentenze della Consulta sul fine vita dal 2019 al 2025 e ne desume i vincoli derivanti per il sistema regionale. Dopo la premessa sulla necessità di presentare le cure palliative come prima soluzione a chi faccia richiesta di porre fine alle sue sofferenze, il protocollo stabilisce che la Regione sia tenuta a sottoporre l’eventuale richiesta di accedere alla «Mma» (Morte medicalmente assistita) a un Collegio di valutazione, composto da vari specialisti chiamati su base volontaria a stabilire se ci siano i requisiti tecnici fissati dalle pronunce della Consulta per presentare domanda di interruzione dei sostegni vitali. Viene inoltre spiegato come tale valutazione debba essere inoltrata al Comitato etico territorialmente competente, che si occupa di una ulteriore valutazione del procedimento, le cui conclusioni sono trasmesse alla persona richiedente.
La parte più delicata arriva qui: «Nelle more dell’adozione di una disciplina legislativa con portata generale», si legge nella bozza, «si ritiene che sia doveroso per il servizio sanitario regionale offrire una risposta che si faccia carico anche del percorso finale di esecuzione della Mma, non limitandosi alla fase della mera valutazione». È difficile non cogliere il peso tutto politico di una disposizione simile, certo non riducibile a dettaglio tecnico. E infatti il documento prosegue con le prescrizioni in caso di decisione di porre termine alla propria vita prese da persone ricoverate in strutture pubbliche. L’Azienda socio-sanitaria territoriale deve «individuare e rendere disponibile il luogo idoneo ad attuare la procedura», e garantire personale sanitario che, «pur non partecipando», curi «monitoraggio ed efficacia» dell’autosomministrazione del farmaco o della strumentazione letale. Viene specificato che il personale è chiamato a «fronteggiare eventuali complicanze tecniche durante l’atto», tra le quali probabilmente la sopravvivenza del soggetto. La partecipazione alla procedura di morte è su base volontaria e non può implicare un ruolo attivo del personale, e si conclude con le indicazioni per il certificato di decesso: «autosomministrazione» con modalità «suicidio».
La diffusione del protocollo, come detto, ha spiazzato la maggioranza: i consiglieri leghisti «prendono atto» della procedura avviata da Bertolaso notando come il tema non possa «essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione». Matteo Forte, di Fdi, parla di vero e proprio «errore politico» che può portare a un «federalismo della morte», e pure Forza Italia con Jacopo Dozio definisce «gravi» le affermazioni sulla decisione di pubblicare le indicazioni sulla Mma», sia «da un punto di vista della dialettica democratica» sia «per i contenuti». Non male per essere stata «condivisa con la maggioranza», come aveva spiegato l’assessore.
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