True
2024-09-23
Un mondo malvagio da rifare. Dietro l’ideologia woke l’eterno ritorno della gnosi
(Getty Images)
Non è più molto difficile sentire parlare di «ideologia woke». Da qualche anno se ne discute ossessivamente negli Stati Uniti, e inevitabilmente il dibattito è rimbalzato anche dalle nostre parti. Più difficile è capire che cosa davvero significhi il termine woke, come sia nato e come si sia evoluto nel tempo. A fornire una serie di possibili risposte provvede un libro molto interessante intitolato La trappola identitaria (Feltrinelli). A firmarlo è Yascha Mounk, docente alla Johns Hopkins University di Washington e commentatore per il New York Times. Uno studioso dalle idee estremamente discutibili: è liberal fino al midollo e pieno di pregiudizi sui movimenti sovranisti e identitari, e il più delle volte appare come un megafono del pensiero unico, solo appena più raffinato della media.
A maggior ragione, è molto suggestivo leggere quel che Mounk scrive a proposito del wokismo, che lui preferisce chiamare «sintesi identitaria». Per prima cosa, la sua è una critica «da sinistra», quindi impermeabile alle consuete accuse che si muovono alle destre quando si occupano delle derive astiose della cultura della cancellazione. Mounk mette in evidenza tutti i pericoli dell’approccio woke, a partire ovviamente dalla minaccia alla libertà di espressione. E coglie quella che forse è la principale conseguenza dell’affermazione di questa ideologia: la frammentazione e l’aumento della tensione sociale. Nei fatti, il wokismo produce microidentità in feroce conflitto tra loro, e distoglie l’attenzione da problemi più ampi. «Certi approcci pedagogici, come l’esortazione ad “abbracciare la razza” che va tanto di moda oggi», scrive Mounk, «incoraggiano i giovani a definirsi nei termini dei vari gruppi razziali, religiosi e sessuali in cui sono nati. Dal canto loro, politiche pubbliche come i protocolli di triage “sensibili alla razza” incentivano fortemente i cittadini a lottare per gli interessi collettivi del proprio gruppo. Insieme, norme e politiche di questo tipo rischiano di creare una società composta da tribù in guerra tra loro, anziché da compatrioti pronti a collaborare, in cui ciascun gruppo è impegnato in una competizione a somma zero con tutti gli altri».
Fin qui, tuttavia, c’è poco di inedito: non è la prima volta che dal versante liberal arrivano questo tipo di intemerate contro la nuova sinistra microidentitaria. Mounk tenta qualcosa di più ambizioso: prova a ricostruire la genesi del pensiero woke, scavando fino a raggiungerne le fondamenta intellettuali.
Questo lavoro di trivellazione del sostrato culturale porta inevitabilmente al postmoderno, al filosofo francese Michel Foucault, e alla sua idea di demolizione di tutte le «grandi narrazioni». In effetti, è esattamente lì che si sviluppa in embrione l’idea di modificare il linguaggio per cambiare i rapporti di potere all’interno della società. Autori come Edward Said proseguiranno su questa linea, cercando - come nota Mounk - di «rimodellare i discorsi dominanti in modi che potessero aiutare gli oppressi». Come sia andata a finire è noto: sono queste le basi su cui si sviluppano la teoria critica della razza e quella del genere, nascono i concetti di «intersezionalità» (la concezione secondo cui i membri delle minoranze sono discriminati a vari livelli che in qualche modo si intersecano) e di «razzismo sistemico». Nasce qui anche un’altra pericolosissima convinzione: l’idea che l’esperienza individuale sia sovrana. Come scrive Mounk: «Io ho la mia verità; una verità che tu non hai il diritto di mettere in discussione o criticare sulla base di dati teoricamente oggettivi, soprattutto se non appartieni allo stesso gruppo identitario emarginato».
Questo viaggio nella storia delle idee è estremamente affascinante e davvero molto utile. Ma presenta difetti e lacune di cui conviene dare conto. Innanzitutto, Mounk sembra voler gettare il bambino con l’acqua sporca. Se è vero che Foucault e i postmoderni hanno pervertito alcune visioni di Nietzsche e hanno contribuito a stabilire la legge secondo cui nulla è vero e dunque tutto è permesso, è anche vero che la critica della scienza e delle istituzioni portata avanti dagli autori postmoderni ha fornito un controcanto essenziale allo strapotere della ragione tecnica e all’ottimismo del progresso a tutti i costi. La sensazione è che a tratti Mounk - come tanti altri liberal - cerchi di scaricare la paternità del wokismo su una corrente di pensiero eterodossa per assolvere il pensiero progressista più tradizionale. Positivismo, marxismo e pure liberalismo hanno fatto la loro parte, eccome, contribuendo all’emergere della nuova tendenza censoria e liberticida.
Per rendersene conto, tuttavia, bisogna considerare un aspetto della questione che nel lavoro di Mounk manca totalmente, ovvero l’elemento religioso. Il wokismo, come il progressismo in precedenza, è una forma di gnosi. Si basa, cioè, su una visione pessimistica della creazione, e sulla possibilità di correggere quest’ultima tramite una «conoscenza segreta» di cui pochi eletti sono in possesso, attraverso la quale è possibile riscrivere tutte le regole fondamentali del vivere civile oltre che del linguaggio e perfino della biologia.
In fondo, il progressismo a cui lo stesso Mounk si richiama non era poi troppo diverso: pretendeva di rimodellare il mondo tramite la propria geometrica potenza. I woke fanno lo stesso, solo con metodi diversi. Lo ha rimarcato di recente il filosofo Alfonso Lanzieri. «La filosofia woke è permeata di gnosticismo», ha scritto. «Se per lo gnostico il mondo e quanto contiene sono un immenso inganno costruito da un dio maligno, e la missione dell’iniziato consiste nello smascherare la truffa grazie alla conoscenza liberatrice, analogamente per gli odierni illuminati dell’universo woke, la società tutta è solo matrice di oppressioni visibili e invisibili: si tratta di risvegliarsi a tale verità. […] Tutto ciò si chiama anticosmismo, vale a dire la convinzione che questo mondo sia cattivo, che nello gnosticismo è accompagnato dall’antisomatismo, cioè la convinzione che il corpo sia cattivo: difatti, sia detto di passaggio, nella produzione di Judith Butler e altre voci simili, fa capolino un certo androginismo escatologico. Chiaramente, per l’universo woke, il cosmo fonte di sofferenza e angoscia per l’anima che vi è precipitata, non è più quello cui pensavano gli ellenisti, ma è rappresentato dal mondo forgiato dalla società occidentale, democratica-liberale, capitalistica, maschiocentrica ecc. È questo il mondo da cui evadere».
In fondo, ci troviamo di fronte a sostitutivi della religione. La matrice del wokismo è la stessa del marxismo e del liberalismo oggi imperante. È la stessa che ha prodotto la liberazione sessuale e la rivoluzione digitale. Comprenderlo è fondamentale per evitare un errore grave, ovvero il tentativo di sostituire una gnosi con un’altra. Combattere gli illuminati woke in nome della ragione progressista è più che inutile: è dannoso. Ciò che deve preoccupare è il tentativo, comune a tutte queste visioni, di trasformare l’uomo in un dio, attribuendogli il potere di plasmare la realtà a suo piacimento. La storia ci ha insegnato come tutti questi progetti di creazione del paradiso in terra finiscano allo stesso modo: con una poco simpatica gita all’inferno.
«Dal leninismo alla Silicon Valley, il mito di una élite che ci salverà»
Giovanni Filoramo è uno dei maggiori storici della religione europei, forte di una imponente bibliografia. Per l’editore Mimesis esce il satgio Le vie del sacro. Modernità e religione, che dedica alcuni robusti capitoli alla gnosi e alle sue declinazioni contemporanee.
Lei sostiene che la gnosi sia una forma religiosa molto adatta alla modernità. Per quale motivo?
«Semplificando, la forma religiosa della gnosi si contrappone alla fede, è una contrapposizione secolare. Si vede già nel cristianesimo antico: gnosi significa conoscenza e lo gnostico pretende - attraverso vari strumenti - di avere una conoscenza assoluta della verità e questa conoscenza è diversa dalla fede».
In che modo?
«Il paradigma della fede nella tradizione ebraica, poi ebraico-cristiana, è la figura di Abramo. Il suo Dio dice di sacrificare il figlio e lui è pronto a sacrificare il figlio: non c’è nessuna forma di conoscenza in questo caso, c’è una accettazione. In questo senso succede un po’ come nell’islam, che è più vicino all’ebraismo di quanto possa apparire a prima vista».
Quindi c’è una contrapposizione tra fede e conoscenza.
«La gnosi è un tipo di conoscenza che, differenziandosi dalla fede, è disponibile a cercare un dialogo con la ragione, trovando delle mediazioni. Si vede già nel Quattrocento e Cinquecento, agli inizi del mondo moderno e poi nelle tradizioni esoteriche».
A me pare che la questione essenziale sia la centralità dell’individuo. Lo gnostico si salva da solo tramite una conoscenza segreta, non ha bisogno di altre mediazioni. Questa idea mi sembra molto adatta all’individualismo moderno.
«Certo. Qui potrei fare ancora un confronto con la tradizione ebraico-cristiana. Parliamo di Abramo: Abramo è la storia del popolo eletto, non è solo l’individuo Abramo che si confronta con Dio e si riconosce in questo Dio attraverso la fede. Abramo è il capostipite di un popolo, dunque sta in una dimensione comunitaria, collettiva. La gnosi è una forma di religione più individualistica. Ovviamente il concetto di individuo, se pensiamo allo gnosticismo cristiano del secondo o terzo secolo, è radicalmente diverso da quello moderno. Però, certamente, nella storia delle correnti gnostiche la dimensione individuale è decisiva».
Al di là dell’aspetto religioso, esiste anche una sorta di approdo politico della gnosi, che è stato approfondito da studiosi come Luciano Pellicani. Esistono secondo lei gnosi politiche? E quali?
«Dietro la visione di Pellicani c’è uno studioso, Eric Voegelin, un autore molto interessante, che cercava di rileggere la storia di tutta una serie di tradizioni politiche in chiave gnostica. Per Voegelin la gnosi era un elemento pericoloso. Già del 1938 studiava la religioni politiche e per lui il caso classico era quello del leninismo. In che cosa consisteva l’elemento gnostico? Nell’idea di essere un gruppo di salvati in vita grazie alla chiave politica che, in questo caso, Lenin portava avanti. E, di conseguenza, questo elemento collettivo più che individuale era un elemento fortemente politico. È una lettura interessante: qui è il gruppo che possiede una conoscenza assoluta che può portare alla salvezza, attraverso una determinata idea politica e una determinata lotta».
Questo elemento gnostico sembra essere molto presente anche in altri fenomeni. Ad esempio nella cosiddetta rivoluzione tecnologica. A tale riguardo esiste un bel saggio di Erik Davis intitolato Techgnosis, appena ripubblicato in Italia da Nero edizioni. La sua idea è che la rivoluzione tecnologica sia una forma di gnosi, di conoscenza che permette la salvezza attraverso la tecnica.
«Davis ripercorre la storia della tecnologia per secoli. Egli trova in questa conoscenza tecnologica una chiave decisiva per dominare il mondo».
Lei ha studiato molto la cosiddetta New Age. È suggestivo il fatto che la cosiddetta rivoluzione tecnologica si manifesti proprio nella Silicon Valley, in California, cioè proprio dove la New Age - in fondo una forma di gnosi - è fiorita.
«Certamente ci sono degli incroci. Alcune figure fondamentali della rivoluzione tecnologica sono state molto interessate alla mistica orientale, un filone che è centrale nella New Age. Questo è interessante perché la spiritualità orientale - il buddismo, per esempio - si è dimostrato molto aperto all’incontro con la scienza. In Occidente, la tradizione cristiana è stata a lungo in conflitto con la scienza, e la scienza è stata in conflitto con la Chiesa. Le cose sono cambiate solo recentemente, direi dopo il Concilio Vaticano II. La New Age era aperta a una mistica che poteva favorire una lettura in chiave tecnologico-scientifica del rapporto scienza-religione. Abbiamo esempi anche recenti».
Quali?
«Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google, ha fondato una sorta di Chiesa dell’algoritmo. Ma ci sono tante alternative mistiche fondate nella spiritualità orientale che si possono sposare bene con la mentalità moderno-tecnologica. Pensi al Tao della Fisica di Capra, un libro uscito ormai tanti anni fa».
Mi pare di capire che al cuore di tutto ci sia l’idea che l’uomo basti a sé stesso, o meglio che egli possa diventare dio.
«Questa è la grande revisione dell’umanità, introdotta da Comte due secoli fa, che ritorna continuamente. Ho citato prima Voegelin. Nel suo libro sulle religioni politiche la teoria di fondo è che i totalitarismi - che hanno uno sfondo gnostico per Voegelin negativo - siano religioni dell’uomo. La gnosi è una forma di religione incentrata essenzialmente sull’uomo: l’uomo Dio però, l’uomo divinizzato».
«È qui la radice dell’ecologismo»
Paolo Riberi ha dedicato gran parte della sua produzione saggistica allo studio dello gnosticismo e della gnosi. Fra i suoi ultimi lavori c'è I profeti dell'apocalisse (Lindau) scritto con Giancarlo Genta, dedicato all'influenza della gnosi sull'ecologismo contemporaneo.
Che definizione daresti della gnosi?
«Gnosis, in greco antico, significava “conoscenza”. Per la precisione, una conoscenza iniziatica, riservata a un ristretto numero di eletti. Tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo, in Medio Oriente fiorirono numerose correnti “gnostiche” cristiane e pagane, che rivendicavano di essere detentrici della gnosis, la conoscenza ultraterrena. Non si trattava, come potremmo pensare oggi, del semplice possesso di un’informazione o di una nozione: la gnosis era una conoscenza salvifica, una sorta di “terzo occhio” che consentiva una comunione diretta e immediata con il regno divino. La gnosis non era un semplice bagaglio di informazioni ed esperienze, bensì una condizione acquisita e permanente: lo gnostico beneficiava della capacità di vedere oltre il confine del mondo, e pertanto possedeva una conoscenza assoluta che sorgeva dal suo legame diretto con Dio, senza intermediari».
In che modo la gnosi passa dal piano religioso a quello politico?
«A occuparsi di gnosi e di gnostici sono gli storici delle religioni, quindi il fenomeno viene fisiologicamente classificato come una realtà spirituale e filosofica. In realtà, la gnosi ha sempre avuto anche una dimensione politica molto marcata, fin dai primi inizi: le sette gnostiche nascono in aperto conflitto con uno status quo che non condividono, e che intendono sovvertire. Come ci confermano le fonti storiche, gli gnostici sono eredi diretti delle frange giudaiche radicali che si erano ribellate all’autorità di Roma, fallendo nel loro intento. Venuto meno il terreno dell’affermazione politico-militare, e vedendosi precluse le vie democratiche, gli gnostici inaugurano un’altra via: quella della verità rivelata, che ha valore di per sé a prescindere dai numeri. Per gli gnostici, essere in minoranza è fisiologico: la stragrande maggioranza del genere umano è considerata “dormiente”, un po’ come i prigionieri della caverna di Platone».
Quali sono esempi di movimenti politici gnostici contemporanei?
«Ne I profeti dell’apocalisse io e Giancarlo Genta proviamo a tracciare una mappa della resurrezione contemporanea di questi fenomeni, ritornati quantomai attuali. Oggi ovviamente il terreno non è più ammantato di spiritualità, ma le forme restano le medesime: si pensi al mondo della cosiddetta cultura woke, o alla cancel culture. Certo, l’idea di politically correct esiste da decenni, ma queste nuove ideologie hanno riformulato la questione in termini marcatamente gnostici, assolutizzandola. Il mondo del cinema e dello spettacolo sono emblematici: come si determina se un individuo debba essere o meno moralmente “censurato”, o se un prodotto di intrattenimento sia “corretto” o meno? A decidere non sono più i giudici o gli esperti della settima arte, bensì i guru della cultura woke: alla lettera, i “risvegliati” del nuovo millennio. Per costoro, poco importa se il resto del mondo è “dormiente”: è il fascino carismatico e autenticamente profetico di influencer e opinion maker a dettare l’agenda politica, a prescindere da ogni contenuto. È il tema su cui si sofferma anche la serie-evento Disclaimer di Alfonso Cuaron, di prossima uscita su Apple Tv+: quand’è che una “verità” costruita a tavolino diventa “la Verità”? Per me e Giancarlo Genta, quando entra di mezzo il carisma dei moderni “profeti dell’Apocalisse”. Nel nostro libro proviamo a offrire una confutazione ragionata delle loro tesi più ricorrenti, che rinnegano completamente l’identità dell’Occidente fin dalle sue radici più antiche».
Il vostro libro è dedicato soprattutto all’ambientalismo. Esiste una gnosi ecologista? Che caratteristiche ha?
«Mai come nell’ambito dell’ecologismo - fenomeno distante anni luce dalla sana ecologia - si può percepire in maniera evidente l’affermarsi delle dinamiche neo-gnostiche. In un contesto fortemente secolarizzato, dove Dio è scomparso dallo scenario, il suo posto viene preso dalla Natura: un’entità impersonale, aliena e del tutto idealizzata. Non è questione di evitare gli eccessi: per la cosiddetta Deep Ecology, la Natura è un bene assoluto, un valore da tutelare a prescindere, di fronte al quale qualsiasi diritto del genere umano deve cedere il passo. Gli antichi gnostici contestavano la realtà materiale, ritenendola uno specchio distorto del mondo reale, ultraterreno. I nuovi gnostici fanno altrettanto, e nel mirino hanno il cosiddetto Antropocene: al suo posto, deve sorgere “un’età della terra”, lo Cthulucene, in cui l’uomo dovrà limitarsi a essere grato di sopravvivere, cercando di ridurre a zero il proprio “impatto”. Dall’antispecismo si passa così a un vero e proprio antiumanesimo: non soltanto l’uomo non è più il centro dell’universo, ma diviene un microbo la cui sopravvivenza non è assicurata, e non ha alcuna importanza. Una prospettiva inquietante, che cancella con un colpo di spugna l’intera storia occidentale».
Continua a leggereRiduci
La cancel culture preoccupa sempre più anche la sinistra. Che però non ne coglie la natura religiosa: l’uomo che vuol farsi dio per «correggere» la creazione.Lo storico Giovanni Filoramo: «Questa forma di spiritualità contrappone la propria conoscenza alla fede tradizionale. E ripudia i legami comunitari in nome dell’individualismo: ecco perché è adatta alla modernità».Il saggista Paolo Riberi: «Gli attivisti vogliono togliere l’umanità dal centro dell’universo per fare spazio a una nuova «età della terra». Così si stravolge l’identità dell’Occidente».Lo speciale contiene tre articoli.Non è più molto difficile sentire parlare di «ideologia woke». Da qualche anno se ne discute ossessivamente negli Stati Uniti, e inevitabilmente il dibattito è rimbalzato anche dalle nostre parti. Più difficile è capire che cosa davvero significhi il termine woke, come sia nato e come si sia evoluto nel tempo. A fornire una serie di possibili risposte provvede un libro molto interessante intitolato La trappola identitaria (Feltrinelli). A firmarlo è Yascha Mounk, docente alla Johns Hopkins University di Washington e commentatore per il New York Times. Uno studioso dalle idee estremamente discutibili: è liberal fino al midollo e pieno di pregiudizi sui movimenti sovranisti e identitari, e il più delle volte appare come un megafono del pensiero unico, solo appena più raffinato della media. A maggior ragione, è molto suggestivo leggere quel che Mounk scrive a proposito del wokismo, che lui preferisce chiamare «sintesi identitaria». Per prima cosa, la sua è una critica «da sinistra», quindi impermeabile alle consuete accuse che si muovono alle destre quando si occupano delle derive astiose della cultura della cancellazione. Mounk mette in evidenza tutti i pericoli dell’approccio woke, a partire ovviamente dalla minaccia alla libertà di espressione. E coglie quella che forse è la principale conseguenza dell’affermazione di questa ideologia: la frammentazione e l’aumento della tensione sociale. Nei fatti, il wokismo produce microidentità in feroce conflitto tra loro, e distoglie l’attenzione da problemi più ampi. «Certi approcci pedagogici, come l’esortazione ad “abbracciare la razza” che va tanto di moda oggi», scrive Mounk, «incoraggiano i giovani a definirsi nei termini dei vari gruppi razziali, religiosi e sessuali in cui sono nati. Dal canto loro, politiche pubbliche come i protocolli di triage “sensibili alla razza” incentivano fortemente i cittadini a lottare per gli interessi collettivi del proprio gruppo. Insieme, norme e politiche di questo tipo rischiano di creare una società composta da tribù in guerra tra loro, anziché da compatrioti pronti a collaborare, in cui ciascun gruppo è impegnato in una competizione a somma zero con tutti gli altri». Fin qui, tuttavia, c’è poco di inedito: non è la prima volta che dal versante liberal arrivano questo tipo di intemerate contro la nuova sinistra microidentitaria. Mounk tenta qualcosa di più ambizioso: prova a ricostruire la genesi del pensiero woke, scavando fino a raggiungerne le fondamenta intellettuali. Questo lavoro di trivellazione del sostrato culturale porta inevitabilmente al postmoderno, al filosofo francese Michel Foucault, e alla sua idea di demolizione di tutte le «grandi narrazioni». In effetti, è esattamente lì che si sviluppa in embrione l’idea di modificare il linguaggio per cambiare i rapporti di potere all’interno della società. Autori come Edward Said proseguiranno su questa linea, cercando - come nota Mounk - di «rimodellare i discorsi dominanti in modi che potessero aiutare gli oppressi». Come sia andata a finire è noto: sono queste le basi su cui si sviluppano la teoria critica della razza e quella del genere, nascono i concetti di «intersezionalità» (la concezione secondo cui i membri delle minoranze sono discriminati a vari livelli che in qualche modo si intersecano) e di «razzismo sistemico». Nasce qui anche un’altra pericolosissima convinzione: l’idea che l’esperienza individuale sia sovrana. Come scrive Mounk: «Io ho la mia verità; una verità che tu non hai il diritto di mettere in discussione o criticare sulla base di dati teoricamente oggettivi, soprattutto se non appartieni allo stesso gruppo identitario emarginato». Questo viaggio nella storia delle idee è estremamente affascinante e davvero molto utile. Ma presenta difetti e lacune di cui conviene dare conto. Innanzitutto, Mounk sembra voler gettare il bambino con l’acqua sporca. Se è vero che Foucault e i postmoderni hanno pervertito alcune visioni di Nietzsche e hanno contribuito a stabilire la legge secondo cui nulla è vero e dunque tutto è permesso, è anche vero che la critica della scienza e delle istituzioni portata avanti dagli autori postmoderni ha fornito un controcanto essenziale allo strapotere della ragione tecnica e all’ottimismo del progresso a tutti i costi. La sensazione è che a tratti Mounk - come tanti altri liberal - cerchi di scaricare la paternità del wokismo su una corrente di pensiero eterodossa per assolvere il pensiero progressista più tradizionale. Positivismo, marxismo e pure liberalismo hanno fatto la loro parte, eccome, contribuendo all’emergere della nuova tendenza censoria e liberticida. Per rendersene conto, tuttavia, bisogna considerare un aspetto della questione che nel lavoro di Mounk manca totalmente, ovvero l’elemento religioso. Il wokismo, come il progressismo in precedenza, è una forma di gnosi. Si basa, cioè, su una visione pessimistica della creazione, e sulla possibilità di correggere quest’ultima tramite una «conoscenza segreta» di cui pochi eletti sono in possesso, attraverso la quale è possibile riscrivere tutte le regole fondamentali del vivere civile oltre che del linguaggio e perfino della biologia. In fondo, il progressismo a cui lo stesso Mounk si richiama non era poi troppo diverso: pretendeva di rimodellare il mondo tramite la propria geometrica potenza. I woke fanno lo stesso, solo con metodi diversi. Lo ha rimarcato di recente il filosofo Alfonso Lanzieri. «La filosofia woke è permeata di gnosticismo», ha scritto. «Se per lo gnostico il mondo e quanto contiene sono un immenso inganno costruito da un dio maligno, e la missione dell’iniziato consiste nello smascherare la truffa grazie alla conoscenza liberatrice, analogamente per gli odierni illuminati dell’universo woke, la società tutta è solo matrice di oppressioni visibili e invisibili: si tratta di risvegliarsi a tale verità. […] Tutto ciò si chiama anticosmismo, vale a dire la convinzione che questo mondo sia cattivo, che nello gnosticismo è accompagnato dall’antisomatismo, cioè la convinzione che il corpo sia cattivo: difatti, sia detto di passaggio, nella produzione di Judith Butler e altre voci simili, fa capolino un certo androginismo escatologico. Chiaramente, per l’universo woke, il cosmo fonte di sofferenza e angoscia per l’anima che vi è precipitata, non è più quello cui pensavano gli ellenisti, ma è rappresentato dal mondo forgiato dalla società occidentale, democratica-liberale, capitalistica, maschiocentrica ecc. È questo il mondo da cui evadere». In fondo, ci troviamo di fronte a sostitutivi della religione. La matrice del wokismo è la stessa del marxismo e del liberalismo oggi imperante. È la stessa che ha prodotto la liberazione sessuale e la rivoluzione digitale. Comprenderlo è fondamentale per evitare un errore grave, ovvero il tentativo di sostituire una gnosi con un’altra. Combattere gli illuminati woke in nome della ragione progressista è più che inutile: è dannoso. Ciò che deve preoccupare è il tentativo, comune a tutte queste visioni, di trasformare l’uomo in un dio, attribuendogli il potere di plasmare la realtà a suo piacimento. La storia ci ha insegnato come tutti questi progetti di creazione del paradiso in terra finiscano allo stesso modo: con una poco simpatica gita all’inferno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ideologia-woke-sinistra-2669252904.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dal-leninismo-alla-silicon-valley-il-mito-di-una-elite-che-ci-salvera" data-post-id="2669252904" data-published-at="1727085087" data-use-pagination="False"> «Dal leninismo alla Silicon Valley, il mito di una élite che ci salverà» Giovanni Filoramo è uno dei maggiori storici della religione europei, forte di una imponente bibliografia. Per l’editore Mimesis esce il satgio Le vie del sacro. Modernità e religione, che dedica alcuni robusti capitoli alla gnosi e alle sue declinazioni contemporanee. Lei sostiene che la gnosi sia una forma religiosa molto adatta alla modernità. Per quale motivo? «Semplificando, la forma religiosa della gnosi si contrappone alla fede, è una contrapposizione secolare. Si vede già nel cristianesimo antico: gnosi significa conoscenza e lo gnostico pretende - attraverso vari strumenti - di avere una conoscenza assoluta della verità e questa conoscenza è diversa dalla fede». In che modo? «Il paradigma della fede nella tradizione ebraica, poi ebraico-cristiana, è la figura di Abramo. Il suo Dio dice di sacrificare il figlio e lui è pronto a sacrificare il figlio: non c’è nessuna forma di conoscenza in questo caso, c’è una accettazione. In questo senso succede un po’ come nell’islam, che è più vicino all’ebraismo di quanto possa apparire a prima vista». Quindi c’è una contrapposizione tra fede e conoscenza. «La gnosi è un tipo di conoscenza che, differenziandosi dalla fede, è disponibile a cercare un dialogo con la ragione, trovando delle mediazioni. Si vede già nel Quattrocento e Cinquecento, agli inizi del mondo moderno e poi nelle tradizioni esoteriche». A me pare che la questione essenziale sia la centralità dell’individuo. Lo gnostico si salva da solo tramite una conoscenza segreta, non ha bisogno di altre mediazioni. Questa idea mi sembra molto adatta all’individualismo moderno. «Certo. Qui potrei fare ancora un confronto con la tradizione ebraico-cristiana. Parliamo di Abramo: Abramo è la storia del popolo eletto, non è solo l’individuo Abramo che si confronta con Dio e si riconosce in questo Dio attraverso la fede. Abramo è il capostipite di un popolo, dunque sta in una dimensione comunitaria, collettiva. La gnosi è una forma di religione più individualistica. Ovviamente il concetto di individuo, se pensiamo allo gnosticismo cristiano del secondo o terzo secolo, è radicalmente diverso da quello moderno. Però, certamente, nella storia delle correnti gnostiche la dimensione individuale è decisiva». Al di là dell’aspetto religioso, esiste anche una sorta di approdo politico della gnosi, che è stato approfondito da studiosi come Luciano Pellicani. Esistono secondo lei gnosi politiche? E quali? «Dietro la visione di Pellicani c’è uno studioso, Eric Voegelin, un autore molto interessante, che cercava di rileggere la storia di tutta una serie di tradizioni politiche in chiave gnostica. Per Voegelin la gnosi era un elemento pericoloso. Già del 1938 studiava la religioni politiche e per lui il caso classico era quello del leninismo. In che cosa consisteva l’elemento gnostico? Nell’idea di essere un gruppo di salvati in vita grazie alla chiave politica che, in questo caso, Lenin portava avanti. E, di conseguenza, questo elemento collettivo più che individuale era un elemento fortemente politico. È una lettura interessante: qui è il gruppo che possiede una conoscenza assoluta che può portare alla salvezza, attraverso una determinata idea politica e una determinata lotta». Questo elemento gnostico sembra essere molto presente anche in altri fenomeni. Ad esempio nella cosiddetta rivoluzione tecnologica. A tale riguardo esiste un bel saggio di Erik Davis intitolato Techgnosis, appena ripubblicato in Italia da Nero edizioni. La sua idea è che la rivoluzione tecnologica sia una forma di gnosi, di conoscenza che permette la salvezza attraverso la tecnica. «Davis ripercorre la storia della tecnologia per secoli. Egli trova in questa conoscenza tecnologica una chiave decisiva per dominare il mondo». Lei ha studiato molto la cosiddetta New Age. È suggestivo il fatto che la cosiddetta rivoluzione tecnologica si manifesti proprio nella Silicon Valley, in California, cioè proprio dove la New Age - in fondo una forma di gnosi - è fiorita. «Certamente ci sono degli incroci. Alcune figure fondamentali della rivoluzione tecnologica sono state molto interessate alla mistica orientale, un filone che è centrale nella New Age. Questo è interessante perché la spiritualità orientale - il buddismo, per esempio - si è dimostrato molto aperto all’incontro con la scienza. In Occidente, la tradizione cristiana è stata a lungo in conflitto con la scienza, e la scienza è stata in conflitto con la Chiesa. Le cose sono cambiate solo recentemente, direi dopo il Concilio Vaticano II. La New Age era aperta a una mistica che poteva favorire una lettura in chiave tecnologico-scientifica del rapporto scienza-religione. Abbiamo esempi anche recenti». Quali? «Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google, ha fondato una sorta di Chiesa dell’algoritmo. Ma ci sono tante alternative mistiche fondate nella spiritualità orientale che si possono sposare bene con la mentalità moderno-tecnologica. Pensi al Tao della Fisica di Capra, un libro uscito ormai tanti anni fa». Mi pare di capire che al cuore di tutto ci sia l’idea che l’uomo basti a sé stesso, o meglio che egli possa diventare dio. «Questa è la grande revisione dell’umanità, introdotta da Comte due secoli fa, che ritorna continuamente. Ho citato prima Voegelin. Nel suo libro sulle religioni politiche la teoria di fondo è che i totalitarismi - che hanno uno sfondo gnostico per Voegelin negativo - siano religioni dell’uomo. La gnosi è una forma di religione incentrata essenzialmente sull’uomo: l’uomo Dio però, l’uomo divinizzato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ideologia-woke-sinistra-2669252904.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-qui-la-radice-dellecologismo" data-post-id="2669252904" data-published-at="1727085087" data-use-pagination="False"> «È qui la radice dell’ecologismo» Paolo Riberi ha dedicato gran parte della sua produzione saggistica allo studio dello gnosticismo e della gnosi. Fra i suoi ultimi lavori c'è I profeti dell'apocalisse (Lindau) scritto con Giancarlo Genta, dedicato all'influenza della gnosi sull'ecologismo contemporaneo. Che definizione daresti della gnosi? «Gnosis, in greco antico, significava “conoscenza”. Per la precisione, una conoscenza iniziatica, riservata a un ristretto numero di eletti. Tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo, in Medio Oriente fiorirono numerose correnti “gnostiche” cristiane e pagane, che rivendicavano di essere detentrici della gnosis, la conoscenza ultraterrena. Non si trattava, come potremmo pensare oggi, del semplice possesso di un’informazione o di una nozione: la gnosis era una conoscenza salvifica, una sorta di “terzo occhio” che consentiva una comunione diretta e immediata con il regno divino. La gnosis non era un semplice bagaglio di informazioni ed esperienze, bensì una condizione acquisita e permanente: lo gnostico beneficiava della capacità di vedere oltre il confine del mondo, e pertanto possedeva una conoscenza assoluta che sorgeva dal suo legame diretto con Dio, senza intermediari». In che modo la gnosi passa dal piano religioso a quello politico? «A occuparsi di gnosi e di gnostici sono gli storici delle religioni, quindi il fenomeno viene fisiologicamente classificato come una realtà spirituale e filosofica. In realtà, la gnosi ha sempre avuto anche una dimensione politica molto marcata, fin dai primi inizi: le sette gnostiche nascono in aperto conflitto con uno status quo che non condividono, e che intendono sovvertire. Come ci confermano le fonti storiche, gli gnostici sono eredi diretti delle frange giudaiche radicali che si erano ribellate all’autorità di Roma, fallendo nel loro intento. Venuto meno il terreno dell’affermazione politico-militare, e vedendosi precluse le vie democratiche, gli gnostici inaugurano un’altra via: quella della verità rivelata, che ha valore di per sé a prescindere dai numeri. Per gli gnostici, essere in minoranza è fisiologico: la stragrande maggioranza del genere umano è considerata “dormiente”, un po’ come i prigionieri della caverna di Platone». Quali sono esempi di movimenti politici gnostici contemporanei? «Ne I profeti dell’apocalisse io e Giancarlo Genta proviamo a tracciare una mappa della resurrezione contemporanea di questi fenomeni, ritornati quantomai attuali. Oggi ovviamente il terreno non è più ammantato di spiritualità, ma le forme restano le medesime: si pensi al mondo della cosiddetta cultura woke, o alla cancel culture. Certo, l’idea di politically correct esiste da decenni, ma queste nuove ideologie hanno riformulato la questione in termini marcatamente gnostici, assolutizzandola. Il mondo del cinema e dello spettacolo sono emblematici: come si determina se un individuo debba essere o meno moralmente “censurato”, o se un prodotto di intrattenimento sia “corretto” o meno? A decidere non sono più i giudici o gli esperti della settima arte, bensì i guru della cultura woke: alla lettera, i “risvegliati” del nuovo millennio. Per costoro, poco importa se il resto del mondo è “dormiente”: è il fascino carismatico e autenticamente profetico di influencer e opinion maker a dettare l’agenda politica, a prescindere da ogni contenuto. È il tema su cui si sofferma anche la serie-evento Disclaimer di Alfonso Cuaron, di prossima uscita su Apple Tv+: quand’è che una “verità” costruita a tavolino diventa “la Verità”? Per me e Giancarlo Genta, quando entra di mezzo il carisma dei moderni “profeti dell’Apocalisse”. Nel nostro libro proviamo a offrire una confutazione ragionata delle loro tesi più ricorrenti, che rinnegano completamente l’identità dell’Occidente fin dalle sue radici più antiche». Il vostro libro è dedicato soprattutto all’ambientalismo. Esiste una gnosi ecologista? Che caratteristiche ha? «Mai come nell’ambito dell’ecologismo - fenomeno distante anni luce dalla sana ecologia - si può percepire in maniera evidente l’affermarsi delle dinamiche neo-gnostiche. In un contesto fortemente secolarizzato, dove Dio è scomparso dallo scenario, il suo posto viene preso dalla Natura: un’entità impersonale, aliena e del tutto idealizzata. Non è questione di evitare gli eccessi: per la cosiddetta Deep Ecology, la Natura è un bene assoluto, un valore da tutelare a prescindere, di fronte al quale qualsiasi diritto del genere umano deve cedere il passo. Gli antichi gnostici contestavano la realtà materiale, ritenendola uno specchio distorto del mondo reale, ultraterreno. I nuovi gnostici fanno altrettanto, e nel mirino hanno il cosiddetto Antropocene: al suo posto, deve sorgere “un’età della terra”, lo Cthulucene, in cui l’uomo dovrà limitarsi a essere grato di sopravvivere, cercando di ridurre a zero il proprio “impatto”. Dall’antispecismo si passa così a un vero e proprio antiumanesimo: non soltanto l’uomo non è più il centro dell’universo, ma diviene un microbo la cui sopravvivenza non è assicurata, e non ha alcuna importanza. Una prospettiva inquietante, che cancella con un colpo di spugna l’intera storia occidentale».
Igor Protti (Getty Images)
È accaduto a Igor Protti, bomber di popolo, non benedetto dalle stelle come Maradona o Gianni Rivera - suo idolo di ragazzino - ma con una carriera costruita a suon di sgroppate da record: 669 gare e 257 gol, unico calciatore diventato capocannoniere della Serie A militando in una squadra poi retrocessa, il Bari, e unico, assieme a quel Dario Hubner che con lui incarna la cifra stilistica dei centravanti identitari degli anni Novanta, ad aver vinto la classifica dei goleador nella massima serie, ma anche in B e in C1. «Oggi sarebbe capitano della nazionale», dice Paolo Di Canio, quasi a sottolineare la differenza tra l’epoca in cui gli azzurri potevano permettersi di non convocare un super-bomber e la triste attualità in cui sono costretti a elemosinare i servigi di un Moise Kean qualunque. Protti è morto ieri a 58 anni, rosicchiato da un tumore al colon diagnosticato nel luglio 2025, dieci giorni dopo aver terminato di girare Igor, l’eroe romantico del calcio, documentario di Luca Dal Canto sulla sua parabola da eroe di tre mondi: Rimini, città dove è nato il 24 settembre 1967, Livorno, dove è sbocciato e poi ha concluso la carriera, oltre a Bari, in cui si è guadagnato il soprannome di «Zar», un tutt’uno con la vocazione del capoluogo pugliese a dominare il levante. «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale, sperando sia un arrivederci e non un addio», ha sospirato nel suo ultimo messaggio. Il tempo per rivederlo ci sarà: domani la salma sarà esposta allo stadio Romeo Neri di Rimini, poi al Picchi di Livorno, dopodiché verrà cremata, le ceneri raggiungeranno lo stadio San Nicola di Bari prima di essere disperse nel suo mar Adriatico. Lo stesso mare che lo ha visto debuttare a 17 anni in prima squadra con la casacca del Rimini, sfidando in C1 la Spal.
A schierarlo titolare è Arrigo Sacchi, ma Igor, ai tempi centrocampista offensivo con inventiva autonoma, non convince il vate di Fusignano. Troppo anarchico, muscoli fragili (un anno dopo lo chiameranno «bimbo»), mal si adatta al rigore dogmatico con cui il futuro allenatore del Milan addestra gli adepti del suo calcio oracolare. Lui non si scoraggia. Ha già imparato che non si servono pasti gratis il giorno in cui papà Flavio - è il 1978 - lo porta con sé in cantiere. Igor desidera un pallone modello Tango, quello dei Mondiali d’Argentina, il padre glielo regala dopo qualche giornata di lavoro simbolica, «sufficiente a impartirmi la prima lezione di vita». Dopo Rimini, approda al Livorno, tre campionati in C1 e lo spostamento un po’ più avanti nello scacchiere di gioco. Arriva la Virescit di Bergamo, e il Messina, in cui riceve l’eredità del goleador delle Notti Magiche, Totò Schillaci: 113 presenze e 35 reti in serie B coi siciliani. La fama di predatore d’area, caratteristica di atleti come lui, come Hubner, come Beppe Signori, Sandro Tovalieri, la prolifica schiatta di attaccanti nostrani forgiati col lavoro nei vivai e gli incoraggiamenti di una comunità, si diffonde. Lo cerca il Bari, è il 1992. Protti rimane lì per quattro campionati, due in serie cadetta, due in A.
Coi compagni, il brasiliano Gerson, il colombiano Guerrero, inventa l’esultanza del trenino («Fu un’idea di Guerrero», ricordava), rimasta nell’immaginario collettivo per decenni. I pugliesi di Fascetti vengono retrocessi, ma lo Zar è capocannoniere del campionato superando Weah e Batistuta. La sua fame di gol contagia gli appetiti dell’Inter, i nerazzurri quell’estate non riescono a liberarsi del fardello Zamorano, e Protti approda alla Lazio di Zdenek Zeman. Segna la rete dell’1-1 nel derby con la Roma, e però il rapporto col tecnico boemo non decolla: come Sacchi, il tabagista mistagogo del miracolo foggiano pretende devozione ascetica al modulo. «A stagione in corso arrivò Dino Zoff, grande personaggio, grande umanità», spiega Igor. Tuttavia nella rosa biancoceleste la concorrenza è sfiancante. L’anno successivo fa una capatina a Napoli: i partenopei sono in piena disgrazia societaria post-Maradona e post-Ferlaino, la squadra cambia quattro allenatori in una stagione, Igor si fa male a una caviglia, riesce comunque a indossare la maglia numero 10 del genio argentino prima che venga ritirata definitivamente. Dieci come Maradona e Rivera, il sogno di bimbo si concretizza con la stessa ostinazione con cui anelava al pallone Tango.
A 32 anni si imbarca nella sua nuova giovinezza: inizia il sodalizio con mister Mazzarri a Livorno, assieme a Cristiano Lucarelli forma una coppia offensiva da cineteca e vince due volte la classifica bomber di serie C (nel 2001 con 20 gol e nel 2002 con 27), poi quella di B, infine, dopo 55 anni, gli amaranto tornano in A. A festeggiarli c’è Carlo Azeglio Ciampi, ultrà aristocratico di una curva barricadiera, arcigna, rossissima, che come tutte le curve delle città di provincia, di qualsiasi colore siano, rappresenta l’ontologia di un essere sociale prosciugato dal mercatismo globale. Si ritira a 38 anni, si dedica per un po’ al beach soccer, fa il dirigente societario nell’amata Livorno che domani esporrà il lutto cittadino. L’ultimo suo grande gol: aver accompagnato la figlia Noemi all’altare. «Oggi il calcio è diventato uno sport individuale all’interno di un gruppo, prima invece era uno sport di gruppo», ha ricordato lui in un’intervista recente. Prendano nota in Figc.
Continua a leggereRiduci
@Renault
Prima dell’occupazione nel secondo conflitto bellico globale, le fabbriche producevano veicoli da ricognizione e carri come l’R35. Dopo il crollo della linea Maginot e lo sventolio della svastica sulla Tour Eiffel, gli stabilimenti Renault di Billancourt furono requisiti dai nazisti. Louis Renault fu costretto a convertire la produzione industriale per costruire veicoli militari, autocarri e componenti destinati alla Germania.
Nel 2026 la storia si ripete. La conversione dell’industria automotive in settore bellico è una strategia intrapresa da governi e costruttori per fronteggiare la crisi di sovrapproduzione (dovuta alla concorrenza cinese), il calo del mercato (segnato dalle illogiche disposizioni green di Bruxelles) e le esigenze di riarmo europeo patrocinate sempre dalla Commissione, visto che la spinta verso l’economia di guerra è guidata da piani di investimento comunitari. In Germania, per esempio, Volkswagen ha avviato trattative per convertire lo stabilimento di Osnabrück alla produzione di sistemi missilistici, mentre il governo tedesco valuta l’acquisizione di altri impianti tramite colossi della Difesa come Rheinmetall.
Se la linea italiana, per ora, rifugge da uno simile scenario, in Francia non la pensano così. Seguendo un po’ le smanie militare del presidente uscente, Emmanuel Macron, in settimana Renault insieme a Thales (colosso della Difesa francese, la Leonardo transalpina) entra nel settore della mobilità militare con 4Troop, un prototipo di veicolo civile multi-ruolo sviluppato per rispondere alle nuove esigenze operative delle forze armate terrestri.
Il mezzo è stato presentato al salone Eurosatory 2026 e combina una piattaforma derivata dalla produzione di serie Renault con le tecnologie di comunicazione, comando e supporto decisionale di Thales. «Il progetto punta a sfruttare la rapidità produttiva e le economie di scala dell’industria automobilistica civile per offrire alle forze armate una soluzione più flessibile e meno costosa rispetto ai tradizionali programmi militari. Il veicolo integra comunicazioni sicure, connettività tattica, coordinamento multi-sensore e strumenti di supporto alle decisioni potenziati dall’intelligenza artificiale», hanno comunicato le due società in una nota stampa.
Non più carri armati dalle linee produttive della Régie, dunque, ma auto «ibride»: metà vettura normale, metà mezzo militare. Presentato in versione ibrida a trazione integrale, 4Troop è in grado di gestire droni e robot, elaborare grandi quantità di dati e operare come centro di comando mobile configurabile in funzione della missione. Tra gli impieghi previsti figurano ricognizione, coordinamento sul campo, scorta, supporto logistico e controllo di aree sensibili. Il sistema vehicle-to-load consente, inoltre, di alimentare apparecchiature elettriche direttamente sul teatro operativo. Insomma, da auto a power bank il passo è breve. Secondo Renault, la soluzione può essere adattata a diversi veicoli della gamma, dai Suv ai veicoli commerciali, garantendo tempi rapidi di implementazione e sfruttando la rete post-vendita del gruppo per manutenzione e supporto logistico.
Ma non solo auto militari. Renault e Thales hanno firmato anche un accordo per la produzione di droni. Pardon, di un «sistema di munizioni telecomandate a corto raggio» chiamato Toutatis. Può «essere utilizzato dalle truppe sbarcate e lanciato da varie piattaforme (veicoli da combattimento, velivoli o piattaforme navali). Resistente alle interferenze elettromagnetiche e dotato di testata militare intercambiabile in funzione della missione, è in grado di neutralizzare bersagli come veicoli da combattimento, continuando a conferire potere decisionale all’uomo. In grado di funzionare anche tra gli sciami di droni, Toutatis è un sistema che si adatta alle evoluzioni delle esigenze operative», spiegano da Boulogne-Billancourt, sede storica di Renault. La produzione di queste munizioni telecomandate potrebbe cominciare dal 2027, con una capacità di 1.000 unità al mese fin dal primo anno.
In Francia un po’ tutti si stanno mettendo l’elmetto. Patrice Caine, ceo di Thales, spiega che la partnership «risponde alle esigenze delle forze armate e ai requisiti di un’economia di guerra». Proprio così: «economia di guerra». Al posto della giardinetta, dunque, anche Parigi sceglie il veicolo tattico innovativo. Che non si troverà in alcun autosalone. Non ancora.
Continua a leggereRiduci
Don D'Avino e Papa Leone XIV (Ansa)
Aveva solo due anni quando, nel 1988, Lefebvre ordinò quattro nuovi vescovi, venendo scomunicato. Tra due settimane la storia si ripeterà. E, forse, i vescovi della Fsspx saranno nuovamente scomunicati. «Sto considerando di fare ancora un altro appello, a dire non fate questo, cerchiamo di vivere la comunione nella Chiesa ma è la loro scelta, bisogna rendersi conto di ciò che significa per loro e per la Chiesa, certamente la divisione fra i cristiani è sempre dolorosa», ha detto recentemente papa Leone XIV.
Don Gabriele, come mai la Fsspx è arrivata a questo?
«A causa di un processo molto lungo che non è una sorpresa per noi e per il mondo tradizionalista che ci conosce. La necessità viene dalla situazione grave in cui versa la Chiesa ormai da più di 60 anni, quindi dal Concilio Vaticano II. Le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio si iscrivono perfettamente nella logica delle scelte del nostro fondatore, monsignor Lefebvre, che, nel 1988, aveva fatto lo stesso. Non sono una novità e, anzi, costituiscono semplicemente la continuazione della nostra opera. Lo stato di necessità grave in cui versa la Chiesa è la causa delle nostre scelte. Di tutte le nostre scelte. Quella non solo di compiere le consacrazioni episcopali il prossimo primo luglio, ma anche quella di celebrare la messa nelle cappelle dove si riuniscono dei fedeli che ci chiamano per celebrare in rito antico, dare loro i sacramenti, il catechismo, eccetera. Tutte cose che noi facciamo senza chiedere il permesso agli ordinari del luogo: perché ce lo rifiuterebbero come qualche volta è successo. E poi c’è una necessità interna: i nostri vescovi, che attualmente sono ridotti a due, sono diventati un po’ anziani, e chiaramente non potranno a lungo sostenere il ministero delle cresime e delle ordinazioni in giro per il mondo».
Però rispetto al pontificato di Bergoglio qualcosa è cambiato in meglio oppure no?
«Sì, anche se siamo ancora in una fase un po’ prematura del pontificato di Papa Leone per dare dei giudizi completi su tutto il pensiero e la linea del pontificato. Adesso lo possiamo fare per papa Francesco, con un po’ di distanza temporale. Per Leone è ancora un po’ difficile da fare. Però è anche vero che abbiamo già tanti segnali in questo primo anno di pontificato».
Per esempio?
«Una prosecuzione della pastorale in favore dell’ecologismo e dei migranti, temi che erano comunque cari a papa Francesco. Ma poi anche certe scelte ecclesiologiche come la nomina delle donne nei ruoli chiave di certi dicasteri, o addirittura alla testa dei dicasteri, come per esempio alla vita consacrata dove c’è una suora. Cose che sono perfettamente nella linea di Francesco. Non dobbiamo inoltre considerare solo le scelte personali di un Pontefice, ma anche la situazione generale qui verso la Chiesa, che è la cosa che a noi sta particolarmente a cuore. Quindi tutte le deviazioni concrete della pastorale, che derivano dalle nuove dottrine del Vaticano II, che vengono costantemente applicate. L’attenzione per esempio al mondo Lgbt. Penso solo al fatto che qualche giorno fa il cardinale Delpini ha celebrato una messa nel quartiere dei gay di Milano per la comunità gay, con tanti manifesti che annunciavano l’evento. Tutto questo è la pastorale quotidiana incarnata nelle diocesi ed è estremamente grave».
Ci sono dei gruppi, penso ad esempio alla Fraternità san Pietro, che sono in piena comunione con la Chiesa e che riescono a portare avanti la pastorale tradizionale. Perché con voi il caso è diverso?
«È molto semplice. Bisogna considerare la pastorale degli istituti Ecclesia Dei nel loro complesso, quindi non nella loro singola celebrazione domenicale. Ci sono chiaramente tanti ottimi sacerdoti, sicuramente la celebrazione della messa è la stessa che facciamo noi, questo è chiaro. Ma l’origine di queste comunità, specialmente la Fraternità san Pietro, si riscontra proprio in quel gesto del 1988 di monsignor Lefebvre. La Fraternità san Pietro è nata quando alcuni sacerdoti, che erano membri della Fraternità san Pio X, decisero di non seguire monsignor Lefebvre perché non ritenevano che lo stato in cui versava la Chiesa giustificasse fino a tal punto un gesto del genere. È una valutazione che però ha dato luogo a un sistema, quello dell’istituto Ecclesia Dei, per cui è vero che si viene riconosciuti e che si ricevono anche chiese per celebrare la messa, però a un prezzo molto caro: quello del silenzio. La differenza è proprio questa: a loro è imposto il silenzio sulla predicazione integrale della fede, che comprende anche la condanna degli errori».
Che errori vede lei nella predicazione attuale?
«Penso per esempio alla Mater Populi Fidelis, il documento che relativizza certe dottrine tradizionali come la corredenzione e la mediazione universale. Anzi: non le relativizza, le nega proprio. E l’Ecclesia Dei non ha minimamente levato la voce per difenderle. Ecco, noi riteniamo che invece i cattolici debbano avere la piena libertà di professare integralmente la fede e di condannare gli errori».
Da qui al primo luglio sperate che ci sia un intervento diplomatico o di altro tipo per provare a comporre la situazione?
«Credo che non ci sia più niente da aspettarsi. Il superiore generale, don Davide Pagliarani, ha ribadito anche recentemente che il suo grande desiderio sarebbe sempre quello di poter incontrare personalmente papa Leone, al posto di continuare a procedere con una serie di dialoghi senza fine, che era la proposta del Cardinal Fernandez. Lui invece ha detto: intavoliamo prima una serie di dialoghi, sospendete le consacrazioni episcopali e poi se ne parla. Noi riteniamo però che ci sia una vera urgenza e che non sia più il tempo del dialogo».
Lo volevate davvero?
«Già nel 2018, quando don Pagliarani divenne il superiore generale. Però si interruppe proprio per la volontà della Santa Sede perché il dicastero della Dottrina della Fede rifiutò di continuare il dialogo visto che non c’era in vista nessuna regolarizzazione canonica. Speriamo sempre di poter incontrare il Papa, però verosimilmente credo che i giochi siano ormai fatti».
Ma chi è il vostro interlocutore oggi in Vaticano?
«Per volere stesso della Santa Sede l’unico incontro che ha avuto luogo, dopo l’annuncio pubblico delle consacrazioni, è stato tra il Cardinal Fernandez e il superiore generale, don Pagliarani. Questo per volontà della Santa Sede, che non ha voluto che ci fossero altri interlocutori né da una parte né dall’altra, ma che ci interfacciassimo in questo modo. È stato un loro volere esplicito, a cui noi ovviamente abbiamo ottemperato. Quindi non abbiamo contatti neanche ufficiosi».
Voi vi sentite in comunione con la Chiesa? Siete fedeli al successore di Pietro?
«Noi ci sentiamo pienamente in comunione con la Chiesa nella misura in cui questo significa aderire perfettamente a tutta la fede cattolica integrale all’insegnamento di sempre, quindi in continuità cronologica con tutti i Papi del passato e ugualmente nel pieno riconoscimento dell’autorità, dei pastori che guidano attualmente la Chiesa, quindi il Papa, i vescovi. Questo deve essere chiaro e noi l’abbiamo detto più e più volte, ma è bene sempre ribadirlo. Noi nominiamo il Papa regnante nel canone della Messa e il vescovo locale nel luogo in cui ci troviamo quando celebriamo. Ciò però non toglie che rifiutiamo di aderire alla nuova pastorale, alle nuove dottrine, alla nuova morale. E quindi, pur riconoscendo l’autorità, non ne seguiamo gli insegnamenti che possono essere perniciosi per la fede o per la morale».
I quattro futuri vescovi vengono da Stati Uniti, Svizzera e Francia. C’è anche un’indicazione di apostolato, di zone in cui la fraternità punta particolarmente, dietro questa scelta?
«Si possono individuare vari punti in questa selezione: prima di tutto l’età. Tranne nel caso di uno di loro che è già più maturo, gli altri tre sono molto giovani. Poi c’è la differenza di nazionalità, che si spiega con la necessità per noi di svolgere il ministero nei cinque continenti dove siamo presenti, quindi anche la differenza linguistica e culturale è importante. Tutti e quattro i vescovi, come già all’epoca, saranno chiamati a conferire le cresime e le ordinazioni sacerdotali, diaconali e gli altri ordini in tutto il mondo».
Che la Chiesa sia in crisi di vocazioni è palese. Quali sono i numeri della Fsspx?
«Dal 1970, quando siamo stati fondati, la Fraternità è sempre stata costantemente in crescita. Non abbiamo numeri esplosivi però sono sempre stati costanti e in aumento: la nostra congregazione conta ad oggi circa 730 sacerdoti. Poi abbiamo circa 200 suore, 200 seminaristi e altrettanti frati. Il dato dei sacerdoti è quello che colpisce di più perché chiaramente sono loro che sono chiamati a svolgere il ministero. Siamo presenti in 70 Paesi del mondo e circa 700 luoghi in cui diciamo messa».
Quindi, se ho ben capito, ormai il dato è tratto, non si torna più indietro, ci saranno le consacrazioni e, di fatto, si tornerà alla situazione pre-Benedetto XVI con le scomuniche?
«Non sappiamo con certezza come reagirà la Santa Sede. Il 13 maggio il Cardinal Fernandez aveva mandato una nota dal Dicastero della dottrina della fede, ricordando che le consacrazioni episcopali determineranno una scomunica, come fu nel 1988. Perché dirlo con diversi mesi d’anticipo? Forse c’è l’idea di non fare qualcosa di eclatante perché penso che la Santa Sede si renda conto che parlare di scomunica e di scisma per il mondo della tradizione quando poi nello stesso momento il Papa riceve in gran pompa una donna anglicana vestita da vescovo e che rappresenta una delle comunità scismatiche per eccellenza, è veramente una cosa troppo contraddittoria. Può darsi che vogliano mantenere un profilo non troppo alto. Ma tutto è possibile. In ogni caso, dal loro punto di vista, dal punto di vista della Santa Sede, si ritornerà alla situazione analoga a quella prima di Benedetto XVI mentre dal nostro punto di vista, semplicemente, continuerà sulla stessa linea di sempre».
Continua a leggereRiduci
(Stellantis)
Lo Smart compact van (Smc) sarà dotato di un sistema di propulsione flessibile che offrirà sia un nuovo motore elettrico, con un’autonomia fino a 270 km, sia tre motori endotermici (due diesel e uno a benzina). L’apertura degli ordini è prevista per settembre, con il lancio sul mercato previsto a partire da novembre, mentre una versione mild-hybrid sarà disponibile a partire dal prossimo anno. I nuovi modelli si chiameranno Citroën Berlingo van first, Fiat professional Doblò Easypro, Opel Combo start, Peugeot Partner active. Come spiegato da Eric Laforge, global senior vice president di Stellantis Pro One, «essere leader implica una grande responsabilità: i clienti si aspettano l’eccellenza, inclusi quelli che dobbiamo ancora conquistare. Per questo, ascoltando attentamente i loro feedback, abbiamo sviluppato un veicolo razionale, confortevole e modulare, capace di offrire soluzioni originali che rappresentano una vera unique selling proposition».
Pur mantenendo la medesima architettura di base, il design esterno introduce un ampio, distintivo paraurti anteriore, studiato per migliorare la protezione del veicolo. All’interno, pannelli porta e plancia sono stati completamente riprogettati per ottimizzare l’utilizzo degli spazi e l’ergonomia dei comandi.
Secondo le analisi di Stellantis, il 40% dei clienti non è interessato a una configurazione a tre posti e che i professionisti viaggiano da soli per circa l’90% del tempo lavorativo. Da qui la decisione di introdurre una dotazione di serie rivoluzionaria nel nuovo compact van unica nel segmento e in grado di offrire più spazio, maggiore funzionalità e un valore superiore: il Flexiseat. Quest’ultimo è un sedile passeggero modulare ribaltabile che consente di aumentare il volume di carico. Può essere abbinato al Modutable, ideale come supporto pratico per un ufficio mobile o per una superficie d’appoggio durante le pause. La nuova versione introduce anche una gamma di ulteriori soluzioni innovative, tra cui: Moduconsole, una console centrale removibile istantaneamente e facilmente riponibile nell’area di carico, dotata di portabicchieri e vano chiuso, adattabile a diversi utilizzi (piccoli attrezzi, tablet, smartphone e caricatore, documenti...); Dashbox, plancia con due vani portaoggetti chiusi e portabicchieri; Drivedrawer, cassetto sotto il sedile per riporre in modo discreto notebook, laptop o tablet; Moduwork, configurazione con terzo sedile centrale che consente di ospitare fino a tre persone. Quando non necessario, il sedile centrale si trasforma per aumentare la funzionalità: integra un vano chiuso e può essere combinato con sedile passeggero e tavolino ribaltabile, oppure sfruttare lo spazio per il trasporto di oggetti lunghi.
Le dimensioni esterne e interne restano invariate, con due lunghezze disponibili, una portata utile da 750 kg a 1 tonnellata e un volume di carico compreso tra 3,3 e 4,4 metri cubi. Tornando alle motorizzazioni, Stellantis si è ancora una volta basata sui feedback dei clienti, adottando una strategia multi-energia finalizzata a facilitare la transizione verso l’elettrificazione, garantendo al contempo l’accessibilità economica. Da qui la decisione di puntare ancora sul diesel, indispensabile per chi lavora su strada.
Il tutto sarà proposto a un livello di prezzo altamente competitivo, assicura Stellantis, inferiore rispetto al resto della gamma sia per i motori termici sia per quelli Bev, grazie alle economie di scala e a una forte attenzione all’efficienza dei costi.
Continua a leggereRiduci