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2022-06-25
I sacerdoti senza Dio sprofondano in abusi sessuali e di potere
Il cardinale Robert Sarah (Ansa)
In questi anni il cardinale africano Robert Sarah, 77 anni, prefetto emerito del Culto divino, ha dato alle stampe dei veri e propri best sellers dello spirito. Dio o niente, La forza del silenzio, Si fa sera e il giorno volge al declino, per citare il trittico edito in italiano dall’editore Cantagalli, sono stati letti dai fedeli di tutto il mondo.
Ora esce nelle librerie italiane, sempre per l’editore senese, il volume dal titolo Per l’eternità. Meditazioni sulla figura del sacerdote (Cantagalli, pagine 272, €23 euro il prezzo di copertina), un testo che si concentra sulla figura del prete, ma che in qualche modo parla a tutti. Coincidenza vuole che proprio in questi giorni in Francia è in uscita l’ultimissimo libro del cardinale, un catechismo sulla vita spirituale in cui afferma, fra l’altro, che «l’Occidente non può più reggersi in piedi perché non sa più inginocchiarsi». (Lorenzo Bertocchi).
Robert Sarah, Cardinale, prefetto emerito
del Culto divino
Come si può restare indifferenti di fronte al dramma degli abusi sessuali e dell’abuso di potere? Sono convinto che essi abbiano le loro radici nella secolarizzazione della vita dei sacerdoti. Il sacerdote è un uomo al servizio di Dio e della Chiesa. È un consacrato. Tutta la sua vita è riservata a Dio. Si è voluto desacralizzare la vita sacerdotale. Si è voluto banalizzarla, profanarla, secolarizzarla.
Abbiamo formato sacerdoti senza insegnare loro che il solo punto d’appoggio della loro vita è Dio, senza consentire loro di sperimentare che la loro vita ha senso soltanto per e attraverso Dio. Lontani da Dio, non resta loro nient’altro che il potere umano. Alcuni sono sprofondati nella logica diabolica dell’abuso di potere e dei reati sessuali. Se un sacerdote non sperimenta quotidianamente di essere soltanto uno strumento nelle mani di Dio, se non sta costantemente davanti a Lui per servirlo con tutto il cuore, allora rischia di inebriarsi di potere. Se la vita del sacerdote non è una vita consacrata, allora egli corre il grande pericolo di cadere vittima di illusione e sviamento. Ora, il celibato è la manifestazione più evidente che il sacerdote appartiene a Cristo e che non appartiene più a sé stesso. Il celibato è il segno di una vita che ha senso solo per e attraverso Dio. […]
L’obbedienza del sacerdote non è una sottomissione professionale a un superiore. Essa si inscrive nell’obbedienza del Figlio al Padre, ne partecipa e la prolunga. Come Cristo, il sacerdote deve poter affermare: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Giovanni 7,16). «Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare» (Giovanni 12,49). E devo obbedirgli assolutamente, fino alla morte e alla morte di Croce (cfr. Fil 2,8). Un sacerdote non parla di sé, della propria esperienza.
Egli è inviato ad annunciare una parola di cui non è l’autore. La sua fedeltà alla parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa, è la radice della sua obbedienza. Non aspettiamoci da un sacerdote che sia originale, ma che sia fedele alla dottrina trasmessa.
È deplorevole che oggi alcuni, per la preoccupazione di compiacere il mondo o di risultare attuali, e talvolta anche per velare o attenuare le esigenze radicali della Parola di Dio, abbiano la tendenza ad annacquare il Vangelo, a mistificarlo o a edulcorarlo per adattarlo alla mentalità e alle ideologie occidentali. […]
C’è oggi molta ambiguità, confusione, e molte interpretazioni ideologiche della Parola di Gesù. Anche nella Chiesa si è raggiunto un livello di relativismo mai visto. Così si crocifigge Cristo ancora una volta e si adultera il messaggio evangelico. Gesù, tuttavia, non ha lasciato spazio a nessun dubbio circa la radicalità del suo messaggio e le sue esigenze. Gesù è la Via, la Verità e la Vita; «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e sempre» (Eb 13,8). Ciò che chiedeva allora egli lo chiede ancora oggi. Il suo Vangelo non cambia al ritmo del mondo. […] Dalle origini del cristianesimo ci sono scelte alle quali non si può derogare. «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24; cfr. Lc 16,13). O seguiamo Gesù oppure scegliamo di conformarci al mondo.
La storia della Chiesa è segnata dalla testimonianza di una moltitudine di cristiani che hanno preferito dire «no», anche a costo della vita, piuttosto che perdere il tesoro che avevano scoperto in Gesù (cfr. Mt 13,44). Ancora oggi, questa libertà sovrana, che la fede in Gesù Cristo dona, porta i cristiani a resistere vittoriosamente alle nuove ideologie che distruggono l’uomo, la famiglia e la nostra società. Molti uomini del nostro tempo si irrigidiscono non appena si parli di verità e di una verità oggettiva universale che è al di fuori di noi, che ci supera e ci sovrasta. Ritengono ciò sinonimo di dogmatismo, di fondamentalismo e di intolleranza, e contrario alla scienza. Ci si rifiuta di riconoscere la realtà sovrana di Dio. Tuttavia, la Parola di Dio è l’unica luce che rivela la verità del mondo. Si insiste molto anche oggi sul cambiamento culturale. Si parla di una nuova etica globale, di cambi di paradigmi. Anche l’insegnamento dottrinale e morale e le discipline della Chiesa dovrebbero cambiare a loro volta? Se ci sono cose che cambiano, ci sono anche cose che restano immutate. Il progresso riguarda le tecnologie.
L’uomo resta lo stesso. I nostri contemporanei vivono in un contesto nuovo. Alcuni godono di nuove comodità, altri invece sperimentano nuove difficoltà. Ma nell’uomo di oggi vi è la stessa gentilezza, solidarietà fraterna, generosità e aspirazione alla libertà, alla felicità e la stessa malizia, perversione, avidità, malvagità, brutalità, lussuria e inclinazione all’idolatria dell’uomo di mille anni fa, a tal punto il peccato originale ci ha profondamente e ontologicamente segnati. Sono in tutto simile a Adamo ed Eva. L’unica differenza che sussiste tra me e Adamo è che io, oggi, ho un cellulare, un’automobile. Ma questa differenza è superficiale. Nel mio intimo ho i suoi stessi vizi, le stesse ambizioni, le stesse concupiscenze, la stessa avidità. E ogni uomo che nasce è costretto ad affrontare a sua volta le fatiche di ordine morale e spirituale dei propri genitori. Tutto ricomincia da capo. È questa la verità e la realtà a cui dobbiamo obbedienza.
Che tentazione, alle volte, di dire ciò che tutti vorrebbero sentire! Che tentazione di annacquare la Parola di Dio! Fin troppo forte per il nostro spirito intorpidito! Eppure, la nostra obbedienza ha le sue esigenze ed è il pegno del nostro amore per le anime. Che cosa saremmo se insegnassimo loro una dottrina addolcita, ammorbidita? Saremmo dei falsari. Condurremmo le anime lungo sentieri che non portano da nessuna parte.
Casalone: «Mondo pluralista, sì all’eutanasia»
Legge sul suicidio assistito? Sarebbero consigliabili alcuni ritocchi, ma sulla sostanza si può convenire, perché «siamo in una società pluralista». È questo il succo dell’intervento reso ieri mattina, nel corso delle audizioni tenute in Senato, precisamente nelle Commissioni riunite Giustizia e Sanità, non già da qualche militante radicale, bensì da un sacerdote, padre Carlo Casalone, docente di Teologia morale alla Pontificia università gregoriana, chiamato dal Pd a sostegno del disegno di legge.
L’intervento è stato strutturato in due passaggi: uno di «notazione generale», l’altro più basato su un esame critico dei singoli articoli. In effetti, nella seconda parte della sua relazione padre Casalone non ha mancato di evidenziare almeno un paio di punti critici del testo approvato alla Camera a marzo, relativamente alle cure palliative e all’espressione «condizione clinica irreversibile» che, secondo il sacerdote, sarebbe da integrare con l’aggettivo «terminale», onde evitare che il ddl esponga persone affette da una disabilità mentale o fisica a qualsivoglia pressione di morte.
Peccato, però, che nella prima parte del suo intervento, quella di «notazione generale», il docente della Gregoriana nulla abbia evidenziato delle criticità bioetiche della legge sul suicidio assistito. Addirittura, per giustificare tale sorprendente neutralità di un sacerdote davanti ad una norma che introduce il diritto di ottenere la morte, Casalone ha richiamato un intervento tenuto da Papa Francesco sei anni or sono, nel 2016, quando al Comitato nazionale di bioetica disse che «la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato in questo campo, anzi, è soddisfatta quando la coscienza civile, ai vari livelli, è in grado di riflettere, di discernere e di operare sulla base della libera e aperta razionalità».
Chiarissimo il senso di questa citazione da parte del religioso, che in questo modo ha paradossalmente voluto sottrarsi, lui docente di Teologia morale, a qualsivoglia valutazione morale sul testo. Una cosa assai singolare di cui si è accorto il senatore della Lega Simone Pillon il quale ha chiesto al sacerdote se secondo lui vi fosse accordo tra il ddl sul fine vita e le recenti parole di papa Bergoglio che, in udienza generale il 9 febbraio scorso, disse: «La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata».
Chiunque, davanti a una domanda così puntuale, si sarebbe sentito in difficoltà; non così, però, padre Casalone, che ha seraficamente riportato il discorso sul «rapporto tra dottrina e posizioni giuridiche all’interno di un Paese pluralista». È chiaro quale sia la posizione del pensiero cattolico sull’eutanasia e sul suicidio assistito, ha affermato il sacerdote, ma bisogna fare i conti con il panorama culturale odierno: come se la verità morale fosse subalterna al pluralismo e non chiamata a guidarlo.
Infine, Casalone ha concluso richiamando il suo articolo uscito sulla Civiltà Cattolica a gennaio, con cui auspicava l’approvazione della legge sul suicidio assistito. «Quell’articolo è uscito con l’approvazione della Segreteria di Stato», ha chiosato il sacerdote. Come dire: il mio pensiero non è affatto eretico, anzi è conforme a quello della Chiesa. E le parole di Papa Francesco richiamate da Pillon? Su quelle il docente della Gregoriana ha preferito glissare. Perché siamo in una società pluralista e tutto, sembra, deve esser oggetto di confronto. Perfino, a quanto pare, quel «non uccidere» che Dio infilò tra i Dieci comandamenti. Solo perché allora il mondo era diverso, ovvio. Diversamente anche l’Onnipotente avrebbe precisato: «Non uccidere, se il pluralismo te lo permette».
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In «Per l’eternità» il cardinale Sarah affronta il relativismo che profana la vita consacrata. E disgrega famiglie e società.Eutanasia: la posizione espressa da padre Casalone in audizione al Senato (chiamato dal Pd) sul ddl. E che va contro le parole di Papa Bergoglio: «La morte non va somministrata».Lo speciale contiene due articoli.In questi anni il cardinale africano Robert Sarah, 77 anni, prefetto emerito del Culto divino, ha dato alle stampe dei veri e propri best sellers dello spirito. Dio o niente, La forza del silenzio, Si fa sera e il giorno volge al declino, per citare il trittico edito in italiano dall’editore Cantagalli, sono stati letti dai fedeli di tutto il mondo. Ora esce nelle librerie italiane, sempre per l’editore senese, il volume dal titolo Per l’eternità. Meditazioni sulla figura del sacerdote (Cantagalli, pagine 272, €23 euro il prezzo di copertina), un testo che si concentra sulla figura del prete, ma che in qualche modo parla a tutti. Coincidenza vuole che proprio in questi giorni in Francia è in uscita l’ultimissimo libro del cardinale, un catechismo sulla vita spirituale in cui afferma, fra l’altro, che «l’Occidente non può più reggersi in piedi perché non sa più inginocchiarsi». (Lorenzo Bertocchi).Robert Sarah, Cardinale, prefetto emerito del Culto divinoCome si può restare indifferenti di fronte al dramma degli abusi sessuali e dell’abuso di potere? Sono convinto che essi abbiano le loro radici nella secolarizzazione della vita dei sacerdoti. Il sacerdote è un uomo al servizio di Dio e della Chiesa. È un consacrato. Tutta la sua vita è riservata a Dio. Si è voluto desacralizzare la vita sacerdotale. Si è voluto banalizzarla, profanarla, secolarizzarla.Abbiamo formato sacerdoti senza insegnare loro che il solo punto d’appoggio della loro vita è Dio, senza consentire loro di sperimentare che la loro vita ha senso soltanto per e attraverso Dio. Lontani da Dio, non resta loro nient’altro che il potere umano. Alcuni sono sprofondati nella logica diabolica dell’abuso di potere e dei reati sessuali. Se un sacerdote non sperimenta quotidianamente di essere soltanto uno strumento nelle mani di Dio, se non sta costantemente davanti a Lui per servirlo con tutto il cuore, allora rischia di inebriarsi di potere. Se la vita del sacerdote non è una vita consacrata, allora egli corre il grande pericolo di cadere vittima di illusione e sviamento. Ora, il celibato è la manifestazione più evidente che il sacerdote appartiene a Cristo e che non appartiene più a sé stesso. Il celibato è il segno di una vita che ha senso solo per e attraverso Dio. […]L’obbedienza del sacerdote non è una sottomissione professionale a un superiore. Essa si inscrive nell’obbedienza del Figlio al Padre, ne partecipa e la prolunga. Come Cristo, il sacerdote deve poter affermare: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Giovanni 7,16). «Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare» (Giovanni 12,49). E devo obbedirgli assolutamente, fino alla morte e alla morte di Croce (cfr. Fil 2,8). Un sacerdote non parla di sé, della propria esperienza. Egli è inviato ad annunciare una parola di cui non è l’autore. La sua fedeltà alla parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa, è la radice della sua obbedienza. Non aspettiamoci da un sacerdote che sia originale, ma che sia fedele alla dottrina trasmessa.È deplorevole che oggi alcuni, per la preoccupazione di compiacere il mondo o di risultare attuali, e talvolta anche per velare o attenuare le esigenze radicali della Parola di Dio, abbiano la tendenza ad annacquare il Vangelo, a mistificarlo o a edulcorarlo per adattarlo alla mentalità e alle ideologie occidentali. […]C’è oggi molta ambiguità, confusione, e molte interpretazioni ideologiche della Parola di Gesù. Anche nella Chiesa si è raggiunto un livello di relativismo mai visto. Così si crocifigge Cristo ancora una volta e si adultera il messaggio evangelico. Gesù, tuttavia, non ha lasciato spazio a nessun dubbio circa la radicalità del suo messaggio e le sue esigenze. Gesù è la Via, la Verità e la Vita; «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e sempre» (Eb 13,8). Ciò che chiedeva allora egli lo chiede ancora oggi. Il suo Vangelo non cambia al ritmo del mondo. […] Dalle origini del cristianesimo ci sono scelte alle quali non si può derogare. «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24; cfr. Lc 16,13). O seguiamo Gesù oppure scegliamo di conformarci al mondo. La storia della Chiesa è segnata dalla testimonianza di una moltitudine di cristiani che hanno preferito dire «no», anche a costo della vita, piuttosto che perdere il tesoro che avevano scoperto in Gesù (cfr. Mt 13,44). Ancora oggi, questa libertà sovrana, che la fede in Gesù Cristo dona, porta i cristiani a resistere vittoriosamente alle nuove ideologie che distruggono l’uomo, la famiglia e la nostra società. Molti uomini del nostro tempo si irrigidiscono non appena si parli di verità e di una verità oggettiva universale che è al di fuori di noi, che ci supera e ci sovrasta. Ritengono ciò sinonimo di dogmatismo, di fondamentalismo e di intolleranza, e contrario alla scienza. Ci si rifiuta di riconoscere la realtà sovrana di Dio. Tuttavia, la Parola di Dio è l’unica luce che rivela la verità del mondo. Si insiste molto anche oggi sul cambiamento culturale. Si parla di una nuova etica globale, di cambi di paradigmi. Anche l’insegnamento dottrinale e morale e le discipline della Chiesa dovrebbero cambiare a loro volta? Se ci sono cose che cambiano, ci sono anche cose che restano immutate. Il progresso riguarda le tecnologie. L’uomo resta lo stesso. I nostri contemporanei vivono in un contesto nuovo. Alcuni godono di nuove comodità, altri invece sperimentano nuove difficoltà. Ma nell’uomo di oggi vi è la stessa gentilezza, solidarietà fraterna, generosità e aspirazione alla libertà, alla felicità e la stessa malizia, perversione, avidità, malvagità, brutalità, lussuria e inclinazione all’idolatria dell’uomo di mille anni fa, a tal punto il peccato originale ci ha profondamente e ontologicamente segnati. Sono in tutto simile a Adamo ed Eva. L’unica differenza che sussiste tra me e Adamo è che io, oggi, ho un cellulare, un’automobile. Ma questa differenza è superficiale. Nel mio intimo ho i suoi stessi vizi, le stesse ambizioni, le stesse concupiscenze, la stessa avidità. E ogni uomo che nasce è costretto ad affrontare a sua volta le fatiche di ordine morale e spirituale dei propri genitori. Tutto ricomincia da capo. È questa la verità e la realtà a cui dobbiamo obbedienza.Che tentazione, alle volte, di dire ciò che tutti vorrebbero sentire! Che tentazione di annacquare la Parola di Dio! Fin troppo forte per il nostro spirito intorpidito! Eppure, la nostra obbedienza ha le sue esigenze ed è il pegno del nostro amore per le anime. Che cosa saremmo se insegnassimo loro una dottrina addolcita, ammorbidita? Saremmo dei falsari. Condurremmo le anime lungo sentieri che non portano da nessuna parte.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-sacerdoti-senza-dio-sprofondano-in-abusi-sessuali-e-di-potere-2657561355.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="casalone-mondo-pluralista-si-alleutanasia" data-post-id="2657561355" data-published-at="1656133928" data-use-pagination="False"> Casalone: «Mondo pluralista, sì all’eutanasia» Legge sul suicidio assistito? Sarebbero consigliabili alcuni ritocchi, ma sulla sostanza si può convenire, perché «siamo in una società pluralista». È questo il succo dell’intervento reso ieri mattina, nel corso delle audizioni tenute in Senato, precisamente nelle Commissioni riunite Giustizia e Sanità, non già da qualche militante radicale, bensì da un sacerdote, padre Carlo Casalone, docente di Teologia morale alla Pontificia università gregoriana, chiamato dal Pd a sostegno del disegno di legge. L’intervento è stato strutturato in due passaggi: uno di «notazione generale», l’altro più basato su un esame critico dei singoli articoli. In effetti, nella seconda parte della sua relazione padre Casalone non ha mancato di evidenziare almeno un paio di punti critici del testo approvato alla Camera a marzo, relativamente alle cure palliative e all’espressione «condizione clinica irreversibile» che, secondo il sacerdote, sarebbe da integrare con l’aggettivo «terminale», onde evitare che il ddl esponga persone affette da una disabilità mentale o fisica a qualsivoglia pressione di morte. Peccato, però, che nella prima parte del suo intervento, quella di «notazione generale», il docente della Gregoriana nulla abbia evidenziato delle criticità bioetiche della legge sul suicidio assistito. Addirittura, per giustificare tale sorprendente neutralità di un sacerdote davanti ad una norma che introduce il diritto di ottenere la morte, Casalone ha richiamato un intervento tenuto da Papa Francesco sei anni or sono, nel 2016, quando al Comitato nazionale di bioetica disse che «la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato in questo campo, anzi, è soddisfatta quando la coscienza civile, ai vari livelli, è in grado di riflettere, di discernere e di operare sulla base della libera e aperta razionalità». Chiarissimo il senso di questa citazione da parte del religioso, che in questo modo ha paradossalmente voluto sottrarsi, lui docente di Teologia morale, a qualsivoglia valutazione morale sul testo. Una cosa assai singolare di cui si è accorto il senatore della Lega Simone Pillon il quale ha chiesto al sacerdote se secondo lui vi fosse accordo tra il ddl sul fine vita e le recenti parole di papa Bergoglio che, in udienza generale il 9 febbraio scorso, disse: «La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata». Chiunque, davanti a una domanda così puntuale, si sarebbe sentito in difficoltà; non così, però, padre Casalone, che ha seraficamente riportato il discorso sul «rapporto tra dottrina e posizioni giuridiche all’interno di un Paese pluralista». È chiaro quale sia la posizione del pensiero cattolico sull’eutanasia e sul suicidio assistito, ha affermato il sacerdote, ma bisogna fare i conti con il panorama culturale odierno: come se la verità morale fosse subalterna al pluralismo e non chiamata a guidarlo. Infine, Casalone ha concluso richiamando il suo articolo uscito sulla Civiltà Cattolica a gennaio, con cui auspicava l’approvazione della legge sul suicidio assistito. «Quell’articolo è uscito con l’approvazione della Segreteria di Stato», ha chiosato il sacerdote. Come dire: il mio pensiero non è affatto eretico, anzi è conforme a quello della Chiesa. E le parole di Papa Francesco richiamate da Pillon? Su quelle il docente della Gregoriana ha preferito glissare. Perché siamo in una società pluralista e tutto, sembra, deve esser oggetto di confronto. Perfino, a quanto pare, quel «non uccidere» che Dio infilò tra i Dieci comandamenti. Solo perché allora il mondo era diverso, ovvio. Diversamente anche l’Onnipotente avrebbe precisato: «Non uccidere, se il pluralismo te lo permette».
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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