
Gratteri e vinci, o forse perdi: il procuratore di Napoli ci perdonerà la battuta, ma sono talmente tante le sue prese di posizione quantomeno discutibili sul referendum della Giustizia in programma in prossimi 22 e 23 marzo che viene da chiedersi se alla fine le intemerate di Nicola Gratteri non siano controproducenti per il fronte del No, del quale è uno degli alfieri più in vista.
Partiamo dalla più recente, l’intervista video rilasciata al Corriere della Calabria due giorni fa: «Al referendum sulla giustizia per il No», sentenzia Gratteri, «voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». La frase è indiscutibilmente forte, e non a caso scatena reazioni furiose da parte del fronte del Sì e pure qualche critica dai sostenitori del No. Gratteri poi precisa che le sue parole sono estate estrapolate da un discorso più complesso: «Ho detto che a mio parere», sottolinea il magistrato, «voteranno Sì certamente le persone a cui questo sistema conviene, quindi tutti i centri di potere che non vogliono essere controllati dalla magistratura. Non ho detto, come strumentalmente vogliono far credere, che quelli che votano Sì sono tutti appartenenti a centri di potere».
Intanto la frittata è fatta. Lo scorso novembre, Gratteri va in tv, a Di Martedì di Giovanni Floris su La7, e legge alcune parole di quella che definisce una intervista di Giovanni Falcone del 1992: «Una separazione delle carriere può andare bene se resta garantita l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero ma temo che si voglia, attraverso questa separazione, subordinare la magistratura inquirente all’esecutivo. Questo è inaccettabile». In realtà si tratta di una fake news che circola sui social: Falcone era favorevole alla separazione delle carriere, come sostenuto da lui stesso in una intervista a Repubblica del 1991: «Chi, come me», disse il magistrato massacrato dalla mafia, «richiede che giudici e pm siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’esecutivo». Gratteri dirà qualche giorno dopo che quella intervista fake gli era stata «mandata da persone autorevoli dell’informazione, me l’hanno riportata come autentica, e io l’ho letta».
Torniamo a tempi più recenti: tre giorni fa, in una intervista al Fatto quotidiano, Gratteri sostiene che «i promotori del Sì dicono che avremo un pm più forte. Poniamo che sia vero, allora anche l’imputato ha bisogno di un avvocato più forte, di un’agenzia investigativa più forte. Ma l’avvocato che solo per cominciare chiede un acconto da 50.000 euro», aggiunge Gratteri, «può permetterselo solo un imputato potente e ricco. Con questa riforma l’imputato povero sarà meno garantito. Se il pm è l’accusatore e basta, senza più l’obbligo di trovare anche prove a favore dell’imputato, noi facciamo una riforma che danneggia almeno il 90% dei cittadini che incappano in problemi giudiziari. Solo quei pochi ricchi che finiscono sotto processo hanno i mezzi di tenere testa alla pubblica accusa fino alla Corte europea. Stiamo parlando di cause che possono arrivare a costare anche 300.000 euro: chi ha questi soldi», conclude Gratteri, «per potersi difendere a parte grandi imprenditori e narcotrafficanti?». Va detto che nella stessa intervista Gratteri ne ha anche per l’Associazione nazionale magistrati: «L’Anm non è mai intervenuta in mio soccorso», azzanna il procuratore di Napoli, «quando la ’ndrangheta voleva ammazzarmi, quando si era mossa la massoneria deviata, quando pezzi della magistratura mi attaccavano».
Nicola Gratteri ha anche cambiato idea sul tema della separazione delle carriere, considerato che in passato si era espresso a favore in una intervista rilasciata al nostro direttore Maurizio Belpietro. Gratteri, è bene sottolinearlo, è un magistrato che ha combattuto e combatte le mafie strenuamente. Vive sotto scorta armata dal 1989 a causa del suo costante impegno contro la ’ndrangheta e nel settembre del 1993 è sfuggito addirittura a tre attentati organizzati contro di lui nel giro di tre settimane. Detto ciò, non manca chi gli contesta alcune inchieste finite con molte assoluzioni. In particolare, Il Foglio ha evidenziato «la maxi operazione contro la ’ndrangheta compiuta nel 2003 a Platì, nella Locride, con 125 misure di custodia cautelare (alla fine solo in otto vennero condannati); l’operazione Circolo formato del 2011, con l’arresto di quaranta persone, tra cui il sindaco di Marina di Gioiosa Ionica e diversi assessori (gli amministratori locali poi vennero assolti); l’ancora più nota operazione Rinascita-Scott, lanciata nel 2019 con 334 persone destinatarie di misure cautelari (in primo grado sono stati assolti 131 imputati su 338, praticamente uno su tre)». Alle inchieste di Gratteri viene contestato anche un alto tasso di risarcimenti per ingiusta detenzione.






