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2022-06-25
I sacerdoti senza Dio sprofondano in abusi sessuali e di potere
Il cardinale Robert Sarah (Ansa)
In questi anni il cardinale africano Robert Sarah, 77 anni, prefetto emerito del Culto divino, ha dato alle stampe dei veri e propri best sellers dello spirito. Dio o niente, La forza del silenzio, Si fa sera e il giorno volge al declino, per citare il trittico edito in italiano dall’editore Cantagalli, sono stati letti dai fedeli di tutto il mondo.
Ora esce nelle librerie italiane, sempre per l’editore senese, il volume dal titolo Per l’eternità. Meditazioni sulla figura del sacerdote (Cantagalli, pagine 272, €23 euro il prezzo di copertina), un testo che si concentra sulla figura del prete, ma che in qualche modo parla a tutti. Coincidenza vuole che proprio in questi giorni in Francia è in uscita l’ultimissimo libro del cardinale, un catechismo sulla vita spirituale in cui afferma, fra l’altro, che «l’Occidente non può più reggersi in piedi perché non sa più inginocchiarsi». (Lorenzo Bertocchi).
Robert Sarah, Cardinale, prefetto emerito
del Culto divino
Come si può restare indifferenti di fronte al dramma degli abusi sessuali e dell’abuso di potere? Sono convinto che essi abbiano le loro radici nella secolarizzazione della vita dei sacerdoti. Il sacerdote è un uomo al servizio di Dio e della Chiesa. È un consacrato. Tutta la sua vita è riservata a Dio. Si è voluto desacralizzare la vita sacerdotale. Si è voluto banalizzarla, profanarla, secolarizzarla.
Abbiamo formato sacerdoti senza insegnare loro che il solo punto d’appoggio della loro vita è Dio, senza consentire loro di sperimentare che la loro vita ha senso soltanto per e attraverso Dio. Lontani da Dio, non resta loro nient’altro che il potere umano. Alcuni sono sprofondati nella logica diabolica dell’abuso di potere e dei reati sessuali. Se un sacerdote non sperimenta quotidianamente di essere soltanto uno strumento nelle mani di Dio, se non sta costantemente davanti a Lui per servirlo con tutto il cuore, allora rischia di inebriarsi di potere. Se la vita del sacerdote non è una vita consacrata, allora egli corre il grande pericolo di cadere vittima di illusione e sviamento. Ora, il celibato è la manifestazione più evidente che il sacerdote appartiene a Cristo e che non appartiene più a sé stesso. Il celibato è il segno di una vita che ha senso solo per e attraverso Dio. […]
L’obbedienza del sacerdote non è una sottomissione professionale a un superiore. Essa si inscrive nell’obbedienza del Figlio al Padre, ne partecipa e la prolunga. Come Cristo, il sacerdote deve poter affermare: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Giovanni 7,16). «Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare» (Giovanni 12,49). E devo obbedirgli assolutamente, fino alla morte e alla morte di Croce (cfr. Fil 2,8). Un sacerdote non parla di sé, della propria esperienza.
Egli è inviato ad annunciare una parola di cui non è l’autore. La sua fedeltà alla parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa, è la radice della sua obbedienza. Non aspettiamoci da un sacerdote che sia originale, ma che sia fedele alla dottrina trasmessa.
È deplorevole che oggi alcuni, per la preoccupazione di compiacere il mondo o di risultare attuali, e talvolta anche per velare o attenuare le esigenze radicali della Parola di Dio, abbiano la tendenza ad annacquare il Vangelo, a mistificarlo o a edulcorarlo per adattarlo alla mentalità e alle ideologie occidentali. […]
C’è oggi molta ambiguità, confusione, e molte interpretazioni ideologiche della Parola di Gesù. Anche nella Chiesa si è raggiunto un livello di relativismo mai visto. Così si crocifigge Cristo ancora una volta e si adultera il messaggio evangelico. Gesù, tuttavia, non ha lasciato spazio a nessun dubbio circa la radicalità del suo messaggio e le sue esigenze. Gesù è la Via, la Verità e la Vita; «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e sempre» (Eb 13,8). Ciò che chiedeva allora egli lo chiede ancora oggi. Il suo Vangelo non cambia al ritmo del mondo. […] Dalle origini del cristianesimo ci sono scelte alle quali non si può derogare. «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24; cfr. Lc 16,13). O seguiamo Gesù oppure scegliamo di conformarci al mondo.
La storia della Chiesa è segnata dalla testimonianza di una moltitudine di cristiani che hanno preferito dire «no», anche a costo della vita, piuttosto che perdere il tesoro che avevano scoperto in Gesù (cfr. Mt 13,44). Ancora oggi, questa libertà sovrana, che la fede in Gesù Cristo dona, porta i cristiani a resistere vittoriosamente alle nuove ideologie che distruggono l’uomo, la famiglia e la nostra società. Molti uomini del nostro tempo si irrigidiscono non appena si parli di verità e di una verità oggettiva universale che è al di fuori di noi, che ci supera e ci sovrasta. Ritengono ciò sinonimo di dogmatismo, di fondamentalismo e di intolleranza, e contrario alla scienza. Ci si rifiuta di riconoscere la realtà sovrana di Dio. Tuttavia, la Parola di Dio è l’unica luce che rivela la verità del mondo. Si insiste molto anche oggi sul cambiamento culturale. Si parla di una nuova etica globale, di cambi di paradigmi. Anche l’insegnamento dottrinale e morale e le discipline della Chiesa dovrebbero cambiare a loro volta? Se ci sono cose che cambiano, ci sono anche cose che restano immutate. Il progresso riguarda le tecnologie.
L’uomo resta lo stesso. I nostri contemporanei vivono in un contesto nuovo. Alcuni godono di nuove comodità, altri invece sperimentano nuove difficoltà. Ma nell’uomo di oggi vi è la stessa gentilezza, solidarietà fraterna, generosità e aspirazione alla libertà, alla felicità e la stessa malizia, perversione, avidità, malvagità, brutalità, lussuria e inclinazione all’idolatria dell’uomo di mille anni fa, a tal punto il peccato originale ci ha profondamente e ontologicamente segnati. Sono in tutto simile a Adamo ed Eva. L’unica differenza che sussiste tra me e Adamo è che io, oggi, ho un cellulare, un’automobile. Ma questa differenza è superficiale. Nel mio intimo ho i suoi stessi vizi, le stesse ambizioni, le stesse concupiscenze, la stessa avidità. E ogni uomo che nasce è costretto ad affrontare a sua volta le fatiche di ordine morale e spirituale dei propri genitori. Tutto ricomincia da capo. È questa la verità e la realtà a cui dobbiamo obbedienza.
Che tentazione, alle volte, di dire ciò che tutti vorrebbero sentire! Che tentazione di annacquare la Parola di Dio! Fin troppo forte per il nostro spirito intorpidito! Eppure, la nostra obbedienza ha le sue esigenze ed è il pegno del nostro amore per le anime. Che cosa saremmo se insegnassimo loro una dottrina addolcita, ammorbidita? Saremmo dei falsari. Condurremmo le anime lungo sentieri che non portano da nessuna parte.
Casalone: «Mondo pluralista, sì all’eutanasia»
Legge sul suicidio assistito? Sarebbero consigliabili alcuni ritocchi, ma sulla sostanza si può convenire, perché «siamo in una società pluralista». È questo il succo dell’intervento reso ieri mattina, nel corso delle audizioni tenute in Senato, precisamente nelle Commissioni riunite Giustizia e Sanità, non già da qualche militante radicale, bensì da un sacerdote, padre Carlo Casalone, docente di Teologia morale alla Pontificia università gregoriana, chiamato dal Pd a sostegno del disegno di legge.
L’intervento è stato strutturato in due passaggi: uno di «notazione generale», l’altro più basato su un esame critico dei singoli articoli. In effetti, nella seconda parte della sua relazione padre Casalone non ha mancato di evidenziare almeno un paio di punti critici del testo approvato alla Camera a marzo, relativamente alle cure palliative e all’espressione «condizione clinica irreversibile» che, secondo il sacerdote, sarebbe da integrare con l’aggettivo «terminale», onde evitare che il ddl esponga persone affette da una disabilità mentale o fisica a qualsivoglia pressione di morte.
Peccato, però, che nella prima parte del suo intervento, quella di «notazione generale», il docente della Gregoriana nulla abbia evidenziato delle criticità bioetiche della legge sul suicidio assistito. Addirittura, per giustificare tale sorprendente neutralità di un sacerdote davanti ad una norma che introduce il diritto di ottenere la morte, Casalone ha richiamato un intervento tenuto da Papa Francesco sei anni or sono, nel 2016, quando al Comitato nazionale di bioetica disse che «la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato in questo campo, anzi, è soddisfatta quando la coscienza civile, ai vari livelli, è in grado di riflettere, di discernere e di operare sulla base della libera e aperta razionalità».
Chiarissimo il senso di questa citazione da parte del religioso, che in questo modo ha paradossalmente voluto sottrarsi, lui docente di Teologia morale, a qualsivoglia valutazione morale sul testo. Una cosa assai singolare di cui si è accorto il senatore della Lega Simone Pillon il quale ha chiesto al sacerdote se secondo lui vi fosse accordo tra il ddl sul fine vita e le recenti parole di papa Bergoglio che, in udienza generale il 9 febbraio scorso, disse: «La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata».
Chiunque, davanti a una domanda così puntuale, si sarebbe sentito in difficoltà; non così, però, padre Casalone, che ha seraficamente riportato il discorso sul «rapporto tra dottrina e posizioni giuridiche all’interno di un Paese pluralista». È chiaro quale sia la posizione del pensiero cattolico sull’eutanasia e sul suicidio assistito, ha affermato il sacerdote, ma bisogna fare i conti con il panorama culturale odierno: come se la verità morale fosse subalterna al pluralismo e non chiamata a guidarlo.
Infine, Casalone ha concluso richiamando il suo articolo uscito sulla Civiltà Cattolica a gennaio, con cui auspicava l’approvazione della legge sul suicidio assistito. «Quell’articolo è uscito con l’approvazione della Segreteria di Stato», ha chiosato il sacerdote. Come dire: il mio pensiero non è affatto eretico, anzi è conforme a quello della Chiesa. E le parole di Papa Francesco richiamate da Pillon? Su quelle il docente della Gregoriana ha preferito glissare. Perché siamo in una società pluralista e tutto, sembra, deve esser oggetto di confronto. Perfino, a quanto pare, quel «non uccidere» che Dio infilò tra i Dieci comandamenti. Solo perché allora il mondo era diverso, ovvio. Diversamente anche l’Onnipotente avrebbe precisato: «Non uccidere, se il pluralismo te lo permette».
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In «Per l’eternità» il cardinale Sarah affronta il relativismo che profana la vita consacrata. E disgrega famiglie e società.Eutanasia: la posizione espressa da padre Casalone in audizione al Senato (chiamato dal Pd) sul ddl. E che va contro le parole di Papa Bergoglio: «La morte non va somministrata».Lo speciale contiene due articoli.In questi anni il cardinale africano Robert Sarah, 77 anni, prefetto emerito del Culto divino, ha dato alle stampe dei veri e propri best sellers dello spirito. Dio o niente, La forza del silenzio, Si fa sera e il giorno volge al declino, per citare il trittico edito in italiano dall’editore Cantagalli, sono stati letti dai fedeli di tutto il mondo. Ora esce nelle librerie italiane, sempre per l’editore senese, il volume dal titolo Per l’eternità. Meditazioni sulla figura del sacerdote (Cantagalli, pagine 272, €23 euro il prezzo di copertina), un testo che si concentra sulla figura del prete, ma che in qualche modo parla a tutti. Coincidenza vuole che proprio in questi giorni in Francia è in uscita l’ultimissimo libro del cardinale, un catechismo sulla vita spirituale in cui afferma, fra l’altro, che «l’Occidente non può più reggersi in piedi perché non sa più inginocchiarsi». (Lorenzo Bertocchi).Robert Sarah, Cardinale, prefetto emerito del Culto divinoCome si può restare indifferenti di fronte al dramma degli abusi sessuali e dell’abuso di potere? Sono convinto che essi abbiano le loro radici nella secolarizzazione della vita dei sacerdoti. Il sacerdote è un uomo al servizio di Dio e della Chiesa. È un consacrato. Tutta la sua vita è riservata a Dio. Si è voluto desacralizzare la vita sacerdotale. Si è voluto banalizzarla, profanarla, secolarizzarla.Abbiamo formato sacerdoti senza insegnare loro che il solo punto d’appoggio della loro vita è Dio, senza consentire loro di sperimentare che la loro vita ha senso soltanto per e attraverso Dio. Lontani da Dio, non resta loro nient’altro che il potere umano. Alcuni sono sprofondati nella logica diabolica dell’abuso di potere e dei reati sessuali. Se un sacerdote non sperimenta quotidianamente di essere soltanto uno strumento nelle mani di Dio, se non sta costantemente davanti a Lui per servirlo con tutto il cuore, allora rischia di inebriarsi di potere. Se la vita del sacerdote non è una vita consacrata, allora egli corre il grande pericolo di cadere vittima di illusione e sviamento. Ora, il celibato è la manifestazione più evidente che il sacerdote appartiene a Cristo e che non appartiene più a sé stesso. Il celibato è il segno di una vita che ha senso solo per e attraverso Dio. […]L’obbedienza del sacerdote non è una sottomissione professionale a un superiore. Essa si inscrive nell’obbedienza del Figlio al Padre, ne partecipa e la prolunga. Come Cristo, il sacerdote deve poter affermare: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Giovanni 7,16). «Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare» (Giovanni 12,49). E devo obbedirgli assolutamente, fino alla morte e alla morte di Croce (cfr. Fil 2,8). Un sacerdote non parla di sé, della propria esperienza. Egli è inviato ad annunciare una parola di cui non è l’autore. La sua fedeltà alla parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa, è la radice della sua obbedienza. Non aspettiamoci da un sacerdote che sia originale, ma che sia fedele alla dottrina trasmessa.È deplorevole che oggi alcuni, per la preoccupazione di compiacere il mondo o di risultare attuali, e talvolta anche per velare o attenuare le esigenze radicali della Parola di Dio, abbiano la tendenza ad annacquare il Vangelo, a mistificarlo o a edulcorarlo per adattarlo alla mentalità e alle ideologie occidentali. […]C’è oggi molta ambiguità, confusione, e molte interpretazioni ideologiche della Parola di Gesù. Anche nella Chiesa si è raggiunto un livello di relativismo mai visto. Così si crocifigge Cristo ancora una volta e si adultera il messaggio evangelico. Gesù, tuttavia, non ha lasciato spazio a nessun dubbio circa la radicalità del suo messaggio e le sue esigenze. Gesù è la Via, la Verità e la Vita; «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e sempre» (Eb 13,8). Ciò che chiedeva allora egli lo chiede ancora oggi. Il suo Vangelo non cambia al ritmo del mondo. […] Dalle origini del cristianesimo ci sono scelte alle quali non si può derogare. «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24; cfr. Lc 16,13). O seguiamo Gesù oppure scegliamo di conformarci al mondo. La storia della Chiesa è segnata dalla testimonianza di una moltitudine di cristiani che hanno preferito dire «no», anche a costo della vita, piuttosto che perdere il tesoro che avevano scoperto in Gesù (cfr. Mt 13,44). Ancora oggi, questa libertà sovrana, che la fede in Gesù Cristo dona, porta i cristiani a resistere vittoriosamente alle nuove ideologie che distruggono l’uomo, la famiglia e la nostra società. Molti uomini del nostro tempo si irrigidiscono non appena si parli di verità e di una verità oggettiva universale che è al di fuori di noi, che ci supera e ci sovrasta. Ritengono ciò sinonimo di dogmatismo, di fondamentalismo e di intolleranza, e contrario alla scienza. Ci si rifiuta di riconoscere la realtà sovrana di Dio. Tuttavia, la Parola di Dio è l’unica luce che rivela la verità del mondo. Si insiste molto anche oggi sul cambiamento culturale. Si parla di una nuova etica globale, di cambi di paradigmi. Anche l’insegnamento dottrinale e morale e le discipline della Chiesa dovrebbero cambiare a loro volta? Se ci sono cose che cambiano, ci sono anche cose che restano immutate. Il progresso riguarda le tecnologie. L’uomo resta lo stesso. I nostri contemporanei vivono in un contesto nuovo. Alcuni godono di nuove comodità, altri invece sperimentano nuove difficoltà. Ma nell’uomo di oggi vi è la stessa gentilezza, solidarietà fraterna, generosità e aspirazione alla libertà, alla felicità e la stessa malizia, perversione, avidità, malvagità, brutalità, lussuria e inclinazione all’idolatria dell’uomo di mille anni fa, a tal punto il peccato originale ci ha profondamente e ontologicamente segnati. Sono in tutto simile a Adamo ed Eva. L’unica differenza che sussiste tra me e Adamo è che io, oggi, ho un cellulare, un’automobile. Ma questa differenza è superficiale. Nel mio intimo ho i suoi stessi vizi, le stesse ambizioni, le stesse concupiscenze, la stessa avidità. E ogni uomo che nasce è costretto ad affrontare a sua volta le fatiche di ordine morale e spirituale dei propri genitori. Tutto ricomincia da capo. È questa la verità e la realtà a cui dobbiamo obbedienza.Che tentazione, alle volte, di dire ciò che tutti vorrebbero sentire! Che tentazione di annacquare la Parola di Dio! Fin troppo forte per il nostro spirito intorpidito! Eppure, la nostra obbedienza ha le sue esigenze ed è il pegno del nostro amore per le anime. Che cosa saremmo se insegnassimo loro una dottrina addolcita, ammorbidita? Saremmo dei falsari. Condurremmo le anime lungo sentieri che non portano da nessuna parte.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-sacerdoti-senza-dio-sprofondano-in-abusi-sessuali-e-di-potere-2657561355.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="casalone-mondo-pluralista-si-alleutanasia" data-post-id="2657561355" data-published-at="1656133928" data-use-pagination="False"> Casalone: «Mondo pluralista, sì all’eutanasia» Legge sul suicidio assistito? Sarebbero consigliabili alcuni ritocchi, ma sulla sostanza si può convenire, perché «siamo in una società pluralista». È questo il succo dell’intervento reso ieri mattina, nel corso delle audizioni tenute in Senato, precisamente nelle Commissioni riunite Giustizia e Sanità, non già da qualche militante radicale, bensì da un sacerdote, padre Carlo Casalone, docente di Teologia morale alla Pontificia università gregoriana, chiamato dal Pd a sostegno del disegno di legge. L’intervento è stato strutturato in due passaggi: uno di «notazione generale», l’altro più basato su un esame critico dei singoli articoli. In effetti, nella seconda parte della sua relazione padre Casalone non ha mancato di evidenziare almeno un paio di punti critici del testo approvato alla Camera a marzo, relativamente alle cure palliative e all’espressione «condizione clinica irreversibile» che, secondo il sacerdote, sarebbe da integrare con l’aggettivo «terminale», onde evitare che il ddl esponga persone affette da una disabilità mentale o fisica a qualsivoglia pressione di morte. Peccato, però, che nella prima parte del suo intervento, quella di «notazione generale», il docente della Gregoriana nulla abbia evidenziato delle criticità bioetiche della legge sul suicidio assistito. Addirittura, per giustificare tale sorprendente neutralità di un sacerdote davanti ad una norma che introduce il diritto di ottenere la morte, Casalone ha richiamato un intervento tenuto da Papa Francesco sei anni or sono, nel 2016, quando al Comitato nazionale di bioetica disse che «la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato in questo campo, anzi, è soddisfatta quando la coscienza civile, ai vari livelli, è in grado di riflettere, di discernere e di operare sulla base della libera e aperta razionalità». Chiarissimo il senso di questa citazione da parte del religioso, che in questo modo ha paradossalmente voluto sottrarsi, lui docente di Teologia morale, a qualsivoglia valutazione morale sul testo. Una cosa assai singolare di cui si è accorto il senatore della Lega Simone Pillon il quale ha chiesto al sacerdote se secondo lui vi fosse accordo tra il ddl sul fine vita e le recenti parole di papa Bergoglio che, in udienza generale il 9 febbraio scorso, disse: «La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata». Chiunque, davanti a una domanda così puntuale, si sarebbe sentito in difficoltà; non così, però, padre Casalone, che ha seraficamente riportato il discorso sul «rapporto tra dottrina e posizioni giuridiche all’interno di un Paese pluralista». È chiaro quale sia la posizione del pensiero cattolico sull’eutanasia e sul suicidio assistito, ha affermato il sacerdote, ma bisogna fare i conti con il panorama culturale odierno: come se la verità morale fosse subalterna al pluralismo e non chiamata a guidarlo. Infine, Casalone ha concluso richiamando il suo articolo uscito sulla Civiltà Cattolica a gennaio, con cui auspicava l’approvazione della legge sul suicidio assistito. «Quell’articolo è uscito con l’approvazione della Segreteria di Stato», ha chiosato il sacerdote. Come dire: il mio pensiero non è affatto eretico, anzi è conforme a quello della Chiesa. E le parole di Papa Francesco richiamate da Pillon? Su quelle il docente della Gregoriana ha preferito glissare. Perché siamo in una società pluralista e tutto, sembra, deve esser oggetto di confronto. Perfino, a quanto pare, quel «non uccidere» che Dio infilò tra i Dieci comandamenti. Solo perché allora il mondo era diverso, ovvio. Diversamente anche l’Onnipotente avrebbe precisato: «Non uccidere, se il pluralismo te lo permette».
Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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