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2019-01-04
I sindaci che violano la legge sugli immigrati rischiano la rimozione
Ansa
Da Milano a Palermo, passando per Napoli, la rivolta dei sindaci nei confronti del decreto sicurezza infiamma questo gelido inizio d'anno. La polemica tra i primi cittadini e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, è ben lungi dal placarsi e rischia di trasformare l'iniziativa in un inedito, quanto potenzialmente esplosivo, conflitto istituzionale. Il capofila della rivolta è il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che mercoledì con una decisione unilaterale ha dato disposizione agli uffici comunali di continuare a concedere l'iscrizione all'anagrafe ai cittadini con permesso umanitario scaduto. Il decreto «costituisce un esempio di provvedimento disumano e criminogeno», ha dichiarato Orlando ai giornalisti, che «eliminando la protezione umanitaria toglie ogni residuo di comprensione del dramma delle persone che sono i migranti». Motivando la sua scelta, il primo cittadino di Palermo ha spiegato che non si tratta «né di protesta, né di disubbidienza, né di obiezione di coscienza: ho assolto alle mie funzioni istituzionali di sindaco».
Secondo della fila è Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, che prima ha spiegato che nella sua città si applicano «solo in maniera conforme alla Costituzione» e poi ha annunciato la volontà di aprire il porto partenopeo all'attracco della Sea Watch 3, la nave che da giorni erra nel Mediterrano con 32 migranti a bordo: «Mi auguro che questa barca si avvicini al porto di Napoli», ha dichiarato De Magistris, «sarò il primo a guidare le azioni di salvataggio». Piccolo dettaglio: da ben 48 ore l'imbarcazione ha ricevuto riparo e assistenza da parte di Malta nelle proprie acque territoriali.
Da segnalare le adesioni del fiorentino Dario Nardella («come Comune ci prenderemo l'impegno di non lasciare nessuno in mezzo alla strada»), del parmigiano Federico Pizzarotti («il decreto provoca problemi alle città») e del milanese Beppe Sala («Salvini riveda il decreto»). Nel corso della giornata di ieri si sono succedute a vario titolo dichiarazioni a sostegno della proposta da parte, tra gli altri, di Giuseppe Falcomatà (Reggio Calabria, Pd), Adriano Zuccalà (Pomezia, M5s), Marco Alessandrini (Pescara, Pd), Nicola Sanna (Sassari, Pd), Massimo Zedda (Cagliari, ex Sel). La protesta viene cavalcata in modo particolare dal Pd, come dimostrano le manifestazioni di solidarietà da parte di Nicola Zingaretti e Maurizio Martina. Dal momento che il decreto sicurezza è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 4 ottobre scorso, viene da chiedersi tuttavia come mai la questione sia stata sollevata solo dopo tre mesi dall'entrata in vigore della legge. Non mancano, però, sindaci critici con i colleghi riottosi: secondo Guido Castelli (Ascoli Piceno, Forza Italia), i ribelli «sbagliano, il decreto Salvini non è criminogeno», mentre Alessandro Canelli (Novara, Lega) considera la legge «uno strumento fondamentale per il controllo del territorio e della sicurezza dei cittadini». Controcorrente anche il sindaco di Benevento, Clemente Mastella, che pur giudicando negativamente il provvedimento dichiara di non condividere la scelta di Orlando e dei suoi seguaci. Al fianco dei sindaci si è invece schierata l'Anci, con la presidente Chiara Nespolo che ha dichiarato «coraggiosa» la decisione di non dare attuazione ad alcuni contenuti del decreto. La reazione del ministro Salvini all'insurrezione delle fasce tricolori non si è fatta attendere: «Col Pd caos e clandestini, con la Lega ordine e rispetto. Certi sindaci rimpiangono i bei tempi andati sull'immigrazione, ma anche per loro è finita la pacchia», ha scritto il vicepremier su Twitter. «Se c'è qualche sindaco che non è d'accordo si dimetta», ha poi dichiarato in diretta Facebook. Per l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, l'insurrezione dei sindaci è «solo campagna elettorale». E rischia di avere gravi conseguenze, e non solo sul piano dei rapporti istituzionali. Se per Salvini i ribelli «ne risponderanno personalmente, legalmente, penalmente e civilmente perché è una legge dello Stato che mette ordine e regole», per il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, «le leggi, piacciano o no, vanno applicate, non può esistere il fai da te». Duro anche il premier Giuseppe Conte, che pur aprendo a un incontro con l'Anci bolla come «inaccettabili le posizioni degli amministratori che hanno pubblicamente dichiarato che non intendono applicare una legge dello Stato». A prescindere dall'eventuale giudizio di incostituzionalità sulla legge, i riottosi rischiano denunce per abuso in atti d'ufficio e - nei casi più gravi - la rimozione.
Nessun razzismo. Via permessi facili e soldi alle coop
Soldi, propaganda e demagogia: la nuova Spd all'italiana, quel «partito dei sindaci ribelli» che sta cercando di mettere i bastoni tra le ruote al governo, boicottando il decreto sicurezza, nasconde - dietro i proclami buonisti - un bieco interesse politico e una ancora più bieca volontà di difendere il sistema dell'accoglienza così come si è strutturato negli ultimi anni, ovvero con una pioggia di soldi nelle casse di associazioni, enti e cooperative sociali sempre e soltanto politicamente vicini alla sinistra.
Non si spiega altrimenti come sia possibile che questi sindaci possano pensare di boicottare un decreto che va incontro alla richiesta di sicurezza che arriva della popolazione che loro stessi amministrano. Considerata la valanga di imprecisioni, bufale e leggende che circolano sugli effetti del decreto, è bene ricordarne i punti salienti.
giro di vite
Partiamo dall'abolizione del permesso di soggiorno umanitario, pilastro del decreto sicurezza. Questo permesso, che aveva la durata di 2 anni e consentiva a chi ne era in possesso di accedere ai servizi sociali e - tra altre cose - di poter ottenere una casa popolare, poteva essere concesso dal questore in presenza di «seri motivi» umanitari , anche a chi non ha diritto alla protezione internazionale. Nel solo 2017 sono stati più di 30.000 i permessi di soggiorno umanitario concessi ad altrettanti immigrati che, pur non avendo i requisiti necessari ad ottenere l'asilo, sono così rimasti tranquillamente sul nostro territorio e hanno avuto accesso ai servizi. La nuova normativa prevede che soltanto in alcuni casi, come ad esempio per le vittime di sfruttamento o violenze, per motivi di salute o perché il proprio Paese d'origine è stato colpito da calamità naturale, possa essere concesso un permesso umanitario, della durata di un anno.
crimini
Il decreto sicurezza, inoltre, per quel che riguarda l'immigrazione, allunga l'elenco dei reati che - in caso di sentenza definitiva - comportano la revoca della protezione internazionale a chi li commette: entrano nell'elenco violenza sessuale, spaccio di droga, rapina ed estorsione. La lista comprende anche mutilazione dei genitali femminili (pratica ad oggi diffusissima in molte aree dell'Africa), resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali gravi e furto aggravato dal porto di armi o narcotici. Per i richiedenti asilo che commettono reati gravi è prevista la sospensione dell'esame della domanda di protezione ed è possibile comminare l'obbligo di lasciare il territorio nazionale. Inoltre, si introduce la possibilità per la commissione territoriale competente di sospendere l'esame della domanda di asilo quando il richiedente abbia in corso un procedimento penale per uno dei reati che, in caso di condanna definitiva, comporterebbero diniego della protezione internazionale (e se ricorrono i presupposti di pericolosità).
basta denaro
C'è un aspetto del decreto sicurezza che manda letteralmente in bestia i sindaci che antepongono il loro intesse politico a quello dei propri cittadini: la forte stretta sul sistema di accoglienza diffuso, lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) gestito dai Comuni, che ricevono fondi dal governo e - in qualità di enti capofila - coordinano la realizzazione di piccoli centri d'accoglienza sul territorio. Manco a dirlo, le associazioni e le cooperative sociali cui viene affidata la gestione di questi centri sono quasi sempre politicamente vicine agli stessi sindaci, che così alimentano il proprio consenso.
Il «pacchetto immigrazione» del decreto sicurezza prevede il ridimensionamento dello Sprar, i cui centri potranno accogliere solo chi ha diritto alla protezione internazionale perché proviene da Paesi per i quali è riconosciuta automaticamente, oppure i minori non accompagnati. Mentre - finora - questi centri potevano ospitare anche chi ha richiesto l'asilo ma non ha ancora ottenuto risposta. I richiedenti, d'ora in avanti, potranno essere ospitati solo in centri ad essi dedicati: i Cara (Centri accoglienza per richiedenti asilo). Si prevede inoltre l'obbligo, per le cooperative sociali che si occupano d'accoglienza degli immigrati, di pubblicare ogni tre mesi sui propri siti Web l'elenco dei soggetti a cui vengano versate somme per lo svolgimento di servizi finalizzati ad attività di integrazione, assistenza e protezione sociale. Nel 2017, per comprendere le dimensioni del fenomeno, sono stati 37.000 gli immigrati assorbiti nella rete Sprar: più del 70% di questi, con le nuove norme, non avrebbero potuto accedere al sistema. Considerato che per ciascun immigrato ospitato gli enti ricevono 35 euro al giorno (cifra ridotta, adesso, a una forbice fra un minimo di 19 euro per i centri più grandi a un massimo di 26, per quelli più piccoli), ecco spiegata la resistenza degli eroici sindaci di sinistra ad applicare il decreto sicurezza. Centinaia di milioni di euro ogni anno verranno sottratti alla gestione dei municipi: quanto basta per innervosirsi e boicottare il decreto sicurezza.
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Leoluca Orlando ordina all'anagrafe di Palermo di non rispettare il decreto sicurezza. Altri si accodano, Luigi De Magistris apre il porto di Napoli alle Ong. È tutto illegale.Il testo del decreto sicurezza stringe le maglie sull'asilo e taglia i fondi milionari ai centri. Resta chi ha titolo.Lo speciale contiene due articoli. Da Milano a Palermo, passando per Napoli, la rivolta dei sindaci nei confronti del decreto sicurezza infiamma questo gelido inizio d'anno. La polemica tra i primi cittadini e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, è ben lungi dal placarsi e rischia di trasformare l'iniziativa in un inedito, quanto potenzialmente esplosivo, conflitto istituzionale. Il capofila della rivolta è il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che mercoledì con una decisione unilaterale ha dato disposizione agli uffici comunali di continuare a concedere l'iscrizione all'anagrafe ai cittadini con permesso umanitario scaduto. Il decreto «costituisce un esempio di provvedimento disumano e criminogeno», ha dichiarato Orlando ai giornalisti, che «eliminando la protezione umanitaria toglie ogni residuo di comprensione del dramma delle persone che sono i migranti». Motivando la sua scelta, il primo cittadino di Palermo ha spiegato che non si tratta «né di protesta, né di disubbidienza, né di obiezione di coscienza: ho assolto alle mie funzioni istituzionali di sindaco».Secondo della fila è Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, che prima ha spiegato che nella sua città si applicano «solo in maniera conforme alla Costituzione» e poi ha annunciato la volontà di aprire il porto partenopeo all'attracco della Sea Watch 3, la nave che da giorni erra nel Mediterrano con 32 migranti a bordo: «Mi auguro che questa barca si avvicini al porto di Napoli», ha dichiarato De Magistris, «sarò il primo a guidare le azioni di salvataggio». Piccolo dettaglio: da ben 48 ore l'imbarcazione ha ricevuto riparo e assistenza da parte di Malta nelle proprie acque territoriali. Da segnalare le adesioni del fiorentino Dario Nardella («come Comune ci prenderemo l'impegno di non lasciare nessuno in mezzo alla strada»), del parmigiano Federico Pizzarotti («il decreto provoca problemi alle città») e del milanese Beppe Sala («Salvini riveda il decreto»). Nel corso della giornata di ieri si sono succedute a vario titolo dichiarazioni a sostegno della proposta da parte, tra gli altri, di Giuseppe Falcomatà (Reggio Calabria, Pd), Adriano Zuccalà (Pomezia, M5s), Marco Alessandrini (Pescara, Pd), Nicola Sanna (Sassari, Pd), Massimo Zedda (Cagliari, ex Sel). La protesta viene cavalcata in modo particolare dal Pd, come dimostrano le manifestazioni di solidarietà da parte di Nicola Zingaretti e Maurizio Martina. Dal momento che il decreto sicurezza è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 4 ottobre scorso, viene da chiedersi tuttavia come mai la questione sia stata sollevata solo dopo tre mesi dall'entrata in vigore della legge. Non mancano, però, sindaci critici con i colleghi riottosi: secondo Guido Castelli (Ascoli Piceno, Forza Italia), i ribelli «sbagliano, il decreto Salvini non è criminogeno», mentre Alessandro Canelli (Novara, Lega) considera la legge «uno strumento fondamentale per il controllo del territorio e della sicurezza dei cittadini». Controcorrente anche il sindaco di Benevento, Clemente Mastella, che pur giudicando negativamente il provvedimento dichiara di non condividere la scelta di Orlando e dei suoi seguaci. Al fianco dei sindaci si è invece schierata l'Anci, con la presidente Chiara Nespolo che ha dichiarato «coraggiosa» la decisione di non dare attuazione ad alcuni contenuti del decreto. La reazione del ministro Salvini all'insurrezione delle fasce tricolori non si è fatta attendere: «Col Pd caos e clandestini, con la Lega ordine e rispetto. Certi sindaci rimpiangono i bei tempi andati sull'immigrazione, ma anche per loro è finita la pacchia», ha scritto il vicepremier su Twitter. «Se c'è qualche sindaco che non è d'accordo si dimetta», ha poi dichiarato in diretta Facebook. Per l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, l'insurrezione dei sindaci è «solo campagna elettorale». E rischia di avere gravi conseguenze, e non solo sul piano dei rapporti istituzionali. Se per Salvini i ribelli «ne risponderanno personalmente, legalmente, penalmente e civilmente perché è una legge dello Stato che mette ordine e regole», per il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, «le leggi, piacciano o no, vanno applicate, non può esistere il fai da te». Duro anche il premier Giuseppe Conte, che pur aprendo a un incontro con l'Anci bolla come «inaccettabili le posizioni degli amministratori che hanno pubblicamente dichiarato che non intendono applicare una legge dello Stato». A prescindere dall'eventuale giudizio di incostituzionalità sulla legge, i riottosi rischiano denunce per abuso in atti d'ufficio e - nei casi più gravi - la rimozione. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-sindaci-che-violano-la-legge-sugli-immigrati-rischiano-la-rimozione-2625047775.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessun-razzismo-via-permessi-facili-e-soldi-alle-coop" data-post-id="2625047775" data-published-at="1769853536" data-use-pagination="False"> Nessun razzismo. Via permessi facili e soldi alle coop Soldi, propaganda e demagogia: la nuova Spd all'italiana, quel «partito dei sindaci ribelli» che sta cercando di mettere i bastoni tra le ruote al governo, boicottando il decreto sicurezza, nasconde - dietro i proclami buonisti - un bieco interesse politico e una ancora più bieca volontà di difendere il sistema dell'accoglienza così come si è strutturato negli ultimi anni, ovvero con una pioggia di soldi nelle casse di associazioni, enti e cooperative sociali sempre e soltanto politicamente vicini alla sinistra. Non si spiega altrimenti come sia possibile che questi sindaci possano pensare di boicottare un decreto che va incontro alla richiesta di sicurezza che arriva della popolazione che loro stessi amministrano. Considerata la valanga di imprecisioni, bufale e leggende che circolano sugli effetti del decreto, è bene ricordarne i punti salienti. giro di vite Partiamo dall'abolizione del permesso di soggiorno umanitario, pilastro del decreto sicurezza. Questo permesso, che aveva la durata di 2 anni e consentiva a chi ne era in possesso di accedere ai servizi sociali e - tra altre cose - di poter ottenere una casa popolare, poteva essere concesso dal questore in presenza di «seri motivi» umanitari , anche a chi non ha diritto alla protezione internazionale. Nel solo 2017 sono stati più di 30.000 i permessi di soggiorno umanitario concessi ad altrettanti immigrati che, pur non avendo i requisiti necessari ad ottenere l'asilo, sono così rimasti tranquillamente sul nostro territorio e hanno avuto accesso ai servizi. La nuova normativa prevede che soltanto in alcuni casi, come ad esempio per le vittime di sfruttamento o violenze, per motivi di salute o perché il proprio Paese d'origine è stato colpito da calamità naturale, possa essere concesso un permesso umanitario, della durata di un anno. crimini Il decreto sicurezza, inoltre, per quel che riguarda l'immigrazione, allunga l'elenco dei reati che - in caso di sentenza definitiva - comportano la revoca della protezione internazionale a chi li commette: entrano nell'elenco violenza sessuale, spaccio di droga, rapina ed estorsione. La lista comprende anche mutilazione dei genitali femminili (pratica ad oggi diffusissima in molte aree dell'Africa), resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali gravi e furto aggravato dal porto di armi o narcotici. Per i richiedenti asilo che commettono reati gravi è prevista la sospensione dell'esame della domanda di protezione ed è possibile comminare l'obbligo di lasciare il territorio nazionale. Inoltre, si introduce la possibilità per la commissione territoriale competente di sospendere l'esame della domanda di asilo quando il richiedente abbia in corso un procedimento penale per uno dei reati che, in caso di condanna definitiva, comporterebbero diniego della protezione internazionale (e se ricorrono i presupposti di pericolosità). basta denaro C'è un aspetto del decreto sicurezza che manda letteralmente in bestia i sindaci che antepongono il loro intesse politico a quello dei propri cittadini: la forte stretta sul sistema di accoglienza diffuso, lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) gestito dai Comuni, che ricevono fondi dal governo e - in qualità di enti capofila - coordinano la realizzazione di piccoli centri d'accoglienza sul territorio. Manco a dirlo, le associazioni e le cooperative sociali cui viene affidata la gestione di questi centri sono quasi sempre politicamente vicine agli stessi sindaci, che così alimentano il proprio consenso. Il «pacchetto immigrazione» del decreto sicurezza prevede il ridimensionamento dello Sprar, i cui centri potranno accogliere solo chi ha diritto alla protezione internazionale perché proviene da Paesi per i quali è riconosciuta automaticamente, oppure i minori non accompagnati. Mentre - finora - questi centri potevano ospitare anche chi ha richiesto l'asilo ma non ha ancora ottenuto risposta. I richiedenti, d'ora in avanti, potranno essere ospitati solo in centri ad essi dedicati: i Cara (Centri accoglienza per richiedenti asilo). Si prevede inoltre l'obbligo, per le cooperative sociali che si occupano d'accoglienza degli immigrati, di pubblicare ogni tre mesi sui propri siti Web l'elenco dei soggetti a cui vengano versate somme per lo svolgimento di servizi finalizzati ad attività di integrazione, assistenza e protezione sociale. Nel 2017, per comprendere le dimensioni del fenomeno, sono stati 37.000 gli immigrati assorbiti nella rete Sprar: più del 70% di questi, con le nuove norme, non avrebbero potuto accedere al sistema. Considerato che per ciascun immigrato ospitato gli enti ricevono 35 euro al giorno (cifra ridotta, adesso, a una forbice fra un minimo di 19 euro per i centri più grandi a un massimo di 26, per quelli più piccoli), ecco spiegata la resistenza degli eroici sindaci di sinistra ad applicare il decreto sicurezza. Centinaia di milioni di euro ogni anno verranno sottratti alla gestione dei municipi: quanto basta per innervosirsi e boicottare il decreto sicurezza.
Elly Schlein (Ansa)
La sua tesi è: leviamo i soldi dal Ponte sullo Stretto e usiamoli per mettere in sicurezza la cittadina della piana gelese. Però i fondi per il dissesto idrogeologico ci sono, basta spenderli e non aspettare che faccia tutto Roma, alla quale si dà la colpa quando bisognerebbe solo prendersela con gli amministratori locali (che qualcuno avrà votato) e con una certa avidità nell’edilizia.
Piombata a Niscemi addirittura prima del presidente del Consiglio, il segretario del Pd ha subito vestito i panni della maestrina ambientalista: «Lo stanziamento di cento milioni del consiglio dei ministri è del tutto insufficiente. Noi abbiamo proposto di utilizzare subito le risorse del Ponte a partire da quelle stanziate per il 2026». Proposta lanciata a mezzo Corriere della Sera, con una motivazione ancora peggiore dello svarione tecnico: «Invece di buttare via quei soldi per un’impuntatura ideologica, bisognerebbe immediatamente dirottarli per il sostegno a questi territori. Vorrei anche far notare che c’è stato un voto, a scrutinio segreto, dell’assemblea regionale siciliana in cui la maggioranza di destra ha chiesto la stessa cosa». La costruzione del Ponte è un’opera che alla Sicilia serve come il pane perché l’avvicina al Nord e all’Europa, cosa di cui si è visto che c’è grande bisogno anche solo guardando le folle immagini delle case costruite su una frana. Inoltre, il Ponte ha seguito un suo iter legislativo, c’è un contratto da rispettare con WeBuild e sono stati stanziati i fondi necessari. Poi, certo, è anche diventato la bandiera di Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ma si può fare un danno a un’intera Regione per il gusto di fare un dispetto a un avversario politico?
Assolutamente sì, Secondo il Pd, dove la linea della Schlein ha trovato il sostegno anche il sostegno dell’ex ministro Giuseppe Provenzano e del partito locale. Poi, il tasso di faciloneria, misto a una buona dose di sciacallaggio politico, è salito alle stelle quando da Bruxelles s’è fatta viva Ilaria Salis. L’eurodeputata di Avs ha dato al suo popolo il seguente annuncio su “X”: «Il Governo, e in particolare Salvini, non antepongano il proprio ego politico al benessere dei cittadini. Per questo ieri ho firmato un’interrogazione parlamentare promossa dal mio collega siciliano Leoluca Orlando (Avs) per sollecitare lo stanziamento di fondi europei». Solita storia: l’Europa come bancomat pur di spostare le responsabilità degli abusi edilizi a qualche migliaio di chilometri di distanza.
Salvini aveva già risposto due giorni fa , spiegando che i fondi del Ponte «sono per investimenti.. bisogna conoscere le cose. E poi noi abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti in Sicilia, come facciamo? Li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia, Calabria e Sardegna ma senza bloccare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la Tav, il tunnel del Brennero».
Ma nulla, anche ieri dal Pd e da Avs sono arrivate richieste surreali. E sempre Salvini, che ieri è stato in Calabria a visitare i luoghi colpiti dall’uragano, è tornato sul tema: «Il Ponte sarebbe utile anche «in caso di eventi disastrosi, perché i soccorritori riuscirebbero a intervenire più velocemente». Sulla stessa linea il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. L’ex presidente della Regione (in carica dal 2017 al 2022) ne ha fatto anche una questione di orgoglio nazionale: «Uno Stato come l’Italia, seconda potenza industriale d’Europa, può riparare i danni e andare avanti con ponti, scuole, strade, ferrovie». Insomma, non siamo la Grecia alle prese con la Troika.
Mentre scorrevano le chiacchiere, il fronte della frana di Niscemi, lungo quattro chilometri, è avanzato anche ieri. Al momento, su 24.000 abitanti, ci sono 1.500 sfollati e 4.000 studenti che non hanno potuto andare a scuola. Lo stesso Musumeci aveva già avvertito che il fronte della frana era destinato ad allargarsi. E il capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, non ha avuto paura di accostamenti storici quando ha affermato: «C’è un movimento franoso che è circa di 350 milioni di metri cubi. Per fare un paragone, il disastro del Vajont del 1963 ne ha movimentati 263 milioni».
Alla fine, il tentativo di fermare il Ponte di Messina brandendo la frana di Niscemi sembra fallito. Salvini lo ha riassunto con una battuta: «É come se quando ci sono stati problemi in Piemonte si fosse definanziata la Tav. Troveremo altri soldi». Che in Italia ci sia un alto tasso di consumo del territorio è assodato, ma è vero che siamo anche il Paese che ci mette decenni a concludere una grande opera. La cosa nuova è che adesso, per fermare un’opera infrastrutturale, si tenti di strumentalizzare un problema nato proprio da un consumo del territorio (a uso abitativo) evidentemente sconsiderato.
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Maurizio Landini (Imagoeconomica)
«È sotto gli occhi di tutti», ha aggiunto, «quello che è avvenuto in questi anni, e cioè una riduzione del potere d’acquisto dei salari e dall’altra parte un aumento della precarietà e dello sfruttamento nel lavoro che non ha precedenti. C’è bisogno di un intervento anche legislativo che introduca non solo il salario orario minimo, ma c’è bisogno di arrivare anche a una legge sulla rappresentanza che cancelli i contratti pirata, perché oggi una delle cose che sta riducendo il salario è la presenza anche di contratti pirata che si stanno estendendo. Su queste cose», ha continuato, «noi ieri (due giorni fa, ndr) abbiamo avuto un incontro con Confindustria e abbiamo in programma tutta una serie di incontri con tutte le associazioni imprenditoriali. Le persone quando fanno lo stesso lavoro», ha concluso, «devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele anche sulla salute e la sicurezza, sulla formazione, sugli orari, sugli inquadramenti. È il modo per superare la precarietà».
Landini ha poi risposto a chi gli chiedeva delle opposizioni che ieri hanno impedito la conferenza stampa sulla remigrazione, occupando la sala stampa della Camera.
«Si tratta di difendere la nostra Costituzione, di non far perdere la memoria e di ricordare che se siamo un paese democratico con una Costituzione democratica è perché i nostri padri e i nostri nonni hanno sconfitto il nazismo e il fascismo», ha detto. «Noi», ha aggiunto Landini, «stiamo chiedendo da tempo che tutte le forze che si richiamano al fascismo siano sciolte. Anche perché la nostra sede è stata assaltata da una organizzazione che si richiama al fascismo. È assolutamente importante affermare questa cultura».
Il sindacalista ha parlato anche dell’ex Ilva di Taranto. «Noi non abbiamo ad oggi notizia di quello che stanno facendo e di cosa stanno discutendo. Per la situazione delicata e difficile che c’è a Taranto e in tutto il gruppo, è necessario che ci sia un intervento diretto dello Stato nella gestione» dello stabilimento «per dare garanzie di futuro al gruppo e a tutte le attività dell’indotto. «Noi», ha aggiunto, «pensiamo che senza un intervento pubblico rischia di non esserci nessuna prospettiva. Sono 12 anni che l’intervento pubblico viene rinviato e vediamo la situazione in cui siamo. Non abbiamo tempo da perdere e per noi è necessario che ci sia un intervento pubblico per salvaguardare una attività strategica per il nostro Paese».
Landini ha anche commentato il nuovo governato della Puglia, Antonio Decaro. «Mi aspetto che si confronti con le organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, non con altre organizzazioni che non hanno alcuna rappresentanza. Mi aspetto che si facciano degli investimenti seri sulla sanità e mi aspetto che si possa aprire anche una prospettiva di politica industriale», ha concluso. «Ma bisogna avere consapevolezza che una serie di problemi non si risolvono nelle singole regioni».
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Torino messa a ferro e fuoco dai militanti violenti di Askatasuna durante il corteo dello scorso 20 dicembre (Ansa)
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
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