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2024-09-23
Un mondo malvagio da rifare. Dietro l’ideologia woke l’eterno ritorno della gnosi
(Getty Images)
Non è più molto difficile sentire parlare di «ideologia woke». Da qualche anno se ne discute ossessivamente negli Stati Uniti, e inevitabilmente il dibattito è rimbalzato anche dalle nostre parti. Più difficile è capire che cosa davvero significhi il termine woke, come sia nato e come si sia evoluto nel tempo. A fornire una serie di possibili risposte provvede un libro molto interessante intitolato La trappola identitaria (Feltrinelli). A firmarlo è Yascha Mounk, docente alla Johns Hopkins University di Washington e commentatore per il New York Times. Uno studioso dalle idee estremamente discutibili: è liberal fino al midollo e pieno di pregiudizi sui movimenti sovranisti e identitari, e il più delle volte appare come un megafono del pensiero unico, solo appena più raffinato della media.
A maggior ragione, è molto suggestivo leggere quel che Mounk scrive a proposito del wokismo, che lui preferisce chiamare «sintesi identitaria». Per prima cosa, la sua è una critica «da sinistra», quindi impermeabile alle consuete accuse che si muovono alle destre quando si occupano delle derive astiose della cultura della cancellazione. Mounk mette in evidenza tutti i pericoli dell’approccio woke, a partire ovviamente dalla minaccia alla libertà di espressione. E coglie quella che forse è la principale conseguenza dell’affermazione di questa ideologia: la frammentazione e l’aumento della tensione sociale. Nei fatti, il wokismo produce microidentità in feroce conflitto tra loro, e distoglie l’attenzione da problemi più ampi. «Certi approcci pedagogici, come l’esortazione ad “abbracciare la razza” che va tanto di moda oggi», scrive Mounk, «incoraggiano i giovani a definirsi nei termini dei vari gruppi razziali, religiosi e sessuali in cui sono nati. Dal canto loro, politiche pubbliche come i protocolli di triage “sensibili alla razza” incentivano fortemente i cittadini a lottare per gli interessi collettivi del proprio gruppo. Insieme, norme e politiche di questo tipo rischiano di creare una società composta da tribù in guerra tra loro, anziché da compatrioti pronti a collaborare, in cui ciascun gruppo è impegnato in una competizione a somma zero con tutti gli altri».
Fin qui, tuttavia, c’è poco di inedito: non è la prima volta che dal versante liberal arrivano questo tipo di intemerate contro la nuova sinistra microidentitaria. Mounk tenta qualcosa di più ambizioso: prova a ricostruire la genesi del pensiero woke, scavando fino a raggiungerne le fondamenta intellettuali.
Questo lavoro di trivellazione del sostrato culturale porta inevitabilmente al postmoderno, al filosofo francese Michel Foucault, e alla sua idea di demolizione di tutte le «grandi narrazioni». In effetti, è esattamente lì che si sviluppa in embrione l’idea di modificare il linguaggio per cambiare i rapporti di potere all’interno della società. Autori come Edward Said proseguiranno su questa linea, cercando - come nota Mounk - di «rimodellare i discorsi dominanti in modi che potessero aiutare gli oppressi». Come sia andata a finire è noto: sono queste le basi su cui si sviluppano la teoria critica della razza e quella del genere, nascono i concetti di «intersezionalità» (la concezione secondo cui i membri delle minoranze sono discriminati a vari livelli che in qualche modo si intersecano) e di «razzismo sistemico». Nasce qui anche un’altra pericolosissima convinzione: l’idea che l’esperienza individuale sia sovrana. Come scrive Mounk: «Io ho la mia verità; una verità che tu non hai il diritto di mettere in discussione o criticare sulla base di dati teoricamente oggettivi, soprattutto se non appartieni allo stesso gruppo identitario emarginato».
Questo viaggio nella storia delle idee è estremamente affascinante e davvero molto utile. Ma presenta difetti e lacune di cui conviene dare conto. Innanzitutto, Mounk sembra voler gettare il bambino con l’acqua sporca. Se è vero che Foucault e i postmoderni hanno pervertito alcune visioni di Nietzsche e hanno contribuito a stabilire la legge secondo cui nulla è vero e dunque tutto è permesso, è anche vero che la critica della scienza e delle istituzioni portata avanti dagli autori postmoderni ha fornito un controcanto essenziale allo strapotere della ragione tecnica e all’ottimismo del progresso a tutti i costi. La sensazione è che a tratti Mounk - come tanti altri liberal - cerchi di scaricare la paternità del wokismo su una corrente di pensiero eterodossa per assolvere il pensiero progressista più tradizionale. Positivismo, marxismo e pure liberalismo hanno fatto la loro parte, eccome, contribuendo all’emergere della nuova tendenza censoria e liberticida.
Per rendersene conto, tuttavia, bisogna considerare un aspetto della questione che nel lavoro di Mounk manca totalmente, ovvero l’elemento religioso. Il wokismo, come il progressismo in precedenza, è una forma di gnosi. Si basa, cioè, su una visione pessimistica della creazione, e sulla possibilità di correggere quest’ultima tramite una «conoscenza segreta» di cui pochi eletti sono in possesso, attraverso la quale è possibile riscrivere tutte le regole fondamentali del vivere civile oltre che del linguaggio e perfino della biologia.
In fondo, il progressismo a cui lo stesso Mounk si richiama non era poi troppo diverso: pretendeva di rimodellare il mondo tramite la propria geometrica potenza. I woke fanno lo stesso, solo con metodi diversi. Lo ha rimarcato di recente il filosofo Alfonso Lanzieri. «La filosofia woke è permeata di gnosticismo», ha scritto. «Se per lo gnostico il mondo e quanto contiene sono un immenso inganno costruito da un dio maligno, e la missione dell’iniziato consiste nello smascherare la truffa grazie alla conoscenza liberatrice, analogamente per gli odierni illuminati dell’universo woke, la società tutta è solo matrice di oppressioni visibili e invisibili: si tratta di risvegliarsi a tale verità. […] Tutto ciò si chiama anticosmismo, vale a dire la convinzione che questo mondo sia cattivo, che nello gnosticismo è accompagnato dall’antisomatismo, cioè la convinzione che il corpo sia cattivo: difatti, sia detto di passaggio, nella produzione di Judith Butler e altre voci simili, fa capolino un certo androginismo escatologico. Chiaramente, per l’universo woke, il cosmo fonte di sofferenza e angoscia per l’anima che vi è precipitata, non è più quello cui pensavano gli ellenisti, ma è rappresentato dal mondo forgiato dalla società occidentale, democratica-liberale, capitalistica, maschiocentrica ecc. È questo il mondo da cui evadere».
In fondo, ci troviamo di fronte a sostitutivi della religione. La matrice del wokismo è la stessa del marxismo e del liberalismo oggi imperante. È la stessa che ha prodotto la liberazione sessuale e la rivoluzione digitale. Comprenderlo è fondamentale per evitare un errore grave, ovvero il tentativo di sostituire una gnosi con un’altra. Combattere gli illuminati woke in nome della ragione progressista è più che inutile: è dannoso. Ciò che deve preoccupare è il tentativo, comune a tutte queste visioni, di trasformare l’uomo in un dio, attribuendogli il potere di plasmare la realtà a suo piacimento. La storia ci ha insegnato come tutti questi progetti di creazione del paradiso in terra finiscano allo stesso modo: con una poco simpatica gita all’inferno.
«Dal leninismo alla Silicon Valley, il mito di una élite che ci salverà»
Giovanni Filoramo è uno dei maggiori storici della religione europei, forte di una imponente bibliografia. Per l’editore Mimesis esce il satgio Le vie del sacro. Modernità e religione, che dedica alcuni robusti capitoli alla gnosi e alle sue declinazioni contemporanee.
Lei sostiene che la gnosi sia una forma religiosa molto adatta alla modernità. Per quale motivo?
«Semplificando, la forma religiosa della gnosi si contrappone alla fede, è una contrapposizione secolare. Si vede già nel cristianesimo antico: gnosi significa conoscenza e lo gnostico pretende - attraverso vari strumenti - di avere una conoscenza assoluta della verità e questa conoscenza è diversa dalla fede».
In che modo?
«Il paradigma della fede nella tradizione ebraica, poi ebraico-cristiana, è la figura di Abramo. Il suo Dio dice di sacrificare il figlio e lui è pronto a sacrificare il figlio: non c’è nessuna forma di conoscenza in questo caso, c’è una accettazione. In questo senso succede un po’ come nell’islam, che è più vicino all’ebraismo di quanto possa apparire a prima vista».
Quindi c’è una contrapposizione tra fede e conoscenza.
«La gnosi è un tipo di conoscenza che, differenziandosi dalla fede, è disponibile a cercare un dialogo con la ragione, trovando delle mediazioni. Si vede già nel Quattrocento e Cinquecento, agli inizi del mondo moderno e poi nelle tradizioni esoteriche».
A me pare che la questione essenziale sia la centralità dell’individuo. Lo gnostico si salva da solo tramite una conoscenza segreta, non ha bisogno di altre mediazioni. Questa idea mi sembra molto adatta all’individualismo moderno.
«Certo. Qui potrei fare ancora un confronto con la tradizione ebraico-cristiana. Parliamo di Abramo: Abramo è la storia del popolo eletto, non è solo l’individuo Abramo che si confronta con Dio e si riconosce in questo Dio attraverso la fede. Abramo è il capostipite di un popolo, dunque sta in una dimensione comunitaria, collettiva. La gnosi è una forma di religione più individualistica. Ovviamente il concetto di individuo, se pensiamo allo gnosticismo cristiano del secondo o terzo secolo, è radicalmente diverso da quello moderno. Però, certamente, nella storia delle correnti gnostiche la dimensione individuale è decisiva».
Al di là dell’aspetto religioso, esiste anche una sorta di approdo politico della gnosi, che è stato approfondito da studiosi come Luciano Pellicani. Esistono secondo lei gnosi politiche? E quali?
«Dietro la visione di Pellicani c’è uno studioso, Eric Voegelin, un autore molto interessante, che cercava di rileggere la storia di tutta una serie di tradizioni politiche in chiave gnostica. Per Voegelin la gnosi era un elemento pericoloso. Già del 1938 studiava la religioni politiche e per lui il caso classico era quello del leninismo. In che cosa consisteva l’elemento gnostico? Nell’idea di essere un gruppo di salvati in vita grazie alla chiave politica che, in questo caso, Lenin portava avanti. E, di conseguenza, questo elemento collettivo più che individuale era un elemento fortemente politico. È una lettura interessante: qui è il gruppo che possiede una conoscenza assoluta che può portare alla salvezza, attraverso una determinata idea politica e una determinata lotta».
Questo elemento gnostico sembra essere molto presente anche in altri fenomeni. Ad esempio nella cosiddetta rivoluzione tecnologica. A tale riguardo esiste un bel saggio di Erik Davis intitolato Techgnosis, appena ripubblicato in Italia da Nero edizioni. La sua idea è che la rivoluzione tecnologica sia una forma di gnosi, di conoscenza che permette la salvezza attraverso la tecnica.
«Davis ripercorre la storia della tecnologia per secoli. Egli trova in questa conoscenza tecnologica una chiave decisiva per dominare il mondo».
Lei ha studiato molto la cosiddetta New Age. È suggestivo il fatto che la cosiddetta rivoluzione tecnologica si manifesti proprio nella Silicon Valley, in California, cioè proprio dove la New Age - in fondo una forma di gnosi - è fiorita.
«Certamente ci sono degli incroci. Alcune figure fondamentali della rivoluzione tecnologica sono state molto interessate alla mistica orientale, un filone che è centrale nella New Age. Questo è interessante perché la spiritualità orientale - il buddismo, per esempio - si è dimostrato molto aperto all’incontro con la scienza. In Occidente, la tradizione cristiana è stata a lungo in conflitto con la scienza, e la scienza è stata in conflitto con la Chiesa. Le cose sono cambiate solo recentemente, direi dopo il Concilio Vaticano II. La New Age era aperta a una mistica che poteva favorire una lettura in chiave tecnologico-scientifica del rapporto scienza-religione. Abbiamo esempi anche recenti».
Quali?
«Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google, ha fondato una sorta di Chiesa dell’algoritmo. Ma ci sono tante alternative mistiche fondate nella spiritualità orientale che si possono sposare bene con la mentalità moderno-tecnologica. Pensi al Tao della Fisica di Capra, un libro uscito ormai tanti anni fa».
Mi pare di capire che al cuore di tutto ci sia l’idea che l’uomo basti a sé stesso, o meglio che egli possa diventare dio.
«Questa è la grande revisione dell’umanità, introdotta da Comte due secoli fa, che ritorna continuamente. Ho citato prima Voegelin. Nel suo libro sulle religioni politiche la teoria di fondo è che i totalitarismi - che hanno uno sfondo gnostico per Voegelin negativo - siano religioni dell’uomo. La gnosi è una forma di religione incentrata essenzialmente sull’uomo: l’uomo Dio però, l’uomo divinizzato».
«È qui la radice dell’ecologismo»
Paolo Riberi ha dedicato gran parte della sua produzione saggistica allo studio dello gnosticismo e della gnosi. Fra i suoi ultimi lavori c'è I profeti dell'apocalisse (Lindau) scritto con Giancarlo Genta, dedicato all'influenza della gnosi sull'ecologismo contemporaneo.
Che definizione daresti della gnosi?
«Gnosis, in greco antico, significava “conoscenza”. Per la precisione, una conoscenza iniziatica, riservata a un ristretto numero di eletti. Tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo, in Medio Oriente fiorirono numerose correnti “gnostiche” cristiane e pagane, che rivendicavano di essere detentrici della gnosis, la conoscenza ultraterrena. Non si trattava, come potremmo pensare oggi, del semplice possesso di un’informazione o di una nozione: la gnosis era una conoscenza salvifica, una sorta di “terzo occhio” che consentiva una comunione diretta e immediata con il regno divino. La gnosis non era un semplice bagaglio di informazioni ed esperienze, bensì una condizione acquisita e permanente: lo gnostico beneficiava della capacità di vedere oltre il confine del mondo, e pertanto possedeva una conoscenza assoluta che sorgeva dal suo legame diretto con Dio, senza intermediari».
In che modo la gnosi passa dal piano religioso a quello politico?
«A occuparsi di gnosi e di gnostici sono gli storici delle religioni, quindi il fenomeno viene fisiologicamente classificato come una realtà spirituale e filosofica. In realtà, la gnosi ha sempre avuto anche una dimensione politica molto marcata, fin dai primi inizi: le sette gnostiche nascono in aperto conflitto con uno status quo che non condividono, e che intendono sovvertire. Come ci confermano le fonti storiche, gli gnostici sono eredi diretti delle frange giudaiche radicali che si erano ribellate all’autorità di Roma, fallendo nel loro intento. Venuto meno il terreno dell’affermazione politico-militare, e vedendosi precluse le vie democratiche, gli gnostici inaugurano un’altra via: quella della verità rivelata, che ha valore di per sé a prescindere dai numeri. Per gli gnostici, essere in minoranza è fisiologico: la stragrande maggioranza del genere umano è considerata “dormiente”, un po’ come i prigionieri della caverna di Platone».
Quali sono esempi di movimenti politici gnostici contemporanei?
«Ne I profeti dell’apocalisse io e Giancarlo Genta proviamo a tracciare una mappa della resurrezione contemporanea di questi fenomeni, ritornati quantomai attuali. Oggi ovviamente il terreno non è più ammantato di spiritualità, ma le forme restano le medesime: si pensi al mondo della cosiddetta cultura woke, o alla cancel culture. Certo, l’idea di politically correct esiste da decenni, ma queste nuove ideologie hanno riformulato la questione in termini marcatamente gnostici, assolutizzandola. Il mondo del cinema e dello spettacolo sono emblematici: come si determina se un individuo debba essere o meno moralmente “censurato”, o se un prodotto di intrattenimento sia “corretto” o meno? A decidere non sono più i giudici o gli esperti della settima arte, bensì i guru della cultura woke: alla lettera, i “risvegliati” del nuovo millennio. Per costoro, poco importa se il resto del mondo è “dormiente”: è il fascino carismatico e autenticamente profetico di influencer e opinion maker a dettare l’agenda politica, a prescindere da ogni contenuto. È il tema su cui si sofferma anche la serie-evento Disclaimer di Alfonso Cuaron, di prossima uscita su Apple Tv+: quand’è che una “verità” costruita a tavolino diventa “la Verità”? Per me e Giancarlo Genta, quando entra di mezzo il carisma dei moderni “profeti dell’Apocalisse”. Nel nostro libro proviamo a offrire una confutazione ragionata delle loro tesi più ricorrenti, che rinnegano completamente l’identità dell’Occidente fin dalle sue radici più antiche».
Il vostro libro è dedicato soprattutto all’ambientalismo. Esiste una gnosi ecologista? Che caratteristiche ha?
«Mai come nell’ambito dell’ecologismo - fenomeno distante anni luce dalla sana ecologia - si può percepire in maniera evidente l’affermarsi delle dinamiche neo-gnostiche. In un contesto fortemente secolarizzato, dove Dio è scomparso dallo scenario, il suo posto viene preso dalla Natura: un’entità impersonale, aliena e del tutto idealizzata. Non è questione di evitare gli eccessi: per la cosiddetta Deep Ecology, la Natura è un bene assoluto, un valore da tutelare a prescindere, di fronte al quale qualsiasi diritto del genere umano deve cedere il passo. Gli antichi gnostici contestavano la realtà materiale, ritenendola uno specchio distorto del mondo reale, ultraterreno. I nuovi gnostici fanno altrettanto, e nel mirino hanno il cosiddetto Antropocene: al suo posto, deve sorgere “un’età della terra”, lo Cthulucene, in cui l’uomo dovrà limitarsi a essere grato di sopravvivere, cercando di ridurre a zero il proprio “impatto”. Dall’antispecismo si passa così a un vero e proprio antiumanesimo: non soltanto l’uomo non è più il centro dell’universo, ma diviene un microbo la cui sopravvivenza non è assicurata, e non ha alcuna importanza. Una prospettiva inquietante, che cancella con un colpo di spugna l’intera storia occidentale».
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La cancel culture preoccupa sempre più anche la sinistra. Che però non ne coglie la natura religiosa: l’uomo che vuol farsi dio per «correggere» la creazione.Lo storico Giovanni Filoramo: «Questa forma di spiritualità contrappone la propria conoscenza alla fede tradizionale. E ripudia i legami comunitari in nome dell’individualismo: ecco perché è adatta alla modernità».Il saggista Paolo Riberi: «Gli attivisti vogliono togliere l’umanità dal centro dell’universo per fare spazio a una nuova «età della terra». Così si stravolge l’identità dell’Occidente».Lo speciale contiene tre articoli.Non è più molto difficile sentire parlare di «ideologia woke». Da qualche anno se ne discute ossessivamente negli Stati Uniti, e inevitabilmente il dibattito è rimbalzato anche dalle nostre parti. Più difficile è capire che cosa davvero significhi il termine woke, come sia nato e come si sia evoluto nel tempo. A fornire una serie di possibili risposte provvede un libro molto interessante intitolato La trappola identitaria (Feltrinelli). A firmarlo è Yascha Mounk, docente alla Johns Hopkins University di Washington e commentatore per il New York Times. Uno studioso dalle idee estremamente discutibili: è liberal fino al midollo e pieno di pregiudizi sui movimenti sovranisti e identitari, e il più delle volte appare come un megafono del pensiero unico, solo appena più raffinato della media. A maggior ragione, è molto suggestivo leggere quel che Mounk scrive a proposito del wokismo, che lui preferisce chiamare «sintesi identitaria». Per prima cosa, la sua è una critica «da sinistra», quindi impermeabile alle consuete accuse che si muovono alle destre quando si occupano delle derive astiose della cultura della cancellazione. Mounk mette in evidenza tutti i pericoli dell’approccio woke, a partire ovviamente dalla minaccia alla libertà di espressione. E coglie quella che forse è la principale conseguenza dell’affermazione di questa ideologia: la frammentazione e l’aumento della tensione sociale. Nei fatti, il wokismo produce microidentità in feroce conflitto tra loro, e distoglie l’attenzione da problemi più ampi. «Certi approcci pedagogici, come l’esortazione ad “abbracciare la razza” che va tanto di moda oggi», scrive Mounk, «incoraggiano i giovani a definirsi nei termini dei vari gruppi razziali, religiosi e sessuali in cui sono nati. Dal canto loro, politiche pubbliche come i protocolli di triage “sensibili alla razza” incentivano fortemente i cittadini a lottare per gli interessi collettivi del proprio gruppo. Insieme, norme e politiche di questo tipo rischiano di creare una società composta da tribù in guerra tra loro, anziché da compatrioti pronti a collaborare, in cui ciascun gruppo è impegnato in una competizione a somma zero con tutti gli altri». Fin qui, tuttavia, c’è poco di inedito: non è la prima volta che dal versante liberal arrivano questo tipo di intemerate contro la nuova sinistra microidentitaria. Mounk tenta qualcosa di più ambizioso: prova a ricostruire la genesi del pensiero woke, scavando fino a raggiungerne le fondamenta intellettuali. Questo lavoro di trivellazione del sostrato culturale porta inevitabilmente al postmoderno, al filosofo francese Michel Foucault, e alla sua idea di demolizione di tutte le «grandi narrazioni». In effetti, è esattamente lì che si sviluppa in embrione l’idea di modificare il linguaggio per cambiare i rapporti di potere all’interno della società. Autori come Edward Said proseguiranno su questa linea, cercando - come nota Mounk - di «rimodellare i discorsi dominanti in modi che potessero aiutare gli oppressi». Come sia andata a finire è noto: sono queste le basi su cui si sviluppano la teoria critica della razza e quella del genere, nascono i concetti di «intersezionalità» (la concezione secondo cui i membri delle minoranze sono discriminati a vari livelli che in qualche modo si intersecano) e di «razzismo sistemico». Nasce qui anche un’altra pericolosissima convinzione: l’idea che l’esperienza individuale sia sovrana. Come scrive Mounk: «Io ho la mia verità; una verità che tu non hai il diritto di mettere in discussione o criticare sulla base di dati teoricamente oggettivi, soprattutto se non appartieni allo stesso gruppo identitario emarginato». Questo viaggio nella storia delle idee è estremamente affascinante e davvero molto utile. Ma presenta difetti e lacune di cui conviene dare conto. Innanzitutto, Mounk sembra voler gettare il bambino con l’acqua sporca. Se è vero che Foucault e i postmoderni hanno pervertito alcune visioni di Nietzsche e hanno contribuito a stabilire la legge secondo cui nulla è vero e dunque tutto è permesso, è anche vero che la critica della scienza e delle istituzioni portata avanti dagli autori postmoderni ha fornito un controcanto essenziale allo strapotere della ragione tecnica e all’ottimismo del progresso a tutti i costi. La sensazione è che a tratti Mounk - come tanti altri liberal - cerchi di scaricare la paternità del wokismo su una corrente di pensiero eterodossa per assolvere il pensiero progressista più tradizionale. Positivismo, marxismo e pure liberalismo hanno fatto la loro parte, eccome, contribuendo all’emergere della nuova tendenza censoria e liberticida. Per rendersene conto, tuttavia, bisogna considerare un aspetto della questione che nel lavoro di Mounk manca totalmente, ovvero l’elemento religioso. Il wokismo, come il progressismo in precedenza, è una forma di gnosi. Si basa, cioè, su una visione pessimistica della creazione, e sulla possibilità di correggere quest’ultima tramite una «conoscenza segreta» di cui pochi eletti sono in possesso, attraverso la quale è possibile riscrivere tutte le regole fondamentali del vivere civile oltre che del linguaggio e perfino della biologia. In fondo, il progressismo a cui lo stesso Mounk si richiama non era poi troppo diverso: pretendeva di rimodellare il mondo tramite la propria geometrica potenza. I woke fanno lo stesso, solo con metodi diversi. Lo ha rimarcato di recente il filosofo Alfonso Lanzieri. «La filosofia woke è permeata di gnosticismo», ha scritto. «Se per lo gnostico il mondo e quanto contiene sono un immenso inganno costruito da un dio maligno, e la missione dell’iniziato consiste nello smascherare la truffa grazie alla conoscenza liberatrice, analogamente per gli odierni illuminati dell’universo woke, la società tutta è solo matrice di oppressioni visibili e invisibili: si tratta di risvegliarsi a tale verità. […] Tutto ciò si chiama anticosmismo, vale a dire la convinzione che questo mondo sia cattivo, che nello gnosticismo è accompagnato dall’antisomatismo, cioè la convinzione che il corpo sia cattivo: difatti, sia detto di passaggio, nella produzione di Judith Butler e altre voci simili, fa capolino un certo androginismo escatologico. Chiaramente, per l’universo woke, il cosmo fonte di sofferenza e angoscia per l’anima che vi è precipitata, non è più quello cui pensavano gli ellenisti, ma è rappresentato dal mondo forgiato dalla società occidentale, democratica-liberale, capitalistica, maschiocentrica ecc. È questo il mondo da cui evadere». In fondo, ci troviamo di fronte a sostitutivi della religione. La matrice del wokismo è la stessa del marxismo e del liberalismo oggi imperante. È la stessa che ha prodotto la liberazione sessuale e la rivoluzione digitale. Comprenderlo è fondamentale per evitare un errore grave, ovvero il tentativo di sostituire una gnosi con un’altra. Combattere gli illuminati woke in nome della ragione progressista è più che inutile: è dannoso. Ciò che deve preoccupare è il tentativo, comune a tutte queste visioni, di trasformare l’uomo in un dio, attribuendogli il potere di plasmare la realtà a suo piacimento. La storia ci ha insegnato come tutti questi progetti di creazione del paradiso in terra finiscano allo stesso modo: con una poco simpatica gita all’inferno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ideologia-woke-sinistra-2669252904.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dal-leninismo-alla-silicon-valley-il-mito-di-una-elite-che-ci-salvera" data-post-id="2669252904" data-published-at="1727085087" data-use-pagination="False"> «Dal leninismo alla Silicon Valley, il mito di una élite che ci salverà» Giovanni Filoramo è uno dei maggiori storici della religione europei, forte di una imponente bibliografia. Per l’editore Mimesis esce il satgio Le vie del sacro. Modernità e religione, che dedica alcuni robusti capitoli alla gnosi e alle sue declinazioni contemporanee. Lei sostiene che la gnosi sia una forma religiosa molto adatta alla modernità. Per quale motivo? «Semplificando, la forma religiosa della gnosi si contrappone alla fede, è una contrapposizione secolare. Si vede già nel cristianesimo antico: gnosi significa conoscenza e lo gnostico pretende - attraverso vari strumenti - di avere una conoscenza assoluta della verità e questa conoscenza è diversa dalla fede». In che modo? «Il paradigma della fede nella tradizione ebraica, poi ebraico-cristiana, è la figura di Abramo. Il suo Dio dice di sacrificare il figlio e lui è pronto a sacrificare il figlio: non c’è nessuna forma di conoscenza in questo caso, c’è una accettazione. In questo senso succede un po’ come nell’islam, che è più vicino all’ebraismo di quanto possa apparire a prima vista». Quindi c’è una contrapposizione tra fede e conoscenza. «La gnosi è un tipo di conoscenza che, differenziandosi dalla fede, è disponibile a cercare un dialogo con la ragione, trovando delle mediazioni. Si vede già nel Quattrocento e Cinquecento, agli inizi del mondo moderno e poi nelle tradizioni esoteriche». A me pare che la questione essenziale sia la centralità dell’individuo. Lo gnostico si salva da solo tramite una conoscenza segreta, non ha bisogno di altre mediazioni. Questa idea mi sembra molto adatta all’individualismo moderno. «Certo. Qui potrei fare ancora un confronto con la tradizione ebraico-cristiana. Parliamo di Abramo: Abramo è la storia del popolo eletto, non è solo l’individuo Abramo che si confronta con Dio e si riconosce in questo Dio attraverso la fede. Abramo è il capostipite di un popolo, dunque sta in una dimensione comunitaria, collettiva. La gnosi è una forma di religione più individualistica. Ovviamente il concetto di individuo, se pensiamo allo gnosticismo cristiano del secondo o terzo secolo, è radicalmente diverso da quello moderno. Però, certamente, nella storia delle correnti gnostiche la dimensione individuale è decisiva». Al di là dell’aspetto religioso, esiste anche una sorta di approdo politico della gnosi, che è stato approfondito da studiosi come Luciano Pellicani. Esistono secondo lei gnosi politiche? E quali? «Dietro la visione di Pellicani c’è uno studioso, Eric Voegelin, un autore molto interessante, che cercava di rileggere la storia di tutta una serie di tradizioni politiche in chiave gnostica. Per Voegelin la gnosi era un elemento pericoloso. Già del 1938 studiava la religioni politiche e per lui il caso classico era quello del leninismo. In che cosa consisteva l’elemento gnostico? Nell’idea di essere un gruppo di salvati in vita grazie alla chiave politica che, in questo caso, Lenin portava avanti. E, di conseguenza, questo elemento collettivo più che individuale era un elemento fortemente politico. È una lettura interessante: qui è il gruppo che possiede una conoscenza assoluta che può portare alla salvezza, attraverso una determinata idea politica e una determinata lotta». Questo elemento gnostico sembra essere molto presente anche in altri fenomeni. Ad esempio nella cosiddetta rivoluzione tecnologica. A tale riguardo esiste un bel saggio di Erik Davis intitolato Techgnosis, appena ripubblicato in Italia da Nero edizioni. La sua idea è che la rivoluzione tecnologica sia una forma di gnosi, di conoscenza che permette la salvezza attraverso la tecnica. «Davis ripercorre la storia della tecnologia per secoli. Egli trova in questa conoscenza tecnologica una chiave decisiva per dominare il mondo». Lei ha studiato molto la cosiddetta New Age. È suggestivo il fatto che la cosiddetta rivoluzione tecnologica si manifesti proprio nella Silicon Valley, in California, cioè proprio dove la New Age - in fondo una forma di gnosi - è fiorita. «Certamente ci sono degli incroci. Alcune figure fondamentali della rivoluzione tecnologica sono state molto interessate alla mistica orientale, un filone che è centrale nella New Age. Questo è interessante perché la spiritualità orientale - il buddismo, per esempio - si è dimostrato molto aperto all’incontro con la scienza. In Occidente, la tradizione cristiana è stata a lungo in conflitto con la scienza, e la scienza è stata in conflitto con la Chiesa. Le cose sono cambiate solo recentemente, direi dopo il Concilio Vaticano II. La New Age era aperta a una mistica che poteva favorire una lettura in chiave tecnologico-scientifica del rapporto scienza-religione. Abbiamo esempi anche recenti». Quali? «Anthony Levandowski, ex ingegnere di Google, ha fondato una sorta di Chiesa dell’algoritmo. Ma ci sono tante alternative mistiche fondate nella spiritualità orientale che si possono sposare bene con la mentalità moderno-tecnologica. Pensi al Tao della Fisica di Capra, un libro uscito ormai tanti anni fa». Mi pare di capire che al cuore di tutto ci sia l’idea che l’uomo basti a sé stesso, o meglio che egli possa diventare dio. «Questa è la grande revisione dell’umanità, introdotta da Comte due secoli fa, che ritorna continuamente. Ho citato prima Voegelin. Nel suo libro sulle religioni politiche la teoria di fondo è che i totalitarismi - che hanno uno sfondo gnostico per Voegelin negativo - siano religioni dell’uomo. La gnosi è una forma di religione incentrata essenzialmente sull’uomo: l’uomo Dio però, l’uomo divinizzato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ideologia-woke-sinistra-2669252904.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-qui-la-radice-dellecologismo" data-post-id="2669252904" data-published-at="1727085087" data-use-pagination="False"> «È qui la radice dell’ecologismo» Paolo Riberi ha dedicato gran parte della sua produzione saggistica allo studio dello gnosticismo e della gnosi. Fra i suoi ultimi lavori c'è I profeti dell'apocalisse (Lindau) scritto con Giancarlo Genta, dedicato all'influenza della gnosi sull'ecologismo contemporaneo. Che definizione daresti della gnosi? «Gnosis, in greco antico, significava “conoscenza”. Per la precisione, una conoscenza iniziatica, riservata a un ristretto numero di eletti. Tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo, in Medio Oriente fiorirono numerose correnti “gnostiche” cristiane e pagane, che rivendicavano di essere detentrici della gnosis, la conoscenza ultraterrena. Non si trattava, come potremmo pensare oggi, del semplice possesso di un’informazione o di una nozione: la gnosis era una conoscenza salvifica, una sorta di “terzo occhio” che consentiva una comunione diretta e immediata con il regno divino. La gnosis non era un semplice bagaglio di informazioni ed esperienze, bensì una condizione acquisita e permanente: lo gnostico beneficiava della capacità di vedere oltre il confine del mondo, e pertanto possedeva una conoscenza assoluta che sorgeva dal suo legame diretto con Dio, senza intermediari». In che modo la gnosi passa dal piano religioso a quello politico? «A occuparsi di gnosi e di gnostici sono gli storici delle religioni, quindi il fenomeno viene fisiologicamente classificato come una realtà spirituale e filosofica. In realtà, la gnosi ha sempre avuto anche una dimensione politica molto marcata, fin dai primi inizi: le sette gnostiche nascono in aperto conflitto con uno status quo che non condividono, e che intendono sovvertire. Come ci confermano le fonti storiche, gli gnostici sono eredi diretti delle frange giudaiche radicali che si erano ribellate all’autorità di Roma, fallendo nel loro intento. Venuto meno il terreno dell’affermazione politico-militare, e vedendosi precluse le vie democratiche, gli gnostici inaugurano un’altra via: quella della verità rivelata, che ha valore di per sé a prescindere dai numeri. Per gli gnostici, essere in minoranza è fisiologico: la stragrande maggioranza del genere umano è considerata “dormiente”, un po’ come i prigionieri della caverna di Platone». Quali sono esempi di movimenti politici gnostici contemporanei? «Ne I profeti dell’apocalisse io e Giancarlo Genta proviamo a tracciare una mappa della resurrezione contemporanea di questi fenomeni, ritornati quantomai attuali. Oggi ovviamente il terreno non è più ammantato di spiritualità, ma le forme restano le medesime: si pensi al mondo della cosiddetta cultura woke, o alla cancel culture. Certo, l’idea di politically correct esiste da decenni, ma queste nuove ideologie hanno riformulato la questione in termini marcatamente gnostici, assolutizzandola. Il mondo del cinema e dello spettacolo sono emblematici: come si determina se un individuo debba essere o meno moralmente “censurato”, o se un prodotto di intrattenimento sia “corretto” o meno? A decidere non sono più i giudici o gli esperti della settima arte, bensì i guru della cultura woke: alla lettera, i “risvegliati” del nuovo millennio. Per costoro, poco importa se il resto del mondo è “dormiente”: è il fascino carismatico e autenticamente profetico di influencer e opinion maker a dettare l’agenda politica, a prescindere da ogni contenuto. È il tema su cui si sofferma anche la serie-evento Disclaimer di Alfonso Cuaron, di prossima uscita su Apple Tv+: quand’è che una “verità” costruita a tavolino diventa “la Verità”? Per me e Giancarlo Genta, quando entra di mezzo il carisma dei moderni “profeti dell’Apocalisse”. Nel nostro libro proviamo a offrire una confutazione ragionata delle loro tesi più ricorrenti, che rinnegano completamente l’identità dell’Occidente fin dalle sue radici più antiche». Il vostro libro è dedicato soprattutto all’ambientalismo. Esiste una gnosi ecologista? Che caratteristiche ha? «Mai come nell’ambito dell’ecologismo - fenomeno distante anni luce dalla sana ecologia - si può percepire in maniera evidente l’affermarsi delle dinamiche neo-gnostiche. In un contesto fortemente secolarizzato, dove Dio è scomparso dallo scenario, il suo posto viene preso dalla Natura: un’entità impersonale, aliena e del tutto idealizzata. Non è questione di evitare gli eccessi: per la cosiddetta Deep Ecology, la Natura è un bene assoluto, un valore da tutelare a prescindere, di fronte al quale qualsiasi diritto del genere umano deve cedere il passo. Gli antichi gnostici contestavano la realtà materiale, ritenendola uno specchio distorto del mondo reale, ultraterreno. I nuovi gnostici fanno altrettanto, e nel mirino hanno il cosiddetto Antropocene: al suo posto, deve sorgere “un’età della terra”, lo Cthulucene, in cui l’uomo dovrà limitarsi a essere grato di sopravvivere, cercando di ridurre a zero il proprio “impatto”. Dall’antispecismo si passa così a un vero e proprio antiumanesimo: non soltanto l’uomo non è più il centro dell’universo, ma diviene un microbo la cui sopravvivenza non è assicurata, e non ha alcuna importanza. Una prospettiva inquietante, che cancella con un colpo di spugna l’intera storia occidentale».
Nel riquadro Manuel Iannuzzi, accusato di maltrattamenti alla piccola Beatrice (Ansa)
La madre della piccola si trova in carcere dal 9 febbraio, inizialmente accusata di omicidio preterintenzionale, ma le indagini hanno portato a modificare la contestazione e adesso la donna è accusata dello stesso reato che ha portato all’arresto del compagno. La bambina era stata trovata morta nella casa della madre la mattina del 9 febbraio dai soccorritori chiamati dalla donna che sosteneva che la piccola aveva difficoltà a respirare. Gli operatori del 118 avevano, però, notato alcuni lividi e macchie sul corpicino e deciso di chiamare i carabinieri e il medico legale che, dopo l’esame esterno, aveva ipotizzato che la morte fosse avvenuta qualche ora prima, ovvero durante la notte.
La donna, interrogata in caserma, aveva sostenuto che i segni sul corpo della bambina erano dovuti a una caduta dalle scale di qualche giorno prima e di aver passato la notte tra l’8 e il 9 febbraio assieme alle tre figlie in casa del suo nuovo compagno, a Perinaldo. Al risveglio, avrebbe preso le tre bambine e sarebbe tornata a casa in macchina.
Le contraddizioni della donna e la comparazione del racconto con l’analisi delle telecamere di sorveglianza e le parole di alcuni testimoni avevano, però, portato all’arresto della donna. L’esame autoptico aveva rivelato la presenza di numerose lesioni e un trauma cranico come cause del decesso. I carabinieri del Ris di Parma, incaricati di eseguire rilievi e sequestri, avevano trovato tracce di sangue nell’auto della donna e nell’abitazione del compagno a Perinaldo. Nell’ordinanza di custodia cautelare, 33 pagine nelle quali si ripercorrono le indagini fin qui svolte e ancora aperte, si utilizzano parole come «sevizie» e «crudeltà» per spiegare quanto subito dalla bambina. A smentire la versione fornita dalla madre, che aveva chiamato il 118 dalla sua casa di Bordighera, non solo immagini delle telecamere della zona, ma anche tabulati telefonici.
La bambina era già morta quando, quella mattina, era stata riportata in macchina a casa, insieme alle due sorelline, dopo un fine settimana trascorso nella casa del compagno della madre a Perinaldo. Le bambine, già sentite dagli inquirenti in forma protetta, hanno delineato non solo il quadro dell’accaduto ma raccontato anche che madre e compagno avevano dato indicazioni di non raccontare cos’era successo, altrimenti sarebbero stati guai. La loro sorellina due sere prima era stata picchiata, non un maltrattamento occasionale ma una violenza che andava avanti da mesi. Il contesto è la casa del compagno della mamma, ma dagli elementi di indagine raccolti si evidenzia come le bambine venissero spesso lasciate sole a casa, in contesto di abbandono, anche tutta la notte.
La bimba dopo essere stata picchiata, comincia a stare male. Dopo un’apparente ripresa, la situazione peggiora e i due adulti tentano di farla riprendere sotto l’acqua. Persino le sorelline provano a dire «mamma, andiamo all’ospedale». Ma la bambina muore. Troppo profondi i traumi, che degenerano e che non sono compatibili con la «caduta dalle scale» accampata dalla madre, ma piuttosto con colpi da un oggetto contundente. La madre simulerà, una volta tornata a casa, un malore dell’ultimo momento ma fin dalle risultanze del primo esame sul corpo della bimba, lividi e traumi smentiscono, così come l’orario della morte che risale a ore prima rispetto alla chiamata di soccorso.
A dare una svolta alle indagini, come detto, sono state le sorelle della vittima, che hanno svelato particolari agghiaccianti raccontati ieri dal procuratore di Imperia, Sergio Lari, in una conferenza stampa: «Quella mattina per farla riprendere l’hanno tenuta sott’acqua, poi le hanno dato dello zucchero», ma non si sono rivolti ai medici e la piccola non si è mai ripresa.
Ma ad incastrare la coppia ci sarebbero anche le chat recuperate dagli investigatori sul cellulare dell’uomo: «Abbiamo sequestrato il telefono di Iannuzzi», ha spiegato ancora il procuratore, «e c’erano tanti messaggi Whatsapp in cui vengono descritti i maltrattamenti». E in un’intervista alla Tgr Liguria, Lari ha aggiunto ulteriori dettagli: «Nelle immagini trovate sul telefonino sequestrato ci sono diverse fotografie che ritraggono» la piccola «subito dopo le violenze subite. Vi sono più fotografie che ritraggono una situazione in cui la bambina presenta dei lividi molto importanti sul viso». Il procuratore, poi, precisa: «Abbiamo accelerato i tempi ma le indagini proseguono e devono arrivare la relazione dei Ris e la perizia autoptica completa. Ma il quadro era così chiaro che abbiamo potuto chiedere già da adesso la misura e il giudice l’ha applicata».
Il blitz di ieri mattina ha, inoltre, portato all’apertura di un nuovo filone d’indagine e all’arresto di Franco Iannuzzi, il padre di Manuel. Durante la perquisizione svolta dai carabinieri nella casa di Vallecrosia sono stati rinvenuti circa due chili di tritolo e la relativa miccia. Franco Iannuzzi è stato arrestato con l’accusa di detenzione di materiale esplodente. Secondo quanto appreso, il tritolo e la relativa miccia sono stati trovati nella cantina dell’immobile. Manuel Iannuzzi, dopo il sequestro dell’abitazione di Perinaldo dove, secondo gli inquirenti, sarebbe morta la figlia della sua compagna, si era dovuto trasferire a casa dei genitori, a Vallecrosia. Il materiale esplosivo è stato prelevato dal nucleo artificieri antisabotaggio dei carabinieri.
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Nel riquadro una delle cabine bruciate. Sullo sfondo la manifestazione ambientalista sull’autostrada (A22) che ha provocato il blocco del valico dall’Austria (Ansa)
All’interno, ciò che resta degli impianti appare come un ammasso nero, sciolto dalle temperature sviluppate dall’incendio innescato, valutano gli investigatori, da «liquido infiammabile».
È la scena lasciata dal rogo che la scorsa notte ha colpito due centraline elettriche lungo la linea ferroviaria Brennero-Verona Porta Nuova, nel tratto compreso tra Peri e Dolcè, al confine tra le province di Verona e Trento. Un incendio che i tecnici hanno subito definito come «di origine dolosa» e che ha paralizzato la circolazione ferroviaria. Per questo motivo il gesto, fino a ieri sera non rivendicato, viene letto dagli investigatori come un possibile tassello di una giornata molto più ampia di mobilitazione sull’asse del Brennero. Le indagini, dopo i rilievi della polizia scientifica, sono state affidate alla Digos della Questura di Verona. La pista privilegiata porta verso gli ambienti dell’ambientalismo radicale o dell’orbita anarco-insurrezionalista (che in passato sulla linea del Brennero ha colpito più volte). L’elemento che orienta gli investigatori è soprattutto la coincidenza temporale. Il sabotaggio è stato infatti compiuto poche ore prima della manifestazione ambientalista organizzata in Austria contro il traffico pesante e il transito dei tir attraverso il corridoio del Brennero (un valico strategico per il commercio). Una protesta annunciata da tempo e culminata con il blocco dell’autostrada del Brennero sul versante tirolese. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il rogo avrebbe colpito proprio l’unico sistema di collegamento nei trasporti rimasto operativo mentre l’attenzione era concentrata sulla protesta stradale. Dal punto di vista investigativo, quindi, la tempistica sembra rappresentare al momento uno degli elementi più significativi. Chi ha agito conosceva con precisione il calendario della protesta e ha scelto una finestra temporale in grado di amplificare l’impatto dell’azione.
Un secondo elemento che gli investigatori starebbero valutando riguarda la scelta dell’obiettivo. Le centraline elettriche non sono un bersaglio scelto a caso: colpire strutture essenziali consente di interrompere la circolazione senza intervenire direttamente sui binari.
Una modalità che presuppone la conoscenza del funzionamento della linea ferroviaria e dei suoi punti più vulnerabili. E infatti il risultato è stato immediato. La circolazione dei treni è stata subito interrotta, con ritardi e cancellazioni che si sono trascinati per ore.
Soltanto dalle 12.30 il traffico ferroviario ha ripreso a muoversi, anche se lentamente. E mentre la ferrovia veniva bloccata, in Austria andava in scena la manifestazione contro il traffico di transito. Alle 13, come previsto dagli organizzatori, centinaia di manifestanti hanno occupato l’autostrada del Brennero, a Matrei. Sugli striscioni comparivano slogan come: «L’Ue, il transito e il profitto distruggono la nostra salute» e «via il traffico pesante dalle nostre strade».
La manifestazione si è comunque svolta senza incidenti. I partecipanti rivendicano ragioni ambientali e sanitarie: «I motivi della protesta riguardano il traffico di transito in costante aumento», che causerebbe, secondo i manifestanti, ricadute «soprattutto di natura sanitaria per la popolazione». «Il flusso deve essere ridotto, non si può più andare avanti così», ha dichiarato Karl Mühlsteiger, sindaco di Gries am Brenner e promotore dell’iniziativa, ricordando gli oltre 14 milioni di passaggi di veicoli registrati ogni anno. Proprio la concomitanza tra la manifestazione annunciata e il sabotaggio, però, costituisce quindi uno dei nodi centrali dell’inchiesta.
Gli investigatori dovranno accertare se vi sia stato un collegamento diretto tra gli autori del rogo e gli ambienti della protesta oppure se qualcuno abbia sfruttato la mobilitazione come copertura ideale per compiere un’azione autonoma destinata ad avere un forte impatto.
Paradossalmente, però, proprio la viabilità stradale è stata l’aspetto che ha creato meno problemi. L’uscita obbligatoria al casello di Vipiteno e i percorsi alternativi predisposti tra Val Pusteria e Val Venosta hanno retto. Anche sul versante italiano non si sono registrate particolari criticità. Molti autotrasportatori e viaggiatori avevano infatti scelto di modificare in anticipo i programmi di viaggio. Al termine della manifestazione a Matrei, in Tirolo, il traffico è tornato regolare. Sul versante italiano, è stato riaperto lo snodo viario di Vipiteno. La vera emergenza si è spostata sui binari. Con Digos e Polfer al lavoro, in stretto contatto con l’Antiterrorismo, per capire chi abbia deciso di colpire le infrastrutture ferroviarie e se esista un collegamento tra il sabotaggio e la mobilitazione ambientalista.
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Iea sugli investimenti. La Cina e il greggio. Stagione di prezzi elettrici a zero. I metalli dopo la tregua. Eolico offshore tedesco in crisi.
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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