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2022-06-25
I sacerdoti senza Dio sprofondano in abusi sessuali e di potere
Il cardinale Robert Sarah (Ansa)
In questi anni il cardinale africano Robert Sarah, 77 anni, prefetto emerito del Culto divino, ha dato alle stampe dei veri e propri best sellers dello spirito. Dio o niente, La forza del silenzio, Si fa sera e il giorno volge al declino, per citare il trittico edito in italiano dall’editore Cantagalli, sono stati letti dai fedeli di tutto il mondo.
Ora esce nelle librerie italiane, sempre per l’editore senese, il volume dal titolo Per l’eternità. Meditazioni sulla figura del sacerdote (Cantagalli, pagine 272, €23 euro il prezzo di copertina), un testo che si concentra sulla figura del prete, ma che in qualche modo parla a tutti. Coincidenza vuole che proprio in questi giorni in Francia è in uscita l’ultimissimo libro del cardinale, un catechismo sulla vita spirituale in cui afferma, fra l’altro, che «l’Occidente non può più reggersi in piedi perché non sa più inginocchiarsi». (Lorenzo Bertocchi).
Robert Sarah, Cardinale, prefetto emerito
del Culto divino
Come si può restare indifferenti di fronte al dramma degli abusi sessuali e dell’abuso di potere? Sono convinto che essi abbiano le loro radici nella secolarizzazione della vita dei sacerdoti. Il sacerdote è un uomo al servizio di Dio e della Chiesa. È un consacrato. Tutta la sua vita è riservata a Dio. Si è voluto desacralizzare la vita sacerdotale. Si è voluto banalizzarla, profanarla, secolarizzarla.
Abbiamo formato sacerdoti senza insegnare loro che il solo punto d’appoggio della loro vita è Dio, senza consentire loro di sperimentare che la loro vita ha senso soltanto per e attraverso Dio. Lontani da Dio, non resta loro nient’altro che il potere umano. Alcuni sono sprofondati nella logica diabolica dell’abuso di potere e dei reati sessuali. Se un sacerdote non sperimenta quotidianamente di essere soltanto uno strumento nelle mani di Dio, se non sta costantemente davanti a Lui per servirlo con tutto il cuore, allora rischia di inebriarsi di potere. Se la vita del sacerdote non è una vita consacrata, allora egli corre il grande pericolo di cadere vittima di illusione e sviamento. Ora, il celibato è la manifestazione più evidente che il sacerdote appartiene a Cristo e che non appartiene più a sé stesso. Il celibato è il segno di una vita che ha senso solo per e attraverso Dio. […]
L’obbedienza del sacerdote non è una sottomissione professionale a un superiore. Essa si inscrive nell’obbedienza del Figlio al Padre, ne partecipa e la prolunga. Come Cristo, il sacerdote deve poter affermare: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Giovanni 7,16). «Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare» (Giovanni 12,49). E devo obbedirgli assolutamente, fino alla morte e alla morte di Croce (cfr. Fil 2,8). Un sacerdote non parla di sé, della propria esperienza.
Egli è inviato ad annunciare una parola di cui non è l’autore. La sua fedeltà alla parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa, è la radice della sua obbedienza. Non aspettiamoci da un sacerdote che sia originale, ma che sia fedele alla dottrina trasmessa.
È deplorevole che oggi alcuni, per la preoccupazione di compiacere il mondo o di risultare attuali, e talvolta anche per velare o attenuare le esigenze radicali della Parola di Dio, abbiano la tendenza ad annacquare il Vangelo, a mistificarlo o a edulcorarlo per adattarlo alla mentalità e alle ideologie occidentali. […]
C’è oggi molta ambiguità, confusione, e molte interpretazioni ideologiche della Parola di Gesù. Anche nella Chiesa si è raggiunto un livello di relativismo mai visto. Così si crocifigge Cristo ancora una volta e si adultera il messaggio evangelico. Gesù, tuttavia, non ha lasciato spazio a nessun dubbio circa la radicalità del suo messaggio e le sue esigenze. Gesù è la Via, la Verità e la Vita; «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e sempre» (Eb 13,8). Ciò che chiedeva allora egli lo chiede ancora oggi. Il suo Vangelo non cambia al ritmo del mondo. […] Dalle origini del cristianesimo ci sono scelte alle quali non si può derogare. «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24; cfr. Lc 16,13). O seguiamo Gesù oppure scegliamo di conformarci al mondo.
La storia della Chiesa è segnata dalla testimonianza di una moltitudine di cristiani che hanno preferito dire «no», anche a costo della vita, piuttosto che perdere il tesoro che avevano scoperto in Gesù (cfr. Mt 13,44). Ancora oggi, questa libertà sovrana, che la fede in Gesù Cristo dona, porta i cristiani a resistere vittoriosamente alle nuove ideologie che distruggono l’uomo, la famiglia e la nostra società. Molti uomini del nostro tempo si irrigidiscono non appena si parli di verità e di una verità oggettiva universale che è al di fuori di noi, che ci supera e ci sovrasta. Ritengono ciò sinonimo di dogmatismo, di fondamentalismo e di intolleranza, e contrario alla scienza. Ci si rifiuta di riconoscere la realtà sovrana di Dio. Tuttavia, la Parola di Dio è l’unica luce che rivela la verità del mondo. Si insiste molto anche oggi sul cambiamento culturale. Si parla di una nuova etica globale, di cambi di paradigmi. Anche l’insegnamento dottrinale e morale e le discipline della Chiesa dovrebbero cambiare a loro volta? Se ci sono cose che cambiano, ci sono anche cose che restano immutate. Il progresso riguarda le tecnologie.
L’uomo resta lo stesso. I nostri contemporanei vivono in un contesto nuovo. Alcuni godono di nuove comodità, altri invece sperimentano nuove difficoltà. Ma nell’uomo di oggi vi è la stessa gentilezza, solidarietà fraterna, generosità e aspirazione alla libertà, alla felicità e la stessa malizia, perversione, avidità, malvagità, brutalità, lussuria e inclinazione all’idolatria dell’uomo di mille anni fa, a tal punto il peccato originale ci ha profondamente e ontologicamente segnati. Sono in tutto simile a Adamo ed Eva. L’unica differenza che sussiste tra me e Adamo è che io, oggi, ho un cellulare, un’automobile. Ma questa differenza è superficiale. Nel mio intimo ho i suoi stessi vizi, le stesse ambizioni, le stesse concupiscenze, la stessa avidità. E ogni uomo che nasce è costretto ad affrontare a sua volta le fatiche di ordine morale e spirituale dei propri genitori. Tutto ricomincia da capo. È questa la verità e la realtà a cui dobbiamo obbedienza.
Che tentazione, alle volte, di dire ciò che tutti vorrebbero sentire! Che tentazione di annacquare la Parola di Dio! Fin troppo forte per il nostro spirito intorpidito! Eppure, la nostra obbedienza ha le sue esigenze ed è il pegno del nostro amore per le anime. Che cosa saremmo se insegnassimo loro una dottrina addolcita, ammorbidita? Saremmo dei falsari. Condurremmo le anime lungo sentieri che non portano da nessuna parte.
Casalone: «Mondo pluralista, sì all’eutanasia»
Legge sul suicidio assistito? Sarebbero consigliabili alcuni ritocchi, ma sulla sostanza si può convenire, perché «siamo in una società pluralista». È questo il succo dell’intervento reso ieri mattina, nel corso delle audizioni tenute in Senato, precisamente nelle Commissioni riunite Giustizia e Sanità, non già da qualche militante radicale, bensì da un sacerdote, padre Carlo Casalone, docente di Teologia morale alla Pontificia università gregoriana, chiamato dal Pd a sostegno del disegno di legge.
L’intervento è stato strutturato in due passaggi: uno di «notazione generale», l’altro più basato su un esame critico dei singoli articoli. In effetti, nella seconda parte della sua relazione padre Casalone non ha mancato di evidenziare almeno un paio di punti critici del testo approvato alla Camera a marzo, relativamente alle cure palliative e all’espressione «condizione clinica irreversibile» che, secondo il sacerdote, sarebbe da integrare con l’aggettivo «terminale», onde evitare che il ddl esponga persone affette da una disabilità mentale o fisica a qualsivoglia pressione di morte.
Peccato, però, che nella prima parte del suo intervento, quella di «notazione generale», il docente della Gregoriana nulla abbia evidenziato delle criticità bioetiche della legge sul suicidio assistito. Addirittura, per giustificare tale sorprendente neutralità di un sacerdote davanti ad una norma che introduce il diritto di ottenere la morte, Casalone ha richiamato un intervento tenuto da Papa Francesco sei anni or sono, nel 2016, quando al Comitato nazionale di bioetica disse che «la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato in questo campo, anzi, è soddisfatta quando la coscienza civile, ai vari livelli, è in grado di riflettere, di discernere e di operare sulla base della libera e aperta razionalità».
Chiarissimo il senso di questa citazione da parte del religioso, che in questo modo ha paradossalmente voluto sottrarsi, lui docente di Teologia morale, a qualsivoglia valutazione morale sul testo. Una cosa assai singolare di cui si è accorto il senatore della Lega Simone Pillon il quale ha chiesto al sacerdote se secondo lui vi fosse accordo tra il ddl sul fine vita e le recenti parole di papa Bergoglio che, in udienza generale il 9 febbraio scorso, disse: «La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata».
Chiunque, davanti a una domanda così puntuale, si sarebbe sentito in difficoltà; non così, però, padre Casalone, che ha seraficamente riportato il discorso sul «rapporto tra dottrina e posizioni giuridiche all’interno di un Paese pluralista». È chiaro quale sia la posizione del pensiero cattolico sull’eutanasia e sul suicidio assistito, ha affermato il sacerdote, ma bisogna fare i conti con il panorama culturale odierno: come se la verità morale fosse subalterna al pluralismo e non chiamata a guidarlo.
Infine, Casalone ha concluso richiamando il suo articolo uscito sulla Civiltà Cattolica a gennaio, con cui auspicava l’approvazione della legge sul suicidio assistito. «Quell’articolo è uscito con l’approvazione della Segreteria di Stato», ha chiosato il sacerdote. Come dire: il mio pensiero non è affatto eretico, anzi è conforme a quello della Chiesa. E le parole di Papa Francesco richiamate da Pillon? Su quelle il docente della Gregoriana ha preferito glissare. Perché siamo in una società pluralista e tutto, sembra, deve esser oggetto di confronto. Perfino, a quanto pare, quel «non uccidere» che Dio infilò tra i Dieci comandamenti. Solo perché allora il mondo era diverso, ovvio. Diversamente anche l’Onnipotente avrebbe precisato: «Non uccidere, se il pluralismo te lo permette».
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In «Per l’eternità» il cardinale Sarah affronta il relativismo che profana la vita consacrata. E disgrega famiglie e società.Eutanasia: la posizione espressa da padre Casalone in audizione al Senato (chiamato dal Pd) sul ddl. E che va contro le parole di Papa Bergoglio: «La morte non va somministrata».Lo speciale contiene due articoli.In questi anni il cardinale africano Robert Sarah, 77 anni, prefetto emerito del Culto divino, ha dato alle stampe dei veri e propri best sellers dello spirito. Dio o niente, La forza del silenzio, Si fa sera e il giorno volge al declino, per citare il trittico edito in italiano dall’editore Cantagalli, sono stati letti dai fedeli di tutto il mondo. Ora esce nelle librerie italiane, sempre per l’editore senese, il volume dal titolo Per l’eternità. Meditazioni sulla figura del sacerdote (Cantagalli, pagine 272, €23 euro il prezzo di copertina), un testo che si concentra sulla figura del prete, ma che in qualche modo parla a tutti. Coincidenza vuole che proprio in questi giorni in Francia è in uscita l’ultimissimo libro del cardinale, un catechismo sulla vita spirituale in cui afferma, fra l’altro, che «l’Occidente non può più reggersi in piedi perché non sa più inginocchiarsi». (Lorenzo Bertocchi).Robert Sarah, Cardinale, prefetto emerito del Culto divinoCome si può restare indifferenti di fronte al dramma degli abusi sessuali e dell’abuso di potere? Sono convinto che essi abbiano le loro radici nella secolarizzazione della vita dei sacerdoti. Il sacerdote è un uomo al servizio di Dio e della Chiesa. È un consacrato. Tutta la sua vita è riservata a Dio. Si è voluto desacralizzare la vita sacerdotale. Si è voluto banalizzarla, profanarla, secolarizzarla.Abbiamo formato sacerdoti senza insegnare loro che il solo punto d’appoggio della loro vita è Dio, senza consentire loro di sperimentare che la loro vita ha senso soltanto per e attraverso Dio. Lontani da Dio, non resta loro nient’altro che il potere umano. Alcuni sono sprofondati nella logica diabolica dell’abuso di potere e dei reati sessuali. Se un sacerdote non sperimenta quotidianamente di essere soltanto uno strumento nelle mani di Dio, se non sta costantemente davanti a Lui per servirlo con tutto il cuore, allora rischia di inebriarsi di potere. Se la vita del sacerdote non è una vita consacrata, allora egli corre il grande pericolo di cadere vittima di illusione e sviamento. Ora, il celibato è la manifestazione più evidente che il sacerdote appartiene a Cristo e che non appartiene più a sé stesso. Il celibato è il segno di una vita che ha senso solo per e attraverso Dio. […]L’obbedienza del sacerdote non è una sottomissione professionale a un superiore. Essa si inscrive nell’obbedienza del Figlio al Padre, ne partecipa e la prolunga. Come Cristo, il sacerdote deve poter affermare: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Giovanni 7,16). «Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare» (Giovanni 12,49). E devo obbedirgli assolutamente, fino alla morte e alla morte di Croce (cfr. Fil 2,8). Un sacerdote non parla di sé, della propria esperienza. Egli è inviato ad annunciare una parola di cui non è l’autore. La sua fedeltà alla parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa, è la radice della sua obbedienza. Non aspettiamoci da un sacerdote che sia originale, ma che sia fedele alla dottrina trasmessa.È deplorevole che oggi alcuni, per la preoccupazione di compiacere il mondo o di risultare attuali, e talvolta anche per velare o attenuare le esigenze radicali della Parola di Dio, abbiano la tendenza ad annacquare il Vangelo, a mistificarlo o a edulcorarlo per adattarlo alla mentalità e alle ideologie occidentali. […]C’è oggi molta ambiguità, confusione, e molte interpretazioni ideologiche della Parola di Gesù. Anche nella Chiesa si è raggiunto un livello di relativismo mai visto. Così si crocifigge Cristo ancora una volta e si adultera il messaggio evangelico. Gesù, tuttavia, non ha lasciato spazio a nessun dubbio circa la radicalità del suo messaggio e le sue esigenze. Gesù è la Via, la Verità e la Vita; «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e sempre» (Eb 13,8). Ciò che chiedeva allora egli lo chiede ancora oggi. Il suo Vangelo non cambia al ritmo del mondo. […] Dalle origini del cristianesimo ci sono scelte alle quali non si può derogare. «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24; cfr. Lc 16,13). O seguiamo Gesù oppure scegliamo di conformarci al mondo. La storia della Chiesa è segnata dalla testimonianza di una moltitudine di cristiani che hanno preferito dire «no», anche a costo della vita, piuttosto che perdere il tesoro che avevano scoperto in Gesù (cfr. Mt 13,44). Ancora oggi, questa libertà sovrana, che la fede in Gesù Cristo dona, porta i cristiani a resistere vittoriosamente alle nuove ideologie che distruggono l’uomo, la famiglia e la nostra società. Molti uomini del nostro tempo si irrigidiscono non appena si parli di verità e di una verità oggettiva universale che è al di fuori di noi, che ci supera e ci sovrasta. Ritengono ciò sinonimo di dogmatismo, di fondamentalismo e di intolleranza, e contrario alla scienza. Ci si rifiuta di riconoscere la realtà sovrana di Dio. Tuttavia, la Parola di Dio è l’unica luce che rivela la verità del mondo. Si insiste molto anche oggi sul cambiamento culturale. Si parla di una nuova etica globale, di cambi di paradigmi. Anche l’insegnamento dottrinale e morale e le discipline della Chiesa dovrebbero cambiare a loro volta? Se ci sono cose che cambiano, ci sono anche cose che restano immutate. Il progresso riguarda le tecnologie. L’uomo resta lo stesso. I nostri contemporanei vivono in un contesto nuovo. Alcuni godono di nuove comodità, altri invece sperimentano nuove difficoltà. Ma nell’uomo di oggi vi è la stessa gentilezza, solidarietà fraterna, generosità e aspirazione alla libertà, alla felicità e la stessa malizia, perversione, avidità, malvagità, brutalità, lussuria e inclinazione all’idolatria dell’uomo di mille anni fa, a tal punto il peccato originale ci ha profondamente e ontologicamente segnati. Sono in tutto simile a Adamo ed Eva. L’unica differenza che sussiste tra me e Adamo è che io, oggi, ho un cellulare, un’automobile. Ma questa differenza è superficiale. Nel mio intimo ho i suoi stessi vizi, le stesse ambizioni, le stesse concupiscenze, la stessa avidità. E ogni uomo che nasce è costretto ad affrontare a sua volta le fatiche di ordine morale e spirituale dei propri genitori. Tutto ricomincia da capo. È questa la verità e la realtà a cui dobbiamo obbedienza.Che tentazione, alle volte, di dire ciò che tutti vorrebbero sentire! Che tentazione di annacquare la Parola di Dio! Fin troppo forte per il nostro spirito intorpidito! Eppure, la nostra obbedienza ha le sue esigenze ed è il pegno del nostro amore per le anime. Che cosa saremmo se insegnassimo loro una dottrina addolcita, ammorbidita? Saremmo dei falsari. 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È questo il succo dell’intervento reso ieri mattina, nel corso delle audizioni tenute in Senato, precisamente nelle Commissioni riunite Giustizia e Sanità, non già da qualche militante radicale, bensì da un sacerdote, padre Carlo Casalone, docente di Teologia morale alla Pontificia università gregoriana, chiamato dal Pd a sostegno del disegno di legge. L’intervento è stato strutturato in due passaggi: uno di «notazione generale», l’altro più basato su un esame critico dei singoli articoli. In effetti, nella seconda parte della sua relazione padre Casalone non ha mancato di evidenziare almeno un paio di punti critici del testo approvato alla Camera a marzo, relativamente alle cure palliative e all’espressione «condizione clinica irreversibile» che, secondo il sacerdote, sarebbe da integrare con l’aggettivo «terminale», onde evitare che il ddl esponga persone affette da una disabilità mentale o fisica a qualsivoglia pressione di morte. Peccato, però, che nella prima parte del suo intervento, quella di «notazione generale», il docente della Gregoriana nulla abbia evidenziato delle criticità bioetiche della legge sul suicidio assistito. Addirittura, per giustificare tale sorprendente neutralità di un sacerdote davanti ad una norma che introduce il diritto di ottenere la morte, Casalone ha richiamato un intervento tenuto da Papa Francesco sei anni or sono, nel 2016, quando al Comitato nazionale di bioetica disse che «la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato in questo campo, anzi, è soddisfatta quando la coscienza civile, ai vari livelli, è in grado di riflettere, di discernere e di operare sulla base della libera e aperta razionalità». Chiarissimo il senso di questa citazione da parte del religioso, che in questo modo ha paradossalmente voluto sottrarsi, lui docente di Teologia morale, a qualsivoglia valutazione morale sul testo. Una cosa assai singolare di cui si è accorto il senatore della Lega Simone Pillon il quale ha chiesto al sacerdote se secondo lui vi fosse accordo tra il ddl sul fine vita e le recenti parole di papa Bergoglio che, in udienza generale il 9 febbraio scorso, disse: «La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata». Chiunque, davanti a una domanda così puntuale, si sarebbe sentito in difficoltà; non così, però, padre Casalone, che ha seraficamente riportato il discorso sul «rapporto tra dottrina e posizioni giuridiche all’interno di un Paese pluralista». È chiaro quale sia la posizione del pensiero cattolico sull’eutanasia e sul suicidio assistito, ha affermato il sacerdote, ma bisogna fare i conti con il panorama culturale odierno: come se la verità morale fosse subalterna al pluralismo e non chiamata a guidarlo. Infine, Casalone ha concluso richiamando il suo articolo uscito sulla Civiltà Cattolica a gennaio, con cui auspicava l’approvazione della legge sul suicidio assistito. «Quell’articolo è uscito con l’approvazione della Segreteria di Stato», ha chiosato il sacerdote. Come dire: il mio pensiero non è affatto eretico, anzi è conforme a quello della Chiesa. E le parole di Papa Francesco richiamate da Pillon? Su quelle il docente della Gregoriana ha preferito glissare. Perché siamo in una società pluralista e tutto, sembra, deve esser oggetto di confronto. Perfino, a quanto pare, quel «non uccidere» che Dio infilò tra i Dieci comandamenti. Solo perché allora il mondo era diverso, ovvio. Diversamente anche l’Onnipotente avrebbe precisato: «Non uccidere, se il pluralismo te lo permette».
Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.
Jerome Powell (Ansa)
Trump affila i coltelli, Powell indossa l’elmetto. I mercati decidono che non è il caso di aspettare. In poche ore argento, platino e oro riscrivono i massimi storici, il dollaro scivola e Wall Street si guarda allo specchio temendo che la festa possa degenerare.
Il detonatore è un fatto senza precedenti. Jerome Powell, il banchiere centrale più potente del mondo, rompe ogni protocollo e si presenta in video. Non per annunciare un taglio dei tassi ma per comunicare che è sotto indagine penale. Roba da tribunali, non da conferenze stampa ovattate. La Procura vuole vederci chiaro sulla ristrutturazione della storica sede della Federal Reserve a Washington: un progetto partito nel 2022 e lievitato fino a circa 2,5 miliardi di dollari, con almeno 600 milioni in più rispetto al budget. Una cifra che, anche per gli standard americani, fa sobbalzare. Che materiali hanno usato e quanti operai hanno impiegato per spendere tanto? E il costo record dei ponteggi?
L’accusa formale è tecnica: Powell avrebbe mentito o omesso dettagli nella testimonianza resa lo scorso giugno davanti alla Commissione bancaria del Senato. Il problema non è l’edilizia. È la politica monetaria.
Powell lo dice senza giri di parole. Definisce l’indagine «un’azione senza precedenti» e la inserisce in un contesto di «minacce e pressioni continue» da parte della Casa Bianca. Insomma una ritorsione. Il peccato di Powell, nella sua ricostruzione è quello di aver fissato i tassi di interesse sulla base dei dati macroeconomici - inflazione, occupazione - invece che sulle preferenze del presidente.
Trump, naturalmente, nega tutto. «Non ne so nulla», dice a Nbc News. Ma la smentita dura il tempo di un respiro. Subito dopo riparte l’attacco: Powell «non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici». Tradotto: se i tassi fossero più bassi, nessuno parlerebbe dei muri della Fed.
I mercati non aspettano le Procure. Reagiscono. L’oro vola oltre 4.600 dollari l’oncia, chiudendo intorno 4.620. L’argento schizza a 86 dollari, con rialzi giornalieri da capogiro. Il platino sfiora i 2.400 dollari, il palladio si avvicina ai 2.000. È la corsa ai beni rifugio nella sua forma più pura, quasi didattica. Il dollaro, invece, paga il conto. Inverte la rotta della settimana precedente e perde terreno contro l’euro. I Treasury a 10 anni salgono al 4,2%, i trentennali al 4,86%. Segnali chiari di tensione. Segnali che raccontano una cosa sola: la fiducia non è infinita. E quando viene messa in discussione la credibilità della banca centrale americana, il mondo intero prende appunti. In Europa si fa finta di niente, come spesso accade quando il problema è grande. Milano e Parigi restano immobili, Londra avanza di un timido +0,16%, Francoforte sale dello 0,57% trainata dai titoli della difesa - perché in tempi di guerra, vera o metaforica, qualcuno guadagna sempre. Wall Street galleggia appena sopra la parità, con l’aria di chi spera che sia solo un brutto sogno. Ma non lo è. Perché qui non siamo più alle schermaglie verbali, ai tweet, ai soprannomi irridenti. Qui siamo allo scontro istituzionale. E se è vero che il capo dellla Fed non può sentirsi al di sopra della legge è altrettanto vero che l’atmosfera intorno alla banca centrale Usa si è fatta incandescente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale e possibile successore di Powell, butta benzina sul fuoco parlando di un edificio «enormemente più costoso di qualsiasi altro nella storia di Washington». Un messaggio neanche troppo cifrato.
Il mandato di Powell scade a maggio. Da qui ad allora i mercati resteranno nervosi. Perché nessuno sa dove porterà questa escalation. Se l’indagine andrà avanti. Se il precedente diventerà prassi. Se, domani, ogni decisione sui tassi dovrà passare al vaglio della politica. È questo lo spettro che spaventa gli investitori molto più di un bilancio fuori controllo.
La guerra nucleare dei mercati, insomma, è già iniziata. Non fa rumore, non lascia crateri visibili, ma brucia fiducia, erode certezze e spinge capitali a nascondersi sotto terra, in lingotti luccicanti. E come in ogni guerra, c’è una sola verità: quando saltano i tabù, nessuno può dirsi al sicuro. Nemmeno la Federal Reserve.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti ci rivela i retroscena delle strategie di Usa, Russia e Cina.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia durante il dibattito sulla Pac (Politica agricola comune) all'Eurocamera di Strasburgo.