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2024-09-23
Un mondo malvagio da rifare. Dietro l’ideologia woke l’eterno ritorno della gnosi
(Getty Images)
Non è più molto difficile sentire parlare di «ideologia woke». Da qualche anno se ne discute ossessivamente negli Stati Uniti, e inevitabilmente il dibattito è rimbalzato anche dalle nostre parti. Più difficile è capire che cosa davvero significhi il termine woke, come sia nato e come si sia evoluto nel tempo. A fornire una serie di possibili risposte provvede un libro molto interessante intitolato La trappola identitaria (Feltrinelli). A firmarlo è Yascha Mounk, docente alla Johns Hopkins University di Washington e commentatore per il New York Times. Uno studioso dalle idee estremamente discutibili: è liberal fino al midollo e pieno di pregiudizi sui movimenti sovranisti e identitari, e il più delle volte appare come un megafono del pensiero unico, solo appena più raffinato della media.
A maggior ragione, è molto suggestivo leggere quel che Mounk scrive a proposito del wokismo, che lui preferisce chiamare «sintesi identitaria». Per prima cosa, la sua è una critica «da sinistra», quindi impermeabile alle consuete accuse che si muovono alle destre quando si occupano delle derive astiose della cultura della cancellazione. Mounk mette in evidenza tutti i pericoli dell’approccio woke, a partire ovviamente dalla minaccia alla libertà di espressione. E coglie quella che forse è la principale conseguenza dell’affermazione di questa ideologia: la frammentazione e l’aumento della tensione sociale. Nei fatti, il wokismo produce microidentità in feroce conflitto tra loro, e distoglie l’attenzione da problemi più ampi. «Certi approcci pedagogici, come l’esortazione ad “abbracciare la razza” che va tanto di moda oggi», scrive Mounk, «incoraggiano i giovani a definirsi nei termini dei vari gruppi razziali, religiosi e sessuali in cui sono nati. Dal canto loro, politiche pubbliche come i protocolli di triage “sensibili alla razza” incentivano fortemente i cittadini a lottare per gli interessi collettivi del proprio gruppo. Insieme, norme e politiche di questo tipo rischiano di creare una società composta da tribù in guerra tra loro, anziché da compatrioti pronti a collaborare, in cui ciascun gruppo è impegnato in una competizione a somma zero con tutti gli altri».
Fin qui, tuttavia, c’è poco di inedito: non è la prima volta che dal versante liberal arrivano questo tipo di intemerate contro la nuova sinistra microidentitaria. Mounk tenta qualcosa di più ambizioso: prova a ricostruire la genesi del pensiero woke, scavando fino a raggiungerne le fondamenta intellettuali.
Questo lavoro di trivellazione del sostrato culturale porta inevitabilmente al postmoderno, al filosofo francese Michel Foucault, e alla sua idea di demolizione di tutte le «grandi narrazioni». In effetti, è esattamente lì che si sviluppa in embrione l’idea di modificare il linguaggio per cambiare i rapporti di potere all’interno della società. Autori come Edward Said proseguiranno su questa linea, cercando - come nota Mounk - di «rimodellare i discorsi dominanti in modi che potessero aiutare gli oppressi». Come sia andata a finire è noto: sono queste le basi su cui si sviluppano la teoria critica della razza e quella del genere, nascono i concetti di «intersezionalità» (la concezione secondo cui i membri delle minoranze sono discriminati a vari livelli che in qualche modo si intersecano) e di «razzismo sistemico». Nasce qui anche un’altra pericolosissima convinzione: l’idea che l’esperienza individuale sia sovrana. Come scrive Mounk: «Io ho la mia verità; una verità che tu non hai il diritto di mettere in discussione o criticare sulla base di dati teoricamente oggettivi, soprattutto se non appartieni allo stesso gruppo identitario emarginato».
Questo viaggio nella storia delle idee è estremamente affascinante e davvero molto utile. Ma presenta difetti e lacune di cui conviene dare conto. Innanzitutto, Mounk sembra voler gettare il bambino con l’acqua sporca. Se è vero che Foucault e i postmoderni hanno pervertito alcune visioni di Nietzsche e hanno contribuito a stabilire la legge secondo cui nulla è vero e dunque tutto è permesso, è anche vero che la critica della scienza e delle istituzioni portata avanti dagli autori postmoderni ha fornito un controcanto essenziale allo strapotere della ragione tecnica e all’ottimismo del progresso a tutti i costi. La sensazione è che a tratti Mounk - come tanti altri liberal - cerchi di scaricare la paternità del wokismo su una corrente di pensiero eterodossa per assolvere il pensiero progressista più tradizionale. Positivismo, marxismo e pure liberalismo hanno fatto la loro parte, eccome, contribuendo all’emergere della nuova tendenza censoria e liberticida.
Per rendersene conto, tuttavia, bisogna considerare un aspetto della questione che nel lavoro di Mounk manca totalmente, ovvero l’elemento religioso. Il wokismo, come il progressismo in precedenza, è una forma di gnosi. Si basa, cioè, su una visione pessimistica della creazione, e sulla possibilità di correggere quest’ultima tramite una «conoscenza segreta» di cui pochi eletti sono in possesso, attraverso la quale è possibile riscrivere tutte le regole fondamentali del vivere civile oltre che del linguaggio e perfino della biologia.
In fondo, il progressismo a cui lo stesso Mounk si richiama non era poi troppo diverso: pretendeva di rimodellare il mondo tramite la propria geometrica potenza. I woke fanno lo stesso, solo con metodi diversi. Lo ha rimarcato di recente il filosofo Alfonso Lanzieri. «La filosofia woke è permeata di gnosticismo», ha scritto. «Se per lo gnostico il mondo e quanto contiene sono un immenso inganno costruito da un dio maligno, e la missione dell’iniziato consiste nello smascherare la truffa grazie alla conoscenza liberatrice, analogamente per gli odierni illuminati dell’universo woke, la società tutta è solo matrice di oppressioni visibili e invisibili: si tratta di risvegliarsi a tale verità. […] Tutto ciò si chiama anticosmismo, vale a dire la convinzione che questo mondo sia cattivo, che nello gnosticismo è accompagnato dall’antisomatismo, cioè la convinzione che il corpo sia cattivo: difatti, sia detto di passaggio, nella produzione di Judith Butler e altre voci simili, fa capolino un certo androginismo escatologico. Chiaramente, per l’universo woke, il cosmo fonte di sofferenza e angoscia per l’anima che vi è precipitata, non è più quello cui pensavano gli ellenisti, ma è rappresentato dal mondo forgiato dalla società occidentale, democratica-liberale, capitalistica, maschiocentrica ecc. È questo il mondo da cui evadere».
In fondo, ci troviamo di fronte a sostitutivi della religione. La matrice del wokismo è la stessa del marxismo e del liberalismo oggi imperante. È la stessa che ha prodotto la liberazione sessuale e la rivoluzione digitale. Comprenderlo è fondamentale per evitare un errore grave, ovvero il tentativo di sostituire una gnosi con un’altra. Combattere gli illuminati woke in nome della ragione progressista è più che inutile: è dannoso. Ciò che deve preoccupare è il tentativo, comune a tutte queste visioni, di trasformare l’uomo in un dio, attribuendogli il potere di plasmare la realtà a suo piacimento. La storia ci ha insegnato come tutti questi progetti di creazione del paradiso in terra finiscano allo stesso modo: con una poco simpatica gita all’inferno.
«Dal leninismo alla Silicon Valley, il mito di una élite che ci salverà»
Giovanni Filoramo è uno dei maggiori storici della religione europei, forte di una imponente bibliografia. Per l’editore Mimesis esce il satgio Le vie del sacro. Modernità e religione, che dedica alcuni robusti capitoli alla gnosi e alle sue declinazioni contemporanee.
Lei sostiene che la gnosi sia una forma religiosa molto adatta alla modernità. Per quale motivo?
«Semplificando, la forma religiosa della gnosi si contrappone alla fede, è una contrapposizione secolare. Si vede già nel cristianesimo antico: gnosi significa conoscenza e lo gnostico pretende - attraverso vari strumenti - di avere una conoscenza assoluta della verità e questa conoscenza è diversa dalla fede».
In che modo?
«Il paradigma della fede nella tradizione ebraica, poi ebraico-cristiana, è la figura di Abramo. Il suo Dio dice di sacrificare il figlio e lui è pronto a sacrificare il figlio: non c’è nessuna forma di conoscenza in questo caso, c’è una accettazione. In questo senso succede un po’ come nell’islam, che è più vicino all’ebraismo di quanto possa apparire a prima vista».
Quindi c’è una contrapposizione tra fede e conoscenza.
«La gnosi è un tipo di conoscenza che, differenziandosi dalla fede, è disponibile a cercare un dialogo con la ragione, trovando delle mediazioni. Si vede già nel Quattrocento e Cinquecento, agli inizi del mondo moderno e poi nelle tradizioni esoteriche».
A me pare che la questione essenziale sia la centralità dell’individuo. Lo gnostico si salva da solo tramite una conoscenza segreta, non ha bisogno di altre mediazioni. Questa idea mi sembra molto adatta all’individualismo moderno.
«Certo. Qui potrei fare ancora un confronto con la tradizione ebraico-cristiana. Parliamo di Abramo: Abramo è la storia del popolo eletto, non è solo l’individuo Abramo che si confronta con Dio e si riconosce in questo Dio attraverso la fede. Abramo è il capostipite di un popolo, dunque sta in una dimensione comunitaria, collettiva. La gnosi è una forma di religione più individualistica. Ovviamente il concetto di individuo, se pensiamo allo gnosticismo cristiano del secondo o terzo secolo, è radicalmente diverso da quello moderno. Però, certamente, nella storia delle correnti gnostiche la dimensione individuale è decisiva».
Al di là dell’aspetto religioso, esiste anche una sorta di approdo politico della gnosi, che è stato approfondito da studiosi come Luciano Pellicani. Esistono secondo lei gnosi politiche? E quali?
«Dietro la visione di Pellicani c’è uno studioso, Eric Voegelin, un autore molto interessante, che cercava di rileggere la storia di tutta una serie di tradizioni politiche in chiave gnostica. Per Voegelin la gnosi era un elemento pericoloso. Già del 1938 studiava la religioni politiche e per lui il caso classico era quello del leninismo. In che cosa consisteva l’elemento gnostico? Nell’idea di essere un gruppo di salvati in vita grazie alla chiave politica che, in questo caso, Lenin portava avanti. E, di conseguenza, questo elemento collettivo più che individuale era un elemento fortemente politico. È una lettura interessante: qui è il gruppo che possiede una conoscenza assoluta che può portare alla salvezza, attraverso una determinata idea politica e una determinata lotta».
Questo elemento gnostico sembra essere molto presente anche in altri fenomeni. Ad esempio nella cosiddetta rivoluzione tecnologica. A tale riguardo esiste un bel saggio di Erik Davis intitolato Techgnosis, appena ripubblicato in Italia da Nero edizioni. La sua idea è che la rivoluzione tecnologica sia una forma di gnosi, di conoscenza che permette la salvezza attraverso la tecnica.
«Davis ripercorre la storia della tecnologia per secoli. Egli trova in questa conoscenza tecnologica una chiave decisiva per dominare il mondo».
Lei ha studiato molto la cosiddetta New Age. È suggestivo il fatto che la cosiddetta rivoluzione tecnologica si manifesti proprio nella Silicon Valley, in California, cioè proprio dove la New Age - in fondo una forma di gnosi - è fiorita.
«Certamente ci sono degli incroci. Alcune figure fondamentali della rivoluzione tecnologica sono state molto interessate alla mistica orientale, un filone che è centrale nella New Age. Questo è interessante perché la spiritualità orientale - il buddismo, per esempio - si è dimostrato molto aperto all’incontro con la scienza. In Occidente, la tradizione cristiana è stata a lungo in conflitto con la scienza, e la scienza è stata in conflitto con la Chiesa. Le cose sono cambiate solo recentemente, direi dopo il Concilio Vaticano II. La New Age era aperta a una mistica che poteva favorire una lettura in chiave tecnologico-scientifica del rapporto scienza-religione. Abbiamo esempi anche recenti».
Quali?
«Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google, ha fondato una sorta di Chiesa dell’algoritmo. Ma ci sono tante alternative mistiche fondate nella spiritualità orientale che si possono sposare bene con la mentalità moderno-tecnologica. Pensi al Tao della Fisica di Capra, un libro uscito ormai tanti anni fa».
Mi pare di capire che al cuore di tutto ci sia l’idea che l’uomo basti a sé stesso, o meglio che egli possa diventare dio.
«Questa è la grande revisione dell’umanità, introdotta da Comte due secoli fa, che ritorna continuamente. Ho citato prima Voegelin. Nel suo libro sulle religioni politiche la teoria di fondo è che i totalitarismi - che hanno uno sfondo gnostico per Voegelin negativo - siano religioni dell’uomo. La gnosi è una forma di religione incentrata essenzialmente sull’uomo: l’uomo Dio però, l’uomo divinizzato».
«È qui la radice dell’ecologismo»
Paolo Riberi ha dedicato gran parte della sua produzione saggistica allo studio dello gnosticismo e della gnosi. Fra i suoi ultimi lavori c'è I profeti dell'apocalisse (Lindau) scritto con Giancarlo Genta, dedicato all'influenza della gnosi sull'ecologismo contemporaneo.
Che definizione daresti della gnosi?
«Gnosis, in greco antico, significava “conoscenza”. Per la precisione, una conoscenza iniziatica, riservata a un ristretto numero di eletti. Tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo, in Medio Oriente fiorirono numerose correnti “gnostiche” cristiane e pagane, che rivendicavano di essere detentrici della gnosis, la conoscenza ultraterrena. Non si trattava, come potremmo pensare oggi, del semplice possesso di un’informazione o di una nozione: la gnosis era una conoscenza salvifica, una sorta di “terzo occhio” che consentiva una comunione diretta e immediata con il regno divino. La gnosis non era un semplice bagaglio di informazioni ed esperienze, bensì una condizione acquisita e permanente: lo gnostico beneficiava della capacità di vedere oltre il confine del mondo, e pertanto possedeva una conoscenza assoluta che sorgeva dal suo legame diretto con Dio, senza intermediari».
In che modo la gnosi passa dal piano religioso a quello politico?
«A occuparsi di gnosi e di gnostici sono gli storici delle religioni, quindi il fenomeno viene fisiologicamente classificato come una realtà spirituale e filosofica. In realtà, la gnosi ha sempre avuto anche una dimensione politica molto marcata, fin dai primi inizi: le sette gnostiche nascono in aperto conflitto con uno status quo che non condividono, e che intendono sovvertire. Come ci confermano le fonti storiche, gli gnostici sono eredi diretti delle frange giudaiche radicali che si erano ribellate all’autorità di Roma, fallendo nel loro intento. Venuto meno il terreno dell’affermazione politico-militare, e vedendosi precluse le vie democratiche, gli gnostici inaugurano un’altra via: quella della verità rivelata, che ha valore di per sé a prescindere dai numeri. Per gli gnostici, essere in minoranza è fisiologico: la stragrande maggioranza del genere umano è considerata “dormiente”, un po’ come i prigionieri della caverna di Platone».
Quali sono esempi di movimenti politici gnostici contemporanei?
«Ne I profeti dell’apocalisse io e Giancarlo Genta proviamo a tracciare una mappa della resurrezione contemporanea di questi fenomeni, ritornati quantomai attuali. Oggi ovviamente il terreno non è più ammantato di spiritualità, ma le forme restano le medesime: si pensi al mondo della cosiddetta cultura woke, o alla cancel culture. Certo, l’idea di politically correct esiste da decenni, ma queste nuove ideologie hanno riformulato la questione in termini marcatamente gnostici, assolutizzandola. Il mondo del cinema e dello spettacolo sono emblematici: come si determina se un individuo debba essere o meno moralmente “censurato”, o se un prodotto di intrattenimento sia “corretto” o meno? A decidere non sono più i giudici o gli esperti della settima arte, bensì i guru della cultura woke: alla lettera, i “risvegliati” del nuovo millennio. Per costoro, poco importa se il resto del mondo è “dormiente”: è il fascino carismatico e autenticamente profetico di influencer e opinion maker a dettare l’agenda politica, a prescindere da ogni contenuto. È il tema su cui si sofferma anche la serie-evento Disclaimer di Alfonso Cuaron, di prossima uscita su Apple Tv+: quand’è che una “verità” costruita a tavolino diventa “la Verità”? Per me e Giancarlo Genta, quando entra di mezzo il carisma dei moderni “profeti dell’Apocalisse”. Nel nostro libro proviamo a offrire una confutazione ragionata delle loro tesi più ricorrenti, che rinnegano completamente l’identità dell’Occidente fin dalle sue radici più antiche».
Il vostro libro è dedicato soprattutto all’ambientalismo. Esiste una gnosi ecologista? Che caratteristiche ha?
«Mai come nell’ambito dell’ecologismo - fenomeno distante anni luce dalla sana ecologia - si può percepire in maniera evidente l’affermarsi delle dinamiche neo-gnostiche. In un contesto fortemente secolarizzato, dove Dio è scomparso dallo scenario, il suo posto viene preso dalla Natura: un’entità impersonale, aliena e del tutto idealizzata. Non è questione di evitare gli eccessi: per la cosiddetta Deep Ecology, la Natura è un bene assoluto, un valore da tutelare a prescindere, di fronte al quale qualsiasi diritto del genere umano deve cedere il passo. Gli antichi gnostici contestavano la realtà materiale, ritenendola uno specchio distorto del mondo reale, ultraterreno. I nuovi gnostici fanno altrettanto, e nel mirino hanno il cosiddetto Antropocene: al suo posto, deve sorgere “un’età della terra”, lo Cthulucene, in cui l’uomo dovrà limitarsi a essere grato di sopravvivere, cercando di ridurre a zero il proprio “impatto”. Dall’antispecismo si passa così a un vero e proprio antiumanesimo: non soltanto l’uomo non è più il centro dell’universo, ma diviene un microbo la cui sopravvivenza non è assicurata, e non ha alcuna importanza. Una prospettiva inquietante, che cancella con un colpo di spugna l’intera storia occidentale».
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La cancel culture preoccupa sempre più anche la sinistra. Che però non ne coglie la natura religiosa: l’uomo che vuol farsi dio per «correggere» la creazione.Lo storico Giovanni Filoramo: «Questa forma di spiritualità contrappone la propria conoscenza alla fede tradizionale. E ripudia i legami comunitari in nome dell’individualismo: ecco perché è adatta alla modernità».Il saggista Paolo Riberi: «Gli attivisti vogliono togliere l’umanità dal centro dell’universo per fare spazio a una nuova «età della terra». Così si stravolge l’identità dell’Occidente».Lo speciale contiene tre articoli.Non è più molto difficile sentire parlare di «ideologia woke». Da qualche anno se ne discute ossessivamente negli Stati Uniti, e inevitabilmente il dibattito è rimbalzato anche dalle nostre parti. Più difficile è capire che cosa davvero significhi il termine woke, come sia nato e come si sia evoluto nel tempo. A fornire una serie di possibili risposte provvede un libro molto interessante intitolato La trappola identitaria (Feltrinelli). A firmarlo è Yascha Mounk, docente alla Johns Hopkins University di Washington e commentatore per il New York Times. Uno studioso dalle idee estremamente discutibili: è liberal fino al midollo e pieno di pregiudizi sui movimenti sovranisti e identitari, e il più delle volte appare come un megafono del pensiero unico, solo appena più raffinato della media. A maggior ragione, è molto suggestivo leggere quel che Mounk scrive a proposito del wokismo, che lui preferisce chiamare «sintesi identitaria». Per prima cosa, la sua è una critica «da sinistra», quindi impermeabile alle consuete accuse che si muovono alle destre quando si occupano delle derive astiose della cultura della cancellazione. Mounk mette in evidenza tutti i pericoli dell’approccio woke, a partire ovviamente dalla minaccia alla libertà di espressione. E coglie quella che forse è la principale conseguenza dell’affermazione di questa ideologia: la frammentazione e l’aumento della tensione sociale. Nei fatti, il wokismo produce microidentità in feroce conflitto tra loro, e distoglie l’attenzione da problemi più ampi. «Certi approcci pedagogici, come l’esortazione ad “abbracciare la razza” che va tanto di moda oggi», scrive Mounk, «incoraggiano i giovani a definirsi nei termini dei vari gruppi razziali, religiosi e sessuali in cui sono nati. Dal canto loro, politiche pubbliche come i protocolli di triage “sensibili alla razza” incentivano fortemente i cittadini a lottare per gli interessi collettivi del proprio gruppo. Insieme, norme e politiche di questo tipo rischiano di creare una società composta da tribù in guerra tra loro, anziché da compatrioti pronti a collaborare, in cui ciascun gruppo è impegnato in una competizione a somma zero con tutti gli altri». Fin qui, tuttavia, c’è poco di inedito: non è la prima volta che dal versante liberal arrivano questo tipo di intemerate contro la nuova sinistra microidentitaria. Mounk tenta qualcosa di più ambizioso: prova a ricostruire la genesi del pensiero woke, scavando fino a raggiungerne le fondamenta intellettuali. Questo lavoro di trivellazione del sostrato culturale porta inevitabilmente al postmoderno, al filosofo francese Michel Foucault, e alla sua idea di demolizione di tutte le «grandi narrazioni». In effetti, è esattamente lì che si sviluppa in embrione l’idea di modificare il linguaggio per cambiare i rapporti di potere all’interno della società. Autori come Edward Said proseguiranno su questa linea, cercando - come nota Mounk - di «rimodellare i discorsi dominanti in modi che potessero aiutare gli oppressi». Come sia andata a finire è noto: sono queste le basi su cui si sviluppano la teoria critica della razza e quella del genere, nascono i concetti di «intersezionalità» (la concezione secondo cui i membri delle minoranze sono discriminati a vari livelli che in qualche modo si intersecano) e di «razzismo sistemico». Nasce qui anche un’altra pericolosissima convinzione: l’idea che l’esperienza individuale sia sovrana. Come scrive Mounk: «Io ho la mia verità; una verità che tu non hai il diritto di mettere in discussione o criticare sulla base di dati teoricamente oggettivi, soprattutto se non appartieni allo stesso gruppo identitario emarginato». Questo viaggio nella storia delle idee è estremamente affascinante e davvero molto utile. Ma presenta difetti e lacune di cui conviene dare conto. Innanzitutto, Mounk sembra voler gettare il bambino con l’acqua sporca. Se è vero che Foucault e i postmoderni hanno pervertito alcune visioni di Nietzsche e hanno contribuito a stabilire la legge secondo cui nulla è vero e dunque tutto è permesso, è anche vero che la critica della scienza e delle istituzioni portata avanti dagli autori postmoderni ha fornito un controcanto essenziale allo strapotere della ragione tecnica e all’ottimismo del progresso a tutti i costi. La sensazione è che a tratti Mounk - come tanti altri liberal - cerchi di scaricare la paternità del wokismo su una corrente di pensiero eterodossa per assolvere il pensiero progressista più tradizionale. Positivismo, marxismo e pure liberalismo hanno fatto la loro parte, eccome, contribuendo all’emergere della nuova tendenza censoria e liberticida. Per rendersene conto, tuttavia, bisogna considerare un aspetto della questione che nel lavoro di Mounk manca totalmente, ovvero l’elemento religioso. Il wokismo, come il progressismo in precedenza, è una forma di gnosi. Si basa, cioè, su una visione pessimistica della creazione, e sulla possibilità di correggere quest’ultima tramite una «conoscenza segreta» di cui pochi eletti sono in possesso, attraverso la quale è possibile riscrivere tutte le regole fondamentali del vivere civile oltre che del linguaggio e perfino della biologia. In fondo, il progressismo a cui lo stesso Mounk si richiama non era poi troppo diverso: pretendeva di rimodellare il mondo tramite la propria geometrica potenza. I woke fanno lo stesso, solo con metodi diversi. Lo ha rimarcato di recente il filosofo Alfonso Lanzieri. «La filosofia woke è permeata di gnosticismo», ha scritto. «Se per lo gnostico il mondo e quanto contiene sono un immenso inganno costruito da un dio maligno, e la missione dell’iniziato consiste nello smascherare la truffa grazie alla conoscenza liberatrice, analogamente per gli odierni illuminati dell’universo woke, la società tutta è solo matrice di oppressioni visibili e invisibili: si tratta di risvegliarsi a tale verità. […] Tutto ciò si chiama anticosmismo, vale a dire la convinzione che questo mondo sia cattivo, che nello gnosticismo è accompagnato dall’antisomatismo, cioè la convinzione che il corpo sia cattivo: difatti, sia detto di passaggio, nella produzione di Judith Butler e altre voci simili, fa capolino un certo androginismo escatologico. Chiaramente, per l’universo woke, il cosmo fonte di sofferenza e angoscia per l’anima che vi è precipitata, non è più quello cui pensavano gli ellenisti, ma è rappresentato dal mondo forgiato dalla società occidentale, democratica-liberale, capitalistica, maschiocentrica ecc. È questo il mondo da cui evadere». In fondo, ci troviamo di fronte a sostitutivi della religione. La matrice del wokismo è la stessa del marxismo e del liberalismo oggi imperante. È la stessa che ha prodotto la liberazione sessuale e la rivoluzione digitale. Comprenderlo è fondamentale per evitare un errore grave, ovvero il tentativo di sostituire una gnosi con un’altra. Combattere gli illuminati woke in nome della ragione progressista è più che inutile: è dannoso. Ciò che deve preoccupare è il tentativo, comune a tutte queste visioni, di trasformare l’uomo in un dio, attribuendogli il potere di plasmare la realtà a suo piacimento. La storia ci ha insegnato come tutti questi progetti di creazione del paradiso in terra finiscano allo stesso modo: con una poco simpatica gita all’inferno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ideologia-woke-sinistra-2669252904.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dal-leninismo-alla-silicon-valley-il-mito-di-una-elite-che-ci-salvera" data-post-id="2669252904" data-published-at="1727085087" data-use-pagination="False"> «Dal leninismo alla Silicon Valley, il mito di una élite che ci salverà» Giovanni Filoramo è uno dei maggiori storici della religione europei, forte di una imponente bibliografia. Per l’editore Mimesis esce il satgio Le vie del sacro. Modernità e religione, che dedica alcuni robusti capitoli alla gnosi e alle sue declinazioni contemporanee. Lei sostiene che la gnosi sia una forma religiosa molto adatta alla modernità. Per quale motivo? «Semplificando, la forma religiosa della gnosi si contrappone alla fede, è una contrapposizione secolare. Si vede già nel cristianesimo antico: gnosi significa conoscenza e lo gnostico pretende - attraverso vari strumenti - di avere una conoscenza assoluta della verità e questa conoscenza è diversa dalla fede». In che modo? «Il paradigma della fede nella tradizione ebraica, poi ebraico-cristiana, è la figura di Abramo. Il suo Dio dice di sacrificare il figlio e lui è pronto a sacrificare il figlio: non c’è nessuna forma di conoscenza in questo caso, c’è una accettazione. In questo senso succede un po’ come nell’islam, che è più vicino all’ebraismo di quanto possa apparire a prima vista». Quindi c’è una contrapposizione tra fede e conoscenza. «La gnosi è un tipo di conoscenza che, differenziandosi dalla fede, è disponibile a cercare un dialogo con la ragione, trovando delle mediazioni. Si vede già nel Quattrocento e Cinquecento, agli inizi del mondo moderno e poi nelle tradizioni esoteriche». A me pare che la questione essenziale sia la centralità dell’individuo. Lo gnostico si salva da solo tramite una conoscenza segreta, non ha bisogno di altre mediazioni. Questa idea mi sembra molto adatta all’individualismo moderno. «Certo. Qui potrei fare ancora un confronto con la tradizione ebraico-cristiana. Parliamo di Abramo: Abramo è la storia del popolo eletto, non è solo l’individuo Abramo che si confronta con Dio e si riconosce in questo Dio attraverso la fede. Abramo è il capostipite di un popolo, dunque sta in una dimensione comunitaria, collettiva. La gnosi è una forma di religione più individualistica. Ovviamente il concetto di individuo, se pensiamo allo gnosticismo cristiano del secondo o terzo secolo, è radicalmente diverso da quello moderno. Però, certamente, nella storia delle correnti gnostiche la dimensione individuale è decisiva». Al di là dell’aspetto religioso, esiste anche una sorta di approdo politico della gnosi, che è stato approfondito da studiosi come Luciano Pellicani. Esistono secondo lei gnosi politiche? E quali? «Dietro la visione di Pellicani c’è uno studioso, Eric Voegelin, un autore molto interessante, che cercava di rileggere la storia di tutta una serie di tradizioni politiche in chiave gnostica. Per Voegelin la gnosi era un elemento pericoloso. Già del 1938 studiava la religioni politiche e per lui il caso classico era quello del leninismo. In che cosa consisteva l’elemento gnostico? Nell’idea di essere un gruppo di salvati in vita grazie alla chiave politica che, in questo caso, Lenin portava avanti. E, di conseguenza, questo elemento collettivo più che individuale era un elemento fortemente politico. È una lettura interessante: qui è il gruppo che possiede una conoscenza assoluta che può portare alla salvezza, attraverso una determinata idea politica e una determinata lotta». Questo elemento gnostico sembra essere molto presente anche in altri fenomeni. Ad esempio nella cosiddetta rivoluzione tecnologica. A tale riguardo esiste un bel saggio di Erik Davis intitolato Techgnosis, appena ripubblicato in Italia da Nero edizioni. La sua idea è che la rivoluzione tecnologica sia una forma di gnosi, di conoscenza che permette la salvezza attraverso la tecnica. «Davis ripercorre la storia della tecnologia per secoli. Egli trova in questa conoscenza tecnologica una chiave decisiva per dominare il mondo». Lei ha studiato molto la cosiddetta New Age. È suggestivo il fatto che la cosiddetta rivoluzione tecnologica si manifesti proprio nella Silicon Valley, in California, cioè proprio dove la New Age - in fondo una forma di gnosi - è fiorita. «Certamente ci sono degli incroci. Alcune figure fondamentali della rivoluzione tecnologica sono state molto interessate alla mistica orientale, un filone che è centrale nella New Age. Questo è interessante perché la spiritualità orientale - il buddismo, per esempio - si è dimostrato molto aperto all’incontro con la scienza. In Occidente, la tradizione cristiana è stata a lungo in conflitto con la scienza, e la scienza è stata in conflitto con la Chiesa. Le cose sono cambiate solo recentemente, direi dopo il Concilio Vaticano II. La New Age era aperta a una mistica che poteva favorire una lettura in chiave tecnologico-scientifica del rapporto scienza-religione. Abbiamo esempi anche recenti». Quali? «Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google, ha fondato una sorta di Chiesa dell’algoritmo. Ma ci sono tante alternative mistiche fondate nella spiritualità orientale che si possono sposare bene con la mentalità moderno-tecnologica. Pensi al Tao della Fisica di Capra, un libro uscito ormai tanti anni fa». Mi pare di capire che al cuore di tutto ci sia l’idea che l’uomo basti a sé stesso, o meglio che egli possa diventare dio. «Questa è la grande revisione dell’umanità, introdotta da Comte due secoli fa, che ritorna continuamente. Ho citato prima Voegelin. Nel suo libro sulle religioni politiche la teoria di fondo è che i totalitarismi - che hanno uno sfondo gnostico per Voegelin negativo - siano religioni dell’uomo. La gnosi è una forma di religione incentrata essenzialmente sull’uomo: l’uomo Dio però, l’uomo divinizzato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ideologia-woke-sinistra-2669252904.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-qui-la-radice-dellecologismo" data-post-id="2669252904" data-published-at="1727085087" data-use-pagination="False"> «È qui la radice dell’ecologismo» Paolo Riberi ha dedicato gran parte della sua produzione saggistica allo studio dello gnosticismo e della gnosi. Fra i suoi ultimi lavori c'è I profeti dell'apocalisse (Lindau) scritto con Giancarlo Genta, dedicato all'influenza della gnosi sull'ecologismo contemporaneo. Che definizione daresti della gnosi? «Gnosis, in greco antico, significava “conoscenza”. Per la precisione, una conoscenza iniziatica, riservata a un ristretto numero di eletti. Tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo, in Medio Oriente fiorirono numerose correnti “gnostiche” cristiane e pagane, che rivendicavano di essere detentrici della gnosis, la conoscenza ultraterrena. Non si trattava, come potremmo pensare oggi, del semplice possesso di un’informazione o di una nozione: la gnosis era una conoscenza salvifica, una sorta di “terzo occhio” che consentiva una comunione diretta e immediata con il regno divino. La gnosis non era un semplice bagaglio di informazioni ed esperienze, bensì una condizione acquisita e permanente: lo gnostico beneficiava della capacità di vedere oltre il confine del mondo, e pertanto possedeva una conoscenza assoluta che sorgeva dal suo legame diretto con Dio, senza intermediari». In che modo la gnosi passa dal piano religioso a quello politico? «A occuparsi di gnosi e di gnostici sono gli storici delle religioni, quindi il fenomeno viene fisiologicamente classificato come una realtà spirituale e filosofica. In realtà, la gnosi ha sempre avuto anche una dimensione politica molto marcata, fin dai primi inizi: le sette gnostiche nascono in aperto conflitto con uno status quo che non condividono, e che intendono sovvertire. Come ci confermano le fonti storiche, gli gnostici sono eredi diretti delle frange giudaiche radicali che si erano ribellate all’autorità di Roma, fallendo nel loro intento. Venuto meno il terreno dell’affermazione politico-militare, e vedendosi precluse le vie democratiche, gli gnostici inaugurano un’altra via: quella della verità rivelata, che ha valore di per sé a prescindere dai numeri. Per gli gnostici, essere in minoranza è fisiologico: la stragrande maggioranza del genere umano è considerata “dormiente”, un po’ come i prigionieri della caverna di Platone». Quali sono esempi di movimenti politici gnostici contemporanei? «Ne I profeti dell’apocalisse io e Giancarlo Genta proviamo a tracciare una mappa della resurrezione contemporanea di questi fenomeni, ritornati quantomai attuali. Oggi ovviamente il terreno non è più ammantato di spiritualità, ma le forme restano le medesime: si pensi al mondo della cosiddetta cultura woke, o alla cancel culture. Certo, l’idea di politically correct esiste da decenni, ma queste nuove ideologie hanno riformulato la questione in termini marcatamente gnostici, assolutizzandola. Il mondo del cinema e dello spettacolo sono emblematici: come si determina se un individuo debba essere o meno moralmente “censurato”, o se un prodotto di intrattenimento sia “corretto” o meno? A decidere non sono più i giudici o gli esperti della settima arte, bensì i guru della cultura woke: alla lettera, i “risvegliati” del nuovo millennio. Per costoro, poco importa se il resto del mondo è “dormiente”: è il fascino carismatico e autenticamente profetico di influencer e opinion maker a dettare l’agenda politica, a prescindere da ogni contenuto. È il tema su cui si sofferma anche la serie-evento Disclaimer di Alfonso Cuaron, di prossima uscita su Apple Tv+: quand’è che una “verità” costruita a tavolino diventa “la Verità”? Per me e Giancarlo Genta, quando entra di mezzo il carisma dei moderni “profeti dell’Apocalisse”. Nel nostro libro proviamo a offrire una confutazione ragionata delle loro tesi più ricorrenti, che rinnegano completamente l’identità dell’Occidente fin dalle sue radici più antiche». Il vostro libro è dedicato soprattutto all’ambientalismo. Esiste una gnosi ecologista? Che caratteristiche ha? «Mai come nell’ambito dell’ecologismo - fenomeno distante anni luce dalla sana ecologia - si può percepire in maniera evidente l’affermarsi delle dinamiche neo-gnostiche. In un contesto fortemente secolarizzato, dove Dio è scomparso dallo scenario, il suo posto viene preso dalla Natura: un’entità impersonale, aliena e del tutto idealizzata. Non è questione di evitare gli eccessi: per la cosiddetta Deep Ecology, la Natura è un bene assoluto, un valore da tutelare a prescindere, di fronte al quale qualsiasi diritto del genere umano deve cedere il passo. Gli antichi gnostici contestavano la realtà materiale, ritenendola uno specchio distorto del mondo reale, ultraterreno. I nuovi gnostici fanno altrettanto, e nel mirino hanno il cosiddetto Antropocene: al suo posto, deve sorgere “un’età della terra”, lo Cthulucene, in cui l’uomo dovrà limitarsi a essere grato di sopravvivere, cercando di ridurre a zero il proprio “impatto”. Dall’antispecismo si passa così a un vero e proprio antiumanesimo: non soltanto l’uomo non è più il centro dell’universo, ma diviene un microbo la cui sopravvivenza non è assicurata, e non ha alcuna importanza. Una prospettiva inquietante, che cancella con un colpo di spugna l’intera storia occidentale».
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
È un vero e proprio test sulla tenuta delle relazioni transatlantiche quello attorno a cui ruota la Conferenza sulla sicurezza iniziata ieri a Monaco.
Per comprenderlo, basta guardare alle parole pronunciate dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz: «La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse è già persa», ha detto. «Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata», ha proseguito, per poi aggiungere: «L’ordine internazionale basato su diritti e regole non esiste più come una volta, è iniziata una nuova era». «Noi tedeschi sappiamo che un mondo in cui la legge è dettata dalla forza sarebbe un posto buio. Il nostro Paese ha imboccato questa strada nel XX secolo, fino a una fine amara e terribile», ha continuato il cancelliere, che ha anche messo in guardia la platea di Monaco dall’ascesa della Cina.
«In futuro, Pechino potrebbe trovarsi sullo stesso piano degli Stati Uniti in termini militari», ha affermato. «Nell’era della rivalità tra grandi potenze, nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti da poter agire da soli. Cari amici, far parte della Nato non è solo un vantaggio competitivo per l’Europa, ma anche per gli Stati Uniti. Quindi, ripristiniamo e rilanciamo insieme la fiducia transatlantica. Noi europei stiamo facendo la nostra parte», ha anche detto, rivolgendosi agli Usa. Nell’occasione, Merz ha reso noto di essere in trattative con il presidente francese, Emmanuel Macron, per l’eventuale creazione di una forza nucleare europea congiunta. «Non lo faremo cancellando la Nato. Lo faremo costruendo un pilastro europeo forte e autosufficiente all’interno dell’Alleanza», ha precisato. Il cancelliere non ha comunque risparmiato ulteriori stoccate alla Casa Bianca. «Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio. Ci atteniamo agli accordi sul clima e all’Oms perché siamo convinti che le sfide globali possano essere risolte solo insieme», ha detto, sottolineando inoltre di voler rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale «più forte d’Europa».
Insomma, il cancelliere ha cercato una sorta di via intermedia: pur criticando duramente l’amministrazione Trump, non è parso intenzionato a rompere i rapporti transatlantici e, almeno per ora, pare orientato verso una posizione più morbida di quella francese che, negli scorsi mesi, ha più volte invocato lo scontro diretto con Washington (si pensi soltanto alla questione dei dazi). Sotto questo aspetto, si registra grande attesa per il discorso che terrà oggi Marco Rubio. «L’Europa è importante per noi. Siamo molto legati all’Europa. Credo che la maggior parte delle persone in questo Paese possa far risalire la propria eredità culturale o personale all’Europa. Siamo profondamente legati all’Europa e il nostro futuro è sempre stato legato a questo continente e continuerà a esserlo. Quindi, dobbiamo solo parlare di come sarà questo futuro», ha affermato il segretario di Stato americano prima di partire per Monaco, dove è arrivato ieri. E proprio nella giornata di ieri, Rubio ha avuto vari meeting, incontrando, tra gli altri, lo stesso Merz e il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.
Non solo. Il capo del dipartimento di Stato americano ha avuto anche dei colloqui definiti «costruttivi» con i premier di Danimarca e Groenlandia, Mette Frederiksen e Jens Frederik Nielsen. In questo quadro, secondo il segretario generale dell’Alleanza atlantica Mark Rutte, oggi Rubio «continuerà senza dubbio a spingere gli europei ad assumere un ruolo di maggiore leadership nella Nato e a renderla maggiormente guidata dall’Europa». «Mi aspetto che ciò contribuisca solo a rafforzare il legame degli Stati Uniti con la Nato», ha anche affermato.
E attenzione. Washington non guarda soltanto alla necessità di riformare l’Alleanza atlantica: punta a fare altrettanto con l’Onu. «Stiamo spingendo con forza affinché l’Onu torni alle origini, a quella funzione di pacificazione e mantenimento della pace che è stata fondamentale fin dalla sua fondazione», ha dichiarato, ieri, l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, sostenendo che l’Onu vada messa «a dieta». «Tutti concordano sul fatto che sia necessaria una riforma», ha precisato.
A tenere banco, è infine stata la crisi ucraina. Pur dicendosi a favore di una «pace negoziata», Macron, in un discorso un po’ velleitario in cui ha definito l’Europa un «esempio» da seguire, ha detto che «la risposta non può essere cedere alle richieste della Russia, ma aumentare la pressione sulla Russia». Il presidente francese ha quindi cercato di rivendicare un peso diplomatico per l’Europa. «Nessuna pace senza gli europei. Voglio essere molto chiaro: si può negoziare senza gli europei, se si preferisce, ma non si arriverà alla pace al tavolo delle trattative», ha affermato, per poi aggiungere comunque che, a seguito della pace in Ucraina, l’Europa dovrà elaborare delle «regole di coesistenza» con la Russia.
Tutto questo, senza risparmiare stoccate agli Usa su dazi e Groenlandia. Non solo. Il capo dell’Eliseo ha invocato la regolamentazione dei social media, elogiando il Dsa: un passaggio, questo, che probabilmente irriterà assai Washington. Infine, Macron ha cercato di far leva sul settore della Difesa - e specialmente sui missili a lungo raggio - per avvicinarsi maggiormente a Berlino. Il presidente francese ha, in particolare, detto che bisogna «riformulare la deterrenza nucleare» e, a tal proposito, ha reso noto di aver «avviato un dialogo strategico» con Merz.
L’asse Roma-Berlino è un segnale. Ue moribonda, è l’ora delle nazioni
Dopo lo choc dello scorso anno con il discorso di J.D. Vance, quest’anno la Conferenza annuale sulla sicurezza ha portato a Monaco Marco Rubio, il segretario di Stato dell’amministrazione di Donald Trump. Un anno di presidenza Trump ha già sconvolto a sufficienza l’azzimata Europa e Rubio, probabilmente, sarà più morbido di quanto fu il vicepresidente un anno fa. In una città militarizzata (circa 5.000 poliziotti sono stati dispiegati per l’evento, con unità cinofile e cecchini sui tetti) il segretario parlerà oggi alla conferenza. Morbido non significa, però, meno determinato: «Il vecchio mondo è finito», ha detto Rubio prima di partire per Monaco. «Viviamo in una nuova era geopolitica e questo richiederà a tutti noi di riesaminare come si presenta e quale sarà il nostro ruolo».
Certamente il segretario di Stato nel suo discorso di oggi terrà il punto che più volte è stato sottolineato da Washington, stimolando l’Europa a fare di più come alleato e a ritornare ai fondamenti della democrazia europea, che Vance lo scorso anno aveva criticato duramente.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha citato all’inizio del suo lungo discorso: «Lasciatemi iniziare con la scomoda verità: tra l’Europa e gli Usa si è aperto un divario. Il vicepresidente J.D. Vance lo ha detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco e aveva ragione, noi non crediamo nei dazi doganali e nel protezionismo, ma nel libero scambio». L’Europa è reduce dal molto fumoso vertice a 27 per salvare sé stessa dalla crisi e arriva divisa (tanto per cambiare) a questo importante appuntamento annuale.
Il nuovo ruolo di guida assunto dal duo Friedrich Merz-Giorgia Meloni potrebbe, però, essere un primo segnale verso gli Stati Uniti che, nel Documento strategico sulla sicurezza nazionale del novembre 2025, avevano indicato nell’Unione europea l’origine della debolezza dell’alleato europeo: «Tra i problemi più ampi che l’Europa deve affrontare rientrano le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la soppressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi», si legge nel documento.
Il ritorno a un maggiore protagonismo degli Stati nazionali in Europa, la fine della furia regolatoria dell’Unione e una maggiore assunzione di responsabilità nella difesa è ciò che chiedono gli Usa. Il nuovo tandem italo-tedesco che sta assumendo leadership in Europa sembra voglia cogliere questi stimoli. Per ragioni diverse, ma in maniera convergente.
La Francia al momento è in una situazione critica a causa della instabilità politica, con l’ennesimo governo fragilissimo e un Emmanuel Macron il cui indice di gradimento è crollato a un drammatico 19%, e delle difficoltà economiche. Senza consenso in patria, isolato su dossier importanti in Europa e in tensione con Washington dopo la questione Groenlandia, per Macron l’unica opzione resta quella nucleare. L’unico Paese Ue ad avere un arsenale atomico è la Francia e il richiamo che Merz ha fatto ieri nel suo discorso ad una deterrenza europea riporta il presidente francese nella discussione.
Dopo gli scossoni dell’ultimo anno e le tensioni poi rientrate sulla Groenlandia, chi parla di una improbabile rottura tra Usa ed Europa non ha colto che in realtà è anche interesse dell’Europa assumere maggiore autonomia. Al quadro manca, però, la consapevolezza che, per farlo, la sovrastruttura dell’Unione non è adatta, mentre la cooperazione rafforzata su singoli temi può essere una strada percorribile. Non è un caso che ieri il cancelliere tedesco e il segretario di Stato americano abbiano avuto un bilaterale durato trenta minuti.
Al di là delle dichiarazioni roboanti e degli alati discorsi, Monaco 2026 potrebbe essere l’occasione di un rilancio dei rapporti tra Usa ed Europa, una volta compreso che tocca agli Stati nazionali muoversi, le uniche entità che rappresentano democraticamente i cittadini.
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