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2022-06-25
I sacerdoti senza Dio sprofondano in abusi sessuali e di potere
Il cardinale Robert Sarah (Ansa)
In questi anni il cardinale africano Robert Sarah, 77 anni, prefetto emerito del Culto divino, ha dato alle stampe dei veri e propri best sellers dello spirito. Dio o niente, La forza del silenzio, Si fa sera e il giorno volge al declino, per citare il trittico edito in italiano dall’editore Cantagalli, sono stati letti dai fedeli di tutto il mondo.
Ora esce nelle librerie italiane, sempre per l’editore senese, il volume dal titolo Per l’eternità. Meditazioni sulla figura del sacerdote (Cantagalli, pagine 272, €23 euro il prezzo di copertina), un testo che si concentra sulla figura del prete, ma che in qualche modo parla a tutti. Coincidenza vuole che proprio in questi giorni in Francia è in uscita l’ultimissimo libro del cardinale, un catechismo sulla vita spirituale in cui afferma, fra l’altro, che «l’Occidente non può più reggersi in piedi perché non sa più inginocchiarsi». (Lorenzo Bertocchi).
Robert Sarah, Cardinale, prefetto emerito
del Culto divino
Come si può restare indifferenti di fronte al dramma degli abusi sessuali e dell’abuso di potere? Sono convinto che essi abbiano le loro radici nella secolarizzazione della vita dei sacerdoti. Il sacerdote è un uomo al servizio di Dio e della Chiesa. È un consacrato. Tutta la sua vita è riservata a Dio. Si è voluto desacralizzare la vita sacerdotale. Si è voluto banalizzarla, profanarla, secolarizzarla.
Abbiamo formato sacerdoti senza insegnare loro che il solo punto d’appoggio della loro vita è Dio, senza consentire loro di sperimentare che la loro vita ha senso soltanto per e attraverso Dio. Lontani da Dio, non resta loro nient’altro che il potere umano. Alcuni sono sprofondati nella logica diabolica dell’abuso di potere e dei reati sessuali. Se un sacerdote non sperimenta quotidianamente di essere soltanto uno strumento nelle mani di Dio, se non sta costantemente davanti a Lui per servirlo con tutto il cuore, allora rischia di inebriarsi di potere. Se la vita del sacerdote non è una vita consacrata, allora egli corre il grande pericolo di cadere vittima di illusione e sviamento. Ora, il celibato è la manifestazione più evidente che il sacerdote appartiene a Cristo e che non appartiene più a sé stesso. Il celibato è il segno di una vita che ha senso solo per e attraverso Dio. […]
L’obbedienza del sacerdote non è una sottomissione professionale a un superiore. Essa si inscrive nell’obbedienza del Figlio al Padre, ne partecipa e la prolunga. Come Cristo, il sacerdote deve poter affermare: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Giovanni 7,16). «Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare» (Giovanni 12,49). E devo obbedirgli assolutamente, fino alla morte e alla morte di Croce (cfr. Fil 2,8). Un sacerdote non parla di sé, della propria esperienza.
Egli è inviato ad annunciare una parola di cui non è l’autore. La sua fedeltà alla parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa, è la radice della sua obbedienza. Non aspettiamoci da un sacerdote che sia originale, ma che sia fedele alla dottrina trasmessa.
È deplorevole che oggi alcuni, per la preoccupazione di compiacere il mondo o di risultare attuali, e talvolta anche per velare o attenuare le esigenze radicali della Parola di Dio, abbiano la tendenza ad annacquare il Vangelo, a mistificarlo o a edulcorarlo per adattarlo alla mentalità e alle ideologie occidentali. […]
C’è oggi molta ambiguità, confusione, e molte interpretazioni ideologiche della Parola di Gesù. Anche nella Chiesa si è raggiunto un livello di relativismo mai visto. Così si crocifigge Cristo ancora una volta e si adultera il messaggio evangelico. Gesù, tuttavia, non ha lasciato spazio a nessun dubbio circa la radicalità del suo messaggio e le sue esigenze. Gesù è la Via, la Verità e la Vita; «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e sempre» (Eb 13,8). Ciò che chiedeva allora egli lo chiede ancora oggi. Il suo Vangelo non cambia al ritmo del mondo. […] Dalle origini del cristianesimo ci sono scelte alle quali non si può derogare. «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24; cfr. Lc 16,13). O seguiamo Gesù oppure scegliamo di conformarci al mondo.
La storia della Chiesa è segnata dalla testimonianza di una moltitudine di cristiani che hanno preferito dire «no», anche a costo della vita, piuttosto che perdere il tesoro che avevano scoperto in Gesù (cfr. Mt 13,44). Ancora oggi, questa libertà sovrana, che la fede in Gesù Cristo dona, porta i cristiani a resistere vittoriosamente alle nuove ideologie che distruggono l’uomo, la famiglia e la nostra società. Molti uomini del nostro tempo si irrigidiscono non appena si parli di verità e di una verità oggettiva universale che è al di fuori di noi, che ci supera e ci sovrasta. Ritengono ciò sinonimo di dogmatismo, di fondamentalismo e di intolleranza, e contrario alla scienza. Ci si rifiuta di riconoscere la realtà sovrana di Dio. Tuttavia, la Parola di Dio è l’unica luce che rivela la verità del mondo. Si insiste molto anche oggi sul cambiamento culturale. Si parla di una nuova etica globale, di cambi di paradigmi. Anche l’insegnamento dottrinale e morale e le discipline della Chiesa dovrebbero cambiare a loro volta? Se ci sono cose che cambiano, ci sono anche cose che restano immutate. Il progresso riguarda le tecnologie.
L’uomo resta lo stesso. I nostri contemporanei vivono in un contesto nuovo. Alcuni godono di nuove comodità, altri invece sperimentano nuove difficoltà. Ma nell’uomo di oggi vi è la stessa gentilezza, solidarietà fraterna, generosità e aspirazione alla libertà, alla felicità e la stessa malizia, perversione, avidità, malvagità, brutalità, lussuria e inclinazione all’idolatria dell’uomo di mille anni fa, a tal punto il peccato originale ci ha profondamente e ontologicamente segnati. Sono in tutto simile a Adamo ed Eva. L’unica differenza che sussiste tra me e Adamo è che io, oggi, ho un cellulare, un’automobile. Ma questa differenza è superficiale. Nel mio intimo ho i suoi stessi vizi, le stesse ambizioni, le stesse concupiscenze, la stessa avidità. E ogni uomo che nasce è costretto ad affrontare a sua volta le fatiche di ordine morale e spirituale dei propri genitori. Tutto ricomincia da capo. È questa la verità e la realtà a cui dobbiamo obbedienza.
Che tentazione, alle volte, di dire ciò che tutti vorrebbero sentire! Che tentazione di annacquare la Parola di Dio! Fin troppo forte per il nostro spirito intorpidito! Eppure, la nostra obbedienza ha le sue esigenze ed è il pegno del nostro amore per le anime. Che cosa saremmo se insegnassimo loro una dottrina addolcita, ammorbidita? Saremmo dei falsari. Condurremmo le anime lungo sentieri che non portano da nessuna parte.
Casalone: «Mondo pluralista, sì all’eutanasia»
Legge sul suicidio assistito? Sarebbero consigliabili alcuni ritocchi, ma sulla sostanza si può convenire, perché «siamo in una società pluralista». È questo il succo dell’intervento reso ieri mattina, nel corso delle audizioni tenute in Senato, precisamente nelle Commissioni riunite Giustizia e Sanità, non già da qualche militante radicale, bensì da un sacerdote, padre Carlo Casalone, docente di Teologia morale alla Pontificia università gregoriana, chiamato dal Pd a sostegno del disegno di legge.
L’intervento è stato strutturato in due passaggi: uno di «notazione generale», l’altro più basato su un esame critico dei singoli articoli. In effetti, nella seconda parte della sua relazione padre Casalone non ha mancato di evidenziare almeno un paio di punti critici del testo approvato alla Camera a marzo, relativamente alle cure palliative e all’espressione «condizione clinica irreversibile» che, secondo il sacerdote, sarebbe da integrare con l’aggettivo «terminale», onde evitare che il ddl esponga persone affette da una disabilità mentale o fisica a qualsivoglia pressione di morte.
Peccato, però, che nella prima parte del suo intervento, quella di «notazione generale», il docente della Gregoriana nulla abbia evidenziato delle criticità bioetiche della legge sul suicidio assistito. Addirittura, per giustificare tale sorprendente neutralità di un sacerdote davanti ad una norma che introduce il diritto di ottenere la morte, Casalone ha richiamato un intervento tenuto da Papa Francesco sei anni or sono, nel 2016, quando al Comitato nazionale di bioetica disse che «la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato in questo campo, anzi, è soddisfatta quando la coscienza civile, ai vari livelli, è in grado di riflettere, di discernere e di operare sulla base della libera e aperta razionalità».
Chiarissimo il senso di questa citazione da parte del religioso, che in questo modo ha paradossalmente voluto sottrarsi, lui docente di Teologia morale, a qualsivoglia valutazione morale sul testo. Una cosa assai singolare di cui si è accorto il senatore della Lega Simone Pillon il quale ha chiesto al sacerdote se secondo lui vi fosse accordo tra il ddl sul fine vita e le recenti parole di papa Bergoglio che, in udienza generale il 9 febbraio scorso, disse: «La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata».
Chiunque, davanti a una domanda così puntuale, si sarebbe sentito in difficoltà; non così, però, padre Casalone, che ha seraficamente riportato il discorso sul «rapporto tra dottrina e posizioni giuridiche all’interno di un Paese pluralista». È chiaro quale sia la posizione del pensiero cattolico sull’eutanasia e sul suicidio assistito, ha affermato il sacerdote, ma bisogna fare i conti con il panorama culturale odierno: come se la verità morale fosse subalterna al pluralismo e non chiamata a guidarlo.
Infine, Casalone ha concluso richiamando il suo articolo uscito sulla Civiltà Cattolica a gennaio, con cui auspicava l’approvazione della legge sul suicidio assistito. «Quell’articolo è uscito con l’approvazione della Segreteria di Stato», ha chiosato il sacerdote. Come dire: il mio pensiero non è affatto eretico, anzi è conforme a quello della Chiesa. E le parole di Papa Francesco richiamate da Pillon? Su quelle il docente della Gregoriana ha preferito glissare. Perché siamo in una società pluralista e tutto, sembra, deve esser oggetto di confronto. Perfino, a quanto pare, quel «non uccidere» che Dio infilò tra i Dieci comandamenti. Solo perché allora il mondo era diverso, ovvio. Diversamente anche l’Onnipotente avrebbe precisato: «Non uccidere, se il pluralismo te lo permette».
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In «Per l’eternità» il cardinale Sarah affronta il relativismo che profana la vita consacrata. E disgrega famiglie e società.Eutanasia: la posizione espressa da padre Casalone in audizione al Senato (chiamato dal Pd) sul ddl. E che va contro le parole di Papa Bergoglio: «La morte non va somministrata».Lo speciale contiene due articoli.In questi anni il cardinale africano Robert Sarah, 77 anni, prefetto emerito del Culto divino, ha dato alle stampe dei veri e propri best sellers dello spirito. Dio o niente, La forza del silenzio, Si fa sera e il giorno volge al declino, per citare il trittico edito in italiano dall’editore Cantagalli, sono stati letti dai fedeli di tutto il mondo. Ora esce nelle librerie italiane, sempre per l’editore senese, il volume dal titolo Per l’eternità. Meditazioni sulla figura del sacerdote (Cantagalli, pagine 272, €23 euro il prezzo di copertina), un testo che si concentra sulla figura del prete, ma che in qualche modo parla a tutti. Coincidenza vuole che proprio in questi giorni in Francia è in uscita l’ultimissimo libro del cardinale, un catechismo sulla vita spirituale in cui afferma, fra l’altro, che «l’Occidente non può più reggersi in piedi perché non sa più inginocchiarsi». (Lorenzo Bertocchi).Robert Sarah, Cardinale, prefetto emerito del Culto divinoCome si può restare indifferenti di fronte al dramma degli abusi sessuali e dell’abuso di potere? Sono convinto che essi abbiano le loro radici nella secolarizzazione della vita dei sacerdoti. Il sacerdote è un uomo al servizio di Dio e della Chiesa. È un consacrato. Tutta la sua vita è riservata a Dio. Si è voluto desacralizzare la vita sacerdotale. Si è voluto banalizzarla, profanarla, secolarizzarla.Abbiamo formato sacerdoti senza insegnare loro che il solo punto d’appoggio della loro vita è Dio, senza consentire loro di sperimentare che la loro vita ha senso soltanto per e attraverso Dio. Lontani da Dio, non resta loro nient’altro che il potere umano. Alcuni sono sprofondati nella logica diabolica dell’abuso di potere e dei reati sessuali. Se un sacerdote non sperimenta quotidianamente di essere soltanto uno strumento nelle mani di Dio, se non sta costantemente davanti a Lui per servirlo con tutto il cuore, allora rischia di inebriarsi di potere. Se la vita del sacerdote non è una vita consacrata, allora egli corre il grande pericolo di cadere vittima di illusione e sviamento. Ora, il celibato è la manifestazione più evidente che il sacerdote appartiene a Cristo e che non appartiene più a sé stesso. Il celibato è il segno di una vita che ha senso solo per e attraverso Dio. […]L’obbedienza del sacerdote non è una sottomissione professionale a un superiore. Essa si inscrive nell’obbedienza del Figlio al Padre, ne partecipa e la prolunga. Come Cristo, il sacerdote deve poter affermare: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Giovanni 7,16). «Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare» (Giovanni 12,49). E devo obbedirgli assolutamente, fino alla morte e alla morte di Croce (cfr. Fil 2,8). Un sacerdote non parla di sé, della propria esperienza. Egli è inviato ad annunciare una parola di cui non è l’autore. La sua fedeltà alla parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa, è la radice della sua obbedienza. Non aspettiamoci da un sacerdote che sia originale, ma che sia fedele alla dottrina trasmessa.È deplorevole che oggi alcuni, per la preoccupazione di compiacere il mondo o di risultare attuali, e talvolta anche per velare o attenuare le esigenze radicali della Parola di Dio, abbiano la tendenza ad annacquare il Vangelo, a mistificarlo o a edulcorarlo per adattarlo alla mentalità e alle ideologie occidentali. […]C’è oggi molta ambiguità, confusione, e molte interpretazioni ideologiche della Parola di Gesù. Anche nella Chiesa si è raggiunto un livello di relativismo mai visto. Così si crocifigge Cristo ancora una volta e si adultera il messaggio evangelico. Gesù, tuttavia, non ha lasciato spazio a nessun dubbio circa la radicalità del suo messaggio e le sue esigenze. Gesù è la Via, la Verità e la Vita; «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e sempre» (Eb 13,8). Ciò che chiedeva allora egli lo chiede ancora oggi. Il suo Vangelo non cambia al ritmo del mondo. […] Dalle origini del cristianesimo ci sono scelte alle quali non si può derogare. «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24; cfr. Lc 16,13). O seguiamo Gesù oppure scegliamo di conformarci al mondo. La storia della Chiesa è segnata dalla testimonianza di una moltitudine di cristiani che hanno preferito dire «no», anche a costo della vita, piuttosto che perdere il tesoro che avevano scoperto in Gesù (cfr. Mt 13,44). Ancora oggi, questa libertà sovrana, che la fede in Gesù Cristo dona, porta i cristiani a resistere vittoriosamente alle nuove ideologie che distruggono l’uomo, la famiglia e la nostra società. Molti uomini del nostro tempo si irrigidiscono non appena si parli di verità e di una verità oggettiva universale che è al di fuori di noi, che ci supera e ci sovrasta. Ritengono ciò sinonimo di dogmatismo, di fondamentalismo e di intolleranza, e contrario alla scienza. Ci si rifiuta di riconoscere la realtà sovrana di Dio. Tuttavia, la Parola di Dio è l’unica luce che rivela la verità del mondo. Si insiste molto anche oggi sul cambiamento culturale. Si parla di una nuova etica globale, di cambi di paradigmi. Anche l’insegnamento dottrinale e morale e le discipline della Chiesa dovrebbero cambiare a loro volta? Se ci sono cose che cambiano, ci sono anche cose che restano immutate. Il progresso riguarda le tecnologie. L’uomo resta lo stesso. I nostri contemporanei vivono in un contesto nuovo. Alcuni godono di nuove comodità, altri invece sperimentano nuove difficoltà. Ma nell’uomo di oggi vi è la stessa gentilezza, solidarietà fraterna, generosità e aspirazione alla libertà, alla felicità e la stessa malizia, perversione, avidità, malvagità, brutalità, lussuria e inclinazione all’idolatria dell’uomo di mille anni fa, a tal punto il peccato originale ci ha profondamente e ontologicamente segnati. Sono in tutto simile a Adamo ed Eva. L’unica differenza che sussiste tra me e Adamo è che io, oggi, ho un cellulare, un’automobile. Ma questa differenza è superficiale. Nel mio intimo ho i suoi stessi vizi, le stesse ambizioni, le stesse concupiscenze, la stessa avidità. E ogni uomo che nasce è costretto ad affrontare a sua volta le fatiche di ordine morale e spirituale dei propri genitori. Tutto ricomincia da capo. È questa la verità e la realtà a cui dobbiamo obbedienza.Che tentazione, alle volte, di dire ciò che tutti vorrebbero sentire! Che tentazione di annacquare la Parola di Dio! Fin troppo forte per il nostro spirito intorpidito! Eppure, la nostra obbedienza ha le sue esigenze ed è il pegno del nostro amore per le anime. Che cosa saremmo se insegnassimo loro una dottrina addolcita, ammorbidita? Saremmo dei falsari. Condurremmo le anime lungo sentieri che non portano da nessuna parte.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-sacerdoti-senza-dio-sprofondano-in-abusi-sessuali-e-di-potere-2657561355.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="casalone-mondo-pluralista-si-alleutanasia" data-post-id="2657561355" data-published-at="1656133928" data-use-pagination="False"> Casalone: «Mondo pluralista, sì all’eutanasia» Legge sul suicidio assistito? Sarebbero consigliabili alcuni ritocchi, ma sulla sostanza si può convenire, perché «siamo in una società pluralista». È questo il succo dell’intervento reso ieri mattina, nel corso delle audizioni tenute in Senato, precisamente nelle Commissioni riunite Giustizia e Sanità, non già da qualche militante radicale, bensì da un sacerdote, padre Carlo Casalone, docente di Teologia morale alla Pontificia università gregoriana, chiamato dal Pd a sostegno del disegno di legge. L’intervento è stato strutturato in due passaggi: uno di «notazione generale», l’altro più basato su un esame critico dei singoli articoli. In effetti, nella seconda parte della sua relazione padre Casalone non ha mancato di evidenziare almeno un paio di punti critici del testo approvato alla Camera a marzo, relativamente alle cure palliative e all’espressione «condizione clinica irreversibile» che, secondo il sacerdote, sarebbe da integrare con l’aggettivo «terminale», onde evitare che il ddl esponga persone affette da una disabilità mentale o fisica a qualsivoglia pressione di morte. Peccato, però, che nella prima parte del suo intervento, quella di «notazione generale», il docente della Gregoriana nulla abbia evidenziato delle criticità bioetiche della legge sul suicidio assistito. Addirittura, per giustificare tale sorprendente neutralità di un sacerdote davanti ad una norma che introduce il diritto di ottenere la morte, Casalone ha richiamato un intervento tenuto da Papa Francesco sei anni or sono, nel 2016, quando al Comitato nazionale di bioetica disse che «la Chiesa non rivendica alcuno spazio privilegiato in questo campo, anzi, è soddisfatta quando la coscienza civile, ai vari livelli, è in grado di riflettere, di discernere e di operare sulla base della libera e aperta razionalità». Chiarissimo il senso di questa citazione da parte del religioso, che in questo modo ha paradossalmente voluto sottrarsi, lui docente di Teologia morale, a qualsivoglia valutazione morale sul testo. Una cosa assai singolare di cui si è accorto il senatore della Lega Simone Pillon il quale ha chiesto al sacerdote se secondo lui vi fosse accordo tra il ddl sul fine vita e le recenti parole di papa Bergoglio che, in udienza generale il 9 febbraio scorso, disse: «La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata». Chiunque, davanti a una domanda così puntuale, si sarebbe sentito in difficoltà; non così, però, padre Casalone, che ha seraficamente riportato il discorso sul «rapporto tra dottrina e posizioni giuridiche all’interno di un Paese pluralista». È chiaro quale sia la posizione del pensiero cattolico sull’eutanasia e sul suicidio assistito, ha affermato il sacerdote, ma bisogna fare i conti con il panorama culturale odierno: come se la verità morale fosse subalterna al pluralismo e non chiamata a guidarlo. Infine, Casalone ha concluso richiamando il suo articolo uscito sulla Civiltà Cattolica a gennaio, con cui auspicava l’approvazione della legge sul suicidio assistito. «Quell’articolo è uscito con l’approvazione della Segreteria di Stato», ha chiosato il sacerdote. Come dire: il mio pensiero non è affatto eretico, anzi è conforme a quello della Chiesa. E le parole di Papa Francesco richiamate da Pillon? Su quelle il docente della Gregoriana ha preferito glissare. Perché siamo in una società pluralista e tutto, sembra, deve esser oggetto di confronto. Perfino, a quanto pare, quel «non uccidere» che Dio infilò tra i Dieci comandamenti. Solo perché allora il mondo era diverso, ovvio. Diversamente anche l’Onnipotente avrebbe precisato: «Non uccidere, se il pluralismo te lo permette».
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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